venerdì, dicembre 30, 2005

Fate la globalizzazione, non fate la guerra

Tra i bilanci importanti da fare alla fine di un anno, i libertarian del Cato Institute inseriscono doverosamente la diminuzione delle guerre e dei morti in conflitti armati. Diminuzione, per capirsi, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), che non è proprio un covo di falchi vicini alla Casa Bianca (qui il lancio dell'agenzia Ap e qui gli highlights del rapporto annuale del Sipri). Un fenomeno che stona parecchio con i titoli del mainstream dei media italiani e statunitensi, che dipingono un mondo in preda alla follia omicida, con l'intento fanciullesco di farci credere che l'assetto basato su una superpotenza "irresponsabile" per definizione, come gli Stati Uniti, non possa che essere condannato alla violenza crescente.
Il motivo principale del calo delle guerre e dei morti non è che stiamo diventando tutti più buoni, ma che - semplicemente - si fanno più soldi con la pace che con la guerra. Solo i bamba credono ai complotti delle multinazionali interessate a far scoppiare conflitti ovunque. Questo, semmai, è l'interesse delle industrie belliche, ma la stragrande maggioranza delle imprese vuole pace, prosperità e libero mercato. Soprattutto, grazie anche alla globalizzazione, ci sono sempre più individui convinti che la guerra sia un gioco a perdere, sotto tutti i punti di vista.
Il Cato Institute lo spiega così:
1) Commercio e globalizzazione hanno rafforzato l'espansione della democrazia, e le democrazie non fanno guerre l'una con l'altra. Oggi sono democratici due terzi dei Paesi del mondo: un record. La gente viaggia, naviga su Internet, confronta le proprie idee con quelle degli altri e capisce che ammazzarsi a vicenda è da imbecilli.
2) La globalizzazione lega le economie dei Paesi l'una all'altra, li rende interdipendenti, e ogni nazione oggi ha molto da perdere rompendo questi legami economici. Farsi la guerra, oggi, costa molto più di quanto costasse mezzo secolo fa.
3) Un motivo storico delle guerre, in passato, è stato l'accaparramento di nuovi territori e nuove risorse. Insomma, l'arricchimento. Ma oggi la ricchezza si misura sempre più in termini di diritti di proprietà intellettuale, asset finanziari e capitale umano: tutta roba difficile da ottenere con le armi. Piuttosto che fare guerra al mio vicino per mettere le mani sulle sue terre, mi conviene acquistare i suoi prodotti e vendergli i miei. E' quello che sta accadendo in Europa da mezzo secolo a questa parte, e infatti - qualunque cosa ne dicano i profeti di sventura - non siamo mai stati così bene e in pace né si è mai vissuto tanto a lungo.
Non a caso, il Paese più pericoloso oggi sulla scena mondiale è la Corea del Nord, un paria della comunità internazionale, del tutto (auto) esclusa dal gioco della globalizzazione.
Ovviamente, gli effetti del libero mercato si fanno sentire solo nei Paesi raggiunti dalla globalizzazione (che sono sempre di più) e non sono certo causa sufficiente per la scomparsa delle guerre. Fattori importanti che remano in direzione opposta sono il nazionalismo, l'odio ideologico e razziale e il fanatismo religioso. Malattie per le quali nemmeno la globalizzazione ha trovato la cura.

"Peace on Earth? Try Free Trade among Men", by Daniel T. Griswold, Cato Institute.