giovedì, agosto 28, 2008

Il coraggio delle rane

di Fausto Carioti

Urca che coraggio. Cribbio che schiene dritte. Che tempra vantano questi eroi della sedicente arte moderna, quale rispetto per la libertà ostentano dinanzi al dilagante oscurantismo ratzingeriano i direttori dei musei italiani ed europei. Le agenzie di stampa ieri hanno diffuso il pensiero di Benedetto XVI sull’anfibio più famoso d’Europa, la rana crocifissa esposta al Museion di Bolzano, scultura (chiamiamola così) del tedesco Martin Kippenberger, scomparso undici anni fa. Sarebbe - pare, dicono - una sorta di autoritratto dell’autore in una delle sue tante fasi di depressione. In una lettera del 7 agosto a Franz Pahl, presidente del consiglio regionale del Trentino-Alto Adige e candidato Svp alle provinciali di Bolzano, la segreteria di Stato vaticana, a nome di Joseph Ratzinger, ha scritto che l’esposizione della rana «ha ferito il sentimento religioso di tante persone». Considerazione peraltro ovvia, che fa seguito alle preoccupazioni del vescovo di Bolzano e di altri esponenti cattolici, espressa dal papa a un candidato alla guida di quella stessa provincia che finanzia l’attività del museo con i soldi pubblici. È stato proprio Pahl, ieri, a rendere noto il contenuto della lettera. Pochi minuti dopo è intervenuta la direttrice del museo per far sapere che lei, a togliere la rana che non piace al pontefice, manco ci pensa. Con toni risentiti, ha chiesto che il museo «non venga ulteriormente strumentalizzato nell’ambito della campagna elettorale». In serata il presidente della fondazione che gestisce il Museion ha persino minacciato di dimettersi se la rana, come pare, oggi sarà rimossa.

Bene, bravi, così si fa: la libertà d’espressione innanzitutto. L’arte o è libera o non è. Fingiamo persino di credere che dietro la scelta della scultura di Kippenberger, inizialmente esposta all’ingresso del museo, non ci sia stata alcuna voglia di scatenare polemiche per attirare visitatori. C’è da capire solo un’ultima cosa: come mai tutto questo coraggio, questo difendere l’autonomia dell’arte come se fosse l’ultimo baluardo della civiltà, vengono fuori solo quando c’è da irridere o accusare la chiesa cattolica. A nessuno - per dire - passa per la testa di fare la stessa cosa quando di mezzo c’è l’Islam. Anzi: le poche volte che qualcuno urta - spesso senza volerlo - la suscettibilità dei musulmani, subito direttori di musei, organizzatori di mostre e politici locali rimuovono le opere in questione. Scusandosi e promettendo che non lo rifaranno più. Per qualche strano motivo, offendere la Chiesa cattolica è ritenuto un libero esercizio del ruolo di artista, mentre dare un buffetto all’Islam è una manifestazione di razzismo, una minaccia in tollerabile al dialogo con il mondo musulmano.

Ci sarebbe da riempire un’enciclopedia, con certi episodi. Lo scorso novembre all’artista svedese Larks Vilks è stato impedito di esibire la propria installazione a una biennale d’arte nel sud della Svezia. Vilks in passato aveva realizzato alcuni disegni raffiguranti Maometto nei panni di un cane, e per questo era stato minacciato di morte dai volenterosi carnefici di Allah. Notare che Vilks è stato censurato senza che nemmeno gli fosse chiesto quali opere intendesse esporre. Negli stessi giorni a Den Hag, in Olanda, il museo cittadino ha tolto da un’esibizione il dipinto dell’iraniana Sooreh Hera che mostrava due omosessuali con indosso le maschere di Maometto e di suo genero Alì. In precedenza, a Londra, la Tate Gallery aveva rimosso il quadro di John Latham “God Is Great”, all’interno del quale erano state inserite copie della Bibbia e del Corano (l’autore, incavolato, ha accusato la Tate Gallery di codardia).

Anche perché il concetto di “suscettibilità islamica” è piuttosto esteso, e va ben oltre Maometto e i suoi familiari. Un documentario sul Bangladesh realizzato dalla anglo-bengalese Syra Miah è stato cancellato dal museo di Birmingham perché conteneva l’immagine di una donna seminuda, e questo, secondo la direzione del museo, avrebbe potuto urtare la sensibilità dei visitatori musulmani. A Londra la galleria di Whitechapel ha rimosso alcuni quadri del surrealista Hans Bellmer, che mostravano ragazze svestite. «Lo abbiamo fatto per non shockare la popolazione islamica del quartiere», ha spiegato il curatore. Il museo della Cultura Mondiale di Goteborg, in Svezia, ha fatto sparire in fretta e furia il quadro “Scène d’amour”, che il suo autore, la franco-algerina Louzla Darabi, aveva descritto come «una risposta all’ipocrisia musulmana sulla sessualità, soprattutto quella delle donne». Quale sia il clima lo ha spiegato senza giri di parole, pochi mesi fa, Grayson Perry, uno dei più noti artisti inglesi: «Il motivo per il quale nella mia arte non ho attaccato l’integralismo islamico è che ho realmente paura che qualcuno mi tagli la gola».

In questi casi, come in tutti gli altri, a nessuno del circolo degli artisti impegnati e a nessuno del clubbino dei direttori dei musei artistici (un centinaio di persone, sempre le stesse, che si sopportano a vicenda da una vita) è saltato in mente di appellarsi alla libertà dell’arte. Tantomeno di sottoscrivere un manifesto di solidarietà per chi ha subito minacce, è stato censurato e magari ha dovuto cambiare vita e identità. Tutti obbedienti, tutti zitti, tutti impegnati a fingere di guardare altrove. Tutti pronti a svegliarsi appena il vescovo di turno criticherà la prossima rana. Che coraggio, che schiene dritte.

© Libero. Pubblicato il 28 agosto 2008.

Aggiornamento del 28 agosto, ore 19. La rana del Museion, si è saputo qualche minuto fa, resta al suo posto.

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venerdì, giugno 20, 2008

La bandiera della pace e la dottrina cattolica

«Come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace?». Bella domanda. Il logo con i colori dell'arcobaleno e la scritta "Pace" lo abbiamo visto dappertutto, non solo sulle schede elettorali dei partiti di sinistra. Ma anche «sugli altari, ingressi e campanili delle chiese». Ha diritto quel simbolo di stare nelle chiese? Ci azzecca qualcosa con il messaggio di Cristo? Io, cari compagni cattocomunisti, di dottrina delle fede non capisco molto. Propaganda Fide, ovvero la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, qualcosina però ne mastica. E ha appena deciso (meglio tardi che mai) di esprimersi sulla bandiera arcobaleno. Ripercorrendo la storia del simbolo, senza dubbio ignota al 99,9% dei pacifisti, e spiegandone la simbologia sincretista e new age - e quindi pagana - nonché la valenza intrisa di relativismo etico. Le conclusioni sono ovvie. Peccato che nelle parrocchie italiane non lo leggerà nessuno.

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martedì, marzo 25, 2008

Magdi Allam: quello che il Corriere non ha scritto

Domenica 23 marzo il Corriere della Sera pubblicava lo scritto con cui Magdi Allam annunciava e spiegava la sua conversione da islamico a cattolico. Lo potete leggere qui. Ma quello mandato in rotativa da via Solferino non era il testo integrale della lettera del neoconvertito Allam. Il che un po' sorprende, vista la portata della notizia e i suoi protagonisti (Allam, che del Corriere è vicedirettore ad personam, e papa Benedetto XVI).

Così, chi vuole leggere il testo completo della lettera di Magdi Cristiano Allam a Paolo Mieli deve andare su Internet, e fare click qui. Io mi sono divertito a cercare le parti che il Corriere non ha pubblicato, ritenendole evidentemente superflue, e ad evidenziarle in bold qui sotto, dove ho ripubblicato integralmente la lettera di Allam (al quale appartiene ovviamente il copyright del suo scritto).
Caro Direttore,

Ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino.

Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima e Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: “Cristiano”. Da ieri sera dunque mi chiamo Magdi Cristiano Allam.

Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del “diverso”, condannato acriticamente quale “nemico”, primeggiano sull’amore e il rispetto del “prossimo” che è sempre e comunque “persona”; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.

La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come “nemico dell’islam”, “ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare all’islam”, “bugiardo e diffamatore dell’islam”, legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un “islam moderato”, assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.

Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.

Il mio è un percorso che inizia da quando all’età di quattro anni, mia madre Safeya – musulmana credente e praticante – per il primo della serie di “casi” che si riveleranno essere tutt’altro che fortuiti bensì parte integrante di un destino divino a cui tutti noi siamo assegnati –mi affidò alle cure amorevoli di suor Lavinia dell’Ordine dei Comboniani, convinta della bontà dell’educazione che mi avrebbero impartito delle religiose italiane e cattoliche trapiantate al Cairo, la mia città natale, per testimoniare la loro fede cristiana tramite un’opera volta a realizzare il bene comune. Ho così iniziato un’esperienza di vita in collegio, proseguita dai salesiani dell’Istituto Don Bosco alle medie e al liceo, che mi ha complessivamente trasmesso non solo la scienza del sapere ma soprattutto la coscienza dei valori. E’ grazie ai religiosi cattolici che io ho acquisito una concezione profondamente e essenzialmente etica della vita, dove la persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a svolgere una missione che s’inserisce nel quadro di un disegno universale ed eterno volto alla risurrezione interiore dei singoli su questa terra e dell’insieme dell’umanità nel Giorno del Giudizio, che si fonda nella fede in Dio e nel primato dei valori, che si basa sul senso della responsabilità individuale e sul senso del dovere nei confronti della collettività. E’ in virtù dell’educazione cristiana e della condivisione dell’esperienza della vita con dei religiosi cattolici che io ho sempre coltivato una profonda fede nella dimensione trascendentale, così come ho sempre ricercato la certezza della verità nei valori assoluti e universali.

Ho avuto una stagione in cui la presenza amorevole e lo zelo religioso di mia madre mi hanno avvicinato all’islam, che ho periodicamente praticato sul piano cultuale e a cui ho creduto sul piano spirituale secondo un’interpretazione che all’epoca, erano gli anni Sessanta, corrispondeva sommariamente a una fede rispettosa della persona e tollerante nei confronti del prossimo, in un contesto – quello del regime nasseriano – dove prevaleva il principio laico della separazione della sfera religiosa da quella secolare. Del tutto laico era mio padre Mahmoud al pari di una maggioranza di egiziani che avevano l’Occidente come modello sul piano della libertà individuale, del costume sociale e delle mode culturali ed artistiche, anche se purtroppo il totalitarismo politico di Nasser e l’ideologia bellicosa del panarabismo che mirò all’eliminazione fisica di Israele portarono alla catastrofe l’Egitto e spianarono la strada alla riesumazione del panislamismo, all’ascesa al potere degli estremisti islamici e all’esplosione del terrorismo islamico globalizzato.

I lunghi anni in collegio mi hanno anche consentito di conoscere bene e da vicino la realtà del cattolicesimo e delle donne e degli uomini che hanno dedicato la loro vita per servire Dio in seno alla Chiesa. Già da allora leggevo la Bibbia e i Vangeli ed ero particolarmente affascinato dalla figura umana e divina di Gesù. Ho avuto modo di assistere alla santa messa ed è anche capitato che, una sola volta, mi avvicinai all’altare e ricevetti la comunione. Fu un gesto che evidentemente segnalava la mia attrazione per il cristianesimo e la mia voglia di sentirmi parte della comunità religiosa cattolica.

Successivamente, al mio arrivo in Italia all’inizio degli anni Settanta tra i fumi delle rivolte studentesche e le difficoltà all’integrazione, ho vissuto la stagione dell’ateismo sventolato come fede, che tuttavia si fondava anch’esso sul primato dei valori assoluti e universali. Non sono mai stato indifferente alla presenza di Dio anche se solo ora sento che il Dio dell’Amore, della Fede e della Ragione si concilia pienamente con il patrimonio di valori che si radicano in me.

Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei “casi” che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava “Le nuove catacombe degli islamici convertiti”. Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani in Italia che denunciano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, la culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura. Buona Pasqua a tutti.

Magdi Allam

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domenica, marzo 23, 2008

L'apostata

La conversione di Magdi Allam, sancita in modo clamoroso dal suo battesimo in San Pietro durante la messa pasquale officiata da Benedetto XVI, è un gesto dirompente per almeno due motivi.

Primo. Da questo momento Allam, per gli islamici, è un "murtadd", un apostata. E la punizione che l'islam prescrive per gli adulti sani di mente che abbandonano la fede in Allah è la morte. Complimenti ad Allam per il coraggio.

Secondo. Allam non è stato battezzato da un qualunque sacerdote, ma dal pontefice, in Vaticano. Molto dipenderà da come gli organi d'informazione racconteranno la vicenda, ma c'è il rischio concreto che nel mondo musulmano questo gesto di Ratzinger sia interpretato come una pubblica umiliazione inflitta dal capo della Chiesa cattolica all'islam. Questo darebbe vita a risentimenti analoghi a quelli causati dal discorso che Ratzinger tenne a Ratisbona nel settembre del 2006.

Spero di sbagliarmi. Buona Pasqua a tutti.

Updates del 23 marzo, ore 19.05.
1) Qui la lettera con cui Magdi Cristiano Allam (questo il suo nuovo nome) racconta al Corriere della Sera la sua scelta e spiega come affronterà la condanna a morte per apostasia.
2) Qui, su Repubblica.it, le prime reazioni della comunità islamica.

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mercoledì, marzo 05, 2008

Ratzinger e l'Islam: i frutti di Regensburg

In Vaticano è in arrivo una delegazione di teologi islamici. Dovranno discutere assieme a papa Ratzinger del possibile confronto tra le due religioni. Sono i primi frutti del discorso tenuto a Regensburg da Benedetto XVI nel settembre del 2006. Al quale sono seguite numerose iniziative da parte di dotti musulmani, la più importante delle quali è stata la lettera aperta delle guide religiose al papa, che porta la data dello scorso 13 ottobre.

Per capire qualcosa di quello che sta accadendo e quali sono le reali prospettive di un simile confronto (che nel mondo islamico, tanto per capirsi, sta appassionando soli pochissimi intellettuali), il consiglio è leggere l'analisi del teologo Samir Khalil Samir su Asia News. Il quale, pur apprezzando la lettera inviata a Ratzinger dai saggi musulmani, non nasconde il suo pessimismo: «E' possibile che il tutto si concluda con un buco nell’acqua. Mi sembra infatti che le personalità musulmane in contatto con il papa, vogliano sfuggire questioni fondamentali e concrete, come i diritti dell’uomo, la reciprocità, la violenza ecc. per arroccarsi su un improbabile dialogo teologico “sull’anima e Dio”».

Stesso argomento, su questo blog:
Ratzinger pessimista sull'evoluzione dell'Islam
Ratzinger e l'evoluzione dell'Islam, seconda puntata

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domenica, marzo 02, 2008

Le chances di Casini, il ruolo di Ruini

di Fausto Carioti

C’è anche Pier Ferdinando Casini. In quella che passerà alla storia come la grande sfida tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, da ieri ha iniziato a fare sul serio pure il leader dell’Udc. Un po’ per scelta propria, molto per volontà altrui, Casini stavolta corre da solo per palazzo Chigi, sotto le insegne della Costituente di centro, lista di cui fanno parte anche Savino Pezzotta e Bruno Tabacci. Le chance di vittoria, va da sé, sono pari a zero. Ma qualche possibilità di avere nella prossima legislatura un peso politico di un certo rilievo, Casini ce l’ha. Tutto dipenderà da come giocherà le sue carte da qui al voto. Ieri, lanciando la campagna elettorale, il candidato premier dei centristi qualche colpo l’ha messo a segno. La denuncia del «duopolio» Berlusconi-Veltroni, per quanto scontata, mette il dito su un nervo scoperto: le dichiarazioni del Cavaliere e di Anna Finocchiaro, che invitano gli elettori a votare per il PdL o per il Pd, ignorando gli altri partiti, hanno già dato l’impressione di essere le prove generali della grande spartizione. Per quello che valgono simili impegni, ieri è stato presentato anche un programma di governo. Che, essendo l’Udc un prodotto “di nicchia”, può almeno prendersi il lusso di scegliere a chi rivolgersi e di evitare promesse vaghe.

Ad esempio, quando si impegna per una riduzione delle tasse che non sia spalmata su tutti i contribuenti (e come tale difficile da essere apprezzata), ma avvantaggi solo le famiglie monoreddito con figli, l’Udc perde appeal nei confronti di tanti elettori, ma punta sulla concretezza per convincere la categoria alla quale tiene di più. Allo stesso modo, l’introduzione del buono scuola per mettere in concorrenza scuole private e scuole di Stato, vecchia idea dei liberisti americani, fa storcere molti nasi, anche negli istituti privati, che spesso preferiscono ricevere finanziamenti pubblici piuttosto che provare a reggersi sulle proprie gambe. Però conquista quelle famiglie convinte che la competizione, e non l’intervento del ministero, sia l’unico stimolo in grado di risollevare la scuola italiana.

Certo, per non finire triturato nella sfida più importante della sua carriera, Casini dovrà fare molto di più. Qualche amico su cui contare ce l’ha. Il filo diretto con il cardinale Camillo Ruini è costante. La grande paura del vicario di Roma, unico in Vaticano ad avere il polso della situazione politica italiana, è che nella prossima legislatura i parlamentari cattolici siano irrilevanti. È una questione di numeri, ma soprattutto di qualità. L’ideale sarebbe una presenza qualificata di cattolici sia nel popolo delle libertà che nel partito democratico. Ma è un obiettivo che si considera raggiunto solo in minima parte.

L’iniziale apertura di credito nei confronti di Veltroni, cui erano state concesse credenziali analoghe a quelle date a Berlusconi, è stata ritirata “sine die” appena viste le candidature annunciate dal Pd. E non è certo mettendo in lista il conduttore della rubrica “A sua immagine”, come ha fatto Veltroni, che si riesce a bilanciare politicamente un peso massimo come Umberto Veronesi. È andata decisamente meglio con il PdL, dove Ruini ha apprezzato nuove candidature come quella di Eugenia Roccella, che con il suo bagaglio laico e femminista si candida in difesa della famiglia e della vita, a partire dal concepimento: su lei e pochi altri il Vaticano conterà affinché svolgano un ruolo di “ponte” tra laici e cattolici.

Ciò nonostante serve un punto di riferimento fisso, che non può essere il Cavaliere con il suo partitone, dove, pur senza arrivare agli eccessi del Pd, si trova un po’ di tutto. È qui che Casini diventa importante. Un suo buon risultato elettorale garantirebbe una leadership parlamentare costante su tutti i temi importanti per il Vaticano. Le gerarchie di Oltretevere e gli elettori dell’Udc - molti dei quali, si è appreso ieri da un sondaggio di Renato Mannheimer, sono cattolici “tiepidi”, che vanno a messa con frequenza irregolare - si attendono da lui e dal gruppetto di parlamentari che riuscirà a fare eleggere una politica laica e allo stesso tempo forte sui temi etici, in grado di risultare determinante nell’attività legislativa. Non sarà facile: con ogni probabilità la Costituente di centro non farà parte della maggioranza di governo e rischierà di essere tagliata fuori dal tavolo delle riforme, che sarà gestito da PdL e Pd. Un percorso, insomma, che già adesso appare in ripida salita, ma che proprio per questo alla fine ci dirà molto sulla reale statura politica di Casini.

© Libero. Pubblicato il 2 marzo 2008.

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martedì, gennaio 15, 2008

I puffi del pensiero laico

Se il Vaticano fosse davvero come lo dipingono, si sceglierebbe nemici esattamente come loro. Ghibellini intolleranti. Timorosi del confronto delle idee. Fessi al punto da agire d'impulso e non calcolare l'esito delle loro azioni. Lettori frettolosi e confusi di cose più grandi di loro. Abituati a muoversi in gregge, seguendo stereotipi ammuffiti come le loro idee. Hanno appena ottenuto quello che volevano: Joseph Ratzinger (che qualunque cosa si pensi del papa è uno dei più importanti intellettuali contemporanei) è stato costretto a rinunciare a tenere il suo discorso all'università La Sapienza.

Bravi. E ora? Ora chi esce dalla vicenda come vincitore è proprio il pontefice, al quale i puffi del laicismo, quelli che a parole difendono la società aperta, hanno messo il bavaglio. Chi ne esce a pezzi, ancora una volta, è l'immagine del pensiero laico, i cui portabandiera sono sempre più simili a un Francesco Caruso che a un Luigi Einaudi o un Norberto Bobbio. Se ne parlerà per anni: Benedetto XVI, martire del libero pensiero. Sarebbe quasi da ridere, se non ci fosse di mezzo una cosa seria come il libero confronto delle idee.

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domenica, dicembre 02, 2007

Ratzinger ha ragione a vergognarsi dell'Onu

di Fausto Carioti

Il copione è già scritto. Le cose dette ieri da Joseph Ratzinger appariranno sulla gran parte dei giornali di oggi come l'ennesima puntata della crociata del papa: "contro" le Nazioni unite, "contro" il relativismo, insomma "contro" tutto quello che sembra essere un giusto e inevitabile progredire della storia e delle relazioni tra gli uomini. Utile a mantenere viva l'immagine di un pontefice oscurantista, che i più furbi insistono a contrapporre a un Karol Wojtyla "illuminato" e quasi "progressista" (Fausto Bertinotti riuscì a definire Giovanni Paolo II «il primo papa no global della storia», mentre il quotidiano del suo partito, Liberazione, paragona l’attuale pontificato all’«islam estremo»). Un Ratzinger che piace dipingere impegnato in una dura battaglia di retroguardia, destinata comunque ad essere persa. Peccato, perché quella proseguita ieri da Benedetto XVI non è una sfida “contro”, ma una sfida “per” qualcosa. Per il rispetto della vita umana e per la difesa della libertà di religione, che in teoria dovrebbero stare a cuore anche al di fuori delle mura vaticane.

Parlando davanti al forum delle organizzazioni non governative di ispirazione cattolica, Ratzinger ha denunciato che «spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità». Quindi ha invitato i partecipanti ad opporre a questo relativismo «la grande creatività della verità circa l’innata dignità dell’uomo e dei diritti che ne conseguono». Quello dei diritti «innati» non è un tema nuovo né per Ratzinger, né nei rapporti tra la Chiesa di Roma e le grandi organizzazioni internazionali. E, come sempre accade con questo pontefice, le sue parole “alte” hanno implicazioni molto concrete.

Il ruolo dell’Onu ha iniziato a sovrapporsi a quello della Chiesa cattolica nel 1948, quando l’assemblea generale delle Nazioni unite emanò la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Un documento che la Chiesa dapprima ha appoggiato, anche perché basato su una definizione forte di questi diritti. All’articolo 18 della dichiarazione, ad esempio, è stabilito il diritto dell’individuo a «cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione». L’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, nel 1963, e la costituzione pastorale Gaudium et Spes di Paolo VI, nel 1965, sanciscono che la difesa dei diritti dell’uomo è parte del ministero dei vescovi. Questa coincidenza di intenti, però, dura poco. Ben presto le organizzazioni internazionali cambiano la definizione di diritti dell’uomo. Da un lato questa si restringe, lasciando scoperti diritti che la Chiesa ritiene fondamentali, come quello a cambiare religione. Dall’altro si allarga, andando a coprire una serie di «diritti riproduttivi», che si traducono nel riconoscimento dell’aborto come diritto inviolabile della donna e, talvolta, nell’appoggio esplicito a politiche demografiche condotte a colpi di aborti forzati.

Un primo segnale arriva nel 1966, quando l’assemblea dell’Onu, di fatto, sostituisce la dichiarazione dei diritti dell’uomo con due “patti internazionali”, che entrano in vigore dieci anni dopo. Il diritto di «cambiare religione» è scomparso, sostituito da un assai più flebile diritto «di avere o di adottare una religione». La nuova formulazione serve ad essere accettata da tutti quei paesi islamici nei quali l’apostasia è punita con la morte. Allo stesso tempo, l’insegnamento della religione è consentito solo se esercitato in modo neutrale, cioè presentando tutte le religioni come equivalenti. Disposizione peraltro inapplicabile ai paesi musulmani, perché nulla impedisce che le leggi dello Stato si confondano con la sharia. Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, nel loro libro “Contro il cristianesimo”, sostengono che queste regole sembrano frutto di una «sorta di alleanza» tra i paesi islamici e i tanti paesi laici contrari a ogni forma di “missione” religiosa al loro interno.

L’Onu diventa così una sorta di tempio interreligioso, in cui tutte le fedi sono uguali. Anche le più strambe: al palazzo di vetro è facile trovare alti funzionari che non fanno mistero dei loro culti pagani e panteisti. E proprio il culto di Gea, la dea Terra minacciata dall’uomo, spiega parte delle smanie antinataliste e delle iniziative sul cosiddetto “effetto serra” adottate dall’Onu e dalle organizzazioni satellite. L’ossessione per il controllo delle nascite, da attuare a qualunque costo, è ormai quarantennale: l’Unfpa, l’agenzia creata nel 1969 dalle Nazioni unite per affrontare la questione demografica, per decenni ha finanziato le politiche con cui il governo cinese ha imposto l’aborto alle donne che avevano già avuto un figlio.

La paura di Ratzinger dinanzi all’Onu, dunque, è quella che Fëdor Dostoevskij mette in bocca a Ivan Karamazov: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». E la cosa strana non è che il papa sia sceso in polemica con le Nazioni unite. Ma è il fatto si senta solo lui difendere certi diritti. È il grande silenzio dei laici di oggi. È il fatto che in Occidente organismi e trattati internazionali garantiscano tutti i diritti imposti dall’agenda del politicamente corretto, ma non tutelino l’elementare diritto a cambiare la propria fede nei paesi in cui questo diritto non esiste. Quanto al tema dell’aborto e della difesa della vita, un santone laico come Norberto Bobbio aveva già spiegato che l’errore più grande sarebbe proprio quello di darlo in monopolio al Vaticano: «Mi stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

© Libero. Pubblicato il 2 dicembre 2007.

Post scriptum. Papa Ratzinger Blog scrive oggi: "Libero" profetico: le parole del Papa alle Ong appariranno sui giornali come l'ennesima "crociata". Grazie del complimento, ma fare simili profezie è davvero molto, ma molto facile. Occhio, però: il post di Papa Ratzinger Blog contiene molti link utili a capire meglio l'intera vicenda.

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giovedì, novembre 29, 2007

Beowulf: torna la Hollywood pagana, liberal e anticristiana

Chi trovò qualche interesse, all'epoca, nelle mie recensioni da Cannes del Codice da Vinci (qui e qui), probabilmente apprezzerà The Good, the Bad and Beowulf. Hollywood hates Christianity, loves the “Other”, articolo di Raymond Ibrahim pubblicato sul sito di Victor Davis Hanson.

L'inizio è questo:
Ormai, i ripetuti ritratti negativi del Cristianesimo nei principali film di Hollywood sono diventati triti e ritriti, prevedibili. Vedere Beowulf in questi giorni serve solo a confermarlo. Le stesse descrizioni scaltre e gli elementi già presenti nei film degli ultimi decenni appaiono anche questa volta. Uno dei motivi più gettonati consiste nel provare a dipingere i pagani come persone dalla mentalità aperta e dallo spirito libero o, piuttosto anacronisticamente, una controparte medioevale di ciò che oggi è moderno, secolarizzato e "liberal". Il concetto è che i popoli pagani - liberi dalle forze soffocanti del cristianesimo - sono felici, appassionati, capaci di vivere appieno la vita.
Questa è la conclusione:
Ad ogni modo, mentre ad Hollywood sono impegnati nella crociata - o jihad - per diffamare la cristianità, farebbero bene a ricordare che è grazie alla civiltà cristiana che sono in grado di realizzare i loro film. Non solo il cristianesimo è direttamente responsabile di ciò che la gran parte dei liberal occidentali dà per garantito, ovvero le libertà e i progressi della civiltà occidentale, ma gran parte delle registrazioni storiche che i produttori di Hollywood sono così bravi a sfruttare e stravolgere per farci soldi a palate, furono compilate da cristiani. Vi è una certa ironia nel fatto che l'unico manoscritto che conteneva il testo di Beowulf fosse stato scritto da un monaco e conservato un monastero per qualche secolo.
In mezzo si parla di Le Crociate (di Ridley Scott, 2005), di King Arthur (2004), de Il 13° Guerriero (1999) e di Excalibur (1981). Buona lettura.

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venerdì, novembre 23, 2007

Artisti e islam: colpirne uno per educarne cento

E' servito. Eccome se è servito l'omicidio di Theo Van Gogh ad opera del marocchino-olandese Mohammed Bouyeri. Oggi uno dei più noti artisti inglesi, Grayson Perry, dice quello che tanti altri artisti e uomini di satira non hanno il coraggio di dire. E cioè che ha scelto coscientemente di evitare di affrontare nei suoi lavori - di solito assai provocatori - il tema dell'Islam radicale. E lo ha fatto per paura di essere sgozzato.

«Mi sono autocensurato», ha confessato durante un convegno su arte e politica Perry, coraggioso nell'ammettere finalmente la propria vigliaccheria. «Il motivo per il quale non ho attaccato l'integralismo islamico nella mia arte è che ho realmente paura che qualcuno mi tagli la gola».

Tim Marlow, direttore della principale galleria di Londra, conferma che le paure di Perry non sono solo sue: «E' qualcosa di concreto, ma che pochissime persone hanno ammesso in modo esplicito. Istituzioni, musei e gallerie sono probabilmente responsabili della maggior parte dei casi di censura. Mentirei se dicessi che noi saremmo pronti a mostrare qualcosa di simile alle vignette danesi. Penso che ci siano buoni motivi per essere preoccupati».

Poi, però, non chiediamoci come mai artisti, comici e sedicenti intellettuali, ogni volta che per fare i tragressivi a buon mercato scelgono di prendersela con la religione, finiscono per irridere solo la chiesa cattolica e il Vaticano. Il motivo è chiaro: è una questione di gola.

Post scriptum.
Sulla stessa vicenda: The art of self censorship, di Flemming Rose.
Da questo stesso blog: Via da questa Europa; Islam e autocensura, ennesima puntata; "Infedele", di Ayaan Hirsi Ali.

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lunedì, settembre 17, 2007

La favola del Maometto pacifista e femminista

Le figure di Gesù e Maometto, fondatori delle due più diffuse religioni del pianeta, sono oggetto di un processo di revisione che, incurante delle tantissime testimonianze storiche sui loro insegnamenti, tende a dipingerli come qualcosa di molto diverso da ciò che erano. Nascono così la favola new age del Gesù fricchettone confuso e quella del Maometto pacifista e femminista. Questo tentativo della moderna storiografia progressista delle religioni è esaminato bene nell'articolo "Jesus and Mohammad, Version 2.0", scritto da Raymond Ibrahim per la National Review.
Quando si tratta di "ricostruire" Gesù, gli accademici invariabilmente partono da due presupposti: che i Vangeli non fossero ispirati dall'alto e che gli eventi lì riportati non siano credibili. In altre parole, non solo gli accademici rifiutano il miracoloso, ma sospettano dell'intera narrazione, che a lungo è stata la fonte primaria per comprendere la natura di Gesù, anche in una prospettiva secolare. Senza rispetto per quanto Marco, Matteo, Luca e Giovanni hanno riportato delle frasi e delle azioni di Gesù; senza rispetto per l'antichità e l'autorità dei Vangeli, scritti appena poche decadi dopo gli eventi che descrivono; senza rispetto per il fatto che molti degli eventi storici descritti nei Vangeli combaciano con la storia romana del primo secolo; senza rispetto per tutto questo, molti "revisionisti" di Gesù hanno deciso che i Vangeli e il resto del Nuovo Testamento semplicemente non vanno bene per la loro accuratezza storica.

Preferiscono, al contrario, affidarsi a due fonti assai dubbie: ogni brandello di carta di altre scritture religiose e le loro stesse congetture. Oscuri documenti gnostici, che furono rifiutati, discreditati e abbandonati circa 2000 anni fa, o erano di così infima importanza che la chiesa di allora non era nemmeno al corrente della loro esistenza, diventano fondamentali. Attraverso i frammenti di queste pergamene, gli accademici possono leggere in Gesù ogni cosa essi desiderino.
Prendono piede così interpretazioni new age di Cristo e della prima Chiesa, nelle quali c'è posto anche per ogni possibile illazione sessuale. I recenti tentativi di dare dignità storica e teologica al Vangelo gnostico di Giuda, e la spettacolarizzazione che è stata fatta della riscrittura del Cristo nei libri di Dan Brown, specie ne "Il Codice Da Vinci", e nel kolossal che ne è stato tratto (ne ho scritto qui e qui lo scorso anno da Cannes), confermano che i confini tra storiografia accademica e cultura pop si stanno pericolosamente sbriciolando.

Discorso molto diverso è quello che riguarda Maometto. In questo caso, come scrive Ibrahim denunciando il «double standard» degli accademici progressisti, lo scopo è infatti «riabilitare e romanticizzare».
E' stato sottolineato, e per ottime ragioni, che non c'è persona dell'antichità che è stata meglio documentata di Maometto. Esistono letteralmente migliaia di pagine su ciò che i musulmani ritengono essere dichiarazioni e azioni attribuite al loro profeta. (...)

Basandosi solamente su queste fonti, che, vale la pena di ripeterlo, gli stessi islamici considerano di grande autorità, si possono riempire pagine elencando azioni impressionanti attribuite a Maometto: guerra condotta in modo aggressivo e senza alcun pretesto, esecuzioni di massa, assassini, bugie, furti, riduzione in schiavitù di donne e bambini, nonché matrimonio con una bambina di nove anni. E' il genere di calunnie che sarebbero state senza dubbio popolarizzate ed enfatizzate dai suddetti studiosi di Cristo se solo esistesse un pezzetto di pergamena nel quale si suggerisce che Gesù si sarebbe dedicato a simili pratiche. Ma quando si tratta di scrivere di Maometto, pochi sono gli studiosi che alludono a simili fonti autorevoli; al contrario, costoro spesso preferiscono nascondere ciò che esse dicono o minimizzare la loro autorevolezza.

Prendiamo, ad esempio, la questione della "jihad". I primi teologi dell'Islam conocordano all'unanimità che essa era semplicemente guerra offensiva condotta con lo scopo dichiarato di diffondere la dominazione islamica - un percorso indicato dallo stesso Maometto, e quindi dai suoi compagni, i califfi, che conquistarono buona parte del Vecchio Mondo in nome dell'Islam. C'è una buona ragione per cui nei primi lavori gli studiosi di lingua inglese hanno sempre tradotto "jihad" come "holy war", guerra santa.

Eppure la dissimulazione accademica va avanti. Più o meno nello stesso periodo in cui gli studiosi del Cristianesimo hanno iniziato a manipolare l'immagine di Gesù, i professori dell'islam hanno iniziato a insegnarci che il concetto che Maometto aveva della jihad non ha nulla a che spartire con la "guerra santa" (la quale, secondo lo stesso ragionamento, è stata invece inventata dai cristiani con le Crociate), ma ha piuttosto a che vedere con lo "sforzo interiore" - come il battersi per essere "uno studente migliore, un collega migliore, un miglior partner d'affari".
Analogo processo di "riscrittura" politicamente corretta dell'islam riguarda tutto ciò che nel corano e negli hadit (le frasi di Maometto cui ogni musulmano deve ispirarsi) sancisce l'inferiorità della donna rispetto all'uomo. Ad esempio il fatto che gli uomini possono prendere sino a quattro mogli e avere rapporti sessuali con le loro schiave catturate durante la jihad; il fatto che la testimonianza di una donna davanti a un tribunale valga la metà di quella di un uomo; la regola che assegna alle donne la metà dell'eredità riservata agli uomini; il fatto che gli uomini abbiano "autorità" sulle donne e possano picchiarle ogni volta che queste si comportano male. Pensate se una sola di queste norme (cui va aggiunta l'impossibilità per le donne di pregare, toccare il corano o entrare alla Mecca durante i giorni "impuri") fosse prevista nelle scritture sacre dei cattolici a che livello arriverebbero le accuse di misoginia mosse alla Chiesa di Roma dai suoi tanti nemici.

Qui il testo intero dell'articolo di Raymond Ibrahim.

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lunedì, agosto 20, 2007

La favola del povero mujaheddin

Quella del povero mujaheddin che abbraccia la jihad in Occidente perché disoccupato, frustrato e tenuto ai margini da una società egoista che non vuole integrarlo è una favoletta dalle gambine corte corte, ma continua ad avere il suo seguito. A dispetto di ogni evidenza empirica.

Intanto perché, a partire dall'11 settembre, la lista dei leader del terrorismo islamico e degli attentatori è composta da gente facoltosa, che anche grazie alle università occidentali ha avuto la possibilità di farsi un'istruzione e crearsi una posizione professionale di tutto rispetto. Con una inquetante predilezione - come ricordato sul Daily News - per l'attività medica. L'egiziano Ayman al-Zawahiri, braccio destro di Bin Laden, è un chirurgo di talento, nonché figlio di un docente di farmacologia alla scuola medica del Cairo e membro della Fratellanza Musulmana. Il leader di Hamas Abdel Aziz al-Rantissi, ucciso dagli aerei israeliani, era un pediatra. Mahmoud al-Zahar, uno dei fondatori di Hamas e leader dei falchi dell'organizzazione palestinese, è un chirurgo. Fathi Abd al-Aziz Shiqaqi, fondatore della jihad islamica in Palestina e "mente" dei primi attentati esplosivi perpetrati dai kamikaze, aveva studiato come medico in Egitto. Ultimi della lista (per ora), i sospettati degli attentati a Londra e Glasgow, anch'essi medici perfettamente integrati.

Adesso, a ulteriore conferma, arriva un rapporto dell'intelligence della polizia di New York (Radicalization in the West: The Homegrown Threat) sui profili dei nuovi jihadisti che agiscono in America, Europa e Australia e sul brodo di coltura in cui crescono. Non sono né poveri né emarginati. Al contrario, «vengono da famiglie moderatamente religiose, premurose, del ceto medio. Sono abili nell'uso dei computer. Parlano tre, quattro, cinque o sei lingue, inclusa quella del Paese in cui vivono: il tedesco, il francese e l'inglese». Sono «diplomati in una high school, quando non studenti universitari», e tendono ad essere indistinguibili dal resto della popolazione, svolgendo vite e mestieri del tutto «ordinari».

Resta la domandina politicamente scorretta: ma se non è la povertà, se non è la mancata integrazione nella nostra società, cos'è che spinge questi individui a odiarci al punto da volerci vedere morti?

Letture consigliate sul rapporto della polizia di New York:
The Making of a Homegrown Terrorist, su Newsweek
The NYPD looks at what turns young Westerners into jihadis, di Peggy Noonan, sul Wall Street Journal

Post scriptum. Intanto a Breda, in Olanda, un vescovo (fortunatamente uscente) di Santa Romana Chiesa propone a tutti i cattolici di cambiare nome a Dio, e chiamarlo Allah. Così saremo tutti fratelli, spiega. Eurabia avanza.

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lunedì, maggio 14, 2007

C'è un enorme spazio vuoto. Qualcuno lo riempirà

E ora? Va bene, i Dico sono morti. Lo erano anche prima della manifestazione di piazza San Giovanni, figuriamoci adesso. Morti e sepolti, anche se a sinistra fingono che non sia così (ma gli imbarazzi dei Ds sono più eloquenti di mille commenti). Tutto qui, dunque? Qualche centinaia di migliaia di persone è scesa in piazza e tutto quello che ha ottenuto è la condanna a morte di un disegno di legge già defunto? No, il discorso è assai più complesso. Purtroppo per il centrosinistra. E purtroppo (anche) per il centrodestra.

Il problema vero, quello che viaggiava sottotraccia da qualche tempo e che sabato è diventato di tutta evidenza, si chiama rappresentatività. Detta in estrema sintesi: esiste una fetta d'Italia sempre più ampia, la quale - anche grazie a due papi forti come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - ha preso piena coscienza della propria esistenza e di quello che può legittimamente pretendere dalla politica. Un'Italia che non è trendy come le attricette lesbo chic e non si fa problemi a indossare «un abito a fiori stampati, scolorito da troppe centrifughe», come notava inorridito il cronista dell'Unità incaricato di raccontare la manifestazione. Un'Italia che non si riconosce certo negli editoriali "laicisti" del Corriere della Sera. Questa Italia è tendenzialmente, ma non interamente, più vicina al centrodestra che al centrosinistra. Crede in certi valori: la famiglia, la difesa della vita, la sussidiarietà (piuttosto che la solidarietà, anche se alla fine è una distinzione cui solo gli addetti ai lavori sanno appassionarsi), la libertà d'istruzione. Ma, pur essendo - comprensibilmente - sempre più disgustata dai valori proposti dal centrosinistra, non si identifica nemmeno in quelli propri della Cdl. In gran parte ha abbandonato, forse per sempre, Rosy Bindi e gli altri epigoni del cattocomunismo e del dossettismo. Ma non si sente di appartenere, politicamente e antropologicamente, né a Silvio Berlusconi né a Gianfranco Fini (cui non riesce a perdonare certe sue sortite liberal) né a Pier Ferdinando Casini, che vorrebbe diventare il referente politico di tutti costoro, ma ci riesce solo in minima parte.

La partita che si è aperta sabato è proprio questa: chi sarà in grado di rappresentare il popolo che con le scarpe o con il cuore il 12 maggio stava in piazza San Giovanni potrà dire una parola importante sul futuro dell'Italia. Mutatis mutandis, non è qualcosa di molto diverso da quello che è riuscito a fare in Francia Nicolas Sarkozy, che ha saputo tradurre in una piattaforma laica e moderna certe richieste che la politica italiana continua a considerare "tradizionali", che poi vorrebbe dire ammuffite.

L'errore più grosso sarebbe mettere l'intero popolo del Family Day nella casella degli integralisti cattolici. Ovviamente, è l'errore che sta commettendo almeno metà della sinistra, che quando non riesce a capire qualcosa (e capita spesso) la confina nella categoria del nemico di classe. Salvo pentirsene a distanza di decenni. Quelli di piazza San Giovanni altro non sono che l'ennesima incarnazione dei "piccoli borghesi" degli anni Settanta (e infatti l'Unità li chiama l'"arroganza silenziosa"), che tante bastonate elettorali hanno riservato al popolo rosso. E dire che lo stesso portavoce del Family Day, Savino Pezzotta, tutto è tranne che un cattolico dogmatico, e fino a pochi giorni fa era considerato una "risorsa preziosa" della sinistra.

Insomma, l'Unione non ha gli strumenti per capire e rappresentare politicamente questa fetta di popolo. E sabato si è visto che la Margherita, che secondo il piano originario avrebbe dovuto svolgere questo compito, non potrà mai essere un interlocutore credibile per tutti costoro. A maggior ragione, quindi, non potrà esserlo il partito democratico. Ma anche il centrodestra continua a usare categorie e ragionamenti che andavano benissimo dieci anni fa, ma che non sono quelli del popolo del Family Day, come provano certe candidature un po' curiose che continuano a essere partorite dalla testa del Cavaliere.

Intendiamoci, si tratta di un popolo difficile da "gestire", se persino le stesse parrocchie sono sempre meno in grado di farlo: la grande manifestazione romana è passata piuttosto attraverso i movimenti e ha vissuto molto sull'iniziativa spontanea (altro che truppe cammellate...), saltando a piè pari le parrocchie (chiedete agli organizzatori del Family Day cosa ne pensano dei parroci), che ormai, nella maggior parte dei casi, servono solo a issare la bandiera della pace accanto al crocifisso.

Però lì c'è un popolo che chiede voce, e nessuno, al momento, è in grado di dargliela. La politica è governata da poche leggi certe, ma una di queste dice che gli spazi vuoti trovano sempre qualcuno che li riempie.

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domenica, maggio 13, 2007

The (Family) Day After (also included: difesa di Vauro)

Proviamo a evitare il giochino della conta di quanti stavano in piazza San Giovanni in questa e nelle manifestazioni precedenti organizzate dalla sinistra e dai sindacati, che sa tanto di gara infantile (e taroccata) a chi ce l'ha più lungo. Proviamo a stare ai fatti. Anche perché elementi certi, attorno al Family Day, ce ne sono tanti e sono importanti.

Primo. Un milione, mezzo milione o duecentomila, cambia poco. Quello che conta è che sabato in piazza San Giovanni c'erano moltissime persone, tantissime in più del previsto. Ed erano in numero incommensurabilmente superiore a quelle presenti in piazza Navona per la manifestazione dell'"Orgoglio laico". Se esibizione di massa muscolare doveva essere, essa è avvenuta ed ha avuto pieno successo.

Secondo. In piazza c'era un'Italia bellissima. Nonostante i compagnucci razzisti l'avessero paragonata a "un'orda di barbari", la manifestazione è stata pacifica e civilissima, composta nei toni e nei modi. Squadristi rossi, come quelli entrati in azione il primo maggio in quella stessa piazza, non se ne sono visti. La notazione può apparire superflua, ma è utile a rimarcare, ancora una volta, che il teppismo e l'intolleranza politica, oggi, in Italia, novanta volte su cento hanno il bollino rosso dei comunisti, dei centri sociali e del pattume no-global.

Terzo. Inutile - ovviamente - chiedere le dimissioni del governo. Anche in questo caso scimmiottare la sinistra, che pensa basti portare centomila pensionati della Cgil in gita premio a Roma per pretendere di mandare a casa l'esecutivo nemico, è un gesto patetico. Quella scesa in piazza sabato non era una manifestazione contro Prodi tout court, ma contro la politica per la famiglia di questo governo. E in particolare contro il disegno di legge sui Dico. Savino Pezzotta, portavoce del Family Day, non è certo un avversario politico del governo Prodi. Tantomeno un alleato di Silvio Berlusconi. Se la Cdl pensa davvero, al di là delle dichiarazioni rituali, di annettersi il successo della manifestazione, sbaglia di brutto.

Quarto. Invece sono tutti del centrosinistra gli imbarazzi (Piero Fassino e lo stato maggiore Ds), i silenzi e le divisioni non solo dentro la coalizione, ma all'interno dello stesso partito democratico. L'Unione esce da questa vicenda assai più malridotta di come vi era entrata.

Quinto. Per il resto è stata una prova di forza fine a se stessa. Perché il governo a rimettere mano alla norma sui Dico non ci pensa proprio, vista la fatica con cui ha trovato l'intesa sul testo già varato dal consiglio dei ministri. E soprattutto perché tutti, a sinistra come a destra, sanno che la legge non ha alcuna possibilità di essere approvata dal Senato. E' un ddl nato morto. Come confermano i timori dell'Unione, che non sta premendo in alcun modo affinché il disegno di legge venga votato in Parlamento.

Post scriptum. Detto tutto questo, tocca difendere Vauro. La sua vignetta sul Family Day ha destato scandalo. Un po' di senso dell'umorismo nella Cdl non farebbe male. La satira deve essere irriverente. La vergogna non è la vignetta di Vauro sui preti, ma il fatto che lui e tutti gli altri compagnucci poi se la facciano addosso dinanzi all'ultimo degli imam. Lo schifo non è Vauro che dileggia il Vaticano, ma Vauro che, invece di difendere le vignette su Maometto pubblicate dal Jyllands-Posten, le denuncia come «propaganda bellica». Il centrodestra invece farebbe bene a cercare di capire come mai in questo Paese l'ultimo che abba fatto satira vera sulla sinistra comunista, trattandola come si merita (e cioè a pesci in faccia, perché sono i reduci patetici di un'ideologia assassina), sia stato un certo Giovannino Guareschi.

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giovedì, maggio 03, 2007

I monopolisti della violenza politica

di Fausto Carioti

È il caso di aggiornare i dizionari politici. Lo squadrismo non è più fascista. È comunista. Nel senso parlamentare della parola: le aggressioni politiche in Italia, piaccia o meno, sono compiute in modo ormai quasi esclusivo da gente che si identifica nei partiti di Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto. Per rendersene conto basta sfogliare le cronache degli ultimi tempi. Colpa di tante cose, ma anche della saldatura tra i "movimenti" dei centri sociali e i partiti ufficiali, consacrata dalla candidatura di molti esponenti no global in Parlamento e dall'intestazione di un'aula del Senato, assegnata a Rifondazione comunista, a Carlo Giuliani, ucciso durante il G8 di Genova - per legittima difesa - dal carabiniere che stava aggredendo. Scelte che hanno segnato anche la saldatura tra la violenza rossa e la politica di Palazzo.

L'ultimo episodio è avvenuto il primo maggio a Roma, in piazza San Giovanni, durante il concerto organizzato dai sindacati e come al solito trasformato in una kermesse filocomunista caratterizzata da poche idee, ma ben confuse. Alcuni ragazzi hanno insultato e aggredito Mario Segni e gli altri referendari mentre raccoglievano firme per far svolgere la consultazione popolare con cui si chiede di cambiare la legge elettorale. Alcuni moduli, con duecento firme già raccolte, sono stati strappati dalle mani dei referendari e "confiscati"; un tavolo è stato lanciato contro Segni. Racconta Enzo Curzio, coordinatore romano del comitato per i referendum: «Erano ragazzi di Rifondazione comunista che invitavano a non firmare per il referendum. È assurdo aver subito un'aggressione da parte di militanti di sinistra proprio nel giorno in cui si dovrebbero valorizzare la democrazia e il dibattito».

No, non è assurdo per niente: pochi giorni fa Bertinotti, presidente della Camera, aveva detto che il referendum rappresenta «una minaccia per la democrazia». Niente di strano, quindi, se qualche giovane democratico e comunista (un inconsapevole ossimoro vivente) si dà da fare a modo suo per scongiurare la minaccia. Questi non sono extraparlamentari, non indossano (almeno per ora) un passamontagna. È gente che agisce a volto scoperto, si riconosce nei partiti di governo ed è convinta che aggredire Mario Segni o tirare un cavalletto in testa a Silvio Berlusconi sia un normale esercizio di antifascismo democratico. Lo stesso giorno, dal palco del concerto di piazza San Giovanni, uno dei presentatori, Andrea Rivera, ha attaccato la Chiesa dicendo che «non si è mai evoluta». Applausi scroscianti e scontati. Vista l'aria pesante che tira sui sacerdoti, gli organizzatori del concerto hanno preso le distanze da Rivera. Ma serve a poco: le sue stesse parole si possono trovare ogni giorno su Liberazione, il quotidiano del partito di Bertinotti, dove in prima pagina si leggono titoli tipo «Vaticano come l'islam estremo» e «Il fanatismo del Vaticano come quello dei kamikaze». Viva la libertà d'espressione anche per chi dice bischerate, basta che poi non ci stupiamo se Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, riceve minacce di morte quotidiane, anch'esse firmate con quel simbolo, falce e martello, destinato a etichettare la nuova aggregazione che dovrebbe nascere a sinistra del partito democratico.

Assieme alla violenza contro il dissenso e contro la Chiesa, i compagni hanno ereditato dal peggior fascismo quella contro gli ebrei. Mentre a destra l'antisemitismo scendeva di tono, fino a diventare un rigurgito sempre più clandestino (merito anche del viaggio di Gianfranco Fini a Gerusalemme), nella sinistra cresceva a dismisura, mascherato da antisionismo. «Sempre più spesso», scrive (da sinistra) Gadi Luzzatto Voghera, «la distorsione dell'entità ebraica diviene matrice di una nuova forma di antisemitismo aggressivo, la cui origine teoretica si rintraccia in quel processo di astrazione che ha condotto l'ebreo reale a farsi sempre più evanescente nel discorso politico di sinistra, facendo posto prima al capitalista, poi alla "vittima", e infine al "sionista"».

Il risultato pratico è che nei cortei della sinistra, oggi, Israele e gli ebrei sono visti come i nemici da abbattere, quintessenza del "razzismo sionista" e del capitalismo. I siti internet dei militanti comunisti tracimano di odio per Israele e per chi lo difende e abbondano di linguaggi e dietrologie ricalcati dai Protocolli dei Savi di Sion e dalle altre mistificazioni antisemite (il fatto che si tratti di "citazioni" spesso inconsapevoli non scusa, semmai è un'aggravante). Mentre Diliberto e lo stesso Massimo D'Alema in tempi recenti si sono fatti fotografare mano nella mano con esponenti di Hezbollah, l'etichetta politica libanese la cui milizia è considerata un'organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Australia e Parlamento europeo, e che ha per obiettivo, come si legge nello statuto, la «completa distruzione» della «entità sionista». Assieme ai terroristi palestinesi di Hamas (altri amici della sinistra italiana) e alle altre organizzazioni terroristiche islamiche, Hezbollah ha ucciso oltre mille civili israeliani. Anche in questo caso, insomma, chi cerca un pretesto politico per le proprie aggressioni, verbali e fisiche, fa presto a trovarlo negli atteggiamenti e nelle parole della sinistra ufficiale.

Post scriptum. A proposito dell'aggressione ai referendari. Bertinotti, imbarazzato perché accusato, in sostanza, di essere moralmente responsabile per le violenze dei giovani rifondaroli, ieri ha inviato un messaggio di solidarietà a Segni, dicendosi convinto «che l'iniziativa politica debba essere assolutamente garantita a tutti, indipendentemente dal grado di consenso o di dissenso che si nutre nei suoi confronti». Le chiacchiere, però, contano zero. Il presidente della Camera ha un modo molto semplice per dare un senso concreto alle sue parole e prendere le distanze dagli squadristi rossi: "risarcire" Segni e gli altri delle duecento firme che la feccia del suo elettorato ha sottratto ai referendari. Per ogni firma di adesione al referendum rubata dai giovani comunisti, la firma di un esponente di Rifondazione. Iniziando da quella dell'onorevole Bertinotti.

© Libero. Pubblicato il 3 maggio 2007.

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domenica, febbraio 18, 2007

Ratzinger smaschera le ambiguità di Prodi

di Fausto Carioti

Da ieri, la scelta per i cattolici italiani è chiara. O stanno con Romano Prodi, presidente del consiglio e sedicente «cattolico adulto», o stanno con Joseph Ratzinger, capo della Chiesa di Roma. Tertium non datur, non esiste una terza possibilità. In materia di famiglia, argomento centrale per ogni cristiano, specie se impegnato in politica, Prodi e Ratzinger dicono ormai cose opposte. Nel giro di poche ore, si è assistito a un botta e risposta tra i due che rende ridicolo ogni ulteriore tentativo dei cattolici di sinistra di far credere che le loro posizioni rientrino all’interno del vasto recinto nel quale la Chiesa fa pascolare i suoi fedeli. Le ultime, sempre più complicate argomentazioni con cui lo stesso Prodi, Rosy Bindi e l’elite intellettuale dei cosiddetti cattolici democratici hanno cercato di convincerci che i credenti possono stare sia con loro che con il Vaticano, sono state demolite da Ratzinger. Con poche e precise parole. «La famiglia», ha detto Benedetto XVI, «mostra segni di cedimento sotto la pressione di lobby che hanno la capacità di incidere sui processi legislativi. La famiglia merita la nostra attenzione prioritaria: essa può nascere solo dal matrimonio, che è l’unione stabile e fedele tra un uomo e una donna». Poco prima, parlando alla radio, Prodi aveva sostenuto l’esatto contrario, e cioè che nel suo disegno di legge per il riconoscimento giuridico e assistenziale delle coppie conviventi «non c’è una virgola che possa mettere a rischio l’istituto familiare». Anche se le parole del Papa non volevano essere una risposta diretta a quelle del presidente del Consiglio, di fatto lo sono state. E ora il contrasto tra i due è sotto gli occhi di tutti, clamoroso e lampante.

La scenetta andava avanti da settimane. I vescovi italiani continuavano a lanciare le loro accuse, esplicite sin dall’inizio, ma ogni volta in modo più diretto e circostanziato. E ogni volta dal mondo cattolico di sinistra spuntavano fuori professori universitari, intellettuali e parlamentari impegnati in complesse spiegazioni, il cui succo era che il Vaticano non può avercela davvero con loro e con la proposta di legge sui Dico, perché da essa non ha niente da temere. Come fatto ieri da Prodi, cercano di ridurre il confronto con le gerarchie ecclesiastiche a una spiegazione dettagliata della legge, per diffondere l’impressione che quello della Chiesa sia un giudizio istintivo, infondato dal punto di vista tecnico. Comprensibile: Prodi e i tanti esponenti della Margherita coinvolti, a partire dalla Bindi, ministro per la Famiglia, debbono rassicurare gli elettori cattolici che il loro voto non è stato tradito per mantenere in piedi la traballante alleanza con comunisti, postcomunisti e radicali. Ma il problema con la Chiesa, come ovviamente sanno benissimo Prodi, la Bindi e gli altri, non è tecnico.

Lo stesso tentativo di concentrare il dibattito pubblico sul riconoscimento, per quanto in forma “soft”, delle unioni omosessuali, conferma che i cattolici di sinistra hanno scelto di ignorare il punto vero dell’attacco mosso dalla Chiesa, che riguarda la tenuta della famiglia. Certo, la “questione gay” è importante e nel giudizio dei vescovi pesa, ma non meno dell’altro grande timore del Vaticano. E cioè che i Dico offrano alle coppie eterosessuali la possibilità di legarsi tramite un vincolo assai più debole del matrimonio, come tale molto più facile a rompersi appena qualcosa inizia a girare per il verso sbagliato. Col risultato di rendere le coppie ancora meno stabili di quelle attuali, la comparsa dei figli un evento ancora più raro e il rischio che questi crescano senza avere accanto ambedue i genitori una eventualità sempre più frequente. Il governo avrebbe potuto evitare tutto questo: sarebbe bastato che i Dico fossero stati riservati alle sole coppie omosessuali, lasciando agli “etero” le alternative che hanno già oggi: semplice convivenza, matrimonio civile e matrimonio religioso. Ma ha scelto di non farlo. Da un lato, in ossequio al politicamente corretto: riservare i Dico ai soli gay sarebbe sembrato una discriminazione sessuale, intollerabile per la sinistra. Ma è difficile, d’altro lato, non vedere in questa scelta l’impronta del forte pregiudizio ideologico che gran parte della sinistra ha nei confronti della famiglia “tradizionale”, destinata a trovarsi ancora più debole qualora la norma dovesse essere davvero approvata.

Ora, le parole del papa fanno piazza pulita delle ambiguità dei cattolici progressisti. Ratzinger, del resto, non è tipo da compromessi facili: la verità la mette prima di tutto, anche se fa male e può guastare i rapporti con una parte importante del mondo cattolico. Tra i primi compiti del cristiano, spiegava il Ratzinger teologo, c’è proprio quello di non cedere alla tentazione di «sedersi comodi nella storia». Liberissimi, Prodi e gli altri cattolici democratici, di continuare a portare avanti il loro disegno di legge (parlare di ingerenza dei vescovi è ridicolo, a meno di voler vietare alla Chiesa quel diritto a esprimersi liberamente che tutti riconosciamo all’Arcigay, all’Arcilesbica e alle altre associazioni che si battono per i Pacs). Quello che non potranno più fare è continuare a dire che la loro proposta è tollerabile da parte della Chiesa. No, non lo è assolutamente, e ieri non il “solito” Camillo Ruini che la sinistra freme per vedere in pensione, ma Ratzinger in persona lo ha detto in termini che più chiari non si poteva. Benedetto XVI ha portato nel confronto politico quella chiarezza che Prodi aveva tutto l’interesse a non volere. Sarà anche un cattolico “adulto”, il presidente del Consiglio, ma certe responsabilità non sembra ancora in grado di assumerle da solo. Ci ha pensato Benedetto XVI a mettergliele sulle spalle.

© Libero. Pubblicato il 18 febbraio 2007.

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lunedì, febbraio 05, 2007

Gli estremisti, i moderati islamici e i versetti del corano

Ayaan Hirsi Ali, somala, rifugiatasi prima in Olanda per sfuggire alla misoginia degli islamici somali e quindi scappata negli Stati Uniti per sfuggire alle minacce degli islamici olandesi (era dedicato a lei il biglietto affisso col coltello sul corpo di Theo Van Gogh: «So con certezza, Hirsi Ali, che tu sarai distrutta»), ha appena rilasciato un'intervista al New York Times, in occasione della pubblicazione della sua autobiografia.

Nell'intervista Hirsi Ali, che adesso lavora per il think tank conservatore American Enterprise Institute, spiega così la persistente latitanza dei moderati islamici e la loro conclamata subalternità rispetto agli estremisti:
«Ogni volta che c'è un dibattito tra un vero jihadista e quelli che abbiamo deciso di chiamare islamici moderati, vincono i jjhadisti. Perché si presentano con il Corano e con le citazioni dal Corano. Si presentano con citazioni dalla Hadith e dalla Sunnah, e dalle tradizioni del profeta. E ogni asserzione che fanno, sia che riguardi l'obbligo delle donne a indossare il velo, o il fatto che gli ebrei debbano essere uccisi, o che gli americani sono i nostri nemici, o qualsiasi altra cosa, vincono loro. Perché ciò che dicono è del tutto coerente con ciò che è scritto nel Corano e nella Hadith. E ciò che gli islamici moderati non riescono a fare è dire: "Ascoltate, sarà anche scritto tutto là dentro, ma non era inteso per un contesto come il nostro. Noi siamo andati avanti. Possiamo cambiare il Corano, possiamo cambiare la Hadith". Questò è ciò che manca».
La reinterpretazione delle scritture e dei precetti dell'islam, il loro adattamento ai tempi, fu proprio il cuore del discorso che fece Ratzinger ai suoi allievi a Castel Gandolfo nel settembre del 2005, secondo il racconto fatto dal suo allievo Joseph Fessio.
«Spiegò che nella tradizione islamica», sono le parole di Fessio, «Dio ha dato la Sua parola a Maometto, ma è una parola eterna. Non è la parola di Maometto. E' qui per l'eternità così com'è. Non vi è possibilità di adattarla o interpretarla, mentre nel Cristianesimo e nell'Ebraismo il processo è completamente differente, perché Dio ha lavorato attraverso le Sue creature. Quindi non è solo la parola di Dio, è la parola di Isaia; non è solo la parola di Dio, ma la parola di Marco». In sostanza «vi è una logica interna nella Bibbia, che permette e richiede di essere adattata e applicata a nuove situazioni». A domanda se il Papa sia pessimista sul cambiamento dell'Islam, perché richiederebbe una radicale reinterpretazione del Corano, il suo allievo risponde: «Sì, questa reinterpretazione è impossibile, perché è contraria alla vera natura dell'Islam così come è inteso dai musulmani». E questo rende anche impossibile una Riforma dell'Islam.
Padre Fessio fece poi, con ogni probabilità dietro pressione del Vaticano, una brusca retromarcia. Ma che il succo della tesi di Ratzinger fosse stato molto simile a quello della sua prima versione lo si è capito un anno dopo, nel famoso discorso accademico che papa Benedetto XVI ha tenuto a Ratisbona, quando ha insistito sull'importanza del ruolo della ragione umana nella lettura dei testi sacri, ovvero sulla necessità di una loro continua reinterpretazione. Spiega tutto molto bene il teologo Samir Khalil Samir.

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lunedì, gennaio 01, 2007

Quei relativisti che piangono per la morte di Saddam

La conferma che ci sono ancora sacerdoti che non hanno spedito il cervello all'ammasso, e che forse Joseph Ratzinger non è un'eccezione isolata, è l'editoriale di padre Bernardo Cervellera sulla impiccagione di Saddam Hussein e le reazioni che essa ha scatenato nel mondo occidentale.

Siamo ancora segnati dal dolore e dalla preghiera per l’esecuzione di Saddam Hussein. Ma non possiamo non denunciare tanta ipocrisia da parte dei molti campioni contro la pena di morte che l’ex dittatore irakeno è riuscito a radunare prima e dopo la sua impiccagione. Perché questi “professionisti” dello scandalo per la pena di morte comminata contro un uomo che ammirava – e seguiva – Hitler , poco si dolgono di altre condanne a morte e di altre violenze? Quando mai un vescovo cinese scomparso e ucciso nei lager ha trovato tanta solidarietà? Quando indù, cristiani, musulmani imprigionati nelle carceri saudite o iraniane hanno goduto di tanto sdegno internazionale e sostegno personale e pubblico?

Il piangere da un occhio solo da parte di personaggi o organizzazioni è segno non solo di una soffocante visione ideologica, ma di un profondo relativismo. Il relativismo, è un pericolo alla pace alla stregua del terrorismo e della guerra. Questo atteggiamento così diffuso in occidente, che vuole scrollarsi di dosso qualunque certezza e qualunque quadro di valori, che innalza i tiranni e nasconde i perseguitati, che parla in modo ovattato di tutto perché non si interessa di nulla, è stato messo da papa Benedetto XVI fra i veri pericoli della pace nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della pace 2007.
Il resto qui, su AsiaNews.

Post scriptum. Su questo blog della condanna a morte del dittatore iracheno ho scritto qualche settimana fa, e la sua esecuzione, avvenuta nel frattempo, non ha spostato le cose di una virgola:
Saddam, non tutti possono scandalizzarsi

Niente da aggiungere rispetto ad allora.

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mercoledì, novembre 15, 2006

La satira, Ratzinger e l'islam: compagni, fateci ridere ancora

Chi ha detto che a sinistra - i comunisti innanzitutto - non conoscono l'autoironia? Dove sta scritto che non sono capaci di scherzare su loro stessi, sui loro difetti e piagnistei, che non sanno rappresentarsi in modo caricaturale? Niente di più falso. Basta prendere in mano i quotidiani di sinistra in edicola oggi, vedere come hanno trattato quello che per loro è l'argomento del giorno, cioè la dichiarazione di padre Georg Genswein, segretario di Benedetto XVI, a proposito della satira televisiva che riguarda lui e il papa, per capire che la voglia di prendersi in giro a sinistra è tanta.

Innanzitutto rileggiamo la dichiarazione di Padre Georg, così come trasmessa originariamente dalle agenzie di stampa:

Interpellato dall'AdnKronos, pur premettendo che ''non ho mai visto queste trasmissioni e neanche le guarderò mai'', don Genswein accetta di dire la sua dopo la bufera scatenata dall''Avvenire' contro il ''tentativo continuo di ridicolizzare figure cattoliche''.
''Ho preso atto della polemica e spero che trasmissioni di questo tipo smettano - afferma don George Genswein - D'accordo la satira, ma queste 'cose' non hanno livello intellettuale e offendono uomini di Chiesa. Non sono accettabili. Spero davvero che smettano subito''.
Il segretario del Papa si fa raccontare qualche gag perché lui non le ha mai viste e, assicura, ''non le vedrò mai''. ''Trasmissioni così sono poco costruttive. Ho preso atto del fatto e voglio dimenticare''.
Il quotidiano della Cei ha bollato le gag di Fiorello e Crozza come ''satira fallimentare non priva di vigliaccheria''. Non è piaciuto all'Avvenire lo sketch in cui Benedetto XVI ''fuma tre pacchetti di sigarette, come un turco, per prepararsi al prossimo viaggio in Turchia'' né gli altri dello stesso tenore. Non è dato sapere se il Pontefice abbia ascoltato qualcuna delle gag incriminate ma di sicuro non ha fatto alcun commento né sembra intenzionato a farne. ''Il Papa non ha certamente commentato - conclude don George - E poi un commento del Santo Padre o una sua qualunque reazione sarebbero davvero troppo onore per questa gente''.

Da ciò si evincono due dati. Primo: a don Georg certa satira non piace. Secondo: don Georg si augura che questa satira finisca. "Spero davvero che smettano subito", sono le sue parole. Un auspicio, dunque.

Ora, agli occhi delle persone normali va da sé che ogni paragone con la censura islamica nei confronti della satira su Maometto è assolutamente grottesco. Improponibile. Da un lato c'è un importante sacerdote che la prende male, e "spera" che la cosa finisca. Dall'altro, come già scritto in un post precedente, accade questo:
Condanna a morte è stata emessa per Flemming Rose, il responsabile della sezione cultura del Jyllands-Posten, il quotidiano danese che il 30 settembre del 2005 ha pubblicato le vignette satiriche su Maometto, il quale in seguito alle proteste (iniziate mesi dopo la pubblicazione dei disegni) si è dovuto ritirare dal lavoro, mettendosi in ferie per un tempo indefinito. Condanna a morte hanno dovuto subire anche i disegnatori delle vignette. Rose ha spiegato così le sue ragioni: «Ho notato troppi casi di autocensura (in Europa, ndr): Kare Bluitgen, autore di un libro per bambini sulla vita di Maometto, non trovava illustratori; a Londra, la Tate Gallery ha scelto di non mostrare God is Great , un’opera di John Latham sui punti di contatto tra le religioni; il comico danese Frank Hvam ha detto che nei suoi sketch poteva forse dileggiare la Bibbia ma aveva paura di prendersela con il Corano; in tutta Europa non si trovavano traduttori di un libro di Ayan Hirsi Ali e chi lo faceva preferiva restare anonimo, ad esempio in Finlandia, per non fare la fine di Theo Van Gogh». Migliaia di islamici (quelli che non si sono mai visti in piazza per protestare contro il terrorismo) sono scesi nelle strade per protestare contro la pubblicazione delle vignette. Il partito pachistano Jamaaat-e-Islami ha offerto 500 corone danesi a chiunque avesse ucciso almeno uno dei disegnatori responsabili dell'offesa al profeta. E il Jyllands-Posten, in seguito alle numerose minacce di morte ricevute, ha dovuto assumere guardie private per proteggere i suoi dipendenti.
La differenza tra le due reazioni, quella del Vaticano e quella del mondo islamico, è semplicemente incommensurabile.

E invece, guarda qui cosa ti inventano quei gran spiritosi dei comunisti. Dinanzi all'accusa ricorrente di essere ridicole macchiette pervase da un concetto di relativismo un tanto al chilo, pronte a scordarsi i crimini di qualunque tagliagole purché nemico dell'Occidente e degli Stati Uniti, loro - dimostrando un sense of self-humor sino a oggi colpevolmente nascosto - stanno al gioco e decidono di fare la caricatura di loro stessi.

Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, sbatte in prima pagina il seguente titolo: «Vaticano come l'Islam estremo. "Vietato scherzare sul papa"». Padre Georg e Joseph Ratzinger, secondo il divertente paradosso cui ricorre il giornale rifondarolo, sono dunque tali e quali agli estremisti islamici, ai tagliatori di teste, a quelli che condannano a morte chi fa satira sul loro dio. Col risultato di gettare nel ridicolo l'autore di un simile paragone: dieci e lode in autoironia ai giornalisti di Fausto Bertinotti.

Regge bene il colpo della concorrenza l'Unità, che ha dedicato alla notizia il titolo principale della prima pagina, ovvero l'apertura del giornale. Irresistibile l'articolo nel quale si legge: «Qui siamo all'integralismo cattolico, specchio fedele di certi integralismi islamici che non vogliono le vignette su Allah».

Nella sfida tra testate satiriche a chi disegna meglio la caricatura del trinaricuito modello terzo millennio non riesce a tenere il passo, per una volta, il Manifesto, che si limita a evocare l'Inquisizione: «Nel travagliato viaggio dell'Occidente dalle catacombe ai giorni nostri, a fare la satira sul papa ci abbiamo messo secoli, rischiando via via il rogo, la galera e l'indice dei libri proibiti». Troppo banale, troppo poco. Quando dall'altra parte c'è chi agita lo spettro del mullah Omar e degli integralisti con la mannaia in mano, occorre uno sforzo di fantasia in più.

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