martedì, novembre 08, 2005

Non solo Parigi: il fallimento dell'integrazione islamica è europeo

Gli incendi che illuminano le notti dei sobborghi di Parigi e delle altre città francesi sono solo l'ultima e più clamorosa manifestazione del fallimento delle politiche europee per l'integrazione degli immigrati islamici. La conferma è data dal fatto che tra i musulmani immigrati di seconda e terza generazione si va diffondendo la tendenza a marcare in maniera assai violenta le differenze con le società che li ospitano, passando dal vandalismo puro e semplice agli "hate crimes" e da questi, nei casi estremi, all'esaltazione e quindi all'abbraccio del terrorismo. Un "richiamo della foresta" che, contrariamente a quanto si vuole far credere, non riguarda solo i diseredati delle banlieues.
E' fallita la ricetta francese (assimilazione degli immigrati nella cultura transalpina e priorità alla sicurezza), ben illustrata da Gilles Kepel, consigliere di Jacques Chirac, in questo libro. E' fallita la ricetta opposta, multiculturalista, della Gran Bretagna (nella versione originaria, ormai abbandonata, basata sul rispetto delle diversità, persino a discapito delle minacce mosse dagli immigrati alla sicurezza). E' naufragato nel sangue di Theo van Gogh il multiculturalismo welfaristico e utopico in salsa olandese, che sembra tanto assomigliare a ciò che vorrebbe fare in Italia Romano Prodi, quando invoca «interventi seri sul piano sociale e con l'edilizia».
Nelle nuove generazioni di immigrati islamici in Europa, dunque, il richiamo del conflitto e della Jihad è assai più forte che nei loro padri. Come scrive Robert S. Leiken in questo articolo su Foreign Affairs (pubblicato a luglio ma indispensabile per capire quello che sta succedendo in questi giorni), «no Chinese wall separates first-generation outsiders from second-generation insiders; indeed, the former typically find their recruits among the latter». Mentre Olivier Roy, probabilmente il maggior studioso del fenomeno, qui su Le Monde Diplomatique nota che «the young second-generation Muslims radicalised in the run-down suburbs and inner-city slums of Europe are motivated by their own situation, not Iraq». E Kepel, sul Wall Street Journal, avverte che in Europa «a significant proportion of immigrants are on welfare, meaning that they do not have the dignity of contributing through their labor to the surrounding society. They and their children understand themselves as outsiders. It is in this context that someone like Osama bin Laden appears, offering young converts a universalistic, pure version of Islam that has been stripped of its local saints, customs and traditions. Radical Islamism tells them exactly who they are -- respected members of a global Muslim umma to which they can belong despite their lives in lands of unbelief».
I sintomi del fallimento della politica dell'integrazione e dell'efficacia del richiamo del terrorismo sono tanti. Tra questi:
1) Uno studio del Nixon Center su 373 mujahideen trovati in Europa e Nord America tra il 1993 e il 2004 ha scoperto che quelli di origine francese sono più del doppio dei sauditi e che tra loro vi sono più inglesi che cittadini di nazionalità sudanese, yemenita, degli Emirati Arabi, libanese e libica. Oltre un quarto di questi terroristi hanno la cittadinanza di un Paese europeo (qui una sintesi dello studio in italiano);
2) Al Qaeda (come spiegato anche qui sull'International Herald Tribune da Leiken and Steven Brooke) sta concentrando i suoi sforzi nel reclutamento dei convertiti e degli immigrati islamici di seconda generazione in Europa, che ha capito essere terreno fertilissimo. Specie in Gran Bretagna. I risultati si sono visti nell'occasione degli attentati del 7 luglio 2005 a Londra: tre dei terroristi erano inglesi, discendenti di immigrati pakistani. Nato e cresciuto a Londra è anche Richard Reid, il terrorista - figlio di padre jamaicano e madre inglese - che provò a imbarcarsi su un aereo con le scarpe imbottite di esplosivo. Tre dei nove cittadini britannici detenuti a Guantanamo Bay sono cattolici convertiti all'Islam. Molti di questi musulmani "inglesi", inoltre, hanno combattuto agli ordini di Al Zarqawi in Iraq.
3) Mohammed Bouyeri, il musulmano che il 2 novembre del 2004 uccise Theo Van Gogh e quindi affisse col pugnale sul corpo del regista massacrato una lunga lettera di rivendicazione jihadista, era nato e cresciuto in Europa e viveva in Olanda grazie ai generosi sussidi di disoccupazione pagati dai contribuenti olandesi;
4) Zacarias Moussaoui, il cosiddetto "ventesimo dirottatore" dell'11 settembre, è nato in Francia, dove ha studiato prima di laurearsi alla South Bank University di Londra;
5) Parigi e il resto della Francia, infine. Dove si è appena avuta la conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che gli ideali illuministici di "Liberté, Égalité, Fraternité" sono inconciliabili col Corano.

Da non perdere: Bearers of Global Jihad? Immigration and National Security after 9/11 di Robert S. Leiken, direttore dell'Immigration and National Security Program del Nixon Center (file Pdf).

Su Islam, Italia e Occidente anche:
Il libro nero dell'Islam
Islamici in Italia: qualche numerino politicamente scorretto

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