mercoledì, novembre 30, 2005

L'Ocse, la ripresa e le cose da fare: quello che la sinistra non dice

di Fausto Carioti
«The recession ended in the spring of 2005», la recessione italiana è finita nella primavera del 2005. Sospiro di sollievo. Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti possono stappare quella bottiglia che tenevano in frigo dal 2001: l’economia nazionale volge al bello. A sancirlo - pochi giorni dopo la diagnosi da malato terminale tracciata dall’Economist - è arrivato, da Parigi, il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, seguito dal giudizio del capo economista dell’Ocse, il quale presentando il documento si è detto convinto che, per il nostro Paese, «il peggio sia alle spalle» e che il rilancio sarà «notevole». Ad aumentare l’ottimismo, il fatto che l’Ocse preveda finalmente «una prolungata fase di espansione» dell’economia mondiale, che interesserà anche la «convalescente» Europa, soprattutto se la Banca centrale europea resisterà alla tentazione di alzare il costo del denaro.
Resta da capire se la ripresa in arrivo dalle nostre parti farà sentire i suoi primi effetti già al momento del voto delle elezioni politiche. La risposta, salvo novità al momento non prevedibili è: sì, ma assai poco. Certamente meno di quanto vorrebbero Berlusconi e i suoi consiglieri, convinti - in gran parte a ragione - che tanti elettori vadano alle urne “con le tasche”, ovvero scegliendo chi votare soprattutto in base a ciò che pensano della propria situazione economica: se è buona, confermano il governo uscente; se non lo è, lo spediscono a casa. I motivi per sperare, però, nel centrodestra non mancano, e lo confermano i mal di pancia che il rapporto dell’Ocse ha diffuso ieri tra gli esponenti dell’opposizione.
Anche perché, nel giudizio finalmente positivo dato dall’Ocse all’economia italiana, la firma del governo c’è tutta. Nel bene come nel male. Nel bene, perché vi si legge che la domanda interna, cioè i consumi delle famiglie italiane e gli investimenti delle imprese, sono stati stimolati «dall’aumento dell’occupazione, dal calo dell’inflazione, dall’alleggerimento fiscale e da condizioni monetarie favorevoli», cioè da fattori sui quali le politiche di governo hanno un peso decisivo. E se è vero che le esportazioni hanno potuto giovarsi del deprezzamento dell’euro e della ripresa economica che in altri Paesi d’Europa è già partita, è vero anche che pure le importazioni stanno crescendo a buon ritmo.
Lo zampino del governo si vede anche nelle cose che non vanno. Solo che la terapia auspicata dall’Ocse è il contrario di quella indicata dalla sinistra. Innanzitutto «la crescita dei salari reali deve essere meglio allineata alla produttività». È una tirata d’orecchi: vuol dire che gli stipendi sono cresciuti troppo, mentre la produttività dei lavoratori italiani è aumentata poco. Il riferimento ai dipendenti pubblici è stato messo nero su bianco: hanno ricevuto «premi particolarmente generosi». Allo stesso tempo, «la spesa pubblica deve essere ridotta quanto basta per abbassare il cuneo fiscale e tornare a un avanzo primario», cioè a portare i conti in attivo al netto della spesa per gli interessi del debito pubblico. Il settore dei servizi, infine, «deve essere aperto alla concorrenza per aumentarne la produttività». Insomma, bisogna frenare gli aumenti salariali, tagliare la spesa pubblica, ridurre le tasse e liberalizzare i servizi. Quattro punti che proprio non fanno parte del Dna della sinistra italiana. Scetticismo, infine, sulla volontà politica dell’esecutivo di mantenere il dovuto rigore nel 2006, poiché «tradizionalmente, prima delle elezioni, previste per aprile, le spese tendono ad aumentare», e questo è valido in ogni democrazia del pianeta.
Previsioni Ocse alla mano, nel 2005 l’economia italiana crescerà dello 0,2%, nel 2006 dell’1,1% e nel 2007 dell’1,5%. Un decollo lento, che ci colloca negli ultimi posti della graduatoria europea ed è dovuto soprattutto all’aumento delle quotazioni del petrolio. Il rincaro del greggio, infatti, in Italia influenza l’economia più di quanto avvenga negli altri Paesi europei, vista l’alta dipendenza italiana dal petrolio e dal gas (il cui prezzo è legato a quello del greggio) nella produzione di energia elettrica. Non è un caso se, dopo il ministro delle Attività Produttive Claudio Scajola, ieri sia stato il presidente del Gestore del sistema elettrico, Carlo Andrea Bollino, a battere sul tasto del ritorno al nucleare.
La sinistra si aggrappa ai numeri negativi del rapporto dell’Ocse, che ovviamente non mancano e riguardano soprattutto la tenuta dei conti pubblici. Quest’anno il disavanzo sarà superiore al 3% del Pil, arrivando attorno a quel 4,3% che il governo italiano ha concordato con Bruxelles. Nel 2006, però, invece di scendere al 3,8%, il disavanzo resterà al 4,2%, per aumentare al 4,8% nel 2007. Tutto questo, ovviamente, in assenza di interventi capaci di raddrizzare i conti. Insomma, l’Ocse avverte sin d’ora che, siccome la crescita economica sarà inferiore alle aspettative del governo, si dovrà fare una manovra correttiva per riportare i conti nei binari previsti. Quanto al debito pubblico, nel 2005, «per la prima volta in dieci anni», tornerà a crescere, arrivando al 110% del prodotto interno lordo (a fine 2004 il debito era pari al 105,8% del Pil). Occhio anche ai prezzi, che la ripresa economica e il caro petrolio probabilmente spingeranno in alto a partire dal 2006 (2,7% l’inflazione prevista), rallentando l’anno successivo (2,2%).
Per Maurizio Sella, presidente dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, i dati di ieri «danno la sensazione che siamo sulla soglia della ripresa», mentre il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, coglie la palla al balzo per chiedere di «non far regredire le riforme già in atto, come quella del lavoro, della scuola, della previdenza». A sinistra, come da copione, impazza il catastrofismo di chi rifiuta di vedere il segnale positivo della ripresa e si trincera dietro il peggioramento tendenziale dei conti pubblici (peraltro raddrizzabile, come detto) per descrivere un Paese «a rischio paralisi».

© Libero. Pubblicato il 30 novembre 2005.

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Piroette dalemiane tra Bush, Castro e Chavez

Già si sentono la vittoria in tasca e - chissà - magari hanno anche ragione. Intanto però, piccini, sono costretti a sbattersi in tutti i modi per accreditarsi dinanzi a chi, tra qualche mese, potrebbe mettere un veto alle loro ambizioni. Massimo D'Alema, per esempio. Muore dalla voglia di fare il ministro degli Esteri (almeno quanto Rutelli vuole andare al Viminale) e lo ha anche appena confessato, chiaro e tondo, a Porta a Porta. A domanda diretta ha risposto: «Sì, mi piacerebbe». Quindi ha snocciolato le sue credenziali: «Mi interesso di politica estera e vengo dall'America Latina. Il mio lavoro è di essere parlamentare europeo e presidente della Commissione europea che si occupa dei rapporti con l'America Latina». Simpatica la sua frase su Prodi: «Sarà lui comunque a decidere», come se il bollito potesse fregarsene della richiesta del suo azionista di maggioranza, che ha già mostrato di poterlo fare fuori da palazzo Chigi in pochi giorni se solo gli fa girare le scatole.
Solo che l'autocandidatura di D'Alema, quella vera, non è stata questa. Ma è stata l'intervista che il presidente dei Ds ha rilasciato al quotidiano paraguayano Abc, apparsa il 28 novembre. Un telegramma indirizzato alla Casa Bianca che aveva scritto sull'intestazione: Tranquilli, potete fidarvi di me, sono di gran lunga il meno peggio che potrete trovare a sinistra. Nell'intervista D'Alema, con colpo da maestro, si liberava infatti dei due compagni ingombranti in cima alla lista nera di Washington: il dittatore cubano Fidel Castro Ruz e il coatto venezuelano Hugo Chavez.
Del primo, D'Alema ha detto: «Non siamo d'accordo con Castro per le violazioni dei diritti umani che commette. Si reprimono i dissidenti. Vi sono cose inaccettabili. (...) Cuba affronterà una crisi molto grave se non farà riforme democratiche profonde. Conosco Fidel da 30 anni, da quando ero leader dei giovani comunisti italiani. Lo ammiravo. Era un rivoluzionario. Ma ora è un conservatore. E' un ostacolo per il suo paese. Cuba ha bisogno di democrazia, di cambiamento di leadership. Ho cercato di parlare con lui di riforme tre o quattro anni fa, ma niente...». Davanti a simili giudizi, le distanze prese da D'Alema nei confronti dell'embargo Usa su Cuba («siamo molto critici...» suonano proprio per quello che sono, e cioè il contentino, probabilmente sincero, nei confronti degli alleati e della base che perde bava dai denti ogni volta che vede stelle e strisce.
Anche il coattone venezuelano esce assai male dall'intervista di D'Alema. «Ha il consenso popolare. Lo prova il referendum che ha vinto. Ma il suo governo commette violazioni dei diritti umani, fa populismo ed è accusato di episodi di violenza. Il governo (di Chavez) applica misure che noi non consideriamo accettabili, ma è un paese che dobbiamo aiutare, che dobbiamo incoraggiare finché non vi sarà piena democrazia».
La speranza di D'Alema, il cui staff intanto ha "spinto" l'intervista sulle agenzie e i quotidiani italiani (è stata ripresa dal Corriere della Sera), è che il messaggio che ha inviato su Castro e Chavez, magari passando per la rassegna stampa dell'ambasciata Usa di via Veneto, sia giunto sino a Washington.
PS: l'intervista ha anche il suo lato ironico. Immaginate D'Alema davanti al giornalista paraguayano che, non sapendo una mazza di lui, del bollito, dei Ds, dell'Unione e dell'Italia in generale, gli ha chiesto - e ha poi messo nero su bianco - cose tipo: «Ma lei è stato primo ministro italiano?». E D'Alema, presumibilmente basito: «Sì, certo». Immaginate la sua faccia, conoscendo la spocchia del personaggio, e cosa può avere pensato.

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martedì, novembre 29, 2005

Un approccio liberale alla castrazione chimica

Il ministro Roberto Calderoli ha detto che ci è già una prima richiesta per sottoporsi a castrazione chimica volontaria: «Un detenuto, condannato per decine di violenze sessuali su minori, che, spontaneamente, ha richiesto di essere sottoposto all'androsospensione, ovvero alla castrazione chimica». La verità è che la castrazione chimica, meglio definita come "terapia antagonista del testosterone", in Italia esiste già da anni. Viene praticata, ovviamente su soggetti volontari e in modo non ufficiale, da parte di personale qualificato. Il criminologo Francesco Bruno, docente universitario, lo ha detto senza ipocrisie: «Sono venti anni che faccio castrazione chimica, naturalmente a chi lo chiede, con buoni risultati». Ma la sua frase, come tutte le verità scomode, è stata subito rinchiusa nello sgabuzzino delle cose da non mostrare in pubblico.
Il farmaco che più viene usato in Italia è Androcur, una compressa da assumere quotidianamente, nel cui "bugiardino" delle indicazioni terapeutiche si legge «Riduzione dell’istinto sessuale patologicamente aumentato o alterato nell’uomo adulto (ipersessualità o deviazioni sessuali)». Chi ha la ricetta (è un farmaco indicato per la cura delle disfunzioni prostatiche) paga per una confezione appena un euro di ticket.
Le anime belle della sinistra, "a prescindere", inorridiscono all'idea, anche se poche di loro sanno cos'è veramente la castrazione chimica. Ma la domanda da porsi, da liberali, è: e se fosse applicata solo in modo volontario a chi lo richiede, magari in cambio di uno sconto di pena? E' giusto vietare una misura che non apporta alcuna menomazione al condannato (gli effetti del farmaco sono del tutto reversibili), può consentirgli di avere una pena più mite e difende la società da individui pericolosi, per di più aiutandoli a reinserirsi?
Per chi vuole approfondire, ne ho già scritto. Qui.

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Iraq, quello che le televisioni non dicono

Quello che le televisioni non dicono lo dice il senatore democratico Joe Lieberman, reduce dal suo quarto viaggio in Iraq, in un editoriale sul Wall Street Journal di oggi. Qui i punti essenziali.
«I progressi sono visibili e concreti. Nelle regioni curde del nord la sicurezza e la prosperità aumentano ogni giorno. Il sud a maggioranza sciita è in gran parte libero dal terrorismo, può contare su più energia elettrica e servizi pubblici di quanti ne avesse sotto Saddam e sta assistendo a una grande attività economica. Il triangolo sunnita, delimitato geograficamente da Baghdad a est, Tikrit a nord e Ramadi a ovest, è dove si si verificano la maggioranza degli attacchi terroristici. Eppure, anche lì vi sono progressi».
«Ci sono più automobili nelle strade, parabole per la televisione sui tetti e letteralmente milioni di cellulari nelle mani degli iracheni che mai. Tutto questo ci dice che l'economia irachena sta crescendo. E i candidati sunniti stanno facendo attivamente campagna elettorale per i seggi nell'assemblea nazionale».
«E' una guerra tra 27 milioni e 10.000. 27 milioni di iracheni che vogliono vivere le loro vite in libertà, opportunità e prosperità e circa 10.000 terroristi che sono revanchisti saddamiti ed estremisti islamici iracheni o combattenti stranieri di Al Qaeda, i quali sanno che la loro causa sciagurata sarà sconfitta se l'Iraq diventerà libero e moderno».

"Our Troops Must Stay", by Joe Lieberman.

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L'Iraq e il sano buon senso dell'americano medio

Due sondaggi appena usciti in America (via Opinion Journal), tanto per far capire che Stati Uniti e Italia si assomigliano più di quanto si pensi. Anche lì vi è una sedicente élite intellettuale convinta di essere il lievito della società. Anche lì la sedicente élite intellettuale è fondamentalmente nemica del capitalismo ed istintivamente alleata di ogni dittatore che rappresenti una minaccia per gli interessi nazionali e i diritti umani. Anche lì la sedicente élite intellettuale viene regolarmente presa a pesci in faccia dagli elettori. Ad esempio sull'Iraq.
Il primo sondaggio, pubblicato sul Washington Post, dice che il 70% degli americani interpellati ritiene che le critiche alla guerra in Iraq mosse dai senatori democratici facciano male al morale delle truppe (il 44% dice che fanno "molto male"). Tra coloro che si definiscono elettori del partito Democratico la musica non cambia di molto: ben il 55% sostiene che le critiche fanno male ai soldati americani in Iraq.
Un secondo sondaggio, stavolta di Pew Research Center for the People and the Press, ci fa sapere che l'opinione pubblica americana è assai più ottimista sull'esito del processo di democratizzazione in Iraq (e cioè sul successo della dottrina Bush) di quanto non lo sia qualunque gruppo di "opinion leader". Tra i più pessimisti, come si vede, gli scienziati e gli accademici. Tra gli ottimisti, i militari e la gente comune. Da notare che tra i professionisti del settore dei media (giornalisti e affini) il rapporto pessimisti/ottimisti è quasi di due a uno. E questo, magari, spiega la qualità di certi reportage.

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lunedì, novembre 28, 2005

Paul McCartney contro la Cina. Diritti umani? No, degli animali

Solito vizietto del bravo democratico politicamente corretto: favorevole agli aborti, purché non si tocchi il feto della foca monaca. Stesso discorso per i diritti degli animali, che per taluni vengono prima di quelli degli esseri umani. Le agenzie hanno dato da poco la notizia che Paul McCartney non farà più concerti in Cina dopo aver visto un documentario-choc sui maltrattamenti inflitti a cani e gatti. Il documentario è scaricabile dal sito dell'organizzazione animalista Peta, e mostra come cani e gatti, in Cina, vengano trattati nel modo più barbaro prima di essere trasformati in pellicce. «Tutto questo è incivile. Orribile. Sembra qualcosa venuto dal Medio evo. Sono immagini disgustose, individui disgustosi», ha commentato la star inglese, indignata.
Ovviamente, per quello che viene fatto in Cina agli esseri umani, da decenni, nemmeno una parola d'indignazione. Fin quando gli unici ad essere torturati e uccisi erano i detenuti politici, la Cina era un posto bellissimo per fare concerti.

Addendum: sullo stesso tema l'amico 1972.

Il caso Nestlè, ovvero l'odio per il capitalismo

L'ottimo Alberto Mingardi mette nero su bianco quello che anche io penso. «In realtà, il latte contaminato da ITX è solo un pretesto. La verità scientifica è del tutto ininfluente. Nestlé, multinazionale tentacolare, che vende dall’acqua minerale al cibo per cani, è per definizione nel mirino dei settori più ostili al capitalismo di mercato della nostra società. E siccome si tratta, spesso e volentieri, di settori che esprimono fedelmente opinioni radicatissime nella classe intellettuale, hanno buon gioco ad usare i giornali come cassa di risonanza. Il gruppo di Vevey sconta un peccato originale: essere grande, ricco, efficiente, per giunta svizzero, che è di per sé sintomo di opacità, nei reportage da guardie e ladri dei banalizzatori di professione». Lettura integrale obbligata. Qui, sul sito dell'Istituto Bruno Leoni.

Iraq, arriva il film di Bruce Willis

Bruce Willis, rottosi le scatole di vedere i soldati americani in Iraq dipinti come nazisti dai soliti cinematografari liberal di Hollywood, ha deciso di fare un film tutto suo per raccontare davvero come vanno le cose, per mettere su pellicola le storie di chi è lì a portare democrazia e di chi ammazza civili innocenti. Secondo le citazioni di Willis riportate da The Times Online, il film sarà su «quei ragazzi che fanno ciò che viene loro chiesto di fare, in cambio di una paga misera, per difendere ciò che loro chiamano libertà». «Non riesco proprio a capire per quale motivo le cose che ho visto in Iraq non vengano riportate dai mezzi di informazione», ha detto Willis alla tv americana Msnbc.
Il film sarà basato sui racconti del blogger ed ex berretto verde Michael Yon e con ogni probabilità vedrà lo stesso Willis nei panni di Erik Kurilla, comandante dei soldati della unità "Deuce Four", 1° battaglione, 24° fanteria, che ha passato l'ultimo anno a combattere i ribelli della città di Mosul, nel nord dell'Iraq. Maggiori informazioni su Generation Why?
Bruce Willis non è nuovo a simili atti di sano patriottismo americano. In Armageddon si diverte a prendere a pallettate da golf gli attivisti di Greenpeace e, di recente, come racconta anche The Right Nation, ha messo una taglia da un milione di dollari sulle teste dei macellai islamici Osama bin Laden, Aymen al-Zawahiri e Abu Musab al-Zarqawi.
Secondo Willis sarebbe un grave errore se i soldati americani lasciassero l'Iraq proprio ora che si iniziano a vedere i frutti della democrazia: «Gli iracheni vogliono vivere in un mondo in cui possano andare da casa al mercato senza paura di essere uccisi. Del resto, chi non lo vuole?».

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Pera traccia il confine culturale tra "noi" e gli "altri" (Prestigiacomo included)

Domenica 27 novembre il presidente del Senato Marcello Pera, parlando a Catania davanti a una platea di Forza Italia, ha tenuto quello che a modesto avviso di chi scrive è stato il suo migliore discorso degli ultimi anni. Ha rivendicato l'appartenenza a una cultura «liberale e al tempo stesso tradizionalista o conservatrice», e in Italia sono pochi quelli che hanno gli attributi per definirsi "conservatori" a testa alta. Ha spiegato perché si può essere conservatori essendo riformatori (una ovvietà, non a tutti chiara) e tracciato i confini di quella che non si fa problemi a chiamare cultura politica «di destra». Piccola curiosità: il suo discorso contiene due attacchi diretti a Stefania Prestigiacomo, ministro forzista per le Pari opportunità, ovviamente mai menzionata in modo diretto. Primo attacco, sulla procreazione assistita. Secondo attacco: sulla legge 194. Qui Pera, parlando dell'aborto, dice: «Credo che non sia corretto chiamarlo una "conquista di civiltà"», e le virgolette, non a caso, appaiono anche nel testo originale pubblicato sul sito del Senato. Insomma, è una citazione. Dalla lettera che la Prestigiacomo ha scritto al ministro della Salute, Francesco Storace, nei giorni scorsi, nella quale si leggeva, testualmente, che «la legge 194 ha rappresentato e rappresenta una conquista di civiltà per le donne che sono state sottratte alla tragedia degli aborti clandestini».
Qui i punti che chi scrive giudica più interessanti del discorso di Pera.

L'aborto
«Credo che non sia corretto chiamarlo una "conquista di civiltà". L'aborto può essere una tragica necessità o una drammatica scelta - di una donna sola, se è sola, o di una coppia -, ma non è un atto di civiltà, perché con l'aborto si sopprimono una vita e una persona. La vera civiltà della legge 194 non consiste nell'aver introdotto un "diritto" ad abortire, ma nell'aver posto un divieto alla piaga degli aborti clandestini, umilianti, e insicuri. La vera civiltà non consiste nel lasciar sole le donne ad abortire, ma nell'aiutare le famiglie, con la solidarietà, l'assistenza, l'educazione, affinché quella tragica scelta o necessità si verifichi il meno possibile. Insomma, la vera civiltà consiste nel tutelare la vita, non nell'autorizzare la morte».

Il referendum sulla procreazione assistita
«Non si trattava di correggere qualche punto di una legge difficile approvata a larga maggioranza dal Parlamento poco tempo prima, perché un emendamento si poteva approvare sempre in Parlamento anche qualche tempo dopo.
Non si trattava di rifiutare lo Stato laico, perché nessuno lo ha mai messo in discussione, se non gli stessi laicisti che vogliono ingabbiarlo nella loro ideologia laicista.
Non si trattava di respingere la separazione religione-politica o morale-diritto, che i liberali hanno conquistato da secoli e che è ancora una conquista da tutelare, soprattutto a fronte delle teocrazie islamiche.
Si trattava piuttosto di rispondere a domande cruciali per la nostra identità. Fra le altre, queste:
La dignità della persona è ancora un valore per noi o non lo è più?
L'embrione è qualcosa o qualcuno?
La vita di un embrione è uno strumento per soddisfare diritti e desideri degli adulti oppure vale in sé?
La ricerca scientifica è un bene supremo, un progresso sempre e comunque, a cui subordinare tutti gli altri, o ha dei limiti etici?».

La destra, l'Italia e il fondamentalismo islamico
«La destra, e soprattutto Forza Italia - io credo - ha fatto un'analisi corretta della situazione.
Ha capito che un nuovo totalitarismo, pericoloso quanto quelli del secolo scorso, si era affacciato sulla scena mondiale a minacciare l'Occidente.
Ha capito che in Iraq, come in Afghanistan, non si combatteva per il petrolio o per interessi economici americani.
Ha capito che sostenere l'Iraq e condurlo alla democrazia è un interesse strategico dell'Europa.
Ha capito che era essenziale che l'Europa non si dividesse, né si nascondesse dietro lo scudo dell'Onu, bloccata dai veti come già lo era stata ai tempi della crisi dei Balcani.
Quando la Francia e la Germania hanno diviso l'Europa, la destra ha capito che, senza entrare in guerra, era nostro interesse nazionale schierarsi con l'America e l'Inghilterra.
Insomma, la destra e in particolare Forza Italia ha capito che con il fondamentalismo e il terrorismo è in gioco la difesa della nostra identità. In proposito, i comunicati di Al Qaeda parlano chiaro. Noi veniamo colpiti o indicati a bersaglio perché "giudei e crociati", cioè veniamo aggrediti non per quello che facciamo, ma per quello che siamo, esattamente per essere gli eredi della tradizione ebraico-cristiana».

"Noi", liberali conservatori
«Il liberale conservatore è un liberale identitario, uno che, mentre chiede e attua riforme per affrontare le sfide della modernità, difende il più possibile la propria tradizione, perché nella propria tradizione è racchiusa la propria identità».

"I nostri valori, le nostre ragioni", discorso di Marcello Pera all'incontro con Forza Italia. Catania, 27 novembre 2005.

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domenica, novembre 27, 2005

McCain spiega la McCainomics. Aiuto

Il mainstream dei media statunitensi sostiene che il senatore John McCain, già sconfitto da George W. Bush nelle primarie repubblicane del 2000, sia uno dei pochi ad avere qualche chances di sconfiggere una Hillary Clinton lanciatissima nella prossima corsa alla Casa Bianca. Così ai tipi del Wall Street Journal è venuta la curiosità di capire che razza di animale sia McCain, possibile futuro presidente degli Stati Uniti, in materia di politica economica. Per riuscirci hanno mandato in missione Stephen Moore, un editorialista conservatore che scrive anche per The National Review. Dal colloquio tra i due Moore esce con la convinzione di aver parlato con uno strambo mix tra Theodore Roosevelt e Robin Hood. Parola di Moore: «McCain possiede il set di politiche economiche più eclettico che io abbia mai visto in un politico».
Questi i punti principali della McCainomics, riassunti brutalmente. Ovviamente la lettura del testo integrale è fortemente consigliata (può essere che vi sia chiesto di registrarvi, ma il testo è free).
1) Parole di McCain: «Sarò onesto. So molto meno di economia di quanto ne so di affari militari e di politica estera. Devo ancora essere istruito». I suoi "insegnanti", assicura Moore, sono comunque di ottimo livello: il senatore texano Phil Gramm, candidato sin d'ora a fare il segretario del Tesoro in un ipotetico gabinetto McCain (un dato «rassicurante», secondo Moore) ed Arthur Laffer, padre della supply-side economics, del quale McCain è amico.
2) «Sono un conservatore. In materia di forte difesa nazionale e "smaller government", sono conservatore come si deve. La National Taxpayers Union ogni anno mi dà un rating vicino al 100%».
3) McCain ha votato contro i tagli alle tasse voluti da Bush: «Troppo favorevoli ai ricchi». «C'è un gap di ricchezza in questo Paese, e ciò mi preoccupa», dice McCain. L'intervistatore sostiene che McCain vede troppi "robber barons", capitalisti ladri. La povertà, per McCain, è un "fallimento del capitalismo", non un "fallimento del governo".
4) McCain è a favore delle misure imposte dal trattato di Kyoto per contrastare il riscaldamento globale, misure che danneggiano la crescita economica. Dice: «Il cambiamento di clima è un problema serio che deve essere combattuto».
5) McCain è a favore della diffusione del libero mercato e dell'allentamento dei vincoli all'ingresso degli immigrati negli Stati Uniti.
6) McCain è a favore delle politiche di "school choice", ovvero dell'introduzione del buono scuola.

I punti 3 e 4 mi lasciano estremamente perplesso, i punti 2, 5 e 6 li sottoscrivo, il punto 1 fa capire che come presidente, dal punto di vista della politica economica, McCain sarebbe una grossa incognita.

"Reform. Reform. Reform. John McCain explains his eclectic--and troubling--economic philosophy". By Stephen Moore.

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sabato, novembre 26, 2005

Sciopero, si è fermato solo il 5% del Paese. Ecco le prove

di Fausto Carioti
I sindacati e la sinistra dicono che l'Italia ieri si è fermata, perché ha aderito in massa all'ennesimo sciopero generale contro Silvio Berlusconi. Lo dicevano già prima dello sciopero: sulla prima pagina del Manifesto in edicola ieri mattina si leggeva che «l'Italia si ferma contro la Finanziaria». Come noto, il risultato finale, in certi casi, non può mai essere inferiore alle previsioni. Così, a manifestazioni concluse, Cgil, Cisl e Uil, con la modestia del caso, hanno definito l'iniziativa «un successo straordinario», sbandierando un'adesione allo sciopero «tra l'ottanta e il novanta per cento». Sono gli stessi concetti che ritroveremo nella grande maggioranza dei quotidiani in edicola oggi. Solo che sono due cose non vere.
Primo. Non è vero che lo sciopero è stato un successo «straordinario». Se lo sciopero non è un atto di puro esibizionsmo, ma la prosecuzione della trattativa politica (in questo caso nei confronti del governo) mediante altri mezzi, l'aggettivo giusto da usare è «fallimentare». Silvio Berlusconi, che pure nel 1994 in seguito a uno sciopero generale perse palazzo Chigi e finì vittima del ribaltone orchestrato dall’allora presidente della Repubblica, stavolta si permette il lusso di irridere apertamente i suoi oppositori di piazza. Neanche finge di provare rispetto per la loro protesta. Nemmeno ci pensa a fare marcia indietro su una Finanziaria che peraltro, se ha un difetto, è quello di essere timida e di non tagliare le spese correnti come si potrebbe. Il premier definisce quello di ieri «uno sciopero assolutamente inutile che fa parte di un rito trito che non ha nessun effetto». Irridenti anche i suoi ministri, primo tra tutti il leghista Roberto Castelli: «È il rito del venerdì, bisognerebbe preoccuparsi se non ci fosse». Il premier fa così perché crede di essere - probabilmente a buona ragione - in sintonia con la gran parte degli italiani, che ne hanno le scatole piene di finire vittime di minoranze ultrasindacalizzate che li costringono a perdere autobus, treni e aerei, o li obbligano a restare a casa perché la scuola dei figli è chiusa, anche quando avrebbero tutte le intenzioni di andare al lavoro.
Sino a cinque anni fa lo sciopero generale era ritenuto, anche dagli stessi sindacati, l’equivalente di una bomba nucleare: l’arma definitiva, da usare con grande attenzione e solo in casi estremi, anche perché, una volta esplosa, lascia il sindacato senza più possibilità di spingere avanti l’escalation del conflitto sociale. Se hai sganciato l’atomica sul tuo avversario e questo tira dritto fregandosene, hai perso ogni possibilità di trattativa. È proprio quello che infatti sta avvenendo. Solo che un simile ragionamento, che il sindacato in passato aveva sempre rispettato, valeva in tempi normali, quando al governo non c’era il nemico numero uno del blocco politico formato da sindacati e opposizione. Quando, insomma, l’obiettivo del sindacato era giungere, anche con le maniere dure, a un accordo, non quello di bruciare in piazza il presidente del Consiglio.
Ora lo sciopero è diventato l’arma più inflazionata, che si somma alle tantissime astensioni dal lavoro proclamate per le ragioni più diverse, in un grande calderone nel quale il cittadino comune non sa più distinguere le ragioni politiche degli scioperi generali dalle motivazioni contrattuali degli scioperi di categoria. Non capisce se quelli scesi in piazza (come ieri a Roma) sono femministe che protestano contro monsignor Camillo Ruini e la temuta revisione della legge sull’aborto, se sono comunisti incavolati con la missione di pace in Iraq, studenti che ce l’hanno con la riforma della scuola, reduci girotondini indignati per la Salvapreviti o pensionati scesi in piazza sotto le insegne del sindacato per prendersela con una Finanziaria che pochissimi di loro hanno letto.
Secondo: non è vero che ha scioperato una quota «tra l’ottanta e il novanta per cento dei lavoratori». Anche volendo considerare lo sciopero un atto di esibizionismo fine a se stesso, ieri, per chi sa leggere i numeri, c’era molto poco da esibire. Volendo usare come parametro della riuscita dello sciopero il calo dei consumi elettrici, come fece per prima la Cgil di Sergio Cofferati nel 2002 (per poi smettere dinanzi ai sostanziali insuccessi degli scioperi successivi), quello di ieri è stato uno dei peggiori flop sindacali. I dati sul fabbisogno di elettricità diffusi da Terna, la società responsabile della trasmissione di energia elettrica lungo la rete nazionale, dicono che alle ore 10, 11 e 12 di ieri mattina, cioè nel pieno dello sciopero, la domanda nazionale di elettricità è stata, rispettivamente, di 48.527, 48.139 e 47.074 megawatt. Volendo, come da prassi, fare la differenza con i consumi registrati nelle stesse ore del venerdì della settimana precedente, si nota che durante lo sciopero vi è stato, in media, addirittura un lieve aumento dei consumi elettrici, pari allo 0,9%. Insomma, lo sciopero non avrebbe prodotto alcun effetto sull'attività delle industrie e degli uffici. È vero, però, che negli ultimi giorni la temperatura è scesa, e questo fa aumentare i consumi di elettricità. I tecnici di Terna avevano comunque fatto stime molto accurate di quella che sarebbe stata la domanda di energia di ieri senza lo sciopero, tenendo ovviamente conto dell’abbassamento della temperatura. Rispetto a queste previsioni i consumi reali, nei tre orari esaminati, sono stati inferiori, in media, del 5,1%. E questa, quindi, deve essere considerata la stima più precisa dell’Italia che si è fermata per causa dello sciopero: il 5%.
Quindi, delle due l’una. O i leader di Cgil, Cisl e Uil hanno dato cifre sballate (ma di brutto). Oppure il novanta per cento di “lavoratori” che a detta dei sindacati si sono astenuti dal lavoro («l’Italia che vuole cambiare», secondo la definizione dell’Unità) contribuiscono alla produzione italiana per una quota risibile. E il restante dieci per cento dei lavoratori che non danno retta al sindacato, da soli, spostano in avanti quasi l’intero carro della produzione nazionale.
Post scriptum. Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, ieri, dal palco di Palermo, è riuscito a dire che «dieci anni fa si stava meglio». È un concetto che a sinistra amano ripetere in tanti. Nel 1995, per chi - come Angeletti - se lo fosse dimenticato, c’erano 2.769.000 italiani in cerca di lavoro (oggi i disoccupati sono 932.000 in meno), gli occupati erano 20.086.000 (oggi sono 2.565.000 in più) e la disoccupazione al Sud era al 21,2% (oggi è al 14,1%). Spiace dover ricordare certe cose a un sindacalista.


© Libero. Pubblicato il 26 novembre 2005.

Nota importante. In questo post i numeri dei consumi elettrici durante le ore dello sciopero divergono da quelli pubblicati sull'articolo uscito oggi su Libero, di cui il post costituisce, di fatto, un aggiornamento. Questo perché i dati di ieri, come chiarito nel testo originale, erano stime provvisorie, mentre oggi mi è stato possibile avere quelli definitivi. Questo spiega perché nell'articolo apparso su Libero l'effetto dello sciopero sui consumi sia stato sovrastimato, a tutto vantaggio dei sindacati, visto che i dati provvisori ricavati dalla curva della domanda di elettricità davano uno scostamento, rispetto alle previsioni dei tecnici Terna, pari al 7,2%.

Lettura complementare e fortemente consigliata: Leggende metropolitane, di Phastidio.

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venerdì, novembre 25, 2005

Michael Novak mette l'Islam sulla bilancia

Michael Novak, filosofo cattolico ed ex ambasciatore statunitense presso diversi organismi internazionali, ha appena pubblicato sul suo sito il testo della prima "Friedrich Hayek Lecture", da lui tenuta lo scorso maggio al Manhattan Institute. L'argomento è dei più attuali e drammatici: Islam, libertà e democrazia. Novak individua 5-6 motivi per essere pessimisti sull'evoluzione democratica dei Paesi islamici e altrettante ragioni per poter ben sperare. Le schematizzo brutalmente, invitando gli interessati a leggere per intero il testo di Novak.

Le ragioni del pessimismo
1) I terroristi "islamofascisti" non solo odiano noi occidentali e gli stessi islamici indignati dalle loro barbarie, ma hanno abbastanza potere da far saltare in aria l'intero processo di democratizzazione dei Paesi islamici.
2) Nei Paesi islamici, storicamente, le donne sono escluse dalla gran parte delle cariche pubbliche.
3) Fattore demografico: vi è una evidente sproporzione numerica tra maschi e femmine, a vantaggio dei primi, e statisticamente i maschi giovani disoccupati e frustrati sono la causa principale di disordini e violenze.
4) I musulmani, guardando l'Occidente e la sua mancanza di valori spirituali, temono, abbracciando la democrazia, di fare la stessa fine.
5) Il forte risentimento storico, con cui la loro cultura orgogliosa è costretta a convivere, dovuto alle sconfitte militari e culturali subite ad opera dell'Occidente (un fattore, questo, su cui anche il grande Bernard Lewis mette spesso l'accento, NdAcm) .

Le ragioni dell'ottimismo
1) Gli resta solo la democrazia. I Paesi islamici le hanno provate tutte, dal colonialismo al nazionalismo arabo al socialismo al fascismo ai regimi fondamentalisti. Ogni volta i risultati sono stati morte e miseria. Se vogliono cambiare davvero, non resto loro che la democrazia. E' la cosiddetta "via negativa", come la chiama Novak.
2) L'Islam, come il Cristianesimo e l'Ebraismo, è sostanzialmente una religione di premi e punizioni. Come tale, esso è, «implicitamente, una religione di libertà».
3) Oggi più che mai è elevato il numero degli intellettuali musulmani che lavorano all'estero, in Stati democratici. Dove possono imparare che è possibile vivere da bravi musulmani e abbracciare allo stesso tempo le regole della democrazia.
4) Quelli di loro che non vanno all'estero possiedono comunque una televisione. Alcuni saranno offesi dai modelli occidentali che essa propone, altri la useranno per comprendere le loro potenzialità di affermazione individuale.
5) La grandezza di Allah "relativizza" ogni possibile leader politico sulla terra. E', in sé, un fattore di democratizzazione, dal momento che dinanzi alla divinità gli uomini si riconoscono tutti uguali e ugualmente miseri.
6) I musulmani hanno mostrato di avere abilità superiori a quelle di tanti altri nell'uso del mercato e del commercio. Non è condizione sufficiente per arrivare alla democrazia, ma condizione necessaria sicuramente sì.

"Islam Tests Democracy" by Michael Novak.

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giovedì, novembre 24, 2005

A chi serve lo sciopero generale

di Fausto Carioti
«Che noia che barba, che barba che noia». Inutile scomodare la teoria del conflitto sociale di Ralf Dahrendorf: per spiegare lo sciopero generale del 25 novembre, l'ennesimo deciso contro Berlusconi da Cgil, Cisl e Uil, bastano e avanzano Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. «Record di Silvio: sesto sciopero generale» titolava trionfante l'Unità pochi giorni fa. Simpatico meccanismo: gli stessi sindacati che nel quinquennio governato dall’Ulivo sono stati a cuccia, hanno liberato tutti i loro istinti repressi non appena il centrodestra si è ripresentato al governo. Così la sinistra ora può accusare la maggioranza di non saper mantenere la pace sociale. Niente di male, se non fosse che i vertici diessini, margheritini e rifondaroli sono i compagni di parata dei sindacalisti confederali, l’altra faccia dello stesso blocco politico, quando non addirittura le stesse persone, giunte in Parlamento passando per il sindacato. Lo dicono i numeri: nei cinque anni della scorsa legislatura gli scioperi per motivi politici sono ammontati a 481mila ore. In quattro anni di governo Berlusconi, per le stesse ragioni, sono stati fatti scioperi per 35,4 milioni di ore di lavoro.
Questo nonostante il governo, pur con tutti i suoi difetti, abbia introdotto la no tax area e ridotto le aliquote Irpef, facendo risparmiare ai contribuenti 5,5 miliardi, quasi tutti a vantaggio delle famiglie più povere. Nonostante l’esecutivo abbia aumentato le pensioni minime. Nonostante le nuove norme sul lavoro abbiano dato maggiori garanzie ai co-co-co creati dal centrosinistra. Nonostante il tasso di disoccupazione sia sceso dal 9,6% al 7,5%. Nonostante il numero degli occupati sia cresciuto di 1.183.000 unità e il 53% dei nuovi assunti abbia un contratto a tempo indeterminato. Nonostante gli aumenti concessi al pubblico impiego siano stati più che generosi, tanto da far gridare allo scandalo Confindustria. Nonostante - record in verità assai poco lusinghiero - negli ultimi quattro anni la spesa corrente per scuola, sanità e welfare sia aumentata, sia in valore assoluto sia in rapporto al Pil. Nonostante i provvedimenti varati per le famiglie, come i sussidi per la nascita dei figli, che saranno pure due soldi, ma prima non c’erano e quindi è difficile dire che andava meglio. Del resto, che sia uno sciopero pretestuoso lo conferma il fatto che la legge Finanziaria contro la quale ufficialmente è rivolto sia in realtà una manovrina timida, che raddrizza appena un po’ i conti pubblici e si guarda bene dal potare le spese. Un motivo ci sarà, se di tutte le Finanziarie questa è l’unica che l’opposizione non ha avuto la faccia di definire “macelleria sociale”.
Però lo sciopero va fatto, perché serve. Innanzitutto all’opposizione, che così può rilanciare, in pieno avvio di campagna elettorale, il ricatto politico posto a tutto il Paese: se volete la pace sociale votate a sinistra e scaricate Berlusconi. Serve alla Cgil per ribadire la propria fede nello scontro, ben riassunta da Giorgio Cremaschi, della segreteria Fiom, in un recente articolo scritto per “Liberazione” commentando lo sciopero in Val Susa: «Uno sciopero generale così è il sogno profondo di ogni sindacalista che si rispetti. Tutti i posti di lavoro vuoti. Tutto fermo. Tutto chiuso». Alla faccia degli illusi che credono che “il sogno profondo” dei sindacalisti sia quello di risolverli, i conflitti, e che lo sciopero debba essere solo la mossa estrema. La verità è che questi ci godono, proprio come Fausto Bertinotti (guarda caso ex leader della Cgil), per sua stessa ammissione «felice» ogni volta che si trova davanti a uno sciopero. Il rituale di domani serve anche a Cisl e Uil: per recuperare i punti che hanno perso nei confronti della sinistra nel 2002, quando firmarono con Berlusconi il Patto per l’Italia. Insomma, serve a tutti tranne che al Paese. E domani, grazie al blocco dei trasporti pubblici e alle manifestazioni di piazza, disagi garantiti, ovunque per chiunque. Che noia che barba, che barba che noia.

© Libero. Pubblicato il 24 novembre 2005.

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Fiat e sindacati hanno trovato la soluzione: paghiamo noi

Si sono riuniti nella sede di Confindustria. Hanno parlato, hanno messo a confronto ipotesi diverse. Poi, finalmente, Fiat e sindacati di categoria (Fiom, Fim, Uil e Fismic) hanno trovato la soluzione: la gestione degli esuberi Fiat la paga il contribuente. E non attraverso una procedura soft, come può essere l'assistenza economica in vista di un ricollocamento, ma attraverso l'ammortizzatore sociale più hard di tutti: la mobilità lunga, altrimenti detta prepensionamento. Vanno di fretta, perché intendono chiedere al governo di inserire il provvedimento nella Finanziaria in discussione alle Camere: questo sia per accorciare i tempi (la Finanziaria viaggia su una corsia preferenziale), sia perché la mobilità lunga, appunto, comporta un esborso di rilievo da parte dello Stato. «Il tema della mobilità lunga è determinante sia per le organizzazioni sindacali che per noi per trovare una soluzione alla gestione delle dissaturazioni, in particolare delle strutture» ha detto il responsabile delle relazioni industriali della Fiat, Paolo Rebaudengo, al termine dell'incontro di mercoledì 23 novembre con i sindacati.
Tradotto in italiano, siccome azienda e sindacati in questi anni non sono riusciti a trovare un lavoro, né in Fiat né altrove, per i lavoratori già messi in mobilità "normale" (durata massima per gli over 50: 36 mesi, che diventano 48 in alcune aree geografiche), hanno deciso di "rottamarli", mettendoli in pensione a spese dello Stato.
Spiega tutto la legge che regola la materia (223/91, mentre qui c'è qui un piccolo vademecum agli ammortizzatori sociali). I lavoratori in mobilità normale per i primi dodici mesi ottengono una assegno mensile pari al cento per cento «del trattamento straordinario di integrazione salariale che hanno percepito ovvero che sarebbe loro spettato nel periodo immediatamente precedente la risoluzione del rapporto di lavoro», cioè della cassa integrazione straordinaria (Cigs), che a sua volta è pari all'80% dell'ultima retribuzione al netto dei contributi previdenziali. Dal tredicesimo mese in poi, l'assegno concesso con la mobilità normale scende all'80% della Cigs. Qualora, al termine della mobilità normale, venga adottata la mobilità lunga, come chiedono in questo caso Fiat e sindacati, gli ormai ex lavoratori continuano a ricevere un'indennità pari all'80% della Cigs sino «alla data di compimento dell'età pensionabile».
Chi vuole saperne di più del modo demenziale con cui i sindacati hanno gestito e continuano a gestire la vicenda degli esuberi Fiat, si legga l'imprescindibile libro di Piero Ichino (giuslavorista e tesserato Cgil): "A che cosa serve il sindacato?".

Qui, sul sito lavoce.info, il testo dell'accordo del 2002 tra Fiat e governo.

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mercoledì, novembre 23, 2005

Magna Carta: ecco perché ridiscutere la 194

«Se lo scontro è tra quanti vogliono ridiscutere l'attuale normativa sull'aborto e quanti, invece, vogliono abrogarla, il nostro posto è tra i primi. (...) Ma se lo scontro diventa tra quanti ritengono l'aborto un diritto del quale usufruire con il massimo della spensieratezza possibile e quanti pensano, invece, che si tratti sempre e comunque di un dramma, nel quale sono in gioco diritti che non appartengono unicamente alla donna, non abbiamo dubbi: ci schieriamo con il secondo partito». Sintesi efficace e condivisibile, quella dell'Uovo di Giornata su "L'aborto e i cattivi maestri", rubrica corsara online della fondazione Magna Carta, emanazione ufficiosa del presidente del Senato Marcello Pera. Dolorosissimamente condivisibile, nella sua prima parte (ridiscutere invece di abrogare).
Da sottoscrivere anche il punto attorno al quale ruota la questione: «Per questo, non comprendiamo cosa vi sia di scandaloso nel consentire, all'interno dei consultori, l'attività di quanti vogliono informare, spiegare, aiutare psicologicamente sulla base di una attività volontaria e sfuggendo ad ogni forma di costrizione. Per questo, riteniamo moralmente pericoloso che l'aborto possa praticarsi con l'assunzione di una pillola, come si fa con un mal di testa».

martedì, novembre 22, 2005

Un motivo in più per invidiare Blair agli inglesi

Il primo ministro inglese Tony Blair, in aperta sfida con ampi settori del suo stesso partito e con parte dell'opinione pubblica, ha lasciato intendere chiaramente - per la prima volta - che intende costruire nuove centrali nucleari. A domanda diretta da parte dei parlamentari sul riavvio di un programma di produzione di energia mediante l'atomo, Blair ha risposto: «Anche riguardo al dibattito sull'energia nucleare, ci saranno decisioni difficili e controverse che il governo intende prendere. E alla fine farà ciò che riterrà migliore negli interessi di lungo termine del Paese». Titola la versione online del "Times" : «Blair dice che è venuto il tempo di andare verso il nucleare».
Occhio alle parole chiave di Blair: «Lungo periodo» e «decisioni controverse». Due parole che in Italia non usa nessuno: nessuno pianifica più nel lungo periodo, nessuno ha più gli attributi politici necessari per accettare sfide controverse, tantomeno in modo così dichiarato. Al momento, la Gran Bretagna ha in funzione dodici centrali atomiche, che forniscono il 19 per cento dell’elettricità del Paese. Ma è previsto che entro il 2020 rimangano in funzione solo tre impianti. E alle fonti rinnovabili, ormai, credono solo i Verdi.

See also: Perché il nucleare serve, perché Berlusconi è troppo timido

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Non solo Guantanamo: lettera di un cristiano dalle carceri di Castro

Da Aurea Echevarria, segretaria del Movimiento Cristiano Liberación, che l'ha fatta uscire da Cuba dettandola per telefono (come raccontato qui su Cubanet), il giorno 18 novembre ho ricevuto, come altri sostenitori della causa della libertà di Cuba nel mondo, una lettera scritta da Antonio Díaz Sánchez, prigioniero di coscienza condannato a venti anni di detenzione, attualmente nel carcere El Yuyal del dittatore Fidel Castro Ruz.
Sánchez, nato nel 1962 e padre di due figlie, è stato uno dei sostenitori del Progetto Varela (dal nome del leader religioso cubano Félix Varela), ovvero il progetto, nato nella parrocchia del Cerro (La Havana), di cambiare le istituzioni cubane dal basso, introducendo tramite referendum le libertà politiche e i diritti civili negati, nella convinzione che Castro intendesse davvero applicare quanto scritto nella costituzione cubana (qui la versione inglese).
Il dittatore ha reagito da par suo, respingendo la richiesta di referendum - nonostante le 10.000 firme necessarie fossero state raccolte - e incarcerando, nel marzo del 2003, ben 75 oppositori legati al Progetto Varela (qui la ricostruzione di Amnesty International). Tra questi Sánchez, che è stato condannato a venti anni di carcere. Altri hanno avuto condanne sino a 28 anni.
Questa è la sua lettera, pubblicata appena tradotta in italiano (e grazie a Enzo Reale, autore di uno dei blog più intelligenti, per l'indispensabile aiuto; ogni eventuale imprecisione di traduzione è da attribuire al sottoscritto). Sánchez parte da una constatazione inconfutabile: tutti parlano dei tentati suicidi tra i prigionieri di Guantanamo e nessuno si interessa a ciò che avviene nelle carceri di Castro. Quello che avviene, allora, ce lo racconta lui.

Impazziti o disperati?
Alcuni giorni fa un importante periodico statunitense ha pubblicato - riferisce la stampa castrista - il drammatico fatto accaduto nella Base Navale Nordamericana di Guantanamo, a Cuba, dove un ex talebano, dopo aver parlato con il suo avvocato, si è tagliato le vene e ha provato a impiccarsi. Il fatto è stato ampiamente divulgato dai mezzi nazionali di informazione, che, paradossalmente, non hanno mai fatto allusioni alle frequenti auto-aggressioni che quotidianamente accadono nelle carceri cubane.
Questo modo di fare informazione è una pratica costante nella Cuba comunista, dove sempre si va alla ricerca della pagliuzza nell'occhio altrui senza vedere la trave che portiamo nel nostro. Per questo, ho deciso di scrivere qualcosa su fatti tanto dolorosi.
Questo scritto sarebbe assai più lungo se nominassimo tutte le auto-aggressioni che ho visto durante i due anni e otto mesi che ho trascorso in prigione, quindi citerò solo alcuni casi, che assicuro possono essere moltiplicati sino ad arrivare all'ordine delle centinaia.
E' abbastanza raro che trascorrano due o tre giorni senza che avvengano una o più auto-aggressioni nella prigione "El Yuyal, Cuba Sì", dove mi trovo dall'otto di novembre del 2003. La modalità più usata è quella di tagliarsi le vene per provocare il dissanguamento.
Oscar Ramos Aguilera, di 33 anni, originario di Holguín, ha discusso lo scorso martedì 1 novembre con un militare conosciuto come "occhi belli", che gli ha dato un colpo con un lucchetto al sopracciglio destro, procurandogli una ferita che ha avuto bisogno di due punti di sutura. Per questo motivo, Oscar è stato inviato in cella di punizione, dove si è tagliato le vene ed è quasi arrivato al punto di dissanguarsi.
Altro procedimento di auto-aggressione consiste nell'iniettarsi petrolio o sterco umano nella coscia o nell'addome; più di un recluso è morto per questo motivo, come nel caso di Gerardo Banderas, originario di Las Tunas.
Appena un mese fa è stato trovato impiccato nell'infermeria di questa prigione il prigioniero Juan Carlos Sánchez Calderón, detto “el pintico”, di 37 anni di età, che risiedeva nel quartiere Alcides Pino della città di Holguín. Da un po' di tempo Juan Carlos soffriva di forti dolori addominali che in apparenza sono stati il motivo del suicidio.
Quando un prigioniero si dichiara in sciopero della fame si cuce le labbra per mostrare ai militari che è intenzionato a non mangiare né a prendere acqua; non è difficile immaginare quanto sia dolorosa questa cucitura.
Altra cosa che fa davvero rabbrividire è sapere che un buon numero di prigionieri si sono iniettati sangue infettato con il virus dell'HIV.

Ventinove anni ha Alexander Compan, che risiede nella città di Holguín; nel gennaio del 2005 ha terminato una condanna di dieci anni di prigionia, però nello stesso anno è stato ricondotto in prigione per aver commesso altri crimini; quando Alexander ha saputo che sarebbe tornato in carcere si è auto-infettato con il sangue di suo fratello, malato di Aids dopo esserselo iniettato in questa prigione. Oggi i due aspettano di essere giudicati nell'ospedale del carcere, dove sono stati ricoverati i malati di Aids per evitare che continuino le auto-infezioni mediante questo virus mortale.
Lo scorso 26 ottobre è accaduta un'auto-aggressione inedita sino a quel momento. Saranno state le due del pomeriggio quando il prigioniero José Guzmán Rodríguez, detto “Pombi”, proveniente da Santa Inés nel comune di Calixto García, in provincia Holguín, ha ricevuto la notizia che sua madre era morta da diversi giorni; frustrato per non aver potuto assistere ai funerali e turbato per il dolore della perdita familiare, Guzmán ha deciso di amputarsi interamente il pene. Con l'organo sessuale in mano l'imputato è stato condotto all'ospedale della città di Holguín, dove però i medici non hanno potuto fare niente per reinserirlo nel suo posto; dopo aver suturato, hanno collocato un catetere a una borsa di nylon, dove si va a depositare l'orina.
Se numerose sono le forme di auto-aggressione in questi gironi danteschi chiamati "stabilimenti penitenziari", non meno sono le cause che le motivano. Le cattive condizioni di vita, tra cui si include una pessima alimentazione che può essere definita, per quantità e qualità, tipica dei campi di concentramento; le condanne eccessive; l'essere rinchiusi in celle di castigo senza luce elettrica; la richiesta di cure mediche; le decisioni ingiuste e arbitrarie che molte volte prendono i militari; perfino la volontà di sfuggire a un imminente pestaggio, non hanno lasciato altra alternativa che le auto-aggressioni.
Quando un prigioniero cubano attenta alla propria salute, non lo fa con l'intenzione di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, dal momento che a Cuba le prigioni sono buchi neri dove solo i prigionieri politici sono capaci di raccontare quello che vi succede; piuttosto, lo fanno cercando un mezzo per porre fine a tanta agonia e martirio, che trasformano la vita in qualcosa privo di senso. Questa attitudine al suicidio non può essere approvata o incoraggiata da chiunque ami Dio e la vita; io stesso, talvolta con scarsi risultati, ho cercato di impedire che molti reclusi si auto-aggredissero, a rischio che l'aggressione si ritorcesse contro me stesso; però nemmeno posso guardare in silenzio, perché questa sarebbe complicità con le cause ingiuste che provocano tanta sofferenza e li spinge a prendere simili decisioni.
Un'analisi psicologica condotta da uno specialista potrebbe diagnosticare che questi reclusi attraversano, nel momento di auto-aggredirsi, uno stato di follia probabilmente temporaneo; ciò nonostante, quando osservo i segni delle ferite sugli avambracci, gli effetti indelebili dello sterco sul ventre; quando vengo a sapere di qualcuno che si è iniettato sangue infetto con il virus Hiv o mi ricordo di chi si è tagliato il pene, e per di più soffro insieme a loro tanta ingiustizia, non mi resta altra scelta che chiedermi: sono impazziti o disperati?

Antonio Díaz Sánchez
Prigioniero di coscienza
Prigione El Yuyal, Cuba Si.
9 novembre 2005.

(Traduzione di Fausto Carioti)

Titolo originale della lettera: "¿Dementes o desesperados?"

Sullo stesso argomento:
A Cuba si va in carcere anche per questo
A proposito delle classifiche della Freedom House e libertà di stampa
Cuba, forse a Strasburgo qualcosa si muove
Comunisti in piazza? Sì, ma solo per i dittatori

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lunedì, novembre 21, 2005

Islam, cinque domande ai musulmani e ai relativisti

Un articolo uscito nei giorni scorsi sul "Los Angeles Times" a firma del conservatore Dennis Prager ha il merito di mettere in fila e schematizzare i dubbi di tanti non-islamici (compreso chi scrive, che pure è convinto che gli esseri umani nascono tutti uguali) sull'Islam. Cinque dubbi, ovvero cinque domande che meriterebbero altrettante risposte sensate da quelli che «le religioni e le culture sono tutte uguali», assioma che purtroppo può passare per vero solo se ci rifiuta di giudicare le religioni e le culture in base all'unico parametro universale in base al quale queste debbono essere valutate: il rispetto della vita umana e della libertà individuale.
Prima domanda. Musulmani, perché non alzate la voce? (Why are you so quiet?) Perché non vi incazzate, non scendete in piazza a milioni contro chi uccide e tortura gli israeliani e gli occidentali in nome della vostra religione?
Seconda domanda. Perché nessuno dei terroristi palestinesi è cristiano? Se l'occupazione israeliana è la ragione del terrorismo islamico in Israele, perché i palestinesi cristiani, che pure sono nazionalisti e soggetti all'occupazione israeliana come i palestinesi musulmani, non partecipano alle attività terroristiche?
Terza domanda. Perché nei Paesi governati da maggioranze islamiche non vi è libertà? Di 47 Paesi a maggioranza islamica, solo due (il 4%) sono catalogati come "liberi" nella classifica della libertà stilata dalla Freedom House (ricorda nulla?) . Ventotto (il 60%) rientrano nella categoria dei "non liberi", 17 (il 36%) tra i "parzialmente liberi". Tra gli Stati "non liberi", quelli islamici sono la maggioranza. Perché?
Quarta domanda. Perché così tante atrocità sono commesse e minacciate da musulmani in nome dell'Islam? Restando agli eventi degli ultimi giorni: la decapitazione delle ragazze cristiane ad opera di fondamentalisti islamici in Indonesia e la minaccia di "cancellare Israele" del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Ma l'elenco è lunghissimo.
Quinta domanda. Perché i Paesi governati dai religiosi musulmani perseguitano le altre religioni? In Arabia Saudita è vietato praticare una fede diversa dall'Islam, in Afghanistan i Talebani hanno distrutto le antiche statue del Budda, il regime fondamentalista sudanese ha fatto due milioni di morti tra cristiani e animisti. Perché?

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domenica, novembre 20, 2005

Irving in carcere, ovvero la vittoria del nazismo

di Fausto Carioti
Tra i pochi vantaggi che offre oggi l’essere sionista e filosemita ed avere partecipato con orgoglio (a puro titolo di esempio) alla manifestazione pro-Israele del 3 novembre, c’è il potersi prendere la libertà di dire che ragionamenti come quelli di chi applaude all'incarcerazione di David Irving puzzano tanto di fascismo inconsapevole. È una libertà che intendo prendermi tutta. Perché l’arresto dello storico inglese, autore di libri contenenti tesi negazioniste infondate e indecenti, è ridicolo e grave allo stesso tempo. Ridicolo per la sprovvedutezza di chi l’ha deciso, grave per le conseguenze che può avere su tutti noi - tranne ovviamente che su Irving, il quale con l’arresto si è garantito la tiratura dei suoi prossimi libri.
Quello che gli austriaci hanno mostrato al mondo è che le parole di uno come Irving, per quanto screditate mille volte, fanno ancora paura, e che la società austriaca, a sessant’anni dalla fine del nazismo, si crede priva degli anticorpi necessari a sconfiggere simili malattie. Il segnale di debolezza dinanzi ai possibili rigurgiti neonazisti non avrebbe potuto essere più chiaro. Riuscendo, in più, a rendere Irving un martire del libero pensiero e costringendo tante persone, come chi scrive, a mettersi la molletta al naso per difenderlo.
Non è una partita privata tra i negazionisti e gli ebrei. Chi vuole in carcere Irving invoca l’apertura di un abisso nel quale può entrare di tutto. Se prigione deve essere per chi nega l’Olocausto, non si vede perché debba essere fatta eccezione per chi nega il genocidio degli armeni. E di chi, a destra come a sinistra, è convinto che gli attentati dell’11 settembre siano stati un complotto ordito dagli ebrei e dalla Cia, che facciamo? In prigione pure loro? E i milioni di trinariciuti che ancora negano l’essenza criminale del comunismo? Non sono anche costoro nemici della società democratica?
Il tribunale delle tesi storiche che viene invocato per Irving è un giudizio delle idee, in tutto e per tutto simile a quelli già visti in ogni dittatura. Fragile come un foglio di carta velina, poi, la spiegazione per cui Irving non è uno storico, ma un propagandista, quindi può essere messo in carcere. Leggendo i libri di certi storici, anche italiani, l’unica certezza che se ne ricava, piuttosto, è che l’appartenenza alla baronìa non risparmia né dalla volontà di stravolgere la storia per fini propagandistici, né dallo scrivere solenni cavolate.
Ha ragione chi dice che «occorre attaccare in anticipo chi si propone di distruggerci». Ma è lo stesso principio che spinse Erode ad ordinare l’eccidio dei neonati. Va quindi regolato in maniera severissima, perché è qui che corre il confine con la giungla. Irving, a differenza del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e degli sgherri di Al Qaeda, non può distruggere nessuno. Non sta creando un arsenale nucleare, non va in giro imbottito d’esplosivo. La sua sola arma sono i libri. Saranno pure un’arma efficace nei confronti di tante menti deboli. Ma contengono tesi già confutate dai migliori storici e da una mole sterminata di documenti. È ridicolizzando, dati alla mano, queste tesi che si vince la battaglia con quelli come Irving. Triste paradosso se per combattere un filo-nazista si ricorre ai suoi stessi metodi: lui finisce in carcere, ma la partita l’ha vinta lui. E noi nemmeno ce ne siamo accorti.

© Libero. Estratto dell'articolo pubblicato il 20 novembre 2005.

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sabato, novembre 19, 2005

Quote rosa: umilianti, inefficienti, pericolose

di Fausto Carioti
Margaret Thatcher, per diventare primo ministro inglese, non ha avuto bisogno di "quote rosa". La figlia del droghiere ha fatto mangiare la polvere a tutti gli uomini del suo partito, uno dopo l'altro, fin quando non si è trovata, sola, al vertice dello schieramento conservatore e del governo. Storia analoga, e più recente, in Germania, dove la tedesca Angela Merkel (conservatrice pure lei, a conferma che l'emancipazione femminile non è monopolio della sinistra) è stata appena designata cancelliere, a coronare una carriera politica della quale hanno fatto le spese moltissimi uomini, evidentemente meno capaci di lei. Anche in Germania non esistono quote rosa obbligatorie, ma semplici livelli minimi - più o meno elevati - di presenza femminile all’interno dei partiti, che questi - peraltro non tutti - adottano di propria iniziativa. Il principio della selezione del migliore al termine di una competizione leale dovrebbe essere il sale di ogni democrazia e, come visto, non impedisce alle donne di arrivare ai massimi vertici della politica. Non sarà così in Italia, dove gran parte delle parlamentari hanno chiesto - e stanno ottenendo - regole diverse. Regole, previste nel disegno di legge varato ieri dal Consiglio dei ministri e atteso ora in Parlamento, che garantiscono alle donne una presenza minima, pari a un terzo dei candidati, nelle liste elettorali. Un “aiutino” che, vista la composizione bloccata delle liste, cioè l’impossibilità per gli elettori di esprimere preferenze, con la nuova legge elettorale si tradurrà automaticamente in un seggio.
Complimenti al ministro Stefania Prestigiacomo, che per le quote rosa si è battuta sino alle lacrime. Complimenti a Silvio Berlusconi, che ora - se riuscirà a far tradurre in legge il provvedimento - avrà buoni motivi per sbeffeggiare quella sinistra che ha accusato la Casa delle Libertà di misoginia. Il rischio concreto, però, è che si sia messo in piedi un meccanismo che umilia le donne, rischia di produrre una selezione inefficiente della classe politica e inaugura un precedente illiberale nell’accesso alle cariche pubbliche.
Le ragioni per cui molte donne si possano sentire umiliate le ha riassunte bene Emma Bonino quando, applaudendo alla bocciatura dell’emendamento con cui a metà ottobre si era cercato di introdurre le quote rosa nella legge elettorale, ha detto che si tratta di provvedimenti «emergenziali» buoni per democrazie come quella afghana, non per l’Italia, e che le donne italiane dovrebbero «ritenere e cercare di valere ben oltre la semplice appartenenza a un genere».
Inoltre, ovunque siano state adottate quote che hanno avvantaggiato alcuni gruppi rispetto ad altri, questo è avvenuto a scapito della qualità dei selezionati. Esiste una serie sterminata di statistiche sui danni prodotti nelle università e nelle pubbliche amministrazioni in quei Paesi dove sono stati introdotti simili provvedimenti. Quella che era nata come una promozione sociale all’insegna del politicamente corretto ha finito infatti, inevitabilmente, per trasformarsi in un’ingiustizia, consentendo il passaggio della selezione a individui meno qualificati di coloro che, non essendo tutelati, si sono ritrovati primi nella lista dei bocciati. Non si vede perché la politica italiana debba fare eccezione. Anche perché è tutto da dimostrare che in ogni partito, a partire dai tesserati, ogni due uomini vi sia davvero una donna ansiosa di fare carriera politica. Insomma, il pericolo reale è che certi partiti si vedano obbligati a candidare l’ultima arrivata pur di rispettare l’obbligo delle quote. Quando poi non avverrà quello che paventa, perfida ma realista, la Bonino, ovvero che i segretari di partito «invece dei loro amichetti metteranno in lista le loro amichette».
Infine, con le quote si apre un vaso di Pandora dal quale - l’esperienza di altri Paesi è lì a dimostrarlo - rischia di saltare fuori di tutto. Per quale motivo, infatti, nelle liste elettorali non debbono essere previste quote per gli omosessuali e i transessuali? Essendo cittadini al pari degli altri, perché la loro identità e il loro orientamento sessuale non debbono essere rappresentati in Parlamento? E cosa impedisce, ad esempio, agli italiani di fede islamica di chiedere la loro dose di quote? L’identità religiosa è forse meno importante di quella sessuale? E ancora: perché le quote riservate alle donne - o a qualsivoglia minoranza - debbono riguardare solo l’ingresso in Parlamento e non, ad esempio, la selezione nelle università o l’accesso ad altre cariche della pubblica amministrazione? E per quale motivo i privati debbono comportarsi in modo diverso dal settore pubblico? Se il fine è imporre per legge non la parità delle condizioni di partenza (obiettivo già di per sé utopistico), ma il raggiungimento dei risultati, i mezzi possibili sono infiniti come la fantasia del legislatore. Peccato che la vittima si chiami libertà.

© Libero. Pubblicato il 19 novembre 2005 col titolo: "La Thatcher non era in quota rosa".

Grazie a Walking Klass, consigliato a chiunque voglia saperne di più su Angela Merkel e il sistema politico tedesco, per la preziosa consulenza.
Sullo stesso argomento, imperdibile Massimo Gramellini sulla "Stampa" di oggi.

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Non tutti i no-global boicottano la Coca-Cola


Foto storica, tratta dal libro "Per Dio la Patria e la Coca-Cola", di Mark Pendergrast, Piemme Edizioni, 1993.

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venerdì, novembre 18, 2005

La Casa delle morte viventi: il ritorno delle quote rosa

Lo chiamano disegno di legge, in realtà è uno spot elettorale, un meccanismo illiberale con cui la Cdl conta di acchiappare i voti di quelle donne che si sentono svantaggiate e pietiscono un "aiutino" per poter gareggiare con i maschietti. La proposta di legge votata dal Consiglio dei ministri, che rimpiazza l'emendamento alla legge elettorale affossato il 12 ottobre alla Camera dei deputati, minaccia di sbarcare presto in Parlamento. Prevede, come recita il comunicato del Consiglio dei ministri, «un’alternativa gradualmente crescente di candidati di sesso maschile e di sesso femminile nelle liste per la prima e la seconda elezione successive all’entrata in vigore della legge».
Due le variabili decisive. La prima è il numero di donne presenti nella lista in rapporto agli uomini. Il disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri dice che «in ciascuna lista di candidati ogni sesso non può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati della lista medesima». Tradotto, ci dovrà essere almeno una donna ogni due uomini.
La seconda variabile decisiva è la collocazione in lista delle donne. Il testo dice che «per la prima elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, ogni sesso non può altresì essere rappresentato in una successione superiore a tre», mentre «per la seconda elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, ogni sesso non può altresì essere rappresentato in una successione superiore a due».
Tradotto, vuol dire che nel 2006 la sequenza obbligatoria, partendo dall'alto della lista (particolare decisivo), dovrà prevedere almeno una donna ogni tre uomini. Cioè la prima donna non potrà essere collocata più in basso del quarto posto. In questo caso, ci sarà un affollamento di donne nel fondo della lista, laddove minori sono le possibilità di essere elette. Nell'elezione seguente (2011, secondo il calendario), la frequenza dovrà essere di una donna ogni due uomini, e cioè la prima donna non potrà essere più in basso del terzo posto. In altre parole, da questo momento in poi le donne saranno distribuite all'interno della lista in maniera perfettamente omogenea rispetto agli uomini.
Perché tutta questa attenzione a come sono collocate le donne in lista? Perché il combinato disposto delle "quote rosa" con il nuovo meccanismo elettorale, che prevede le liste bloccate, cioè cancella le preferenze, è dirompente: le quote in lista si tradurranno infatti, automaticamente, in quote di eletti, poiché i promossi saranno scelti non in base alle indicazioni degli elettori (che si limiteranno a votare la lista, senza poter scegliere i candidati), ma in base alle decisioni dei partiti, e cioè partendo dall'alto della lista verso il basso («secondo l’ordine di presentazione», recita il testo della riforma elettorale). Se la lista ha avuto tre eletti, la spuntano i primi tre. Se gli eletti sono dieci, i primi dieci. E così via. Siccome le donne dovranno essere "spalmate" in modo uniforme nella lista (perfettamente uniforme a partire dalla seconda elezione dall'approvazione della legge), la loro quota di candidatura è equivalente alla loro quota di elezione.
Si attendono, tra qualche tempo, quote per i gay e i transessuali, per gli italiani di colore e quelli di fede islamica: che hanno meno delle donne per non meritarsi le loro quote?
La verità è che non esiste nei fatti un rapporto donne/uomini di uno a due tra coloro che intendono fare attività politica. E che quindi, come sempre quando entra in gioco il meccanismo distorsivo della affirmative action, si vedranno tra i promossi candidati protetti dalle quote (le donne, in questo caso) di qualità e preparazione inferiore a quella dei candidati non protetti che sono stati bocciati. Stima per Antonio Martino che al Consiglio dei ministri, assieme a Beppe Pisanu e Carlo Giovanardi, ha votato contro il disegno di legge.

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giovedì, novembre 17, 2005

L'arresto di Irving: ridicolo, più che vergognoso

Avendo qualche credenziale come filoisraeliano e filosemita, mi permetto di scrivere che l'arresto da parte delle autorità austriache dello storico inglese David Irving (qui il lancio dell'Associated Press), negazionista dell'Olocausto e giustificazionista del nazismo, è un provvedimento illiberale ridicolo prima ancora che vergognoso. Le leggi austriache catalogano come crimine la negazione dell'Olocausto. Ma uno Stato che ha paura delle tesi storiche, per quanto indecenti e infondate come quelle di Irving, al punto da incarcerare chi le sostiene, mostra di essere costruito su valori assai fragili. Arrestare Irving non è una prova di forza, ma un'enorme ammissione di debolezza.

Aggiornamento. Chi vuole leggere il dibattito che il post sta provocando su Libero.it (Acm, indaffarato, non partecipa) lo trova qui.

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Federalismo fiscale e perequazione for dummies

In questo grande casino dove tutti parlano senza essersi studiati i testi di legge, men che mai la Costituzione (quella in vigore e quella modificata dalla devolution), due sono gli interventi più invocati: la creazione del federalismo fiscale e la creazione di un fondo perequativo, cioè di un fondo di solidarietà, dal quale le Regioni e gli enti locali più poveri possano prendere e nel quale le Regioni e gli enti locali più ricchi debbano mettere. Solo che già esistono. Almeno sulla Carta. Già sono previsti dalla Costituzione attuale, nell'articolo 119, che la devolution appena approvata lascia intatto.
Il federalismo fiscale è previsto nella prima parte dell'articolo 119 della Costituzione attuale, che recita:
«I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio. (...)
Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite».
Domanda: basta questo a dire che nella nostra Costituzione è già previsto il federalismo fiscale? Risposta: sì, perché - almeno a livello costituzionale - altro non serve. Lo dice la stessa Lega Nord, ad esempio in questo documento interno (formato pdf) del 2004, in cui si legge che:
«Il punto da chiarire immediatamente è che il principio che inserisce nel nostro ordinamento il federalismo fiscale esiste già, almeno sulla carta. Il riferimento diretto va al nuovo art. 119 della Costituzione, che si connota per l’attenzione che viene data all’autonomia fiscale delle diverse entità periferiche dello Stato. In esso è stabilito (al primo comma) che “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa”. Il vecchio articolo 119, invece, si limitava a stabilire che le leggi della Repubblica assicurassero il coordinamento con la finanza dello Stato, delle Province e dei Comuni. (...) È necessario riuscire a coniugare una completa attuazione dell’autonomia finanziaria (così come formulata nel nuovo art. 119 della Cost.)». Dove "nuovo", in questo caso, vuol dire modificato nella scorsa legislatura dalla riforma federalista del centrosinistra.
Discorso identico per la "perequazione", chiesta anche dalla Conferenza episcopale italiana. E' prevista nello stesso attuale articolo 119. Laddove recita:
«La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante».
Non solo. Lo stesso articolo prevede anche ulteriori interventi di solidarietà da parte dello Stato centrale, in aggiunta al fondo perequativo:
«Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni».
Se il fondo perequativo ancora non è entrato in vigore, è solo perché ancora non è stato applicato il federalismo fiscale. Va da sé che i due meccanismi, che si compensano a vicenda, entreranno in funzione insieme.
Si tratta, va sottolineato, di modifiche introdotte dal centrosinistra sulle quali il centrodestra è pienamente d'accordo, tant'è che ha lasciato l'articolo in questione intatto (qui il testo della devolution per conferma).
Ecco perché non hanno alcun senso i piagnistei di chi grida all'abbandono del Mezzogiorno e al trionfo dell'egoismo localistico (sul quale si potrebbe discutere a lungo). Primo: perché le norme costituzionali che regolano i movimenti di dare e avere tra le diverse Regioni e i diversi enti locali sono quelle già introdotte al termine della scorsa legislatura dal centrosinistra. Tali e quali. Secondo: perché tutto dipenderà da come funzionerà il fondo perequativo, e cioè da quanti soldi redistribuirà tra le diverse aree d'Italia, ovvero da quanti soldi preleverà dalle aree più ricche per darli alle più povere.
Da ambedue questi punti di vista, federalismo fiscale e perequazione/solidarietà, la devolution del centrodestra non cambia nulla. Né a livello costituzionale, né a livello di legge ordinaria.

Montaner ai pacifisti: "Ahmadinejad è il nuovo Hitler"

Durissimo Carlos Alberto Montaner (esule cubano, professore universitario, editorialista e vicepresidente dell'Internazionale Liberale, come sanno bene i frequentatori di questo blog) in un articolo intitolato "La nascita del nuovo Hitler" e dedicato al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Tutto da leggere. Intanto perché fa piazza pulita dei luoghi comuni terzomondisti e ignoranti che abbondano anche sull'Iran. «C'è la tendenza a percepire l'Iran come un Paese del Terzo mondo, povero e arretrato, ma è un errore. E' una grande nazione - più vasta di Francia, Germania, Inghilterra e Italia messe insieme - con 68 milioni di abitanti e una produzione giornaliera di greggio pari a quattro milioni di barili, che permette al Paese di ammassare una grande quantità di riserve, operazione possibile grazie al fatto che la sua bilancia commerciale è in netto attivo. Nello stesso tempo, ha un grande numero di tecnici e scienziati, educati in ottime università occidentali, ed ha alla sua portata intellettuale, industriale ed economica lo sviluppo di armi nucleari, un obiettivo nel quale si sta già impegnando, ignorando tutti i richiami al buon senso fatti dalla comunità internazionale». Il presidente Ahmadinejad, prosegue Montaner, «ha fatto due dichiarazioni che bastano a far rabbrividire chiunque. La prima è che "Israele deve essere cancellata dalle cartine geografiche". La seconda è che "il mondo deve capire che Israele non è l'unico obiettivo dell'Iran, ma semplicemente il primo"».
Non è avventato, scrive Montaner, prevedere cosa avverrà nel Medio Oriente nel prossimo futuro. «Un Iran dotato di armi nucleari, condotto da un pazzo come Ahmadinejad, armato con missili costruiti dalla Corea del Nord e capaci di portare le loro testate praticamente in tutte le principali città dell'area, supportato da un esercito di due milioni di soldati, cercherà di conquistare il suo "spazio vitale", il suo lebensraum, intimidendo i Paesi confinanti, come un primo passo nel suo disegno di cancellare Israele».
La frase che chiude l'articolo è dedicata alle anime belle del pacifismo "senza se e senza ma": «Se Churchill fosse stato ascoltato nel 1935, quando chiedeva di fermare i nazisti a tutti i costi, l'umanità si sarebbe risparmiata la morte di 60 milioni di persone e la più grande devastazione ad opera dell'uomo che la storia ricordi». Concetto di una evidenza lampante agli occhi di chiunque non sia accecato dall'ideologia.

Qui il testo integrale di "The birth of a new Hitler" in inglese.
Qui il testo integrale di "El nacimiento de un nuevo Hitler" in spagnolo.

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mercoledì, novembre 16, 2005

Uno Scalfarotto da difendere (con un dubbio)

Forte del fatto che gli ho scritto questo e questo, che hanno fatto incavolare non poco la tribù degli scalfarottiani (specie il primo), e quindi proprio non posso essere sospettato di alcuna connivenza, dichiaro qui la mia solidarietà per Ivan Scalfarotto, che in quanto candidato alle primarie della sinistra era del tutto inutile, come avevo già scritto prima del voto e come hanno sancito gli stessi elettori, ma come essere umano proprio non si merita gli insulti a sfondo omofobico degli anonimi frustrati. Una persona va discussa per le proprie idee, non per chi si porta a letto, se si tratta di persona adulta e consenziente. Coraggio, Scalfarò: domani è un altro giorno.

Post scriptum. Detto questo, proprio non ho capito perché ha chiuso il suo blog, del quale pure non me ne fregava nulla. Per impedire certi sfoghi bastava chiudere i commenti. Non sarà che, trombato dagli elettori di sinistra, non aveva più niente da dire e da fare? Non ci sarebbe stato niente di male. Ma allora perché non ammetterlo chiaramente e fare la vittima? Da liberale, gli lascio il beneficio del dubbio. E con questo post, addio a lui. Ne ho già parlato troppo.

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Devolution, tanto rumore per molto poco

Approvata in via definitiva la devolution. A giugno, con ogni probabilità, il referendum. Le novità vere sono due: il Senato federale (nuovi articoli 55, 57 e 58 della Costituzione) e il rafforzamento dei poteri del premier in materia di scioglimento delle Camere (nuovo articolo 88 della Costituzione), che tutto è tranne che una riforma federalista. Per il resto, nella distribuzione dei poteri tra Stato centrale ed enti locali, vale a dire i temi che più scandalizzano la sinistra, cambia poco o nulla. E molte delle cose che cambiano, lo fanno in senso centralista. Come già spiegato qui, con tanto di link ai testi di legge.

Iraq, ecco il video che ridicolizza i democratici

Madeleine Albright, Bill Clinton, Howard Dean, Hillary Clinton e una schiera di senatori democratici e consulenti per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Clinton dicevano sull'Iraq e le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein le stesse cose che dice oggi George W. Bush. La prova è qui, in un fantastico spot pro-Bush.

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Ecco il credo "superconservative" del giudice Alito

Per i liberal il giudice italo-americano Samuel A. Alito Jr., nominato dal presidente George W. Bush alla Corte suprema, è una minaccia all'american way of life. Alcuni gruppi abortisti stanno preparando una campagna pubblicitaria contro di lui. Il senatore Edward M. Kennedy dice che Alito «metterà a rischio decenni di progressi americani nella difesa dei nostri diritti fondamentali e delle nostre libertà». Hillary Clinton sostiene che il curriculum di Alito «solleva seri dubbi sul fatto che saprà essere fedele alla protezione dei nostri diritti fondamentali». Tra i quotidiani italiani, il Corriere della Sera, l'Unità e Repubblica lo definiscono, in coro, un "superconservatore".
Come al solito, è sempre meglio leggere quello che dicono i diretti protagonisti, piuttosto che quello che i giornali scrivono di loro. Il "Washington Times" (qui l'articolo) è giunto in possesso di un documento del 1985, nel quale lo stesso giudice Alito illustrava benissimo le sue posizioni sui temi più controversi del dibattito politico. Posizioni come queste.
1. «Credo fortemente in un governo dai poteri limitati, nel federalismo, nella libera impresa, nella supremazia dei rami elettivi dell'esecutivo, nel bisogno di una forte politica di difesa, nel rafforzamento delle leggi e nella legittimità del ruolo del governo nel proteggere i valori tradizionali».
2. «Sono e sono sempre stato un conservatore. Sono registrato da sempre come elettore repubblicano».
3. «E' stato per me un onore e una fonte di soddisfazione personale servire nell'ufficio del procuratore generale durante l'amministrazione del presidente Reagan e contribuire a portare avanti posizioni legali nelle quali, personalmente, credo sino in fondo».
4. «Sono particolarmente orgoglioso dei contributi che ho fornito nei recenti casi in cui il governo ha sostenuto davanti alla Corte Suprema che le quote razziali ed etniche (cioè il diritto di minoranze razziali ed etniche ad avere una quota riservata di impieghi nella pubblica amministrazione, ndAcm) non debbano essere permesse».
5. «La Costituzione non difende il diritto ad abortire».

Posizioni come la difesa dello Stato minimo, del federalismo e della libera impresa e l'opposizione alla affirmative action non hanno molto di "superconservatore", essendo condivise da una buona metà dell'elettorato americano. La verità è che la differenza la fa la posizione di Alito sull'aborto. Per una certa sinistra basta essere contrari all'uccisione degli embrioni per finire catalogati tra i "superconservatori", sinonimo che la buona stampa liberal appioppa a quelli che vuole etichettare come bigotti retrogradi.

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martedì, novembre 15, 2005

Sinistra esilarante: "Scuola a pezzi, ultimi in Europa". Ma i dati sono del 2001

Comicità involontaria ed ennesimo esempio di giornalismo all'amatriciana. Lunedì 14 novembre è uscita una ricerca sull'istruzione in Italia. Dove si sostiene che ci sono quasi sei milioni di italiani, pari al 12% della popolazione, totalmente analfabeti o senza alcun titolo di studio. Piatto ricco, mi ci ficco. I giornali di sinistra si sono tuffati a pesce sulla notizia.
L'Unità, pagina 9, titola così. "Italia 2005: il fantasma analfabetismo". Nel catenaccio: "L'Europa è sempre più lontana". Occhio all'anno: 2005.
Il manifesto, pagina 8: "Sei milioni di analfabeti". L'articolo avverte che la ricerca "analizza i rapporti scuola-società nell'Italia di oggi. E forse fornisce qualche strumento in più per capire alcune delle ragioni strutturali del nostro declino economico". La parolina chiave qui è "oggi", che lascia intendere: Ai tempi dell'odiato Berlusconi, che sta mandando in rovina il Paese.
Liberazione, pagina 9. "Sei milioni di italiani sono analfabeti. Una ricerca nazionale mette in evidenza il declino dell'istruzione". Nell'articolo c'è spazio anche per le dichiarazioni del sindacalista Cgil che dà la colpa al governo Berlusconi e alla riforma Moratti, che deve ancora entrare in vigore, ma ovviamente non potrà che peggiorare le cose.
Il lato comico è che la ricerca si basava dichiaratamente - e non avrebbe potuto fare altrimenti - sui dati del censimento Istat del 2001 (lo si può leggere persino tra le righe degli stessi articoli, quasi nascosto, come se fosse un dettaglio secondario). In altre parole, la fotografia tanto drammatica scattata dal rapporto così allarmante si riferisce al 2001, ovvero all'ultimo anno di governo dell'Ulivo. Altro che "Italia 2005".
Se ne deduce che:
1) In quei dati non c'è praticamente nulla di nuovo. Bastava leggere i dati sull'istruzione del censimento Istat 2001, qui, per ritrovare, salvo piccole correzioni, gli stessi numeri.
2) I giornali di sinistra hanno rimestato nel torbido, almeno nella titolazione, per far credere che vi siano precise responsabilità in materia da parte del governo Berlusconi. La verità è che, se c'è un fallimento delle politiche educative dietro quei dati, esso è addebitabile innanzitutto ai governi dell'Ulivo.
3) Visto che l'istruzione italiana è in declino, che la distanza dall'Europa aumenta etc etc, è il caso di dire che una riforma dell'istruzione è più che necessaria.
Un dubbio, infine. Ma i giornalisti di sinistra si sono resi conto che hanno scritto che al termine del quinquiennio governato dalla sinistra la scuola italiana faceva schifo, l'istruzione era in declino e il sistema scolatico si era allontanato dagli standard europei?

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lunedì, novembre 14, 2005

Giorno dei martiri per la libertà, oltre 600 firme. Il difficile viene adesso

Oltre seicento firme, dal presidente iracheno Jalal Talabani a Francesco Cossiga, passando per il ministro Mario Landolfi, il senatore diessino Franco Debenedetti e qualche "tocqueviller", primo dei quali chi scrive (e poi, tra gli amici noti, Krillix, Robinik e Mariniello: troppo pochi, comunque). Si vanno ad aggiungere alle dodici firme iniziali. L'appello della Fondazione Magna Carta (di fatto un'emanazione del presidente del Senato, Marcello Pera) per chiedere di trasformare il 12 novembre, anniversario della strage terroristica di Nassiriya, in un giorno «dedicato ai martiri per la patria e per la libertà, all'impegno per la lotta contro il terrorismo, per il valore universale della democrazia e per la sacralità della vita di tutti», ha raccolto sinora un ottimo numero di adesioni, specie tenendo conto del modo sostanzialmente clandestino con il quale è stato diffuso.
Bilancio complessivo positivo, quindi. Finita qui? Macché, il problema viene adesso. Perché lo scopo della Fondazione (e di chi si riconosce nell'appello) è tenere alta l'attenzione sulla richiesta nei prossimi mesi e arrivare almeno a mille firme, in modo da aumentare le chances che il giorno dei martiri per la patria e per la libertà possa essere istituito dal 12 novembre 2006 (qui il disegno di legge già presentato dal senatore Giuseppe Valditara). Obiettivo difficile da raggiungere, anche perché da ora in poi l'attenzione di tutti sarà concentrata sui temi dell'agenda politica, non certo sulla ricorrenza della strage. Quindi ora tocca rimboccarsi le maniche e tenere alta l'attenzione. La cosa peggiore sarebbe ritrovarsi tra undici mesi ancora a scrivere articoli e pubblicare post per la raccolta delle firme. Una cosa che si può fare: mettere un link perenne - meglio un banner - sulla home page di TocqueVille, di Blogs for Cdl e di altri siti che si riconoscono nell'iniziativa. Se solo uno su dieci dei contatti giornalieri di TocqueVille firmasse l'appello, in sole ventiquattro ore le mille firme sarebbero raggiunte. Insomma, chi vuole e può faccia propria l'iniziativa. Fatti, non pugnette.

Qui per aderire.
Qui il testo integrale dell'appello e le adesioni raccolte sinora.
Qui la lettera dell'ambasciatore Usa in Italia, Ronald P. Spogli.