sabato, dicembre 31, 2005

E' Repubblica, funziona così

di Fausto Carioti
L’editoriale apparso ieri su Repubblica aveva per titolo “Un compito difficile”. Il riferimento era alle sfide che attendono il nuovo governatore di Bankitalia, Mario Draghi. In realtà, assai più complesso appariva, sin dalle prime righe, il compito dell’editorialista di largo Fochetti, il quale doveva dare ragione al governo Berlusconi per aver scelto Draghi, perché la sua è una nomina di alto livello, che alla sinistra certo non dispiace. E comunque, fosse mai che a Repubblica si fanno nemico il governatore appena nominato. Solo che Silvio Berlusconi, per il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, non può mai essere nel giusto, nemmeno se ti dice che oggi è l’ultimo giorno dell’anno. Per di più, stavolta gli uomini di Ezio Mauro non potevano dare il merito della scelta a Carlo Azeglio Ciampi, essendo noto che il Quirinale avrebbe preferito vedere governatore Tommaso Padoa Schioppa. Insomma, toccava scrivere tutto il bene possibile di una cosa fatta da Berlusconi riuscendo al tempo stesso a dipingere il premier nella peggiore luce possibile, come da abitudine della casa. Un compito difficile, appunto. È toccato al vicedirettore Massimo Giannini. Che se la sarebbe anche cavata bene, se solo non avesse mostrato una memoria tanto labile per gli articoli apparsi su Repubblica. Anche a sua firma.
Giannini si leva subito il dente. Inizia così: «Può succedere. È successo. Un cattivo governo ha fatto una buona scelta. La nomina di Mario Draghi al vertice della Banca d’Italia è ineccepibile e inattaccabile». Ecco, l’ha detto: stavolta a palazzo Chigi ne hanno combinata una giusta. Occorre rimediare subito. E infatti, piuttosto che riconoscerne il merito a Berlusconi, lo assegna al suo ministro: mille volte meglio a lui che al premier. «In sette giorni Tremonti è riuscito a realizzare quello che Berlusconi non aveva voluto fare in sette mesi. Costringere Fazio alle dimissioni, far approvare dal Parlamento la riforma del risparmio, nominare un successore di prestigio indiscusso». Il premier, dunque, frenava. Lo faceva per oscuri motivi, va da sé: «Il Cavaliere, evidentemente, aveva a sua volta qualche interesse nascosto da difendere, insieme ai furbetti della Banda d’Italia». Ah, se solo «il presidente del Consiglio avesse ascoltato un anno fa il suo ministro, forse ci saremmo risparmiati la gogna mediatica e la vergogna politica di una Bankopoli che ha bruciato il patrimonio di autorevolezza guadagnato da Via Nazionale in un secolo di storia».
Ricapitolando. Il governo con Draghi ci ha azzeccato, ma resta «cattivo»; Berlusconi è un «furbetto» con chissà quale «interesse nascosto da difendere»; il merito della nomina va tutto a Giulio Tremonti. Ora, la cosa fa un po’ a pugni con la realtà. Primo, perché Draghi l’ha voluto soprattutto Berlusconi (non che il premier straveda per lui, ma era la carta migliore a disposizione). Secondo: perché Tremonti non ha spinto in alcun modo per Draghi, accontentandosi di aver mandato via Fazio. Tutte cose che ha scritto anche la stessa Repubblica il 28 dicembre, a firma Francesco Bei. Terzo: perché Berlusconi, negli ultimi mesi, ha invitato pubblicamente Fazio a prendere atto della situazione e andarsene da via Nazionale. Il 22 settembre, ad esempio, aveva detto che la permanenza in carica del governatore non era né «opportuna» né «compatibile con la credibilità nazionale del nostro Paese», e cinque giorni dopo si era appellato «alla sensibilità del governatore e alla sua coscienza» affinché si dimettesse. “Berlusconi sfiducia Fazio”, titolava infatti Repubblica. È il massimo che un presidente del Consiglio possa fare. La Banca d’Italia, come noto, non dipende dal governo, che tutt’al più può provare ad esercitare su di essa la propria “moral suasion”. E di certo Berlusconi, almeno in pubblico, su Fazio ne ha esercitata più del Quirinale.
Eppure, quando Tremonti, in quella notte del luglio del 2004, si dimise da ministro, su Repubblica mica glieli hanno riconosciuti tutti questi meriti antifazisti. Hanno brindato, invece (articoli firmati dallo stesso Giannini), perché le dimissioni di Tremonti erano «la plastica sconfitta di un progetto politico, che subisce un colpo mortale forse definitivo». Hanno applaudito, perché «se il comunismo fu l’elettrificazione più i soviet, il tremontismo è stato la cartolarizzazione più i condoni». Mentre il nemico giurato di Tremonti, Fazio, all’epoca era quello buono, quello serio. Quello che, alla fine del 2004, veniva citato negli editoriali di Giannini perché ricordava a Berlusconi che il bilancio pubblico italiano «è in condizioni gravi».
C’è di più. Nel 2004, quando cioè, leggendo Repubblica oggi, Berlusconi avrebbe dovuto «ascoltare» Tremonti e silurare Fazio, sul quotidiano di largo Fochetti si difendeva il governatore a spada tratta, vittima indifesa delle trame dell’accoppiata Berlusconi-Tremonti. Si leggevano cose così: «Quand’anche avesse responsabilità specifiche nei dissesti finanziari di questi ultimi mesi, la Banca d’Italia (e il sistema del credito che vi ruota intorno) è stata la vera e unica “preda” che Berlusconi e Tremonti hanno tentato di assalire, dietro al demagogico specchietto per le allodole della “difesa dei risparmiatori”. […] Del povero “parco buoi”, al governo, interessa poco o niente. Era e resta Fazio, il vero bersaglio del tiro al piccione. E con lui tutti i banchieri che gli stanno intorno». Era il primo giugno del 2004, e la firma era quella dello stesso Giannini. Altri tempi, Fazio non era stato ancora scaricato dal salotto buono.
Dunque nel 2004, secondo quanto scriveva Repubblica all’epoca, Berlusconi sbagliava, perché, attentando all’autonomia di Bankitalia, voleva mandare a casa Fazio in combutta con Tremonti. Secondo quanto si legge adesso, nel 2004 Berlusconi avrebbe invece sbagliato perché - in chiaro contrasto con Tremonti - non aveva rimosso il governatore dalla sua carica. E pazienza se così facendo avrebbe violato l’autonomia della Banca d’Italia. L’unica cosa chiara, in questo triplo salto mortale con avvitamento delle idee, è che per Repubblica Berlusconi ha torto, qualunque cosa faccia, sempre e comunque.

© Libero. Pubblicato il 31 dicembre 2005.

PS: Auguri a tutti per un 2006 felice e ricco di soddisfazioni!

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venerdì, dicembre 30, 2005

Fate la globalizzazione, non fate la guerra

Tra i bilanci importanti da fare alla fine di un anno, i libertarian del Cato Institute inseriscono doverosamente la diminuzione delle guerre e dei morti in conflitti armati. Diminuzione, per capirsi, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), che non è proprio un covo di falchi vicini alla Casa Bianca (qui il lancio dell'agenzia Ap e qui gli highlights del rapporto annuale del Sipri). Un fenomeno che stona parecchio con i titoli del mainstream dei media italiani e statunitensi, che dipingono un mondo in preda alla follia omicida, con l'intento fanciullesco di farci credere che l'assetto basato su una superpotenza "irresponsabile" per definizione, come gli Stati Uniti, non possa che essere condannato alla violenza crescente.
Il motivo principale del calo delle guerre e dei morti non è che stiamo diventando tutti più buoni, ma che - semplicemente - si fanno più soldi con la pace che con la guerra. Solo i bamba credono ai complotti delle multinazionali interessate a far scoppiare conflitti ovunque. Questo, semmai, è l'interesse delle industrie belliche, ma la stragrande maggioranza delle imprese vuole pace, prosperità e libero mercato. Soprattutto, grazie anche alla globalizzazione, ci sono sempre più individui convinti che la guerra sia un gioco a perdere, sotto tutti i punti di vista.
Il Cato Institute lo spiega così:
1) Commercio e globalizzazione hanno rafforzato l'espansione della democrazia, e le democrazie non fanno guerre l'una con l'altra. Oggi sono democratici due terzi dei Paesi del mondo: un record. La gente viaggia, naviga su Internet, confronta le proprie idee con quelle degli altri e capisce che ammazzarsi a vicenda è da imbecilli.
2) La globalizzazione lega le economie dei Paesi l'una all'altra, li rende interdipendenti, e ogni nazione oggi ha molto da perdere rompendo questi legami economici. Farsi la guerra, oggi, costa molto più di quanto costasse mezzo secolo fa.
3) Un motivo storico delle guerre, in passato, è stato l'accaparramento di nuovi territori e nuove risorse. Insomma, l'arricchimento. Ma oggi la ricchezza si misura sempre più in termini di diritti di proprietà intellettuale, asset finanziari e capitale umano: tutta roba difficile da ottenere con le armi. Piuttosto che fare guerra al mio vicino per mettere le mani sulle sue terre, mi conviene acquistare i suoi prodotti e vendergli i miei. E' quello che sta accadendo in Europa da mezzo secolo a questa parte, e infatti - qualunque cosa ne dicano i profeti di sventura - non siamo mai stati così bene e in pace né si è mai vissuto tanto a lungo.
Non a caso, il Paese più pericoloso oggi sulla scena mondiale è la Corea del Nord, un paria della comunità internazionale, del tutto (auto) esclusa dal gioco della globalizzazione.
Ovviamente, gli effetti del libero mercato si fanno sentire solo nei Paesi raggiunti dalla globalizzazione (che sono sempre di più) e non sono certo causa sufficiente per la scomparsa delle guerre. Fattori importanti che remano in direzione opposta sono il nazionalismo, l'odio ideologico e razziale e il fanatismo religioso. Malattie per le quali nemmeno la globalizzazione ha trovato la cura.

"Peace on Earth? Try Free Trade among Men", by Daniel T. Griswold, Cato Institute.

giovedì, dicembre 29, 2005

Da Fazio a Draghi. E per le banche italiane è la fine degli alibi

Da Antonio Fazio, ciociaro devoto, referente della finanza cattolica, arroccato in difesa dell'italianità delle banche, a Mario Draghi, ultimo vero banchiere di livello internazionale rimasto all'Italia, amico della finanza laica e numero due operativo per l'Europa della banca d'affari Goldman Sachs. Il salto tra Fazio e l'uomo del Britannia non potrebbe essere maggiore, ed è grande come l'abisso che separa Alvito da Londra.
Per modus operandi, Draghi è il vero erede di Enrico Cuccia: understatement, riservatezza, uso del potere ai limiti del cinismo, ma sempre senza ostentazione. Spesso invisibile, ma comunque onnipresente. Per finalità, è invece assai distante dal fondatore di Mediobanca: quello aveva fatto della difesa del salottino del capitalismo italiano la ragione di vita sua e di via Filodrammatici; questo guarda più ai poteri forti della finanza europea che a quelli italiani, che infatti ora, dopo aver fatto la guerra a Fazio, temono per il loro orticello, tanto che gli avrebbero preferito Tommaso Padoa Schioppa, sul quale si è abbattuto il veto di Silvio Berlusconi.
Se l'Italia doveva dare un segnale di apertura del proprio sistema bancario ai capitali europei, questo segnale è arrivato con la nomina del nuovo governatore. Ed è una buona notizia. Tra qualche anno sapremo se questa apertura si sarà tradotta anche in un irrobustimento delle banche italiane o solo in un vantaggio per gli istituti di credito e le banche d'affari stranieri. Dipenderà da Draghi, ma anche - e soprattutto - da come sapranno reagire i banchieri italiani. La sfida vera col mondo esterno, ovvero il passaggio all'età adulta, per loro inizia adesso.

Qualcosa da ricordare del 2005

Tempo di classifiche di fine anno. A giudizio del sottoscritto il migliore bilancio del 2005 è «'05's Big Five», appena stilato da Peggy Noonan, storica autrice dei discorsi dell'immenso Ronald Reagan. La conclusione mi pare ineccepibile: «Are you a pessimist? Then you're thinking Eccliastes: "Vanity, all is vanity." An optimist? Think Lawrence of Arabia, at least in Robert Bolt's screenplay: "Nothing is written"». Tutta roba che non suona certo nuova a chi da bimbo ha letto Kipling.
Quanto al migliore sito italiano dell'anno, la scelta è facile, anche perché mi esime dal dover indicare il mio blog italiano preferito (sono troppi, troppi davvero).
Come miglior post italiano dell'anno, scelgo quello che più mi ha fatto riflettere, e non è un caso che tratti una vicenda personale. Lettura consigliata. Davvero.
Il mio sito straniero preferito in questi mesi è diventato quello di Carlos Alberto Montaner, come i frequentatori di questo blog sanno bene.
Miglior blog straniero, a personalissimo parere del sottoscritto, è Generation Why?
La migliore cosa che abbia letto su un sito straniero, infine, è questa. E lo dico anche perché mi ha divertito. Cosa rara, di questi tempi.

mercoledì, dicembre 28, 2005

La legge per l'amnistia e l'emergenza cotechino

di Fausto Carioti
Non che prima ci fossero dubbi, ma ora la gerarchia è stata certificata: tra le priorità politiche dei parlamentari italiani la metabolizzazione del cotechino viene prima dell’amnistia. La conferma è arrivata ieri mattina a Montecitorio dai 136 deputati presenti: 71 in meno di coloro che avevano chiesto di discutere il provvedimento in seduta straordinaria, quasi 500 meno del plenum dell’assemblea. Dei 207 che avevano firmato per la convocazione, se ne sono fatti vedere 93: meno della metà. Piaccia o meno, insomma, è stato un flop. Marco Pannella avrà pure le sue buone ragioni per prendersela con Pier Ferdinando Casini, “reo” di aver convocato la mattina del 27 dicembre la seduta nella quale si doveva discutere il provvedimento di clemenza. Ma è difficile dare torto al presidente della Camera quando, a chi protestava per aver convocato la Camera «alle 9,30 di una mattina dopo un giorno festivo», ha risposto che a quell’ora la gente “normale” è già al lavoro, e lo fa senza gridare allo scandalo. Tanto più che - anche se Casini non l’ha detto - nella stragrande maggioranza dei casi questo avviene senza ricevere in cambio uno stipendio mensile netto di 5.942 euro al mese, rimborsi vari e spese di viaggio esclusi, come quello riservato agli onorevoli.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti, è successo che mentre Pannella, da par suo, riapriva il dibattito sull’amnistia - lanciato nel 2002 da papa Giovanni Paolo II durante la sua visita in Parlamento - e organizzava la marcia di Natale sotto i palazzi romani, Roberto Giachetti, della Margherita, raccoglieva le firme di un terzo dei deputati. Quante ne bastavano per ottenere una convocazione straordinaria della Camera tra Natale e Capodanno, allo scopo di discutere come fissare tempi certi per l’approvazione dell’amnistia. Casini, al quale spettava decidere la data e l’ora, ha convocato i deputati per la mattina del 27 dicembre. I radicali, che pensano male ma spesso c’indovinano, sostengono che il «provocatore» Casini l’abbia fatto apposta per far fallire l’iniziativa. Certo è che il presidente della Camera - il quale non si è mai sbilanciato sul tema amnistia, ma di certo non è un pasdaran del provvedimento - a flop consumato non ha esitato a spargere sale sulle ferite di chi aveva chiesto e ottenuto l’assemblea di ieri («I giornalisti contino pure quanti sono i presenti...»). Se l’intento di Casini era smascherare l’opportunismo di molti deputati, pronti a farsi belli con la nobile causa, c’è riuscito.
La figuraccia sarà pure stata bipartisan, visto che la richiesta di convocazione dell’assemblea di ieri era stata firmata da esponenti della maggioranza (quasi tutti di Forza Italia) come dell’opposizione, ma fa male soprattutto a sinistra, da dove peraltro arrivavano la maggior parte delle adesioni. Con i soliti intenti strumentali, molti parlamentari dell’opposizione avevano provato a trasformare la richiesta di amnistia nell’ennesima campagna antiberlusconiana e antigovernativa. I Verdi Alfonso Pecoraro Scanio e Paolo Cento volevano che il premier e i suoi ministri fossero presenti in aula. Ancora ieri Piero Sansonetti, il direttore di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, partito che ha abbracciato la causa dell’amnistia, faceva della clemenza una battaglia (anche) contro Berlusconi, il quale, si leggeva nell’editoriale, «inizia la sua campagna elettorale con giganteschi manifesti nei quali annuncia di avere infilato in ogni quartiere, e in ogni condominio, più poliziotti e più carabinieri».
Poi, però, si è arrivati al momento della verità, alla seduta di ieri, dove si doveva capire chi ci credeva davvero e chi no. I cronisti parlamentari, aiutati dai soliti deputati compiacenti, si sono divertiti a contare gli assenti non giustificati, quelli che avevano firmato affinché la seduta fosse convocata e poi hanno preferito smaltire i pasti natalizi nel salotto di casa o andarsene in vacanza all’estero. Tra questi, le rifondarole Graziella Mascia e Titti De Simone, il verde Marco Boato, i margheritini Rosy Bindi, Ermete Realacci, Gerardo Bianco, Enzo Bianco e Franco Marini, i comunisti italiani Oliviero Diliberto e Katia Bellillo, le diessine Marida Bolognesi, Barbara Pollastrini e Livia Turco. Nomi di prima fila a sinistra, che nella prossima legislatura, in caso di vittoria dell’Unione, contano di occupare incarichi di governo, che peraltro diversi di loro hanno già ricoperto in passato. Tipi dai quali ci si attenderebbe una coerenza che ieri non si è vista. Tra i firmatari c’è chi, come la Bolognesi, ha provato a giustificare la propria assenza col fatto che ieri si sarebbe discusso e basta, non ci sarebbe stata alcuna votazione. Se la pensano così, dovevano informarsi prima di farsi eleggere: in un posto che si chiama “Parlamento” l’esercizio del parlare, del dibattere, fa parte dei doveri istituzionali di chi lo compone. A maggior ragione quando la seduta l’hai convocata tu.
Per chi ha occhi per vedere, il flop di ieri non è stato inutile. Ha fatto capire, meglio di tante dichiarazioni pompose, che le premesse politiche per varare l’amnistia proprio non ci sono. La legislatura sta per chiudersi, i tempi sono strettissimi e i veti incrociati, a destra come a sinistra, sono forti. Ci vorrebbe una volontà politica di ferro per trasformare l’amnistia in legge. Ma se i suoi stessi proponenti non se la sentono di rinunciare alla cena con i parenti per salire su un aereo la sera del 26 dicembre o rifiutano di mettere la sveglia alle 6 del mattino per venire a Roma, è chiaro che questa volontà manca e che per troppi questa partita non è una cosa seria, ma solo l’occasione per farsi uno spot elettorale a costo zero. Nel senso che lo pagano quelli che stanno in carcere. Per molti dei quali l’amnistia sarebbe un giusto e nobile atto di clemenza, per altri una riduzione immeritata della pena. Ma questo è un altro discorso.

© Libero. Pubblicato il 28 dicembre 2005.

Dedicato a chi parla di globalizzazione senza saperne nulla

Siccome il mondo si divide in due, in chi conosce le regole dell'economia e nei no-global, fa parte degli scopi missionari di questo blog spiegare, come già fatto in passato in occasione del viaggio di Fausto Bertinotti in Cina (qui e qui), cosa rappresenti la globalizzazione nel suo laboratorio più importante, la Cina.
Da AsiaNews: «La Cina produce circa il 75% dei giocattoli del mondo, che esporta anzitutto nei Paesi industrializzati. Ma si tratta soprattutto di prodotti economici e negli ultimi 2 anni la richiesta è diminuita. [...] “Non è un segreto – spiega C.K. Yeung, vice presidente del Consiglio di Hong Kong per i giocattoli e presidente della compagnia Blue Box Toys – che il margine di profitto nel settore è sottile e che la competizione continua a crescere”. “In 2 anni, i costi per i salari sono saliti di circa il 20%”, prosegue, e quelli per i materiali tra il 20 e il 30%. [...] Qualità, tecnologia e innovazione sono cruciali – dice Ye Yao, presidente del Consiglio cinese per la promozione del commercio internazionale per il Guangdong – per la futura industria dei giocattoli: occorre puntare su prodotti di alta qualità e conformi alle norme di sicurezza estere».
Salari che crescono rapidamente, competizione crescente, qualità della produzione in costante miglioramento, condizioni di vita migliori. Succede ogni volta che un Paese apre le proprie frontiere al libero mercato. E ogni volta c'è chi guarda e proprio non capisce.
PS: come già detto, i motivi per incazzarsi con la Cina sono ben altri.

martedì, dicembre 27, 2005

Grazie, è stato bello

Siccome un paio di settimane fa ho chiesto ai frequentatori di questo postaccio di firmare la petizione on line del Centro Simon Wiesenthal per chiedere a quello scandalo chiamato Nazioni Unite di censurare l'Iran e dichiarare il fascistello islamico Mahmoud Ahmadinejad persona non gradita, e siccome qualcuno l'ha fatto e altri hanno rilanciato la richiesta sui loro blog, mi pare il minimo dire che in tutto sono state firmate 35.000 petizioni (tra cui le nostre), consegnate manualmente dal rappresentante del Simon Wiesenthal Center allo staff di Jan Eliasson, presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Eliasson, poi, una volta ricevuto il pacco con le petizioni, l'avrà senza dubbio gettato nel cesso. Noi, però, quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto. Grazie ancora. Chi vuole, può ancora inviare la sua petizione.

Faida rossa, risate garantite

Bisogna chiamarsi Franco Berardi Bifo, ed avere una storia come la sua, per scrivere (sulla prima pagina di Liberazione di martedì 27 dicembre) che il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, «è incaricato di preparare l'eliminazione di Prodi, la sua sostituzione con un governo autoritario e ultraliberista. Questo è il senso del laboratorio Bologna». Ultraliberista. Cofferati. Su "incarico" di qualcuno non ben definito. Una Spectre del libero mercato, si presume. Ma come si fa?

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Alle origini del mal francese

Il "modello sociale francese" marcia allegramente verso l'autodistruzione, e gli incendi delle notti parigine di novembre sono stati i primi segnali d'avvertimento. All'origine dello sfascio, un sistema di studi che nulla a che vedere con la meritocrazia e con le esigenze produttive del Paese (il che spiega, oltre al tasso di disoccupazione giovanile del 25%, anche come faccia la Francia ad avere così tanti intellettuali umanistici sterili e presuntuosi, che vivono nella completa ignoranza di nozioni tecniche basilari, tipo le leggi che regolano l'economia). Il saggio di Anthony de Jasay "Le sommosse delle banlieues e l’autodistruzione del modello francese" (formato pdf), appena messo on line dai soliti benemeriti dell'Istituto Bruno Leoni, descrive bene la situazione transalpina e offre diversi spunti di riflessione (e di preoccupazione) all'Italia.
«La scuola pubblica francese», si legge nel testo, «ha un solo scopo: far superare all’80 per cento degli studenti dell’ultimo anno l’esame di baccalaureat, sostenuto su materie teoriche e astratte. Chi supera l’esame ha diritto ad un posto all’università, mentre chi non riesce ad ottenere un diploma di un qualsiasi tipo viene ritenuto un fallito e un emarginato. Abbassarsi fino ad accettare un lavoro manuale viene considerato un’umiliazione ed equivale a gettare alle ortiche la preziosa istruzione conseguita. L’effetto netto di questo atteggiamento consiste in una marea di psicologi, sociologi e laureati in legge o in materie artistiche, per i quali non è possibile trovare un posto, le cui conoscenze, se ne hanno, non servono a nessuno e che, in gran parte, sono destinati a vivere un’esistenza di disoccupazione e di tedio. [...] I figli degli immigranti di colore hanno ancor meno possibilità di trovare “un posto al sole”. Al tempo stesso, nel paese vi è una cronica carenza di idraulici, elettricisti, muratori, carpentieri, giardinieri, meccanici e lavoratori manuali tuttofare. Gli artigiani non sono disposti ad assumere nuovi apprendisti per paura delle complicazioni burocratiche che ciò comporta e per il timore di non poterli licenziare in caso di bisogno. [...] L’ostilità nei confronti dell’idea stessa di lavoro manuale dimostrata dalle istituzioni scolastiche e dalla“cultura” nella quale esse operano, insieme all’eccesso di candidati senza speranza a carriere intellettuali che la società non può offrire, è un tratto specificamente francese e rappresenta un’evidente causa di amarezza e di instabilità. I giovani arabi e africani di seconda generazione ne risultano particolarmente colpiti, interpretando la propria condizione come l’effetto di una discriminazione razziale».
Il resto si trova qui.

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lunedì, dicembre 26, 2005

Pera parla a Nassiriya. E mi ricorda Reagan

Il discorso tenuto da Marcello Pera il giorno di Natale davanti ai soldati italiani a Nassiriya è un bellissimo esempio di retorica "alta", cioè quello che manca a un teatrino politico come quello italiano, dove - per evidenti carenze dei suoi protagonisti - alla seconda dichiarazione su ogni possibile argomento il dibattito è già finito in vacca. Del discorso di Pera davanti ai nostri militari (e dico "nostri" non solo perché italiani) segnalo i due passaggi che più mi sono piaciuti.
Il primo, sui fatti: «L'Iraq non è solo devastazione, è - grazie anche a voi - soprattutto ricostruzione. Voi svolgete quotidianamente centinaia di interventi nel campo della sicurezza, dell'ordine pubblico, della formazione del personale, della sanità, dell'educazione scolastica, delle infrastrutture civili e militari, degli impianti idroelettrici. Collaborate nel pagamento delle pensioni, vi occupate della salvaguardia dei siti archeologici, distribuite aiuti alimentari. Grazie anche a questo lavoro, in Iraq si ricomincia a comprare, a vendere, a incontrarsi. Aumentano i matrimoni, aumenta il lavoro, aumentano gli stipendi. Ecco la risposta alla domanda sul perché siete e siamo qui. Perché promuoviamo la democrazia».
Il secondo, sui valori: «Ha scritto il cardinale Ratzinger ora Papa Benedetto XVI: "Sul fatto che un pacifismo che non conosce più valori degni di essere difesi e assegna a ogni cosa lo stesso valore sia da rifiutare come non cristiano siamo tutti d'accordo: un modo di 'essere per la pace' così fondato, in realtà significa anarchia; e nell'anarchia i fondamenti della libertà si sono persi".
Questo modo di pensare è diffuso soprattutto nel Vecchio Continente. L'Europa sembra avvertire la minaccia del terrorismo in modo attenuato; è incline a pensare che sia un fenomeno isolato e transitorio; oppure che sia causato in gran parte da responsabilità dell'Occidente. Questo atteggiamento è sbagliato. Esso ha portato a divisioni tra Europa e Stati Uniti d'America, che si manifestano con il rifiuto di una parte dell'Europa di comprendere le motivazioni storiche e culturali del rapporto transatlantico; con la velleità di affermare un'identità propria e peculiare, la mitica "terza via"; con la richiesta di multipolarismo, che, di fatto, equivale a paralizzare le decisioni strategiche o a delegare le proprie responsabilità agli Stati Uniti, salvo poi criticare gli Stati Uniti quando essi intervengono. L'Italia non ha seguìto questa politica di divisione dell'Occidente. Anche in questo caso ha fatto la scelta giusta».
Pera - come sempre negli ultimi anni - cita Ratzinger, ma avrebbe anche potuto citare quello che disse Ronald Reagan (che di retorica "alta" è stato il migliore in assoluto tra i politici) in uno dei suoi discorsi più famosi, nel gennaio del 1974. Stessi concetti:
«My generation has paid a higher price and has fought harder for freedom that any generation that had ever lived. We have known four wars in a single lifetime. All were horrible, all could have been avoided if at a particular moment in time we had made it plain that we subscribed to the words of John Stuart Mill when he said that “war is an ugly thing, but not the ugliest of things.” The decayed and degraded state of moral and patriotic feeling which thinks nothing is worth a war is worse. The man who has nothing which he cares about more than his personal safety is a miserable creature and has no chance of being free unless made and kept so by the exertions of better men than himself».
Se non avete dimestichezza con l'inglese, discorsi come questo sono un buon motivo per comprarsi un dizionario.

Proudly linked in the "Open Trackback Holiday" by The Right Nation.

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Sondaggio su Castro, ecco tutti i risultati

Grazie esclusivamente a Carlos Alberto Montaner, questo blog è stato il primo mezzo di comunicazione in Italia in cui si è letto del primo, vero sondaggio imparziale condotto (clandestinamente) a Cuba su Fidel Castro e il suo governo. Era il 16 dicembre. Oltre una settimana dopo se n'è accorta Repubblica, che il 24 dicembre ha dedicato alla vicenda un ottimo articolo, doverosamente richiamato in prima pagina ("Cuba, sondaggio anti Fidel"). Leggendo l'articolo di Repubblica, e soprattutto andando direttamente alla fonte, cioè al sito della Ong Solidaridad Española con Cuba, che ha commissionato e quindi pubblicato il sondaggio, si apprendono ulteriori dettagli (qui l'intera documentazione in formato html). Ad esempio: il 50,4 % dei cubani (il 78,7% esclusi gli indecisi) è favorevole al progetto Varela (ne ho scritto qui), nato per introdurre dal basso e nel rispetto formale della costituzione cubana le libertà civili nella legislazione dell'isola; il 68% (l'89% senza gli indecisi) difende il diritto delle Damas de Blanco (qui) di protestare contro la dittatura; i cubani che hanno un'opini0ne positiva dei tre leader riconosciuti dell'opposizione - Oswaldo Payá Sardiñas (qui), Vladimiro Roca e Oscar Elias Biscet (qui) - sono assai più di quelli che ne pensano male; il 53% dei cubani vuole l'amnistia per i prigionieri politici dell'isola (85% senza gli indecisi). E soprattutto, il 53% dei cubani preferisce la democrazia (72,5% senza gli indecisi).
Così si spiega ancora meglio perché il dittatore l'ha presa malissimo.

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sabato, dicembre 24, 2005

A Conservative Christmas


«When the Ukraine was free and not under Soviet bondage, Christmas was, of course, the religious event that it is in the Western world. A favorite Ukrainian carol was 'Nova Radist Stala' - 'The Joyous News Has Come To Us.' A Ukrainian now teaching at the University of Utah has written an article about the evolution of Christmas under Communism, at least as it applies to this carol. In the good days of freedom, the people of the Ukraine sang these verses:
The joyous news has come which never was before. Over a cave above a manger a bright star has lit the world, where Jesus was born from a virgin maiden, clad in raiment poor like a peasant baby, the shepherds with the lambs surrounded the child, and on flected knees they Him glorified. We beg you our King, we pray to you today, grant happiness and joy to this family.
Now, of course, this was neither fitting nor permitted under Communism. Still the commissars were a little leery about an outright ban. They chose to allow the song after some rewriting. In fact, they provided the Ukrainians with two versions, neither of which could be expected to have made the Ukrainian Hit Parade. Here’s the first version:
"The joyous news has come which never was before, a red star with five tails has brightly lit the world." See they only changed one line in that verse, but wait --
The altars have crumbled and all the kings have fallen, glory to the working people, to shepherds and the plowmen, glory to our host and to his fair hostess. May their friendly household know only happiness. May all their family, especially the children, grow up to be strong and happy so as to fight the rich men.
You know, our own kids could probably get away with singing that one in the classroom. The second version is a little meatier, even though they got the Christmas story down to two verses instead of four.
"The Joyous News has come which never was before. Long-awaited star of freedom lit the skies in October.'(If you’re wondering about what happened on the date, the revolution took place in October.) 'Where formerly lived the kings and had the roots their nobles, there today with simple folks, Lenin’s glory hovers".
The people of the Ukraine, both in and outside the Iron Curtain, were so carried away by these verses, they added one of their own. They sing it, but carefully refrain from putting it in the songbooks. It goes: "We beg you our Lord, we pray to you today. Grant us freedom, return glory to our Mother Ukraine". I guess we all hope their prayer is answered.
This is Ronald Reagan – thanks for listening».

Ratzinger, lo Stato, il mercato, la globalizzazione e gli auguri di Natale

L'occasional paper "Moralità, economia e mercato nel pensiero di Benedetto XVI", firmato da Samuel Gregg (direttore delle ricerche presso l'Acton Institute di Grand Rapids, nel Michigan) per l'Istituto Bruno Leoni, è una delle mie letture natalizie. In estrema sintesi il succo è questo:
«Ratzinger non discute né denigra mai la superiorità del mercato nella creazione di ricchezza. E nemmeno si impegna in un’impulsiva retorica anti-globalizzazione. Piuttosto, la sua preoccupazione rimane legata al contesto morale in cui la libera impresa e il libero scambio vivono, si muovono e si sviluppano. Su questa base, possiamo tranquillamente affermare che qualsiasi combinazione di un’economia di mercato con le culture prevalentemente modellate da varianti di libertinismo, materialismo e utilitarismo preoccuperanno Benedetto XVI tanto quanto turbarono Giovanni Paolo II. Posto, tuttavia, che questi sono problemi più culturali che economici in sé, sembra ragionevole suggerire che Papa Benedetto XVI non abbia intenzione di affermare che lo Stato dovrebbe essere l’istituzione adatta ad affrontare tali problemi. Certamente la Chiesa Cattolica non insegna che problemi morali, siano essi "personali" o "sociali", in qualche modo godono di un’immunità dall’autorità o dalla legge dello Stato. Tuttavia, Ratzinger ha sostenuto fermamente nei suoi scritti che la morale e la cultura di ogni società è formata primariamente da individui, famiglie e associazioni civili, specialmente la Chiesa».
Il resto si trova qui. Buon Natale a tutti.

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venerdì, dicembre 23, 2005

L'ultima smania del politicamente corretto

Si chiama discriminazione positiva. Ne faremmo volentieri a meno.

Borghezio e fascistelli no-global, ecco come sono andate le cose

Parla Beppe Pisanu, ministro dell'Interno. «Contrariamente alle prime impressioni, l’on. Borghezio non ha compiuto alcun gesto provocatorio. Egli, infatti, è salito sul treno prima dei manifestanti e ha preso posto in una carrozza lontana da quelle a costoro riservate. L’on. Borghezio è stato preso di mira e poi selvaggiamente aggredito da una squadraccia di picchiatori mossi da odio politico. Sorte identica hanno avuto i due operatori della Polizia ferroviaria che hanno cercato di proteggerlo. Fino all’arrivo dei carabinieri alla fermata di Chivasso, nessuno ha mosso un dito per fermare gli aggressori. Questi ultimi hanno trovato ampia copertura tra gli altri manifestanti che affollavano il treno: a quanto pare, nessuno di loro ha visto o sentito nulla».
E' il succo della informativa tenuta da Pisanu davanti alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi, appena pubblicata sul sito del ministero dell'Interno. Lettura molto interessante. Da fare, magari, ricordando che tanti a sinistra, compreso l'ottimo direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, avevano sostenuto che Borghezio era stato un "provocatore".

giovedì, dicembre 22, 2005

La "resistenza" irachena si converte alla democrazia amerikana

I comunicati del campo antiimperialista, interfaccia italiano della "resistenza" irachena, sono una lettura istruttiva sulla situazione irachena quasi quanto le dichiarazioni di George W. Bush e Condoleeza Rice. Ho appena ricevuto l'ultimo "Notiziario del Campo Antimperialista", dal quale copio e incollo in modo integrale la risoluzione adottata subito dopo le recenti elezioni irachene (elezioni delle quali ho scritto qui).
Al di là della propaganda, il succo del documento è chiarissimo: la "resistenza" irachena è spiazzata, è messa male sia sul piano politico che su quello militare (per la prima volta, a mia memoria, gli antiimperialisti parlano apertamente di situazione di stallo, di difficoltà senza soluzione e di possibile sconfitta, mentre i "bollettini" precedenti erano trionfali). Obtorto collo, i "resistenti" hanno deciso di accettare le regole del gioco fissate dal governo "filoamerikano". Il resto del documento è tutto un arrampicarsi sugli specchi per non perdere la faccia.
Dalle stragi di civili sono passati all'ostruzionismo elettorale, dalla battaglia con le armi allo scontro in Parlamento. La vittoria della democrazia in Iraq è a un passo, l'hanno capito anche i suoi nemici, che stanno piegando la loro strategia alle esigenze della democrazia.
Mi sono limitato a evidenziare in bold i punti a mio giudizio più interessanti. Per il resto, il testo è assolutamente identico all'originale, a parte la correzione di qualche refuso e una "aggiustatina" ai congiuntivi.

IRAQ: LA RESISTENZA AD UNA SVOLTA
Risoluzione del Campo Antimperialista (18/12/2005)
1. La massiccia partecipazione elezioni del 15 dicembre nelle provincie del cosiddetto “Triangolo sunnita” (eufemismo per qualificare le vaste aree sostanzialmente controllate dalla Resistenza e ove risiedono piu’ del 40% dei cittadini iracheni) ha spinto gli americani e i loro pennivendoli in servizio permanente effettivo alla Magdi Allam, a strombazzare vittoria. Essi parlano di “clamorosa sconfitta della guerriglia”.
2. In realta’ la larga partecipazione al voto è avvenuta non malgrado ma grazie al grosso della Resistenza (tranne un piccolo cartello di cinque gruppi guerriglieri fondamentalisti legati ad Abu Musab al-Zarkawi), che ha infatti deciso di entrare nella mischia elettorale allo scopo di eleggere quanti piu’ deputati possibili nella Assemblea Nazionale.
3. Questa decisione fa seguito a quella adottata in occasione del referendum di ottobre sulla Costituzione, ovvero di andare a votare per dire NO. Gli iracheni sanno bene che nelle provincie di Ninawa, Salah Ad Din, At Ta’min, Dyala, Bagdad, Al Anbar; il No ottenne una rotonda maggioranza e che se non fosse stato per i brogli la Costituzione voluta dagli americani sarebbe carta straccia.
4. Cos’e’ la Resistenza? La stampa imperialista deve puntellare il teorema che essa non ha carattere di massa, che se non fosse per piccoli gruppuscoli venuti da fuori, in Iraq regnerebbe già la pace. Falso! La lotta armata animata da decine di gruppi molto agguerriti, è solo l’avangardia guerrigliera di un movimento sociale e politico ben più vasto. Basti immaginare che le città, i villaggi e le vastissime zone off limits per gli occupanti, poggiano su una rete organismi e comitati locali che rappresentano una capillare rete che struttura un vero e proprio contropotere territoriale. Organismi sociali, amministrativi ecc. che devono occuparsi, in condizioni difficili e spesso disperate (vieppiù terribili date le costanti e micidiali incursioni degli americani), di organizzare la vita sociale dei cittadini.
5. Gli americani, è noto, sono andati a scuola degli israeliani cercando di apprendere come essi hanno potuto tenere testa all’Intifada, ma come gli israeliani non hanno potuto mai esercitare il pieno controllo della striscia di Gaza e di decine di città della Cisgiordania, così gli americani hanno del tutto fallito nell’impresa di esercitare uno stabile predominio non in questa o quella zona, ma in gran parte dell’Iraq (negli stessi distretti in mano alle forze sciite, tanto per fare un esempio, il controllo politico e militare è esercitato non dagli americani o dalla loro polizia irachena, ma dalle milizie legate a questa o a quella formazione politica, ad esempio il Mahdi di al-Sadr).
6.
Se dovessimo esprimere in una parola come stanno le cose diremmo che siamo davanti ad uno stallo. Gli americani non possono battere la Resistenza, ma questa non può vincere gli occupanti. Se gli americani sono impaludati anche la Resistenza è in difficolta’. Oltre al pesante isolamento internazionale (nessun paese, ed e’ la prima volta nella storia, accetta di ospitare una sua rappresentanza politica), oltre all’ovvia preponderanza militare degli americani, la madre di tutte le difficolta’ e’ proprio strategico-politica.
7. L’Iraq non e’ un paese in cui possa svilupparsi una guerra popolare prolungata rurale di tipo cinese o vietnamita. Essa rassomiglia piuttosto a quelle libanese, palestinese o somala. La strategia della guerra popolare prolungata presuppone consolidare una vasta zona completamente liberata che consenta di trasformare le forze guerrigliere in un vero e proprio esercito regolare di liberazione per passare dalla fase di difensiva strategica a quella di offensiva. In Iraq la “offensiva strategica” e’ sostituita dall’insurrezione urbana di massa. Sollevare le masse urbane diventa quindi l’imperativo della Resistenza. E’ qui il problema drammatico. L’insurrezione urbana di massa presuppone la saldatura tra la Resistenza “sunnita” e le popolazioni sciite. Questa unione sembro’ manifestarsi nelle insurrezioni della primavera e dell’estate 2004. Purtroppo esse furono efficacemente contrastate dagli occupanti i quali riuscirono a dividere gli insorti e a neutralizzare gli sciiti radicali di Moqtada al-Sadr.
8. Assistiamo cosi ad una fase di impasse in cui le zone e citta’ liberate sono sempre esposte alle incursioni nemiche, mentre i reparti guerriglieri avanzati possono solo limitarsi ad applicare il mordi e fuggi, il colpiscine uno per educarne cento, al sabotaggio o ad attacchi di portata limitata —possono cioe’ solo infastidire gli occupanti, non dargli tregua, intralciare e inceppare il tentativo di stabilizzazione americano.
9. E’ solo tenendo ben presenti questi rapporti di forza, questa situazione di stallo che possiamo comprendere la decisione di gran parte della Resistenza di utilizzare l’occasione elettorale del 15 dicembre. Questa scelta tattica prevede di portare nella futura Assemblea Nazinoale una consistente pattuglia di eletti allo scopo di sabotare anche dall’interno le gia’ traballanti istituzioni fantoccio allestite dagli occupanti.
10. Che questa tattica sia rischiosa e’ evidente. Gli americani, accettando che movimenti che considerano legittima e giustificata la Resistenza partecipassero alle elezioni (quali ad esempio il pur chiacchierato Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale capeggiato da Saleh Mutlaq), hanno anche loro cambiato tattica. La Casa Bianca aveva scelto di debaathizzare il paese puntando sul trasferimento dei poteri all’alleanza scciti-curdi. Ora scopre che il grosso della popolazione sciita lungi dal simpatizzare con gli occupanti segue capi che o sono assolutamente ostili agli USA (al-Sadr) o obbediscono a Tehran —parliamo del partito di Chalabi, del partito Sciri di Abdul Azi al-Hakim, del Dawa dell’attuale primo ministro Ibrahim al-Jaafari—i quali due formano la coalizione Alleanza Irachena Unita che detiene il potere assieme ai curdi. Il punto è che, oltre all’incapacita’ di domare la Resistenza, anche la scelta di stabilizzare la situazione ricorrendo alla leva degli sciiti e’ praticamente fallita.
11. Ma non e’ solo questo doppio fallimento a spingere gli americani a cambiare cavallo. Per capire questa sterzata occorre tenere presente la strategia globale imperiale degli Stati Uniti. Essi non hanno occupato l’Iraq solo per togliersi di mezzo Saddam, lo hanno fatto per ridisegnare l’intera area mediorientale, e in questo disegno, prima o poi, in un modo o nell’altro (all’ucraina piuttosto che con un’aggressione aperta) c’e’ il rovesciamento della Repubblica Islamica dell’Iran. Questo significa che non possono tollerare una Repubblica islamica in Iraq alleata a Tehran. Ma e’ esattamente questo che perseguono il grosso dei movimenti sciiti, i quali hanno si criminalmente cooperato con gli occupanti per cacciare il Baath, ma per perseguire i loro propri scopi strategici, non certo quelli di Bush.
12. E’ dunque in questo contesto che si spiega l’apertura degli americani ai settori baathisti della Resistenza (vedi le scarcerazioni di importanti leaders baathisti di questi ultimi giorni). En passant: e’ notorio quanto i baathisti considerino l’Iran un nemico assoluto (nessuno dimentichi la fratricida guerra degli anni ‘80). Gli occupanti sperano cosi non solo di dividere la Resistenza, ma di portare quei settori dalla loro parte per averli come alleati nella futura escalation per far fuori la Repubblica islamica dell’Iran. Se questa manovra avesse successo, se pezzi del vecchio Baath (tra i quali proprio Saleh Mutlaq) accettassero di cooperare con i curdi e Allawi (Accordo Nazionale Iracheno) per formare un nuovo governo di coalizione, questa sarebbe non solo una svolta cruciale ma una tragedia. La quale, ci auguriamo, verra’ respinta dalle componenti antimperialiste della Resistenza.
13. Vedremo nelle prossime settimane (e dai risultati delle urne) se questa sterzata degli anglo-americani potra’ aver successo. Tutto appare possibile. Certo e’ che una eventuale affermazione elettorale delle liste vicine alla Resistenza sarebbe un successo strepitoso di quest’ultima, perche’ mentre essa e’ ostracizzata e criminalizzata come “terrorista” in tutto il mondo, proprio a Bagdad riceverebbe quella legittimazione politica che viene da un massiccio consenso popolare.

(18/12/2005)

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Dubbi seri

Cose come questa (se provate da condanna definitiva, ça va sans dire), assieme alle stragi terroristiche contro i civili, fanno proprio vacillare la mia molto liberale contrarietà alla pena di morte. Dio, come vacilla...

mercoledì, dicembre 21, 2005

La Casa dei morti viventi 7 - Starring V. Feltri (sull'Unità)

Poi qualcuno ha l'ignoranza e la faccia tosta di dire che Libero non è libero anche nei confronti di Silvio Berlusconi. L'Unità, per pubblicare una critica ragionata e non livorosa al presidente del Consiglio, è stata costretta a intervistare Vittorio Feltri. Tanto per capirsi: «Il vero problema è che lui (cioè Berlusconi, ndAcm) è debole nella comunicazione. Non ha comunicato le cose buone che ha fatto. Nessuno sa niente, non perché siamo imbecilli noi, ma perché mescolano tutto in un frullato di cui nessuno capisce niente. È spocchioso, ce l’ha sempre coi giornalisti, insomma lo vedo in difficoltà. Sarà fuori forma. Va dicendo che ha cambiato il sistema, la costituzione. Ma che riforma è? Intanto prima c’è il referendum, poi i cambiamenti se verranno confermati partiranno fra anni».
Ovviamente, ce ne sono anche per Romano Prodi. «Secondo me (Berlusconi) è capacissimo di ribaltare la situazione. Io lo dico sempre, attenti al colpi di reni di Berlusconi. La sinistra non deve essere sicura di avere la vittoria in tasca. Poi corre contro Prodi, non gioca contro il Real Madrid. Sai, se giochi contro Ronaldo puoi pensare che le becchi sicuro. Ma gioca contro il Pescara».
Tutta roba che il qui presente sottoscrive al volo.
Il resto dell'intervista lo trovate qui, sul sito dell'Unità.

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Bertinotti, lo sfruttamento dei lavoratori e le vergogne cinesi

Come raccontato dal sottoscritto, Fausto Bertinotti è andato in Cina con l'intento di "criticare" le ingiustizie del Paese ed è finito vittima delle sue spesse lenti ideologiche. Come raccontato anche da altri, ha ridotto la questione dei diritti umani in Cina allo "sfruttamento" dovuto all'apertura alla globalizzazione. Quale sia la dimensione di questo "sfruttamento" liberista lo spiega bene l'imprenditore Marco Palmieri, intervistato sul Corriere della Sera di oggi: «Per noi che investiamo in Cina la competizione è durissima. E' successo che un'azienda tessile abbia deciso di aprire proprio davanti al nostro stabilimento, a Zhongshan. Risultato: in una mattina se ne sono andati 50 dei nostri dipendenti, attratti da condizioni migliori. Questo è il Paese. Non ci sono sindacalisti. Ma quando un operaio non è contento può cambiare lavoro in un attimo. Sembra incredibile, ma in Cina serve più manodopera. Nelle strade le aziende aprono banchetti che reclamizzano le offerte di lavoro. E assumono seduta stante chiunque sia interessato, magari perché appena licenziato o semplicemente stufo del vecchio impiego».
I motivi di vergogna, per la Cina, sono ben altri.

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martedì, dicembre 20, 2005

Kagan: ecco perché il voto iracheno cambia tutto

Il neocon Robert Kagan è uno che va letto sempre, perché scrive cose sensate in modo lucidissimo. Chi non l'ha mai letto, può ancora trovare in libreria "Paradiso e potere" e "Il diritto di fare la guerra". Kagan ha appena scritto assieme a William Kristol su The Weekly Standard (di cui Kristol, altro neocon a 24 carati, è il fondatore) un ottimo articolo in cui spiega perché, nonostante i democratici americani (e non solo loro) stiano facendo di tutto per convincere chiunque (loro stessi per primi) del contrario, le recenti elezioni sono state la chiave di volta del processo di democratizzazione iracheno, e la differenza l'ha fatta la vasta partecipazione dei sunniti. «La cosa principale di questa elezione, a parte le sue ovvie caratteristiche di "pietra miliare", è l'incredibilmente alta affluenza dei sunniti. In ottobre i soliti esperti ci avevano assicurato che il passaggio del rerefendum costituzionale era stato un disastro, l'ennesimo chiodo nella bara della democrazia irachena: i sunniti non avrebbero mai partecipato al processo elettorale. E' successo invece che vi hanno partecipato, e lo hanno fatto con un entusiasmo tale che attraverso il nuovo processo democratico le loro voci hanno potuto essere ascoltate e i loro interessi protetti».
La morale? «Gli iracheni non avrebbero avuto questa chance se gli Stati Uniti avessero scelto di lasciare al potere Saddam Hussein. Non avrebbero avuto questa possibilità se le truppe americane fossero state ritirate o ridotte rispetto ai livelli già inadeguati stabiliti dopo l'invasione nel 2003. E perderanno questa possibilità se gli Stati Uniti ora inizieranno a ridurre le loro forze in modo affrettato. Burns (John Burns, corrispondente storico del New York Times, ndAcm) racconta che persino i sunniti contrari alla presenza americana sono favorevoli solo a un "ritiro graduale", e unicamente se l'Iraq avrà raggiunto un sufficiente livello di sicurezza e stabilità. "Otteniamo la stabilità, e poi gli americani se ne vadano a casa", ha detto un negoziante iracheno a Burns. Informato che il presidente Bush aveva detto la stessa identica cosa, l'uomo ha risposto: "Allora Bush ha detto la cosa giusta"».

"Happy Days!" di Robert Kagan e William Kristol.

Addendum. Sulle elezioni irachene e sul loro reale significato merita di essere letto anche l'Uovo di giornata della Fondazione Magna Carta.

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lunedì, dicembre 19, 2005

Conservatism strikes back (by Giovanni Orsina)

Giovanni Orsina, liberale doc, è il migliore giovane politologo italiano. E non solo a parere di chi (come me) gli è amico. Il suo commento sulla rinascita del movimento conservatore italiano, pubblicato sul Mattino di domenica 18 dicembre, è un gioiellino. Buona lettura.

di Giovanni Orsina
La manifestazione «Il dovere dell’identità» che si è svolta ieri a Roma su iniziativa della Fondazione Magna Carta, vicina al presidente del Senato Marcello Pera, è una delle tappe della rinascita, in Italia, di una cultura conservatrice liberale. Mancava da più di quarant’anni, quella cultura, nel nostro paese. Ad esser precisi, dal luglio del 1960. Come morì, allora, e perché ora rinasce?
La cultura conservatrice scompare nei primi anni Sessanta con l’avvio del centrosinistra. L’ingresso del Partito socialista nella maggioranza di governo, compiutosi dopo lunga gestazione alla fine del 1963 con il primo gabinetto Moro, si accompagna a un radicale mutamento intellettuale. Il centrosinistra «riscopre» la promessa di profondo rinnovamento della società e dell’economia, quando non di rivoluzione, che era stata della Resistenza e della Costituzione; rilancia l’antifascismo inteso come opposizione a qualsiasi forma di conservatorismo sociale; indebolisce fin quasi ad annullarli i legami che ancora resistevano con l’Italia prefascista, legami che definivano la tradizione nazionale e la continuità dello stato; esclude esplicitamente il Movimento sociale dal novero delle forze politiche «presentabili», e in maniera meno aperta ma non meno efficace delegittima con esso tutta la cultura moderata, pure quella antifascista, liberale, democratica, occidentale. Per un quarantennio, così, il conservatorismo rimane privo di parola.
Rimane privo di parola anche se i governi a maggioranza democristiana, sotto la patina retorica progressista, sono nei fatti dei governi tutt’altro che arditi. Anche se il paese nel suo ventre profondo continua a essere moderato. Il conservatorismo comincia a riguadagnarla, la parola, con la caduta del Muro di Berlino. Quando, qualche anno dopo il 1989, il sistema politico repubblicano collassa sotto l’offensiva giudiziaria, e sulla destra dello spazio elettorale si apre una voragine, Silvio Berlusconi dà vita a uno schieramento che non è più, com’era la Dc, «di centro però rivolto a sinistra». Ma che si colloca esplicitamente, talvolta orgogliosamente, sul versante di centrodestra. Tanto da «sdoganare», com’è noto, il Movimento sociale.
Ma la storia non finisce con il 1994. Il berlusconismo di prima maniera è liberale e liberista, ma non conservatore. Alleanza nazionale negli anni Novanta è ancora tramortita dal terremoto che l’ha portata dal ghetto al governo. La Lega non riesce a esprimere il proprio populismo in forme intellettualmente accettabili. Perché cominci a prendere forma una cultura autenticamente conservatrice c’è bisogno dell’11 settembre 2001. La sfida terroristica all’Occidente - e, si badi bene, la sfida di un terrorismo che si richiama al fatto religioso - ha spinto molti, prima al di là e ora pure al di qua dell’Atlantico, a interrogarsi sulle radici della civiltà occidentale. Sui rapporti che quelle radici hanno con la tradizione giudaico-cristiana. Sull’eventualità che quelle radici siano in tutto o in parte trapiantate al di fuori della loro terra. Sulla possibilità che a quelle radici siano innestati germogli provenienti da altre terre.
È questo problema, il problema dell’identità occidentale, che stanno cercando di ripensare la Fondazione Magna Carta del presidente Pera, o anche «il Foglio» di Giuliano Ferrara. È intorno a quel problema che si sta in larga misura riallineando la lotta politica italiana, soprattutto dopo il referendum dello scorso giugno sulla fecondazione artificiale. Ed è sempre a quel problema che cercano di rispondere, ciascuno sul proprio terreno, personaggi diversi come il presidente degli Stati Uniti, il ministro dell’Interno francese Nicolas Sarkozy, il pontefice Benedetto XVI.
Il «nuovo» conservatorismo italiano si colloca dunque saldamente all’interno della tradizione occidentale. È democratico e liberale, è un liberalismo conservatore tanto quanto un conservatorismo liberale. Crede nell’unità della comunità atlantica, ed è vicino all’America ben più che all’Europa come sono oggi. Ritiene che col terrorismo non si possa in alcun modo scendere a patti, ma che lo si debba senz’altro sconfiggere. È convinto che il dialogo con l’Islam, opportuno e indispensabile, possa crescere e dare frutto solo se lo si incardina intorno ad alcuni principi non negoziabili: la dignità dell’uomo e della donna, le libertà civili, il diritto di esistere per tutti. E per lo stato di Israele prima di tutto.
Il «nuovo» conservatorismo italiano, poi, ha aperto un dialogo con la Chiesa cattolica soprattutto sui temi bioetici, giudicandoli cruciali per la definizione della persona umana e della sua dignità, oltre che per la costruzione di un rapporto con la tradizione. Anche se questo è il terreno sul quale vi sono ancora, al suo interno, dei dissensi. Il «nuovo» conservatorismo italiano non passerà tanto rapidamente. Troppo importanti, di portata storica troppo ampia sono le questioni che esso affronta. Se sia «buono» o «cattivo», dipende largamente dalle preferenze politiche di ciascuno. Due effetti positivi però potrebbe averli, che dovrebbero interessare anche a chi non lo condivida. Il primo: costringere la cultura progressista a confrontarsi con i suoi avversari, piuttosto che demonizzarli e ghettizzarli. Il secondo: dare una voce culturale a un’opinione pubblica - e a un elettorato - che in Italia esistono, e non sono poi così marginali. Già questo soltanto non sarebbe poco.

© Il Mattino. Pubblicato il 18 dicembre 2005 col titolo "Dove vanno i nuovi conservatori".

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venerdì, dicembre 16, 2005

Primo sondaggio (vero) su Castro. Che ci rimane un po' male

E' stato condotto il primo vero sondaggio sul governo del dittatore Fidel Castro Ruz e la situazione dell'isola cubana. Tra l'8 ottobre e il 3 novembre quindici sondaggisti professionisti spagnoli sono sbarcati a Cuba in incognito, qualificandosi come turisti, e hanno intervistato 541 persone prese a caso, ben sparpagliate sul territorio cubano, ponendo a ciascuna di esse le domande di un questionario già preparato.
I risultati dicono che:
- metà dei cubani interpellati sostengono che le cose nell'isola vanno "male" o "molto male";
- appena il 20% sostiene che le cose stanno andando "bene" o "molto bene";
- il 50% critica fortemente il modello economico adottato dall'isola e ritiene che i principali problemi del Paese siano le privazioni, il costo della vita, la disoccupazione e la scarsità di cibo;
- tutta colpa dell'embargo americano, diranno gli utili idioti dei dittatori. E invece no, solo il 25% ritiene l'embargo americano responsabile dei mali della nazione cubana. Gli altri probabilmente hanno capito che il problema si chiama comunismo;
- il fattore età è importante: oltre metà dei cubani tra i 18 e i 29 anni (i più giovani, dunque) desiderano cambiamenti profondi che includano la presenza di una vera opposizione politica, mentre tra gli ultra 60enni il 35% (comunque una minoranza) non vuole che vi sia alcun cambiamento.
Insomma, la propaganda del dittatore fa acqua da tutte le parti (in Europa e in Italia no, qui di gonzi che ci credono se ne trovano a milioni).
Castro non ha preso molto bene la notizia del sondaggio. Da sempre i suoi sgherri, su mandato del ministro degli Esteri cubano, Felipe Pérez Roque, intimidiscono con metodi mafiosi i diplomatici dei Paesi che non stanno lingua in bocca con il regime, specie quelli americani (che hanno una delegazione nell'isola) e, di recente, quelli polacchi, cechi e spagnoli. Una delle specialità castriste consiste nel far trovare loro la casa imbrattata di escrementi. Nelle ultime settimane simili attacchi si sono intensificati, e il motivo è proprio il fatto che Castro sospetta che queste sedi diplomatiche abbiano aiutato i quindici sondaggisti spagnoli a svolgere il loro lavoro clandestino.
Questo e molto altro si trova nell'articolo "Castro, the Mafia, the Polls", appena scritto da Carlos Alberto Montaner per Real Clear Politics. Dove si ricorda, tra l'altro, che dopo cinquant'anni di dittatura Castro non è riuscito a soddisfare nemmeno metà del bisogno che i cubani hanno di elettricità, servizi telefonici, acqua potabile, abbigliamento, trasporti, cibo e abitazioni. Tutta colpa degli americani, ovviamente.

Sullo stesso argomento: Aiutiamo un prigioniero cubano.
Da non perdere: Che Guevara, ignorante in economia, del bravo Pinocchio.

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giovedì, dicembre 15, 2005

Cacciamo Ahmadinejad dall'Onu

Svegliamo quella vergogna chiamata Onu. Con Israele, contro i nazisti (islamici o no non fa alcuna differenza) che vogliono cancellarla dalle mappe geografiche e negano l'olocausto mentre proseguono il loro programma nucleare. Giuro che non ho alcuna voglia di trasformare questo nel blog delle petizioni (tanti, di sicuro più di quanti mi aspettassi, hanno firmato quella di Human Rights First per Oscar Elias Biscet: molti mi hanno scritto via mail, li ringrazio qui collettivamente). Però, come tanti altri, ho appena ricevuto una mail dal Centro Simon Wiesenthal (ha bisogno di presentazioni?) in cui mi si propone di firmare e di diffondere il più possibile la petizione diretta a Jan Eliasson, presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, nella quale si chiede che i 191 Stati dell'Onu censurino l'Iran e dichiarino Mahmoud Ahmadinejad persona non gradita (per capirsi: non si tratta di chiedere l'espulsione dell'Iran dalle Nazioni Unite).
Anche in questo caso, ci si impiega meno di un minuto: basta inserire nome, cognome, indirizzo email e fare click.
Trovate tutto qui.
Qui sotto, copio il testo della mail ricevuta dal Centro Wiesenthal.

IRAN’S LEADER DENIES HOLOCAUST WHILE THREATENING NEW GENOCIDE
SIGN URGENT PETITON TO PRESIDENT OF UN GENERAL ASSEMBLY
Not since Adolf Hitler, has the head of a sovereign state used his position so openly to threaten the Jewish people with genocide. Today, for the first time, Iranian President, Mahmoud Ahmadinejad, pictured below, publicly denied the Holocaust by calling it a "myth" used by Europeans to create a Jewish state in the heart of the Islamic world.
While Germany and other governments have protested this outrage, it is up to the United Nations to take the lead in insuring that the Iranian regime’s genocidal hate has specific consequences.
Please join the Simon Wiesenthal Center in urging Dr. Jan Eliasson, President of the United Nations General Assembly, to convene the 191 member states to censure Iran and declare its President persona non grata.
Next month, the UN General Assembly holds its first-ever official the Holocaust Commemoration Day on January 27. Ahmadinejad’s denial of the Holocaust not only slanders the memory of six million Jews but makes a mockery of the UN’s Holocaust commemoration.
Until now, Holocaust denial has been the domain of the lunatic fringe. Now, the leader of a repressive regime that is on the verge of becoming a nuclear power, has mobilized the full power of his state’s apparatus not only to deny history’s greatest crime, but to demand that Israel be removed from the Middle East or be confronted with his threat, that the Jewish state be "wiped off the face of the map."
Please act now by following this link to the Wiesenthal Center's petition to Dr. Jan Eliasson, President of the United Nations General Assembly.
Use this link to forward this urgent action appeal to your like-minded friends and family.

La petizione si firma qui.

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Milton Friedman: buono scuola, non buono carità

L'economista Milton Friedman, oggi 93enne, è il padre del buono scuola. Ovvero del sistema di finanziamento degli istituti d'istruzione basato sulle preferenze dal basso, nella convinzione - sacrosanta - che i genitori sappiano meglio di chiunque altro qual è la scuola migliore cui affidare i loro figli. Lo Stato consegna un voucher alle famiglie, le quali lo girano alla scuola - statale, privata, confessionale, laica, creata da una cooperativa di insegnanti, di genitori o da un imprenditore puro - che ritengono migliore per l'educazione del proprio figlio. Le scuole quindi convertono il buono in denaro contante. Ritenuta un'idea eretica mezzo secolo fa, quando fu lanciata da Friedman, il buono scuola ha conquistato consensi negli Stati Uniti e persino nel Vecchio continente.
In Italia, oggi, una forma caricaturale di buono scuola è in vigore in alcune regioni italiane, tra cui Lombardia e Piemonte. In nessuno di questi casi il buono è usato come un mezzo per rendere più efficiente il sistema scolastico (e il dio dell'ignoranza sa se in Italia ce ne sarebbe bisogno), ma solo come un modo per aiutare le famiglie più povere. Cosa analoga, del resto, avviene in gran parte della situazioni in cui lo "school voucher" è adottato negli Stati Uniti. Ma dare il buono scuola solo alle famiglie a reddito basso, spiega Friedman, appena intervistato da Reason, è un errore.
«Esistono molti tipi di possibili buoni-scuola, ma le varietà principali sono due, che io chiamo "buoni carità" e "buoni per l'istruzione". I buoni carità, purtroppo, sono quelli che abbiamo avuto sinora nella maggior parte dei casi. Sono stati pensati per persone di basso reddito che sono senza dubbio le prime vittime del nostro carente sistema scolastico. I buoni carità aiutano i poveri, ma non producono alcuna riforma reale del sistema educativo. E ciò di cui abbiamo bisogno è una vera riforma».
Alla domanda su quali siano i problemi di consenso relativi all'introduzione del buono scuola negli Stati Uniti, Friedman dipinge una situazione analoga a quella italiana. Basta sostituire alle parole "il partito democratico" le parole "la sinistra italiana". Dice Friedman che i sindacati degli insegnanti «sono riusciti a convincere gli intellettuali che essere contro il buono scuola è parte del mantra del partito democratico (...). Il partito democratico dovrebbe essere il difensore naturale del buono scuola. Secondo le parole di Ted Kennedy, i democratici debbono essere "la voce dei senza voce". E i senza voce beneficerebbero grandemente dell'adozione universale del buono scuola».

Per saperne di più:
"The Father of Modern School Reform" - Intervista di Reason Online a Milton Friedman
"Manifesto per una scuola libera in un libero Stato"
"La liberazione del sapere" di Dario Antiseri
"La battaglia per una scuola libera" di Dario Antiseri
"La scuola, la libertà di scegliere e lo Stato aspirapolvere" di Alberto Mingardi

mercoledì, dicembre 14, 2005

La Casa dei morti viventi 6 - True Anal Stories

Parla Giulio Tremonti. E già ci sarebbe da preoccuparsi. Dice: la Porno Tax «diventa una imposta etica secondo il modello francese. Non è una doppia Iva, ma una addizionale sui profitti di prodotti che incitano alla violenza e alla pornografia». Non so se essere più preoccupato per l'aggettivo "etica" o per l'aggettivo "francese": accetto suggerimenti. Poi hanno la faccia di definirsi un governo liberale. Poi tanti miei amici mi chiedono perché sono perplesso sull'eventualità di andare a votare alle prossime elezioni. Ha ragione my brother in arms Carlo Stagnaro: «Not in my name».
PS. A proposito. "Arancia Meccanica" è violento e/o incita alla violenza? E "Rocky II"? E "Kill Bill"? E "Leon"? E "Salvate il soldato Ryan"? E "Il signore degli Anelli"? E il dvd di un concerto di Alice Cooper? Con "The Passion" come la mettiamo? "Salò o le cento giornate di Sodoma" di Pasolini è porno? E "Ultimo tango a Parigi"? Dov'è il confine? Che facciamo, li carichiamo tutti con il nuovo balzello etico e non se ne parla più? E perché i film sì e i libri no? E chi decide cos'è porno, cos'è violento e cos'è arte? Che norma del caz2o. E scusate il francese.

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lunedì, dicembre 12, 2005

Aiutiamo un prigioniero cubano

Alzi la mano chi, in Italia, conosce il suo nome: Oscar Elias Biscet. Eppure la Bbc l'ha definito «uno dei più influenti prigionieri politici cubani», il Wall Street Journal gli ha dedicato questo articolo, l'ex premier spagnolo Jose Maria Aznar ha chiesto la sua liberazione, la diplomazia americana si è mossa ufficialmente per lui, la National Review ne parla così. Amnesty International lo ha inserito nella lista dei prigionieri di coscienza (a Cuba se ne contano oltre trecento). Questa è la lettera aperta scritta dalla moglie di Biscet e questo è quello che si ottiene facendo su Google una ricerca su di lui. Free Dr. Biscet è il sito dedicato alla sua causa. Ovviamente, per il dittatore Fidel Castro Ruz, Biscet è un pericoloso «contro-rivoluzionario».
Biscet è il creatore della Lawton Foundation, un'organizzazione per la promozione dei diritti umani a Cuba, dichiarata illegale dal dittatore cubano. Nata nel 1997, la Lawton Foundation ha l'obiettivo di far introdurre in Cuba lo stato di diritto e vedere applicata nell'isola la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. I mezzi attraverso i quale porti avanti questa sua battaglia sono la non violenza e la disobbedienza civile.
Biscet - che ha 44 anni, una moglie e due figli e di professione fa il medico - è cristiano e indica come suoi punti di riferimento il Dalai Lama, Henry David Thoreau, il Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Scarcerato nel 2002, nell'aprile del 2003 è stato di nuovo processato, assieme ad altri 74 oppositori, gran parte dei quali sostenitori del Progetto Varela (ne ho scritto qui e qui) e condannato a 25 anni di carcere. Se ne parlo oggi è perché, visto l'aggravarsi delle sue condizioni di salute - soffre di gastrite cronica e di ipertensione - e la barbara detenzione alla quale è sottoposto, ci sono serissimi motivi per ritenerlo in pericolo di vita.
Che fare? Semplice. Basta meno di un minuto. L'organizzazione non governativa Human Rights First ha appena avviato una campagna per protestare ufficialmente contro la detenzione di Biscet. Basta
1) fare clic qui;
2) leggere la lettera che vi appare in fondo alla pagina web di Human Rights First da voi aperta (o fidarvi del sottoscritto, il quale vi dice che la lettera esprime preoccupazioni per lo stato di salute di Biscet e per le condizioni in cui è detenuto, ne chiede gentilmente il rilascio e chiede anche alle autorità dell'Havana l'applicazione del protocollo delle Nazioni Unite sugli standard minimi di trattamento dei prigionieri e dei principi fissati dalle Nazioni Unite per la protezione di tutte le persone in custodia o in carcere);
3) inserire nome, cognome ed email nella colonna di destra;
4) fare clic sul tasto in basso "Send this message". Finito.
Così, la lettera, da voi firmata, sarà spedita al ministro degli Esteri cubano, Felipe Perez Roque, al capo dell'Ufficio di Interesse di Cuba a Washington, Dagoberto Rodríguez Barrera, e al rappresentante permanente di Cuba alle Nazioni Unite, Orlando Requeijo Gual.
Coraggio, basta poco e tra qualche giorno è Natale: è il momento giusto per una buona azione.

PS: la richiesta è rivolta soprattutto ai miei carissimi amici di TocqueVille, molti dei quali ogni giorno passano ore a disquisire tra di loro con lunghissimi post autoreferenziali, mentre fuori c'è tutto un mondo che cambia e che soffre. Usiamo gli occhi per guardarci intorno, invece che per rimirarci l'obelico. ;)

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E' Natale: regala Focus a un no-global

Uno dei drammi di questo Paese è che per trovare in edicola un magazine d'informazione popolare intelligente, non appiattito sui soliti luoghi comuni del giornalismo italiano, o ti compri "Focus" o ti attacchi. Il servizio di copertina dell'ultimo numero è un gioiellino, e smonta senza trombonate né alcuna pretesa di fare polemica politica tanti dogmi di fede dei terzomondisti e degli ecocatastrofisti. Nessun dato nuovo: semplicemente un po' di statistiche messe in fila con intelligenza. La morale del discorso è che la modernità, intesa innanzitutto come globalizzazione economica e progresso tecnologico, sta migliorando le nostre vite e quelle di miliardi di altre persone nel mondo. Questo non vuol dire che sia tutto rose e fiori, ovvio. Vuole dire, semplicemente, che i nostri avi stavano peggio e che i nostri nipoti hanno ottime probabilità di vivere una vita migliore della nostra.
Cito alla rinfusa:
1) Cina e India sono sempre più ricche (o meno povere, il che è lo stesso). Merito del fatto che si sono inserite con pieno successo nel meccanismo virtuoso della globalizzazione. Del resto, negli anni Settanta si parlava dell'India sui giornali solo per l'alto livello di denutrizione dei suoi abitanti (con conseguente elevato tasso di mortalità). Oggi se ne parla perché sta diventando uno dei centri mondiali d'eccellenza nella produzione di software. Qualcosa è cambiato, e la differenza l'ha fatta il mercato.
2) Capitolo Africa. Cito testuale. «Dopo decenni di crisi economica l'Africa comincia a dare segni di crescita economica. Lo dimostra un rapporto del giugno 2005 dell'Osce e della Banca africana per lo sviluppo. Contro ogni pronostico, nel 2004 il Pil africano è cresciuto del 5,4%. E il Fondo monetario internazionale stima per l'intera area una crescita del Pil del 5,2% nel 2005 e 5,6% nel 2006. Secondo l'Osce, i motivi di questa inversione di tendenza sono: il boom del petrolio africano; la crescita della domanda di prodotti agricoli; l'aumento degli aiuti internazionali; l'attuazione di politiche di scambio economico favorita dalla globalizzazione; la prevenzione dei conflitti tra i Paesi africani».
3) Nell'Afghanistan che i bamba chiamano "filoamericano" con intento di disprezzo si è registrata nel 2005, per la prima volta dopo quattro anni, una inversione di tendenza nella superficie coltivata a oppio, scesa da 131.000 a 104.000 ettari. Intanto, l'economia legale del Paese cresce a ritmi superiori al 10%.
4) Il numero delle guerre nel mondo è in calo, così come il numero dei morti in guerra e negli eventi di "violenza politica".
5) Si è scoperto che alcune specie (il picchio dal becco d'avorio, il condor della California, i gorilla di montagna del Ruanda, il corallo bianco) credute estinte o prossime all'estinzione in realtà non sono tali. Intanto, negli ultimi dodici anni, il numero degli elefanti inTanzania è raddoppiato, ed è aumentato anche in altri Paesi africani. Eppure nei giornali si parla solo di cacciatori d'avorio ed elefanti massacrati.
6) In Italia, anche se non diminuisce il numero delle persone colpite da tumore, cala, in modo costante, il numero di coloro che a causa di questa malattia muoiono: dal 1970 al 1999, ogni anno, sono morte di cancro 2.300 persone in meno.
7) E per finire... «Nonostante le ampie fluttuazioni, dovute alle variazioni climatiche del pianeta, sembra che l'assottigliamento dello stato d'ozono sopra l'Antartide stia lentamente migliorando». Si prevede la chiusura del buco dell'ozono «intorno al 2050».
Qualcuno spedisca il servizio di "Focus" a Greenpeace, per favore.

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sabato, dicembre 10, 2005

Le tragicomiche avventure di Bertinotti in Cina

di Fausto Carioti
Marx è morto, il compagno Mao pure e persino a Pechino se ne sono fatti una ragione già da tempo. Fausto Bertinotti, invece, deve ancora metabolizzare la notizia, e i primi a stupirsene sono proprio i comunisti cinesi che in questi giorni lo ospitano. Il segretario di Rifondazione comunista infatti è in Cina, alla guida di una delegazione della quale fanno parte anche il deputato Alfonso Gianni e il responsabile del dipartimento esteri del partito, Gennaro Migliore. «Dieci giorni che porteranno la delegazione ad incontrare alti rappresentanti del partito comunista cinese», riferisce Liberazione. Ieri, per l’occasione, il titolo sulla prima pagina del quotidiano rifondarolo era di quelli sapidi. «Bertinotti in Cina: “Ecco le nostre critiche”». E uno pensa: “Finalmente!”.
Basta leggere i documenti di Amnesty International per sapere che lo scorso anno, in Cina, «decine di migliaia di persone hanno continuato a essere tenute in custodia o in prigione in violazione dei loro diritti umani fondamentali e sono ad alto rischio di torture e maltrattamenti. Migliaia di persone sono state condannate a morte o hanno subìto la pena capitale, molte di loro dopo processi ingiusti. (...) La libertà di espressione e di religione continua ad essere severamente ristretta nel Tibet e in altre aree. (...) Attivisti politici, inclusi gli aderenti ai gruppi dichiarati fuori legge, così come coloro che chiedono riforme politiche o più democrazia, continuano a essere arbitrariamente detenuti, e in alcuni casi condannati e messi in carcere. Alla fine del 2004 Amnesty International ha contato oltre 50 persone in custodia o in prigione per aver letto o messo in circolazione su Internet informazioni politicamente rilevanti». Anche le cronache degli ultimi giorni forniscono materiale di conversazione tutt’altro che banale: il primo dicembre sessanta attivisti sono stati messi in carcere per aver semplicemente tentato di consegnare una lettera ai dirigenti delle Nazioni Unite riuniti a Shanghai.
E invece. Davanti al viceministro Zhang Zhijun, raccontano gli inviati, Bertinotti ha attaccato il concione contro la mondializzazione economica, della quale la Cina ha deciso di diventare protagonista di primo livello. Bisogna «contrastare l’ispirazione della globalizzazione capitalistica», ha detto il leader di Rifondazione ai compagni cinesi, perché questa «produce fenomeni di crisi sociale e di civiltà», riducendo i diritti umani e sindacali. Insomma, per Bertinotti il problema dei diritti umani in Cina non è legato al tanto che resta del regime comunista, ma all’unica concessione fatta sinora alla società aperta: l’apertura al libero mercato. Eredi di una pazienza millenaria, i comunisti cinesi hanno spiegato all’utopista italiano che «la globalizzazione è una realtà» e che è inutile farci il sangue amaro: meglio usarla per ridurre la povertà, come sta accadendo. All’inviata del Corriere della Sera hanno poi spifferato quello che pensano davvero di Bertinotti: «È uno che può dire certe cose perché è all’opposizione e comunque non dovrà porsi il problema di governare un miliardo e trecento milioni di esseri umani». I complimenti sono reciproci, visto il commento riservato ai padroni di casa dal compagno Gennaro Migliore: «Hanno un atteggiamento blairiano nei confronti della globalizzazione».
I giornalisti hanno poi chiesto a Bertinotti e ai suoi se con le autorità cinesi avessero parlato del massacro di Tienanmen (giugno 1989, 320 morti secondo le fonti ufficiali, 1.300 per le organizzazioni internazionali). Paragone raggelante di Alfonso Gianni: «Sarebbe come discutere del G8 di Genova con Pisanu». Infierisce Bertinotti: «I cinesi hanno sbagliato perché allora la storia successiva non era immaginabile». Cioè: sono colpevoli, ma col senno di poi, non perché hanno ucciso centinaia di persone. Involontariamente eufemistico, il segretario di Rifondazione, quando dice che quei fatti «hanno lasciato una scia di opacità sulla questione dei diritti». Avesse parlato di scia rosso sangue ci sarebbe andato vicino. Del Tibet, manco una parola. Dei prigionieri d’opinione, nemmeno. I diritti negati? Colpa del libero mercato. Non è un caso, insomma, se i cinesi hanno capito subito con chi hanno a che fare. Sono bastate poche ore di colloqui.

© Libero. Pubblicato il 10 dicembre 2005.

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Gli zombies di Kyoto

Un motivo per leggere l'odierna pagina degli editoriali del Wall Street Journal è il commento sul trattato di Kyoto. Dove si spiega perché il trattato sia, di fatto, già morto, nonostante la conferenza delle Nazioni Unite che si è tenuta a Montreal l'abbia dichiarato ipocritamente «fully operational». Riassumo.
- India e Cina, esentate dal protocollo di Kyoto in quanto Paesi non ancora industrializzati a sufficienza, non hanno alcuna intenzione di tagliare le emissioni nel futuro prevedibile. E la Cina è la seconda "fabbrica" di gas serra del pianeta. Gli Stati Uniti (primi in classifica) hanno già detto che non ratificheranno il trattato di Kyoto. Chi critica George W. Bush per questa decisione, sappia che Bill Clinton, dopo aver fatto firmare il trattato ad Al Gore, lo ha chiuso in un cassetto guardandosi bene dal sottoporlo al giudizio del Senato.
- Gli obiettivi del trattato sono ritenuti irrealizzabili dagli stessi firmatari. Il protocollo di Kyoto prevede di portare le emissioni di gas serra, entro il 2012, a un livello inferiore del 5% a quello del 1990. Eppure nel 2003 questi livelli erano superiori del 10% a quelli del 1990 in Italia e Giappone, di oltre il 20% in Irlanda e Canada, di oltre il 40% in Spagna. Per dirla con Tony Blair, «la verità brutale è che nessun Paese vorrà sacrificare la sua crescita economica per raggiungere simili obiettivi».
- Gli unici due Paesi seriamente industrializzati che sinora hanno rispettato gli obiettivi, Gran Bretagna e Germania, l'hanno fatto più per ragioni incidentali che altro: la fine del carbone inglese e il crollo dell'industria della Germania Est (probabilmente tra le più inquinanti a memoria d'uomo).
- La stessa comunità scientifica è tutt'altro che convinta della serietà degli assunti su cui si basa il protocollo di Kyoto. La curva a forma di mazza da hockey, pubblicata sulla rivista "Nature" nel 1998, che secondo i fedeli del mantra di Kyoto mostrerebbe in modo incontrovertibile il nesso causale tra industrializzazione e aumento della temperatura del globo, è il frutto di una serie di errori di valutazione grossolani, smascherati, tra gli altri, dai canadesi Stephen McIntyre e Ross McKitrick (qui il loro lavoro, formato Pdf, e qui altri link utili). Non solo: è provato che durante il Medio Evo il pianeta subì una fase di riscaldamento simile a quella attuale. All'epoca, però, non vi erano industrie né automobili fuoristrada. Morale: la temperatura della Terra risponde più a cause naturali (eruzioni vulcaniche e attività solare, ad esempio) che all'attività dell'uomo. Ed esistono prove consistenti che in molte aree del pianeta, persino industrializzate come la Gran Bretagna, la temperatura media vada scendendo, piuttosto che aumentare.
- Intanto Stati Uniti, Giappone, Cina, Corea del Sud, India e Australia, che messe insieme valgono quasi metà della popolazione mondiale, a gennaio s'incontreranno a Sydney, per lanciare un accordo parallelo a quello di Kyoto, ma dagli obiettivi ben diversi: invece di penalizzare le industrie e la crescita economica, usare la tecnologia per arrivare al più presto allo sfruttamento delle fonti d'energia pulite del futuro (vedi alla voce idrogeno). E anche questa è una prova del fatto che il protocollo di Kyoto è considerato politicamente defunto dai suoi stessi firmatari (vale la pena di ricordare che Kyoto è in Giappone).

PS: detto tutto questo, il blog italiano di riferimento per ogni questione relativa al trattato di Kyoto è, notoriamente, Happytrails, dell'ottimo Carlo Stagnaro.

Addendum: Anche Carlo Lottieri si è occupato della questione per conto dell'Istituto Bruno Leoni.

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venerdì, dicembre 09, 2005

Comunismo, 15 anni dopo: quattro lezioni dall'Europa centrale e orientale

Ci pensa l'Independent Institute, tramite Alvaro Vargas Llosa, a tirare la morale sulla fine del comunismo in Europa centrale. Non servirà a chi ancora crede in certe ideologie criminali (dal punto di vista dei diritti umani) e fallimentari (dal punto di vista economico), ma serve a chi ha occhi per vedere e cervello per capire. Chi non l'ha fatto, può ancora leggere il "Transition Report 2005" della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (qui il pdf della presentazione). Il commento di Vargas Llosa parte proprio dall'analisi di questo documento. Ne ricava quattro lezioni.
1) In tutta l'Europa centrale e orientale è stato raggiunto un vasto consenso sui benefici del libero mercato. Si discute su quanto in profondità le riforme liberiste debbano arrivare, non sulla loro opportunità. E questo è un enorme passo in avanti rispetto all'Africa e all'America Latina. Persino gli ultimi carri, Romania e Slovacchia, si sono mossi e hanno adottato le prime riforme incisive.
2) I Paesi che oggi mostrano le migliori performance di ricchezza sono quelli che con maggiore convinzione e coraggio, all'epoca, hanno saputo adottare le riforme più incisive nel modo più rapido. Alla faccia di chi pensa che sia indispensabile un periodo di graduale "adattamento" semi-socialista dal sistema economico controllato dallo Stato a quello basato sulla libera concorrenza. Il caso-scuola, come noto, è quello dell'Estonia, che quindici anni fa ha rimosso tutte le tariffe doganali. Confermata la correlazione per cui i Paesi con le minori barriere all'entrata delle merci straniere non solo sono quelli che importano di più (come intuibile), ma anche quelli che esportano di più.
3) Le riforme debbono essere coordinate. Serve a poco rimuovere le tariffe doganali se all'interno dei confini nazionali restano i vincoli interni all'impresa e al libero scambio. Ancora una volta, la nave-scuola è l'Estonia, che nel 1994 ha sostituito un sistema fiscale astruso con una bella "flat tax". Presto imitata da Lettonia e Lituania e, più tardi, da altri Paesi dell'Europa centrale. Il successo è tale che oggi Francia e Germania accusano gli Stati che adottano un simile regime fiscale di "concorrenza sleale" nella caccia ai finanziamenti stranieri.
4) Per tradurre in posti di lavoro tutte queste riforme di riduzione e semplificazione fiscale è necessario un mercato del lavoro flessibile. Lo confermano l'Ungheria, che grazie a questa ricetta ha di fatto eliminato la povertà nel giro di quindici anni, e - "a contrario" - la Polonia, che con il suo alto costo del lavoro fissato per legge e un sistema rigido di assunzioni e licenziamenti vede oggi impiegato appena il 51% della propria popolazione in età lavorativa.

Tav, la sinistra vuole sfasciare l'Italia

di Fausto Carioti
Altro che Lega Nord, altro che devolution. I fatti di questi giorni in Val di Susa e lo scontro politico che si è aperto intorno ad essi dimostrano che se c’è una parte del Parlamento pronta a sfasciare l’Italia per ragioni di piccolo cabotaggio elettorale, questa è la sinistra. I partiti dell’opposizione - tutti, nessuno escluso - hanno trascorso l’intera ultima legislatura a spiegare agli elettori che la riforma federalista voluta da Umberto Bossi e difesa dall’intera maggioranza è un attentato all’unità nazionale, il trionfo degli egoismi locali dinanzi al bene comune. (Il che non è vero, visto che si tratta di una riforma sotto moltissimi aspetti assai più centralista del federalismo introdotto dalla sinistra nella scorsa legislatura). Non ci hanno messo molto, però, a far capire di che pasta sono fatti davvero. Dovendo scegliere tra gli ecofondamentalisti della Val di Susa e l’opera destinata a saldare l’asse dei trasporti italiani a quello europeo, non ci hanno pensato un minuto a gettare nello scarico l’interesse nazionale per sposare la causa dell’egoismo locale. Come il cane di Ivan Pavlov, hanno reagito all’unico stimolo in grado di aumentare la loro salivazione: l’antiberlusconismo.
Così facendo, si sono rimangiati in un colpo solo quanto hanno detto e fatto in questi anni. Innanzitutto perché l’alta velocità ferroviaria ha avuto il benestare - talvolta tacito e imbarazzato, talaltra palese - di gran parte della sinistra di governo, sia nazionale che locale. Prima all’insegna della supremazia ideologica del mezzo pubblico su quello privato, poi in nome del trattato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti, hanno sempre detto che il trasporto su rotaia deve essere incentivato. Nel programma con cui Francesco Rutelli si candidò (perdendo) alle elezioni politiche del 2001 si leggeva: «I binari rappresentano il futuro dei trasporti, e non solo su scala nazionale. La “cura del ferro” deve consentire un migliore collegamento con l’Europa, ma anche una profonda trasformazione del trasporto urbano. Sono quindi indispensabili grandi investimenti in una rete che, in ampie zone d’Italia, rimane al di sotto di standard accettabili. I lavori sulla linea Torino-Lione, e su quella del Brennero, sono urgenti, così come la realizzazione delle linee ad alta capacità, specie sulle direttrici meridionali». Il passaggio dei nuovi binari in Val di Susa, insomma, era citato in modo esplicito nel programma con cui l’Ulivo si era candidato a governare questa legislatura (per chi si fosse perso qualcosa, “alta capacità” non è altro che l’eufemismo politicamente corretto con cui è stata ribattezzata l’alta velocità ferroviaria). Ancora nel programma della Lista Prodi per le Europee del 2004 si leggeva che sarebbe stato un loro preciso impegno «facilitare i collegamenti tra le mille città d’Europa, potenziando i corridoi ferroviari e autostradali». E va da sé che i collegamenti ferroviari con l’Europa non si potenziano con i treni accelerati.
Ma di imbarazzante, nella decisione di schierarsi con gli eversivi della Val di Susa e i no global che li affiancano, c’è soprattutto il fatto che essa rinfaccia contro la stessa sinistra, una per una, le accuse di “sfascismo” rivolte alla Cdl. Romano Prodi ha accusato la devolution voluta dalla maggioranza di «egoismo materializzato», che «aumenta la conflittualità nel sistema delle autonomie regionali e locali» e va contro «l’interesse generale degli italiani». Il verde Alfonso Pecoraro Scanio ha detto che la riforma costituzionale della Cdl «è fondata sull’egoismo». Per il governatore della Calabria Agazio Loiero il federalismo della Lega rappresenta «la fine dello Stato unitario, il trionfo degli egoismi, la vittoria di una minoranza». Ugo Intini ha parlato della divisione dell’Italia «in tante piccole patrie». Solo per citarne alcuni. Ma, alla prima occasione in cui l’egoismo locale delle piccole patrie si è trovato davvero in conflitto con l’interesse generale del Paese (e che l’alta velocità sia un importante interesse collettivo lo ha spiegato lo stesso Carlo Azeglio Ciampi, quando ha avvertito che «l’Italia non può rimanere esclusa dalla realizzazione delle grandi reti di comunicazione europee»), la sinistra non ha avuto dubbi. Non si sono chiesti, come ha fatto il presidente della Repubblica, se l’opera fosse necessaria o meno agli italiani, ai lavoratori e alle imprese. È bastato loro vedere da quale parte stesse Silvio Berlusconi per scegliere automaticamente di collocarsi sulla sponda opposta, accanto a quelli che bloccano i cantieri e le strade, violando così la legge in nome del loro interesse particolare. Con buona pace dell’interesse generale, della solidarietà nazionale, del bene comune e di tutte le altre formule vuote con cui gli esponenti dell’opposizione sono abituati a riempirsi la bocca.

© Libero. Pubblicato il 9 dicembre 2005.

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