lunedì, dicembre 19, 2005

Conservatism strikes back (by Giovanni Orsina)

Giovanni Orsina, liberale doc, è il migliore giovane politologo italiano. E non solo a parere di chi (come me) gli è amico. Il suo commento sulla rinascita del movimento conservatore italiano, pubblicato sul Mattino di domenica 18 dicembre, è un gioiellino. Buona lettura.

di Giovanni Orsina
La manifestazione «Il dovere dell’identità» che si è svolta ieri a Roma su iniziativa della Fondazione Magna Carta, vicina al presidente del Senato Marcello Pera, è una delle tappe della rinascita, in Italia, di una cultura conservatrice liberale. Mancava da più di quarant’anni, quella cultura, nel nostro paese. Ad esser precisi, dal luglio del 1960. Come morì, allora, e perché ora rinasce?
La cultura conservatrice scompare nei primi anni Sessanta con l’avvio del centrosinistra. L’ingresso del Partito socialista nella maggioranza di governo, compiutosi dopo lunga gestazione alla fine del 1963 con il primo gabinetto Moro, si accompagna a un radicale mutamento intellettuale. Il centrosinistra «riscopre» la promessa di profondo rinnovamento della società e dell’economia, quando non di rivoluzione, che era stata della Resistenza e della Costituzione; rilancia l’antifascismo inteso come opposizione a qualsiasi forma di conservatorismo sociale; indebolisce fin quasi ad annullarli i legami che ancora resistevano con l’Italia prefascista, legami che definivano la tradizione nazionale e la continuità dello stato; esclude esplicitamente il Movimento sociale dal novero delle forze politiche «presentabili», e in maniera meno aperta ma non meno efficace delegittima con esso tutta la cultura moderata, pure quella antifascista, liberale, democratica, occidentale. Per un quarantennio, così, il conservatorismo rimane privo di parola.
Rimane privo di parola anche se i governi a maggioranza democristiana, sotto la patina retorica progressista, sono nei fatti dei governi tutt’altro che arditi. Anche se il paese nel suo ventre profondo continua a essere moderato. Il conservatorismo comincia a riguadagnarla, la parola, con la caduta del Muro di Berlino. Quando, qualche anno dopo il 1989, il sistema politico repubblicano collassa sotto l’offensiva giudiziaria, e sulla destra dello spazio elettorale si apre una voragine, Silvio Berlusconi dà vita a uno schieramento che non è più, com’era la Dc, «di centro però rivolto a sinistra». Ma che si colloca esplicitamente, talvolta orgogliosamente, sul versante di centrodestra. Tanto da «sdoganare», com’è noto, il Movimento sociale.
Ma la storia non finisce con il 1994. Il berlusconismo di prima maniera è liberale e liberista, ma non conservatore. Alleanza nazionale negli anni Novanta è ancora tramortita dal terremoto che l’ha portata dal ghetto al governo. La Lega non riesce a esprimere il proprio populismo in forme intellettualmente accettabili. Perché cominci a prendere forma una cultura autenticamente conservatrice c’è bisogno dell’11 settembre 2001. La sfida terroristica all’Occidente - e, si badi bene, la sfida di un terrorismo che si richiama al fatto religioso - ha spinto molti, prima al di là e ora pure al di qua dell’Atlantico, a interrogarsi sulle radici della civiltà occidentale. Sui rapporti che quelle radici hanno con la tradizione giudaico-cristiana. Sull’eventualità che quelle radici siano in tutto o in parte trapiantate al di fuori della loro terra. Sulla possibilità che a quelle radici siano innestati germogli provenienti da altre terre.
È questo problema, il problema dell’identità occidentale, che stanno cercando di ripensare la Fondazione Magna Carta del presidente Pera, o anche «il Foglio» di Giuliano Ferrara. È intorno a quel problema che si sta in larga misura riallineando la lotta politica italiana, soprattutto dopo il referendum dello scorso giugno sulla fecondazione artificiale. Ed è sempre a quel problema che cercano di rispondere, ciascuno sul proprio terreno, personaggi diversi come il presidente degli Stati Uniti, il ministro dell’Interno francese Nicolas Sarkozy, il pontefice Benedetto XVI.
Il «nuovo» conservatorismo italiano si colloca dunque saldamente all’interno della tradizione occidentale. È democratico e liberale, è un liberalismo conservatore tanto quanto un conservatorismo liberale. Crede nell’unità della comunità atlantica, ed è vicino all’America ben più che all’Europa come sono oggi. Ritiene che col terrorismo non si possa in alcun modo scendere a patti, ma che lo si debba senz’altro sconfiggere. È convinto che il dialogo con l’Islam, opportuno e indispensabile, possa crescere e dare frutto solo se lo si incardina intorno ad alcuni principi non negoziabili: la dignità dell’uomo e della donna, le libertà civili, il diritto di esistere per tutti. E per lo stato di Israele prima di tutto.
Il «nuovo» conservatorismo italiano, poi, ha aperto un dialogo con la Chiesa cattolica soprattutto sui temi bioetici, giudicandoli cruciali per la definizione della persona umana e della sua dignità, oltre che per la costruzione di un rapporto con la tradizione. Anche se questo è il terreno sul quale vi sono ancora, al suo interno, dei dissensi. Il «nuovo» conservatorismo italiano non passerà tanto rapidamente. Troppo importanti, di portata storica troppo ampia sono le questioni che esso affronta. Se sia «buono» o «cattivo», dipende largamente dalle preferenze politiche di ciascuno. Due effetti positivi però potrebbe averli, che dovrebbero interessare anche a chi non lo condivida. Il primo: costringere la cultura progressista a confrontarsi con i suoi avversari, piuttosto che demonizzarli e ghettizzarli. Il secondo: dare una voce culturale a un’opinione pubblica - e a un elettorato - che in Italia esistono, e non sono poi così marginali. Già questo soltanto non sarebbe poco.

© Il Mattino. Pubblicato il 18 dicembre 2005 col titolo "Dove vanno i nuovi conservatori".

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