giovedì, novembre 10, 2005

Berlino Est 1961-1989: si scappava così


di Fausto Carioti
BERLINO - Alexander Platz, aufwiedersehen. Normalissimi impiegati, studenti, casalinghe si trasformavano in ingegneri: scavavano tunnel con attrezzi di fortuna, progettavano seggiovie, impiegavano anni per costruire una mongolfiera nella camera da letto, modificavano automobili di nascosto dal vicino di casa, trasformavano le bombole degli ospedali in attrezzature per respirare sott’acqua. Tutto per sfuggire ai vopos, le guardie del regime, e scappare al di là del Muro. Verso la libertà, lontano dal comunismo. Qualcuno la spuntava, tanti morivano nel tentativo. I dati ufficiali parlano di 187 persone uccise al confine mentre provavano a lasciare la parte sbagliata della Germania, ma le cifre reali sono di gran lunga superiori. Oltre 60mila persone sono finite in carcere per aver tentato o preparato la fuga. Il documentario più completo sui frutti malati del marxismo, il miglior monumento alla voglia innata di libertà di tutti gli individui è un edificio al numero 44 della Friedrichstrasse. Si chiama Checkpoint Charlie Museum e sorge dove si trovava la più famosa delle “porte” tra le due Berlino, dalla quale prende il nome. Il Checkpoint Charlie ha smesso di esistere il 9 novembre 1989. Esattamente quattrodici (oggi sedici, ndAcm) anni fa. Resta il museo, che dal 1963 racconta la storia del Muro, cioè di mezzo secolo d’Europa, e resta quel grande cartello che avvertiva che per di lì si andava nella città dolente: “You are leaving the american sector”.
Ogni stratagemma, una volta scoperto, era bruciato. Ci sono tante storie di automobili, al museo del Checkpoint Charlie. Una di queste, una vettura sportiva, era di pochi centimetri più bassa della sbarra di confine che separava le due Berlino. Se ne accorse per primo un austriaco, che la noleggiò in un garage della Berlino Ovest. Entrò nella zona orientale della città e ne uscì poche ore dopo, passando sotto la sbarra col piede schiacciato sull’acceleratore, con a bordo fidanzata e suocera. Tempo qualche giorno e la stessa auto, guidata da un ragazzo argentino, rese felice un’altra coppia. Fu l’ultima volta che l’idea poté funzionare: la guardie della Germania Est cambiarono la sbarra di confine, in modo da impedire simili fughe. Una Bmw Isetta, mini-vettura di dimensioni paragonabili a quelle delle odierne Smart, consentì di portare a termine 18 fughe nel primo anno di vita del Muro, sino all’estate del 1962. Era tanto minuscola che persino i diffidenti gendarmi del regime ritenevano impossibile che qualcuno potesse nascondersi sotto al suo pianale, che infatti non veniva ispezionato. Svelato il trucco, fu necessario modificare la vettura: la persona da nascondere si rannicchiava nel vano costruito per contenere l’impianto di riscaldamento - rimosso - e la batteria - rimpicciolita ad arte. Funzionò per nove volte, sin quando la vettura si rifiutò di rimettersi in moto. La gloriosa Isetta si è guadagnata comunque un posto nel museo della Friedrichstrasse.
Si scappava in tutti i modi, o almeno ci si provava. Nascosti dentro un enorme rotolo per cavi: andò bene per due volte, finché il trucco non fu svelato da una ragazza fuggita, che il regime ricattò minacciando i suoi genitori. Cucendo in casa uniformi da ufficiali sovietici, che una donna armata di ago, filo e coperte di lana confezionò identici agli originali per i suoi tre amici che la portarono con loro dall’altra parte della città. Un lavoro impeccabile: i vopos scattarono sull’attenti per fare il saluto militare ai finti russi che passavano il confine. Un padre di famiglia riuscì a scappare con moglie e figlio stendendo, con l’aiuto di complici, un cavo metallico sino all’altra parte del Muro. Quindi, dotati di una imbracatura costruita in casa, usarono la fune come seggiovia per planare verso la libertà. Tanti tunnel, ovviamente. Il più impegnativo - 145 metri di lunghezza, 12 di profondità - fu preparato da 36 studenti e consentì la fuga di 57 persone, tra cui un bambino di cinque anni. Impresa rischiosa: ogni volta che veniva scoperta una galleria, i militari della Germania Est provvedevano a “pulirla” con bombe a mano e gas mortali.
Ma quello che più colpisce il visitatore del Checkpoint Charlie Museum è la capacità con cui i tedeschi della Germania orientale e della Berlino Est riuscivano a trasformare oggetti di uso quotidiano in mezzi di fuga. La sete di libertà aguzza l’ingegno, e d’inventiva ce ne voleva molta, dal momento che le autorità comuniste ben presto avevano tolto dalla circolazione ogni strumento che poteva essere usato per passare il confine di nascosto. Visto che i battelli a motore erano introvabili, nel 1968 un ragazzo tedesco pensò bene di costruirsi un mini-sommergibile, assai simile ai “porci di mare” italiani, usando come propulsore un motorino da bicicletta. In cinque ore coprì 25 chilometri nelle gelide acque del Baltico, per approdare sulle coste della Danimarca.
Via terra, via mare e via cielo: nel 1979 due famiglie fuggirono dalla Germania “democratica” su una mongolfiera costruita in casa, usando tessuti comuni e dopo aver imparato dai libri qualche rudimento di aerodinamica: alta 28 metri, resta uno dei più grandi palloni aerostatici mai realizzati in Europa. Portò i suoi occupanti sani e salvi in Germania occidentale, a quaranta chilometri dal punto di partenza. C’è spazio anche per un aliante a motore, nelle stanze del museo. Il motore è quello di una Trabant, l’utilitaria costruita per decenni nelle fabbriche della Ddr. Il telaio, le ruote e tutto il resto le ha costruite Ivo Zdarsky, uno studente che usò l’apparecchio nell’agosto del 1984 per volare dalla Cecoslovacchia all’Austria. Quando si dice le ali della libertà.

© Libero. Pubblicato il 9 novembre 2003.

Da leggere assieme a questo articolo di Walking Class sulla storia del Muro.