giovedì, novembre 04, 2010

Cosa resta dei festini a base di droga

Avete presente i titoloni sparati in questi giorni per convincere il lettore che nelle feste di Silvio Berlusconi correva droga a fiumi? Quegli articoli al termine dei quali ti immaginavi modelle nude che si tuffano in piscine piene di coca, sotto l'occhio vigile dei carabinieri armati? Tipo questo e questo, insomma.

Volete sapere che piega sta prendendo l'inchiesta, vero? Sacrosanto. Per soddisfare la vostra curiosità dovete leggere un paio di righe (niente richiami nei titoli, per carità, mica è una notizia) nell'ottimo articolo odierno di Paolo Colonnello sulla Stampa. Testuale:
«Per quello che ho letto mi pare si parli di una canna e non mi pare materia sufficiente per aprire chissà quale indagine».
Chi parla è Edmondo Bruti Liberati, procuratore capo di Milano.

Una canna, fumata da chissà chi. Sulla quale si vergogna di aprire un fascicolo persino la procura che più indaga su Berlusconi. Ecco quello che resta di tutti quei titoli.

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sabato, ottobre 16, 2010

Roger Scruton contro l'Unione europea

Roger Scruton non ha bisogno di grandi presentazioni. Filosofo inglese, classe 1944, è uno dei più tenaci difensori dell'Occidente e di ciò che questo rappresenta. Ovviamente è un conservatore. Chi vuole saperne di più su di lui, può leggere il recentissimo libro-intervista "Il suicidio dell'Occidente", che Scruton ha fatto con Luigi Iannone e che è stato pubblicato dalle edizioni Le Lettere.

Il motivo per cui se ne parla qui è che ieri, venerdì 15 ottobre, Scruton ha partecipato al convegno "Lo stato della democrazia nel mondo", che si è svolto alla Camera dei deputati. Quella che vedete qui sotto, sino ad ora inedita, è la sua relazione integrale. Un'analisi politicamente scorretta, realistica e - a parere del sottoscritto - in grandissima parte condivisibile su ciò che sta accadendo all'Italia (e non solo) per colpa di come è stata pensata e costruita l'Unione europea.

Buona lettura.


di Roger Scruton

Noi europei apprezziamo la Democrazia perché ci garantisce il controllo sui nostri governi e riteniamo avere un governo che ci controlla, ma che non può essere controllato da noi sia uno dei peggiori mali in politica. Tuttavia, molte leggi imposte agli europei sono redatte da burocrati che non sono mai stati eletti e che non devono rendere conto dei propri errori. Alcune delle più importanti sentenze riguardanti la nostra vita sono emesse dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, composta di giudici non eletti, molti dei quali provenienti da paesi che non hanno una lunga esperienza dello stato di diritto. Voi in Italia avete avuto di recente un’esperienza in tal senso, con una sentenza che intendeva far rimuovere i crocefissi dalle vostre aule scolastiche, in quanto lesivi dei diritti umani.

La maggior parte di noi vede le migliaia di direttive irreversibili emanate dalla Commissione europea, le sentenze a motivazione ideologica della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come una minaccia alla democrazia. Ma sembra non esserci modo di riformare tali istituzioni atto ad evitare il problema.
Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti ad una situazione in cui la maggior parte delle nostre leggi ci vengono imposte da persone che non sono mai state elette e che non si assumono la responsabilità dei propri errori.

Alcuni sono disposti a convivere con il problema, ritenendo che i benefici dell’Unione Europea superino i costi. Altri – in particolar modo gli ‘Euroscettici’ del mio paese- credono che i costi superino i benefici. Per loro, questa confisca del potere decisionale da parte di élite non elette è un difetto esiziale del progetto Europeo. Qualsiasi punto di vista si abbracci, è di certo palese che lo spostamento verso una governance globale è un movimento che ci allontana dalla democrazia.

Si può ritenere che la globalizzazione sia inevitabile. Possiamo altresì credere che essa non debba sconfinare nell’ambito del sistema di governo. Per un vero democratico la globalizzazione è qualcosa che deve essere contrastata dalla politica e non da essa assorbita.

Immaginiamo un villaggio che commercia con i paesi vicini, coi quali vive in rapporti pacifici. Tutte le decisioni che riguardano il villaggio nel suo insieme vengono prese da un Consiglio eletto. A sua volta tale Consiglio invia un suo rappresentante al governo centrale per sostenere gli interessi del villaggio nell’Assemblea nazionale. La storia ci dice che tale processo è il migliore che si possa realizzare democraticamente. Possiamo immaginare più livelli di rappresentanza tra il villaggio ed il governo: la rappresentanza a livello di contea, di regione, di cantone, etc. Il principio è però chiaro: democrazia significa controllo dal basso, ove è il popolo che decide.

Supponiamo, ora, che ci sia un movimento di riforma politica per cui il villaggio è un’entità troppo piccola per prendere le decisioni necessarie al bene comune. Il villaggio deve essere, quindi, considerato, a fini elettorali, come parte di una grande città dalla quale dista dieci chilometri. I motivi sono facili da immaginare: le relazioni commerciali, gli interessi reciproci e le esigenze di buon vicinato sono minacciati dall’autonomia del villaggio. Per esempio, può rendersi necessaria una strada esterna alla città, per risolvere il problema del congestionamento del traffico. L’unica strada possibile, però, passa vicino al villaggio, turbando così la tranquillità di cui gli abitanti del villaggio godevano precedentemente. Il villaggio ovviamente voterà per opporsi alla strada che quindi non sarà costruita. Tuttavia, se il villaggio fosse inglobato nella città, il numero di voti degli abitanti del villaggio verrebbe superato da quello degli abitanti della città, giungendo dunque alla realizzazione della strada. L’ allargamento del livello di governo ha comportato una perdita di democrazia del villaggio.

Quanto detto illustra un principio generale: quanto più ampia la sfera d’azione di un sistema di governo, tanto minore è il controllo che le persone hanno sull’ ambiente circostante. Ciò è illustrato molto chiaramente in materia di infrastrutture e pianificazione. I villaggi svizzeri hanno mantenuto molti dei diritti democratici che altrove sono stati ‘confiscati’ per mano dei governi centrali. Di conseguenza, si constata che è impossibile costruire ampie autostrade in molti passi alpini, poiché le popolazioni locali votano puntualmente contro tali proposte. Il traffico nella Svizzera rurale è marcatamente più lento che non altrove, ed i confini dei villaggi sono notevolmente più chiari e netti.

In Francia le autostrade sono decretate dal governo, i terreni sono acquisiti per decreto e soltanto l’Assemblea Nazionale può avere voce in capitolo.
Di conseguenza il traffico è più snello in Francia, l’economia nazionale ne beneficia e la vita nei pressi delle autostrade è un inferno. La Francia è dunque più democratica rispetto alla Svizzera o lo è meno?

Alcuni potrebbero obiettare che il potere dei villaggi e dei cantoni svizzeri impedisce progetti che potrebbero apportare benefici all’intero paese e perciò va contro la volontà della maggioranza. In Francia, invece, la facoltà del governo centrale di non tenere conto degli interessi locali significa che il bene comune può essere promosso a dispetto degli egoismi locali e la maggioranza ha un ruolo preponderante nelle decisioni che la riguarda.

Altri potrebbero dire che il fatto di privare le collettività locali di poteri decisionali e il loro esercizio da parte del governo centrale, significa una perdita di democrazia, poiché implica che le decisioni non siano più prese da coloro che sono direttamente interessati e che la voce delle collettività umane reali è raramente ascoltata. Quale interpretazione dobbiamo dare a ciò?

Quando un gruppo di stati-nazione si unisce per creare un’Unione che abbia poteri legislativi, ognuno di essi perde il diritto di prendere decisioni inerenti materie a carattere nazionale, in cambio della partecipazione alle decisioni che riguardano il gruppo nel suo insieme.

Quando e in relazione a cosa è giustificato tutto ciò? Un trattato tra stati confinanti per difendere i rispettivi territori da attacchi esterni è un contratto di facile lettura. Nessuna delle due parti perde più di quanto non guadagni e, allo stesso tempo, ciascuno mantiene il controllo sovrano sulle proprie questioni interne. Tale contratto per la difesa reciproca non implica reali cessioni di sovranità ed esso stesso è soggetto ad un controllo democratico. La popolazione di ogni stato può votare per rescindere il contratto in ogni momento. I trattati bilaterali sono stati, quindi, raramente visti come minacce alla democrazia: al contrario, essi sono stati spesso percepiti come il risultato naturale del processo democratico, in base a cui il popolo conferisce ai propri governi la libertà ed il dovere di agire nel loro interesse.

I trattati multilaterali potrebbero non costituire alcuna minaccia alla sovranità degli stati o al processo democratico. Perfino quando tali trattati danno vita a delle istituzioni burocratiche destinate all’agenda condivisa – come nel caso della NATO, ad esempio - non costituiscono una minaccia alla democrazia, nella misura in cui non vanno al di là dello scopo per il quale sono stati firmati. I firmatari conservano la sovranità in ogni ambito, inclusi quelli relativi al trattato. Sebbene essi abbiano degli obblighi nel trattato, questi ultimi sorgono soltanto in determinate circostanze e sono liberamente accettati dal parlamento nazionale come il prezzo da pagare per i benefici.

I trattati multilaterali sono un mezzo per gestire la globalizzazione. Man mano che gli stati diventano sempre più soggetti alle pressioni esterne, essi possono unirsi per stabilire trattati e procedure per resistere a tali pressioni: trattati per proteggere i loro ambienti condivisi, le risorse naturali condivise (come il patrimonio ittico e le risorse idriche), ovvero preoccupazioni condivise nell’ ambito della sicurezza. Il punto più importante è che un trattato, così come ogni contratto, conferisce un potere di veto ai singoli firmatari. Se i termini non sono rispettati da una delle parti, gli altri sono liberi di ritirarsi e così il trattato viene annullato.

In tal senso i trattati possono essere utilizzati per controllare la globalizzazione e per assoggettarla alla disciplina della democrazia, proprio come il processo politico in Svizzera è soggetto alla disciplina della democrazia locale attraverso la richiesta del consenso delle collettività locali per le decisioni che le riguardano.
Non tutti i trattati però hanno caratteristiche contrattuali. Dalla fine della seconda guerra mondiale un nuovo tipo di trattato è divenuto comune, un contratto in cui le parti hanno rinunciato alla loro capacità decisionale nelle aree regolate dal trattato, per trasferirla ad organismi che i loro elettorati nazionali non possono controllare.

L’Unione Europea ne è un caso paradigmatico. Così come il Tribunale Penale Internazionale, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’Unione Europea è una forma di globalizzazione e non un tentativo di resistervi. Nonostante siano stabilite da un trattato, queste istituzioni confiscano i poteri legislativi dei loro membri ed impongono agli stati-nazioni leggi e normative per le quali le loro popolazioni non voterebbero mai, ma che non possono respingere.

Si considerino le disposizioni relative alla libertà di circolazione sancite dal Trattato di Roma. Esse garantiscono ai cittadini europei il diritto alla libera circolazione su tutto il territorio dell’Unione per cercare lavoro. Al momento della firma del Trattato di Roma sussisteva in certa misura una parità dei tassi di reddito e di occupazione delle nazioni interessate, e nessuno prevedeva il verificarsi di migrazioni di massa da un capo all’altro del continente. Se i cittadini italiani fossero stati consultati sulla questione, avrebbero certamente votato per un emendamento al Trattato volto a non includere la clausola della libertà di circolazione, ovvero si sarebbero opposti all’adesione della Romania all’Unione europea. Ma i cittadini non sono stati consultati e pertanto gli italiani sono costretti ad accettare l’immigrazione di cittadini rumeni, sebbene molti siano fortemente contrari a tale fenomeno. Non dico che gli italiani abbiano ragione, ma questo è ciò che provano. Inoltre, ritengono che sia un loro diritto democratico, attraverso i loro rappresentanti politici, imporre controlli all’immigrazione: dopo tutto è pur sempre il loro paese. Questo diritto gli è stato vietato. Qualsiasi preferenza esprimano alle elezioni, i cittadini italiani non possono fare niente per reclamare che il loro paese sia loro restituito.

Questo è un esempio di una critica che viene mossa in tutti i paesi del Nord e dell’Ovest dell’Unione. Abbiamo perso il controllo delle nostre frontiere e non esiste alcun modo per riconquistarlo che sia compatibile con lo status di Stati membri dell’Ue. Inoltre, non esiste alcun modo per modificare le istituzioni europee al fine di affrontare tale fenomeno. Le disposizioni sancite dal Trattato non sono come le leggi ordinarie: non possono essere corrette dai Parlamenti e, una volta entrate in vigore, sono effettivamente irreversibili, o reversibili solo se si rifiutasse il Trattato e l’intera sovrastruttura istituzionale e procedurale costruita su di esso. Nessun partito politico ha il coraggio di farlo, dal momento che le conseguenze sono incalcolabili.

Coloro che hanno concepito i Trattati di Maastricht e di Lisbona erano consapevoli della perdita di credibilità dell’Ue di fronte ai cittadini dell’Europa. Tuttavia, erano membri di una nuova classe politica, convintamente transnazionale, ben retribuita nella vita professionale e dipendente dagli apparati europei per i propri privilegi. Tale classe politica forma parte dell’economia globale. Si relaziona con maggiore facilità con il settore delle aziende multinazionali che con le collettività locali, intrattiene rapporti con le élites di altri luoghi e ricopre senza attriti gli incarichi artificiali creati all’interno dell’Ue.

Un tipico esempio di tale classe è il nostro nuovo ministro degli Esteri, la baronessa Ashton. Nessuno in Gran Bretagna sapeva chi fosse quando fu annunciata la sua nomina. Non è mai stata eletta a nessuna delle cariche che ha occupato, è arrivata alla Camera dei Lord tramite il partito laburista e la relativa rete di ONG senza attirare l’attenzione su di sé, ed è stata nominata come nostra rappresentante per gli affari esteri senza che nessuno nel mio paese, eccetto i suoi amici membri della nuova classe politica, abbia potuto esprimere la propria opinione in merito. Tale classe politica è molto più interessante per le aziende multinazionali della gente comune, dato che controlla una macchina legislativa che passa sopra le teste dei cittadini. Attraverso l’attività di lobby a Bruxelles, le grandi industrie del mondo possono modificare le leggi di ogni nazione in loro favore.

In qualità di membri di tale classe politica, coloro che redigono i trattati UE sono ovviamente attenti a salvaguardare la loro posizione. Sono stati compiuti molti sforzi per creare una sorta di ‘simil-democrazia’ in cui un Parlamento Potemkin simula di prendere in esame la legislazione e simula di esercitare il proprio diritto di veto sulla stessa, ma nella quale, in realtà, nessuna nazione all’interno dell’Unione può far valere il proprio potere di veto. I Trattati ci rassicurano che è in vigore il principio della ‘sussidiarietà’, secondo il quale le decisioni devono sempre essere prese al più basso livello possibile, ma allo stesso tempo implicano che sono l’UE e la Commissione a decidere quale sia tale livello. Pertanto, la sussidiarietà è semplicemente un altro termine per indicare quel controllo esercitato dall’alto verso il basso che ha confiscato i nostri poteri legislativi nazionali, garantendocene l’esercizio solo nei casi in cui ce li concedono dei funzionari non eletti.

Ciò a cui stiamo assistendo nell’UE, e anche all’interno delle nuove forme di Tribunali internazionali e di agenzie di regolazione come l’OMC e le agenzie delle Nazioni Unite, è la globalizzazione della politica. Piuttosto che difendere la sovranità nazionale dall’invasione globale, il processo politico sostiene l’invasione globale a scapito dello stato-nazione.

Ci si potrebbe chiedere: perché no? Cosa c’è di sbagliato in questo? Dal momento che viviamo in una società globale, non abbiamo forse bisogno di un governo globale per risolvere i nostri problemi comuni? Il problema di tale approccio è che ignora il principio sul quale ogni democrazia basa la propria legittimità, ovvero l’identità nazionale. In una democrazia i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale, un ‘noi’ che si fonda sull’eredità del passato e sulla storia, si manifesta nella lingua, nella religione e nell’attaccamento al territorio e alla comunità. In Europa tale ‘noi’ è un ‘noi’ nazionale, ed è a tale concetto che i politici fanno ricorso per ottenere il consenso dei cittadini per scelte politiche che possono comportare sacrifici nel breve termine.

Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l’interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova gli interessi di una classe politica internazionale, ovvero della rete globale delle multinazionali. Tuttavia, un numero sempre maggiore delle loro leggi sono imposte da quella classe politica, sotto la pressione delle aziende che svolgono attività di lobby.

Cosa dovremmo fare, dunque? Il mio parere personale è che, senza dei cambiamenti radicali, l’UE entrerà in un periodo di crisi. Un numero crescente delle sue decisioni saranno eluse o respinte, e i cittadini cercheranno in ogni modo di riconquistare quei poteri dei quali sono stati erroneamente privati a favore dell’UE. In un modo o in nell’altro l’UE deve cessare di fungere da agente della globalizzazione e diventare un centro di resistenza ad essa, uno strumento per imporre l’ordine politico sull’entropia economica e sociale. Ritengo che l’unico modo per raggiungere tale obiettivo sia ristabilire la sovranità nazionale in tutte quelle aree in cui è stata persa: definire come raggiungere tale obiettivo spetta, tuttavia, ai politici e non a un semplice filosofo.

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mercoledì, giugno 16, 2010

L'unione innaturale tra i finiani e Berlusconi

di Fausto Carioti

Si può pensare quello che si vuole della nuova legge sulle intercettazioni, che come ogni altra cosa di questo mondo è migliorabile. Non ci sono dubbi, invece, sul fatto che quella norma, nella formulazione con la quale sta per sbarcare a Montecitorio, sia stata controfirmata da Gianfranco Fini e dai suoi uomini, i quali adesso la vogliono cambiare, tradendo l’impegno preso con il resto del partito. Se andrà davvero così, saremo a una svolta decisiva nella storia di questo Paese: tra Silvio Berlusconi da una parte e il partito di Repubblica e la sinistra dall’altra, l’ex leader di An e un manipolo dei suoi avranno scelto il secondo schieramento. Scelta che può stupire molti elettori del centrodestra, ma che in realtà è coerente con l’ideologia dei personaggi in questione.

Quella che Forza Italia e Alleanza nazionale fossero due partiti perfettamente amalgamabili, infatti, è una favola bella dietro la quale in tanti si nascondono da tempo. Ma le cose sono un po’ diverse. Di sicuro, tanti che erano stati prima del Movimento sociale e quindi di An hanno subito l’attrazione di Berlusconi come unico leader del centrodestra. Il solo in grado di guardare i post-comunisti dall’alto in basso, trattandoli come falliti della politica e relitti della storia (che poi è quello che in molti casi sono). Uno senza complessi d’inferiorità nei confronti di nessuno, semmai anzi con il problema opposto: un ego smisurato. Così, milioni di elettori e migliaia di politici hanno continuato a stare dentro il recinto di An con la propria storia e le proprie idee, ma sapendo bene che chi vinceva le elezioni e distribuiva gli incarichi alla fine era Berlusconi: a suo modo, una garanzia. Per costoro, il parto del PdL è stato naturale e indolore.

Non tutti, però, dentro Alleanza nazionale la pensavano così. Molti, anche se non la maggioranza, avevano un patrimonio di idee non solo diverso da quello dei forzisti (cosa scontata), ma opposto. C’era e permane in costoro, ben radicato e costante, un rifiuto epidermico nei confronti di Berlusconi e tutto ciò che egli rappresenta: il partito-azienda, il profitto incarnato, l’impresa al servizio degli azionisti e non della “comunità”, un liberismo (più mitologico che reale, purtroppo) agli antipodi di quella cultura anticapitalistica che ancora caratterizza parte della destra italiana. Del resto, non si può passare da Ezra Pound a Luigi Einaudi, dal denaro «sterco del demonio» di cui scrive Massimo Fini alle cene con Berlusconi, senza nutrire qualche riserva mentale, senza porsi domande su ciò che si sta facendo. Sono differenze che non riguardano solo i “vecchi”, ma anche i giovani di Forza Italia e An, i quali hanno anch’essi letture e linguaggi diversi e talvolta inconciliabili.

Tutte queste pulsioni sono rimaste sopite a lungo, ma alla fine l’incompatibilità è diventata pubblica e si è saldata con la rabbia di chi sperava di contare di più nel nuovo partito e in questo governo. Il risultato è che adesso il protofiniano Fabio Granata va in giro a dire che cambiare la legge su cui si era trovato l’accordo con Berlusconi e i suoi «è un dovere». Ma allora qualcuno dovrebbe spiegare perché Fini, una settimana fa, aveva detto che quello stesso testo difendeva la legalità, e l’ufficio di presidenza - finiani inclusi - lo aveva votato all’unanimità. Quelli di FareFuturo, poi, sfidano il premier ad andare davvero al voto anticipato per la legge sulle intercettazioni e a giustificare agli elettori una scelta simile in tempi di crisi economica. Ragionamento che non farebbe una grinza, se solo si avesse il coraggio di chiamarlo col suo nome: ricatto.

Ma la vera domanda non è perché adesso questi si rivoltino contro il resto del Pdl, facciano di tutto per ottenere l’applauso della sinistra e non abbiano gli strumenti per reggere l’urto della campagna avviata da Repubblica. Queste sono cose normali per chi, come loro, ha di Berlusconi e dei suoi un’idea simile a quella che ne ha la sinistra, e da una vita anela a farsi riconoscere dai “rossi” la dignità di interlocutore alla pari. La domanda vera è perché, all’epoca, certi esponenti di An scelsero di allearsi con uno come Berlusconi, che rappresentava il contrario di tutto ciò per cui si erano battuti sino ad allora. Forse lo fecero perché credevano che sarebbe stato una meteora, e che dopo a comandare sarebbero stati loro. Aspirazione legittima, che però si è rivelata sbagliata. Oppure lo fecero perché capirono che solo seguendo lui avrebbero finalmente potuto ottenere potere ed emolumenti. Calcolo legittimo anche questo, che però non ha portato dove si voleva, se oggi sono pronti a sfasciare tutto.

Non che i loro progetti abbiano poi tutta questa importanza: il punto di non ritorno ormai è stato passato e, comunque vada questa storia delle intercettazioni, l’unione innaturale è destinata a finire molto presto.

© Libero. Pubblicato il 16 giugno 2010.

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venerdì, giugno 11, 2010

La presa in giro del taglio delle province

di Fausto Carioti

Basta che adesso non riattacchino con la litania dei soldi che non si trovano, con l’impegno solenne a ridurre i costi della politica, col fatto che governo e maggioranza hanno le mani legate dai poteri più o meno forti. Perché la storia del taglio delle province, finita ieri come era prevedibile, e cioè in barzelletta, insegna proprio il contrario. I soldi si possono trovare: almeno 11 miliardi l’anno. L’abbattimento dei costi della politica, con cui tutti si riempiono la bocca, è uno slogan elettorale che nessuno intende onorare. E stavolta i poteri non elettivi che frenano l’azione dell’esecutivo e del Parlamento non c’entrano nulla: se non sarà soppressa nemmeno una provincia le ragioni sono tutte interne al sistema dei partiti e degli eletti. Colpa della classe politica, insomma, ma soprattutto della maggioranza e del governo, che questo impegno con gli elettori l’avevano preso.

Da Montecitorio hanno fatto sapere che il presidente della commissione Affari costituzionali, Donato Bruno, del PdL, aveva presentato un emendamento per sopprimere l’articolo 14 della Carta delle autonomie, al voto in questi giorni. Cioè l’articolo che stabiliva di ridurre, anche se di poco, il numero delle province. Per abolirlo si sono espressi i deputati del PdL, della Lega e del Pd. Quelli dell’Api, la nuova “cosa” di Francesco Rutelli, si sono astenuti, mentre l’Udc ha votato contro. La spiegazione del sottosegretario Aldo Brancher non fa una grinza: «Il relatore si è reso conto che si sarebbe ridotto un numero molto ristretto di province. Di fatto, non aveva un forte significato mantenere questa norma».

In altre parole, prima si è svuotato il provvedimento, rendendolo applicabile a sole quattro province. Quindi, invece di renderlo più robusto, come sarebbe stato normale, si è preferito ammazzarlo. E pazienza se qualcuno aveva creduto a quanto scritto nel programma del PdL: «Ridurremo la spesa pubblica nella sua parte eccessiva. A partire dal costo della politica e dell’apparato burocratico (ad esempio delle province inutili)».

Che il vento soffiasse in questa direzione lo si era capito da un pezzo. Cioè da quando la Lega aveva messo il veto sul taglio delle province, con la motivazione - nient’affatto segreta - che molte di queste sono governate dal Carroccio. Sulla spinta di Libero e di parte dell’opinione pubblica, e vista la disperata necessità di rimediare soldi, si era deciso comunque di fare qualcosa. Così, nella manovra correttiva, era spuntata la soppressione delle province «la cui popolazione residente risulti inferiore a 220mila abitanti», a patto che non confinino con altri Stati e siano in regioni a statuto ordinario. In pratica sarebbero state tagliate dieci province: Biella, Vercelli, Massa Carrara, Fermo, Ascoli Piceno, Rieti, Isernia, Matera, Crotone e Vibo Valentia. Poche, rispetto al totale di 110. Ma comunque sufficienti a dare il segnale dell’inversione di tendenza.

Le province condannate, ovviamente, mobilitavano i propri amici in Parlamento. Così il provvedimento scompariva dal testo della manovra (un decreto) ed entrava dopo qualche giorno nella Carta delle autonomie (disegno di legge, assai più aggredibile). Il nuovo taglio era riservato alle sole province con meno di 200mila abitanti. Ma anche in questo caso il numero dei caduti era superiore a quello che la politica italiana è in grado di sopportare. Un emendamento del PdL interveniva allora per salvare dalla mannaia le province che hanno almeno 150mila abitanti, se il loro territorio è «montano almeno per il 50 per cento». Terminati gli improbabili calcoli sulla montuosità delle province italiane, sulla lista nera ne restavano appena quattro: Vercelli, Isernia, Fermo e Vibo Valentia.

Ora, che senso ha tagliare solo quattro province, creando un grande sconquasso tra gli elettori e i politici locali, ottenendo per di più risparmi modesti? Per non parlare della comprensibile rabbia delle vittime: perché tutti gli altri sono stati salvati e noi no? Appunto. Così, ieri si è posto fine all’equivoco: non se ne taglia nessuna, abbiamo scherzato. Buono a sapersi. Per la cronaca: le province italiane costano, a seconda dei calcoli, tra i 14 e i 20 miliardi l’anno, e abolirle senza licenziarne i dipendenti, ricollocandoli cioè nel resto della pubblica amministrazione, garantirebbe un risparmio annuale di 11 miliardi.

© Libero. Pubblicato l'11 giugno 2010.

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giovedì, giugno 10, 2010

Ma quale "eversivo"

di Fausto Carioti

Che Silvio Berlusconi abbia un’idea di democrazia diversa da quella prevista dalla Costituzione italiana è fuori di dubbio. Lo si è visto anche ieri. Lui stesso, ormai da tempo, non fa nulla per nascondere il proprio grande progetto: svecchiare le istituzioni per rendere più rapida l’azione del governo, rafforzando il legame diretto tra il premier e gli elettori. Ma si tratta pur sempre di un’idea di democrazia legittima, simile a quella di democrazie ben più solide e datate della nostra. Cosa che la sinistra finge di non sapere, accusando Berlusconi di voler creare «una democrazia plebiscitaria» (Walter Veltroni), di «eversione» (Luigi Zanda), di «fascismo» (Antonio Di Pietro, ovviamente).

«Vista da dentro, l’attività del governo e del Parlamento nel fare leggi è un inferno. Abbiamo un’architettura istituzionale che rende difficilissimo trasformare i progetti in leggi compiute, concrete e operanti», ha attaccato ieri il presidente del Consiglio, scatenando il diluvio di reazioni da parte dell’opposizione. Eppure che la Costituzione debba essere cambiata nella direzione indicata da lui, lo hanno detto più volte gli stessi leader del centrosinistra. Lo ripete spesso Giorgio Napolitano, quando lancia i suoi appelli a riscrivere specifiche norme della Carta, «in particolare per quel che riguarda la forma di governo». E a che cosa doveva servire la commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema tra il 1997 e il ’98, se non a rivoltare la seconda parte della Costituzione, cambiando - come recita la legge che la istituì - «forma di Stato, forma di governo e bicameralismo»? A missione fallita (anche per colpa di Berlusconi), D’Alema accusò «il coalizzarsi di forze conservatrici, compresa quella parte della borghesia che in realtà vuole la politica debole e ricattabile». Discorso non molto diverso da quello fatto in questi giorni dal premier contro le «lobby» della conservazione.

Quando Berlusconi, come ha fatto ieri, si lamenta perché la Costituzione è «datata» e l’ordinamento italiano prevede «permessi, autorizzazioni, concessioni e licenze tipici di uno Stato totalitario», sempre alla stessa cosa si riferisce: lo scopo della Carta del ’48 e dell’ordinamento che ne è derivato, infatti, non era rendere spediti i processi decisionali, ma garantire cittadini, famiglie e imprese da decisionismi troppo azzardati. Imbrigliare, dunque. Obiettivo comprensibilissimo per un Paese appena uscito dal Ventennio mussoliniano, ma senza senso adesso che l’Italia deve misurare le proprie politiche con quelle di Paesi come Stati Uniti, Francia, Regno Unito. Dove, in un modo o nell’altro, i governi e chi li guida possono azionare leve che a palazzo Chigi non esistono.

Il presidente degli Stati Uniti è eletto direttamente dal popolo ed è il capo del governo, nomina e revoca i ministri e non dipende dalla fiducia del parlamento. Nel modello francese il presidente della repubblica, eletto dai cittadini e non dipendente dalle Camere, sceglie il primo ministro e gli altri membri dell’esecutivo. Può sciogliere l’Assemblea Nazionale. E l’elezione quasi contemporanea del presidente e del parlamento rende molto improbabile che il primo non sia, al tempo stesso, anche il leader della coalizione che vince le politiche. Nel modello inglese, il premier è il capo del partito di maggioranza, sceglie e revoca i ministri e può ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere. È a questi Paesi e alle altre grandi democrazie che guarda Berlusconi. Ritenere «plebiscitario», «eversivo» o «fascista» il suo progetto, per il semplice fatto che si basa sull’elezione diretta di chi guida il governo e sull’aumento dei poteri dell’esecutivo, è come dire che gli Stati Uniti, la Francia o l’Inghilterra non sono democrazie: il che fa un po’ ridere, specie sulla bocca di uno come Di Pietro.

Berlusconi non è nemmeno il primo a porre il problema. Il tentativo di cambiare la legge elettorale portato avanti nel 1953 dal leader democristiano Alcide De Gasperi aveva come scopo ultimo proprio quello di rafforzare e rendere più stabile il governo. Ed era una legge che, decenni dopo, ha ricevuto apprezzamenti tardivi anche a sinistra. Ad esempio da parte di Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci, il quale ha ammesso che una simile riforma avrebbe accelerato la transizione italiana verso una democrazia più moderna. Se fosse stato in vigore un simile sistema elettorale, ha scritto Vacca, «il compimento della evoluzione riformistica» del Pci e il problema del suo distacco dall’Urss si sarebbero imposti molto prima».

Berlusconi, insomma, ha ottimi motivi per credere che, tra qualche decennio, la Storia e la sinistra, almeno su questo, gli daranno ragione. Il suo problema immediato, però, è cambiare la Costituzione in questa legislatura. Se il presidente del Consiglio ieri ha ammesso di aver sbagliato tutto con il piano casa («Avevo pensato che fosse una genialata vera, ma non mi risulta che ci sia un solo cantiere aperto») vuol dire che qualche dubbio sulle capacità realizzative di Berlusconi è venuto anche a lui.

© Libero. Pubblicato il 10 giugno 2010.

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