sabato, novembre 12, 2005

Una Finanziaria senza miracoli, ma con qualche buona idea

di Fausto Carioti
Il Senato ha appena approvato la legge Finanziaria del 2006. E' raro che un simile provvedimento esca dall'esame di un ramo del Parlamento, in prima lettura, senza essere stato imbottito di spese e spesucce clientelari. Stavolta è successo. Alla Camera, dove il testo sbarcherà nei prossimi giorni, la musica è diversa, ma è plausibile che Giulio Tremonti - sempre più forte e quindi sempre più detestato dagli altri ministri - lascerà ai deputati uno spazio di manovra alquanto ridotto. Non è certo la Finanziaria dei sogni, perché i conti pubblici sono il colabrodo di sempre e perché la congiuntura internazionale ancora non offre ossigeno a sufficienza per tagli alle tasse degni di questo nome. Però il fondo del barile è stato raschiato a dovere e, grazie alle riduzioni della spesa più o meno superflua, è saltata fuori qualche sorpresa piacevole.
La decurtazione del 10% agli stipendi dei politici porterà poco in cassa, ma dà agli elettori un segnale di moralizzazione. Il taglio delle spese dei ministeri e il giro di vite alle auto blu e alle consulenze diminuiranno gli sprechi finanziati dai contribuenti. Le imprese avranno il tanto sospirato taglio (un punto percentuale) del costo del lavoro e una serie di agevolazioni fiscali e burocratiche delle quali vi è un disperato bisogno. Alle famiglie arrivano il bonus bebè, i prestiti ipotecari per gli anziani, un po’ di spiccioli per chi manda i figli all’asilo privato e un mini-sostegno per gli studenti fuori sede.
Probabilmente si sarebbe potuto fare di meglio (l’aumento del prelievo fiscale sulle società di energia finirà per ripercuotersi nelle tasche dei consumatori), ma non “molto” di meglio. Se ne stanno rendendo conto anche ai piani alti, se è vero che dopo l’apprezzamento per la manovra del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo (che incassa il taglio del costo del lavoro), l’impegno riformista dell’esecutivo è stato appena celebrato sulla prima pagina del Corriere della Sera: previdenza, lavoro, scuola, università, telecomunicazioni, grandi opere e non solo. L’elenco delle cose buone che sono state fatte è lungo e non merita, come riconosce Sergio Romano, di essere cancellato dalle leggi ritagliate più o meno su misura degli interessi del premier.
Del resto, Berlusconi è costretto a sparare tutte le sue cartucce migliori: a palazzo Chigi c’è fiducia nella cosiddetta “legge di Wescott”, dal nome dell’economista statunitense che l’ha elaborata: se nei mesi precedenti le elezioni il reddito medio dei cittadini è cresciuto almeno del 2%, il governo ha la certezza di uscire vincente dalle urne. Raggiungere una crescita del 2% sarà impossibile, ma se agli incentivi contenuti nella Finanziaria dovessero sommarsi i primi effetti di una vera ripresa economica gli elettori potrebbero apprezzare l’operato del governo più di quanto facciano oggi. Di certo, nulla resterà intentato.
Post scriptum. Con quell’aria contrita che gli è così congeniale Romano Prodi ha detto che la Finanziaria è un «grande passo indietro per la povera gente». Niente di nuovo, a sinistra lo dicono tutti gli anni. Quello che non dicono mai è che dal 1997 al 2001, nella legislatura da loro governata, quanto la congiuntura era assai più favorevole di quella attuale, i poveri certificati dall’Istat aumentarono di 401.000 unità. Dal 2001 al 2004, negli anni di governo di Berlusconi, la “povera gente” è diminuita di 240.000 unità.

© Libero. Pubblicato il 12 novembre 2005.