giovedì, novembre 24, 2005

A chi serve lo sciopero generale

di Fausto Carioti
«Che noia che barba, che barba che noia». Inutile scomodare la teoria del conflitto sociale di Ralf Dahrendorf: per spiegare lo sciopero generale del 25 novembre, l'ennesimo deciso contro Berlusconi da Cgil, Cisl e Uil, bastano e avanzano Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. «Record di Silvio: sesto sciopero generale» titolava trionfante l'Unità pochi giorni fa. Simpatico meccanismo: gli stessi sindacati che nel quinquennio governato dall’Ulivo sono stati a cuccia, hanno liberato tutti i loro istinti repressi non appena il centrodestra si è ripresentato al governo. Così la sinistra ora può accusare la maggioranza di non saper mantenere la pace sociale. Niente di male, se non fosse che i vertici diessini, margheritini e rifondaroli sono i compagni di parata dei sindacalisti confederali, l’altra faccia dello stesso blocco politico, quando non addirittura le stesse persone, giunte in Parlamento passando per il sindacato. Lo dicono i numeri: nei cinque anni della scorsa legislatura gli scioperi per motivi politici sono ammontati a 481mila ore. In quattro anni di governo Berlusconi, per le stesse ragioni, sono stati fatti scioperi per 35,4 milioni di ore di lavoro.
Questo nonostante il governo, pur con tutti i suoi difetti, abbia introdotto la no tax area e ridotto le aliquote Irpef, facendo risparmiare ai contribuenti 5,5 miliardi, quasi tutti a vantaggio delle famiglie più povere. Nonostante l’esecutivo abbia aumentato le pensioni minime. Nonostante le nuove norme sul lavoro abbiano dato maggiori garanzie ai co-co-co creati dal centrosinistra. Nonostante il tasso di disoccupazione sia sceso dal 9,6% al 7,5%. Nonostante il numero degli occupati sia cresciuto di 1.183.000 unità e il 53% dei nuovi assunti abbia un contratto a tempo indeterminato. Nonostante gli aumenti concessi al pubblico impiego siano stati più che generosi, tanto da far gridare allo scandalo Confindustria. Nonostante - record in verità assai poco lusinghiero - negli ultimi quattro anni la spesa corrente per scuola, sanità e welfare sia aumentata, sia in valore assoluto sia in rapporto al Pil. Nonostante i provvedimenti varati per le famiglie, come i sussidi per la nascita dei figli, che saranno pure due soldi, ma prima non c’erano e quindi è difficile dire che andava meglio. Del resto, che sia uno sciopero pretestuoso lo conferma il fatto che la legge Finanziaria contro la quale ufficialmente è rivolto sia in realtà una manovrina timida, che raddrizza appena un po’ i conti pubblici e si guarda bene dal potare le spese. Un motivo ci sarà, se di tutte le Finanziarie questa è l’unica che l’opposizione non ha avuto la faccia di definire “macelleria sociale”.
Però lo sciopero va fatto, perché serve. Innanzitutto all’opposizione, che così può rilanciare, in pieno avvio di campagna elettorale, il ricatto politico posto a tutto il Paese: se volete la pace sociale votate a sinistra e scaricate Berlusconi. Serve alla Cgil per ribadire la propria fede nello scontro, ben riassunta da Giorgio Cremaschi, della segreteria Fiom, in un recente articolo scritto per “Liberazione” commentando lo sciopero in Val Susa: «Uno sciopero generale così è il sogno profondo di ogni sindacalista che si rispetti. Tutti i posti di lavoro vuoti. Tutto fermo. Tutto chiuso». Alla faccia degli illusi che credono che “il sogno profondo” dei sindacalisti sia quello di risolverli, i conflitti, e che lo sciopero debba essere solo la mossa estrema. La verità è che questi ci godono, proprio come Fausto Bertinotti (guarda caso ex leader della Cgil), per sua stessa ammissione «felice» ogni volta che si trova davanti a uno sciopero. Il rituale di domani serve anche a Cisl e Uil: per recuperare i punti che hanno perso nei confronti della sinistra nel 2002, quando firmarono con Berlusconi il Patto per l’Italia. Insomma, serve a tutti tranne che al Paese. E domani, grazie al blocco dei trasporti pubblici e alle manifestazioni di piazza, disagi garantiti, ovunque per chiunque. Che noia che barba, che barba che noia.

© Libero. Pubblicato il 24 novembre 2005.

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