venerdì, dicembre 09, 2005

Tav, la sinistra vuole sfasciare l'Italia

di Fausto Carioti
Altro che Lega Nord, altro che devolution. I fatti di questi giorni in Val di Susa e lo scontro politico che si è aperto intorno ad essi dimostrano che se c’è una parte del Parlamento pronta a sfasciare l’Italia per ragioni di piccolo cabotaggio elettorale, questa è la sinistra. I partiti dell’opposizione - tutti, nessuno escluso - hanno trascorso l’intera ultima legislatura a spiegare agli elettori che la riforma federalista voluta da Umberto Bossi e difesa dall’intera maggioranza è un attentato all’unità nazionale, il trionfo degli egoismi locali dinanzi al bene comune. (Il che non è vero, visto che si tratta di una riforma sotto moltissimi aspetti assai più centralista del federalismo introdotto dalla sinistra nella scorsa legislatura). Non ci hanno messo molto, però, a far capire di che pasta sono fatti davvero. Dovendo scegliere tra gli ecofondamentalisti della Val di Susa e l’opera destinata a saldare l’asse dei trasporti italiani a quello europeo, non ci hanno pensato un minuto a gettare nello scarico l’interesse nazionale per sposare la causa dell’egoismo locale. Come il cane di Ivan Pavlov, hanno reagito all’unico stimolo in grado di aumentare la loro salivazione: l’antiberlusconismo.
Così facendo, si sono rimangiati in un colpo solo quanto hanno detto e fatto in questi anni. Innanzitutto perché l’alta velocità ferroviaria ha avuto il benestare - talvolta tacito e imbarazzato, talaltra palese - di gran parte della sinistra di governo, sia nazionale che locale. Prima all’insegna della supremazia ideologica del mezzo pubblico su quello privato, poi in nome del trattato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti, hanno sempre detto che il trasporto su rotaia deve essere incentivato. Nel programma con cui Francesco Rutelli si candidò (perdendo) alle elezioni politiche del 2001 si leggeva: «I binari rappresentano il futuro dei trasporti, e non solo su scala nazionale. La “cura del ferro” deve consentire un migliore collegamento con l’Europa, ma anche una profonda trasformazione del trasporto urbano. Sono quindi indispensabili grandi investimenti in una rete che, in ampie zone d’Italia, rimane al di sotto di standard accettabili. I lavori sulla linea Torino-Lione, e su quella del Brennero, sono urgenti, così come la realizzazione delle linee ad alta capacità, specie sulle direttrici meridionali». Il passaggio dei nuovi binari in Val di Susa, insomma, era citato in modo esplicito nel programma con cui l’Ulivo si era candidato a governare questa legislatura (per chi si fosse perso qualcosa, “alta capacità” non è altro che l’eufemismo politicamente corretto con cui è stata ribattezzata l’alta velocità ferroviaria). Ancora nel programma della Lista Prodi per le Europee del 2004 si leggeva che sarebbe stato un loro preciso impegno «facilitare i collegamenti tra le mille città d’Europa, potenziando i corridoi ferroviari e autostradali». E va da sé che i collegamenti ferroviari con l’Europa non si potenziano con i treni accelerati.
Ma di imbarazzante, nella decisione di schierarsi con gli eversivi della Val di Susa e i no global che li affiancano, c’è soprattutto il fatto che essa rinfaccia contro la stessa sinistra, una per una, le accuse di “sfascismo” rivolte alla Cdl. Romano Prodi ha accusato la devolution voluta dalla maggioranza di «egoismo materializzato», che «aumenta la conflittualità nel sistema delle autonomie regionali e locali» e va contro «l’interesse generale degli italiani». Il verde Alfonso Pecoraro Scanio ha detto che la riforma costituzionale della Cdl «è fondata sull’egoismo». Per il governatore della Calabria Agazio Loiero il federalismo della Lega rappresenta «la fine dello Stato unitario, il trionfo degli egoismi, la vittoria di una minoranza». Ugo Intini ha parlato della divisione dell’Italia «in tante piccole patrie». Solo per citarne alcuni. Ma, alla prima occasione in cui l’egoismo locale delle piccole patrie si è trovato davvero in conflitto con l’interesse generale del Paese (e che l’alta velocità sia un importante interesse collettivo lo ha spiegato lo stesso Carlo Azeglio Ciampi, quando ha avvertito che «l’Italia non può rimanere esclusa dalla realizzazione delle grandi reti di comunicazione europee»), la sinistra non ha avuto dubbi. Non si sono chiesti, come ha fatto il presidente della Repubblica, se l’opera fosse necessaria o meno agli italiani, ai lavoratori e alle imprese. È bastato loro vedere da quale parte stesse Silvio Berlusconi per scegliere automaticamente di collocarsi sulla sponda opposta, accanto a quelli che bloccano i cantieri e le strade, violando così la legge in nome del loro interesse particolare. Con buona pace dell’interesse generale, della solidarietà nazionale, del bene comune e di tutte le altre formule vuote con cui gli esponenti dell’opposizione sono abituati a riempirsi la bocca.

© Libero. Pubblicato il 9 dicembre 2005.

Etichette: ,