mercoledì, novembre 30, 2005

Piroette dalemiane tra Bush, Castro e Chavez

Già si sentono la vittoria in tasca e - chissà - magari hanno anche ragione. Intanto però, piccini, sono costretti a sbattersi in tutti i modi per accreditarsi dinanzi a chi, tra qualche mese, potrebbe mettere un veto alle loro ambizioni. Massimo D'Alema, per esempio. Muore dalla voglia di fare il ministro degli Esteri (almeno quanto Rutelli vuole andare al Viminale) e lo ha anche appena confessato, chiaro e tondo, a Porta a Porta. A domanda diretta ha risposto: «Sì, mi piacerebbe». Quindi ha snocciolato le sue credenziali: «Mi interesso di politica estera e vengo dall'America Latina. Il mio lavoro è di essere parlamentare europeo e presidente della Commissione europea che si occupa dei rapporti con l'America Latina». Simpatica la sua frase su Prodi: «Sarà lui comunque a decidere», come se il bollito potesse fregarsene della richiesta del suo azionista di maggioranza, che ha già mostrato di poterlo fare fuori da palazzo Chigi in pochi giorni se solo gli fa girare le scatole.
Solo che l'autocandidatura di D'Alema, quella vera, non è stata questa. Ma è stata l'intervista che il presidente dei Ds ha rilasciato al quotidiano paraguayano Abc, apparsa il 28 novembre. Un telegramma indirizzato alla Casa Bianca che aveva scritto sull'intestazione: Tranquilli, potete fidarvi di me, sono di gran lunga il meno peggio che potrete trovare a sinistra. Nell'intervista D'Alema, con colpo da maestro, si liberava infatti dei due compagni ingombranti in cima alla lista nera di Washington: il dittatore cubano Fidel Castro Ruz e il coatto venezuelano Hugo Chavez.
Del primo, D'Alema ha detto: «Non siamo d'accordo con Castro per le violazioni dei diritti umani che commette. Si reprimono i dissidenti. Vi sono cose inaccettabili. (...) Cuba affronterà una crisi molto grave se non farà riforme democratiche profonde. Conosco Fidel da 30 anni, da quando ero leader dei giovani comunisti italiani. Lo ammiravo. Era un rivoluzionario. Ma ora è un conservatore. E' un ostacolo per il suo paese. Cuba ha bisogno di democrazia, di cambiamento di leadership. Ho cercato di parlare con lui di riforme tre o quattro anni fa, ma niente...». Davanti a simili giudizi, le distanze prese da D'Alema nei confronti dell'embargo Usa su Cuba («siamo molto critici...» suonano proprio per quello che sono, e cioè il contentino, probabilmente sincero, nei confronti degli alleati e della base che perde bava dai denti ogni volta che vede stelle e strisce.
Anche il coattone venezuelano esce assai male dall'intervista di D'Alema. «Ha il consenso popolare. Lo prova il referendum che ha vinto. Ma il suo governo commette violazioni dei diritti umani, fa populismo ed è accusato di episodi di violenza. Il governo (di Chavez) applica misure che noi non consideriamo accettabili, ma è un paese che dobbiamo aiutare, che dobbiamo incoraggiare finché non vi sarà piena democrazia».
La speranza di D'Alema, il cui staff intanto ha "spinto" l'intervista sulle agenzie e i quotidiani italiani (è stata ripresa dal Corriere della Sera), è che il messaggio che ha inviato su Castro e Chavez, magari passando per la rassegna stampa dell'ambasciata Usa di via Veneto, sia giunto sino a Washington.
PS: l'intervista ha anche il suo lato ironico. Immaginate D'Alema davanti al giornalista paraguayano che, non sapendo una mazza di lui, del bollito, dei Ds, dell'Unione e dell'Italia in generale, gli ha chiesto - e ha poi messo nero su bianco - cose tipo: «Ma lei è stato primo ministro italiano?». E D'Alema, presumibilmente basito: «Sì, certo». Immaginate la sua faccia, conoscendo la spocchia del personaggio, e cosa può avere pensato.

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