lunedì, novembre 17, 2008

Solidarietà femminile interreligiosa

Lei si chiama Nagla Al-Imam. E' un'avvocatessa egiziana. Suggerisce ai giovani arabi di molestare sessualmente, in qualunque modo, ogni ragazza israeliana che incontrano. Come nuovo strumento di resistenza contro Israele. Dice anche che le ragazze israeliane importunate non hanno alcun diritto di reagire.

Ovviamente, Al-Arabiya l'ha intervistata. Questo, grazie al Middle east media research institute, è il testo sbobinato dell'intervista:
Interviewer: Egyptian lawyer Nagla Al-Imam has proposed that young Arab men should sexually harass Israeli girls wherever they may be and using any possible method, as a new means in the resistance against Israel.
[...]
Interviewer: We have with us the lawyer Nagla Al-Imam from Cairo. Welcome. What is the purpose of this proposal of yours?
Nagla Al-Imam: This is a form of resistance. In my opinion, they are fair game for all Arabs, and there is nothing wrong with...
Interviewer: On what grounds?
Nagla Al-Imam: First of all, they violate our rights, and they "rape" the land. Few things are as grave as the rape of land. In my view, this is a new form of resistance.
Interviewer: As a lawyer, don't you think this might expose Arab youth to punishment for violating laws against sexual harassment?
Nagla Al-Imam: Most Arab countries... With the exception of three or four Arab countries, which I don’t think allow Israeli women to enter anyway, most Arab countries do not have sexual harassment laws. Therefore, if [Arab women] are fair game for Arab men, there is nothing wrong with Israeli women being fair game as well.
Interviewer: Does this also include rape?
Nagla Al-Imam: No. Sexual harassment... In my view, the [Israeli women] do not have any right to respond. The resistance fighters would not initiate such a thing, because their moral values are much loftier than that. However if such a thing did happen to them, the [Israeli women] have no right to make any demands, because this would put us on equal terms – leave the land so we won't rape you. These two things are equal. [...]
I don’t want young Arab men to be interrogated. I want these Zionist girls with Israeli citizenship to be expelled from our Arab countries. This is a form of resistance, and a way of rejecting their presence.
Bontà sua, l'avvocatessa si limita a invocare per le donne israeliane le molestie sessuali. Non lo stupro. E poi dicono che il mondo islamico non si sta evolvendo. Il video dell'intervista è qui.

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martedì, luglio 29, 2008

Gli studenti islamici in Europa e le università dei sessantottini

di Fausto Carioti

Chi ancora crede alla favola dell’islamico diventato estremista perché emarginato dalla cattiva società occidentale o perché allevato nell’odio dai tenutari di qualche madrassa è servito. L’ultima picconata a questo mito tanto ingenuo è arrivata dal sondaggio pubblicato domenica dal Times di Londra. Dal quale si apprende che il 32% dei musulmani che frequentano le università del Regno Unito ritiene «giustificabile» uccidere qualcuno per motivi religiosi, il 40% vuole che la sharia, la legge islamica, diventi parte integrante dell’ordinamento giuridico inglese e un quarto di costoro ammette di avere un rispetto «scarso o nullo» nei confronti degli omosessuali. Simili risposte, appunto, non provengono da pakistani che dopo aver passato decenni nel loro paese sono finiti a vendere la frutta nelle bancarelle di Londra, ma da giovani musulmani cresciuti e spesso nati in Inghilterra. Benestanti, istruiti e “accettati” quanto basta da poter frequentare le università del Regno Unito. Il sondaggio, realizzato dal più affidabile istituto demoscopico inglese, YouGov, è stato commissionato dal think tank indipendente Centre for Social Cohesion (Csc), e viene preso molto sul serio dai ministri del governo laburista di Gordon Brown.

Del resto, le indagini hanno mostrato che gli autori della strage di Londra del 7 luglio del 2005, che fece oltre 50 vittime, erano tutt’altro che emarginati. E un sondaggio pubblicato due anni fa dall’emittente pubblica Channel 4 ha rivelato che i giovani musulmani inglesi desiderano la sharia più dei loro genitori, tanto il 34% di loro preferirebbe vivere sotto la legge islamica. Dallo stesso studio, peraltro, emerse che il 31% dei giovani musulmani d’Oltremanica riteneva gli attentati di Londra «giustificati» dall’appoggio che il governo britannico aveva dato alla guerra contro il terrorismo islamico.

Il problema, insomma, non sta nella capacità di accoglienza del Paese ospitante o nell’educazione ricevuta in patria, ma nel fatto che molti musulmani, anche se non sono immigrati di prima generazione e appaiono ben integrati, mostrano una propensione assai scarsa ad abbandonare la violenza. In questo, possono contare su ottimi complici: le istituzioni accademiche occidentali.

L’arrivo in cattedra della generazione sessantottina ha trasformato il volto degli atenei tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. Corsi di studio sui quali si sono formate le classi dirigenti degli ultimi secoli hanno rapidamente perso d’importanza, mentre hanno preso quota insegnamenti figli del pensiero debole, spesso legati a triplo filo con il credo terzomondista ed ecologista dei nuovi baroni universitari. La paura di non avere una mentalità abbastanza aperta alle “diversità” e la voglia di apparire progressisti a tutti i costi ha portato le direzioni degli atenei a lasciare libertà di espressione all’interno dei campus a ogni pensiero, anche il più abietto. L’unico divieto di parola, riguardante le idee filo-naziste, si è rivelato inutile, come conferma lo stesso studio svolto dal Csc: negli atenei inglesi le tesi razziste, infatti, sono propagandate in modo esplicito. Nessuno però si azzarda a muovere un dito, perché a gridare certe frasi non sono giovanotti biondi in camicia bruna, ma uomini con la barba che quasi sempre si chiamano Mohammed.

I ricercatori, che hanno visitato una ventina di università e intervistato 1.400 studenti, islamici e non, hanno scoperto che all’interno di questi atenei i predicatori estremisti incitano regolarmente alla violenza, all’omofobia e all’antisemitismo. Nel Queen Mary College, che fa parte della London University e si vanta di essere una delle scuole più prestigiose del Regno Unito, lo scorso dicembre un predicatore islamico ha invitato gli studenti a condannare i gay, poiché «Allah odia» l’omosessualità. Poche settimane prima la stessa istituzione aveva dato libero sfogo a un supporter dell’organizzazione terroristica palestinese Hamas, il quale aveva colto l’occasione per definire Israele «il progetto più disumano della storia moderna». Il portavoce dell’università non ha trovato nulla di meglio da dire che «la libertà di parola è parte integrante dello spirito della vita universitaria, e può succedere che gli oratori facciano dichiarazioni ritenute offensive». Ovviamente, se gli stessi concetti razzisti fossero stati espressi all’ombra di una svastica la direzione dell’istituto avrebbe subito avvertito la polizia di Sua Maestà.

Intanto la lista delle vittime è già stata aperta: Kafeel Ahmed, l’attentatore suicida che nel giugno del 2007 fece esplodere una macchina-bomba nell’aeroporto di Glasgow, era un ingegnere entrato alla Anglia Ruskin University di Cambridge per specializzarsi in dinamica dei fluidi, e che proprio all’interno dell’ateneo inglese, secondo gli investigatori, venne indottrinato dai fondamentalisti.

Per dirla con le parole del professor Anthony Glees, che insegna Security and Intelligence alla Buckingham University ed è stato uno dei primi a commentare il lavoro pubblicato dal Csc: «C’è un grande divario di cultura tra gli studenti islamici e quelli non islamici. La soluzione consiste nello smettere di celebrare la diversità e focalizzarsi sull’integrazione e l’assimilazione». L’esatto opposto del precetto relativista, per il quale nessun paradigma culturale può ritenersi migliore degli altri.

© Libero. Pubblicato il 29 luglio 2008.

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mercoledì, aprile 30, 2008

Sorpresa (si fa per dire): anche gli ebrei hanno scelto Alemanno

di Fausto Carioti

Ma davvero pensano che qualche elettore orienti il proprio voto in base a quello che gli suggeriscono loro? Se è così, farebbero bene a ridimensionare il rapporto con il loro ego. Furio Colombo e Gad Lerner, assieme a numerosi esponenti dell’ala sinistra della comunità ebraica, il 24 aprile avevano lanciato un appello appassionato per votare contro Gianni Alemanno. «Non ci ha convinto la sceneggiata di Alemanno che, mentre ribadiva che avrebbe corso da solo al ballottaggio per la poltrona di sindaco di Roma, ha espresso solidarietà a Storace», scrivevano allarmati. Il candidato sindaco del PdL, avvertivano, «avrà dalla sua anche i voti di Storace, quelli dei naziskin e di tutte le organizzazioni della peggiore destra, ben presenti a Roma». Per convincere i tanti elettori ebrei della capitale, non esitavano ad evocare lo spettro delle leggi razziali e dei campi di concentramento: «Non si difende la democrazia premiando l’antisemitismo e gli eredi morali del fascismo-nazismo».

Ora che si è votato e Alemanno ha stravinto, la vita nelle strade adiacenti alla sinagoga romana prosegue tranquilla. Nessuno ha venduto casa per scappare all’estero e l’unica crisi isterica registrata nei dintorni del portico d’Ottavia resta quella dei firmatari dell’appello. Del resto, quando Repubblica e altri quotidiani, nei giorni prima del voto, annunciavano mobilitazioni della «comunità ebraica romana» contro Alemanno, si scordavano di dire che l’agitazione riguardava solo una parte degli ebrei, ovviamente quella di sinistra. Anche a Tel Aviv tutto prosegue come prima: Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia, ha chiamato il neosindaco di Roma per fargli le congratulazioni.

Non resta che misurare l’effetto dell’appello di Colombo, Lerner e compagni. Oggi è facile trovare residenti ebrei in tutte le zone della capitale, e molti di quelli che hanno un’attività commerciale nel ghetto sono pendolari provenienti da altri quartieri. Ma una quota importante di ebrei continua a risiedere nei dintorni della sinagoga. Costoro domenica e lunedì erano chiamati a votare nelle sezioni elettorali 1705 e 1706, in piazza del Collegio Romano. I risultati delle singole sezioni elettorali non sono ancora ufficiali, ma Libero ha potuto prenderne visione. Sono numeri sconfortanti per Francesco Rutelli e i suoi sponsor. In tutto, nelle due sezioni del ghetto ebraico, i voti validi sono stati 964, e 497 di questi, ovvero il 51,6%, sono andati al candidato sindaco del Popolo della Libertà, che ha battuto Rutelli per trenta voti, ovvero con tre punti percentuali abbondanti di scarto. Un risultato del tutto in linea con quelli registrati nel resto della capitale. Lo stesso è accaduto negli altri quartieri con una forte presenza di elettori ebrei, come Monteverde. Colpisce, semmai, il livello di astensionismo nelle due sezioni del ghetto, dove si è presentato al ballottaggio il 55,5% degli aventi diritto, contro il 63% registrato in tutta la città. Il significato sembra chiaro: gli ebrei che non nutrivano simpatie per Alemanno sono rimasti a casa, non ritenendo comunque il rischio tanto grave da dover andare al seggio per votare Rutelli.

La sensazione che gli ebrei romani, fregandosene dell’appello di Colombo e Lerner, avessero votato come gli altri elettori della capitale, era diffusa già domenica e lunedì. Tanto che il Manifesto in edicola ieri mattina titolava: «Gli ebrei di Roma votano Alemanno». I numeri delle singole sezioni ancora non c’erano, ma il presidente della comunità ebraica, Riccardo Pacifici, che prima del voto aveva annunciato la «totale indipendenza» nei confronti dei due candidati, a urne ancora calde spiegava al quotidiano comunista che i suoi correligionari, come gli altri romani, si erano schierati in maggioranza per l’esponente di An. «Molti si sono mobilitati e hanno votato per lui», ammetteva. Per almeno due motivi. Primo: l’opinione che gli ebrei della capitale hanno di Alemanno è rassicurante. Anche perché «quando in Israele Fini definì il fascismo come il male del mondo, al contrario di altri lui non protestò». Secondo: l’opinione che gli stessi ebrei hanno di una certa sinistra, alleata di Rutelli e nemica di Israele, è invece devastante. «Credo che, piano piano, questo abbia spostato parte dell’elettorato su posizioni di centrodestra», avvertiva Pacifici. È l’ennesima conferma del dramma che sta vivendo il centrosinistra: se si presenta da solo (come ha fatto Walter Veltroni) perde di brutto, ma se si allea con la sinistra estremista (come ha fatto Rutelli) rischia di uscirne persino peggio.

© Libero. Pubblicato il 30 aprile 2008.

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lunedì, aprile 21, 2008

Meno male che Jimmy c'è

Ho un dubbio. Non so a chi dare retta.

Se credere a Jimmy Carter, il quale dice che gli sgherri di Hamas sono pronti a riconoscere il diritto di Israele a vivere in pace, anche se entro i confini del 1967.

O se credere direttamente al capo degli sgherri di Hamas, Khaled Meshaal, il quale, subito dopo aver incontrato Carter, sostiene che a riconoscere il diritto di Israele all'esistenza non ci pensano nemmeno.

Humm. Chissà chi ha ragione.

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giovedì, febbraio 14, 2008

La tv dei piccoli (kamikaze)



Non so voi, ma io non sono molto ottimista sul fatto che il trascorrere del tempo, e l'irrompere sulla scena delle nuove generazioni, possano facilitare l'evoluzione dei rapporti tra palestinesi e israeliani.

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mercoledì, gennaio 30, 2008

Fiera del libro: appello contro il boicottaggio culturale ai danni di Israele

Questo è il testo dell'appello proposto da Libero contro l'ultimo, vergognoso boicottaggio culturale ai danni dello Stato d'Israele, stavolta in atto a Torino. Chi vuole firmarlo può farlo inviando il proprio nome e cognome a questo indirizzo email. I nomi dei firmatari saranno pubblicati su Libero.
Da qualche settimana è in atto una campagna di boicottaggio della prossima Fiera del Libro di Torino (8-12 maggio 2008). La presenza dello Stato d’Israele come ospite d’onore, in occasione dei sessant’anni dalla sua fondazione, è stata strumentalmente interpretata come uno schiaffo alla causa palestinese. Parte degli scrittori arabi intende declinare l’invito degli organizzatori, per evitare il confronto coi colleghi israeliani. La protesta è stata subito supportata da associazioni italiane da sempre schierate contro.

Esprimiamo solidarietà agli scrittori israeliani, e siamo spiacevolmente sorpresi dagli scrittori arabi incapaci di capire che la cultura è innanzi tutto confronto, anche duro, di opinioni contrastanti. Li invitiamo a venire a Torino, a non sottrarsi alla parola, a non diventare, proprio nel loro compito di “intellettuali”, triste esempio d’intolleranza e settarismo, e ricordarsi che nei loro stessi Paesi, dove purtroppo la libertà è spesso ancora un’utopia, ci sono scrittori colpiti da censure e condanne a morte proprio per la loro parola, i quali hanno avuto (come nel caso di Salman Rushdie, Ibn Warraq, Talisma Nasreen, Maryam Namazie e molti altri) il nostro appoggio, la nostra condivisione, la nostra difesa anche materiale.

Sottrarsi è una scelta perdente e vile, e non offende solo Israele, offende noi tutti e i nostri valori: la libertà del confronto è il fondamento della democrazia in cui crediamo, contro le feroci ideologie che sono alla base degli orrori totalitari del XX secolo, che hanno segnato nel profondo l’Europa e il mondo, che continuano a diffondersi in Medio-Oriente, e contro le quali lo Stato d’Israele, con la sua tragica storia e con la sua democrazia, continua a essere il baluardo e il simbolo più vivo.
Per firmare l'appello.

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martedì, settembre 18, 2007

Ripassino di storia per Jimmy Carter. E per quelli come lui

Con le menzogne sparate su Israele da Jimmy Carter e da quelli come lui, che in Italia sono tantissismi (e molto più ignoranti di Carter, ma come scusa non è valida), si potrebbe fare un film. Israele Stato razzista, Israele che crea un muro per imprigionare i poveri palestinesi, Israele che se si leva di mezzo risolve tutti i problemi del Medio Oriente, Israele che ha occupato terre arabe per espandere il proprio territorio...

Ci si potrebbe fare un film, e il Terrorism Awareness Project lo ha fatto. Dura cinque minuti, è chiaro ed essenziale, si vede a pieno schermo e non impalla il computer. I fatti contro le bugie. Qui sotto.

Jimmy Carter's War Against the Jews

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giovedì, agosto 30, 2007

Gli amici di D'Alema e Diliberto

Ecco chi sono quelli cui Oliviero Diliberto corre a stringere la mano, quelli che vanno a braccetto con il ministro degli Esteri italiano. I loro obiettivi "politici" sono descritti in un rapporto di 128 pagine dell'organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch, appena pubblicato, che ha già scatenato nuove polemiche in Medio Oriente.
Durante il conflitto armato con Israele, a partire dal 14 agosto 2006, Hezbollah ha più volte dichiarato che i suoi missili erano puntati essenzialmente verso bersagli militari in Israele, o che i suoi attacchi ai civili erano giustificabili come risposta al fuoco indiscriminato di Israele nel sud del Libano e come strumento per attirare Israele in un conflitto di terra. In verità, la prima pretesa è confutata dal grande numero di razzi che ha colpito oggetti civili ben distanti da ogni bersaglio militare, mentre gli ultimi argomenti sono inammissibili dinanzi alle leggi umanitarie internazionali.

Le forze di Hezbollah in Libano hanno sparato migliaia di razzi verso Israele, causando vittime civili e danni alle strutture civili. I mezzi d'attacco di Hezbollah si basavano su armi non guidate prive della minima capacità di colpire bersagli militari con precisione. Hezbollah ha bombardato ripetutamente paesi, città e villaggi, a quanto pare senza fare alcuno sforzo di distinguere tra obiettivi civili e militari. Facendo così, Hezbollah, come parte in causa in un conflitto armato sottoposto alle leggi umanitarie internazionali, ha violato il fondamentale divieto di condurre attacchi deliberati e indiscriminati contro i civili.
La presentazione ufficiale in Libano di questo rapporto era prevista per oggi, giovedì, ma i mezzi d'informazione controllati da Hezbollah hanno incitato il popolo alla rivolta contro Human Rights Watch, e l'hotel di Beirut in cui era previsto l'evento è stato costretto a cancellare l'appuntamento.

Tra pochi giorni, il 6 settembre, Human Rights Watch presenterà a Gerusalemme il rapporto sulle violazioni compiute nello stesso conflitto da parte dell'esercito israeliano. E si può scommettere che nessuno inciterà gli israeliani ad aggredire l'organizzazione per impedirle di parlare.

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martedì, agosto 21, 2007

Quello che Human Rights First non dice

Si è molto letto e scritto, in questi giorni, di Hate Crimes, il rapporto dell'organizzazione non governativa Human Rights First su antisemitismo, islamofobia e omofobia in Europa (qui il sommario). Quello che il rapporto non dice è che gli immigrati musulmani nel continente hanno un doppio ruolo: vittime dell'islamofobia, certo, ma anche carnefici di ebrei e omosessuali.

Emblematico il caso di Ilan Halimi, il giovane (23 anni) figlio di immigrati marocchini rapito nel 2006 da un gang nei sobborghi di Parigi, torturato per tre settimane e ucciso nel modo più barbaro perché ebreo. Il suo è il nome che appare più spesso nel rapporto, proprio perché quell'omicidio scosse l'opinione pubblica francese (nella banlieue dove era tenuto prigioniero tutti sapevano che lui era lì, ma tutti furono complici degli assassini. Alcuni vicini di casa dei suoi sequestratori furono persino invitati ad assistere alle torture).

Il rapporto di HRF, però, si scorda di dire una cosa essenziale: i suoi aguzzini erano giovani islamici. Persino Wikipedia si è sentita in dovere di sottolineare questo aspetto, che ovviamente fu al centro delle polemiche che seguirono l'omicidio: «Implicati nel crimine sono i membri di una gang giovanile che si chiamano "les barbares", molti dei quali musulmani. Le persone arrestate sino ad oggi sono in gran parte figli disoccupati di immigranti dai Paesi africani. (...) La polizia, secondo quanto riferito, ha trovato "letteratura fondamentalista islamica e pro-palestinese" durante un arresto». Testimoni hanno raccontato poi che, durante il rapimento, i carnefici del ragazzo si divertivano a telefonare alla famiglia della vittima, e facevano ascoltare ai suoi genitori le sue grida di dolore sotto tortura mentre leggevano a voce alta versetti del Corano. Per inciso: in Francia nel 2006 i reati d'odio (per motivi razziali e verso gli omosessuali) sono scesi del 10% rispetto all'anno precedente. Uniche ad aumentare, le aggressioni contro gli ebrei.

Si dirà: è una scelta del rapporto di HRF, quella di non specificare chi sono gli aggressori. E invece no. Perché, ad esempio, del criminale che è entrato armato di coltello in una sinagoga di Mosca e ha ferito gravemente nove ebrei ci tiene a farci sapere che era un estremista di destra. Giustamente. Tutto ciò che il rapporto ci dice invece del razzismo islamico è che «l'antisemitismo è stato anche promosso, attraverso buona parte dell'Europa occidentale, tramite Internet e altri media connessi al Medio Oriente e ad altri Paesi islamici che hanno promosso l'odio nei confronti degli ebrei come parte di un messaggio politico teso a delegittimare Israele». Notare l'eufemismo: si parla di odio per gli ebrei promosso tramite i mass media dai Paesi musulmani, ma non delle aggressioni compiute dagli islamici che risiedono in Europa. Si tratterebbe di qualcosa di lontano, insomma, più legato a complesse questioni geopolitiche che alla vita quotidiana di certi sobborghi inglesi o francesi.

Eppure lo stesso rapporto sull'antisemitismo diffuso nel 2006 dall'Agenzia dell'Unione Europea per i Diritti Fondamentali alla fine dovette riconoscere, pur tra mille imbarazzi, che «in alcuni Paesi - ad esempio in Francia e Danimarca - (...) vi sono prove evidenti di uno spostamento delle responsabilità delle aggressioni dall'estrema destra verso i giovani maschi islamici» e che «i dati disponibili suggeriscono che un numero crescente di incidenti nel Regno Unito è stato causato da islamici o da simpatizzanti della causa palestinese».

Discorso simile per l'omofobia. Il libro di Bruce Bawer, giornalista gay americano che da anni vive in nord Europa, riporta numerosissimi casi di omosessuali aggrediti da gang di giovani islamici. In un articolo per il Boston Globe, lo stesso Bawer dice che «la principale organizzazione olandese per i diritti degli omosessuali ammette che, a causa dei pestaggi di omosessuali praticati dai musulmani, la tolleranza in Amsterdam si sta volatilizzando "come sabbia tra le dita"». Senza scordare che l'imam di Manchester di recente ha dichiarato che è perfettamente giustificabile la condanna a morte degli omosessuali, in quanto prevista dai precetti dell'islam.

Di tutto questo nel rapporto della ong non vi è traccia. E invece il doppio ruolo degli islamici in Europa deve essere messo in risalto, perché è inutile fingersi risoluti nell'invocare soluzioni ai problemi, come fa Human Rights First, se prima non si ha il coraggio di individuare cause e responsabilità. E la crescente presenza di immigrati islamici in Europa è una delle cause dell'aumento delle violenze antisemite e omofobiche. Piaccia o meno.

Post scriptum. Sull'antisemitismo e l'estremismo islamico in Francia, da questo stesso blog:
Succede in Europa
I primi frutti dell'antisemitismo europeo

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lunedì, agosto 13, 2007

La nuova politica estera italiana

Sempre più lontani dalla più grande democrazia del mondo, sempre più vicini ai kamikaze islamici che vogliono cancellare Israele. I danni prodotti alla politica estera italiana da Romano Prodi e dal suo governo li riassume benissimo tale Fouzi Ibrahim, portavoce di Hamas: «L'invito lanciato dal premier italiano, Romano Prodi, al dialogo con Hamas indica che Roma è uscita dall'ombrello americano». Per lui, ovviamente, si tratta di un doppio complimento.

Dov'è lo scandalo nel dialogare con Hamas? Ecco cosa è Hamas, spiegato in un articolo di poche settimane fa da Furio Colombo, ex direttore ed ora editorialista dell'Unità, nonché attuale senatore dell'Ulivo (non proprio un neocon, insomma).
1. Hamas è una organizzazione che è stata eletta sulla base di un programma di guerra, terrorismo e distruzione di Israele. Siamo sicuri che saremmo altrettanto gentili se il governo di uno Stato europeo fosse democraticamente eletto sulla base dell'impegno di mettere a ferro e fuoco lo Stato vicino? Non è per evitare simili pericoli che sono nate ed esistono ancora le Nazioni Unite?

2. Del programma terroristico e negazionista di Hamas si è detto: sono solo parole, linguaggio di disperati. Si è detto: diamo tempo e spazio e i leader di Hamas si dimostreranno statisti. Con questa speranza il presidente palestinese Abu Mazen aveva dato vita con Hamas ad un governo di unità nazionale. Ma Hamas, con un durissimo e improvviso colpo militare, ha fatto strage degli alleati palestinesi di Al Fatah, uccidendo lì casa per casa, e ha conquistato per sé la striscia di Gaza.
Questi sono i nuovi referenti internazionali del governo Prodi.

Post scriptum. Colombo in quell'editoriale si chiedeva «qual è la politica estera italiana». Mi pare che adesso la risposta l'abbia avuta. Chiara e definitiva.

Sullo stesso argomento, su questo blog:
Governo Prodi senza più credito. Anche in Medio Oriente
D'Alema li applaude, Washington li processa
Hamas - Frequently Asked Questions

Sul sito dell'American Israel Public Affairs Committee:
Hamas Charter of Hate

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mercoledì, luglio 25, 2007

Governo Prodi senza più credito. Anche in Medio Oriente

C'era la possibilità concreta che la conferenza internazionale di pace sul Medio Oriente programmata dal presidente americano George W. Bush per l'autunno e applaudita da Massimo D'Alema si svolgesse a Roma. I presupposti c'erano tutti: l'Italia ha avuto ed ha tuttora un ruolo politico e militare importante nella missione Onu in Libano (missione che metà della maggioranza che sorregge il governo ha approvato nella fumosa speranza di riuscire a vendicare i presunti torti subiti dai palestinesi, ma questo adesso non conta), e anche se come sede Roma avrebbe potuto far storcere qualche naso in Israele, di certo da Tel Aviv non sarebbero arrivati veti. Insomma, quella italiana sembrava la candidatura naturale, tanto che l'ipotesi era stata discussa nelle cancellerie e nelle ambasciate.

C'era la possibilità, quindi, che il governo Prodi fosse uno degli attori principali del grande evento internazionale dell'anno. C'era l'eventualità che il governo Prodi passasse politicamente all'incasso di quello che è probabilmente il suo unico fiore all'occhiello. C'era tutto questo, ma adesso non c'è più. Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha appena cancellato Roma (assieme ad alcune capitali africane...) dalle tappe del suo viaggio, il cui scopo è proprio preparare il terreno per la conferenza di pace. Il messaggio è chiaro e definitivo: la conferenza di pace si farà, ma non a casa di Prodi e D'Alema. E questo è il vero significato politico della decisione della Rice.

Quale sia la ragione di questo schiaffo - se le frasi di D'Alema su Hamas o l'intera politica estera italiana o altro ancora - poco importa. Quello che conta è il dato di fatto: il governicchio Prodi è già riuscito a combinare abbastanza danni da perdere il credito internazionale che poteva vantare nella partita mediorentale, l'unica in cui ha contato qualcosa. Poteva (doveva) essere protagonista, sarà una delle tante comparse. Tutto come al solito, insomma.

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mercoledì, maggio 30, 2007

La kamikaze e i sette nani

Difficile che la memoria non corra a certi riferimenti cinematografici dotti, tipo "L'Armata Brancaleone" di Mario Monicelli, dove qualche cinefilo si ricorderà del perfido «nano nomato Cippa». Una giornalista di una radio israeliana ha posto una domanda molto sensata a un esperto di questioni arabe. Come noto, gli uomini che si immolano per il jihad, la guerra santa, sono attesi in paradiso da 72 fanciulle vergini. Ma adesso che i palestinesi promettono di inviare donne suicide contro i soldati israeliani che dovessero rimettere piede in Gaza, si pone il problema su chi o cosa attenderà in paradiso le martiri di Allah. Insomma, qual è l'equivalente per le femmine delle 72 vergini promesse ai maschietti? La risposta dell'esperto musulmano: per le donne kamikaze, in paradiso ci saranno «nani che le serviranno».

Tutto vero. Tutto sul Jerusalem Post (e sul Chicago Sun-Times, by Mark Steyn).
One intrepid Israel Radio broadcaster asked the question which, I admit, hadn't been on my mind but nonetheless has its mind-bending merits. Speaking to an Arab affairs expert on the reports that Islamic Jihad is threatening to send scores of women suicide bombers to blow themselves up near IDF troops if Israel starts an operation on the ground in Gaza, she enquired what awaited such women in heaven, the equivalent of the notorious 72 virgins ready to serve the male shahids. The answer: dwarves who will serve them. Even in jihadi heaven the women are discriminated against, it seems.
Resta solo da capire in che modo queste schiere di volenterosi nani (vergini?) serviranno le mujaheddin.

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giovedì, maggio 03, 2007

I monopolisti della violenza politica

di Fausto Carioti

È il caso di aggiornare i dizionari politici. Lo squadrismo non è più fascista. È comunista. Nel senso parlamentare della parola: le aggressioni politiche in Italia, piaccia o meno, sono compiute in modo ormai quasi esclusivo da gente che si identifica nei partiti di Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto. Per rendersene conto basta sfogliare le cronache degli ultimi tempi. Colpa di tante cose, ma anche della saldatura tra i "movimenti" dei centri sociali e i partiti ufficiali, consacrata dalla candidatura di molti esponenti no global in Parlamento e dall'intestazione di un'aula del Senato, assegnata a Rifondazione comunista, a Carlo Giuliani, ucciso durante il G8 di Genova - per legittima difesa - dal carabiniere che stava aggredendo. Scelte che hanno segnato anche la saldatura tra la violenza rossa e la politica di Palazzo.

L'ultimo episodio è avvenuto il primo maggio a Roma, in piazza San Giovanni, durante il concerto organizzato dai sindacati e come al solito trasformato in una kermesse filocomunista caratterizzata da poche idee, ma ben confuse. Alcuni ragazzi hanno insultato e aggredito Mario Segni e gli altri referendari mentre raccoglievano firme per far svolgere la consultazione popolare con cui si chiede di cambiare la legge elettorale. Alcuni moduli, con duecento firme già raccolte, sono stati strappati dalle mani dei referendari e "confiscati"; un tavolo è stato lanciato contro Segni. Racconta Enzo Curzio, coordinatore romano del comitato per i referendum: «Erano ragazzi di Rifondazione comunista che invitavano a non firmare per il referendum. È assurdo aver subito un'aggressione da parte di militanti di sinistra proprio nel giorno in cui si dovrebbero valorizzare la democrazia e il dibattito».

No, non è assurdo per niente: pochi giorni fa Bertinotti, presidente della Camera, aveva detto che il referendum rappresenta «una minaccia per la democrazia». Niente di strano, quindi, se qualche giovane democratico e comunista (un inconsapevole ossimoro vivente) si dà da fare a modo suo per scongiurare la minaccia. Questi non sono extraparlamentari, non indossano (almeno per ora) un passamontagna. È gente che agisce a volto scoperto, si riconosce nei partiti di governo ed è convinta che aggredire Mario Segni o tirare un cavalletto in testa a Silvio Berlusconi sia un normale esercizio di antifascismo democratico. Lo stesso giorno, dal palco del concerto di piazza San Giovanni, uno dei presentatori, Andrea Rivera, ha attaccato la Chiesa dicendo che «non si è mai evoluta». Applausi scroscianti e scontati. Vista l'aria pesante che tira sui sacerdoti, gli organizzatori del concerto hanno preso le distanze da Rivera. Ma serve a poco: le sue stesse parole si possono trovare ogni giorno su Liberazione, il quotidiano del partito di Bertinotti, dove in prima pagina si leggono titoli tipo «Vaticano come l'islam estremo» e «Il fanatismo del Vaticano come quello dei kamikaze». Viva la libertà d'espressione anche per chi dice bischerate, basta che poi non ci stupiamo se Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, riceve minacce di morte quotidiane, anch'esse firmate con quel simbolo, falce e martello, destinato a etichettare la nuova aggregazione che dovrebbe nascere a sinistra del partito democratico.

Assieme alla violenza contro il dissenso e contro la Chiesa, i compagni hanno ereditato dal peggior fascismo quella contro gli ebrei. Mentre a destra l'antisemitismo scendeva di tono, fino a diventare un rigurgito sempre più clandestino (merito anche del viaggio di Gianfranco Fini a Gerusalemme), nella sinistra cresceva a dismisura, mascherato da antisionismo. «Sempre più spesso», scrive (da sinistra) Gadi Luzzatto Voghera, «la distorsione dell'entità ebraica diviene matrice di una nuova forma di antisemitismo aggressivo, la cui origine teoretica si rintraccia in quel processo di astrazione che ha condotto l'ebreo reale a farsi sempre più evanescente nel discorso politico di sinistra, facendo posto prima al capitalista, poi alla "vittima", e infine al "sionista"».

Il risultato pratico è che nei cortei della sinistra, oggi, Israele e gli ebrei sono visti come i nemici da abbattere, quintessenza del "razzismo sionista" e del capitalismo. I siti internet dei militanti comunisti tracimano di odio per Israele e per chi lo difende e abbondano di linguaggi e dietrologie ricalcati dai Protocolli dei Savi di Sion e dalle altre mistificazioni antisemite (il fatto che si tratti di "citazioni" spesso inconsapevoli non scusa, semmai è un'aggravante). Mentre Diliberto e lo stesso Massimo D'Alema in tempi recenti si sono fatti fotografare mano nella mano con esponenti di Hezbollah, l'etichetta politica libanese la cui milizia è considerata un'organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Australia e Parlamento europeo, e che ha per obiettivo, come si legge nello statuto, la «completa distruzione» della «entità sionista». Assieme ai terroristi palestinesi di Hamas (altri amici della sinistra italiana) e alle altre organizzazioni terroristiche islamiche, Hezbollah ha ucciso oltre mille civili israeliani. Anche in questo caso, insomma, chi cerca un pretesto politico per le proprie aggressioni, verbali e fisiche, fa presto a trovarlo negli atteggiamenti e nelle parole della sinistra ufficiale.

Post scriptum. A proposito dell'aggressione ai referendari. Bertinotti, imbarazzato perché accusato, in sostanza, di essere moralmente responsabile per le violenze dei giovani rifondaroli, ieri ha inviato un messaggio di solidarietà a Segni, dicendosi convinto «che l'iniziativa politica debba essere assolutamente garantita a tutti, indipendentemente dal grado di consenso o di dissenso che si nutre nei suoi confronti». Le chiacchiere, però, contano zero. Il presidente della Camera ha un modo molto semplice per dare un senso concreto alle sue parole e prendere le distanze dagli squadristi rossi: "risarcire" Segni e gli altri delle duecento firme che la feccia del suo elettorato ha sottratto ai referendari. Per ogni firma di adesione al referendum rubata dai giovani comunisti, la firma di un esponente di Rifondazione. Iniziando da quella dell'onorevole Bertinotti.

© Libero. Pubblicato il 3 maggio 2007.

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domenica, aprile 22, 2007

"Antisemitismo a sinistra"

di Fausto Carioti

Brucia. Dio come brucia il libro di Gadi Luzzatto Voghera. “Antisemitismo a sinistra”, in uscita in questi giorni per Einaudi, è un trapano da dentista dritto sul nervo scoperto della gauche italienne, senza manco l’ombra dell’anestesia. Fa un male cane a) perché dice cose vere; b) perché sono cose che la sinistra, specie quella italiana, in grandissima parte si rifiuta di vedere e di sentire; c) perché chi le scrive è un ebreo di sinistra che a sinistra, nonostante tutto, è rimasto. E quali argomenti tiri fuori contro “uno dei tuoi” che porta alla luce tutte quelle cose inconfessabili che, in cuor tuo, sai benissimo essere vere? Così, con un malanimo simile a quello che a suo tempo ha accolto “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, la sinistra si trova ora a fare i conti con chi le sbatte in faccia la propria cartella clinica, dove l’antisemitismo, ovviamente mascherato da antisionismo, appare in primo piano come la più grossa delle metastasi.

Una dolorosissima operazione verità, dunque. «Dire che l’antisemitismo e la sinistra sono due concetti incompatibili è storicamente sbagliato e politicamente ipocrita», attacca Luzzatto, quarantaquattrenne storico dell’ebraismo. Non esistono verginelle, insomma, nessuno può dirsi innocente per diritto di nascita, nemmeno chi ha fatto dell’antifascismo la propria ragion d’essere: la comune matrice antifascista degli ebrei e della sinistra italiana «non può in alcun modo chiamare fuori la sinistra stessa dall’infamante accusa di fare un uso talvolta inconscio, spesso spregiudicato, del linguaggio politico antisemita».

Con chi ce l’ha Luzzatto? L’elenco completo sarebbe sterminato e lui stesso elenca solo pochi casi. Menzione doverosa per Massimo D’Alema, il quale poche settimane fa ha detto che c’è bisogno di una comunità ebraica «che sia in grado di esercitare uno stimolo critico nei confronti d’Israele» e ha chiesto agli israeliani di muovere «verso un orizzonte diverso dalla politica che hanno fatto sin qui», politica ovviamente «miope». Tradotto, l’unico ebreo buono è quello che critica Israele in pubblico. Il ministro degli Esteri è in buona compagnia: si tratta di un fenomeno assai diffuso, analizzato e riassunto benissimo da Emanuele Ottolenghi: «La denuncia d’Israele e l’adesione all’ortodossia politica liberal è il passaporto alla piena appartenenza europea per gli ebrei di oggi» (in “Autodafè”, Edizioni Lindau).

Ce n’è anche per Alberto Asor Rosa, secondo il quale gli israeliani, «per non essere più vittime, sono entrati direttamente, quasi senza mediazioni, nel novero dei carnefici». Per Gianni Vattimo, che cita George Steiner: «Il danno più grave che ci ha fatto lo sterminio nazista degli ebrei è stato la nascita dello Stato di Israele». Per Barbara Spinelli, convinta che da Israele debba arrivare «quel mea culpa che fa crudelmente difetto, pronunciato a fronte degli individui palestinesi e in genere dell’Islam». Ce n’è per Fausto Bertinotti, incapace di andare al di là di una visione caricaturale e offensiva dell’ebreo come vittima predestinata delle ingiustizie del mondo (è la base, ovviamente, da cui poter dire che la vittima dei nazisti si è trasformata nel carnefice dei palestinesi). Per i tantissimi strabici della sinistra, dove «non si è disposti a transigere sulla pratica antisemita quando essa è esercitata da gruppuscoli neonazisti europei, mentre si chiudono entrambi gli occhi quando il presidente iraniano Ahmadinejad o il leader di Hezbollah Nasrallah rivendicano apertamente la negazione della Shoàh e auspicano la scomparsa degli ebrei e di Israele dalla faccia della terra».

Punti nel vivo, i primi chiamati in causa già si sono fatti sentire: il quotidiano di Rifondazione Comunista ieri ha dedicato una colonna della prima pagina a una faticosa spiegazione che avrebbe dovuto convincere il lettore che Bertinotti è un amico degli ebrei. Barbara Spinelli venerdì ha risposto alle accuse sulla Stampa, sostenendo che quello di Luzzatto è un dibattito arretrato, che ignora la questione vera e attuale, vale a dire i rapporti tra ebrei e sionismo (in parole povere, la colpa di Luzzatto sarebbe quella di non processare il sionismo).

Niente di nuovo. Già nel 1982, come ricorda Luzzatto, all’indomani dell’attentato alla sinagoga di Roma, Silvia Berti scriveva: «Sarebbe tempo che la sinistra riconoscesse e curasse le sue infezioni, che dicesse basta agli slogan terzomondisti corrosi dalla propria astrattezza, pallidi involucri di se stessi, privi di contenuto storico. Si è cominciato col parlare dello Stato di Israele come di un centro occidentale capitalistico, filo americano e imperialistico. Si è continuato col trasferire sui palestinesi le categorie della storia ebraica; loro, la nuova diaspora; loro, costretti all’esodo; erano loro i nuovi depositari della speranza messianica, i nuovi portatori di un’altra stella di Davide». Un appello inutile: dopo un quarto di secolo, mentre la destra, specie ai piani alti, ha mostrato chiari segni d’evoluzione (l’appoggio netto e indiscusso di Silvio Berlusconi e dei suoi governi alla causa israeliana, il viaggio di Gianfranco Fini a Gerusalemme), a sinistra l’infezione, ignorata, ha continuato a progredire.

L’ebreo, agli occhi della sinistra, da archetipo di borghese sfruttatore e usuraio è diventato vittima per definizione “grazie” alla Shoàh, al genocidio nazista, per poi trasformarsi rapidissimamente, con la creazione dello Stato di Israele, nel suo opposto: il sionista «imperialista e colonizzatore, avamposto dell’Occidente capitalista». A questo punto, la partita per gli ebrei è bella che persa, come ha spiegato con amarezza il filosofo francese Alain Finkielkraut: «I Palestinesi non sono più i nemici degli Israeliani, ma il loro Altro. Essere in guerra con il proprio nemico è una possibilità umana. Fare la guerra all’Altro è un crimine contro l’umanità. Nel primo caso il rapporto è politico e può eventualmente risolversi, malgrado le tentazioni massimalistiche che l’attraversano, con un compromesso. Nel secondo caso si tratta di razzismo, e tutto ciò che è razzista deve scomparire».

Luzzatto però non si arrende all’evidenza da lui stesso documentata, e vuole provare a lavorare per «una politica di sinistra che, sui temi interessati dall’antisemitismo, faccia la differenza, isolando quella grammatica antisemita che per troppo tempo ha goduto di cittadinanza nella sinistra stessa». Auguri sinceri.

© Libero. Pubblicato il 22 aprile 2007.

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domenica, febbraio 11, 2007

Sistemi operativi del tutto incompatibili

Elie Barnavi, ex ambasciatore israeliano in Francia, dopo aver insegnato alla Sorbona, oggi insegna Storia moderna dell'Occidente all'università di Tel Aviv. A ottobre ha pubblicato il libro "Les Religions Meurtrieres", "Religioni assassine". Ci tiene molto a precisare il suo punto di vista: «Io non parlo da una posizione di destra, ma da una posizione di sinistra democratica. Io sono un socialdemocratico».

Come chiunque abbia occhi per vedere, si interroga su ciò che sta accadendo in Europa. Per essere più precisi: si interroga su ciò che sta accadendo all'Europa. Intervistato dal quotidiano israeliano Haaretz, che riporta anche alcune frasi e concetti chiave del suo libro-pamphlet, Barnavi spiega che oggi in Occidente «il fatto stesso che della gente possa uccidere in nome della religione è spaventoso. La società occidentale è incapace di comprendere il fenomeno, di afferrarlo, figuriamoci di combatterlo. (...) La società occidentale sta cercando motivazioni razionali per spiegare un fenomeno che è fondamentalmente irrazionale. Essa vede gente che uccide in nome di Dio, ma cerca di capire le motivazioni religiose stando al di fuori del contesto religioso». Sbagliando così analisi e correndo il rischio di commettere errori di portata epocale.

Siamo davanti, infatti, a due sistemi di pensiero non opposti, ma piuttosto incapaci di comunicare l'uno con l'altro, essendo fondati su valori reciprocamente incomprensibili. L'errore peggiore che possa commettere l'Europa è, nell'ennesimo tentativo di abusare della propria ragione, pretendere di capire l'altro - in questo caso, chiaramente, il mondo islamico che lancia la sfida - illudendosi che questo usi le stesse nostre categorie razionali.

E' esattamente l'errore madornale che commette Jacques Chirac (uno di quelli che la sinistra italiana si diverte a contrapporre a Silvio Berlusconi come prototipo di grande e serio leader di destra: ancora complimenti, compagni) quando, a microfoni spenti, dice ai giornalisti che il possesso di armi nucleari da parte dell'Iran di Mahmoud Ahmadinejad non rappresenterebbe «una grande minaccia», poiché se Israele fosse attaccata reagirebbe in modo violentissimo, e anche Teheran verrebbe distrutta, e quindi non converrebbe a nessuno lanciare la prima testata.

Chirac non è certo il solo a pensarla così: si tratta di un'idea vigliacca che nelle cancellerie europee sta conquistandosi un certo credito, anche se non ancora in modo palese: se Israele ha l'atomica, perché non deve averla anche l'Iran, il suo grande rivale? Del resto, Stati Uniti e Unione Sovietica per mezzo secolo hanno convissuto senza dichiararsi guerra proprio perché farlo sarebbe stata la fine di entrambi.

Ma la tentazione, oltre che vigliacca, è imbecille, perché fondata su un sillogismo falso. La deterrenza basata sulla "mutual assured destruction" funziona quando nessuno dei due è disposto a morire per togliersi la soddisfazione di uccidere l'altro. Quando, cioè, ognuno ha rispetto, se non della vita in genere, almeno della propria vita. Un rispetto che i sovietici senza dubbio avevano, e che quindi rendeva legittime certe aspettative razionali sul loro comportamento. Ma quando ti trovi davanti fanatici disposti a uccidere e a morire in nome del loro dio, pronti a scambiare senza pensarci due volte la loro vita con quella di un ebreo o di un infedele occidentale, ogni discorso razionale è impossibile.

Non occorre che la pensino così tutti gli iraniani, o la maggioranza di costoro. Basta che la pensino così le due o tre persone che hanno la responsabilità di schiacciare il bottone rosso. La mutual assured destruction, in questo caso, non è più garanzia di deterrenza, ma certezza di suicidio.

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mercoledì, gennaio 03, 2007

Perché il problema del Medio Oriente non è Israele

E' il ritornello che intonano tutti, a destra come a sinistra: per vedere la pace in Medio Oriente basta risolvere la questione israelo-palestinese, il resto si metterà a posto da sé. Come molti ritornelli del genere, anche questo è pericoloso e falso. Pericoloso, perché tende a generare in tutti, anche nei pochi amici su cui può contare Israele, la convinzione che lo Stato ebraico rappresenti comunque l'unico ostacolo alla pacificazione dell'area e allo sviluppo dei Paesi arabi, e dunque un fastidio. Falso, perché il problema vero del Medio Oriente - e non solo del Medio Oriente, purtroppo - è l'islam e la facilità con cui il Corano si presta alle interpretazioni più violente e misogine.

David Harris, direttore dell'American Jewish Committee, lo spiega in termini molto chiari in un articolo sul Jerusalem Post.
Immaginiamo per un attimo che Israele non esista. (...) Iraq e Iran avrebbero forse scelto di non combattere una guerra di otto anni che è costata oltre un milione di morti? L'Iraq avrebbe forse deciso di non invadere il Kuwait nel 1990? Si sarebbe astenuto dall'usare le armi chimiche contro la sua stessa popolazione curda e l'Iran?

La Siria si sarebbe astenuta dal massacrare oltre 10.000 dei suoi stessi cittadini ad Hama, nel 1982? Avrebbe tolto la sua presa sul Libano, come chiesto da numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza?

L'Arabia Saudita avrebbe smesso di esportare in tutto il mondo il suo modello wahabita di islam, con la sua visione ristretta e dottrinaria del mondo e l'emarginazione dei non musulmani e dei cosiddetti infedeli? Al Quaeda si sarebbe trattenuta dall'attaccare gli Stati Uniti nel 2001, quando - ricordiamolo - la questione israelo-palestinese non era ancora stata mai menzionata tra le principali rivendicazioni di Osama Bin Laden?

La minaccia rappresentata dalla Fratellanza Musulmana in Egitto e Giordania scomparirebbe forse magicamente, se fosse assente il "fattore Israele"? L'Iran abbandonerebbe le sue ambizioni egemoniche sulla regione? La divisione tra sciiti e sunniti, con le sue profonde ramificazioni politiche e strategiche, si dissolverebbe nell'aria? Il governo sudanese metterebbe fine alla sua collusione con le milizie arabe Janjaweed per terminare le stragi e l'occupazione del Darfur?

Il livello di disperata povertà e l'analfabetismo diffuso che stroncano la speranza e creano un fertile terreno di reclutamento per i movimenti estremistici islamici verrebbero immediatamente alleviati? Le donne saudite conquisterebbero subito il diritto di guidare, i non islamici otterrebbero finalmente uguali diritti in tutti quei Paesi arabi in cui l'islam è la religione ufficiale, i seguaci della religione Baha'i smetterebbero di essere perseguitati dal governo iraniano?
Sullo stesso tema, su questo blog:
Il direttore di Al Jazeera spiega perché Israele deve morire
La grande ipocrisia di Romano Prodi e Kofi Annan

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lunedì, dicembre 18, 2006

Il direttore di Al Jazeera spiega perché Israele deve morire

Ahmed Sheikh, palestinese nato a Nablus, è il direttore dell'emittente televisiva qatariota Al Jazeera (per inciso: la casa reale del Qatar, wahabita e legata a doppio filo con la corrotta dinastia saudita, finanzia il 75% dell'emittente preferita da Bin Laden). Essere a capo di una televisione seguita da 50 milioni di arabi rende automaticamente Sheikh uno degli opinion leader più importanti del mondo islamico. Qui si può leggere la recentissima intervista che gli ha fatto Pierre Heumann, giornalista del settimanale svizzero Die Weltwoche. Merita di essere letta sino in fondo, perché aiuta a fare piazza pulita di molte illusioni che anche in Europa si nutrono sulle avanguardie intellettuali arabe.

Cito un solo passaggio dei tanti che meriterebbero di essere riportati. Quello in cui il direttore di Al Jazeera sembra finalmente smettere di fare il pesce nel barile e dice tutto quello che non va nei paesi arabi. «Non capisco perché non riusciamo a crescere in modo così veloce e dinamico come il resto del mondo. (...) In molti Stati arabi, il ceto medio sta scomparendo. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Guardiamo le scuole in Giordania, Egitto e Marocco: ci sono sino a 70 alunni ammassati all'interno di una sola classe (...) Anche gli ospedali pubblici si trovano in condizioni disperate». Tutto vero, bravo. L'intervistatore, a questo punto, gli pone la domanda più ovvia: di chi è la colpa? La risposta giusta sarebbe: degli oligarchi che da decenni preferiscono spendere i proventi del petrolio in automobili sportive con la carrozzeria d'oro e prostitute occidentali piuttosto che in scuole, servizi pubblici e ospedali per la popolazione, e che usano la religione islamica per stroncare sul nascere ogni accenno di libera circolazione delle idee, mentre alle donne è impedito partecipare al dibattito e a ogni attività politica e culturale (qui per maggiori informazioni e qualche statistica).

Ma il direttore di Al Jazeera non dice niente di tutto questo. Alla domanda su chi debba assumersi la colpa del grande sfascio economico e sociale del mondo arabo, risponde: «Il conflitto israelo-palestinese è una delle ragioni principali del perdurare di queste crisi e di questi problemi. Il giorno in cui Israele è stata fondata si sono create le basi per i nostri problemi. L'Occidente deve capirlo. Tutto sarebbe molto più tranquillo se ai Palestinesi fossero riconosciuti i loro diritti». L'intervistatore vuole vederci chiaro. E insiste: «Intende dire che se Israele non esistesse, improvvisamente ci sarebbe democrazia in Egitto, le scuole in Marocco migliorerebbero e le cliniche statali in Giordania funzionerebbero meglio?». Risposta di Ahmed Sheikh: «Penso proprio di sì». E il motivo, il nesso logico qual è? «E' perché noi perdiamo sempre con Israele. Brucia alle genti mediorientali che un Paese piccolo come Israele, con appena 7 milioni di abitanti, possa sconfiggere la nazione araba con i suoi 350 milioni. Questo fa male al nostro ego collettivo. La questione palestinese è nei cromosomi di ogni arabo. Il problema dell'Occidente è che non lo capisce».

Revisionismo storico a parte (quella di Israele è la storia di una lunga serie di guerre di difesa dalle aggressioni di chi non ne riconosce il diritto all'esistenza), occorre notare come, mentre le elites europee, direttori dei grandi organi d'informazione in prima fila, adorino riempirsi la bocca con i mantra del melting pot, della coesistenza con gli immigrati islamici e del relativismo culturale, i loro colleghi arabi si guardino bene dal fare alcuna concessione al"nemico", e senza pudori (anzi, con la certezza di interpretare un sentimento diffuso nella stragrande maggioranza della popolazione) si augurino pubblicamente la distruzione di Israele, giustificandola con la necessità di lenire il complesso d'inferiorità collettivo degli islamici.

Su questo tema: Israel Did it! When in doubt, shout about Israel, di Victor Davis Hanson.

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giovedì, ottobre 19, 2006

L'Onu di tutti i giorni

L'Onu non va chiusa solo per il modo criminale con cui ha reso possibili l'aggressione araba a Israele (1967), il genocidio dei tutsi in Ruanda (1994), il massacro di Srebreniza (1995), per l'incapacità che sta mostrando dinanzi alla macelleria del Darfur, per gli scandali sessuali dei caschi blu in Congo e per il modo vigliacco in cui si è comportata in tantissime altre emergenze. L'Onu va chiusa anche perché è moralmente impresentabile persino nella gestione della ordinaria amministrazione.

Qui c'è il webcast (per vederlo serve Real Player, non chiedetemi perché: è l'Onu) di una conferenza organizzata dalle Nazioni Unite, svolta il 16 ottobre e affidata all'anglo-indiano Shashi Tharoor, vice segretario Onu con delega per l'informazione, fino a pochi giorni fa candidato alla guida delle Nazioni Unite e vezzeggiatissimo, manco a dirlo, dal Guardian. Titolo dell'incontro: "Cartooning for Peace: The Responsibility of Political Cartoonists?". E già questo fa capire che l'Onu si trova su un altro pianeta, molto distante dalla Terra e con problemi del tutto diversi. Da queste parti, infatti, il campo minato è quello dei rapporti tra disegnatori e libertà, e non certo tra i disegnatori e la pace. Più che concentrarsi sulle responsabilità dei vignettisti, dunque, avrebbe avuto senso occuparsi dei loro diritti minacciati, visto quanto accaduto in Danimarca e nel resto d'Europa a chi ha disegnato e pubblicato le vignette ritenute infamanti da tanti islamici (qui un post interminabile su queste e altre violazioni della libertà d'espressione nel continente). Ovviamente, pretendere che l'Onu organizzi un convegno sul tema "Cartooning for Freedom. The Rights of Political Cartoonists?" è semplice utopia. Il coraggio uno non se lo può dare.

A parte il titolo da dibattito dell'Arci, poteva comunque essere l'occasione per affrontare finalmente nel palazzo di vetro il tema della libertà d'espressione, complice la veste informale dell'incontro. Poteva anche essere l'occasione per spezzare una lancia in favore dei vignettisti condannati a morte, e far mettere per iscritto dall'Onu, una volta per tutte, che ognuno ha il diritto di scrivere quello che cavolo gli pare, e se qualcuno si sente offeso e reagisce con la violenza sappia che sta violando qualche dozzina di carte dei presunti diritti dell'uomo con cui l'Onu si riempie sempre la bocca ogni giorno.

L'esatto contrario. Dopo due ore e tredici minuti di confronto tra i vignettisti, durante i quali l'omicidio di Theo Van Gogh viene dichiarato "off topic" dagli organizzatori della conferenza, la questione Islam non viene nemmeno sfiorata, le vignette danesi figuriamoci, e un paio di vignettisti americani colgono l'occasione per prendere coraggiosamente le distanze dal deprecabile aumento del patriottismo americano dopo l'11 settembre (finché un loro collega non americano, gentilmente, fa notare che i vignettisti statunitensi sono liberissimi di prendere per il culo il presidente americano, mentre in gran parte del resto del mondo se i loro colleghi fanno qualcosa di simile finiscono in gabbia o con le mani tagliate, e forse proprio di un dettaglio non si tratta), dopo due ore e tredici minuti del genere, si diceva, prende la parola il vice segretario delle Nazioni Unite.

Tharoor chiede ai vignettisti, senza troppi giri di parole, di autocensurarsi per evitare di turbare la sensibilità di chi può sentirsi offeso dalla loro libertà di espressione. «Poiché la tecnologia attuale», dice, «può trasmettere le vignette da un contesto culturale all'altro, dove esse possono essere considerate offensive, la responsabilità dei disegnatori è forse più grande di quanto sia mai stata. (...) Le persone di buona volontà e buone intenzioni si sforzano di capire le conseguenze delle loro azioni e cercano di fare del loro meglio per comportarsi in modo da lasciare il mondo non peggiore di come l'hanno trovato. (...) Nessuno di noi può permettersi di scordare le nostre responsabilità nei confronti dei nostri vicini, del mondo che condividiamo, a causa dell'impatto che le nostre azioni possono avere. Quello tra libertà e responsabilità è sicuramente un equilibrio delicato».

Chiaro il concetto? Cari vignettisti, non chiedetevi cosa possono fare i fondamentalisti per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per i fondamentalisti. Per dirla con Bruce Bawer, cui si deve la segnalazione dell'evento e un post eccellente sull'argomento, il principio per cui dobbiamo autocensurarci nel timore che qualcuno possa dichiararsi offeso «è un biglietto di sola andata per il pianeta dei talebani e per l'applicazione della sharia a livello mondiale».

Post scriptum. Sullo stesso argomento da leggere anche Cox & Forkum: "Draw me".

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giovedì, settembre 28, 2006

Victor Davis Hanson: il nuovo antisemitismo occidentale è di sinistra

Siamo abituati ad associare l'odio per gli ebrei con la ridicola destra nehanderthaliana che va a letto con gli stivali. Ma questo nuovo veleno, almeno nella sua forma occidentale, è soprattutto un'impresa della sinistra, e spesso della sinistra accademica. E' anche molto più insidioso, data la pretesa superiorità morale della sinistra e la sua influenza nei media prestigiosi e nelle università. Ne vediamo gli sventurati risultati nelle frequenti manifestazioni anti-Israele che si tengono nelle università, dove Israele è associata al nazismo, mentre i media hanno pubblicato immagini taroccate e raccontato in modo schierato gli eventi nel sud del Libano.

Victor Davis Hanson, storico, membro della Hoover Institution e insegnante all'università di Stanford, racconta così "Il nuovo antisemitismo". Una descrizione che si può applicare alla realtà italiana senza cambiarne una virgola.

Stesso argomento su questo stesso blog: "I primi frutti dell'antisemitismo europeo".

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giovedì, settembre 14, 2006

I primi frutti dell'antisemitismo europeo

Piccoli segnali. Appena percettibili, facili da ignorare. E' sempre così che inizia. Anche la grande pestilenza raccontata da Albert Camus inizia con un topo morto in mezzo al pianerottolo. Che il portiere del palazzo si rifiuta di vedere («Il dottore ebbe un bel dirgli che ce n'era uno sul pianerottolo, del primo piano, e probabilmente morto: la persuasione di Michel restava intatta. Non vi erano sorci in casa; doveva quindi, quello là, essere stato portato da fuori. In breve, si trattava di uno scherzo»).

Tre anni fa il filosofo ebreo francese Alain Finkielkraut lanciava l'allarme nel suo libro "Nel nome dell'Altro": «Quello che si credeva fosse ormai un dato acquisito, oggi, retrospettivamente, ci appare solo come una semplice interruzione. Ed è in Francia, il Paese europeo con il più alto numero d'ebrei, che la parentesi, e nella maniera più brutale, viene chiusa. S'incendiano le sinagoghe, molti rabbini vengono molestati, dei cimiteri profanati, alcune istituzioni comunitarie ma anche delle università devono far ripulire, durante il giorno, i loro muri imbrattati, nella notte, da scritte oscene. Ci vuole del coraggio per indossare una kippa nella metropolitana parigina e in quei luoghi feroci che chiamano cités sensibles; il sionismo è criminalizzato da un numero sempre più ampio d'intellettuali, l'insegnamento della Shoah si rivela impossibile proprio nel momento in cui diventa obbligatorio, la scoperta dell'Antichità lascia gli ebrei in balia dei lazzi infantili, l'ingiuria "sporco ebreo" ha fatto la sua riapparizione in modo mascherato nelle scuole. Gli ebrei hanno il cuore pesante e, per la prima volta dopo la guerra, hanno paura».

Gerusalemme, oggi. La notizia è che gli ebrei francesi stanno lasciando la Francia. Non è un esodo di massa: fosse così, lo avremmo già letto da qualche parte, persino in Italia. E' invece un processo lento ma costante, i cui numeri si fanno ogni anno più importanti. La grande maggioranza di quelli che se ne vanno, ovviamente, sceglie di fare aliya, ovvero di andare a vivere in Israele. Tra il 2000 e il 2005 se ne sono andati in 11.148. Il record si è avuto proprio nel 2005, con 3.300 ebrei immigrati in Israele dalla Francia: il numero più alto degli ultimi 35 anni. Nel 2006, probabilmente, nonostante la guerra con il Libano, saranno ancora di più. Il 25 luglio sono arrivati in Israele dalla Francia 650 immigrati ebrei, il più alto numero che si sia registrato in un solo giorno dal 1971. Il tutto su una popolazione ebrea francese stimata in circa 600mila individui.

I motivi sono diversi, certo. Non tutto si spiega con l'antisemitismo francese. Il richiamo verso la terra promessa sarebbe forte comunque. E il governo di Tel Aviv le sta inventando tutte per convincere gli ebrei francesi a trasferirsi in Israele. Ma è un dato di fatto che questa ondata migratoria è cresciuta con l'aumentare degli attentati contro gli ebrei francesi. «Anche se i motivi per fare aliya variano da una famiglia all'altra», scrive il Jerusalem Post, «nessuno mette in discussione il fatto che essere ebreo in Francia si sia fatto più difficile negli ultimi sei anni. (...) Gli intellettuali francesi sono imperturbabilmente anti-israeliani, e il governo francese ha mostrato spesso pregiudizi pro-arabi e pro-palestinesi, sin dal clamoroso successo di Israele nella guerra dei sei giorni del 1967. Con l'inizio della seconda intifada nel settembre del 2000, gli ebrei francesi hanno iniziato ad assistere a un rapido incremento dell'anti-semitismo, con incidenti e attacchi violenti quali non si vedevano dagli anni Quaranta. Molti di questi incidenti sono stati provocati da immigrati musulmani». Simon Kohana, presidente del Forum francese dei cittadini ebrei, la spiega così: «Abbiamo iniziato a chiederci se possiamo continuare a stare in Francia. Siamo davvero cittadini francesi? Abbiamo la sensazione di essere una popolazione a parte».

Piccoli segnali. E un odore di topo morto che si leva dal primo piano del condominio Europa e si fa sempre più forte.

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