mercoledì, novembre 12, 2008

Il prezzo da pagare per non aver ucciso l'Udc

di Fausto Carioti

In politica l’efficacia è tutto. Una delle poche regole dell’ambiente dice che, se non puoi ammazzare chi ti leva i voti, almeno prova a fartelo amico. Silvio Berlusconi a fare fuori l’Udc ci ha provato sul serio. Ci è anche andato molto vicino. Ma non ci è riuscito. Il progetto di cambiare la legge elettorale per le Europee, che introduceva una soglia di sbarramento al 5%, doveva servire proprio a spedire al parlamento di Strasburgo solo il Pdl e il Pd, e tutt’al più la Lega e l’Italia dei valori. Per il partito di Pier Ferdinando Casini sarebbe stata la mazzata finale. Inesistente al Senato, ininfluente alla Camera, se l’Unione di centro fosse stata estromessa pure dal parlamento europeo sarebbe diventata un partito-fantasma, tipo Rifondazione Comunista. Ma il presidente del consiglio aveva sopravvalutato la tenuta di Veltroni e dei suoi. Ai quali una simile legge elettorale sarebbe andata benissimo, ma non volevano metterci la faccia sopra. E siccome Berlusconi non aveva alcuna voglia di fare il lavoro “sporco” anche per loro, è finita che non se ne fa niente. In altre parole, l’Udc è salva. Non gode di ottima salute, ma le elezioni provinciali di Trento, dove assieme al Pd ha appena sconfitto il centrodestra, dimostrano che ha ancora qualcosa da dire. A questo punto, se Berlusconi vuole seguire la regola, deve provare a (ri) farseli amici.

Non sarà cosa facile. Intanto perché, se ai parlamentari di Forza Italia fai il nome di Casini, la mano di costoro corre subito alla fondina. Lo stesso Berlusconi ricorda ancora come un incubo gli anni di governo trascorsi con l’Udc impegnata a cuocerlo a fuoco lento, ed è convinto (ed è difficile dargli torto) che, se il suo esecutivo attuale sta combinando qualcosa, è proprio perché non ha chi gli mette i bastoni tra le ruote un giorno sì e l’altro pure. Certi rancori in politica contano, ma la storia insegna che ci si può chiudere un occhio sopra: il carteggio degli insulti tra Umberto Bossi e Berlusconi è lì a dimostrarlo. I sondaggi, del resto, non saranno sempre smaglianti come adesso, e verrà il momento in cui un alleato in più, almeno nelle elezioni locali, sarà decisivo. Già oggi, l’impressione è che il Pdl riesca a vincere quasi ovunque se Pd e Udc corrono separati, ma soffra parecchio, e rischi batoste tipo quella di Trento, se si presentano insieme. Le occasioni per replicare l’esperimento dello scorso fine settimana all’Udc non mancheranno. Prima dell’estate milioni di italiani saranno chiamati alle urne per rinnovare molte amministrazioni locali. L’Udc è per la politica delle mani libere: sceglie di volta in volta con chi allearsi, a seconda delle amicizie e di come gira il vento. In Abruzzo, dove il 30 novembre si vota per la Regione, correrà da sola, lontana dal candidato che Antonio Di Pietro ha imposto al Pd. A Bologna, Casini appoggerà invece il ritorno a sindaco di Giorgio Guazzaloca, assieme al Pdl.

Al momento, con Veltroni alla guida del Pd, l’ipotesi di un’alleanza stabile con l’Udc è remota. Ma il pendolo del potere, dentro al Partito democratico, ha già iniziato a oscillare, e punta dritto verso Massimo D’Alema e i suoi. I quali puntano proprio ad allargare il giro delle alleanze, includendo per prima l’Udc. I rapporti tra D’Alema e i casiniani sono già ottimi. Alla festa dell’Udc, la scorsa estate, l’omino coi baffi fu quasi portato in trionfo. Se l’asse tra Pdl e Pd per cambiare la legge elettorale delle europee non ha retto, parte del merito (o della colpa) va proprio a D’Alema. Del resto la legge elettorale che piace a lui, basata sul modello proporzionale tedesco corretto con una soglia di sbarramento attorno al 3% e il voto di preferenza, è la stessa che vuole l’Udc. Ed è sempre D’Alema quello che, come Casini, va in giro a dire che le elezioni si vincono conquistando gli elettori moderati.

Insomma, tutto lascia pensare che Berlusconi, nel momento stesso in cui ha rinunciato ad affossare l’Udc, si sia condannato a trattare con Casini, se non altro per sottrarlo all’orbita del Pd. Potrebbe persino essere un’esperienza meno spiacevole del previsto. Avranno tanti difetti, gli ex diccì, ma un tavolo attorno al quale discutere non lo negano a nessuno. Soprattutto, sono molto pragmatici. E oggi, tra Berlusconi e il Pd, non c’è dubbio che sia il presidente del consiglio quello che offre le maggiori garanzie. Coraggio, Cavaliere. In fondo, se l’è cercata lei.

© Libero. Pubblicato il 12 novembre 2008.

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sabato, febbraio 02, 2008

Se perdono loro non vale

di Fausto Carioti

Se perdiamo non vale. Così, storpiando Julio Iglesias, le macerie dell’Unione rotolano verso quella che si preannuncia come una batosta senza precedenti. Sono a picco nei sondaggi, anche in quelli dei quotidiani amici: secondo Repubblica, nell’ipotesi più plausibile, quella che vede il centrosinistra diviso e la Cdl candidarsi unita, il centrodestra conquista il 53,7% dei voti e l’attuale maggioranza arranca a quota 46%. Altre rilevazioni fotografano un divario ancora più ampio e, nelle regioni più popolate del Nord danno il centrosinistra sotto di venti o trenta punti. Sono lacerati al loro interno, assai più di quanto appaia a prima vista. Marco Damilano, sull’Espresso, ha appena raccontato l’applauso da stadio scattato alla fondazione del cinema per Roma quando il Senato ha staccato la spina al governo Prodi: a spellarsi le mani erano i fedelissimi di Goffredo Bettini, il braccio destro di Walter Veltroni. Quanto a Massimo D’Alema, forse annunciando la sua idea di far votare il prima possibile il referendum elettorale intendeva davvero mettere in crisi l’opposizione. Ma l’unico risultato che ha raggiunto è stato convincere Fausto Bertinotti a dichiarare chiusa la legislatura. Niente di strano, insomma, se la nuova linea di difesa che si sono scelti D’Alema e i suoi fidati dà già per scontata la sconfitta alle urne: il prossimo parlamento, sostengono costoro, sarà illegittimo.

L’appiglio è stato fornito dalla Corte costituzionale. La quale nei giorni scorsi, dichiarando ammissibile il referendum di Mario Segni e Giovanni Guzzetta, ha detto che l’attuale legge elettorale è «carente», poiché assegna il premio di maggioranza alla coalizione vincente indipendentemente dal raggiungimento di una quota minima di voti. Dentro al Pd non aspettavano altro. Il ministro degli Esteri ha spiegato, in una lettera al Corriere della Sera, che «le carenze e le incongruenze della legge elettorale gettano un’ombra sulla sua legittimità costituzionale». Il suo fedelissimo Nicola Latorre, parlando al Manifesto, ha minacciato un ricorso subito dopo le elezioni. Il presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, ha fatto lo stesso sul Sole-24 Ore: «Se venisse presentato un ricorso alla Consulta, è probabile che la Corte dichiarerebbe incostituzionale la legge. E la conseguenza sarebbe la fine della legislatura». Con la scusa di voler convincere Berlusconi ad accettare il governo Marini, gli si fa capire che, se non cede, a vittoria ottenuta gli scateneranno contro i giudici costituzionali.

Abituato ai magistrati del pool di Milano, Berlusconi non si è scomposto. Sia perché gli avvertimenti del Pd non hanno solidi fondamenti giuridici (come spiega bene in queste pagine il costituzionalista Nicolò Zanon). Sia perché le ragioni dei suoi avversari sono portate avanti in modo dilettantesco. Lo stesso D’Alema sostiene che, piuttosto che andare al voto subito con la legge in vigore, è meglio far votare prima il referendum. Peccato che, se si vuole dare retta alla Consulta, come lui dice di voler fare, la legge elettorale referendaria sia ancora più «carente» di quella attuale, poiché assegna il premio di maggioranza non alla coalizione che prende più voti, ma al singolo partito. Se voleva atteggiarsi a costituzionalista, Baffino doveva studiare meglio la pratica.

Anche Franco Marini ci mette del suo. Stamattina incontrerà i vertici di Confindustria e di altre associazioni datoriali. Poi sarà il turno dei sindacati. Gli agiografi di Marini ce la stanno vendendo come una mossa astuta, partorita dalla mente acuta del lupo marsicano, vecchio sindacalista. In realtà il suo è un gesto contraddittorio, che sconfessa quello che lo stesso Marini e Giorgio Napolitano hanno detto in questi giorni. Il presidente della Repubblica aveva spiegato che quello di Marini era un «mandato finalizzato a verificare la possibilità di riformare la legge elettorale». Ma questa è materia che riguarda solo le forze politiche e il Parlamento. Imprenditori e sindacati non c’entrano nulla. Certo, hanno interesse ad avere una legge elettorale che dia vita a governi stabili. Ma lo stesso interesse ce l’hanno, ad esempio, i proprietari d’immobili, che in Italia sono milioni. Eppure nessuno ha invitato i rappresentanti di Confedilizia. Ed è difficile dare torto al Forum delle Famiglie quando chiede a Marini di essere convocato «al pari di altre componenti sociali».

Diciamo allora che l’ex leader della Cisl sta cercando di capire se esistono margini per varare un “governo della concertazione”, con obiettivi più ampi di quelli dichiarati. Sapendo di non avere una maggioranza politica e probabilmente, al Senato, nemmeno una maggioranza numerica, prova ad accreditare il suo governo davanti a grandi imprese e sindacati come l’esecutivo delle riforme condivise, col quale un po’ tutti avranno qualcosa da guadagnare. Per poi mettere Berlusconi al bivio: sfidare un vasto blocco d’interessi (e i suoi organi d’informazione) o chinare il capo.

Ma il trucco, anche in questo caso, è pacchiano. Marini non ha convocato tutte le parti sociali. Abi e Ania, le due grandi associazioni che rappresentano banche e assicurazioni, pur essendo state interpellate dalle altre hanno scelto di non firmare l’appello. E Marini non le ha chiamate (la gaffe è tale che potrebbe ripensarci). Né, tra i tanti, è stata convocata la Confapi, la confederazione che, a differenza di Confindustria, difende solo le piccole imprese, e conta oltre un milione di associati. Confapi, guarda caso, ha chiesto un rapido ritorno alle urne per dare un governo stabile al Paese. Anche all’interno delle associazioni che hanno proposto di rinviare il voto abbondano le prese di distanza. Il caso più clamoroso è proprio quello di Confindustria, dove Emma Marcegaglia, ormai candidato unico alla successione di Luca Cordero di Montezemolo, ha detto che le riforme si potranno fare pure dopo le elezioni. Insomma, più che un vero blocco sociale, quello evocato dal presidente del Senato sembra il club degli amici del governicchio. Chiamare in causa solo loro per poi dire, come ha fatto ieri Marini, che la «totalità degli orientamenti» delle forze sociali è con lui, è facile e ridicolo allo stesso tempo.

© Libero. Pubblicato il 2 febbraio 2008.

Update. Come noto, nel frattempo, Montezemolo, nel suo colloquio con Marini, ha fatto marcia indietro: «Se non ci sono le condizioni per lunedì o martedì, e noi crediamo che non ci siano, non perdiamo tempo». Marini è messo sempre peggio. Si va al voto.

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lunedì, gennaio 21, 2008

Veltroni è pronto a uccidere la bozza Bianco

di Fausto Carioti

Nel momento più delicato della legislatura, una persona sola ha il cerino in mano: Walter Veltroni. Glielo hanno messo Romano Prodi e Silvio Berlusconi, e non hanno alcuna intenzione di levarglielo. In questa settimana si capirà se il leader del Pd si brucia le mani o è in grado di gestire la situazione. Il presidente del consiglio ieri, da Bologna, gli ha dato carta bianca: «Il mio compito», ha detto Prodi, «è definire la linea di governo, non di partito. Il resto è una decisione degli organi operativi del partito». Tradotto, vuol dire che Prodi rinuncia, almeno formalmente, a difendere i “nanetti” del centrosinistra che puntellano il suo governo, e lascia Veltroni libero di inseguire le sue voglie di bipartitismo. Sia candidando il Pd da solo, senza alleati, come Walter ha detto di voler fare; sia tirando dritto su una riforma elettorale che dia al partito che vince le elezioni il controllo del parlamento. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, infatti, la cosiddetta “bozza Bianco”, nella sua attuale formulazione, è data per morta dallo stesso segretario del partito democratico, che molto presto dovrebbe far recapitare a Berlusconi una nuova proposta, meno “proporzionale” del testo di cui si è discusso negli ultimi giorni.

Quello che Prodi pensa, per ora lo fa dire dai suoi fedelissimi, come Franco Monaco, autore ieri di un attacco durissimo a Veltroni: «Per anni abbiamo pensato e coltivato l’Ulivo come baricentro e timone di una più vasta alleanza di centrosinistra dentro un sistema bipolare. Ieri abbiamo appreso che quello di Veltroni è tutt’altra cosa. Chi e dove si è decisa tale radicale metamorfosi?». Insomma, il sindaco di Roma, anche dentro il suo partito, è un uomo solo, che gli altri mandano avanti con la speranza, nemmeno troppo celata, che si faccia del male. La battuta del senatore forzista Giorgio Stracquadanio fotografa bene la situazione: «Il Pd è un partito a vocazione maggioritaria, ma ha il problema non di non avere un segretario maggioritario».

Sull’altro fronte, quello delle trattative con Silvio Berlusconi, Veltroni paga il prezzo di dover fare il mazziere: lui ha il compito di distribuire le carte. Il leader di Forza Italia si limita a guardarle, sempre più pigramente: se gli vanno bene, continua a giocare, ma dopo aver ricordato al suo interlocutore che l’ipotesi di non raggiungere alcun accordo non lo spaventa affatto. Se mai dovesse porsi l’alternativa tra andare al voto e cambiare la legge elettorale, magari affidando un governo per le riforme a un tecnico (e tanto per cambiare gira il nome di Mario Monti), il Cavaliere punterebbe dritto sul ritorno alle urne.

Preso dai gravi problemi di salute della madre, Berlusconi ha affidato la partita con Veltroni alle mani abili di Gianni Letta e Gaetano Quagliariello. La linea è chiara: Forza Italia non è seduta al tavolo delle trattative con il Pd, non è corresponsabile delle proposte elaborate da Veltroni ai suoi. Ma si limita a riceverle e le ritiene accettabili solo se esse corrispondono a due requisiti. Primo: il nuovo sistema dovrà impedire che una forza politica minore possa essere decisiva per la sorti del governo. Secondo: il metodo elettorale del Senato non dovrà essere troppo dissimile da quello della Camera. Spiega Quagliariello: «Il nostro comportamento è stato assolutamente lineare. Abbiamo detto sì a una proposta iniziale che ci hanno fatto e abbiamo giudicato le altre ipotesi in base ai principi su cui si basava la prima proposta. È quanto continueremo a fare se saremo chiamati a valutare altre ipotesi».

La notizia di queste ore è che la “bozza Bianco”, anche nella sua seconda versione, modificata per venire incontro alle esigenze di Rifondazione comunista e Udc, può ritenersi morta e sepolta. È giudicata troppo “tedesca”, cioè troppo proporzionale, e non in grado di dare vita a maggioranze stabili. Non solo da Berlusconi. Un uomo vicinissimo a Veltroni, il costituzionalista Stefano Ceccanti, ieri l’ha bocciata senza rimedio: «Andare da soli alle elezioni significa davvero liberarsi da alleanze coatte, disomogenee, solo se il sistema elettorale, unito alle norme regolamentari e costituzionali, designa chiaramente un vincitore, funziona cioè in termini selettivi. Se invece il sistema si limita a fotografare i voti in seggi, visto che è altamente improbabile che un partito da solo ottenga la maggioranza assoluta dei voti, si finisce per realizzare alleanze coatte post-elettorali. I contenuti concreti della seconda bozza Bianco non evitano questo esito». Gli stessi veltroniani ormai ammettono di preferire, alla bozza Bianco, il sistema elettorale disegnato dal referendum, che introduce, sebbene in modo raffazzonato, un sistema basato su due partiti. Niente esclude, poi, come ricordato da Ceccanti, di rimettere mano alla legge il giorno dopo la consultazione.

Ai problemi di merito si aggiungono quelli di metodo: in commissione Affari costituzionali, dove la bozza di legge elettorale elaborata dal presidente Enzo Bianco dovrebbe essere discussa a partire da domani, si contano 14 senatori contrari e 13 favorevoli al testo. Anche se un senatore, magari di qualche “cespuglio” della sinistra, dovesse passare tra i favorevoli e ribaltare i rapporti di forza, l’ostruzionismo di Forza Italia, da solo, basterebbe a impaludare la proposta. Peraltro, regolamento alla mano, la bozza è inemendabile.

Per questo, entro pochi giorni - forse già oggi - Salvatore Vassallo e gli altri costituzionalisti del Pd dovrebbero far arrivare a Letta e Quagliariello una nuova proposta, più vicina alle esigenze di Forza Italia e degli stessi veltroniani. Quale e di che tipo, è tutto da vedere: i margini di manovra appaiono risicatissimi. Martedì i senatori del Pd incontreranno Veltroni per discutere proprio della riforma elettorale: si prevede tempesta. La bozza Bianco dovrebbe essere votata in commissione il giorno dopo, ma a questo punto è probabile che tutto slitti. Anche perché mercoledì, a palazzo Madama, si voterà la mozione di sfiducia contro Alfonso Pecoraro Scanio, che già promette abbastanza emozioni per tutti.

© Libero. Pubblicato il 21 gennaio 2008.

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mercoledì, dicembre 12, 2007

Legge elettorale, partenza sbagliata

di Fausto Carioti

La sfida che attende Silvio Berlusconi e Walter Veltroni è di semplice lettura. O riusciranno a introdurre una legge elettorale che consentirà al partito che vince le elezioni di governare senza essere appeso ai veti degli alleati. E questo sarà possibile solo grazie a una qualche forma di premio di maggioranza. Oppure avranno perso la partita. Con loro, il paese avrà perso un’occasione storica. E nei prossimi anni, a palazzo Chigi, assisteremo a tante repliche tristi del copione visto sino ad oggi, con i veti incrociati nella maggioranza che bloccano ogni progetto degno di questo nome, dalle riforme economiche alla posa di un semplice binario.

Davanti agli alleati si può indorare la pillola finché si vuole, ma non si possono cambiare le leggi dell’aritmetica. Per governare senza essere condizionati dagli altri, i leader dei due partiti opposti e rivali hanno bisogno di avere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Devono, cioè, essere sovra-rappresentati rispetto al loro reale peso elettorale, che oggi si aggira tra il 30 e il 35 per cento. Perché ciò avvenga, è necessario che le altre sigle politiche abbiano, al contrario, una percentuale di parlamentari inferiore a quella dei loro voti.

Non è un insulto alla democrazia, come i partiti piccoli e medi vogliono far credere. Al contrario: è proprio quello che accade nelle grandi democrazie. In Inghilterra e in Francia, Tony Blair e Nicolas Sarkozy, alla guida di partiti che valgono all’incirca il 35% dei voti, hanno avuto in parlamento un’ampia maggioranza assoluta. In Spagna il meccanismo elettorale, di fatto, taglia fuori dalla rappresentanza i partiti che non raggiungono il 15% dei voti, e consente a partiti che si avvicinano al 40% dei consensi di avere la maggioranza assoluta dei parlamentari.

Paragonata a questi modelli, la proposta di riforma delle legge elettorale scritta da Enzo Bianco, presentata ieri, è una delusione. Perché ripropone tutti i difetti delle leggi elettorali viste all’opera sinora in Italia, con i pessimi risultati che tocchiamo con mano da anni. Nonostante gli strepiti che ha sollevato, il testo di Bianco, sul quale convergono i consensi di Veltroni e di Berlusconi, prevede un proporzionale senza alcun premio di maggioranza, limitandosi ad avvantaggiare i grandi partiti introducendo collegi elettorali sul modello di quelli spagnoli. Questi, in teoria, sotto-rappresentano i partiti minori a vantaggio dei più grandi. Ma questo “premio di maggioranza implicito” scatta solo se le circoscrizioni sono numerose e molto piccole. Per garantire risultati simili a quelli visti in Spagna, infatti, il modello di Bianco dovrebbe prevedere almeno 48 circoscrizioni. Ne contempla, invece, solo 32.

Anche se è una semplice base di discussione, insomma, la proposta di Bianco è una partenza col piede sbagliato, perché non sotto-rappresenta i piccoli partiti né avvantaggia i grandi. Almeno non quanto avvenga nelle democrazie più serie, i cui sistemi elettorali hanno mostrato di garantire una governabilità e una stabilità che Berlusconi e Veltroni si sognano. Ma se vorranno davvero avere la stessa forza politica e la stessa capacità di cambiare il paese mostrata da Blair in Inghilterra e da Sarkozy in Francia, il leader del popolo delle libertà e quello del partito democratico dovranno contare su una forza parlamentare paragonabile a quella del governo inglese e di quello francese.

© Libero. Pubblicato il 12 dicembre 2007.

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