domenica, novembre 20, 2005

Irving in carcere, ovvero la vittoria del nazismo

di Fausto Carioti
Tra i pochi vantaggi che offre oggi l’essere sionista e filosemita ed avere partecipato con orgoglio (a puro titolo di esempio) alla manifestazione pro-Israele del 3 novembre, c’è il potersi prendere la libertà di dire che ragionamenti come quelli di chi applaude all'incarcerazione di David Irving puzzano tanto di fascismo inconsapevole. È una libertà che intendo prendermi tutta. Perché l’arresto dello storico inglese, autore di libri contenenti tesi negazioniste infondate e indecenti, è ridicolo e grave allo stesso tempo. Ridicolo per la sprovvedutezza di chi l’ha deciso, grave per le conseguenze che può avere su tutti noi - tranne ovviamente che su Irving, il quale con l’arresto si è garantito la tiratura dei suoi prossimi libri.
Quello che gli austriaci hanno mostrato al mondo è che le parole di uno come Irving, per quanto screditate mille volte, fanno ancora paura, e che la società austriaca, a sessant’anni dalla fine del nazismo, si crede priva degli anticorpi necessari a sconfiggere simili malattie. Il segnale di debolezza dinanzi ai possibili rigurgiti neonazisti non avrebbe potuto essere più chiaro. Riuscendo, in più, a rendere Irving un martire del libero pensiero e costringendo tante persone, come chi scrive, a mettersi la molletta al naso per difenderlo.
Non è una partita privata tra i negazionisti e gli ebrei. Chi vuole in carcere Irving invoca l’apertura di un abisso nel quale può entrare di tutto. Se prigione deve essere per chi nega l’Olocausto, non si vede perché debba essere fatta eccezione per chi nega il genocidio degli armeni. E di chi, a destra come a sinistra, è convinto che gli attentati dell’11 settembre siano stati un complotto ordito dagli ebrei e dalla Cia, che facciamo? In prigione pure loro? E i milioni di trinariciuti che ancora negano l’essenza criminale del comunismo? Non sono anche costoro nemici della società democratica?
Il tribunale delle tesi storiche che viene invocato per Irving è un giudizio delle idee, in tutto e per tutto simile a quelli già visti in ogni dittatura. Fragile come un foglio di carta velina, poi, la spiegazione per cui Irving non è uno storico, ma un propagandista, quindi può essere messo in carcere. Leggendo i libri di certi storici, anche italiani, l’unica certezza che se ne ricava, piuttosto, è che l’appartenenza alla baronìa non risparmia né dalla volontà di stravolgere la storia per fini propagandistici, né dallo scrivere solenni cavolate.
Ha ragione chi dice che «occorre attaccare in anticipo chi si propone di distruggerci». Ma è lo stesso principio che spinse Erode ad ordinare l’eccidio dei neonati. Va quindi regolato in maniera severissima, perché è qui che corre il confine con la giungla. Irving, a differenza del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e degli sgherri di Al Qaeda, non può distruggere nessuno. Non sta creando un arsenale nucleare, non va in giro imbottito d’esplosivo. La sua sola arma sono i libri. Saranno pure un’arma efficace nei confronti di tante menti deboli. Ma contengono tesi già confutate dai migliori storici e da una mole sterminata di documenti. È ridicolizzando, dati alla mano, queste tesi che si vince la battaglia con quelli come Irving. Triste paradosso se per combattere un filo-nazista si ricorre ai suoi stessi metodi: lui finisce in carcere, ma la partita l’ha vinta lui. E noi nemmeno ce ne siamo accorti.

© Libero. Estratto dell'articolo pubblicato il 20 novembre 2005.

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