martedì, dicembre 06, 2005

La Tav, la Val Susa e l'equivoco del dialogo

Poche ore dopo lo sgombero dei picchetti davanti ai cantieri dell'Alta Velocità in Val Susa, ad opera di polizia e carabinieri, la parola che più appare nelle dichiarazioni degli esponenti di sinistra (ma non solo) è "dialogo". Lo invocano Prodi, Agnoletto, Greenpeace, Bertinotti, Di Pietro, Rinaldini (Fiom-Cgil), Angius, Pecoraro Scanio, Cento, Realacci e molti altri. Il succo delle loro dichiarazioni è: «Il governo non doveva usare la forza, ma il dialogo». Un ragionamento che suona molto nobile, ma è avvolto da un grosso equivoco. Il dialogo è essenziale in democrazia, ma dialogare non vuol dire dover aspettare sin quando tutti sono convinti. Minoranze che non sono convinte ce ne saranno sempre in qualunque occasione, e ci sarà sempre qualcuno che dirà che doveva esserci un supplemento di dialogo nei confronti di costoro, che si doveva fare uno sforzo in più prima di passare all'azione. Persino mentre la Germania di Hitler divorava "spazi vitali a oriente" c'era chi invocava il dialogo. Per tutti costoro la domanda è: se tornando a casa trovi una persona che ti sbarra la porta e ti impedisce di entrare, e dopo averci parlato per cinque minuti, per mezz'ora, per due ore, per mezza giornata, insomma, tutto il tempo ragionevole e anche qualcosa di più, questo non si toglie dalle scatole, tu che fai? Usi la forza (tua o della polizia) per fare rispettare la legge o rinunci a entrare in casa?
Fissare l'obbligo di convincere tutti vuol dire mettere in mano a una minoranza di pochi ostinati il potere di veto. E se in democrazia c'è una cosa peggiore della dittatura della maggioranza, questa è la dittatura della minoranza.

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