martedì, novembre 18, 2008

Il Ground zero della sinistra

di Fausto Carioti

Ministri di Romano Prodi che parlano male delle scelte di Romano Prodi. Presunti talenti della politica, portati alla ribalta da Walter Veltroni, che dicono peste e corna delle proposte del loro mentore. A ben guardare la casa delle libertà, quella vera, dove ognuno fa quello che gli pare, è il Partito democratico. L’ultima occasione è il nuovo libro di Francesco Delzio, top manager di Piaggio ed ex direttore dei Giovani di Confindustria. S’intitola "Politica ground zero", lo ha appena stampato Rubbettino e costa 12 euro.

Il precedente libro di Delzio, "Generazione Tuareg", fu un piccolo caso editoriale citato da tanti, a destra come a sinistra (più di tutti ne parlò Gianfranco Fini), ed è normale che su questo nuovo saggio ci siano parecchie aspettative. Che non restano deluse. La tesi di Delzio è che si rischia, tempo qualche decennio, un mondo senza politica, almeno «nella sua forma più celebrata, la Democrazia. Troppo costosa, troppo inefficiente, troppo autoreferenziale. È stato un bel gioco, ci siamo divertiti tutti in quelle seratone elettorali vissute al cardiopalma per un exit poll sbagliato o per uno 0,2% in più conquistato dal partito del cuore. Ma ora basta, siamo nel 2050, non è più tempo di fiction». Si può evitare questo futuro, sostiene Delzio, soprattutto grazie ai leader carismatici, liberi dai vecchi paraocchi ideologici e capaci di risvegliare la passione per la politica. Personaggi come il presidente eletto americano, Barack Obama, il gaullista francese Nicolas Sarkozy o il quarantenne David Cameron, leader dei conservatori britannici.

E in Italia? Ecco, qui viene il bello. Silvio Berlusconi ormai è un fuori quota, tanto da essere paragonato nel libro a Napoleone III “le petit”, imperatore di Francia: ambizioso, populista, amante dello spettacolo, edificatore della grande Parigi dei boulevard, realizzatore della rete ferroviaria francese e autore di riforme importanti per il credito e l’industria. Resta da capire cosa c’è a sinistra. Delzio fa parlare otto donne dei due schieramenti, impegnate nella politica. Manco a dirlo, le cose peggiori sui leader del centrosinistra arrivano dalle esponenti dell’opposizione.

Linda Lanzillotta, ad esempio, fu ministro degli Affari regionali nel governo Prodi. Ecco cosa dice del suo presidente del consiglio e del più importante dei ministri di quell’esecutivo: «È stato un grande errore di Prodi voler affidare tutta la linea di politica economica a tecnici, perché esercitando quel livello di responsabilità si compiono scelte politiche a tutto tondo. E, non a caso, le uscite pubbliche del ministro Padoa Schioppa non portavano consenso».

Seppellito il responsabile dell’Economia, tocca dare il colpo di grazia a Prodi. Il quale, per una scellerata coincidenza, nei giorni scorsi si è attribuito il merito di aver rimosso i rifiuti dalla Campania: «Napoli l’abbiamo pulita noi, Berlusconi l’ha solo lucidata». La Lanzillotta, però, ricorda una storia ben diversa. La storia di un esecutivo dove qualcuno voleva fare le cose, ma alla fine vincevano sempre quelli del “no”. «La sopravvivenza quotidiana del governo Prodi è prevalsa sulla possibilità di spiegare direttamente al Paese le riforme che non piacevano alla sinistra conservatrice», racconta la Lanzillotta a Delzio. «L’emergenza dei rifiuti in Campania, per esempio, è stata avviata a soluzione dal governo Berlusconi mettendo in atto il piano che era già stato elaborato da Bertolaso su incarico del nostro governo, ma che noi non abbiamo potuto realizzare a causa dell’opposizione di Pecoraro Scanio». E tanti saluti alla “politica del fare”.

Ce n’è anche per Veltroni. Alessia Mosca, classe 1975, ricercatrice dell’Arel, il centro studi fondato da Nino Andreatta, è stata prima nominata responsabile Welfare del Pd, quindi portata in Parlamento grazie al vituperato sistema elettorale delle liste bloccate. Il suo è uno dei volti nuovi che Veltroni ha voluto lanciare per rendere il partito, se non più giovane, almeno più giovanile. Commentando la proposta di Veltroni per assegnare ai precari un «salario minimo legale» di mille euro al mese (costo per il contribuente: 50 miliardi di euro), la Mosca lo massacra così: «Ero contraria alla proposta del salario minimo. Durante la campagna elettorale cercavo di non parlarne, perché credo non sia una proposta riformista, ma un provvedimento di facciata, che aiuta poco o nulla i precari e non favorisce lo sviluppo del mercato del lavoro. Non è flessibilità, non è sicurezza. Oggi qualcuno vorrebbe ri-presentarla come disegno di legge al Senato, come provvedimento-bandiera del partito: io sono contrarissima».

E va bene la libertà di pensiero e di mandato, ma non si è mai visto un partito fondato sull’anarchia e lo sputtanamento dei suoi leader vincere alcunché e produrre qualcosa di diverso dal disorientamento degli elettori. Il “ground zero” della politica, almeno nella sinistra italiana, si spiega soprattutto così.

© Libero. Pubblicato il 18 novembre 2008.

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giovedì, novembre 13, 2008

L'autunno della Mortadella

di Fausto Carioti

Ma chi glielo ha fatto fare? Perché i suoi amici non gliel’hanno impedito? E la signora Flavia, come mai non gli ha detto nulla, che le brave mogli dovrebbero servire proprio a evitare ai mariti certe figuracce senili e rancorose? I fratelli, che ne ha un’intera squadra di calcio, perché non gli hanno spiegato, in tono gentile e con caute perifrasi, che così diventa ridicolo? Insomma, Romano Prodi domenica sera torna a mostrare il suo faccione in televisione (Raitre, “Report”, ore 21.30: i masochisti prendano appunti) e la sua rentrée ha già il sapore di una tragedia umanitaria.

È un classico caso da manuale di psichiatria geriatrica. Lui è andato in pensione, il lavoro e il potere gli mancano, nessuno lo cerca più, i colleghi di un tempo lo hanno dimenticato, i leccaculo che lo circondavano si dedicano ad altre terga. Sic transit gloria mundi. Poi vede che quello che ha preso il suo posto a palazzo Chigi, il nemico di sempre, tira dritto come un treno e macina consensi. E il livore cresce, e si mischia alla frustrazione. Per carità, è molto umano che uno che ha perso così tanto in così poco tempo serbi rancore, e si consoli imbellettando i suoi ricordi. Ma lo status di ex presidente del consiglio e il ruolo che ha avuto per il centrosinistra italiano gli imporrebbero più contegno di quello richiesto a un comune mortale. Rosichi da impazzire? Pazienza, tienitelo per te. Se proprio vuoi parlare a tutti, fallo per atteggiarti a padre nobile del pensiero progressista. Gli argomenti non mancano: ci sono le grandi riforme istituzionali. Il federalismo fiscale. Barack Obama. Il Medio Oriente. Le energie del futuro. Ma l’immondizia, sant’iddio, quella no.

E invece, pover’uomo, ecco cosa si è ridotto a dire nell’intervista registrata da Report: «Berlusconi dice che in 58 giorni ha sgombrato Napoli? Non lo avrebbe mai potuto fare se non fosse stata pulita quasi per la totalità. Si può dire che noi l’abbiamo pulita, lui l’ha lucidata». Capito? Il merito è tutto suo, di Prodi. E chissà come se lo spiega, il fatto che non se ne sia accorto nessuno. Ma proprio nessuno-nessuno. Non i giornali americani, tipo Newsweek, che hanno dato il merito a Silvio Berlusconi. Non i napoletani, che alle elezioni hanno preso a cozze in faccia i candidati del centrosinistra. E men che meno quelli del suo ex partito, il Pd, che hanno fatto una televisione, la veltroniana Youdem, apposta per convincere gli italiani (i cinque o sei che la guardano, quantomeno) che Napoli è rimasta una pattumiera, insomma non è mai stata liberata dai rifiuti da Berlusconi, figuriamoci da Prodi. Altro che «pulita e lucidata». Ecco, se solo si mettessero d’accordo prima, sulla versione da dare, forse risulterebbero un po’ più credibili tutti quanti.

E l’esercito in Campania? Anche qui, manco a dirlo, è lui che dobbiamo ringraziare. «Lo abbiamo mandato noi, ha lavorato sotto il mio governo, ha lavorato bene», giura Romano. Vagli a spiegare che Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, ha appena raccontato tutta un’altra storia: «Durante il governo Prodi mi rivolsi al capo di Stato maggiore della Difesa, l’allora ammiraglio Giampaolo Di Paola, mio amico e personaggio di grandissima levatura. Proprio nel momento più difficile del mio lavoro, gli chiesi se potevo avvalermi dell’esercito per rimuovere la spazzatura e predisporre il sito di Valle della Masseria, dando un colpo d’ala importante al lavoro che stavo facendo. Giampaolo mi rispose: “Guido, i soldati non possono fare gli spazzini”».

Persino Antonio Bassolino, uomo di sinistra e governatore della Campania, ha detto che ai tempi di Prodi i soldati se li sognava: «Allora certi strumenti, penso all’utilizzo dell’esercito, non potevano essere messi in campo. Quella di Prodi era una maggioranza troppo eterogenea, contraddittoria. Le soluzioni le avevamo prospettate anche allora, solo che non potevamo esercitare i nostri poteri per i continui veti che alcuni rappresentanti dell’allora coalizione ci imponevano». Insomma, magari Prodi, nel suo piccolo, voleva pure. Ma non poteva, perché i suoi alleati non glielo permettevano. C’è voluto il decreto varato a maggio dal governo Berlusconi, che ha trasformato le discariche e i termovalorizzatori in «zone militari di interesse strategico nazionale», per rendere visibile ed efficace la presenza dei ragazzi in divisa.

Ma tutto questo Prodi non lo sa. O finge di non saperlo. Forse, chissà, finge pure con se stesso. Viene quasi da commuoversi, a vederlo ridotto così. Quasi.

© Libero. Pubblicato il 13 novembre 2008.

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sabato, novembre 08, 2008

Il gusto democratico per la miseria genuina

Lo scienziato Roberto Defez, su Left Wing, fa doverosamente a pezzetti le balle che Vandana Shiva ha appena raccontato al salone del gusto di Torino, e che il servizietto pubblico d'informazione, tramite l'immancabile Tg3, ha provveduto a rilanciare in tutte le case. Avete presente la storia per cui «semi sterili ogm hanno causato in questi anni centomila suicidi tra i contadini indiani»? Ecco, quella roba lì. Una storia che non sta proprio in piedi. Dimenticavo: Vandana Shiva era uno dei "docenti" invitati alla scuola estiva del Pd. Defez, scienziato serio appartenente alla sinistra moderna, ovviamente no. Ma quant'è evoluto questo Pd.

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venerdì, novembre 07, 2008

Il nero Veltroni

di Fausto Carioti

«I care. We can. They win». Difficile trovare per Walter Veltroni una sintesi migliore di quella che Edmondo Berselli gli ha dedicato nel suo ultimo libro. «I care» è lo slogan che Veltroni scelse nel 2000 per il congresso torinese dei Ds. Ideato oltre mezzo secolo fa dai movimenti “impegnati” americani, era già stato adottato da don Lorenzo Milani, anch’egli, a sua volta, oggetto dei plagi veltroniani. «We can», come sanno anche i sassi, è il grido di battaglia che ha portato Barack Obama a essere eletto presidente degli Stati Uniti: Veltroni s’è fregato pure questo. «They win», infine, è l’esito spietato di tutti questi scimmiottamenti: perché poi, anche nel mondo a tinte pastello di Walter, alla fine sono sempre gli altri che vincono.

Persino questa storia dal finale triste, però, ha il suo lato divertente: come il coyote dei cartoni animati, Veltroni non si arrende mai, ogni puntata ha un nuovo entusiasmo che lo spinge a tirare avanti. Adesso è diventato il primo degli “obamaniacs”. Ha vinto Barack, e quindi, per Walter, è come se avesse vinto lui. Non scherza, fa sul serio: «Obama è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico», ha detto Veltroni a Repubblica. In compenso uno che scherza davvero, come Silvio Berlusconi, il quale ieri ha definito «bello, giovane e abbronzato» il nuovo presidente americano, viene preso drammaticamente sul serio e fatto oggetto dei prevedibilissimi attacchi del Pd per aver alluso al colore della pelle di Barack. Passati i festeggiamenti per Obama e terminate le urla d’indignazione per il politicamente scorretto Berlusconi, qualcuno, con il dovuto tatto, dovrà mettere sulla scrivania di Veltroni l’elenco dei leader del «pensiero democratico» (qualunque cosa esso sia) che hanno fatto a pezzi la sinistra italiana. Dal precedente innamoramento di Walter, John Fitzgerald Kennedy, che all’inizio degli anni Sessanta avviò l’escalation militare americana in Vietnam, sino a Bill Clinton, l’uomo che spedì i bombardieri dell’Alleanza atlantica in Kosovo.

Adesso, per esempio, Veltroni è in brodo di giuggiole perché finalmente gli Stati Uniti hanno un presidente più incline al multilateralismo. Cioè uno che ritiene importanti le Nazioni Unite, gli altri organismi internazionali e i Paesi alleati. Bello, no? In teoria, sì. In pratica, dipende. Perché l’Unione europea, l’Italia e gli altri Paesi avranno un po’ più voce in capitolo. Ma dovranno meritarselo. Obama lo ha già messo nero su bianco. Nella lista delle cose da fare che ha preparato assieme al futuro vicepresidente, Joe Biden, ha scritto: «Le alleanze tradizionali dell’America, come la Nato, devono essere trasformate e rafforzate, anche su materie di sicurezza comune come l’Afghanistan, la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo. Rinnoveremo le alleanze e ci assicureremo che i nostri alleati contribuiscano con una giusta quota alla nostra sicurezza reciproca». Se non fosse chiaro, vuol dire che Obama chiederà a noi e agli altri Paesi di fare di più. Cioè di mandare più soldati e più mezzi e di usarli per operazioni più pericolose. Iniziando da Kabul.

Domanda: Veltroni e il suo partito sono pronti per tutto questo? Ma figuriamoci. L’ultima volta che si è parlato di Afghanistan in Parlamento è stato a fine settembre. Il governo aveva appena annunciato l’invio di quattro aerei militari Tornado, per usarli in compiti di semplice osservazione. Tanto è bastato al Pd per insorgere. Proprio perché conosce i suoi alleati, Obama non esclude di fare di testa sua. «Nessun presidente deve mai esitare a usare la forza - unilateralmente, se necessario - per proteggere l’America e i nostri interessi vitali quando siamo attaccati o oggetto di minacce imminenti», si legge nel suo programma. Parole da tenere a mente quando il successore di George W. Bush prenderà in mano il dossier del nucleare iraniano, che ha già detto di voler affrontare in modo «aggressivo». Insomma, ci sarà da divertirsi. Non a caso il comico Michael Moore, che conosce Obama un po’ meglio di Veltroni, lo ha paragonato a un «falco conservatore».

Ma Veltroni ormai non lo ferma più nessuno. Il suo è un entusiasmo facile come una canzone di Jovanotti e leggero come Piero Fassino. «Berlusconi blocca gli accordi di Kyoto mentre Obama punta sull’ambiente come fattore di crescita», dice Walter. Bravo. Peccato si sia scordato di aggiungere che il suo idolo può permettersi certi lussi perché il 19 per cento dell’energia americana è generato da 104 reattori nucleari, che producono elettricità a buon mercato e senza immettere “gas serra” nell’aria. Tanto che il nuovo presidente non ha alcuna intenzione di spegnerli. Anzi: già parla di «espandere l’energia nucleare» quando avrà trovato un modo più sicuro per tenere le scorie radioattive lontane dai terroristi. Per il resto, più energia eolica e più pannelli solari, certo. Ma soprattutto più carbone pulito: Obama ha in agenda la costruzione di cinque centrali a carbone con nuove tecnologie per catturare l’anidride carbonica. Anche qui, Veltroni è pronto a seguire il suo modello? Macché. L’ultima volta che il Pd si è trovato davanti alla proposta di costruire una centrale a carbone pulito è stato a Reggio Calabria, venti giorni fa. La giunta regionale, guidata dall’esponente del Pd Agazio Loiero, ha detto: «No, we can’t», quella centrale non si può fare. L’America è lontana. E tanti saluti a Obama.

© Libero. Pubblicato il 7 novembre 2008.

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mercoledì, ottobre 22, 2008

Difendiamo la Costituzione: chiamiamo i celerini

Silvio Berlusconi ha detto che intende usare la polizia per impedire occupazioni e picchetti nelle università. Walter Veltroni, per queste parole, gli ha dato del “provocatore”. Un’uscita, quella di Veltroni, che si spiega solo con la malafede. Qui non c’entra lo Stato forte. C’entra la Costituzione italiana, quella che a sinistra trattano come un muftì tratta il Corano.

La Costituzione tutela il diritto (che è cosa diversa dall’“obbligo”) allo sciopero (articolo 40). Ma tutela anche il diritto al lavoro (articolo 4), che in questo caso è il diritto di professori e personale non docente a entrare nelle scuole e negli atenei per lavorare, senza che i picchetti degli squadristi rossi lo impediscano. E tutela il diritto e l’obbligo all’istruzione (articolo 34), che nel caso in questione diventa il diritto dello studente che non aderisce allo sciopero a entrare regolarmente in classe.

Dove stia la “provocazione” nel voler far rispettare la Costituzione, difendendo tutti i diritti che questa prevede, e non solo quello allo sciopero, lo sa solo quel disperato di Veltroni.

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lunedì, ottobre 20, 2008

Crisi d'identità

Sembra Giovanni Cobolli Gigli, ma è Walter Veltroni. L'ultima uscita del segretario del Pd è che, senza il suo appoggio, Antonio Di Pietro non vincerà mai alcuna elezione amministrativa. Dichiarazioni buone per l'ultimo dei cespugli, non per il partito erede del Pci e della Dc. Qualcuno dotato di pazienza e parole semplici spieghi a Veltroni che è lui quello che deve puntare a vincere le elezioni, e gli alleati minori sono quelli che debbono aiutarlo nell'impresa. Non viceversa.

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domenica, ottobre 12, 2008

Guerra tra poveri a sinistra

di Fausto Carioti

Per quanto ardite siano le fantasie di Silvio Berlusconi, un’opposizione così va al di là dei suoi sogni. Ieri, ad esempio, sono scesi in piazza l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e quella sinistra che nel resto del mondo occidentale ormai appare solo su History Channel (Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani). Tutti convinti che Berlusconi sia il peggiore essere umano del pianeta, tutti impegnati a gridare che l’Italia è a un passo dalla dittatura. Pur accomunati da un’analisi tanto profonda, i due gruppi si sono guardati bene dallo scendere in piazza insieme: da una parte gli agitatori di manette, con il lodo Alfano nel mirino, dall’altra le panciere rosse, incavolate con la politica economica del governo, al quale imputano il crollo della Borsa di questi giorni e probabilmente anche quello del 1929.

Perché gente simile non è scesa in piazza insieme? Semplice, perché presto si vota per le amministrative e per il parlamento europeo, e quello che si è visto ieri era l’inizio di una campagna elettorale nella quale i partiti di sinistra dovranno contendersi con le unghie i pochi voti accreditati all’opposizione. Per molti è una questione di sopravvivenza: se le sigle extraparlamentari, come oggi sono Rifondazione comunista, Pdci e Verdi, non otterranno nemmeno un seggio alle europee, il rubinetto dei finanziamenti pubblici si chiuderà a partire dal 2011. Insomma, si insulta Berlusconi, ma in questa guerra tra poveri il nemico vero è quello che a Montecitorio sta seduto a due metri da te: vietato confondersi con lui.

Come sempre poi, quando le cose vanno male e i soldi scarseggiano, c’è spazio per odii e antipatie interne. Il segretario rifondarolo Paolo Ferrero e il suo rivale Nichi Vendola si detestano al punto che ieri hanno dovuto sfilare il più lontano possibile l’uno dall’altro. La ruspante “base” del partito, che certe esigenze di etichetta non le aveva, ha invece contestato in piazza Fausto Bertinotti, perché pochi giorni fa aveva giudicato «indicibile» la parola comunismo. Mentre Oliviero Diliberto, per salvare dall’estinzione il suo partitino, chiede di farlo accoppiare con quello di Ferrero prima delle europee. Una proposta che fa venire il mal di pancia al segretario di Rifondazione, il quale la prenderà in considerazione solo se si troverà puntata alla tempia la soglia di sbarramento del 5%.

A completare il quadro da sogno del Cavaliere ci pensa il Partito democratico, che ha indetto una manifestazione distinta da quella delle altre due sinistre, per il 25 ottobre. Il senatore Enrico Morando aveva spiegato che «non sarà anti-governativa», beccandosi una salva di pernacchie dai suoi colleghi di partito. Poi è partita la querelle su Annozero, la trasmissione di Michele Santoro, dove sono andate in onda interviste ad attori che ripetevano “rivelazioni” ottenute da fonti anonime, si può immaginare quanto attendibili. Il senatore Marco Follini ha chiesto subito ai vertici della Rai di reprimere questo «malvezzo». Panico nel Pd: proprio con Santoro doveva andarsela a prendere questo? Qualcuno prova a dire che Follini ha parlato a titolo personale. Senonché Follini non è un senatore qualsiasi, ma il responsabile del Pd per l’informazione. E dire che parla a titolo personale su certe cose fa un po’ ridere. «Ci riesce sempre più difficile capire», ha commentato, depresso, l’ulivista Franco Monaco. Berlusconi può dormire tra due guanciali.

© Libero. Pubblicato il 12 ottobre 2008.

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venerdì, ottobre 03, 2008

Il problema dei decreti c'è sempre stato e la sinistra ha fatto ben di peggio

di Fausto Carioti

Difficile prendere sul serio Walter Veltroni che si atteggia a leader dell’opposizione di un Paese a democrazia limitata. Il segretario del Pd grida al golpe strisciante perché il governo lascia al parlamento solo le briciole dell’attività legislativa. In un’intervista all’Espresso, si spinge a negare a Silvio Berlusconi il diritto di farsi eleggere al Quirinale come ogni altro cittadino. Ma uno come lui, quando lancia simili allarmi non può essere credibile. Per almeno due motivi.

Primo: quello che sta facendo il governo attuale sul piano legislativo lo hanno fatto tutti i governi degli ultimi decenni. Durante la scorsa legislatura, nei primi 365 giorni del governo Prodi, furono approvate in Parlamento solo 36 leggi: ben 22 di queste, cioè il 61%, erano conversioni di decreti legge fatti dal governo. Tanto che Gennaro Migliore, capogruppo rifondarolo alla Camera, a un anno dall’insediamento del governo lamentava «il ricorso esagerato alla decretazione d’urgenza». Lo stesso Giorgio Napolitano, in quei giorni, dovette intervenire (non era la prima volta) per chiedere «il rispetto dei limiti posti dall’articolo 77 della Costituzione», ovvero di quelle caratteristiche di straordinaria «necessità e urgenza» che i decreti legge in teoria dovrebbero avere sempre, ma che molto spesso non possiedono, poiché servono solo a legare le mani al Parlamento.

A dirla tutta, la scorsa legislatura si fece di molto peggio. Siccome ogni volta che a palazzo Madama si andava alla conta Romano Prodi rischiava di tornare a Bologna da disoccupato, si decise che il Senato doveva riunirsi, e soprattutto votare, il meno possibile. Così le leggi venivano fuori col contagocce. Quel parlamento, guarda caso, segnò il record negativo della produttività sia calcolando le leggi approvate, sia contando le sedute d’aula. E quando proprio non si poteva non votare, il provvedimento su cui l’aula di palazzo Madama era chiamata a decidere veniva blindato mediante la fiducia. Il parlamento, insomma, era davvero svuotato di potere e dignità, ma per Veltroni era tutto normale. Il secondo motivo per cui il segretario del Pd non è credibile è che il Pdl gli ha messo sul piatto un modo per ridurre i decreti del governo, limitandoli a quei «casi straordinari di necessità e d’urgenza» previsti dalla bibbia costituzionale. È una modifica del regolamento parlamentare, proposta dai senatori Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. In sostanza, «la quota prevalente del tempo di lavoro» dell’assemblea sarebbe dedicata ai «disegni di legge segnalati dal governo, mantenendo una quota residuale a disposizione dell’opposizione»; i disegni di legge che costituiscono attuazione del programma di governo dovrebbero essere approvati o respinti entro sessanta giorni; per questi provvedimenti e quelli di natura finanziaria il governo sarebbe libero di chiedere il “voto bloccato”, rendendo così impossibile ogni emendamento.

In cambio, sarebbe istituzionalizzata la figura del capo dell’opposizione, che avrebbe poteri di controllo nei confronti del premier e potrebbe chiedere la diretta televisiva per una seduta parlamentare al mese; i “ministri ombra” avrebbero una posizione privilegiata nei lavori parlamentari; l’intera opposizione avrebbe maggiori risorse umane e finanziarie e più poteri di ispezione e controllo. Questa proposta di modifica dei regolamenti è frutto dell’incontro che Berlusconi e Veltroni ebbero prima che iniziasse la campagna elettorale e dei tanti colloqui che ne seguirono tra il costituzionalista di Veltroni, Salvatore Vassallo, e il plenipotenziario di Berlusconi, Quagliariello. Eppure, sino a oggi, dal Pd hanno respinto l’offerta di cambiare i regolamenti parlamentari.

La verità è che solo così Veltroni può ritorcere contro Berlusconi il suo decisionismo (la caratteristica che gli italiani più stanno apprezzando), presentarlo come una minaccia alla istituzioni e sostenere che uno come lui non potrà fare il presidente della Repubblica perché al Quirinale servono «figure che garantiscano la Costituzione». L’esatto contrario di quanto detto da Massimo D’Alema, il quale - bontà sua - aveva fatto sapere che «Berlusconi può candidarsi al Quirinale come chiunque». Ma Veltroni ha tutto l’interesse a mantenere alta la tensione. Almeno sino al 25 ottobre, quando è prevista la manifestazione di protesta del Pd contro il governo. Per portare in piazza quanta più gente possibile, dovrà mostrarsi intransigente su tutto e, almeno fino a quel momento, farà a gara con Antonio Di Pietro a chi la spara più grossa.

Intanto, eserciterà tutta la pressione possibile sul presidente della Repubblica e sui presidenti dei due rami del parlamento. Farà appello al loro orgoglio e alla costituzione per condizionare il loro comportamento e volgerlo contro Berlusconi. Veltroni può già sventolare l’impegno assunto ieri da Gianfranco Fini, terza carica dello Stato, di «far sentire la voce della Camera» se il governo farà un «abuso» di decreti legge. Ma al momento né lui né Napolitano, e tantomeno il forzista Renato Schifani, presidente del Senato, sentono la necessità di intervenire. Qualunque cosa possano pensare di Berlusconi, prima di prestarsi a un gioco così sfacciato come quello di Veltroni ci penseranno due volte.

© Libero. Pubblicato il 3 ottobre 2008.

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venerdì, settembre 19, 2008

Anche De Benedetti scarica Veltroni

di Fausto Carioti

Gli elettori sono tutti uguali, specie a sinistra. Ma alcuni, pure lì, sono un po' più uguali degli altri. Carlo De Benedetti, ad esempio, non è un qualunque elettore del partito democratico. Non tanto per il suo patrimonio o per il fatto di essere l'editore di Repubblica, dell'Espresso e di una sfilza di quotidiani locali, tutti più o meno simpatizzanti per il centrosinistra. Ma perché lui, l'Ingegnere, del Pd è stato un po' il padre che gli ha trasmesso la scintilla della vita, un po' l'ostetrica che l'ha aiutato a venire al mondo. Amante della politica intesa come confronto tra grandi progetti, innamorato della democrazia americana, di convinzioni solidamente liberal (anche se questo non gli impedisce di essere amico del repubblicano George Bush, padre dell'attuale presidente americano), De Benedetti viaggia dieci anni in anticipo rispetto alla classe politica del centrosinistra italiano. È stato lui il primo a spingere, seguito dai suoi giornali, affinché anche dalle nostre parti si creasse qualcosa di simile al grande partito che fu di Thomas Jefferson e di Franklin Delano Roosevelt, e che ora prova a lanciare Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Così, le parole con cui ieri De Benedetti ha detto di non avere alcuna intenzione di prendere la tessera del partito democratico di Walter Veltroni, malgrado la “normalità” con cui lui stesso cerchi di avvolgerle, hanno il sapore amaro del sogno che si rompe. E suonano come l'ennesimo attestato ufficiale di delusione recapitato all'indirizzo del segretario del Pd.

Tre anni fa la musica era molto diversa. Era il 30 novembre del 2005. Al governo c'era Silvio Berlusconi, ma si sarebbe votato di lì a pochi mesi e già si dava per scontato l'arrivo di Romano Prodi a palazzo Chigi, come infatti avvenne. Il Pd era ancora un disegno abbozzato. De Benedetti si presentò al convegno di “Idee”, una fondazione vicina alla Margherita, per discuterne proprio con Veltroni e con Francesco Rutelli, i due esponenti del centrosinistra più coinvolti nel progetto. Il giorno dopo, i quotidiani titolarono che De Benedetti aveva prenotato la tessera numero 1 del futuro partito. In realtà il presidente della Cir aveva detto qualcosa di un po' più complesso. Lo spiegò bene - per ovvi motivi - proprio la cronaca di Repubblica. Rileggiamola: rivolto a Veltroni e Rutelli, De Benedetti «lancia un appello urgente: svecchiate la politica, perché l'Italia è al collasso. Se così farete, si sbilancia l'Ingegnere, “la tessera numero 1 del partito democratico la prendo io, se volete”». La condizione di De Benedetti, proseguiva il suo quotidiano, è «che non si parli di contenitori, formule, discorsi surreali, tutte cose “che la gente non vuole e non può capire”». Insomma, c'era un “se” enorme nel suo proposito di tesserarsi. Questo non impedì a tutti i giornali - iniziando proprio da Repubblica ed Espresso - di prenderlo in parola. Anche perché De Benedetti è persona seria, specie quando parla delle sue idee. E infatti nessuno si stupì, il 14 ottobre del 2007, vedendolo in fila davanti a un gazebo per votare Veltroni alle primarie del nuovo partito.

Ieri mattina, quasi tre anni dopo quella sortita. A Omnibus, la trasmissione di Antonello Piroso su La7, è ospite Massimo D'Alema. Con perfidia (per i giornalisti è una qualità) Piroso gli chiede se poi De Benedetti abbia preso davvero la tessera numero 1 del Pd. D'Alema fa una di quelle smorfie contrite che da anni spaccia per sorrisini sarcastici. Risponde: «Non so se De Benedetti abbia una tessera del Partito democratico. Se ce l'ha mi fa piacere, però la tessera numero 1 ce l'ha Walter Veltroni, il segretario del partito, che è stato scelto con le primarie da milioni di italiani».

Ora, sul fatto che De Benedetti non possa avere la prima tessera del partito, non ci piove. È ovvio che essa spetta al segretario. Ma una tessera di questo benedetto partito, una qualunque, l'Ingegnere se l'è presa oppure no? La risposta la dà lo stesso De Benedetti, dopo poco, alle agenzie di stampa: «Non ho mai avuto, non ho e non avrò mai la tessera di alcun partito». E quell'impegno a essere il primo iscritto al Pd? «Speravo che le battute fossero valutate come tali», replica. E la chiude così, senza manco una mezza parola di consolazione per il povero Veltroni.

Nessun dubbio che ieri De Benedetti fosse sincero. Ma è vero anche che all'epoca, quando la notizia fu ripresa da tutti i giornali (iniziando dai suoi, è giusto ripeterlo) lui si guardò bene dal liquidare come «battuta» la sua affiliazione al Partito democratico.

Resta una sola spiegazione, allora. E cioè che in questi tre anni, nel rapporto che lega l'imprenditore a una creatura che riteneva anche sua, si è rotto qualcosa d'importante. E non è difficile capire di cosa si tratti. I dioscuri su cui aveva puntato nel 2005 hanno fatto quella che a Roma chiamano “una finaccia”. Veltroni è stato asfaltato alle elezioni politiche da Silvio Berlusconi. Il che ci stava pure, viste le premesse da cui partiva. Quello che non ci sta, invece, è ciò che è avvenuto dopo il voto, con un Pd sempre più piccolo e spaventato, privo di una direzione chiara e sottoposto a un'emorragia di consensi che mette in dubbio la sopravvivenza politica del suo leader. Rutelli, dal canto suo, ha perso contro Gianni Alemanno una battaglia nella quale nessuno avrebbe puntato sul suo avversario.

Soprattutto, il partito democratico si è incartato proprio su quello che De Benedetti aveva chiesto di tenere lontano: «Contenitori, formule, discorsi surreali». L'America è lontana, dall'altra parte della Luna. Il distacco, del resto, non è certo maturato ieri. Già a fine aprile l'Ingegnere aveva freddato i suoi amici di un tempo: «Questo giocare a dama con i candidati probabilmente non è ciò che la gente si aspetta», aveva detto commentando la batosta rimediata da Rutelli a Roma dopo la sua staffetta con Veltroni. C'è poco da fare: ai grandi imprenditori la puzza dei perdenti non è mai piaciuta. Specie se danno l'impressione di volersi abbonare alla sconfitta.

© Libero. Pubblicato il 19 settembre 2008.

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martedì, settembre 16, 2008

Riposizionamento

A proposito di Alitalia e dell'operazione Fenice. Sulla prima pagina odierna di Europa, quotidiano del Pd:
La fragilità dell’operazione è sotto gli occhi di tutti ma il Pd sa di dover stare attento. Perché un’opposizione “di governo” non può tifare per un crack; e soprattutto perché nessuno può escludere che Berlusconi alla fine ce la faccia.
Anzi, quanto più ci si avvicina all’abisso, tanto maggiore sarebbe la gloria di un salvataggio. (...)
In definitiva, proprio il fatto che Berlusconi si giochi la faccia fa pendere le previsioni in favore di un accordo pasticciato chiuso in extremis.
Ovvero: compagni attenti, che Berlusconi ci frega anche stavolta.

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lunedì, settembre 08, 2008

Il maestro unico e Veltroni

Anche Walter Veltroni si schiera contro l'ipotesi di reintrodurre il maestro unico: idea «discutibile», dice il segretario del Pd.

Qualcuno, con il dovuto tatto, spieghi a Veltroni, che nel giugno del 2007 avviò la sua fantastica rincorsa elettorale proprio da Barbiana e dalla tomba di don Milani, che quel signore sepolto lì sotto era un "maestro unico", «e non sembra che abbia creato guai apocalittici», come gli fa notare il mio amico Marcello Inghilesi.

«Il maestro», scrive Inghilesi, che di don Milani fu allievo, «è colui che dà un metodo e deve essere unico, giusto o sbagliato che sia; se giusto bene; se sbagliato, caro Veltroni, don Milani diceva che avrebbe stimolato le capacità dialettiche dell’allievo. Il Maestro, nel dogma milaniano, era un Monarca assoluto».

Ditelo a Veltroni. Sennò di don Milani nel Pd non resta più nulla. A parte la tomba.

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sabato, settembre 06, 2008

Sympathy for the Devil

di Fausto Carioti

A Firenze non l’hanno suonata, ma la vera colonna sonora di ciò che resta della Festa dell’Unità è “Sympathy for the Devil”, canzone dei Rolling Stones che porta la data del fatidico 1968 e ancora oggi è facile ascoltare alla radio. La simpatia proibita per il grande diavolo di Arcore è la vera novità della sinistra italiana dalla notte del 14 aprile. Iniziò Europa, il quotidiano della Margherita. A urne ancora calde scrisse che «il rapporto fra quest’uomo e l’Italia, a questo punto, assume effettivamente una dimensione storica. Sarà lui a decidere quando il proprio ciclo terminerà, e intanto tocca a lui decidere che tipo di rapporto instaurare con l’opposizione». La previsione - alquanto facile - si è avverata. La resa ufficiale, definitiva, clamorosa è stata firmata ieri, nella Fortezza da Basso, da Arturo Parisi, l’ultimo degli ulivisti, uno più prodiano di Romano Prodi. Non ha detto che Berlusconi sta governando bene, gode di forti consensi e robe simili. Quello ormai lo dice ogni dalemiano. Parisi ha fatto molto di più. Ha dato un giudizio storico definitivo sul rivale di sempre: «Berlusconi è un grande leader e un grande politico. Ci ha dimostrato di sapere imparare dalle vittorie e anche dagli errori, ha tenuto il filo e lo ha svolto per quindici anni». Un ritratto degno di un Winston Churchill.

Certo, dietro le parole dell’ex ministro c’era anche tanta voglia di infierire su Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Di questi tempi è facile far fare ai leader del Pd la figura delle lucertoline dinanzi al Caimano. Ma dire in pubblico le cose che ha detto Parisi equivale a bruciarsi tutti i ponti alle spalle, e si può fare solo se si ha la consapevolezza che ogni cosa è perduta e che si tratta di idee, per quanto scomode, condivise anche da una parte della base. Del resto, Parisi non fa che dire a voce alta ciò che gli altri maggiorenti del Pd hanno mostrato di aver già compreso, mettendosi in fila davanti al portone di Berlusconi per trattare sulla riforma della giustizia.

All’opposizione sono rimasti in pochi a non arrendersi allo strapotere di Silvio Pigliatutto. C’è Marco Travaglio, che sull’Unità continua a chiamarlo Al Tappone e Cainano, ma fa quasi tenerezza ora che gli hanno tolto Antonio Padellaro per rimpiazzarlo con una signora nostalgica dell’Italietta presessantottina. Massimo D’Alema ha passato l’estate a lavorare alla costruzione di Red, la sua corrente che ha tanto il sapore di un partito nel partito, e di sicuro sinora ha creato più problemi a Veltroni che non al Cavaliere. Gli amministratori locali di sinistra, Sergio Chiamparino in testa, dotati di buon senso pratico come sono, preferiscono trattare con Berlusconi sul federalismo fiscale prossimo venturo che perdere tempo al capezzale del Pd.

Normale, insomma, che Berlusconi ostenti la sicurezza di chi sa di poter giocare sul velluto per cinque anni e poi tentare l’assalto al Quirinale. Però chi crede che la politica sia anche competizione di programmi e di idee dovrebbe iniziare a preoccuparsi dinanzi a questa partita in cui ormai c’è un solo giocatore. Un’opposizione efficace spinge il governo a migliorarsi. Un’opposizione inesistente può indurre il governo a sedersi sugli allori.

© Libero. Pubblicato il 6 settembre 2008.

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venerdì, giugno 20, 2008

Il governo di destra che fa cose di sinistra

di Fausto Carioti

Per anni si è pensato che la formula giusta per l'Italia fosse quella invocata - con una bella dose di cinismo - da Gianni Agnelli: un governo di sinistra che faccia una politica di destra. Vero o no che fosse, oggi vale l'esatto opposto: il governo Berlusconi, piaccia o meno, funziona proprio perché da destra sta facendo cose di sinistra. Giulio Tremonti, il ministro più popolare, ormai sta al liberismo reaganiano come la sagra della porchetta di Ariccia sta alla notte degli Oscar di Hollywood. I provvedimenti varati mercoledì a palazzo Chigi da un lato tolgono soldi a banche, assicurazioni e petrolieri, dall'altro aumentano gli stanziamenti per poveri e anziani e finanziano mutui agevolati per far acquistare la casa a famiglie poco abbienti, studenti fuori sede e immigrati regolari. Quanto al ticket sanitario da 10 euro che indigna l'opposizione, fu previsto proprio dal “patto per la salute” voluto dal governo Prodi, anche se mai introdotto. I ministri attuali - come i loro predecessori - sanno che servirebbe a contenere la spesa sanitaria e a mettere un po' di fieno in cascina (il ticket vale 830 milioni di euro l'anno). Ma sanno anche che gli elettori non gradirebbero, e proprio per questo hanno già assicurato che s'impegneranno per trovare quei soldi altrove.

Insomma, appare tutto molto “di sinistra”. Pure troppo. A partire dal linguaggio del ministro dell'Economia, che denuncia gli «excessive profits» dei biechi petrolieri, manco fosse un Fausto Bertinotti qualunque. Ma il problema, per la minoranza, è proprio questo: se a togliere ai ricchi per dare ai poveri ci pensa la destra, a che serve una sinistra? Se il confronto tra tagliatori di tasse e nostalgici del “big government” è una questione interna al governo, per non dire un affare privato del ministro Giulio col suo consigliere Tremonti, quali spazi restano, in politica economica, all'opposizione? Così si spiega la Babele di voci con cui parla in queste ore la sinistra. Tra chi condivide buona parte degli interventi del governo ma non vuole che si sappia in giro, chi apprezza le novità più importanti della manovra e sprona l'esecutivo a liberalizzare di più e chi spera ancora di statalizzare le imprese petrolifere, alla fine l'unico messaggio che filtra è che, di quello che sta accadendo in questa legislatura, non hanno ancora capito nulla.

È spuntato, ad esempio, un inedito asse di pasdaran che comprende i vertici dell'Unione petrolifera (noti alfieri del progressismo), il gotha dei banchieri italiani, la Cgil e l'Unità. Ritengono, costoro, che la manovra sia ingiusta. È l'unica cosa su cui sono davvero d'accordo. Perché poi uno pensa che l'ingiustizia stia nel fatto che la manovra redistribuisce ai danni delle imprese più ricche e l'altro s'indigna perché sostiene che, tra il dare e l'avere, siano i poveri cristi a rimetterci. Guarda caso, a prendersela sono i rappresentanti delle società alle quali il governo ha ridotto i dividendi e quelli che dal 1994 dicono «no» a qualunque cosa porti la firma di Silvio Berlusconi. Tutto molto scontato.

Anche perché in mezzo a Guglielmo Epifani, leader della Cgil, e Pasquale De Vita, presidente dei petrolieri italiani, c'è il vuoto. Emma Marcegaglia, numero uno degli industriali, che in un primo momento aveva sposato le preoccupazioni dell'Unione Petrolifera, ieri ha fatto una brusca marcia indietro: l'aumento delle imposte dovute alla cosiddetta “Robin Hood tax” «è inferiore a quanto ci si aspettava» e il giudizio di Confindustria sulla manovra, ha spiegato, «è complessivamente positivo». All'assemblea di Confcommercio il presidente, Carlo Sangalli, ha invitato l'esecutivo e la maggioranza ad andare avanti. La Cgil si agita e parla di «tagli indiscriminati» alla spesa sociale, ma ad essere isolato è proprio il sindacato di corso Italia. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, assicura che non ci sono «tagli sul sociale» e assieme al numero uno della Uil, Luigi Angeletti, apprezza che il governo sia andato a levare i soldi alle imprese che ne hanno fatti di più negli ultimi anni.

Pure i giornali d'area non sanno che pesci prendere. L'Unità sorvola sulla spremuta ai danni di petrolieri e banchieri e grida che sono in atto un «attacco al lavoro» e una «stangata contro le famiglie», dai contorni non ben definiti. È il vecchio cliché della «macelleria sociale», che negli anni passati sarà pure servito a qualcosa, ma al quale oggi, davvero, non crede più nessuno. Nemmeno Repubblica, che a malincuore ammette che nel piano presentato da Tremonti ci sono «un'esplicita impronta “di sinistra” neo-obamiana» e trovate, tipo la “card” per i poveri finanziata con i soldi dei petrolieri, che vanno «quasi oltre i limiti del pauperismo». Il Riformista, caro ai dalemiani, avverte che in Italia, mercoledì, è arrivato il «socialismo reale». Troppa grazia, starà pensando Berlusconi. Digerito, per la perdurante assenza di avversari degni di questo nome, anche l'ultimo spazio a sinistra, al Caimano non resterà che divorarsi il Quirinale.

© Libero. Pubblicato il 20 giugno 2008.

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venerdì, giugno 06, 2008

Centrale nucleare di Krsko, storia di un successo

di Fausto Carioti

Non aspettavano altro. Il guasto alla centrale atomica slovena di Krsko se lo sono ritrovato tra le mani come un dono del cielo. Un po’ c’è da capirli: negli stessi giorni in cui il ministro Claudio Scajola annuncia il rilancio del progetto nucleare italiano, a 135 chilometri da Trieste un reattore perde acqua dal sistema di raffreddamento. Piatto ricco, mi ci ficco. Così a Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente e oggi ministro-ombra del Pd, non è sembrato vero rievocare lo spettro di Chernobyl e tornare a dire che «il nucleare non funziona». Proprio come ai bei tempi. Realacci riesce persino a giurare che gli Stati Uniti «hanno ormai abbandonato» la scelta nucleare. Falso: gli Usa contano 104 reattori in funzione e 12 in arrivo, mentre altri 20 sono in lista per essere costruiti. Le associazioni ecologiste intanto cavalcano l’incidente e annunciano la costituzione di un comitato per il “no” al nucleare e il «rispetto della volontà popolare espressa nel 1987». Fingono di non sapere che i tre referendum di trent’anni fa non impediscono il ritorno dell’atomo di pace. Tanto è vero che per bloccare la costruzione di nuove centrali nucleari - e solo per un periodo di cinque anni - nel dicembre dell’87, dopo i referendum, dovette intervenire il Parlamento. Si rivedono persino i Verdi, che rialzano la testa presa a bastonate dagli elettori e accusano Silvio Berlusconi di voler trascinare l’Italia in una «avventura pericolosissima, rischiosissima e costosissima come il nucleare».

Purtroppo per i profeti di sventura e per fortuna di tutti gli altri, quanto accaduto dimostra che la tecnologia nucleare civile è molto più sicura di quello che vogliono farci credere. Persino nei reattori in funzione da un quarto di secolo. Quello di Krsko, infatti, è un reattore di seconda generazione, entrato in attività nel 1983, mentre gli impianti ai quali pensa il governo italiano appartengono alla cosiddetta “terza generazione avanzata”: dispongono, cioè, dei più aggiornati meccanismi di sicurezza passiva, progettati per bloccare automaticamente la fissione nucleare in caso di incidente. Nessun paragone è possibile. Eppure la tecnologia usata a Krsko - americana, niente a che vedere con i fatiscenti impianti sovietici modello Chernobyl - mercoledì ha retto benissimo al guasto. Il liquido di raffreddamento è finito nella camera di contenimento, all’esterno non ne è fuoriuscita una goccia. I tecnici hanno spento il reattore. Zero contaminazione radioattiva nell’ambiente circostante. Tant’è che già martedì la centrale tornerà in funzione. È infantile criticare un impianto perché si guasta. Le centrali nucleari sono opera dell’uomo, e come tali ben lontane dalla perfezione assoluta. L’importante è che gli incidenti siano stati previsti dai progettisti e che esistano tecnologie e procedure per renderli inoffensivi. Ed è proprio quello che è accaduto. Altro che Chernobyl: quella di Krsko è la storia di un successo.

Per inciso, chi ieri avesse voluto leggere di quanto accaduto nella centrale slovena sul Financial Times, ritenuto il più serio quotidiano europeo, avrebbe dovuto accontentarsi di quindici righe striminzite pubblicate in un trafiletto seminascosto a pagina 6. E infatti il guasto è stato minimo e le procedure di sicurezza hanno funzionato. Insomma, era una non-notizia. Ci voleva l’isteria di certi paleo-ecologisti, qui in Italia, per spacciarla come una minaccia seria.

© Libero. Pubblicato il 6 giugno 2008.

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martedì, maggio 27, 2008

Liquido come Fioroni

C'era una volta la retorica del partito nuovo, del partito liquido, del partito senza tessere. E' durata pochi mesi. Il tempo utile a illudere i gonzi che Walter Veltroni stesse cambiando davvero il modo di fare politica nel centrosinistra. La pietra tombale su queste illusioni è stata posta qualche minuto fa. Da luglio si torna alle sane buone maniere di una volta. Rispuntano le tessere. Costo: 15 euro l'una. «Sarà rigorosissimo e sarà un tesseramento vero» dice Pierluigi Bersani alle agenzie. Non ci sono dubbi. Se ne occuperà Beppe Fioroni, responsabile dell'organizzazione del Pd. Uno che di partiti liquidi non capisce molto, ma di tessere se ne intende parecchio. E pazienza per il nuovo meraviglioso modo di fare politica: sarà per un'altra volta.

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venerdì, maggio 23, 2008

Alla sinistra non restano che le bugie


di Fausto Carioti

Hai perso le elezioni, di brutto. Ti attendono (bene che ti vada) cinque anni di faide con i tuoi colleghi di partito. Come se non bastasse il tuo nemico giurato, lì a Palazzo Chigi, parte pure col piede giusto, varando una serie di provvedimenti sui quali puoi discutere quanto ti pare, ma che a un primo impatto sono maledettamente popolari. Anche i sondaggi premiano il nuovo esecutivo, certificando quella "luna di miele" con gli elettori che il povero Romano Prodi non riuscì mai ad avere. Ecco, come ti comporti tu che sei in minoranza in Parlamento o guidi un giornale d’opposizione? Per rubare le parole a Lenin: “Che fare?”. È la domanda che la sinistra si pone dalla sera delle elezioni, alla quale non ha ancora dato risposta. O meglio: ne ha fornite troppe, tutte diverse tra loro. Basta vedere le reazioni alle norme varate mercoledì a Napoli dal Consiglio dei ministri. La loro efficacia sul campo la conosceremo nei prossimi mesi, ma un primo risultato politico l’hanno già ottenuto: il centrosinistra è nel caos.

Nell’opposizione qualcuno dice che le nuove leggi sulla sicurezza erano state scritte in gran parte da Giuliano Amato, ministro dell’Interno del governo Prodi. Il che è vero, lo ammette persino Roberto Maroni (aggiungendo però che il suo predecessore le aveva lasciate ad ammuffire nei cassetti). Altri sostengono che si tratta di norme indecenti, che mettono l’Italia al di fuori di quell’oasi di civiltà che sarebbe l’Unione europea. È evidente che l’opposizione non può sottoscrivere ambedue le cose. Altri ammettono a denti stretti che si tratta di interventi utili, ma comunque insufficienti. Pannicelli caldi. Il che vuol dire che si tratta comunque di un passo - o un passettino - avanti rispetto a quello che aveva fatto il governo dell’Unione. Altri ancora, infine, scoprono “emergenze democratiche” che non esistono.

Chi ieri ha avuto Repubblica tra le mani ha potuto leggere, in prima pagina, che il governo ha posto dei «limiti ai matrimoni misti». Normale, davanti a un simile titolo, pensare che Berlusconi abbia reintrodotto le leggi razziali del 1938, che al primo punto stabilivano proprio «il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane». Una “notizia”, guarda caso, che combacia con le accuse di xenofobia che una certa sinistra europea getta addosso al governo Berlusconi. C’è solo un dettaglio: è tutto falso.

Il governo non ha introdotto alcun «limite» ai matrimoni misti. Immigrati e italiani potranno sposarsi dove vogliono, quando vogliono e come vogliono. Proprio come hanno fatto sinora. L’unica novità sono i termini di concessione della cittadinanza: prima l’immigrato che sposava un italiano la otteneva dopo sei mesi, con le nuove leggi potrà averla dopo due anni. Come accade in altre democrazie occidentali. Nel Paese che è di esempio al resto del mondo per come riesce ad integrare i nuovi arrivati, gli Stati Uniti, bene che vada l’immigrato che sposa un americano ottiene la cittadinanza dopo tre anni. E Barack Obama e Hillary Clinton, paladini della sinistra de noantri, si guardano bene dal chiedere di cambiare una legge che funziona.

Vogliono fare gli americani, quelli del Partito democratico, ma - proprio come Walter Veltroni - non conoscono l’inglese e finiscono per parlare a vanvera. Tipo Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato. Ha detto che il reato di immigrazione clandestina, appena introdotto dal governo Berlusconi, «non esiste nemmeno negli Stati Uniti». E invece negli Usa esiste eccome. È un reato federale previsto dall’“Immigration and Nationality Act” ed è punito con le multe e con il carcere, che può durare sino a due anni.

È che inventare (ma nel caso della Finocchiaro la spiegazione più plausibile resta la banale ignoranza) è comodo, ti consente di accusare il tuo avversario pure quando hai poco o niente cui aggrapparti. È sempre la prima pagina di Repubblica che titola: «Mendicare sarà reato». Ma nemmeno questo è vero. Sarà reato, invece, sfruttare i minori per l’accattonaggio. E scusate la differenza. Nel primo caso - la notizia falsa - a essere punito è un poveraccio che non ha di che campare e chiede l’elemosina. Nel secondo - la notizia vera - a essere punito è un delinquente che sfrutta il proprio figlio o un altro minore, togliendolo dalla scuola per mandarlo a mendicare. Anche l’Unità, nel suo piccolo, fa quello che può: scrive che le nuove norme prevedono «il carcere per chi protesta contro le discariche». Vero? Manco per sogno. Rischia il carcere solo chi blocca le discariche, per motivi di ordine pubblico e di difesa della salute collettiva facili da intuire. Nessuno finisce in prigione per aver solo «protestato». Democrazia e diritto al dissenso sono salvi.

Però evocare soluzioni da regime cileno è utile, serve a dare - soprattutto ai corrispondenti esteri, che mostrano una preoccupante propensione ad abboccare a certe fandonie - l’impressione che l’Italia stia scivolando verso la dittatura. Sono i messaggi in bottiglia che i reduci dell’antiberlusconismo militante inviano all’europarlamento di Strasburgo o al governo di Madrid. Sperano che, almeno lì, qualcuno si mobiliti e faccia quello che il centrosinistra italiano non ha più la voglia e la forza di fare: l’opposizione ideologica e antropologica al governo Berlusconi.

© Libero. Pubblicato il 23 maggio 2008.

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lunedì, maggio 19, 2008

They no spik inglish

Quel genio incompreso di Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, parlando poco fa: «Servono misure per la sicurezza, ma il reato di immigrazione clandestina non esiste in alcun Paese al mondo, nemmeno negli Stati Uniti d'America che pure hanno problemi di immigrazione da sempre».

Nemmeno negli Stati Uniti d'America? Codice legislativo degli Stati Uniti, Titolo 8 (il cosiddetto "Immigration and Nationality Act"), Sezione 1325, titolo "Improper entry by alien". Estratto dal testo:
«Any alien who (1) enters or attempts to enter the United States at any time or place other than as designated by immigration officers, or (2) eludes examination or inspection by immigration officers, or (3) attempts to enter or obtains entry to the United States by a willfully false or misleading representation or the willful concealment of a material fact, shall, for the first commission of any such offense, be fined under title 18 or imprisoned not more than 6 months, or both, and, for a subsequent commission of any such offense, be fined under title 18, or imprisoned not more than 2 years, or both».
Per la traduzione si rivolgessero a Veltroni.

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mercoledì, aprile 30, 2008

Sorpresa (si fa per dire): anche gli ebrei hanno scelto Alemanno

di Fausto Carioti

Ma davvero pensano che qualche elettore orienti il proprio voto in base a quello che gli suggeriscono loro? Se è così, farebbero bene a ridimensionare il rapporto con il loro ego. Furio Colombo e Gad Lerner, assieme a numerosi esponenti dell’ala sinistra della comunità ebraica, il 24 aprile avevano lanciato un appello appassionato per votare contro Gianni Alemanno. «Non ci ha convinto la sceneggiata di Alemanno che, mentre ribadiva che avrebbe corso da solo al ballottaggio per la poltrona di sindaco di Roma, ha espresso solidarietà a Storace», scrivevano allarmati. Il candidato sindaco del PdL, avvertivano, «avrà dalla sua anche i voti di Storace, quelli dei naziskin e di tutte le organizzazioni della peggiore destra, ben presenti a Roma». Per convincere i tanti elettori ebrei della capitale, non esitavano ad evocare lo spettro delle leggi razziali e dei campi di concentramento: «Non si difende la democrazia premiando l’antisemitismo e gli eredi morali del fascismo-nazismo».

Ora che si è votato e Alemanno ha stravinto, la vita nelle strade adiacenti alla sinagoga romana prosegue tranquilla. Nessuno ha venduto casa per scappare all’estero e l’unica crisi isterica registrata nei dintorni del portico d’Ottavia resta quella dei firmatari dell’appello. Del resto, quando Repubblica e altri quotidiani, nei giorni prima del voto, annunciavano mobilitazioni della «comunità ebraica romana» contro Alemanno, si scordavano di dire che l’agitazione riguardava solo una parte degli ebrei, ovviamente quella di sinistra. Anche a Tel Aviv tutto prosegue come prima: Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia, ha chiamato il neosindaco di Roma per fargli le congratulazioni.

Non resta che misurare l’effetto dell’appello di Colombo, Lerner e compagni. Oggi è facile trovare residenti ebrei in tutte le zone della capitale, e molti di quelli che hanno un’attività commerciale nel ghetto sono pendolari provenienti da altri quartieri. Ma una quota importante di ebrei continua a risiedere nei dintorni della sinagoga. Costoro domenica e lunedì erano chiamati a votare nelle sezioni elettorali 1705 e 1706, in piazza del Collegio Romano. I risultati delle singole sezioni elettorali non sono ancora ufficiali, ma Libero ha potuto prenderne visione. Sono numeri sconfortanti per Francesco Rutelli e i suoi sponsor. In tutto, nelle due sezioni del ghetto ebraico, i voti validi sono stati 964, e 497 di questi, ovvero il 51,6%, sono andati al candidato sindaco del Popolo della Libertà, che ha battuto Rutelli per trenta voti, ovvero con tre punti percentuali abbondanti di scarto. Un risultato del tutto in linea con quelli registrati nel resto della capitale. Lo stesso è accaduto negli altri quartieri con una forte presenza di elettori ebrei, come Monteverde. Colpisce, semmai, il livello di astensionismo nelle due sezioni del ghetto, dove si è presentato al ballottaggio il 55,5% degli aventi diritto, contro il 63% registrato in tutta la città. Il significato sembra chiaro: gli ebrei che non nutrivano simpatie per Alemanno sono rimasti a casa, non ritenendo comunque il rischio tanto grave da dover andare al seggio per votare Rutelli.

La sensazione che gli ebrei romani, fregandosene dell’appello di Colombo e Lerner, avessero votato come gli altri elettori della capitale, era diffusa già domenica e lunedì. Tanto che il Manifesto in edicola ieri mattina titolava: «Gli ebrei di Roma votano Alemanno». I numeri delle singole sezioni ancora non c’erano, ma il presidente della comunità ebraica, Riccardo Pacifici, che prima del voto aveva annunciato la «totale indipendenza» nei confronti dei due candidati, a urne ancora calde spiegava al quotidiano comunista che i suoi correligionari, come gli altri romani, si erano schierati in maggioranza per l’esponente di An. «Molti si sono mobilitati e hanno votato per lui», ammetteva. Per almeno due motivi. Primo: l’opinione che gli ebrei della capitale hanno di Alemanno è rassicurante. Anche perché «quando in Israele Fini definì il fascismo come il male del mondo, al contrario di altri lui non protestò». Secondo: l’opinione che gli stessi ebrei hanno di una certa sinistra, alleata di Rutelli e nemica di Israele, è invece devastante. «Credo che, piano piano, questo abbia spostato parte dell’elettorato su posizioni di centrodestra», avvertiva Pacifici. È l’ennesima conferma del dramma che sta vivendo il centrosinistra: se si presenta da solo (come ha fatto Walter Veltroni) perde di brutto, ma se si allea con la sinistra estremista (come ha fatto Rutelli) rischia di uscirne persino peggio.

© Libero. Pubblicato il 30 aprile 2008.

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martedì, aprile 29, 2008

Ma per An il difficile comincia adesso

di Fausto Carioti

I tanti che negli ultimi giorni, un po’ per pochezza intellettuale un po’ perché spinti dal terrore, da sinistra hanno gridato all’arrivo della «marea nera», del «marcio su Roma», hanno avuto dagli elettori la risposta che meritavano: Gianni Alemanno è il nuovo sindaco della capitale, con oltre il 53% dei voti. A conferma che gli italiani - e i romani non fanno eccezione - non sono quegli indigeni sprovveduti che credono gli opinionisti dell’Unità e del Manifesto, e pretendono argomentazioni un po’ più serie di quelle sfoderate dai nostalgici del clima da dopoguerra. Pure le calunnie fatte circolare su Alemanno, che lo volevano in qualche modo “regista” dello stupro compiuto il 16 aprile nella borgata di La Storta da un rumeno (calunnie diffuse anche da un membro dello staff del ministro Rosi Bindi), sono state trattate dagli elettori per quello che erano: immondizia. Alla fine, come hanno dimostrato le urne, hanno fatto male a chi le aveva cavalcate. Così il partito di Gianfranco Fini può permettersi di chiudere nel modo migliore il suo percorso. Iniziato con l’archiviazione del Movimento sociale nel 1995, il cammino si conclude con il ritorno trionfale al governo, l’elezione dello stesso Fini alla presidenza della Camera (sarà la prima volta di uomo di destra alla guida di Montecitorio), la conquista del Campidoglio (altra primizia per la destra italiana) e il prossimo sbarco nel partito popolare europeo, la casa dei moderati del vecchio continente. Un “en plein” indiscutibile, dunque.

I festeggiamenti di queste ore e lo stato di depressione dell’opposizione, però, non devono far perdere di vista la portata della sfida che attende Alleanza nazionale. Se è vero che gli ex giovanotti in camicia nera non hanno più bisogno - da un pezzo - della patente di democraticità, perché se la sono conquistata sul campo, in anni di governo nazionale e locale, è vero anche che la credibilità di An come fabbrica di una nuova classe dirigente nazionale - moderna, di livello europeo - è ancora in gran parte da costruire. Il fatto che Alleanza nazionale sia destinata a confluire nel popolo delle Libertà non cambia i termini della faccenda: le radici, le esperienze, persino le letture degli esponenti di Forza Italia e di quelli di An sono così diverse che nessuno crede davvero che queste differenze si annulleranno subito. Insomma, An, con la sua identità, continuerà a vivere per un pezzo dentro al PdL. Potrà essere un valore aggiunto, per il nuovo partito, soprattutto se i suoi esponenti sapranno farsi indicare come esempi di buona amministrazione ai massimi livelli. E oggi, ad An, nonostante il suo forte radicamento nel territorio, manca l’equivalente di una Letizia Moratti o di un Roberto Formigoni. Per questo quello che farà Alemanno nei prossimi cinque anni sarà decisivo anche a livello nazionale.

Roma può diventare per An quel laboratorio di uomini e idee che Milano è per Forza Italia. Il modo per mettersi in luce non manca. Ancora ieri pomeriggio Ermete Realacci, portavoce del partito democratico, ribadiva che Roma è una città sicura, ben amministrata. È la dimostrazione che la batosta del 13 aprile non è servita a nulla: sono frasi come queste che li hanno condotti a due sconfitte storiche in due settimane. Dietro le luci della festa del cinema, delle notti bianche e delle altre trappole per gonzi orchestrate da Veltroni, c’è una città sempre più spaventata. Gli ultimi dati, diffusi pochi giorni fa dal ministero dell’Interno, dicono che a Roma, solo dal 2006 al 2007, gli stupri sono aumentati dell’8,8%, le rapine del 12,7%, i danneggiamenti e gli incendi dolosi del 20,3%, le estorsioni del 30,7%. Il nuovo sindaco dovrà dare subito un segnale forte su questo fronte. Da lui i romani si aspettano anche un’amministrazione più attenta ai soldi dei contribuenti, con meno consulenti in Campidoglio, e un barlume d’efficienza nella gestione dei trasporti.

Da anni si dice che il problema di An è la mancanza di alternative a Fini: dietro di lui c’è poco o niente, fa il ritornello. Un’accusa ingenerosa, che però nasconde un fondo di verità. Di sicuro, adesso sono tutti chiamati alla prova più importante della loro vita. Fini diventa la terza carica dello Stato ed entra in lizza per la successione a Silvio Berlusconi alla guida del PdL. Lascia le redini di An a un reggente, che con ogni probabilità sarà Ignazio La Russa. Alemanno si gioca tutto sul tavolo della capitale. Gli altri colonnelli avranno un incarico da ministro in una legislatura dove, visti i numeri in parlamento, nessuno potrà accampare scuse (Berlusconi per primo).

Gli italiani si sono fidati di loro, e li hanno sommersi di responsabilità. Ora, però, non staccheranno loro gli occhi di dosso. E la storia recente dei leader del centrosinistra insegna che la fiducia degli elettori fa presto a volatilizzarsi, se chi l’ha ricevuta non riesce a capitalizzarla nel modo migliore. Sulle loro nuove scrivanie, Fini, Alemanno e gli altri dovrebbero trovare un spazio per le foto di Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Per quanto d’ostacolo a una buona digestione, le loro facce sono utili come ammonimento. Oggi gli esponenti di An si trovano nella stessa situazione in cui stavano i loro avversari due anni fa. Poi gli elettori li hanno spazzati via. Fini e i suoi dovranno fare meglio e più di loro per non finire nello stesso modo. Il difficile comincia adesso.

© Libero. Pubblicato il 29 aprile 2008.

Lettura complementare consigliata: Crollato il modello Roma ora Alemanno deve ricostruire, di Benedetto Marcucci, sull'Occidentale.

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martedì, aprile 22, 2008

Déjà vu

Ventuno luglio dell'anno 2000. A Milano Walter Veltroni, Piero Fassino, Massimo Cacciari, Livia Turco, Pietro Folena e altri tengono a battesimo il coordinamento Ds del nord Italia. I toni sono da evento epocale. Fassino dice: «Noi qui compiamo oggi una scelta di grande rilievo... Stiamo facendo una scelta nel Nord che interessa tutto quanto il paese. Il Nord è, per l'accumulo di sviluppo economico, tecnologico, di piena occupazione, di professionalità e di competenze, il punto più alto dello sviluppo del Paese». Veltroni: «Considero la cosa che stiamo facendo oggi un momento storico, nel senso che cambia il modo di essere del più grande partito della sinistra italiana». E così via.

Non hanno fatto nulla. Otto anni dopo sono sempre lì, a discutere se sia il caso o no di creare un Pd del Nord, davanti agli stessi problemi che intanto non sono riusciti a risolvere, usando le stesse parole, continuando a non capirci nulla come allora.

Hat tip: Left Wing.

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