venerdì, settembre 30, 2005

Grosse bugie in prima pagina

Scrive "Il Sole-24 Ore": «Domani e domenica i quotidiani non saranno in edicola per lo sciopero generale dei giornalisti proclamato dalla Fnsi».
Scrive "Repubblica": «Domani e domenica "Repubblica", come gli altri quotidiani, non sarà in edicola per lo sciopero nazionale dei giornalisti».
Scrive "La Stampa": «Domani e domenica i giornali non usciranno per uno sciopero indetto dalla Fnsi dopo la rottura delle trattative sul rinnovo del contratto di lavoro».

Ma chi sono questi per permettersi di parlare a nome mio e di tutti gli altri?

Post scriptum. E' esilarante vedere che il quotidiano di Confindustria, geneticamente modificato da anni di consociativismo, non prende nemmeno in considerazione l'ipotesi di una libera scelta del lavoratore divergente da quella del sindacato. Si fanno dare lezioni di liberalismo persino dall'Unità che, onestamente, si limita a scrivere: «Domani e domenica l'Unità non sarà in edicola per lo sciopero dei giornalisti indetto dalla Fnsi».

giovedì, settembre 29, 2005

Wikipedia riscrive l'affaire Prodi

Non è una cosa grave. E' però una cosa ridicola. Che rafforza in me tutta la sfiducia che nutro nei confronti dei cosiddetti progetti "open": nonostante tutto lo sbrodolamento che ci si fa in proposito, Wikipedia e compagnia mancano della caratteristica principale per essere credibili: un nome, un cognome, una faccia e magari un curriculum cui dare la responsabilità - morale, politica ed eventualmente civile e penale - di quanto sostengono. Sono di tutti, quindi sono di nessuno. Per un liberale, a ogni libertà deve corrispondere invece una precisa responsabilità.
Al dunque. Non appena la questione si è fatta politicamente calda, Wikipedia ha riscritto la vicenda processuale di Romano Prodi relativa alla vendita della Cirio da parte dell'Iri. Sbianchettando di qua, aggiungendo di là, la nuova versione risulta diametralmente opposta alla precedente.
La segnalazione mi arriva via mail dall'ottimo Mauro Zanzi (qui il suo blog). Che interviene su un mio (lunghissimo) post precedente e scrive:

«Hai presente it.wikipedia.org? L'altro ieri stavo cercando notizie sulla vicenda del falso in bilancio e sono capitato su questo url dove si poteva leggere quanto segue:
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- Abrogazione del reato di abuso d'ufficio non patrimoniale
Secondo questa riforma, nel caso in cui un pubblico ufficiale commetta un abuso d'ufficio, cioè un atto contrario ai suoi doveri d'ufficio, ciò non è più considerato reato se non si dimostra che da tale abusone ha anche avuto un vantaggio quantificabile. Tale riforma ha portato ad esempio alla fine prematura dell'inchiesta di Affittopoli e all'assoluzione di due ex presidenti del Coni, Mario Pescante e Bruno Gattai, per 959 assunzioni senza concorso. Inoltre il 22 Dicembre 1997 questa riforma che fu approvata quando Romano Prodi era presidente del Consiglio, fu una delle motivazioni grazie alle quali il gup respinse il rinvio a giudizio dello stesso Prodi per uno dei capi di imputazione del caso Cirio; gli altri capi d'imputazione invece caddero perchè le accuse non reggevano.
- Depenalizzazione di fatto dell'abuso d'ufficio patrimoniale
L'abuso d'ufficio patrimoniale rimane solo nel caso in cui sia commesso con l'intenzione di favorire una persona e sfavorire i suoi concorrenti. Inoltre la pena massima viene ridotta da 5 a 3 anni: ciò ha conseguenze significative sulle indagini, infatti elimina la possibilità di custodia cautelare e di effettuare intercettazioni. Inoltre i termini per la prescrizione passano da 15 a 5 anni (nel caso di attenuanti generiche, che vengono concesse quasi sempre agli imputati incensurati). Ciò mette a rischio la possibilità di portare a termine i processi, dato che in Italia è quasi impossibile che l'itergiudiziario (inchiesta, udienza preliminare e tre gradi di giudizio) duri meno di 5 anni. Tale riforma porterà ad esempio alla prescrizione degli abusi partimoniali dei dirigenti del Sisde.
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Quando ho fatto il reload della pagina poco più tardi ho trovato quest'altra versione (fai attenzione a come finiscono i 2 paragrafi. Noti qualche differenza?):
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- Abrogazione del reato di abuso d'ufficio non patrimoniale
Secondo questa riforma, nel caso in cui un pubblico ufficiale commetta un abuso d'ufficio, cioè un atto contrario ai suoi doveri d'ufficio, ciò non è più considerato reato se non si dimostra che da tale abuso ne ha anche avuto un vantaggio quantificabile. Tale riforma ha portato ad esempio alla fine prematura dell'inchiesta di Affittopoli e all'assoluzione di due ex presidenti del Coni, Mario Pescante e Bruno Gattai, per 959 assunzioni senza concorso.
- Depenalizzazione di fatto dell'abuso d'ufficio patrimoniale
L'abuso d'ufficio patrimoniale rimane solo nel caso in cui sia commesso con l'intenzione di favorire una persona e sfavorire i suoi concorrenti. Inoltre la pena massima viene ridotta da 5 a 3 anni: ciò ha conseguenze significative sulle indagini, infatti elimina lapossibilità di custodia cautelare e di effettuare intercettazioni. Inoltre i termini per la prescrizione passano da 15 a 5 anni (nel caso di attenuanti generiche, che vengono concesse quasi sempre agli imputati incensurati). Ciò mette a rischio la possibilità di portare a termine i processi, dato che in Italia è quasi impossibile che l'itergiudiziario (inchiesta, udienza preliminare e tre gradi di giudizio) duri meno di 5 anni. Tale riforma porterà ad esempio alla prescrizione degli abusi partimoniali dei dirigenti del Sisde. Prodi, che era presidente del Consiglio all'epoca, fu invece pienamente prosciolto dall'accusa di abuso di ufficio relativamente al caso Cirio, senza alcun riferimento a questa legge».


Come avrete capito, per maggior comodità di chi legge ho evidenziato in bold le differenze tra i due testi.
Il testo attuale della pagina in questione lo trovate a questo link.
Il testo "vecchio" è ancora disponibile come pagina cache di Google a questo link.
Chi vuole sorbirsi il mio lunghissimo post sulla vicenda e capire come sono andate le cose può invece mettere il mouse e fare click su questo link.
Grazie a Mauro Zanzi, ovviamente, per il divertente spunto.

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Quella enorme presa in giro chiamata Finanziaria emendabile

Sono stati appena annunciati i provvedimenti inseriti dal governo nella Finanziaria 2006, che contiene una manovra da 20 miliardi di euro. Tra le altre cose sono previsti: un taglio sui contributi «fino all'uno per cento» per abbassare il costo del lavoro; la partecipazione (anche nel ricavato) dei Comuni nella lotta all'evasione; un bonus per la nascita di un figlio (dal secondo in poi); tagli ai budget degli enti locali, agli stipendi dei politici e alle "auto blu"; una tassa sui tubi della distribuzione di energia. I ministri ci spiegheranno, come da copione, che si tratta di una Finanziaria «equa ma rigorosa», ovviamente «attenta allo sviluppo». Tutti i quotidiani, dal Sole 24 Ore al free press che ti regalano nella metro, ci mostreranno i loro schemini con il saldo finale della manovra e le misure principali. Una enorme presa in giro.
Perché la Finanziaria 2006, quella vera, la conosceremo solo pochi giorni prima di Natale. E sarà diversissima da quella che leggeremo domani sui giornali e oggi sulle agenzie e sul televideo. Perché nel frattempo la legge dovrà passare in Parlamento, dove le faranno di tutto. Entrerà come una ragazza giovane e più o meno carina, ne uscirà come una vecchia grassa maitresse che ha assistito a tutte le lordure della vita. Vere e proprie leggine di spesa dalla copertura puramente virtuale, promosse da lobbisti occulti, nascoste tra le pieghe di emendamenti approvati da improbabili maggioranze trasversali. Logrolling spudorati dietro le porte chiuse delle commissioni tra parlamentari che vengono dagli angoli opposti d'Italia e probabilmente si odiano, ma che per l'occasione sono pronti a votare volentieri ognuno il sub-emendamento che fa piovere soldi nel collegio dell'altro, in cambio del favore reciproco. Insomma, il solito assalto alla diligenza, stavolta reso ancora più cruento dalla vicinanza con l'appuntamento elettorale.
Quella definitiva sarà così, come sempre, una Finanziaria assai più pesante, quanto a lunghezza e numero degli articoli, di quella che ci racconteranno oggi, e molto più debole sotto il profilo del rigore, anche se, come sempre, ministro, viceministro e relatore giureranno il contrario prima di correre a casa a tagliare il panettone.
Il governo farà la parte della vittima innocente, ma non lo sarà.
Primo. Perché una parte consistente degli emendamenti in Parlamento li avrà presentati l'esecutivo stesso. Un po' perché, rileggendo il testo, si accorgerà, come sempre, di averlo imbottito di strafalcioni. E un po' perché nemmeno il governo è sordo al pianto del lobbista e alle necessità preelettorali.
Secondo. Perché in questi anni il governo e la maggioranza hanno avuto l'opportunità di varare l'unico provvedimento in grado di dare dignità e stabilità alla spesa pubblica: rendere la Finanziaria inemendabile, sul modello della Gran Bretagna. L'esecutivo la presenta e il Parlamento può votarla in blocco o bocciarla, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano istituzionale. E così addio leggine (almeno quelle più spudorate), addio sub-emendamenti, addio logrolling. Il governo e la maggioranza hanno avuto l'opportunità di spedire questo scempio su History Channel, ma non l'hanno sfruttata.

mercoledì, settembre 28, 2005

Prodi e Berlusconi dinanzi alla legge: un documento per capire

Romano Prodi e Silvio Berlusconi dinanzi alla legge: due casi identici, come sostengono gli uomini del premier, o due casi che non hanno nulla a che fare l'uno con l'altro, come replica indignato il professore bolognese? Chi ne parla lo fa per partito preso, pochi sembrano conoscere bene i fatti. Qui sotto trovate un documento importante. E' la vicenda, con tanto di citazioni dai documenti ufficiali del processo per il caso Iri-Cirio Bertolli De Rica, così come raccontata nel bel libro di Ferdinando Imposimato, Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato "Corruzione ad Alta Velocità", pubblicato dalle edizioni Koinè nel 1999. In alcune librerie ancora si trova (qui, sul sito della Koinè, si può acquistare online).
Imposimato, per chi non lo conoscesse, è stato giudice istruttore di alcuni dei più importanti processi italiani, prima di essere eletto in Parlamento per tre legislature consecutive (1987, 1992 e 1994) come indipendente di sinistra. Un insospettabile, insomma.
Pubblico il testo (© Koinè Edizioni) che riguarda la vicenda Prodi-Cirio Bertolli De Rica così come raccontata nel libro. L'unica mia aggiunta è il grassetto con cui ho evidenziato alcune parti chiave del testo. Buona lettura.

«Il 25 novembre 1996, al termine di un’inchiesta serrata che si basa anche su una perizia contabile di ben 13mila pagine svolta dal prof. Renato Castaldo, la Procura di Roma chiede il rinvio a giudizio per il reato di abuso d’ufficio dell’ex presidente dell’Iri Romano Prodi – nel frattempo diventato Presidente del Consiglio – e di altri cinque componenti del consiglio di amministrazione dell’ente: Mario Draghi, Paolo Ferro Luzzi, Giuseppe Glisenti, Antonio Patroni Griffi e Roberto Poli. Richiesta di rinvio a giudizio anche per Carlo Saverio Lamiranda, in quanto legale rappresentante della Fisvi.
Le accuse del pm Geremia sono molto circostanziate: Prodi e gli altri membri del Consiglio di Amministrazione dell’Iri avevano intenzionalmente avvantaggiato la Fisvi di Lamiranda. Prodi, in particolare, fin dal 1990 aveva rivestito la carica di advisory director della Unilever Nv (Rotterdam) e della Unilever Pic (Londra), gruppo che secondo le indagini aveva gestito la trattativa attraverso la Fisvi. Stando all’accusa, Prodi aveva consentito alla Fisvi di acquistare la Cirio-Bertolli-De Rica (da qui in poi CDB, ndr) senza che la stessa avesse i mezzi per realizzare l’operazione. Lo scopo era quello di far avere alla Unilever il ramo olio (Bertolli) dell’azienda per 253 miliardi.
Così facendo Prodi aveva permesso che venisse a conclusione un’operazione molto complicata: la Unilever, di cui lo stesso era advisory director, poteva accaparrarsi il ramo olio, settore strategico del gruppo, senza sopportare gli obblighi di natura finanziaria derivanti dalla stipula del contratto di acquisto direttamente dall’Iri. Lo stesso Prodi, in questo modo, evitava il conflitto di interessi. Inoltre l’Iri aveva venduto la CBD violando le direttive del Cipe che prescrivevano il conseguimento del miglior prezzo.
Ma non è finita. L’Iri, così facendo, aveva ripetutamente consentito la modifica delle condizioni dello schema di contratto in modo del tutto favorevole all’acquirente senza alcun vantaggio, anzi con danno, per l’Iri. La cessione delle azioni della CBD era inoltre avvenuta sulla base della valutazione di una società, la Parifin, che non aveva valutato la reale consistenza patrimoniale della Fisvi e la sua capacità di reddito, fidandosi soltanto dei dati di bilancio.
Come se non bastasse, Prodi e i suoi amministratori in seno all’Iri, anziché valutare la possibilità di vendere separatamente i comparti alimentari della CBD, li cedevano tutti alla Fisvi. E questo anche se la Fisvi non solo non aveva indicato i mezzi finanziari per far fronte al pagamento del pacchetto azionario, ma era riuscita ad ottenere perfino una modifica delle condizioni contrattuali. Il lavoro investigativo della dott.ssa Geremia non si svolge con serenità. L’inchiesta Iri-CBD è appena cominciata e quella del consulente Castaldo è in corso, ed ecco che il Pubblico Ministero comincia a subire una serie di atti intimidatori: insulti telefonici, telefonate silenziose, avvertimenti, minacce.
Siamo nell’ottobre-novembre 1996. E’ la prima volta che in un processo per corruzione arrivano intimidazioni così pesanti.
Geremia non si scoraggia e va avanti. Nessuno fino a quel momento sa di quelle minacce che raggiungono la giovane inquirente anche a casa, nella sua abitazione romana, dove vive con l’anziana madre.
E’ in quello stesso periodo che la Geremia dissotterra un altro cadavere giudiziario: il processo sull’Alta velocità con dentro l’affare Nomisma, che - secondo i pm di La Spezia e di Perugia – era stato insabbiato nella capitale da Giorgio Castellucci.
Le minacce e gli insulti si intensificano. L’origine è ignota, ma il movente sembra celarsi in quell’inchiesta scottante sulla vendita della CBD. La Geremia comincia a preoccuparsi. A distanza di anni, ad Imposimato ha confidato: "La cosa strana è che il numero del mio telefono di casa era riservato e solo poche persone lo conoscevano. Come abbiano fatto a trovarlo per me resta un mistero". La Geremia decide allora di denunciare la tortura psicologica cui è sottoposta, ormai a ritmi incessanti, al commissariato di polizia presso la Procura di Roma, a piazzale Clodio. Lo fa il 7 novembre 1996, 18 giorni prima di chiudere l’inchiesta Iri-CBD. Informa anche dell’accaduto il procuratore capo di Roma, Michele Coiro che quel processo tanto delicato le aveva affidato.
Nel frattempo una tempesta si sta addensando proprio sulla testa di Coiro. Il CSM lo accusa di avere rapporti di frequentazione con il capo dei Gip Renato Squillante, arrestato per corruzione. […] Sta di fatto che pochi giorni dopo aver raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro è costretto a lasciare la Procura di Roma per assumere la guida della direzione generale degli uffici di detenzione e pena del ministero della Giustizia, refugium peccatorum dei magistrati in disgrazia. […] "Michele Coiro era un magistrato di valore e un grande amico – ha spiegato la Geremia ad Imposimato – la sua morte è stata un duro colpo per me. Mi ha sempre lasciato piena libertà nell’inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la procura di Roma sette mesi prima di andare in pensione".
Nonostante i segnali si facciano sempre più evidenti, Geremia continua nella sua indagine che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi tasselli. La sua percezione è ormai quella di avere toccato interessi forti, di quel governo invisibile che agisce con tutti i mezzi pur di raggiungere i suoi obiettivi.
Il 25 novembre 1996 un uragano si abbatte sul Palazzo di Giustizia di Roma. Come abbiamo visto Geremia chiede il rinvio a giudizio di Prodi & company per l’affare Cirio. Anche il procuratore aggiunto Giuseppe Volpari, che con le funzioni di reggente sostituisce Coiro, appone la sua firma in calce al provvedimento.
All’udienza preliminare del 15 gennaio 1997 il Gip Eduardo Landi decide di non decidere e rinvia la richiesta della Geremia all’udienza del 28 febbraio. E intanto la Geremia continua a ricevere minacce. Una sera, rincasando, nella cassetta della posta trova una busta contenente una sua fotografia, ritagliata da un giornale, e un coltellino. Questa volta il segnale è ancora più serio. Inequivocabile. I misteriosi personaggi che la perseguitano sembrano decisi a tutto. Informa dell’accaduto il responsabile della Procura di Roma. Denuncia l’episodio al commissariato Vescovio. L’Italia sta per entrare in Europa. Man mano che l’inchiesta Iri-Cirio si avvia al suo luogo naturale, il processo, i pericoli per lei aumentano.
Il giudice Eduardo Landi, nell’udienza preliminare del 28 febbraio, decide che la perizia Castaldo non è sufficiente. Affida quindi ad un collegio di cinque esperti tutta una serie di quesiti legati alle accuse formulate dalla Geremia. A Milano, in casi del genere, non sono mai state disposte perizie. Tra l’altro Landi chiede ai periti una valutazione sul prezzo del gruppo agroalimentare Cirio-Bertolli-De Rica. Strano, perché la Geremia non ha mai fatto questione di prezzo, sollevando invece la questione del vantaggio per la Fisvi ai danni dell’Iri.
L’indagine tecnica è molto accurata e si risolve in una perizia di 612 pagine. Il 22 dicembre 1997 il Gip Landi conclude l’udienza preliminare, assolvendo gli imputati con formula piena: il fatto non sussiste. E qui comincia un’altra singolarità. La sentenza Landi sarebbe dovuta essere depositata entro il 23 gennaio 1998. Così però non è. Geremia l’attende per poter proporre l’impugnazione alla Corte d’Appello. La sua è un’attesa vana. La sentenza giunge sul suo tavolo nel pomeriggio del 9 febbraio: due giorni prima Giuseppina Geremia era stata trasferita alla Procura Generale di Cagliari. Nessuno proporrà impugnazione contro la sentenza di assoluzione di Prodi & company.
Nella sentenza di 47 pagine il giudice Landi si sofferma a lungo sul capo di imputazione, il reato di abuso in atti d’ufficio, la cui formulazione è stata sostituita dal parlamento con una legge del 16 luglio 1997, una legge nuova, intervenuta proprio mentre l’udienza preliminare che vede sul banco degli imputati Romano Prodi è ancora in corso.
Landi osserva correttamente che la nuova ipotesi di abuso – voluta fortemente dall’allora capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e varata con il pieno appoggio dell’allora Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, grande amico (inutile ricordarlo) dello stesso Prodi – è "più favorevole all’imputato". E questo non solo "avuto riguardo al più mite trattamento sanzionatorio – pena da sei mesi a due anni in luogo della precedente da due a cinque anni – bensì per la trasformazione del delitto da reato di pura condotta o di pericolo, sorretto dal dolo specifico, in reato di evento, in cui il vantaggio patrimoniale o il danno ingiusto devono essere cagionati intenzionalmente". Leggendo la sentenza di Landi si ha la sensazione che questa modifica della legge, votata da maggioranza e opposizione, abbia avuto un peso determinante nell’assoluzione di Prodi. Landi non si chiede – e non ne aveva l’obbligo – se Prodi e soci sarebbero stati condannati secondo la vecchia legge. Molti imputati di tangentopoli, giudicati tempestivamente, in base alla vecchia legge per fatti anche meno gravi di quelli attribuiti al prof. Prodi sono stati duramente condannati a pene severe e sono finiti in galera. Qualcuno è arrivato persino a suicidarsi, prima ancora del processo. Ne siamo lieti per Prodi, assolto con formula piena. Ma sarebbe interessante conoscere per intero la verità storica di questa vicenda che continua a rimanere oscura ed inquietante».

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martedì, settembre 27, 2005

Piccole notizie da Fort Hood, Texas

Lynndie England è la soldatessa simbolo delle porcherie commesse nel carcere di Abu Ghraib. La England è la deficiente che da sola ha fatto più danni alla causa della democratizzazione in Iraq, cioè alla causa della civiltà, dei terroristi iracheni. La England è stata messa sulle prime pagine dei giornali di sinistra per settimane. Giustamente: fanno il loro mestiere. Ingiustamente, cioè basandosi su illazioni pure, da sinistra però ci hanno detto anche che lei e gli idioti dei suoi commilitoni agivano su indicazione dei vertici militari e politici, o quantomeno protetti dal loro silenzio consapevole e complice. Ci hanno spiegato che sarebbe finito tutto insabbiato, perché gli-americani-si-sa-come-sono-fatti. E così via, una dietrologia antiamericana dopo l'altra, a raffica. Solo che ieri la England è stata riconosciuta colpevole di sei capi d'imputazione su sette dalla corte marziale di Fort Hood, in Texas, e ora rischia dieci anni di carcere. A giorni sapremo l'ammontare della pena deciso dalla sentenza. E' uno dei tanti motivi per cui da queste parti si amano gli Stati Uniti: la supremazia della legge.
Una signora notizia, quindi. La prova provata che gli Stati Uniti non intendono coprire lo scandalo, che adottano la linea della tolleranza zero. Che la democrazia è più forte delle complicità. Che certi panni sporchi in un Paese civile si lavano alla luce del sole.
Solo che gli stessi giornali che avevano sparato le foto della England col guinzaglio in mano non sembrano essersene accorti. "L'Unità" mette la notizia in un colonnino, la cui prima metà del titolo va alla liberazione di mille detenuti da Abu Ghraib. Dedica alla notizia meno di cinque righe contate. "Liberazione" non se ne è proprio accorta: forse perché chiude prima delle ore 21,35, quando è uscita la notizia. Vedremo se domani vorrà informarne i suoi lettori. "Repubblica" ci mette un boxino con due fotine. Nessuno spreca un richiamino in prima pagina, nessuno reputa la notizia degna di un'apertura di pagina.
Negli Stati Uniti la legge funziona e trionfa anche sulla tentazione di insabbiare, anche sulle dietrologie più bieche degli antimericani di casa nostra. Ma è meglio che i lettori non se ne accorgano. Per dirla con 1972: «Lynndie England serviva un anno fa, adesso non serve più».

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lunedì, settembre 26, 2005

La Casa dei morti viventi 4: Ladri di motociclette

Noi qui, a parlare di primarie, mentre quelli si preparano a fregarci la moto col pretesto di difendere la nostra salute. La nuova normativa sulla confisca dei motoveicoli voluta dalla Casa dei morti viventi è l'ennesimo esempio di comportamento masochista e liberticida da parte di una coalizione che ormai di libertario pare non avere più niente. Ottiene il duplice risultato di a) far perdere elettori alla maggioranza (affari loro) e b) calpestare ulteriormente le nostre libertà e la nostra proprietà privata (affari nostri, purtroppo). Fa parte del pacchetto di leggi "law and order", tipo la chiusura anticipata delle discoteche. Leggi che se davvero gli elettori dell'allora Casa delle libertà le avessero volute avrebbero votato per Antonio Di Pietro, mica per Silvio Berlusconi.
La novità più importante è contenuta nel nuovo articolo 213 del codice della Strada. Come scritto nel dossier del governo la confisca del veicolo scatta quando:
«- si viaggia in numero di persone superiore a quello previsto;
- si guida senza casco o con un casco non allacciato o non omologato;
- si trasportano animali non in gabbia o oggetti non solidamente assicurati;
- non si è seduti in posizione corretta e con entrambe le mani sul manubrio;
- il conducente traina o si fa trainare da un altro veicolo;
- si solleva la ruota anteriore».
Dunque: vi siete scordati di allacciarvi il casco? Guidate con una mano sola perché con l'altra vi state grattando? Avete messo il sacco della spesa sulla pedana del vostro scooter? Qualunque poliziotto ha il potere di confiscarvi la moto o il motorino.
Ora, già era una porcheria la legge che impone l'obbligo del casco. Uno Stato liberale deve intervenire quando il mio comportamento può nuocere a un altro individuo. Ma non deve permettersi di difendermi da me stesso: la vita è mia, e l'uso che ne faccio sono cavoli miei. Concetto banalissimo, ed è tragico che lo si debba ripetere a gente che si è presentata a prendere i nostri voti con il nome di Casa delle Libertà.
A questo punto i nostri ministri che hanno studiato il liberalismo sul Bignami (chi di loro l'ha fatto) ti rispondono che lo Stato ha il diritto di impedirmi di nuocere alla mia salute perché le cure ospedaliere poi me le paga la sanità pubblica, cioè gli altri contribuenti. Bella bischerata. Primo: perché se l'accordo tra Stato e cittadino prevede vincoli alla libertà individuale, il contribuente deve essere libero di recedere. Io non pago più i contributi sanitari, quando mi serve mi curo in una struttura privata e mi prendo la libertà di girare senza casco. E se il problema è chi mi paga le cure in caso d'incidente, lo risolvo subito firmando una bella assicurazione privata. Secondo: se lo Stato si arroga il diritto di vietare comportamenti potenzialmente onerosi per la sanità pubblica, allora si prende il potere di sanzionare le donne che dopo la menopausa non effettuano gli screening all'utero o alla mammella. O gli uomini che dopo i 40 anni non controllano la prostata. Uno Stato simile ha il diritto di sanzionare chi fuma, chi mangia troppi grassi, chi beve superalcolici. Chi non si cura un raffreddore e lo fa degenerare in polmonite.
Adesso, con la nuova normativa, l'atteso salto di qualità: dallo Stato paternalista si è passati allo Stato ladro. L'Adoc, un'associazione di consumatori tra le più serie in quella congrega di improvvisati che sono le associazioni italiane dei consumatori, ha fatto i conti a spanne di quanto accaduto nei primi trenta giorni di applicazione della nuova legge. Se sono esatti (a occhio sono approssimati per eccesso), lo Stato governato dalla Casa dei morti viventi, in un mese, tra moto e motorini confiscati e spese legali, è costato ai cittadini coinvolti qualcosa come 50 milioni di euro (riuscendo nel frattempo a perdere qualche migliaio di voti: complimenti ragazzi). Robe simili te le aspetti dalla sinistra, non dal centrodestra. Qui c'è la lista dei deputati che hanno votato a favore del provvedimento: tutti della maggioranza, o quasi. Perderanno le elezioni e se la saranno cercata tutta.

See also:
La Casa dei morti viventi
La Casa dei morti viventi 2 (featuring Romano Prodi)
La Casa dei morti viventi 3: Nightmare Veltroni

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sabato, settembre 24, 2005

Berlusconi Zen e l'arte della guerra

Meglio di Sun Tzu. Silvio Berlusconi convince Gianfranco Fini a non candidarsi (ovvero a candidarsi per finta, come Fini stesso dice chiaramente) e già si avvia a stravincere le primarie senza nemmeno combatterle. E ora vediamo se Pier Ferdinando Casini ha voglia di andare allo scontro frontale. (Speriamo di sì. Per gli elettori della Cdl, innanzitutto, che hanno un bisogno disperato di adrenalina).

Aggiornamento. Guarda caso ora Casini, temendo l'inghippo, frena e dice che le primarie «non sono la resa dei conti». Toni assai diversi da quelli di Marco Follini, che indica le primarie come il mezzo per fare secco il Cavaliere.

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venerdì, settembre 23, 2005

Ciampi premia l'Italia consociativa di Napolitano e Pininfarina

Tutto quello che è lecito aspettarsi da Carlo Azeglio Ciampi.

«Palazzo del Quirinale, 23 settembre 2005
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha nominato oggi Senatori a vita, ai sensi dell'articolo 59, secondo comma, della Costituzione, l'Onorevole Dottor Giorgio Napolitano e l'Ingegnere Sergio Pininfarina, i quali hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale. (...) Il Capo dello Stato ha dato personalmente notizia delle nomine ai neo Senatori Giorgio Napolitano e Sergio Pininfarina, porgendo loro i più vivi auguri».

Premiata l'Italia del Pci, premiata l'Italia della Confindustria torinese che oggi va a braccetto con l'Ulivo. Piero Fassino e Luca Cordero di Montezemolo ringraziano pubblicamente.
Dimenticata l'Italia liberale e liberista, l'Italia che ai compromessi pagati dai contribuenti preferisce la sfida del mercato. Dimenticata l'Italia dei Sergio Ricossa, delle Oriana Fallaci, dei Marco Pannella...
Non è una novità.

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Due o tre cose che so su Siniscalco, la sinistra e i poteri forti

di Fausto Carioti
Più che un ministro della Repubblica, un ministro di “Repubblica”. Domenico Siniscalco, il tecnico che ogni settimana minacciava le dimissioni e rivendicava il suo non essere un politico come un sigillo di verginità, se ne è andato dal governo allo stesso modo con cui vi era entrato e vissuto: come un corpo estraneo. Assai più vicino alla sinistra dei poteri forti e ai poteri forti stessi che non al centrodestra e a Silvio Berlusconi. Emblematico il filmato dell’addio: consumata la rottura con il presidente del Consiglio, nella tarda serata di mercoledì l’ormai ex ministro dell’ Economia prende il telefonino, compone il numero di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, e gli annuncia le proprie dimissioni dall’esecutivo, spifferandogli per filo e per segno il contenuto della lettera di congedo lasciata al premier e del suo colloquio definitivo con Gianni Letta e Gianfranco Fini. Quel suo «sono scandalizzato per l’immobilismo del governo» nei confronti del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che oggi ritroveremo su tutti i principali quotidiani del mondo. La sua contrarietà a una «Finanziaria elettorale». Un gesto, quello delle dimissioni dinanzi al direttore del quotidiano di Carlo De Benedetti, che per il premier è stato l’insulto dopo lo schiaffo.
Questione di indole, questione di curriculum e, come sempre, questione di amicizie. Classe 1954, sposato, con due figli, Siniscalco appartiene alla covata dei Reviglio Boys, i collaboratori scelti dell’allora ministro delle Finanze Franco Reviglio (dall’agosto del 1979 al giugno del 1981), il cui fulcro era un terzetto composto anche da Giulio Tremonti e Alberto Meomartini. Ma soprattutto, come i suoi detrattori non mancano di far notare, Siniscalco appartiene al partito torinese, dove Torino sta, ovviamente, per Fiat e la sua “controllata” romana, Confindustria. Un legame consolidato nel tempo e confermato anche dall’incarico, ricoperto in passato, di consulente economico ed editorialista del Sole-24 Ore, il quotidiano di viale dell’Astronomia.
Gli aneddoti sulla “torinesità” di Siniscalco si sprecano. Come quello ambientato in una cena del giugno scorso, alla presenza dello stesso Berlusconi e di tutto lo stato maggiore di Forza Italia. Erano i giorni in cui si preparava il Dpef (documento di programmazione economico-finanziaria) e si discuteva del possibile anticipo di un taglio dell’Irap, calibrato sulla riduzione del costo del lavoro. «A dirla tutta, le piccole e medie imprese se ne fanno poco di un provvedimento simile», obiettò a Siniscalco uno dei presenti, sotto gli occhi attenti del premier. «Lo so, ma per la Fiat un simile provvedimento significa molto», fu la replica del ministro dell’Economia. Voce dal sen fuggita, alla quale seguì un rapido scambio di occhiate tra gli altri commensali, un messaggio in codice per dirsi: «Hai capito per chi lavora questo...». “Torinese” di ferro anche durante la preparazione della Finanziaria 2005, quando il ministro frenava sul varo del secondo modulo della riduzione dell’Irpef, sostenendo che non vi erano abbastanza soldi, e che quei pochi che c’erano dovevano essere destinati alle agevolazioni per le imprese (soprattutto grandi, va da sé). Siniscalco fu costretto a cedere durante un teso confronto con gli economisti di Forza Italia, sempre alla presenza del Cavaliere.
Nella maggioranza, nessuno gli ha perdonato gli applausi con cui, a fine maggio, accolse la relazione annuale del presidente degli industriali, Luca Cordero di Montezemolo. Siniscalco non esitò a definire «eccellente» quello che a tutti apparve come un duro atto di accusa nei confronti dell’esecutivo. Totale sintonia con Montezemolo anche negli ultimi mesi, durante i quali Siniscalco ha combattuto la battaglia alla quale Confindustria teneva di più, quella contro Fazio. Quindi nessuno si è stupito, ieri, quando la giunta degli industriali ha pianto il suo ministro preferito, confermandogli «stima e solidarietà» ed esprimendo, manco a dirlo, «grande preoccupazione» per le sue dimissioni, «che indeboliscono ulteriormente la credibilità del Paese».
Caro a Giuliano Amato, carissimo a Carlo Azeglio Ciampi, Siniscalco piaceva molto - e forse già da oggi ricomincerà a piacere - alla sinistra, sempre pronta a riaccogliere chi abbandona Berlusconi parlandone male. Del resto in via delle Botteghe Oscure pensarono a lui già nel 2001, quando c’era da trovare un uomo “d’area” gradito anche alla Fiat da candidare a sindaco di Torino. Poi l’incarico toccò a Valentino Castellani, ma il feeling con una certa sinistra non si è mai interrotto. Siniscalco, anche in questo ultimo anno passato da ministro , non ha smesso di far parte del comitato scientifico di Italianieuropei, la fondazione presieduta da Massimo D’Alema, che conta tra i suoi finanziatori, o “soci benemeriti”, bei nomi del capitalismo nostrano come Guidalberto Guidi, lo scomparso Gianni Agnelli, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Carlo De Benedetti e la Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Accanto a Siniscalco, nel comitato scientifico di Italianieuropei siedono tutti i migliori accademici di sinistra, teste d’uovo del calibro di Augusto Barbera, Massimo Cacciari, Nicola Rossi e Vincenzo Visco. Normale che D’Alema, un po’ scherzando e un po’ no, abbia commentato la sua nomina a ministro dicendo che «è il primo dei nostri che entra nel governo». E se è vero che la sinistra non gli ha risparmiato critiche in questi quattordici mesi, è vero anche che il trattamento riservato a lui è stato assai più morbido di quello che ricevette e riceverà da oggi Giulio Tremonti. A meno di voler considerare un insulto quel «ministro di peluche» con cui lo ha ribattezzato il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani.
Alla fine, Siniscalco ha ceduto al diktat emesso nei suoi confronti dal Corriere della Sera, che per la penna dell’economista Francesco Giavazzi, il 3 settembre, quando tutto faceva credere che il ministro avrebbe partecipato al vertice Ecofin del giorno 8 assieme all’odiato Fazio (che poi non si presentò), lo aveva scomunicato così: «Un accademico senza spina dorsale, prestato alla Casa delle Libertà per fare bella figura sui mercati». Ieri, a dimissioni avvenute, il reintegro ufficiale nei ranghi, a firma dello stesso Giavazzi: «Il ministro Siniscalco esce a testa alta, a lui va il rispetto di tutte le persone perbene».
Per tutti questi motivi Siniscalco - che ieri, caricata l’automobile con le mazze da golf, è tornato a Torino, dove ricomincerà a insegnare Economia politica all’università - lascia pochi rimpianti nella maggioranza. Di certo non ne lascia nessuno in Forza Italia, dove qualcuno più perfido degli altri ha brindato alla partenza della «cellula dormiente della sinistra».

© Libero. Pubblicato il 23 settembre 2005 col titolo "L'uomo della sinistra".

Berlusconi sfida Prodi. Alle primarie

Silvio Berlusconi le primarie del centrodestra non le voleva (e probabilmente ancora non le vuole), ritenendole una noiosa perdita di tempo. Peggio: un sacrilegio, una messa in discussione della Sua persona. Ma, se gli toccherà farle, le farà sul serio. Alla sua maniera. Con un dispiegamento di mezzi degno delle campagne elettorali cui ci ha abituato per le sue elezioni politiche. Anche perché ha capito di avere in mano un'occasione d'oro per umiliare Romano Prodi ancora prima del voto.
La partita del Cavaliere è doppia. Da un lato ha l'opportunità di radere al suolo l'"opposizione interna" di Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini (i quali, detta come va detta, avrebbero preferito che il premier si facesse da parte). Se giocherà, non lo farà per vincere: ma per stravincere, per ottenere un plebiscito bulgaro. Per far sì che Marco Follini, il giorno dopo le primarie, sia messo sotto processo dal suo stesso partito per aver innescato il meccanismo che ha portato Casini allo sbaraglio.
Sull'altro fronte, Berlusconi ha l'occasione di regolare i conti con Prodi. Di prendere più voti alle primarie del centrodestra di quanti ne prenderà il Professore alle primarie del centrosinistra.
Può farcela. Prodi ha alcuni enormi punti deboli. Non ha un partito suo. Cioè non ha sezioni, in periferia, che sappiano mobilitare al voto delle primarie iscritti e simpatizzanti. Al contrario, per dirne uno, di Fausto Bertinotti. Un tempo il partito di Prodi avrebbe dovuto essere la Margherita, che ora ospita i suoi peggiori nemici. Adesso quelli che gli sono più vicini sono i Ds, ed è tutto dire. L'apparato centrale del partito si mobiliterà per lui. Ma il problema sarà convincere i compagni diessini della periferia ad a) andare a votare alle primarie; b) una volta nell'urna, scegliere Prodi invece di Bertinotti o un altro. Non solo: nella Margherita è fortissima la tentazione di andare alle primarie e, zitti zitti, votare per il leader di Rifondazione Comunista. Il partito di Francesco Rutelli avrebbe tutto da guadagnare da una sovraesposizione di Bertinotti alle primarie. Siamo nel campo delle cattiverie, ma la politica è fatta anche di simili perfidie. Non a caso i Ds, che a differenza di Prodi sanno come funzionano simili cose, hanno già detto che Prodi può ritenersi soddisfatto se riesce a raccogliere il 50% + 1 dei voti delle primarie. Il che, se Bertinotti dovesse prendere almeno il 30%, sarebbe comunque già una sconfitta morale colossale per il Professore, e darebbe a Berlusconi modo di dire (a buon diritto) che a sinistra un elettore su tre è comunista.
Il premier, invece, può contare sul supporto incondizionato dell'intero elettorato forzista e sulla simpatia di molti elettori di An (in misura minore anche di Lega e Udc), che lo preferiscono ai loro stessi leader. Lui trabocchetti non se ne può attendere. Non ha un partito ben radicato sul territorio, a differenza di Fini, Casini e dei leghisti. Ma, quanto a capacità di mobilitare gli elettori al suo appello, almeno quelli che gli sono fedeli, non è secondo a nessuno.
Che riesca a prendere più voti, in percentuale, di quanti ne prenderà Prodi è quindi probabile. La sfida, a questo punto, diventa prendere più voti in assoluto del suo sfidante alle politiche, in modo da presentarsi alle elezioni di primavera potendogli dire «io ti ho già battuto» e «per me hanno votato 9 elettori della Cdl su 10, per te nemmeno 6: io la mia coalizione la tengo in pugno, tu sei ostaggio dei comunisti». E questo è l'altro motivo per cui Berlusconi, in queste ore, sta studiando come convincere gli elettori della Cdl, geneticamente più riluttanti, a votare alle primarie. Ovviamente per lui. Se arriverà sino in fondo, ci sarà da divertirsi. Finalmente.

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giovedì, settembre 22, 2005

Il ministro di Repubblica

Premesso che il governo puzza di morto e che sotto Finanziaria al novanta per cento cadrà, ecco, fatta questa piccola premessa, l'addio di Domenico Siniscalco non è una brutta notizia. Il ministro torinese (vedi Fiat) tanto caro a Confindustria, il ministro che ogni due giorni metteva le sue dimissioni sul tavolo e rivendicava il suo non essere politico come un marchio di verginità, ha sbattuto la porta di palazzo Chigi e, girato l'angolo, ha dato la notizia a Ezio Mauro, direttore di Repubblica, suo partito di riferimento, al quale ha detto di essere «scandalizzato» dal governo nel quale stava sino a mezz'ora prima. Al suo posto, dietro la scrivania che fu di Quintino Sella, si assisterà alla vendetta di Giulio Tremonti, forte stavolta dell'appoggio di Gianfranco Fini. Un ministro politico, che si assumerà responsabilità politiche per una Finanziaria politica. Tanto, con ogni probabilità entro poche settimane il governo cadrà. Tanto, con ogni probabilità sarebbe caduto comunque.
PS. Prima Renato Ruggiero, ora Siniscalco: le sòle che Torino passa a Berlusconi aumentano...

Sullo stesso argomento vedi anche: Walking Class

mercoledì, settembre 21, 2005

Tutte le bugie della sinistra sul mercato del lavoro

In Italia c'è una-cosa-una che funziona: è il mercato del lavoro. Merito della Legge Biagi, ma anche del cosiddetto "Pacchetto Treu" varato all'epoca dal governo dell'Ulivo e del quale la sinistra oggi si vergogna. I dati diffusi ieri dall'Istat, nella rilevazione relativa al secondo trimestre del 2005, dicono che il tasso di disoccupazione è sceso al 7,5% e che il numero degli occupati è arrivato a 22.651.000, in aumento di 213.000 unità - cioè dell’1% - rispetto allo stesso periodo del 2004. L’aumento del numero dei lavoratori nell’ultimo anno è il risultato della crescita dell’occupazione dipendente (+381.000 unità, pari al 2,4%) e del calo dei lavoratori indipendenti (partite Iva etc.), 168.000 in meno rispetto al 2004.
L'uso di una calcolatrice ci dice poi che, rispetto al secondo trimestre del 2001, cioè al momento del cambio di consegne tra il centrosinistra e il centrodestra, l'aumento degli occupati è stato di 1.183.000 unità, pari al 5,5%.
Siccome per la sinistra è intollerabile che qualcosa in questo Paese oggi vada meno che da schifo, subito dagli esponenti dell'opposizione e dai sindacalisti della Cgil è scattata la campagna di disinformazione, con tanto di corsa a chi la sparava più grossa per smontare la buona notizia. Delle due strade che aveva davanti l'Unione, partecipare alla festa rivendicandone (correttamente) parte del merito e negare che ci sia alcunché da festeggiare, ovviamente hanno scelto quella sbagliata, confidando nel fatto che tanto nessuno va mai a fare le pulci ai numeri.
Cesare Damiano, responsabile lavoro dei Ds, dice che «i dati resi noti dall'Istat confermano quanto abbiamo continuato a segnalare nel corso di questi anni: cresce l'occupazione, precaria, nel centro-nord e diventa sempre più difficile la situazione nel Mezzogiorno e, in modo generalizzato, quella dell'occupazione femminile».
Dice Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil: «Si conferma la fine del ciclo positivo iniziato a metà degli anni novanta, con una situazione sempre più drammatica nel Mezzogiorno e per l'occupazione femminile in generale».
Titola l'Unità: «Aumentano i contratti a termine. Dramma disoccupazione al Sud e per le donne».
Dunque: lavoro sempre più precario, sempre più donne emarginate dal lavoro, Sud messo sempre peggio. I tre luoghi comuni cari alla sinistra. Solo che sono tutti e tre luoghi comuni falsi.

Lavoro sempre più precario?
E' vero che ci sono sempre più lavoratori "precari", cioè assunti a termine? Certo che è vero: il loro numero aumenta, come aumenta quello di tutti gli occupati. E' vero che il lavoro in Italia è sempre più precario? No, perché il numero degli assunti con contratto a tempo indeterminato cresce, e aumenta più di quello dei "precari". Ad oggi i "precari" sono il 12,5% dei lavoratori dipendenti.
Lavoratori dipendenti "precari", cioè con contratto a termine nel secondo trimestre 2005: 2.048.000.
Lavoratori dipendenti con contratto a termine nel secondo trimestre 2004: 1.919.000.
Lavoratori dipendenti con contratto a termine nel secondo trimestre 2001: 1.639.000 (in questo caso il dato omogeneo non esiste, perché nel frattempo è cambiato il criterio di rilevazione, comunque la differenza è minima).
Se ne ricava che dal 2004 al 2005 il numero dei "precari" è aumentato di 129.000 unità, mentre dal 2001 al 2005 è aumentato all'incirca di 409.000 unità. Tenete a mente questi due numeri.
Lavoratori dipendenti "stabili", cioè con contratto a tempo indeterminato, nel secondo trimestre 2005: 14.473.000.
Lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nel secondo trimestre del 2004: 14.221.000.
Lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nel secondo trimestre del 2001: 14.020.000 (anche qui il dato omogeneo, cioè calcolato con identica modalità, non esiste).
Se ne ricava che dal 2004 al 2005 il numero degli assunti con contratto "sicuro", cioè a tempo indeterminato, è aumentato di 252.000 unità, mentre dal 2001 al 2005 è aumentato all'incirca di 453.000 unità. Dunque, non solo i posti di lavoro "precari" non sono stati creati a discapito di quelli "stabili", ma non ne hanno nemmeno impedito la crescita, che è stata addirittura superiore a quella dei contratti a tempo determinato. A dimostrazione che il lavoro “flessibile” non blocca la crescita di quello stabile, anzi spesso lo aiuta.

Donne sempre più emarginate dal lavoro?
Una bufala. Il numero delle donne che lavorano nel secondo trimestre del 2005 è stato pari a 8.855.000, in aumento di 77.000 unità rispetto al 2004 (+0,9%) e di 653.000 unità (+6,8%) rispetto al luglio del 2001. Quindi, rispetto all'andamento dell'intero mercato del lavoro (+5,5% nel giro di quattro anni), in questi quattro anni l'occupazione delle donne è cresciuta, in media, 1,3 punti percentuali in più. A sinistra sostengono che se la disoccupazione scende lo si deve solo all'effetto statistico prodotto dalle donne che smettono di cercare lavoro, e quindi sono escluse dal conteggio ufficiale dei disoccupati: torna comodo, perché dà l'idea di un Paese ormai depresso, abbandonato a se stesso che si chiude in casa per lasciarsi morire. A parte l'evidente malafede (se gli italiani stanno alla fame nera come ci vuole far credere la sinistra, si presume facciano di tutto per cercare un lavoro, invece di tirarsi indietro) questo, ovviamente, non spiega come mai i posti di lavoro delle donne siano in aumento.

Sud messo sempre peggio?
E' la bugia più subdola. A sinistra vale il principio per cui se un povero vince una Ferrari e un altro povero ne vince dieci, la situazione del primo è peggiorata perché il suo divario dal secondo si è accresciuta. Stesso discorso. Perché l'occupazione al Sud, in questi anni, non solo non è diminuita, ma è aumentata. Non come al Nord, molto meno, ma è comunque cresciuta. E quindi si sta meno peggio di prima.
Nelle regioni del Mezzogiorno si contavano 6.461.000 occupati nel secondo trimestre del 2005; 6.443.000 nel secondo trimestre del 2004; 6.363.000 nel secondo trimestre del 2001. Dunque, nell'ultimo anno nel Sud si sono creati 18.000 nuovi posti di lavoro (+0,3%), mentre negli ultimi quattro anni i nuovi contratti sono stati 98.000 (+1,5%).

La favola degli immigrati
Non basta. Dice la Cgil: «La stessa lieve crescita dell'occupazione sembra più dovuta al forte aumento della popolazione immigrata regolarizzata, che non ad altro». Da notare il "sembra", a ulteriore esemplificazione di quelle che Karl Popper chiamava "ipotesi ad hoc". E da notare anche il «lieve»: a colpi di 200.000 nuovi occupati l'anno, nel giro di una legislatura fai un milione di posti di lavoro, cioè esattamente quello che per la sinistra non sarebbe mai potuto accadere. Ora, delle due l'una. O questo governo nell'ultimo anno è riuscito davvero a togliere dalla clandestinità e far trovare un lavoro regolare a oltre 200.000 immigrati, numero che sale a oltre un milione se si fa il conto dall'inizio della legislatura a oggi. E allora siamo davanti al più grande caso di integrazione della storia mondiale, e la sinistra farebbe bene ad applaudire al governo e a smettere di piangere sui poveri immigrati disperati (ma a sinistra non dovrebbero essere felici se gli immigrati trovano un lavoro regolare?). Oppure non è vero, e allora quei posti di lavoro sono in buona parte andati agli italiani. E allora tutte le cose che hanno detto ieri sono solo scuse buone per nascondere agli elettori la verità. Farebbero bene a mettersi d'accordo con se stessi.

    Ricapitolando
    Vogliono farci credere che in Italia va sempre peggio, che la situazione è «sempre più drammatica» anche sul fronte del lavoro: occupazione più precaria, donne sempre più emarginate, Sud sempre più indietro. Ma non è così. Anche se alla sinistra dispiace, il numero dei posti di lavoro aumenta: sia di quelli "precari" sia di quelli "stabili", che in valore assoluto aumentano di più. Le donne partecipano sempre più al mercato del lavoro, anche se non quanto sarebbe auspicabile. E il Mezzogiorno continua a muoversi: lo fa col suo passo da lumaca, ma almeno si muove nel verso giusto, e questo nel dopoguerra non sempre è accaduto.
    Ma soprattutto, quello che non ci spiegano è: se la situazione è così drammatica oggi, come vogliamo definire quella di quattro anni fa, all'epoca in cui la sinistra fu costretta dagli elettori ad abbandonare palazzo Chigi, quando c'erano più disoccupati, meno occupati, meno lavoratori assunti a tempo indeterminato, meno donne che lavoravano e meno posti di lavoro nel Mezzogiorno?

    Qui si scarica il comunicato Istat relativo all'occupazione nel secondo trimestre del 2005 (formato Pdf).
    Qui si scarica il comunicato Istat relativo all'occupazione nel secondo trimestre del 2004 (formato Pdf).
    Qui si scarica la serie storica dei dati sul lavoro degli anni precedenti (formato Excel).

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    martedì, settembre 20, 2005

    Silvio, fa' qualcosa per la destra

    di Fausto Carioti
    Che Silvio Berlusconi voglia iscrivere il suo nome sui libri di Storia come uno dei grandi d’Italia non è una novità. Di nuovo, come spiegato su Libero di domenica, c’è che, per riuscirci, in caso di sconfitta alle prossime elezioni conta di creare una fondazione con la quale costruire ospedali in giro per il Terzo mondo, seguendo l’esempio filantropico di tanti ex presidenti degli Stati Uniti. Ma se la sua scelta si limitasse a questo, Berlusconi dimostrerebbe un’enorme ingratitudine verso chi gli ha fatto vincere le elezioni del 1994 e del 2001: le idee. L’idea della supremazia dell’individuo sullo Stato, l’idea del libero mercato, l’idea della lealtà filoatlantica del Paese. Insomma, le idee della destra liberale.
    Che la cultura di destra in Italia sia in stato comatoso lo conferma l’invidia con cui guarda alla sedicente cultura di sinistra, la quale ristagna dai tempi di Antonio Gramsci, tanto che si vede costretta a riesumare salme dai cimiteri altrui (di volta in volta Luigi Sturzo, Karl Popper, Bettino Craxi) pur di mettere in fila qualche nome “nuovo”. Se per fare una citazione in inglese (i pochi che lo sanno) a sinistra non trovano niente di meglio del neo-luddista Jeremy Rifkin, vuol dire che sono messi davvero male. Solo a destra sono messi peggio.
    Eppure negli Stati Uniti nessuno mette in dubbio che il pensiero politico dominante, oggi, sia a favore del libero mercato, della riduzione delle imposte e di una forte difesa nazionale. Tutti temi sui quali in Italia manca una decente riflessione laica e liberale. La colpa è di chi quelle idee ha i soldi per finanziarle e non lo fa. Berlusconi a tutt’oggi è il principale editore della sinistra italiana. Dalle sue tipografie, per dirne alcuni, sono usciti i libri anti-americani di Michael Moore e quelli anti-globalizzazione di Jeremy Rifkin e Joseph Stiglitz (oltre al libro di Massimo D’Alema, nettamente il più a destra del quartetto). Le sue televisioni tutto sono tranne che uno strumento di diffusione delle idee liberali. Intendiamoci: Berlusconi fa benissimo a produrre qualunque cosa gli garantisca almeno un euro di guadagno. Ma fa male a non reinvestire una quota dei suoi profitti nella diffusione delle idee che gli sono care.
    Gli esempi non mancano. Iniziando da colei che il premier indica come uno dei suoi punti di riferimento: dal 1991 la Margaret Thatcher Foundation si batte per «promuovere la più ampia diffusione della democrazia, del mercato, della supremazia della legge e di una forte difesa nazionale». Vuole imitare i ricchi conservatori americani? Non ha che l’imbarazzo della scelta. Joseph Coors, uno dei più grandi produttori di birra, nel 1973 finanziò la nascita della Heritage Foundation, il pensatoio che sette anni dopo consegnò a Ronald Reagan, appena arrivato alla Casa Bianca, una bozza di programma di governo: delle 2.000 proposte contenute, quasi due terzi furono adottate dall’amministrazione Reagan. John Merrill Olin, industriale della chimica, tramite la fondazione che porta il suo nome ha finanziato tutti i principali pensatori e “pensatoi” conservatori. Grazie ai suoi soldi nomi come Samuel Huntington e Michael Novak e istituzioni come il neo-con American Enterprise Institute e il libertarian Cato Institute hanno potuto trasmettere le loro idee a milioni di americani (e non solo).
    Sinora, Berlusconi non ha dato alcun segnale di voler fare qualcosa di simile. Vale la pena di ripetergli l’invito già fattogli dalla rivista Ideazione, a firma di Christian Rocca: «Perché non tenta di rivoluzionare il nostro Paese fin dalle fondamenta, specie ora che s’è accorto che da solo non ce la può fare e che nella stanza dei bottoni i bottoni non ci sono? Perché non comincia a finanziare think tank seri?». Gli ospedali per il Terzo mondo sono una cosa bellissima, ma se Berlusconi non vuole che i libri di storia che parleranno di lui siano solo quelli scritti dai «soliti comunisti», deve prima sconfiggerli sul piano culturale. Mano al portafogli, quindi.

    © Libero. Pubblicato il 20 settembre 2005 col titolo "Macché ospedali, Silvio faccia l'editore di destra".

    lunedì, settembre 19, 2005

    Andrea Camilleri, magistrato del popolo

    Dittatura della maggioranza? Magari. Questi non sanno nemmeno cosa succede in casa propria, non lo capiscono, figuriamoci fare i dittatori. L'ultima conferma arriverà giovedì in prima serata su RaiUno, con l'invettiva del Salvo Montalbano interpretato da Luca Zingaretti contro i suoi "colleghi" poliziotti coinvolti nel processo per i fatti del G8 di Genova. La frase del commissario ce la riporta il Corriere della Sera: «Ad assaltare la scuola, in quella caserma, a fabbricare prove false, false! Non c'è stato qualche agente isolato, ignorante, violento... no! C'erano questori, vicequestori, capi della Mobile e compagnia bella». Per concludere: «La lordìa è qui, nella polizia».
    Tutto questo senza che sia stata emessa alcuna condanna definitiva nei confronti di chiunque: anche se i telespettatori dello sceneggiato non lo sapranno mai, il processo ai 28 agenti entrerà nel vivo solo a metà ottobre. Ma per allora il linciaggio in prima serata sarà già andato in onda. Alla faccia dell'articolo 27 della Costituzione, uno dei pochi dotati di senso, per cui «L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». Fossimo nei colleghi (veri) di Montalbano ci incavoleremmo di brutto.
    Poi, siccome Andrea Camilleri è fazioso ma è mille volte più intelligente dei dirigenti Rai che dovrebbero fargli le pulci, lo scrittore, che è anche sceneggiatore della fiction tratta dai suoi libri, li ha saputi fare fessi alla grande. Nel romanzo c'è un'invettiva particolarmente dura contro il governo Berlusconi? Nessun problema, lui l'ha tolta. Facile immaginare la soddisfazione dei dirigenti da cui dipende il contratto di Camilleri. Ma chi se ne frega se viene tolta la frasetta antiberlusconiana, se poi al magistrato del popolo Camilleri è concesso di emettere pubblica condanna di presunti innocenti (tali sono tutti quelli che non sono stati condannati) davanti a qualche milione di telespettatori.

    Islam, vedi alla voce "Enciclopedia del Corriere"

    (Aggiornamento: mi dicono che qualche buontempone ha inserito questo post su Indymedia a mio nome. Bene: anche se il contenuto mi riferiscono essere corretto, non sono stato io a pubblicarlo su Indymedia. Né mi pare un'idea intelligente. Per dovere di cronaca).

    Mettete che, tra qualche anno, la maestrina dia a vostro figlio un tema tipo "Noi e l'Islam". Mettete che vostro figlio scriva di un Occidente colpevole e «connivente» con Israele, di un 11 settembre che va «contestualizzato», perché, «dopo secoli di dominazione coloniale e sfruttamento economico», il risentimento degli islamici «è comprensibile». Mettete che vi chiuda il tema con un pistolotto sul crocifisso che andrebbe tolto dagli uffici pubblici italiani, perché urta la sensibilità di chi professa altre religioni. Ecco, se succede tutto questo, babbo, mamma, la colpa è solo vostra. Perché lo scorso marzo avete comprato l’enciclopedia della “Storia Universale” abbinata al Corriere della Sera, prezzo euro 12,90 a volume, e l'avete messa sugli scaffali della libreria senza manco sfogliarla, fidandovi del fatto che, con un nome simile, direttore responsabile Paolo Mieli, certe bischerate non le avreste mai trovate. Avete fatto male.
    Perché in quel ventottesimo volume, dedicato al mondo musulmano, dall'apparenza tanto innocua, ogni evento è narrato secondo la versione più cara alla propaganda islamica e marxista. Per spiegare l’ostilità degli arabi verso l’Occidente l’autore ricicla la vulgata terzomondista secondo cui la responsabilità della disparità economica tra il Nord e il Sud del pianeta «va ricercata anche, se non esclusivamente, nell’esperienza coloniale e nei suoi strascichi». Dimenticando che non è stato certo il colonialismo a rendere poveri quei Paesi, dove fame e migrazioni sono retaggi millenari, e che molti Stati, come l’India, sono usciti commercialmente e tecnologicamente rafforzati dal giogo dei colonizzatori.
    E ancora. La nascita dello Stato d’Israele, nel 1948, suscita un’opposizione araba e islamica che, secondo chi ha scritto il libro, è «naturale e comprensibile». Comprensivo anche con i Paesi islamici che vietano le pratiche delle altre religioni, il libro preferisce scagliarsi contro gli organi dello Stato italiano «che continuano a consentire l’ostensione di simboli religiosi in scuole, ospedali, commissariati e tribunali, ignorando la possibilità che crocifissi e immagini di santi urtino la sensibilità di chi professa religioni diverse da quella che non è più ufficialmente “di Stato”, ma per molti funzionari è come se lo fosse».
    La democrazia israeliana e la tirannide di Saddam Hussein finiscono sullo stesso piano: «Legittime e comprensibili sono le ricorrenti accuse all’Occidente di usare due pesi e due misure. Linea dura contro Saddam Hussein, […] linea morbida fino alla connivenza con lo Stato di Israele, che di risoluzioni dell’Onu ne ha violate o ignorate altrettante». E anche se fosse vero che la maggioranza dell’Islam fosse ostile all’Occidente, come sembrano attestare i festeggiamenti in vaste parti del mondo musulmano dopo gli attentati dell’11 settembre, il volume uscito in abbinamento col Corriere sostiene che, «dopo secoli di dominazione coloniale e sfruttamento economico, discriminazione e razzismo più o meno esplicito, il risentimento è», tanto per cambiare, «comprensibile».
    Ovviamente, manco una parola, ad esempio, sul fatto che il terrorismo islamico ha saputo mettere radici solide solo nei Paesi resi più ricchi dai soldi occidentali e che, dei 19 attentatori dell’11 settembre, ben 15 provenivano dalla ricca Arabia Saudita, mentre il loro leader, Osama Bin Laden, è l’erede miliardario di un’opulenta dinastia saudita. Altro che sfruttamento.
    Ovviamente c'è un perché. I responsabili della Rizzoli hanno comprato in blocco dalla Laterza i diritti per i volumi necessari a mettere insieme un'enciclopedia. E nessuno di loro, primo tra tutti Mieli, ha avuto tempo e voglia di leggere riga per riga i libri oggetto del contratto. Comprensibilmente.
    Eppure sarebbe bastato leggere il nome dell’autore del volume sull'Islam per capire dove sarebbe andato a parare. Pier Giovanni Donini, scomparso nel 2003, era noto nel suo ambiente come uno degli islamisti più schierati. Nel maggio del 2004 "Liberazione", il quotidiano di Rifondazione comunista, recensendo proprio il suo libro sul mondo islamico uscito postumo per Laterza in quei giorni, definì Donini una «indimenticabile figura di studioso del mondo arabo-islamico e di intellettuale militante, impegnato in prima persona da comunista nella solidarietà attiva con i popoli di quel mondo». Il suo libro, che la Rizzoli ha ripubblicato integralmente trasformandolo nel ventottesimo volume della "Storia universale" abbinata al Corriere, è definito «il risultato di una vita di studio e militanza».
    Insomma, babbo e mamma, avevate comprato un volume dall'aspetto persino grigio, fidandovi del marchio di qualità di quello che dovrebbe essere il quotidiano di riferimento della borghesia moderata e conservatrice italiana (scusate, mi viene da ridere) e vi siete ritrovati in casa la summa del pensiero di un bravo intellettuale e militante comunista. Cioè uno che può valere la pena di leggere se sai come la pensa, una volta indossati i dovuti filtri. Ma l’ultimo da pubblicare in un’opera rivolta ai più giovani, come un’enciclopedia, che si presume imparziale e libera da pregiudizi ideologici. Babbo, mamma: così imparate.

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    domenica, settembre 18, 2005

    Le regole della casa

    Questo blog non è terra di nessuno. E' mio. La terra su cui l'ho costruito appartiene ai signori di Blogspot (thank you guys), ma le fondamenta, le mura, i tappeti, i quadri e tutto il resto li ho scelti io. E' casa mia e io sono responsabile di ciò che vi accade.
    Siccome è casa mia, le regole le decido io e d'ora in poi saranno sempre presenti sulla home page. Per le tre categorie di visitatori che capitano da queste parti, d'ora in poi vigono tre tipi di regole diverse.
    1) Quelli che vengono qui per leggere senza intervenire, o per commentare, applaudire, mugugnare, criticare e contestare (senza offendere nessuno). Sono la stragrande maggioranza e, va da sé, sono i benvenuti. Pure i più duri nelle critiche: la zuffa mi piace. Come dice il pusher di Pulp Fiction: «Mi casa es su casa».
    2) Quelli che si presentano per insultare gli altri ospiti del blog. Tolleranza zero. Raus. Sbattuti fuori appena escono allo scoperto. Non posso tollerare che chi è ospite in casa mia sia offeso da chicchessia. I loro commenti saranno subito cancellati e, se l'offeso lo richiede, il numero del loro IP consegnato all'interessato (la visualizzazione del numero IP degli ospiti del sito è uno dei tanti fantastici servizi offerti da StatCounter). Chi non è d'accordo può rivolgersi al Garante della Privacy.
    3) Quelli che si presentano per insultare il sottoscritto. Se entro in casa di qualcuno e lo offendo la mia permanenza è legata alla clemenza del padrone di casa. Qui funziona allo stesso modo: dipende da come mi gira. Sinistri depressi che mi mettono sulla penna cose che non ho mai scritto; no global masochisti in cerca di qualcuno che li umili; antiberlusconiani con la bava alla bocca pronti a mettere al rogo chiunque non voglia impiccare Berlusconi al palo del benzinaio di piazzale Loreto; sedicenti giornalisti che si permettono di insultarmi per il semplice fatto che non la penso come loro e frementi di darmi lezioni di deontologia senza avere nemmeno letto bene i post e privi di rispetto per se stessi al punto da non avere la dignità di mettere la firma su ciò che scrivono: di solito questo campionario di umanità varia mi diverte e/o ispira compassione, e quindi li lascio fare. E' quello che ho fatto sinora. Ma non escludo di comportarmi diversamente, qualora ne avessi voglia. Forse perché uno è stato più villano del solito, o perché la Juventus ha preso un gol di troppo, o per qualunque altro motivo: non sono tenuto a dare alcuna spiegazione a chi è venuto a fare il cafone in casa mia. Mi ritengo libero di cancellare in qualunque momento i loro commenti e, in casi assolutamente estremi, di consegnare il numero del loro IP alla polizia postale. Così come sarei libero di fare se qualcuno entrasse dentro casa mia e iniziasse a insultarmi.
    Mi pare di essere stato chiaro. Benvenuti, o bentornati, a tutti quelli della categoria 1: «Mi casa es su casa».

    sabato, settembre 17, 2005

    Un'ottima occasione per dire "No" a Ciampi (ricordando Omnitel)

    Per carità, nessuna sorpresa: lo sanno anche i sassi che da qui al voto Carlo Azeglio Ciampi farà il possibile per dare una mano all'Unione e al suo amico Romano Prodi. Però l'intervento con cui, di fatto, ha chiesto a governo e maggioranza di accantonare il progetto di riforma elettorale perché occorre «impiegare i pochi mesi che ci separano dalla fine della legislatura per dare risposta ai problemi più urgenti della società» è importante, perché segna l'entrata in campo del Quirinale nella partita elettorale, a fianco del suo schieramento naturale.
    Silvio Berlusconi e la Cdl non hanno preso bene il discorso di Ciampi: un intervento così di parte era atteso, ma tra qualche mese. Però abbozzano e stanno zitti: la parola d'ordine è quella di non far incavolare il presunto arbitro, costi quel che costi. A ulteriore conferma che la denuncia di Renato Brunetta a Gubbio («Basta con Gianni Letta, Ciampi e Gifuni. Basta con le mediazioni. Forza Italia deve tornare a fare politica a viso aperto») era sacrosanta: governo e maggioranza vivono sotto lo schiaffo perenne di Quirinale, tecnici e poteri forti.
    Eppure cose da dire a Ciampi ne avrebbero. Ad esempio che non sta a lui dettare l'agenda alle Camere e all'esecutivo. I suoi compiti non lo prevedono in alcun modo: anche in caso di messaggio alle Camere (e non è questo il caso) il limite che non può valicare è la sovranità popolare, della quale Parlamento e governo sono espressione, a differenza di lui. Non sta certo a lui, ma alla maggioranza degli eletti dal popolo decidere quali sono «i problemi più urgenti della società» cui cercare di dare una soluzione in Parlamento. Lui che, detto per inciso, nella sua vita non si è candidato nemmeno a una elezione per amministratore condominiale.
    Potessero parlare, quelli della Cdl gli risponderebbero che la Costituzione non vieta da nessuna parte di cambiare la legge elettorale a ridosso del voto, e siccome Ciampi e i suoi amici di sinistra citano a la Costituzione come Ratzinger fa col Vangelo, le loro proteste non hanno alcun fondamento istituzionale, ma si basano solo sulla semplice paura di perdere.
    L'intervento di Ciampi va quindi letto per quello che è: un esercizio di moral suasion, vale a dire una felpata minaccia alla maggioranza e al governo di lasciar perdere ogni velleità di riforma della legge elettorale se non vogliono trovarselo contro, e di brutto, nei mesi che restano per arrivare al voto.
    Di buono, c'è che ora Berlusconi dovrà scegliere: o abbozza anche stavolta, o tira dritto fregandosene del Quirinale (come intende fare). Vale quasi la pena di tornare al proporzionale (che non è il demonio) solo per togliersi il gusto di vedere la Cdl mettere per una volta gli attributi sul tavolo e chiudere l'epoca delle mediazioni a tutti i costi con Ciampi e gli altri inquilini dei salotti buoni. Mediazioni che sono l'esatto contrario della politica.

    Post Scriptum. Ma nel 1994 faceva parte dei «problemi più urgenti della società» anche la scelta del secondo gestore di telefonia mobile, decretata dal governo Ciampi il 27 marzo con una convocazione a sorpresa del consiglio dei ministri a seggi elettorali ancora aperti, quando già gli exit polls davano per certa la vittoria del neonato Polo delle Libertà? Era così vitale per il Paese assegnare in modo tanto irrituale la licenza di operatore Gsm al consorzio Omnitel-Pronto Italia guidato dal suo amico Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, che si presentava contro una cordata di cui faceva parte lo stesso Berlusconi? Sono queste le priorità cui si riferisce il Quirinale?

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    venerdì, settembre 16, 2005

    La Casa dei morti viventi 3: Nightmare Veltroni

    In qualunque altra democrazia del mondo i politici che hanno le carte in regola fanno a pugni per candidarsi a guidare il municipio della capitale. Perché la carica di sindaco della città-simbolo del Paese è una delle più prestigiose e, giustamente, è vista come un'occasione eccezionale per mettersi alla prova davanti agli elettori in vista di incarichi più alti, compresa la stessa guida del governo. In Italia non funziona così. Almeno per il centrodestra.
    La Cdl romana fa così pena, è tanto convinta della sconfitta sanguinosa che la attende che, invece di contendersi la candidatura, fanno a gara per schivarla e offrirla a qualcun altro. L'alleato che ti sta sulle scatole, il tecnico piovuto dalla Luna, il vicino di banco delle elementari: chiunque va bene, l'importante è che il compito di sfidare il sindaco uscente, Valter Veltroni, non tocchi a noi.
    Per capirsi. Forza Italia è divisa tra chi propone l'odiato Marco Follini (Udc) e chi vorrebbe affidare la rogna a Francesco Storace (An). L'Udc replica che una candidatura di Follini non sta né in cielo né in terra. Gli uomini di Storace rispondono che Forza Italia deve farsi gli affari suoi e non si deve permettere di candidare esponenti di altri partiti. Così An e Forza Italia timidamente avanzano il nome di Mario Baccini, anch'egli Udc, il quale ringrazia per l'onore, spiega che non ci pensa nemmeno e fa gli auguri a chi si candiderà.
    Eppure sono tutti bravi a battere i pugni sul tavolo e mandare messaggi minacciosi a Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini quando si tratta di chiedere una poltrona da ministro o due da sottosegretario. Tutti giurano che l'elettorato della Cdl a Roma, la mitica "base", è con loro ed è pronta a rivoltarsi se quanto richiesto non viene concesso. Ma quando si tratta di mettere gli attributi sul tavolo e sporcarsi le mani per sfidare un candidato forte come l'attuale sindaco (stiamo parlando dell'essenza stessa della democrazia, insomma) tutti se la fanno addosso.
    Certo, non è escluso che uno alla fine uno dei nomi sopra si candidi. Ma lo farà solo dopo aver ottenuto adeguate contropartite. Detta alla romana: «Io vado là a perde, ma voi in cambio che me date?». Questo è il livello del dibattito in corso. Se non si troverà una compensazione politica all'altezza per i pesci grossi, si passerà alle seconde file o a candidature lunari tipo quella di Antonino Zichichi. Che non c'entra un menga, ma appunto per questo può andare incontro al massacro senza che nessun partito ci perda la faccia. Il bello è che poi si chiedono perché la gente non li va più a votare.

    See also: La Casa dei morti viventi e La Casa dei morti viventi 2 (featuring Romano Prodi)

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    giovedì, settembre 15, 2005

    Matrix Formatted (ovvero: chiunque al posto di Mentana sarebbe già stato mandato a casa)

    A me ha fatto dormire, ma il punto non è questo. Il punto è il mercato, unico parametro valido per una rete commerciale. Cioè lo share, cioè quanta gente Enrico Mentana riesce a interessare al suo programma. Il punto è il trend, cioè la serie storica dello share delle quattro puntate andate in onda sinora. Il punto è che Matrix, che può contare su una redazione e una produzione ricchissime, è partita maluccio e da allora è andata peggiorando. Il punto è che se fosse stato condotto da chiunque altro - chessò, Paolo Liguori - il programma a) non sarebbe stato "spinto" in questo modo sfacciato dalla rete e dall'azienda e b) a parità di risultati il suo conduttore sarebbe già stato mandato a casa.
    Prima puntata, 5 settembre. Matrix fa il 23,29%. Per la rete ammiraglia di Mediaset non è un successo. Specie con tutta la promozione di cui ha goduto il programma (copertine dei settimanali, promo, interviste etc). "Migliorerà", dicono a Mediaset.
    Seconda puntata, 7 settembre. Non migliora. Anzi, va peggio. Fa il 19.97% di share.
    Terza puntata, 9 settembre. Salta. La mortivazione ufficiale sono divergenze con la rete sull'orario di messa in onda.
    Quarta puntata, 12 settembre. E' il giorno del primo confronto con Vespa. Chicco ne esce a pezzi: Matrix fa il 17,10% di share, Porta a Porta fa il 23.53%.
    Quinta puntata, 14 settembre. Dovrebbe essere l'occasione del grande recupero. Matrix può contare sul "traino" della partita di Champions League che vede protagonista la Juventus, il che vuol dire che inizia ad andare in onda potendo già contare su un 25% di share (ci sono conduttori che pagherebbero per avere una simile fortuna). Sandro Piccinini, telecronista della partita, ogni cinque minuti raccomanda ai telespettatori, al termine della partita, di non cambiare canale e vedersi Matrix. Obbedisce a un ordine di scuderia: vuol dire che Mediaset sta spingendo Mentana in tutti i modi. Ma Chicco scende sempre più giù: stavolta fa il 15.06%, mentre Porta a Porta, su Raiuno, fa il 19.59%. Eppure il programma che precedeva Matrix, cioè Bruges-Juventus, ha realizzato il 28,27% di share, mentre il film prima di Porta a Porta ha racimolato appena il 15,22%. Tradotto: Mentana ha perso ascoltatori rispetto a quelli ricevuti "in dote" dalla rete, Vespa ne ha guadagnati.
    Tirando le somme. Il Tg5 senza Mentana regge bene la sfida, Mentana senza il Tg5 cola a picco. Ma allora, era Mentana a fare grande il Tg5 o erano il Tg5 e Mediaset a fare grande Mentana?

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    mercoledì, settembre 14, 2005

    Intanto i Ds applaudono all'Afghanistan "amerikano". Aspettando l'Iraq

    Non date retta alla copertina, con quel titolo - “Le bimbe di Kabul” - che fa tanto rapporto annuale di organizzazione non governativa femminista stampato su carta riciclata. E non fatevi ingannare manco dal nome dell’autrice, Elena Montecchi, oggi vicecapogruppo Ds alla Camera e ai tempi dell’Ulivo sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il libro appena scritto dalla deputata dalemiana in realtà è uno spot contro il «medio evo» islamico e in favore di quel tanto di buono che la coalizione creata dagli Stati Uniti è riuscita a realizzare a Kabul e dintorni dopo che i B-52 hanno raso al suolo i covi dei talebani. Soprattutto, quelle 120 pagine sono uno spot in favore di quel gran figone di Hamid Karzai, presidente afghano che - possiamo scriverlo senza tema di smentita - ha fatto breccia nel cuore della bella parlamentare.
    Le qualità morali, innanzitutto (a sinistra, come noto, sono più interessati alla bellezza interiore). Karzai, scrivono le biografie ufficiali che la Montecchi si è studiata con cura (per fortuna qualcuno si ricorda ancora dei metodi rigorosi insegnati alle Frattocchie), è infatti «sposato con una sola moglie e senza figli». È un particolare importante, spiega la deputata: significa «che la sua coppia è sterile, ma la sua scelta non è stata quella di ripudiare la moglie (usualmente i pregiudizi fanno ricadere sulle donne l’accusa di sterilità) né di sposare altre donne». Se ancora c’erano dubbi, l’incontro li toglie tutti. «Osservando il suo incedere e il suo abbigliamento non si può negare il fascino che colpisce gli occidentali. È elegante, pur indossando un semplice maglione grigio, pantaloni e giacca neri. Sulle spalle tiene appoggiato il discusso mantello che simbolicamente ricorda le coperte nomadi. È verde, a righe bianche, ed è orlato di rosso. Karzai con una mano stringe il famoso cappello a bustina che sembra confezionato con una pelliccia di astrakan». Sospiro: «Immagino che Calvin Klein pagherebbe con oro pesante un testimonial come lui!». Il mancato modello parla «con voce e modi affabili», mentre beve il tè in tazze di fine porcellana «il suo viso è illuminato da antichi lampadari di gusto italiano». E poi ha un feeling tutto speciale con le donne, anche in politica: «Da quanto ho appreso nelle conversazioni informali», scrive la sua esegeta, Karzai «sostiene le candidature femminili indipendenti». Le donne apprezzano, tanto che il 40% di loro ha votato per lui.
    Galeotto fu il mantello e chi lo indossò. Perché dopo l’incontro con Karzai e le sue donne la Montecchi rimette inconsciamente in discussione l’intera politica dei Ds nei confronti dell’Islam. Si inizia con un bel mea culpa per ciò che non è stato fatto nei confronti dei talebani: «Prima dell’11 settembre», racconta alle donne afghane, «ci siamo mobilitate troppo tardi e con troppa superficialità per denunciare al mondo la vostra condizione di oppresse dai Talebani. E il burka era il simbolo della vostra oppressione». Meglio tardi che mai. Si tira avanti attaccando nientemeno che Pino Arlacchi, il professore diessino che Botteghe Oscure aveva spedito all’Onu a fare il direttore dell’ufficio antidroga. Arlacchi, che ha trattato con i talebani e riempito di soldi i coltivatori afghani di droga per convincerli a cambiare mestiere, va in giro a dire che grazie a questa sua idea l’oppio è stato «spazzato via» dall’Afghanistan (testuale: «Siamo orgogliosi di questo risultato»). Ma ci pensa la sua compagna di partito, ormai illuminata da Karzai, a rimetterlo in riga: il progetto varato dalle Nazioni Unite, scrive la Montecchi senza fare il nome di Arlacchi, tanto si sa benissimo con chi ce l’ha, «non fu mai reso operativo dai Talebani, nonostante nel 1997 essi lo avessero negoziato con l’Agenzia dell’Onu». Di più: «Il regime talebano è stato decisivo per lo sviluppo della produzione e per la libera circolazione dell’oppio». Con tanti saluti ad Arlacchi.
    La ciliegina è nelle ultime pagine: «Possiamo anche pensare e dire che la democrazia non la si esporta con le baionette. Ma è giusto che, sia in funzione della sicurezza internazionale sia in funzione della difesa dei più deboli, si operi perché la democrazia si espanda? Io credo di sì». Anche perché la democrazia porta con sé la globalizzazione, quindi il benessere: «È ormai evidente (…) che l’espansione della democrazia e dei diritti civili e sociali rappresenta un fattore positivo per l’economia, non solo a livello internazionale, con lo sviluppo dei commerci e l’abbattimento del protezionismo più becero, ma anche all’interno dei singoli Paesi». Da notare la finezza semantica politicamente corretta: la diessina sta sempre attenta a scrivere che la democrazia si «espande», non si «esporta». Imbarazzo comprensibile, facilmente perdonabile. Porte in faccia, poi, a quel relativismo «che accetta le altre culture, tutte le culture come equivalenti e per questa via rischia di giustificare situazioni realmente intollerabili, dal punto di vista della dignità delle persone e dei diritti concreti delle minoranze etniche e religiose». La prosa è un po’ opaca, ma il senso è limpido: vuol dire che alcune culture, quanto a rispetto dell’uomo (cioè il parametro migliore per valutarle) sono inferiori alle altre, e che l’Islam è tra queste.
    Del resto, nelle prime pagine del libro, la Montecchi descrive così il suo scalo a Dubai: «Mi pare di avere incontrato il Medio Evo a cristalli liquidi». Giudizio più che confermato a Kabul, dove il residuo più visibile dell’era talebana è «il maschilismo malizioso e violento» e dove, quando comandavano quelli che gli americani e i loro alleati hanno cacciato via a colpi di bombe “tagliamargherite”, «un pauroso tsunami di maschilismo e sessuofobia si è abbattuto sulle donne e sulle bambine, cancellando quel po’ di istruzione, di salute e di diritti garantiti da una contraddittoria nazione islamica e multietnica». Ma perché, allora, quando lo dice Silvio Berlusconi che l’Islam è indietro di secoli, invece di applaudire a sinistra si incavolano tanto?
    Post scriptum. Si accettano scommesse su ciò che scriveranno tra quattro anni i Ds sulla nascente democrazia irachena.

    © Libero. Versione estesa dell'articolo «La diessina stregata da Karzai "l'americano"», pubblicato il 14 settembre 2005.

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    Katrina, ecco come sono state manipolate le parole di Bush

    Stanno provando a venderci la storia che Bush si è assunto tutta le responsabilità dei morti dell'uragano (effetto serra compreso?). In piena coerenza con quanto hanno fatto sinora. Prima ci hanno detto che tutte le colpe sono di Bush. Poi, appena il presidente degli Stati Uniti parla, si aggrappano alle sue parole per farci credere che Bush dà loro ragione. E lo fanno col solito metodo dei gazzettieri alla vaccinara: prendendo da un discorso le frasi che a loro fanno più comodo, tagliandole come fa a loro più comodo e traducendole come fa a loro più comodo. Tanto, chi andrà mai a controllare il discorso di Bush?
    Ecco esattamente cosa ha detto George W.: «Katrina exposed serious problems in our response capability at all levels of government and to the extent the federal government didn't fully do its job right, I take responsibility». (Siccome è bene non fidarsi di nessuno, qui, sul sito del Washington Post, trovate il video del discorso di Bush). Questo vuol dire, alla lettera:
    1) Ci sono state colpe diffuse a tutti i livelli di governo (cioè, cari Caretto e Zucconi e antiamericani un tanto al chilo, a livello federale, statale e municipale);
    2) Per quanto riguarda le colpe del governo federale, esse ricadono sul sottoscritto.
    Un'ammissione tanto coraggiosa quanto banale, che però è anche una chiara chiamata in causa del governatore democratico della Louisiana, Kathleen Babineaux Blanco, e del sindaco democratico di New Orleans, Ray Nagin, per quanto riguarda le colpe dei loro governi (statale e municipale). Ripeto: ci sono stati errori «at all levels of government». Io, Bush, le mie responsabilità me le prendo; ora sta a voi, Blanco e Nagin, decidere cosa fare con le vostre.
    Ovviamente, i lettori della strana coppia Caretto & Zucconi (indovinate chi fa Stanlio e chi Ollio) tutto questo non lo sapranno mai. Caretto scrive che Bush «si è ieri improvvisamente assunto "la piena responsabilità" del ritardo dei soccorsi e degli intoppi burocratici che ancora li ostacolano». Zucconi scrive che Bush «accetta "la responsabilità" per l'umiliante fiasco di Katrina» e che il presidente americano «ha ammesso pubblicamente quello che tutti gli americani avevano visto. Che "il governo federale non ha saputo fare il proprio lavoro e io me ne assumo la responsabilità"».
    Fateci caso: nessuno dei due pubblica l'intera frase di Bush, in modo che il lettore possa farsi un'idea chiara. Tutti e due, guarda caso, ignorano il passaggio chiave del discorso, quello per cui Bush si assume la responsabilità «sino al limite in cui il governo federale non ha fatto bene il suo lavoro bene» («to the extent the federal government didn't fully do its job right»). Che messo, accanto alla frase per cui ci sono stati errori «at all levels of government» (cioè, appunto, federale, statale e municipale), vuol dire, né più né meno: noi che governiamo ai vari livelli siamo tutti colpevoli, ognuno si assuma le proprie responsabilità.
    Tra «la colpa è tutta mia» e «ognuno si prenda le proprie responsabilità» c'è una differenza abissale, innanzitutto dal punto di vista logico, ma soprattutto da quello politico. Differenza che i lettori di Corriere e Repubblica non potranno mai conoscere. Anche qui, niente di nuovo.

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    martedì, settembre 13, 2005

    Katrina, sondaggio chiuso: Bush assolto da 3.864 comunisti (e qualche liberale)


    Il sondaggio dell'Unità è chiuso (peccato, avevamo appena iniziato a divertirci). I risultati definitivi li potete vedere qui sopra e a questo link. Oltre 13mila i votanti. La risposta più gettonata è la quarta: "Bush non ha nessuna colpa", scelta dal 29,7% dei partecipanti al simpatico giochino di Padellaro, cioè da 3.864 persone. Un dato interessante: è stato di gran lunga il sondaggio on-line dell'Unità più votato.
    Ora iniziano i dubbi di coscienza: possibile che esistano dei comunisti che pensano?

    PS: ovviamente, anche in Italia, è già iniziata la corsa dei faziosi a farci credere che Bush si è assunto la piena responsabilità di tutto quanto accaduto. Cosa che, ovviamente, George W. non ha fatto. Testuale: «Katrina exposed serious problems in our response capability at all levels of government and to the extent the federal government didn't fully do its job right, I take responsibility». Il governatore democratico della Louisiana, Kathleen Babineaux Blanco, e il sindaco democratico di New Orleans, Ray Nagin, avranno il coraggio di dire altrettanto «to the extent the local governments didn't fully do their job right»? Occhio ai giornali di mercoledì: ci daranno l'ulteriore conferma di cosa sono capaci di fare i faziosi di cui sopra.

    See also: Katrina, sondaggio shock: un comunista su tre dà ragione a Bush

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    Katrina, sondaggio shock: un comunista su tre dà ragione a Bush


    E' il sondaggio dell'anno, e chi non partecipa è un vittoriozucconi. Lo trovate qui, cioè sul sito dell'Unità. Esilarante nell'impostazione, imprevedibile nei risultati.
    Titolo: «New Orleans sommersa. Qual è la più grave responabilità di Bush?» (Sì, non solo partono dal presupposto che Bush abbia una qualche colpa grave "a prescindere", ma hanno pure fatto un refuso, si sono persi una "s" per strada. Così imparano a chiudere la scuola delle Frattocchie).

    Risposta 1: Mancata prevenzione e aiuti tardivi. E' noto, la colpa è del governatore democratico della Louisiana, Kathleen Babineaux Blanco (come spiegato qui su The Right Nation), e del sindaco di New Orleans Ray Nagin, anch'egli democratico (qui). Ma ai lettori dell'Unità non l'ha detto nessuno. Così uno su cinque la sceglie come risposta. Prevedibile.
    Risposta 2: Ha pensato solo a reprimere i saccheggi. Diciamolo, è una risposta scritta col culo, messa lì solo per fare numero (dovevano arrivare a cinque risposte , è evidente) e scritta nell'intento birichino di insultare Bush, che tanto è gratis. Da un punto di vista logico, è una ripetizione della risposta 1. Fa schifo persino ai lettori dell'Unità, che infatti non la scelgono.
    Risposta 3: Il suo governo ha creato povertà e discriminazione. Luogo comune sempre valido, anche se, con tutta la buona volontà, non si vede che c'entri con Katrina. Cosa vuol dire, che se ci sono più poveri piove di più? Teoria interessante, che però non spiega perché mai in Africa piova così poco. Ma i lettori dell'Unità mica stanno lì a sottilizzare: uno su cinque la sottoscrive. Potenza della terza narice di guareschiana memoria.
    Risposta 4: La sua politica ambientale favorisce i disastri. Teorema antimoderno non appoggiato da alcuna base scientifica che non siano gli articoli di Ennio Caretto (se ancora non lo avete fatto vedete Happytrail qui e Cato Institute qui), ma comunque un sempreverde della sinistra aggrappata al protocollo Kyoto come un tempo al libretto rosso di Mao. Scelta da un bamba su quattro. Ma non è la risposta più votata...
    Risposta 5: Bush non ha nessuna colpa. L'apoteosi dell'eterogenesi dei fini. Doveva essere la risposta residuale, è diventata la risposta col maggior numero di consensi. La sceglie il 29,9% del partecipanti al sondaggio di Padellaro (ore 23.31 del 12 settembre, quando il campione di votanti è già molto ampio, pari a oltre 12mila persone), cioè la maggioranza relativa. Le balle della sinistra sulle responsabilità di Bush risultano evidenti persino a un lettore del sito dell'Unità su tre. Persino.

    See also: Katrina, sondaggio chiuso: Bush assolto da 3.864 comunisti (e qualche liberale)

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    lunedì, settembre 12, 2005

    La Casa dei morti viventi 2 (featuring Romano Prodi)

    La Casa dei morti viventi si chiudeva con un'invocazione disperata: «Silvio, se ci sei batti un colpo». Berlusconi ha parlato, ma non ha battuto nessun colpo. Ha scelto di non scuotere gli zombie della Cdl (già shockati dalla rivelazione di Brunetta: siete tutti morti e non lo sapete), forte della sua solita convinzione. Quella per cui se si parla dei problemi si finisce per ingigantirli, fare una pessima figura davanti agli elettori e innescare una profezia autorealizzante (chi parla di rischio sconfitta finisce fatalmente per perdere sul serio). Al contrario, non parlare dei problemi e ostentare ottimismo (il vero mantra del berlusconismo, da quando vendeva le case di Milano 2) è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per vincere. Così ha tirato fuori l'ennesimo sondaggio che dà la Cdl testa a testa con il centrosinistra. Un rilevazione i cui risultati sono smentiti da quello che dicono tutti i sondaggisti italiani, compresi quelli che lavorano per il Cav, anche se magari si vergognano a dirlo perché tengono alla loro fama di imparziali ed entrano a palazzo Chigi con gli occhiali scuri. Soprattutto, non credono ai suoi sondaggi i suoi stessi uomini, e questo fa colare a picco il "teorema dell'ottimismo" di Berlusconi, che per funzionare deve essere il mantra di tutta la squadra, non di uno solo.
    Eppure Berlusconi condivide la diagnosi di Brunetta. Lo conferma il suo stesso commento, che condanna in modo netto le parole dell'economista su Carlo Azeglio Ciampi (Berlusconi intende tenersi buono a tutto i costi il Quirinale da qui al voto, costi quel costi), ma non spende una parola sugli altri bersagli dell'invettiva: e Brunetta aveva tirato in ballo Gaetano Gifuni (il Tigellino di Ciampi), Domenico Siniscalco, Lorenzo Bini Smaghi, Tommaso Padoa Schioppa, Mario Draghi, Mario Monti, Giuliano Urbani, persino Gianni Letta. Se però per capire le reali intenzioni di Silvio dobbiamo affidarci a ciò che non dice, vuol dire che le accuse di Brunetta sono già state ufficialmente archiviate come lo sfogo di un matto.
    In tutto questo, agli elettori della Cdl non resta che sperare in Romano Prodi. A questo punto è lui il solo che può far vincere il centrodestra. Finora ha preferito stare zitto, ma quando ha aperto bocca (vedi i le unioni di fatto tra gay) ha spaventato i moderati e messo in guardia la Conferenza episcopale italiana da ciò che rappresenterebbe una vittoria dell'Unione.
    Occhio alle primarie del centrosinistra, quindi: non sono escluse sorprese, e i Ds sono tutt'altro che ottimisti sulla performance di Prodi, tanto da temere un exploit di Bertinotti (il che non vuol dire vittoria del rifondarolo, ovviamente) capace di gettare nel panico l'elettorato di centro, cioè gli "swinging votes", quelli che fanno la differenza. D'Alema e Fassino faranno di tutto per evitare che ciò avvenga. Berlusconi, ovviamente, tifa per Bertinotti e aspetta solo di vederlo prendere il 30% dei voti delle primarie per poter dire a tutti che dall'altra parte ci sono i comunisti. Perché, alla fine, sempre a questo siamo.

    See also: La Casa dei morti viventi

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    Il ritiro da Gaza e le perle ai porci

    Dal Corriere della Sera online (qui l'articolo). «Gruppi di palestinesi hanno incendiato le sinagoghe abbandonate di due colonie ebraiche e ne hanno saccheggiato una terza. Centinaia di giovani palestinesi hanno dato l’assalto alle sinagoghe vuote di Morag (sud della Striscia) e di Netzarim (nord) dando alle fiamme due edifici religiosi, secondo quanto ha riferito un ufficiale israeliano. (...) A Kfar Darom, i giovani palestinesi sono penetrati nella colonia dietro alle forze palestinesi dopo la partenza delle truppe israeliane e sono corsi verso la sinagoga abbandonata, secondo un corrispondente dell’Afp. Hanno rotto i vetri del luogo di culto vuoto e hanno appiccato il fuoco a palme poste all’ingresso».

    Ora vediamo quante e quali autorità religiose dell'Islam («religione di pace») condannano questo scempio. E già che siamo vediamo quanti esponenti della sinistra italiana esprimono la loro «ferma condanna per il deplorevole gesto». Vediamo.

    domenica, settembre 11, 2005

    Vengeance

    I believe in justice

    I believe in vengeance

    I believe in getting the bastards

    (Vengeance, New Model Army)

    11/9, perché Bush ha fallito l'impegno più importante

    Quella sera di quattro anni fa, la sera dell'11 settembre 2001, tra le poche certezze che tanti di noi avevano, nella loro ingenuità, c'era che ben presto, nel giro di qualche settimana, qualche mese nella peggiore delle ipotesi, gli ideatori del massacro delle Twin Towers sarebbero diventati materiale da History Channel. Uccisi in qualche grotta afghana da un marine di colore, i loro volti sfigurati avrebbero fatto il giro del mondo, per poi passare definitivamente nei dvd di storia sui quali studieranno i nostri figli.
    Sono passati quattro anni. History Channel può aspettare, New York ancora non ha festeggiato la morte di chi ha ucciso i suoi figli e forse non lo farà mai. Bin Laden e al Zawahiri continuano ad essere materiale per le breaking news della Cnn. I due macellai sono sempre qui, nella lista dei Most Wanted Terrorists dell'Fbi. Del primo manca la prova dell'esistenza in vita, ma le stesse autorità statunitensi sono le prime a ritenerlo vivo e vegeto. Quanto ad al Zawahiri, in questi quattro anni ha girato più video di Britney Spears. Dire che i due sono rinchiusi in qualche buco e incapaci di qualunque azione, dire che i loro uomini sono decimati e la loro organizzazione incapace di colpire, è una pietosa bugia, smentita dai morti di Madrid e di Londra, morti che potevano essere chiunque di noi. Nel frattempo i due hanno trovato in al Zarqawi l'apprendista macellaio cui affidare lo sbarco dell'azienda su nuovi mercati. Anche lui a piede libero, dopo aver tagliato teste davanti alle videocamere e spedito la videocassetta a casa nostra.
    Se Bush sinora non ha mantenuto il suo impegno più importante è perché, tra i tanti cadaveri che abbiamo visto in questi anni, non c'erano gli unici cadaveri che ci dovevano essere, quelli dei tre macellai islamici. Bush ha fallito perché il cervello di bin Laden in questo momento sta lavorando a come uccidere qualcuno di noi, invece di essere dove dovrebbe, e cioè in una teca di vetro dell'American Institute of Criminology.

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