giovedì, marzo 30, 2006

Ratzinger divide i radicali

Prima, in tarda mattinata, parla Joseph Ratzinger, incontrando la delegazione degli europarlamentari del Ppe. Il papa indica quelli che a suo dire sono i tre «principi non negoziabili» in politica: la «protezione della vita in ogni suo stadio, dal concepimento fino alla morte naturale», la difesa «della naturale struttura della famiglia quale unione tra un uomo e una donna basata sul matrimonio» e la «protezione del diritto dei genitori a educare i figli» (qui, sul sito del Vaticano, il testo integrale, in inglese, del discorso del Papa).
Quindi, nel primo pomeriggio, Emma Bonino risponde in tempo reale alla chat del Corriere della Sera. A domanda diretta sulla questione replica che «il Papa ha tutto il diritto di parlare ai credenti. C'è una differenza importante rispetto a Ruini che andò molto più in là dicendo: non votate i partiti che sostengono i Pacs». Pur sapendo benissimo che «siamo a 10 giorni dal voto ed è chiaro che le sue parole sono rivolte agli italiani, non certo ai brasiliani», per la radicale, dunque, Ratzinger «ha tutto il diritto» di dire ciò che dice.
Intanto interviene Daniele Capezzone. Che questo diritto al papa proprio non lo riconosce: «E' sempre più evidente che le gerarchie ecclesiastiche, in testa il papa e il cardinale Ruini, hanno scelto di entrare a gamba tesa nella campagna elettorale, addirittura nella forma che io chiamarei dei comizi finali o di preparazione dei comizi finali».
Ricapitolando. Per la Bonino il discorso di Ratzinger è l'esercizio di un diritto incontestabile, anche perché, secondo lei, il papa - a differenza di quanto fatto dal cardinale Camillo Ruini - non ha detto agli italiani come votare. Un atteggiamento liberale nei confronti del papa, anche se la distinzione che fa tra Ratzinger e Ruini si regge su basi di cartapesta. Per Capezzone quelle stesse parole del papa sono invece «un'entrata a gamba tesa», un «comizio finale». A onore di Capezzone, va riconosciuto che non cerca di costruire distinzioni improbabili tra Ratzinger e Ruini.
L'impressione è che questo Papa che non accetta di stare zitto e insiste a dire la sua non sappiano nemmeno i radicali come gestirlo, in bilico come sono tra le loro radici liberali e tolleranti e una tensione, per loro assai naturale, verso l'anticlericalismo viscerale.
Qui comunque, come già scritto, si pensa (con la presunzione di essere tra i liberali seri) che prendersela con Ratzinger e Ruini perché dicono certe cose è tanto insensato quanto prendersela con il presidente dell'Arcigay perché consiglia gli iscritti di votare i candidati che si impegnano a introdurre una legge per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Liberi tutti di dire ciò che vogliono, liberi gli elettori di seguire le loro indicazioni o fregarsene. E' un principio così banale che mi sento stupido a scriverlo, ma a quanto pare qualcuno, che pure si dice liberale, ancora fatica a digerirlo.
E dire, come fanno alcuni, che la Chiesa dovrebbe trattenersi dall'intervenire sui temi politici perché è legata allo Stato italiano dal Concordato e da altri privilegi, reali o presunti, è una solenne cavolata. Una cosa sono i vantaggi (economici e di altra natura) concessi alla Chiesa, una cosa è il diritto di questa di parlare liberamente, e tra le due cose non-vi-è-alcun-nesso-logico. Mettere in discussione i primi è un'operazione del tutto coerente con i principi liberali. Mettere in discussione la libertà di espressione della Chiesa, o di qualunque altra istituzione, non lo è.

Update. Il prossimo aggiornamento di questo blog è previsto per gli inizi della prossima settimana. Sino ad allora è attivata la moderazione dei commenti. Buon week end a tutti.

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mercoledì, marzo 29, 2006

Il maestrino di Ballarò (e due)

Ballarò l'ho vista solo stamattina su RaiClick. Diciamolo: Giovanni Floris è una garanzia. Dopo la sòla dell'altra volta, c'era la curiosità di sapere chi fosse l'esperto "super partes" chiamato a dire ai telespettatori chi, tra Silvio Berlusconi e i suoi avversari, avesse ragione. Stavolta ce ne erano addirittura due: l'economista Riccardo Faini e il tributarista Raffaello Lupi.
Faini «insegna Politica economica all'Università di Tor Vergata di Roma. Ha lavorato alla Banca Mondiale, è stato direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale», ha detto Floris presentandolo all'inizio del collegamento, avvenuto nella prima parte della trasmissione. Tutto vero. Però c'è di più, come sa benissimo chi conosce un po' l'ambiente. Faini (area ds, sottosettore debenedettiano, chiamato da Vincenzo Visco nel 2000 al ministero dell'Economia e rimosso da Giulio Tremonti alla fine del 2002) è anche autore del libro "Il ruolo delle istituzioni per la competitività del Paese", scritto dai "cervelli" (nessuna ironia) prodiani con la prefazione dello stesso Romano Prodi. Anche lui, infatti, come la "maestrina" Luisa Torchia, la signora con le buffe tabelline chiamata in causa da Floris la puntata precedente, è uno dei collaboratori del candidato premier della sinistra. A una commissione di economisti guidata da Faini, per capirsi, Prodi ha affidato il compito di preparare un rapporto (presentato lo scorso luglio) sui conti pubblici italiani, contro la politica economica del governo Berlusconi.
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Quanto a Lupi, con cui Floris si è collegato nella parte finale della trasmissione, è anch'egli un uomo della scuderia Visco. Dal '96 fu consigliere giuridico dell'allora ministro delle Finanze. E nell'aprile del 1999 fu nominato presidente della Bell, la finanziaria (lussemburghese) maggiore azionista di quella Olivetti attraverso la quale Roberto Colaninno e compagni controllavano la Telecom. Quando si dice le coincidenze.
Insomma, l'incarico di giudicare Berlusconi in piena campagna elettorale, in periodo di par condicio, è stato affidato a uno stretto collaboratore del suo avversario diretto e a un consulente del ministro delle Finanze del governo Prodi. Senza dire a nessuno chi i due fossero in realtà. Perché l'importante, come sempre, è che il telespettatore non ne sappia nulla. Altrimenti addio credibilità dell'esperto e addio tesi preconfezionate da servire calde a chi guarda la trasmissione.
Per inciso, in campagna elettorale valgono regole di par condicio assai rigide e codificate sin nel dettaglio, in base alle quali «direttori dei programmi, registi, conduttori ed ospiti devono attenersi ad un comportamento corretto ed imparziale, anche in rapporto alle modalità di partecipazione e selezione del pubblico, tale da non influenzare, anche in modo surrettizio ed allusivo, le libere scelte degli elettori. Correttezza ed imparzialità devono essere assicurate nella diffusione delle prese di posizione di contenuto politico espresse da qualunque soggetto anche non direttamente partecipante alla competizione elettorale».

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martedì, marzo 28, 2006

L'apostata afghano è uno schiaffo per i progressisti

L'importante come sempre è non prendersi in giro e, per dirla laicamente con Joseph Ratzinger, preferire la verità alla tentazione di «sedersi comodi nella storia». La "soluzione" con cui l'apostata afghano Abdul Rahman sarà riconosciuto infermo di mente e quindi graziosamente salvato dalla pena di morte per essere estradato in un Paese più civile (tradotto: non islamico) è una enorme presa in giro. E dà uno schiaffo ai conservatori e uno (più forte) ai progressisti.
Ai conservatori interventisti il ceffone arriva perché l'Afghanistan "liberato" dai mullah grazie all'intervento della coalizione filoamericana sarà pure una democrazia, sarà anche nemico del terrorismo, trafficherà assai meno in papaveri da oppio e senza dubbio è meno incline al fanatismo del regime dei talebani. Tutte cose importantissime, per carità. Però se pensavamo che fosse diventato un posto civile, in cui gli individui hanno più o meno le stesse libertà che per noi occidentali sono scontate, ecco, in questo caso sarà bene ricredersi.
Ma i progressisti hanno poco da vantarsi, e non sono in diritto di dire "noi l'avevamo detto". Perché se ai conservatori l'accusa da muovere è quella di aver sopravvalutato gli effetti a cascata prodotti dall'esportazione della democrazia (che comunque di per sé è già un obiettivo positivo), l'accusa per i progressisti è ben più grave. E' quella di chiudere gli occhi dinanzi alla verità, di negare l'ovvio in nome della sottomissione al dogma del politicamente corretto. Se la differenza tra un posto civile e un posto barbaro non la fa la democrazia, non resta che una risposta possibile: la religione. In questo caso la differenza tra civilità e barbarie la fa l'Islam, con le sue pratiche omicide e liberticide.
Insomma, in Afghanistan siamo davanti a uno dei tanti paradossi della democrazia: se dovesse decidere la maggioranza degli afghani con ogni probabilità l'apostata sarebbe condannato a morte. A conferma che per essere una civiltà non basta andare alle urne una volta ogni cinque anni, ma occorre che le istituzioni rispettino la libertà e le vite dei cittadini. E siccome l'istituzione principale in Afghanistan e in gran parte dei Paesi islamici è la sharia, è evidente che si tratta di un sogno impossibile.
Il caso del convertito afghano, in altre parole, è solo l'ennesima conferma di quello che la sinistra si rifiuta di ammettere: se usiamo come metro il rispetto delle libertà e della vita degli individui (non si vedono in giro unità di misura migliori), l'Islam non è una civiltà. In Occidente sono secoli che nessuno scende in piazza per chiedere la morte di un individuo colpevole solo di aver cambiato religione, che i leader religiosi non invocano il linciaggio da parte della folla, che la giustizia non chiede la pena capitale per apostasia. Questi sono i fatti dai quali si giudica se siamo davanti a una civiltà o a una società primitiva. Il resto è fuffa politicamente corretta. Siamo in attesa che le anime belle della sinistra ne prendano atto.

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lunedì, marzo 27, 2006

Dramma a sinistra: ora si aggrappano alle leggende metropolitane

Vogliono farci credere che Silvio Berlusconi, in questi anni di governo, abbia visto il suo patrimonio aumentare in modo spudorato. Ovviamente grazie a commistioni assai poco trasparenti tra affari e politica. E' un argomento che potrebbe influenzare alcuni elettori alla vigilia del voto. Solo che, dati alla mano, è una menzogna clamorosa: Berlusconi era molto più ricco quando faceva il leader dell'opposizione. Però loro ci provano lo stesso, nella convinzione - magari fondata - che qualcuno alla fine abboccherà.
Da qualche tempo, ad esempio, gira sul web e per le strade una finta lettera di Berlusconi agli italiani. Il sito dei Giovani per l’Unione l’ha messa a disposizione di chi vuole farne il download. Anche se l’impaginazione è ricalcata sul format dei veri volantini forzisti e in fondo alla lettera appare la firma del premier, una persona mediamente intelligente capisce subito che si tratta di un falso. Nella lettera, in sostanza, Berlusconi chiede i voti agli italiani per diventare ancora più ricco. Fin qui, niente di strano e nemmeno niente di male: lo sfottò fa parte delle armi della campagna elettorale. Quello che però il lettore non capisce, perché il volantino è fatto apposta per ingannare chi lo legge, è la totale scorrettezza dei dati (citati con tanto di fonte) che sono in esso contenuti, e presentati come veri.
Una cialtronaggine che trova sfogo in due modi diversi. Il primo modo (la chiameremo “cialtronaggine di tipo A”) consiste nel nascondere parte importante dei dati, in modo che alla fine il lettore ne ottenga un’impressione del tutto falsata, opposta a quella che avrebbe se i numeri fossero presentati nella loro interezza. Il secondo modo, più diretto (“cialtronaggine di tipo B”), consiste nell’inventarsi le cose di sana pianta.
Cialtronaggine di tipo A: l’uso (molto) distorto dei dati. “Amico elettore, amica elettrice”, si legge nella finta lettera di Berlusconi, grazie al tuo voto ho potuto raggiungere l’obiettivo concreto di raddoppiare il mio patrimonio in soli due anni”. Patrimonio così conteggiato: “2003 - 5,9 miliardi di dollari; 2004 - 10 miliardi di dollari; 2005 - 12 miliardi di dollari”. Il tutto citando la fonte: la rivista americana Forbes, che è la "bibbia" in fatto di patrimoni dei nababbi. Resta però da raccontare l’altra parte della verità, quella degli anni 2001, 2002 e 2006. Volutamente omessa per ingannare il lettore. Bene, secondo la stessa classifica di Forbes, nel 2001, quando Berlusconi ha iniziato la sua avventura da presidente del Consiglio, il suo patrimonio ammontava a 10,3 miliardi di dollari. Cifra scesa a 7,2 miliardi nel 2002. E nel 2006 (altro dato mancante) la ricchezza di Berlusconi stimata da Forbes ammontava a 11 miliardi di euro. Ora che abbiamo ricostruito la serie storica completa possiamo trarre la morale: dal 2001, primo anno da presidente del Consiglio, al 2006, ultimo anno della legislatura, la ricchezza del premier si è accresciuta di 0,7 miliardi di dollari, pari appena al 6,8% in cinque anni. Un rendimento di poco superiore all’1% l’anno: roba da titoli di Stato, più che da imprenditore di successo.
Cialtronaggine di tipo B: l’invenzione dei dati. Qui siamo alla menzogna pura. Col chiaro intento di muovere il lettore al disgusto verso il miliardario, nella lettera messa gentilmente on line dai giovani dell’Unione si legge: “Ora io sono il 25esimo uomo più ricco del mondo. Pensa, nel 2001 ero solo il 48esimo!”. Solo che è falso. Nel 2001 Berlusconi era il 29° uomo più ricco del mondo (e non il 48°, come scritto nella lettera), ed è sceso al 35° nel 2002, al 45° nel 2003, per risalire al 30° nel 2004, al 25° nel 2005 e ripiombare giù al 37° nel 2006. Dunque, in questi anni di governo, Berlusconi non ha guadagnato 23 posizioni nella classifica dei ricchi del mondo, come vogliono farci credere, ma ne ha perse 8.
Non basta. A sinistra si guardano bene dal dire che nel 2000, ultimo anno passato da Berlusconi all'opposizione, la sua ricchezza era valutata dalla stessa Forbes in 12,8 miliardi di dollari (cifra mai raggiunta in seguito), tanto da collocarlo al 14° posto nella lista mondiale dei miliardari (posizione mai più riconquistata). Mentre nel 1996, quando iniziò la legislatura governata dall'Ulivo e lui era leader dell'opposizione, Berlusconi stava messo assai peggio: era al 35° posto, con un patrimonio stimato da Forbes in 5 miliardi di dollari.
Volendo quindi trovare un indice di correlazione tra le fortune di Berlusconi e la sua attività politica, se ne ricava che il proprietario di Mediaset si è arricchito solo stando all'opposizione. Però non va detto, perché sennò il teorema della sinistra si smonta e si scopre che quella che hanno in mano non è niente più di una leggenda metropolitana.
Nessuno, ovviamente, qui crede che Berlusconi si sia rovinato con la politica. Ma sostenere che la sua ricchezza attuale sia frutto dei cinque anni passati al governo - come vogliono farci credere anche molti parlamentari di sinistra - è smentito dagli stessi indicatori con cui la sinistra pretende di dimostrare il contrario, e quindi “contraddice il principio di realtà”, per usare il linguaggio di Piero Ostellino. Ovvero è una cazzata colossale. Possibile che a sinistra siano così a corto di argomenti contro Berlusconi da dover manipolare e inventare i dati? Qual è il loro problema? Semplice mancanza di intelligenza o drammatica carenza di argomenti migliori?

La classifica di Forbes del 1996
La classifica di Forbes del 2000
La classifica di Forbes del 2001
La classifica di Forbes del 2002
La classifica di Forbes del 2003
La classifica di Forbes del 2004
La classifica di Forbes del 2005
La classifica di Forbes del 2006

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sabato, marzo 25, 2006

L'Europa non fa più figli. E il problema non è (solo) economico

di Giovanni Orsina
Non so a voi, ma a me le notizie che un paio di giorni fa ha diffuso l’Istat sul futuro demografico dell’Italia tanto tranquillo non mi lasciano. Fra meno di mezzo secolo, pure considerando un afflusso di 150mila immigrati all’anno, l’Italia avrà perso tre milioni di abitanti. E questo sarebbe il meno. Gli ultrasessantacinquenni, che oggi sono meno di un quinto degli italiani, allora saranno più di un terzo. Gli ultraottantacinquenni saranno quasi l’8%, i ragazzi sotto i quattordici anni meno del 13%. Un paese di vecchi. E non solo: un paese di tanti vecchi che sono italiani da dieci o venti generazioni, e di pochi giovani che lo sono di prima o seconda.
Ora, pur non avendo mai amato il catastrofismo, mi riesce difficile questo scenario non giudicarlo catastrofico. E non solo perché in futuro problemi quali l’integrazione degli immigrati, le pensioni e il welfare si porranno in forma assai diversa, e ben più acuta, rispetto ad oggi. Ma soprattutto perché la nostra civiltà ne esce molto male. E non ne esce male per come sarà nel 2050, ma per com’è già ora, nel 2006: sazia, indolente, riluttante a riprodursi perché tutta concentrata sul presente e troppo scettica sull’avvenire.
Il meno che si possa dire è che, a ulteriore dimostrazione della sua abulia, il paese di fronte a questa situazione appare di gran lunga troppo distratto. Un po’ la campagna elettorale se ne sta occupando, a colpi di asili nido e «bonus bebé», ma molto meno, mi pare, di quanto dovrebbe. Soprattutto, non mi dispiacerebbe che l’Italia si chiedesse in maniera un po’ più seria da dove viene questa situazione, che è sostanzialmente priva di precedenti storici.
In genere la questione demografica è ricondotta alla questione economica: i giovani non fanno figli perché non hanno i mezzi per metter su famiglia. E non vi è alcun dubbio che oggi in Italia la procreazione sia disincentivata: barriere all’ingresso nella vita lavorativa, scarso sostegno alla maternità, alto valore degli immobili. E non solo. La propensione degli italiani a restare a lungo con la famiglia di origine, a ben vedere, non è altro che un modo per redistribuire le risorse fra le generazioni. L’immenso debito pubblico che il paese ha accumulato negli anni Ottanta, e che ha consentito agli attuali sessantenni di largheggiare a spese degli attuali trentenni, viene almeno in parte ripagato attraverso i canali della solidarietà familiare: il trentenne lo recupera vivendo alle spalle del sessantenne. E meno male che, tenendo più che altrove, la famiglia italiana consente a questo meccanismo di funzionare. Altrimenti i trentenni italiani sarebbero parecchio più arrabbiati di quanto già non siano.
La spiegazione economica però, che mi pareva esauriente qualche anno fa, quando avevo trent’anni e mi guardavo bene dal procreare perché credevo di non potermelo permettere, oggi non mi soddisfa più del tutto. Oggi che di anni ne ho quasi quaranta, ho fatto figli tardi per conservare intatto il mio tenore di vita, ma mi rammarico pure di non averli fatti prima. Se guardo indietro al mio percorso personale, o osservo anche quello di tanti miei coetanei, che come me e come molti altri italiani (certo, non tutti) provengono da famiglie di medio ceto, mi accorgo che a trent’anni non ci era davvero impossibile procreare. Piuttosto, ci era impossibile farlo conservando quel tenore di vita. Potevamo scegliere: far figli subito vivendo peggio, o far figli dopo vivendo meglio. Se abbiamo scelto la seconda via, non è stato soltanto per ragioni economiche, ma economiche e morali insieme.
Una ricerca dell’Università Cattolica i cui risultati sono stati pubblicati ieri, e che pure attribuisce grande peso alle cause economiche della «procreazione ritardata» italiana, sottolinea anche il timore di assumersi responsabilità. E nel mio piccolo ho potuto notarlo di persona, a vari livelli di gravità, su tanti miei coetanei, per lo più ma non soltanto maschi: la sindrome non, come spesso si dice, di Peter Pan, perché Peter Pan bambino lo rimaneva del tutto; ma di Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo di Goncarov, che, leggendario per la sua apatia, invecchiava senza crescere.
Se la questione fosse soltanto economica, del resto, sarebbe difficile spiegare per quale ragione il declino demografico riguardi tutta l’Europa, e non soltanto l’Italia, compresi cioè paesi il cui debito pubblico è ben più gestibile, e la maternità più incentivata. Per quale ragione nessun paese dell’Europa occidentale abbia un tasso di natalità tale che i neonati riescano a rimpiazzare i deceduti. Per quale ragione, nonostante l’immigrazione, la Spagna, la Germania, l’Unione Europa nel suo complesso siano destinate a perdere nel prossimo mezzo secolo milioni e milioni di abitanti, là dove gli statunitensi cresceranno del 44 per cento. Secondo il teologo cattolico George Weigel, alla radice dell’indebolimento etico e quindi della crisi demografica europea c’è la perdita di religiosità, l’eccesso di secolarismo. La sua è una spiegazione ambiziosa, interessante, e discutibile. Certamente varrebbe la pena che l’Europa, e l’Italia, ne discutessero un po’ di più.

© Il Mattino. Pubblicato il 25 marzo 2006.

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Fenomenologia di Fabio Capello, teocon berlusconiano

di Fausto Carioti
Ora, intendiamoci. E' ovvio che uno che guadagna quattro milioni a stagione (tanti gliene passa la Juventus, premi inclusi, e sono tutti meritati, dal primo all'ultimo euro) e potenzialmente di milioni ne vale sei (tanti gliene aveva messi sul piatto il Real Madrid) non può ridursi a fare il collega di Oliviero Diliberto e Alfonso Pecoraro Scanio. Insomma, non lo vedremo in Parlamento, almeno sin quando non avrà smesso di allenare, e di questo occorre avere dolorosa consapevolezza. Resta, però, il dato di fatto: Fabio Capello è l’unica vera novità che in questi anni la cosiddetta “società civile” abbia dato al centrodestra. Comunisti e postcomunisti hanno i magistrati, gli Umberto Eco, i Camilleri e le Ferilli. La Casa delle Libertà di tifosi vip ha solo lui. Però è Capello. È l’allenatore più vincente d’Europa. È il miglior manager italiano, come confermano la sua busta paga e la stima internazionale di cui gode. Tra due settimane Capello voterà di nuovo per Silvio Berlusconi: lo ha appena detto all’Espresso, il settimanale più antiberlusconiano d’Italia, perché figurati se lui si fa certi problemi.
Friulano, 59 anni, figlio di un padre sopravvissuto ai campi di concentramento, Capello - chi segue il calcio lo sa - non è tipo da cercare facili consensi. Se deve far scorrere le unghie sulla lavagna non si tira indietro. È per questo, oltre al fatto che vince sempre, che sta sulle scatole a tanti. A Roma, dove ha riportato lo scudetto, deve girare con la scorta: su di lui pende la fatwa dei tifosi, è accusato di apostasia, avendo lasciato la squadra giallorossa per passare agli odiati torinesi. Persino tra gli ultras della Juventus, dove tanto per cambiare ha già vinto uno scudetto ed è pronto a fare il bis, molti non l’hanno ancora digerito. Lui se ne frega. Se ne frega anche di come la pensano i suoi attuali datori di lavoro. Dice: «Berlusconi è stato grandissimo come imprenditore, cioè in una posizione dove poteva decidere tutto o quasi. In politica invece è un uomo con le mani legate. Ha dovuto accontentare troppa gente e non ha potuto fare come voleva lui. Però lo voterò ancora».
Poche settimane fa aveva detto a Repubblica che il dittatore Francisco Franco «ha lasciato in eredità l’ordine», perché in Spagna «funziona tutto e funziona bene, ci sono educazione, pulizia, rispetto e poca burocrazia». Apriti cielo. Anche in Spagna ci sono gli antifascisti di professione, i quali debbono avere lo stesso sprezzo del ridicolo di quelli italiani, se sono arrivati a portare il “caso Capello” davanti alla Commissione europea. Chiamato a spiegarsi dall’Espresso, Capello non indietreggia di un passo. «Ho solo detto che anche un dittatore a volte può fare qualcosa di buono. Sono contro ogni tirannia, sia chiaro: ma se il franchismo ha lasciato una burocrazia che funziona, perché non devo dirlo?». Appunto. Così gli viene chiesto se lui sia di destra. Capello non dice né «sì» né «no». Argomenta. Dice di aver iniziato a seguire la politica nel ’68 e di aver votato per tanti partiti diversi: «Psi, Pri, Dc per tanti anni, poi Lega Nord e Forza Italia». Chi era già pronto a disegnarlo in camicia nera resta deluso.
C’è anche qualcosa di sinistra, in lui: dei sindacati dice di apprezzare «quello che hanno fatto per l’emancipazione dei lavoratori sfruttati», e si prega di notare quel verbo al passato. Rifiuta le etichette, ma non può evitare quella di teocon, di conservatore sensibile al richiamo delle radici religiose. «Sono molto cattolico e non mi piace l’attuale legge sull’aborto», spiega. «Mi piace invece papa Ratzinger: per me nella Chiesa c’era bisogno di una sterzatina tradizionalista. Sa, io sono uno che prega due volte al giorno, al mattino e alla sera, dovunque mi trovi». Vincente, intelligente e politicamente scorretto: troppe qualità in una persona sola. Uno così in politica rischia di non entrarci mai, nemmeno da pensionato. Peccato mortale, però.

© Libero. Pubblicato il 25 marzo 2006.

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venerdì, marzo 24, 2006

Capello for president

«Sono un cattolico praticante, sono contro l'aborto e mi piace Papa Ratzinger. C'era bisogno nella Chiesa di una sterzatina tradizionalista». «Berlusconi per me è stato grandissimo come imprenditore, cioè in una posizione dove poteva decidere tutto o quasi. In politica invece è un uomo con le mani legate, ha dovuto accontentare troppa gente e non poteva fare come voleva lui. Comunque lo voterò ancora».
Così parla Fabio Capello, intervistato dall'Espresso. Three more years, please (e una stella in più sul petto, grazie). Poi vada pure ad allenare l'Inghilterra. Basta che alla fine dei giochi arrivi in Parlamento. Lo aspettiamo, nella certezza (e non da oggi) che la cosa migliore di casa Agnelli non siano gli Agnelli. Ma siano gli uomini che, vuoi per fortuna vuoi per abilità di chi li sceglie, li circondano da sempre: i Vittorio Valletta, i Cesare Romiti, i Vittorio Ghidella, i Giampiero Boniperti, i Luciano Moggi, gli Antonio Giraudo, i Fabio Capello...

giovedì, marzo 23, 2006

Tra Piero Fassino e Gene Gnocchi non c'è partita

di Fausto Carioti
Vedere Piero Fassino martedì sera a Ballarò era come trovarsi davanti a certi trans che appaiono in televisione. A un primo sguardo ti convincono pure. Poi aprono bocca, li senti parlare e capisci che sotto c’è ancora la fregatura, che l’“operazione” di trasformazione in realtà non è riuscita, che sono rimasti quelli di prima. Come si chiama, infatti, uno che ritiene che debba essere il governo, cioè lo Stato, a decidere per legge quanto debbono guadagnare i lavoratori? La risposta possibile è una sola: si chiama “comunista”. E Fassino tale è rimasto, malgrado le mille operazioni cui si è sottoposto assieme al suo partito dall’inizio degli anni Novanta a oggi.
Era passata un’ora e mezzo dall’inizio della trasmissione quando il segretario dei Ds ha lanciato l’accusa: «In questi anni c’è stata una dinamica che ha ridotto il potere reale d’acquisto dei salari, degli stipendi e dei redditi familiari». Fassino aveva davanti due personaggi. Uno era l’industriale Diego Della Valle, sino a poche ore prima membro del direttivo di Confindustria. Uno che, come ricordato dal Manifesto, «ne ha accumulate di cause per antisindacalità, e anche qualche condanna, l’ultima nel 2000». Un «padrone» che «non concede premi né stipula contratti integrativi aziendali». L’altro era il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi. Ecco, dovendo scegliere con chi prendersela, Fassino ha dato la colpa del calo degli stipendi al rappresentante del governo.
Solo che l’Italia non è Cuba. Qui gli aumenti in busta paga non li decide un ministro, ma sono fissati dalla contrattazione tra i sindacati e i rappresentanti delle imprese, che si debbono muovere all’interno del doppio livello di contrattazione (nazionale e aziendale) fissato negli accordi del luglio del ’93. Al governo spetta il compito di tenere bassa l’inflazione, e ci è riuscito: nel 2005 l’inflazione media è stata dell’1,9%, la più bassa dal 1999. Non solo. Nell’ultimo quinquennio un solo datore di lavoro ha concesso aumenti ben superiori a quelli previsti dagli accordi di luglio: il governo italiano. L’ultimo rinnovo contrattuale dei dipendenti statali sottoscritto tra esecutivo e sindacati, lo scorso maggio, prevede un aumento del 5%, pari a 100 euro in più a busta paga. Una concessione che ha scatenato le ire di Confindustria, spaventata per l’effetto di trascinamento che l’accordo del pubblico impiego avrebbe avuto sui rinnovi dei contratti privati.
Se il segretario dei Ds ritiene che le buste paga dei lavoratori in questi anni siano cresciute poco, dunque, è con Della Valle e i suoi amici di Confindustria schierati in difesa dei dividendi che deve prendersela, e non con il governo, che ha usato i soldi dei contribuenti per tenersi buoni gli statali. Ma il salottino con vista su via Solferino non si può toccare, perché è impegnato a sdoganare Fassino e compagni. Giù botte al governo, quindi. Con Della Valle ben lieto di dare una mano.
La guerra di Piero non ha risparmiato i dati dell’occupazione. Fassino ha detto che «negli ultimi dodici mesi, per la prima volta in questo Paese, il numero dei contratti di lavoro a tempo determinato è stato superiore al numero dei contratti a tempo indeterminato». Se poi si pigliano gli occupati tra 15 e 29 anni, ha proseguito il novello economista, «i contratti a tempo determinato sono il 50% e quelli a tempo indeterminato il 37%». Morale come da manifesto dei Ds: «C’è il rischio di una precarizzazione molto forte».
Se le cose stessero davvero come dice Fassino non ci sarebbe nulla di male: vorrebbe dire che la legge Biagi funziona, e che i giovani, invece di fare la gavetta in nero, riescono ad entrare nel mercato del lavoro grazie ai nuovi contratti, che spesso sono trasformati in assunzioni a tempo indeterminato (ogni anno avviene a un contratto a termine su due, secondo una recente stima di Confindustria). Del resto è scorretto definire “precari” tutti gli assunti con contratti a termine: molti lavoratori ben quotati, ad esempio, preferiscono il contratto di lavoro a progetto all’assunzione a tempo indeterminato.
Però le cose non stanno come dice Fassino. Confrontare i contratti a scadenza con quelli a tempo indeterminato è un errore: come spiegato in un recente rapporto del Cnel curato da Loris Accornero, «la durata dei contratti a termine è per lo più di tre o quattro mesi, e talvolta di sei mesi, per cui è probabile che la stessa persona venga assunta più di due volte in un anno. La conseguenza è ovvia. Se il 44,1% delle assunzioni effettuate nel 2003 è avvenuta con contratti a tempo indeterminato, è altamente probabile che ciò abbia interessato non più, e forse meno, di un quinto degli assunti in quell’anno».
Del resto sono gli stessi studiosi di sinistra, quelli seri, a non prendere sul serio simili sparate. Pietro Ichino, giuslavorista con la tessera della Cgil in tasca, il mese scorso ha scritto che «i dati statistici parlano chiaro: la percentuale dei precari è oggi all’incirca la stessa di cinque anni fa». La legge Biagi «non ha, dunque, né causato né aumentato questo fenomeno: esso risale ad altre stagioni e ad altre politiche del lavoro». I dati lo confermano: i lavoratori dipendenti sono da anni in continuo aumento, ma la percentuale dei contratti a termine resta sempre attorno al 12%, che peraltro è la più bassa d’Europa. Certo, avverte Ichino: dover fare i conti con simili verità «può essere molto scomodo per la sinistra». Così come non regge la favoletta, cara a Fassino e a tutta l'opposizione, che l’aumento degli occupati sarebbe frutto della regolarizzazione degli immigrati. Luca Ricolfi, che insegna Analisi dei dati nell’Università di Torino e non nasconde la sua simpatia per la sinistra, stima in 200mila lavoratori l’effetto di questa regolarizzazione, a fronte di un milione e 200mila nuovi posti di lavoro creati dall'inizio della legislatura sino alla fine del 2005. Fassino ha comunque di che consolarsi. Rilette con attenzione le cose che ha detto, il vincitore indiscusso dell’ultima puntata di Ballarò è lui. Con Gene Gnocchi non c’è stata partita.

© Libero. Pubblicato il 23 marzo 2006.

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mercoledì, marzo 22, 2006

La maestrina di Ballarò

Al 48° minuto dell'ultima puntata di Ballarò Giovanni Floris ha chiamato il collegamento con una professoressa universitaria. Si chiama Luisa Torchia. «Insegna diritto amministrativo all’università degli studi di Roma Tre. A giurisprudenza. L'abbiamo chiamata perché c’è una parte del discorso di Berlusconi a Vicenza che vogliamo trattare», ha detto il conduttore presentandola. La Torchia, nel generoso tentativo di dimostrare che non è vero che i giornali stanno più o meno tutti contro Berlusconi, ha sfoderato quella esilarante tabellina dalla quale si evinceva che, controllando periodici ad alto contenuto politico quali "Top girl", "Ville e Giardini", "Sale & Pepe", "Casabella", "Cucina No Problem" e "Pc Professionale", Berlusconi è una minaccia per la democrazia. Alla Torchia è stato affidato il compito di "spiegare" ai telespettatori come funzionano la legge Gasparri e la legge sul conflitto d'interessi. Come abbia svolto questo compito, chi se lo è perso se lo può andare a vedere su RaiClick.
Solo che sarebbe stato carino e corretto, nei confronti del telespettatore, soprattutto in tempi di par condicio e data l'imminenza del voto, dire chi è davvero la professoressa Torchia. Vista la reticenza di Floris, avremmo apprezzato che fosse lei a dichiarare cosa fa nella vita. Niente, silenzio da lui e da lei: fosse mai che il telespettatore scopre cosa c'è dietro. La Torchia, infatti, non è un'accademica super partes, come surrettiziamente è stata venduta ai telespettatori di Ballarò. Ma è una persona che fa parte dello staff di Prodi. Una che lo ha aiutato a mettere in piedi quel mistero buffo chiamato "Fabbrica del programma". Qui si possono vedere i capitoli del libro "Sviluppo o declino - Il ruolo delle istituzioni per la competitività del paese", curato dalla Torchia assieme all'ex ministro ulivista Franco Bassanini (con l'ovvia prefazione di Romano Prodi). E qui Repubblica, in un articolo del 7 dicembre scorso, la chiama una delle «magnifiche sette» di Prodi, addirittura la «prima della squadra». La Torchia è dipinta dal quotidiano di largo Fochetti come «prodiana, docente universitaria, coordinatrice del tavolo Istituzioni: è stata lei a definire la cornice di riforme istituzionali del centrosinistra. Le ha fatto i complimenti anche Bertinotti». Complimenti pure da parte nostra.
Pensiamo a cosa sarebbe successo se Clemente Mimun avesse chiamato, chessò, Paolo Del Debbio per spiegare il programma di Prodi. Senza dirci cosa rappresenta Del Debbio per Berlusconi, e senza che i telespettatori ne sapessero nulla. Perché la faccia della Torchia, sino a ieri, non la conosceva proprio nessuno.

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martedì, marzo 21, 2006

Confindustria e sinistra, stessa analisi. Sbagliata

di Fausto Carioti
La verità, pure se non fa fino dirlo, è che c’è un Enrico Mattei dentro ogni imprenditore italiano. Anche quelli che si danno arie da progressisti e si sbattono per apparire come fini umanisti interessati alla causa del bene comune, anche loro, spesso più degli altri, usano i partiti politici come taxi per arrivare nell’unico posto che interessa: la difesa degli utili delle imprese, l’aumento dei dividendi. Se si buttano con Romano Prodi, come hanno fatto pubblicamente tanti di loro, lo fanno per una questione di valori, ma sono i valori quotati in Borsa. Sono convinti, magari a ragione, che un governo di sinistra abbia meno problemi di conflitto sociale con i sindacati confederali e ceda molto più facilmente di fronte al ricatto occupazionale, mettendo mano al portafogli (quello del contribuente) per aiutare le aziende in crisi. L’equazione “meno tasse e quindi meno spesa pubblica”, propria dei governi più o meno liberisti di centrodestra, torna vantaggiosa ai piccoli imprenditori, ma non a quelli grandi, i quali dall’aumento della spesa pubblica hanno sempre trovato modo di guadagnare assai più che dal taglio delle imposte.
Il matrimonio d’interesse tra una parte importante del capitalismo italiano - importante più per visibilità che per consistenza numerica, come si è visto bene a Vicenza - e l’armata di Prodi, inzeppata di neo e post comunisti, ha spinto molti cognomi illustri a sottoscrivere, assieme al programma della sinistra, anche le balle con cui l’opposizione attacca il governo Berlusconi. Da tempo la sinistra è impegnata a far credere che l’Italia, finito il quinquennio governato dall’Ulivo - apprezzato dagli elettori al punto da spedire a casa chi lo aveva gestito - è stata condotta da Berlusconi al «fallimento», al «disastro», allo «sfascio» e a tutti gli altri sinonimi che è possibile trovare in qualunque dichiarazione degli esponenti dell’Unione o in qualunque articolo di un quotidiano di sinistra. Tutto normale, s’intende: le mezze verità e le intere bugie trovano da sempre posto nella cassetta degli attrezzi dei politici. Così fan tutti (chi più, chi meno), confidando nella memoria corta degli elettori, e sarebbe da ingenui scandalizzarsi.
L’uso distorto e di parte dei dati economici non dovrebbe però riguardare i grossi nomi dell’imprenditoria, ai quali tanti elettori guardano come se fossero i “garanti” dell’efficacia economica dei governi. Andrea Pininfarina, persona garbata e stimata, è il vicepresidente di Confindustria con delega per il Centro Studi. Non è un mistero che sia uno di quelli che confidano nella sconfitta elettorale della Casa delle Libertà (e lo stesso si può dire di grandissima parte della squadra che circonda Luca Cordero di Montezemolo). Dalla bocca di Pininfarina, a Vicenza, è partito l’attacco più duro nei confronti del governo: «L’Italia rischia di allontanarsi dal gruppo dei Paesi più industrializzati», a causa di una stagnazione economica che non può essere attribuita a «fattori congiunturali», come sostengono i ministri, ma a «problemi strutturali». Anche se enunciato con termini forbiti e senza bava alla bocca, si tratta dello stesso mantra del declino economico intonato ogni giorno dagli esponenti dell’opposizione e negli editoriali di Repubblica e dell’Unità. Non a caso, quanto detto da Pininfarina è stato applaudito soprattutto dal segretario dei Ds, Piero Fassino, che ha parlato di «un’analisi lucida della situazione economica del Paese», che contiene «significative convergenze» col programma dell’Unione.
L’appoggio di Fassino non basta però a compensare la smentita secca arrivata ieri dai dati sull’industria: a gennaio il fatturato delle imprese italiane è cresciuto dell’8,4 per cento rispetto allo stesso mese del 2005. I risultati sono positivi per tutti i settori, ma spicca quello della costruzione dei mezzi di trasporto, dove il fatturato è cresciuto del 19,5%. La Fiat, del resto, sta uscendo dalle sabbie mobili, e per una volta lo sta facendo senza aver pesato troppo sulle tasche dei contribuenti: una buona notizia per chi guida l’azienda e per chi vi lavora, ma anche il segno che la ripresa economica è in atto e che il piagnisteo è ingiustificato. Assieme al fatturato, a gennaio crescono gli ordinativi: +9,8 per cento, e questo fa ben sperare per il futuro.
Né sono questi i primi dati positivi. Il fatturato delle imprese era già in crescita alla fine dello scorso anno, tanto che a dicembre segnava un +5,5 per cento sul dicembre 2004. A gennaio, seguendo un trend iniziato alla fine del 2005, la produzione industriale è aumentata del 4,1 per cento. Nell’intero 2005 il valore delle esportazioni italiane è cresciuto del 4 per cento rispetto al 2004 e, tolti i prodotti energetici, vera palla al piede dell’economia italiana, il saldo del commercio italiano con l’estero lo scorso anno si è chiuso in attivo per oltre trenta miliardi di euro. Questo non vuol dire che l’economia italiana scoppi di salute: il gap che la separa dalla media dei Paesi europei continua a essere grande (ma non più grande che ai tempi dell’Ulivo, anche se nessuno lo dice). La ripresa però c’è, e non si capisce per quale motivo proprio i grandi imprenditori fingano di non vederla. O meglio: si capisce sin troppo bene, ma non ci si aspettava di vederli ridotti a tanto. Per questo, anche se Diego Della Valle può stare simpatico o meno, il suo addio al direttivo di Confindustria, annunciato ieri e motivato dalla volontà «di evitare che continuino strumentalizzazioni che possano arrecare danno all’associazione», ha almeno il pregio di portare un po’ di chiarezza laddove ce n’è un gran bisogno.

© Libero. Pubblicato il 21 marzo 2006.

Post scriptum. Dal Sole-24 Ore (il quotidiano di Confindustria) di martedì 21 marzo. Guido Gentili, nel suo editoriale, scrive che è inutile «discettare più di tanto sulla claque che si sarebbe attivata a comando» per sostenere l’incursione del premier. «Piaccia o non piaccia», scrive Gentili, «è una platea, quella su cui ha puntato le sue carte Berlusconi, che mal digerisce, per esempio, la riproposizione statica, da parte di Prodi, della "concertazione" come metodo di confronto». Mentre Guidalberto Guidi, membro della giunta di Confindustria, intervistato sullo stesso quotidiano, dice che «la grande massa dei piccoli imprenditori presenti in Fiera ha voluto ribadire un concetto chiaro: "Noi con il programma dell’Unione non ci riconosciamo". Ed è naturale che sia così: le Pmi non possono riconoscersi con uno schieramento che aggrega, tra gli altri, Bertinotti e i No global». E' la presa d'atto ufficiale, da parte dell'organo di Confindustria, che la platea degli imprenditori di Vicenza stava tutta con il premier. E qualche barzellettiere ancora spiega il successo di Berlusconi parlando di clacque.

Tutto da leggere: "Montezemolo consiglia agli industriali di tapparsi la bocca (mentre il suo socio parla a Ballarò)", su Mariosechi.net.

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I compagni di Luca

Il modo più semplice per capire che direzione intende prendere un leader, più che attenersi alle sue parole, che spesso sono di circostanza, è vedere chi sono le persone che lo circondano. Il presidente di Confindustria non fa eccezione. E della squadra di cui si è circondato Luca Cordero di Montezemolo, nella quale il solo Gian Marco Moratti è ritenuto vicino al centrodestra, otto simpatizzano a sinistra o hanno comunque forti motivi di attrito con il governo Berlusconi - e non da oggi. Andrea Pininfarina, vicepresidente con delega al Centro Studi, non ha mai perso occasione per criticare la politica sociale del governo, dall’annuncio della modifica dell’articolo 18 in poi. Intervistatissimo da Repubblica (torna utile quando si tratta di trovare un imprenditore con il cognome doc pronto ad attaccare l'esecutivo), a Vicenza è stato il portabandiera della reazione della Confindustria "ufficiale" alle parole di Berlusconi. Ettore Artioli, presidente del comitato per il Mezzogiorno, è stato vicino alla Rete di Leoluca Orlando. Pasquale Pistorio, vicepresidente per l’Innovazione, nel 2001 sponsorizzò pubblicamente il candidato premier della sinistra, Francesco Rutelli, facendogli da "testimonial" durante una puntata di Porta a Porta. Così come tifa per la sinistra Emma Marcegaglia, dirottata sui rapporti tra impresa e territorio. Su posizioni filo-uliviste pure Marino Vago, vicepresidente con delega all’Organizzazione, da sempre ai ferri corti con il suo concittadino e ministro del Welfare, Roberto Maroni. Non è un mistero che batta a sinistra il cuore del petroliere Edoardo Garrone, editore del quotidiano dalemiano “Il Riformista”: guida il comitato tecnico per l’impatto del federalismo sulle imprese. Scarso feeling con Berlusconi è attribuito anche a Francesco Bellotti, delegato a seguire il credito per le Pmi. Mentre Marco Tronchetti Provera fu nominato vicepresidente per il Fisco dopo aver polemizzato con Giulio Tremonti sui tagli delle agevolazioni fiscali concesse alle imprese.
Assai più potente di un vicedirettore di Confindustria è Innocenzo Cipolletta, messo da Montezemolo alla presidenza del gruppo editoriale Il Sole-24 Ore. Dal 1990 al 2000 Cipolletta fu direttore generale di viale dell'Astronomia, ovvero braccio destro, nell'ordine, di Sergio Pininfarina, Luigi Abete e Giorgio Fossa. Fu in questi anni che, per inciso, dette il suo contributo ad una delle periodiche raccolte di fondi lanciate dal quotidiano comunista "il Manifesto". Appena arrivato alla guida del gruppo editoriale ha sostituito il direttore del quotidiano, Guido Gentili, con Ferruccio De Bortoli, mentre nell'ottobre scorso ha insediato Giancarlo Santalmassi alla guida di Radio 24. Inutile aggiungere che De Bortoli (il quale comunque sta evitando che il Sole prenda la china imboccata dal Corriere della Sera di Paolo Mieli) e Santalmassi sono nella zona alta della classifica dei giornalisti che Berlusconi considera suoi nemici.
A viale dell'Astronomia pende a sinistra pure il comitato scientifico, l'organismo che, secondo lo statuto, «elabora e controlla le linee, il contenuto e la metodologia dei piani di ricerca» del Centro Studi. In altre parole, è lo strumento che Confindustria usa per "agganciare" gli intellettuali che intende fare entrare nella propria orbita. Tra i componenti del comitato figurano il politologo Edmondo Berselli, direttore della rivista Il Mulino, editorialista di Repubblica e collaboratore dell’Espresso. Giuseppe Berta è invece uno storico dell’industria con la passione per la Fiat. Nel 2001 fu chiamato dal sindaco di Torino, il ds Sergio Chiamparino, a far parte del think tank che ha affiancato la sua giunta. Anche lui scrive per le edizioni del Mulino. Mario Deaglio, economista all’università di Torino, molto vicino alla Fiat, è editorialista della Stampa. È ascrivibile all’area della sinistra riformista. Cui appartiene pure il politologo Ilvo Diamanti, altro editorialista di Repubblica. Elsa Fornero, che di Deaglio è la moglie, insegna economia a Torino. Dieci anni fa fu eletta consigliere comunale in una lista di centrosinistra che sosteneva il sindaco Valentino Castellani. Rainer Masera, ex presidente della banca torinese San Paolo Imi, fu ministro del Bilancio nel governo di centrosinistra di Lamberto Dini. Michele Tiraboschi, allievo di Marco Biagi, è l’unico “bipartisan”. Al pari del suo maestro scomparso, è consulente dell’attuale ministro del Welfare. Anche lui, comunque, viene dalle fila della sinistra riformista. Decisamente più “organico” l’economista Michele Salvati, già deputato del Pds e oggi vicino ai liberal ds. Maria Weber, esperta di economia cinese, insegna alla Bocconi e scrive sulla rivista Lavoce.info, palestra degli economisti vicini a Carlo De Benedetti. Dalemiano di ferro è invece Rodolfo Zich, per anni rettore del Politecnico di Torino, che ha anche fatto parte del comitato di presidenza di Futura, il pensatoio creato da Massimo D’Alema nel 2000. Del comitato scientifico di Confindustria, prima di diventare giudice costituzionale, è stato membro pure Sabino Cassese, ministro per la Funzione Pubblica nel governo di centrosinistra retto da Carlo Azeglio Ciampi. Anche lui fa parte del giro del Mulino.

Letture complementari consigliate:
"Allineati e coperti", su Phastidio
"La nota del comitato di presidenza di Confindustria fatta a pezzi", su Mariosechi.net

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domenica, marzo 19, 2006

E comunque Della Valle la Fiorentina la comprò così

Questa è la storia, vera e proprio per questo mai smentita, di come Diego Della Valle - l'imprenditore calzaturiero marchigiano la cui popolarità tra i suoi colleghi industriali si è potuta misurare concretamente lo scorso sabato 18 marzo nell'assise confindustriale di Vicenza - è diventato proprietario della Fiorentina, e del ruolo - come dire, non proprio secondario - svolto dal sindaco del capoluogo toscano Leonardo Domenici, diessino. Il tutto copiato e incollato da una vecchia inchiesta del sottoscritto pubblicata su Libero il 30 settembre del 2002, che mi sono guardato bene dall'aggiornare. All'epoca la Fiorentina si chiamava Florentia e militava nelle categorie inferiori.

di Fausto Carioti
Tanta è stata la fretta, tanto il pathos in cui si è consumata la vicenda della Fiorentina, culminata col fallimento della società, che sono passati inavvertiti molti aspetti della curiosa storia che ha visto intrecciarsi le mosse di Leonardo Domenici, sindaco ds di Firenze e amico di Massimo D'Alema, con quelle di Diego Della Valle, proprietario della neonata Florentia e amico di D'Alema. Già a questo punto il lettore più acuto avrà intuito che il fabbricante marchigiano di scarpe non è proprio piovuto dal cielo sulla cupola del Brunelleschi, visto che mister Tod's e il primo cittadino fiorentino hanno in comune un referente di tale spessore. Niente di male, ovviamente: se il presidente del Consiglio ha il Milan e l'Extraterrestre Rivaldo, figuriamoci se un amico di D'Alema non può avere una squadra di C2 e Soldatino Di Livio. Ciò che interessa è che il sindaco si è arrampicato sugli specchi e ha fatto il salto mortale con doppio avvitamento, senza guardare in faccia a nessuno, pur di portare sul vassoio a Della Valle un investimento tagliato su misura.
La Florentia è stata creata in fretta e furia il primo agosto da Domenici assieme al fido Eugenio Giani, esponente dello Sdi, assessore allo Sport e uomo vicino a Lamberto Dini. Domenici è il presidente della società, Giani fa il vice. I due, però, non intestano le quote della Florentia al Comune, ma a se stessi, fifty-fifty. E non agiscono come rappresentanti della città, ma come privati cittadini. Tanto che la prima sede della società è indicata nella casa del sindaco. Quattro giorni dopo Domenici, stavolta come sindaco di Firenze, emana un'ordinanza che impone di eseguire gli atti necessari per mettere a disposizione della società "Fiorentina 1926 Florentia" lo stadio denominato "Artemio Franchi", di proprietà del Comune, con effetto immediato. Solo in seguito, quando la Florentia sarà trasformata in società per azioni, le parti concorderanno le modalità per regolare il rapporto.
Ricapitolando: il sindaco intesta a una società da lui stesso posseduta a titolo privato il diritto di usare lo stadio di Firenze in cambio di un compenso da definire a babbo morto. Poi dicono il conflitto d'interessi. L'Artemio Franchi costa al Comune, solo per il mantenimento, circa tre miliardi di lire l'anno. A questo punto qualche mattacchione potrebbe ipotizzare che l'originale delibera produca un danno erariale all'amministrazione. Di norma spetta al presidente del collegio dei revisori dei conti del municipio esercitare simili pignolerie. Ma coincidenza vuole che il signore in questione, Giancarlo Viccaro, sia stato messo da Domenici sulla poltrona di presidente del collegio sindacale della Florentia. Prima ancora di avere comprato la società - il contratto sarà firmato il giorno successivo - Della Valle ha avuto così la certezza di usare il Franchi. Senza nemmeno aver dovuto presentare un'offerta al Comune.
Altro aspetto curioso è quello dell'azionariato popolare. Il 2 giugno Domenici annuncia che ai fiorentini sarà messo a disposizione il 20 per cento del capitale della nuova società. Il mattino dopo prende l'aereo privato di Della Valle che lo scodella vicino Cannes, nel cui lo porto lo attende lo yacht dell'industriale. Domenici torna a Firenze dopo aver raggiunto l'intesa, ma il 20 per cento è diventato il 19. La differenza? Il 20 per cento è la soglia minima per convocare l'assemblea degli azionisti e votare l'azione di responsabilità contro gli amministratori, insomma per contare qualcosa nella società. Così il premuroso sindaco risparmia a Della Valle pure la rottura dei focosi tifosi, pronti a trasformarsi in azionisti appena si presenterà l'occasione.
La parola d'ordine è che "non esiste continuità". L'intera operazione è stata fatta per dimostrare che da un punto di vista legale la neonata Florentia non è l'erede della Fiorentina. Nel caso contrario, Della Valle si troverebbe in conto i debiti degli ex viola (110 milioni di euro al passivo) e tutto l'affare finirebbe a ramengo. Però l'operazione ha senso, anche commerciale, solo se la Florentia appare come l'erede diretta della Fiorentina. Ne è nato un fantasioso kamasutra giuridico e societario che ha prodotto risultati spesso esilaranti. Ad esempio: il 7 agosto, con uno strappo a tutte le regole, la Florentia è stata ammessa dalla Federazione a giocare in C2, cioè tra i professionisti, a patto che si assumesse i debiti che la vecchia Fiorentina aveva verso il Fondo di garanzia calciatori e allenatori. Della Valle ha accettato. Domanda: a che titolo lo ha fatto, se la sua società rifiuta di avere qualsiasi cosa a che vedere con quella che fu di Vittorio Cecchi Gori? Nella stessa delibera si legge che la società è ammessa al campionato della C2 in quanto "espressione della città di Firenze". Ma perché una società appena nata deve essere "espressione" della città quando a Firenze ci sono gli onesti pedatori della Rondinella che da oltre mezzo secolo si dannano l'anima nei campi fangosi delle serie cadette? Perché la Rondinella (che ora sogna di aggiudicarsi all'asta il giglio della Fiorentina fallita) deve giocare nello stadiuccio "delle due strade", mentre l'ultima arrivata si sistema al Franchi? E perché alla Florentia è stato fatto "il grande regalo" di giocare tra i professionisti, come lo ha chiamato il presidente della Lega di C, Mario Macalli, mentre Brindisi, Catania, Livorno, Ravenna e Taranto, nella stessa situazione, dovettero ripartire dalle categorie dilettantistiche? La risposta è una per tutte le domande: perché la Florentia è l'erede della Fiorentina. Basta non dirlo a voce alta.
La commedia degli equivoci non risparmia il nome e la maglia della squadra. Che era nata come "Fiorentina 1926 Florentia", ma dopo poche settimane la parola "Fiorentina" è stata cancellata e il nome è cambiato in "Florentia Viola". Un blitz imposto dagli avvocati di Della Valle, preoccupati perché quella fastidiosa parolina rischiava di condurre alle porte della società i creditori della vecchia squadra. La Florentia, poi, è viola solo di nome. Scende in campo con un'imbarazzata maglia bianca, tanto è il terrore di essere scambiata dall'autorità giudiziaria per l'erede di quella di Cecchi Gori.
L'intera vicenda, ovviamente ha i suoi bei risvolti pratici. Domenici si è inventato salvatore in extremis della Florentia (o come si chiama) ed è rimasto consigliere d'amministrazione della società di Della Valle, assieme a Giani, iniziando così con largo anticipo la prossima campagna elettorale. L'imprenditore, che nel frattempo è diventato presidente onorario della Florentia e ha messo i suoi uomini alla guida della società, in cordata con Luca Cordero di Montezemolo e Alessandro Benetton sta pensando di comprarsi dallo Stato l'Ente Tabacchi. Che ha nel gigantesco complesso immobiliare (540 mila metri quadrati) della ex Manifattura Tabacchi di Firenze, realizzato da Pier Luigi Nervi, uno dei bocconi più interessanti. E ci sono pochi dubbi che Della Valle, messa la sciarpa viola al collo, abbia già in mente come usarlo.

Post scriptum. Scritto tutto questo, in bocca al lupo a Della Valle, alla Fiorentina-Florentia e ai suoi tifosi. Che arrivino presto in serie A. Perché senza i viola (viola, non bianchi) non è davvero la stessa cosa.

© Libero. Pubblicato il 30 settembre 2002.

sabato, marzo 18, 2006

Tutto quello che solo Silvio

Tutto quello che il Corriere della Sera, Repubblica e la Stampa non vi racconteranno mai.
Tutto quello che il bollito non potrà mai fare: scaldare i cuori di centinaia di imprenditori, indurli a una standing ovation da stadio, mostrare a tutti che gli industriali italiani non si riconoscono in Luca Cordero di Montezemolo e nei suoi amichetti consociativisti in ansia per la vittoria della sinistra.
Tutto quello che Diego Della Valle, sommerso di fischi dai "colleghi" industriali, rivivrà nei suoi incubi per gli anni a venire.
Tutto quello che Silvio Berlusconi avrebbe dovuto fare ogni giorno in cui è stato presidente del Consiglio e che - purtroppo - non ha fatto.
Tutto quello che solo Silvio - piaccia o non piaccia - sa fare e può essere. Qui.

venerdì, marzo 17, 2006

Nazisti. In versione politicamente corretta

Il punto non è l'eutanasia degli adulti consenzienti. Se una persona decide che la vita non le lascia che sofferenze, libera di ammazzarsi o di farsi ammazzare. Il punto è l'eutanasia infantile. E' questa che ha spinto il ministro Carlo Giovanardi ad attaccare duramente le leggi olandesi, creando l'ennesimo incidente diplomatico imposto dalla censura del politicamente corretto (ricorda qualcosa?).
Sulla carta, la legge si presenta severa (lo spiega qui un articolo di Repubblica, dove si prega di notare che la normativa olandese è definita «all'avanguardia» per il semplice fatto che rende facile la morte dei malati. Sono progressisti, sono fatti così. Peccato che non abbiano la coerenza di dare ragione a Umberto Bossi quando li definisce «il partito della morte»). Nella pratica, la legge è un'autostrada lasciata aperta all'eugenetica.
Tutto istituzionalizzato, tutto sterilizzato, tutto debitamente incasellato nei protocolli. Tutto così normale che nemmeno si preoccupano di nasconderlo. Eduard Verhagen, responsabile della sezione pediatrica della clinica universitaria di Groningen, dove si pratica la "dolce morte" per i bambini con meno di dodici anni, dice candidamente che, dei circa ottocento bambini olandesi che ogni anno subiscono l'eutanasia, «almeno una ventina hanno un'esistenza che è talmente terribile, insopportabile, disperata da far preferire la morte».
Una ventina. Su ottocento. Domanda: e gli altri 780 bambini, perché sono stati uccisi? Facile: perché sarebbero stati storpi, disabili, malati. Difficili da tirare su. Peggio: costosi. Crescendo, chissà, qualcuno di loro sarebbe stato come Michel Petrucciani. Ma non lo sapremo mai. Qualcuno di loro, magari, sarebbe stato persino felice nella sua diversità, perché chi ha conosciuto un po' da vicino gli "infelici" sa quanto riesca spesso ad essere schifosa e ipocrita questa definizione, utile solo a scusarci con noi stessi per l'indifferenza con cui li trattiamo. Se sono "infelici", non possiamo fare nulla per migliorare la loro condizione. Se sono "infelici", le loro sono vite indegne di essere vissute. E il welfare olandese, modello di equità ed efficienza per la sinistra laicista italiana, non può permettersi simili sprechi.
Si scrive eutanasia infantile, si legge eugenetica. Come i nazisti. In versione politicamente corretta.

Post scriptum. Questo è ciò che accade quando non si fondano i diritti fondamentali dell'individuo su una legge superiore, ma li si lascia «organizzare», per dirla con le parole del bollito, dalla politica.
Post-post scriptum. Dimenticavo. Dal libro di Antonio Socci "Il genocidio censurato": «L'alta Corte olandese ha decretato che andare a pescare con quella che da noi si chiama "esca viva", e cioè un lombrico, una mosca, una larva di un insetto, è un reato, quello di maltrattamento di animali».

La felicità non è un coniglio socialista

Bisogna essere molto ignoranti e del tutto privi di senso del ridicolo per paragonare il richiamo alla felicità lanciato dal bollito nel suo appello al termine del faccia a faccia televisivo con Silvio Berlusconi ai grandi documenti su cui si fondano gli Stati Uniti d'America, che pure alla "happiness" fanno esplicito riferimento. E invece il refrain di tanti elettori di sinistra è proprio questo: «Prodi è stato più americano di Berlusconi, Berlusconi si riconosce in Bush mentre Prodi si riconosce nei testi più nobili della tradizione americana» e così via.
La verità è che la differenza non potrebbe essere più grande, in termini filosofici e quanto a conseguenze politiche. Il candidato premier dell'Unione punta alla organizzazione della felicità: «Le energie ci sono a condizione che ci mettiamo insieme. E allora sarà possibile, a mio parere, organizzare anche un po’ di felicità per noi». Insomma, l'organizzazione della felicità come scopo ultimo della politica, in piena coerenza con la versione alle vongole dell'umanesimo ateo propria del sedicente "cattolico adulto" Romano Prodi.
La dichiarazione d'indipendenza americana suona completamente diversa: «Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che, allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi».
Dunque. Da un lato c'è una visione dell'uomo e dello Stato imbevuta di socialismo, che rende il primo subalterno al secondo. Lo Stato provvede a tutto, persino alla «organizzazione» dei bisogni più profondi dell'uomo. Per inciso, con una evidente contraddizione: la ricerca della felicità dell'uno può essere, come spesso avviene, in pieno contrasto con il progetto di felicità dell'altro, e non si capisce come possa uno Stato decidere quale progetto premiare con la propria politica. A meno che non si presuma l'esistenza di una "felicità collettiva" che la politica deve perseguire, ennesima reincarnazione costruttivista del bene comune, e forse questa presunzione Prodi ce l'ha davvero. Torna in mente Paul Claudel: «Chi cerca di creare per gli altri il paradiso in Terra, tutto ciò che ottiene è soltanto un molto rispettabile inferno».
Dall'altro lato c'è una visione profondamente religiosa e liberale (sì, le due cose vanno di pari passo, e non è certo un caso) dell'uomo e dell'origine dei suoi diritti: i diritti dell'uomo derivano dal loro Creatore. La felicità non la organizza lo Stato, ma la ricercano i singoli uomini, ognuno col suo progetto individuale. Ai governi resta il compito di garantire che gli individui siano liberi di perseguire il proprio progetto di felicità. Garantire, non organizzare. Quello che si limita a garantire simili diritti è uno Stato liberale, quello che pretende di organizzarli è uno Stato socialista.
Tutte cose che i cattolici adulti, quelli veri, sanno già benissimo. Come dice oggi ad Avvenire il presidente della Compagnia delle Opere, Raffaello Vignali, «la verità, la felicità, la bellezza non dipendono dalla politica. Essa non ha, non può avere, potere salvifico. In un regime democratico, almeno: la politica è un servizio alla persona e alla società».

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mercoledì, marzo 15, 2006

Lo specchio (triste) dell'Italia

Da Prozac. Ribadito che qui si pensa che il confronto televisivo tra i due candidati premier se lo sia aggiudicato (ai punti e con scarto minimo, insufficiente a incidere sugli elettori) Silvio Berlusconi, resta quel forte retrogusto amaro in bocca. L'Italia che è uscita dal faccia a faccia televisivo condotto da Clemente Mimun è deprimente. Due leader politici anziani e sul bollito andante (Prodi per ragioni sicuramente strutturali, Berlusconi per ragioni forse congiunturali), che se avessero avuto di fronte uno tipo Tony Blair o George W. Bush, ma temo persino un José Luis Rodríguez Zapatero, non ci sarebbe stato confronto. Due rappresentanti della casta degli intellettuali, i giornalisti Roberto Napoletano e Marcello Sorgi (soprattutto il secondo, non a caso il meno apprezzato dagli spettatori, secondo il sondaggio dell'Istituto Piepoli per Sky Tg24), che sono riusciti a confermare tutti gli stereotipi negativi che avvolgono la categoria.
Su Prodi, non c'è proprio nulla da dire. Ha mantenuto fede alle promesse della vigilia, facendo la figura del bollito che non sa parlare e biascica frasi senza senso con un tono che farebbe addormentare Gattuso durante un derby. Uno che dice "Dobbiamo seguire gli immigrati nella vita quotidiana perché le abitazioni non vadano nei ghetti" non deve finire a palazzo Chigi o al Quirinale, ma alla Baggina.
Su Berlusconi, invece, da dire c'è molto. Nella seconda metà della trasmissione è riuscito a non alzare mai lo sguardo dal foglio, a non inquadrare praticamente mai la videocamera (lui!). Non un sorriso, non un indizio di quella spavalderia da simpatica canaglia che, sulla carta, lo avrebbe messo in grado di annichilire uno come Prodi. Ha chiuso il match stanco, più dal punto di vista mentale che da quello fisico. L'uomo della comunicazione non ha saputo comunicare cosa intende fare dell'Italia.
Quanto a Napoletano e Sorgi, sembravano davvero convinti che il mondo inizi e finisca negli editoriali di Francesco Giavazzi. Si sono impegnati a porre ai due candidati domande su temi dei quali frega solo ai loro referenti del salottino buono, ma che sono lontani anni luce dal sangue e dalla carne di cui è fatta la vita. Insomma, c'è un grande dibattito in corso: sulla vita (la vita di tantissimi embrioni e quella dei tanti Luca Coscioni), sull'Occidente, su come dobbiamo porci nei confronti dell'Islam e dei suoi immigrati, se la nostra cultura domani dovrà essere erede di quella dell'Atene di Pericle e del cristianesimo oppure un ibrido multiculturalista e senza radici. Si discute delle nostre libertà e di quelle degli altri: sin dove arriva il nostro diritto a essere blasfemi? E' giusto che per rispettare una visione integralista della religione che qui in Occidente non è più condivisa da secoli rinunciamo a parte della nostra libertà d'espressione?
Perché in questo momento l'Italia e l'Europa si stanno chiedendo cosa sono (ovvero quali sono i loro valori), dove vogliono andare e in compagnia di chi. Sono temi grandi e importanti, che hanno segnato la vittoria di George W. Bush alle elezioni americane e l'avvento di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro. Temi che meriterebbero una riflessione pubblica da parte di chi si candida a guidare l'Italia per cinque anni.
Ma Napoletano e Sorgi si sono guardati bene, chessò, dal chiedere ai due "Scusi, per lei l'embrione è qualcosa o qualcuno? E in che modo questa sua visione si rifletterà nell'azione del suo governo?". Oppure se abbia senso aprire le porte dell'Europa a una Turchia che di europeo non ha mai avuto nulla, dove pochi giorni fa è stato ucciso un sacerdote italiano, e quindi che tipo d'Europa dobbiamo immaginarci da qui in avanti. Meglio occuparsi della solita concertazione, del solito conflitto d'interessi, del solito cuneo fiscale. Domande scontate, rese ancora più facilmente eludibili da un regolamento che sembra tagliato su misura per chi non ha nulla da dire. Domande dalle quali il minimo che ti puoi attendere è una risposta imbecille. Come infatti ne hanno ricevute Napoletano e Sorgi. Del resto, se il sondaggio di Piepoli ha dichiarato come miglior giornalista in studio Clemente Mimun, il quale non ha fatto altro che passare la parola dall'uno all'altro, è evidente che anche la categoria degli scribi (di noi scribi) non ne è uscita a testa alta.

martedì, marzo 14, 2006

Non so se Berlusconi sia rock puro...

...ma di sicuro Prodi è lento, lento, lento... Prodi è appena riuscito a dire: "Dobbiamo seguire gli immigrati nella vita quotidiana perché le abitazioni non vadano nei ghetti". Immagino Massimo D'Alema in lacrime a mangiarsi le mani.
Sembra di essere in uno studio di montaggio. Va tutto a velocità normale, tranne quando parla Prodi, perché qualcuno ha deciso di mandarlo alla moviola.
Da notare che prima Prodi ha detto che non è vero che intende introdurre il servizio civile obbligatorio, poi lo ha confermato.
"E soprattutto dobbiamo dare dignità agli insegnanti" contiene tutta la filosofia di Prodi e della sinistra sulla scuola: le riforme non si fanno per gli studenti, ma per gli insegnanti, perché il fine della pubbica istruzione non è istruire bene, ma mantenere la pace sociale con chi vi lavora. Non la scuola al servizio dei ragazzi e delle famiglie, quindi, ma le famiglie contribuenti al servizio dei lavoratori pubblici e della Cgil.
"La sua coalizione gli ha dato cinque deputati", detta da Berlusconi a Prodi, è da nascondersi per la vergogna, perché mette il dito nel nervo scoperto di Prodi: non ha un partito, è trattato con sufficienza dai suoi stessi alleati.
E Prodi che si lamenta per gli insulti ricevuti da parte avversa è roba da teatro dell'assurdo.

Bilancio finale. Alla fine le regole del confronto all'americana - tempi stretti e obbligati - hanno premiato Berlusconi, che vanta una chiarezza espositiva di gran lunga superiore. Però Berlusconi è calato di brutto nel finale, mostrando stanchezza, e ha usato male la telecamera. Morale (a naso): vittoria di Berlusconi ai punti (pochi), ma nessuno dei due candidati è riuscito a spostare voti, gli indecisi alla fine restano tali. E siccome l'Unione è in vantaggio...

PS. Dimenticavo: l'appello finale di Prodi alla "felicità" era inascoltabile.

Update. Sullo stesso argomento, a mente fredda: "Lo specchio (triste) dell'Italia"

Cancellata la Cdl: il timone del Corriere è già tutto a sinistra

Lo straniero che oggi avesse preso in mano il Corriere della Sera avrebbe avuto problemi a credere nell'esistenza, in questo Paese, di uno schieramento di centrodestra. Il quotidiano di via Solferino ha ridotto il confronto tra maggioranza e opposizione a una schermaglia interna al centrosinistra. Vediamo il "timone" di oggi.
Pagina 2: Chi è Berlusconi, come si prepara al duello. E' la prima nonché ultima testata dedicata alla maggioranza.
Pagina 3 (quella "nobile"): Chi è Prodi, come si prepara al duello.
Pagina 4: Pubblicità.
Pagina 5: Scontro tra Claudio Petruccioli e Lucia Annunziata. Tutto interno alla sinistra. Assenti i leader e i partiti del centrodestra da ogni titolazione. Spunta, piccolo, Giancarlo Galan in una fotografia, assieme a Di Pietro e alla Bonino.
Pagina 6: Ancora caso Annunziata. Spazio a Casini che attacca Berlusconi e a Rutelli che difende la Annunziata. Accanto, la Nota di Massimo Franco (bravo e di sinistra) dalla quale si apprende che "Berlusconi punta a oscurare gli alleati". Sotto, due pareri "diversi" a confronto: per giudicare la Annunziata, giornalista di sinistra, scende in campo Furio Colombo, ex direttore di un organo di partito della sinistra, contro Sandro Curzi, ex direttore di un organo di partito della sinistra. Se la cantano e se la suonano.
Pagina 7: Pubblicità.
Pagine 8 e 9: Islamici assolti e visita del rabbino Di Segni in moschea. Politicamente neutre.
Pagina 10. Si ricomincia. Titolo: "Fiaccolata contro la violenza, Unione senza il Pdci". Altro dibattito tutto interno alla sinistra. Di spalla, Caruso, candidato di Rifondazione, che scrive a Liberazione, quotidiano di Rifondazione. Assenti i leader e gli altri esponenti del centrodestra da ogni titolazione.
Pagina 11. "Un viado per rovinare la reputazione a Marrazzo". Il presunto complotto ai danni del presidente della regione Lazio. Inutile cercare nella titolazione nomi o dichiarazioni sulla vicenda di esponenti di An e del centrodestra: non ve ne sono.
Pagina 12. Pagina in quota Margherita. Titolo della pagina: "Rutelli: non direi più 'Craxi in carcere'". Assenti i leader e i partiti del centrodestra da ogni titolazione.
Pagina 13. Pagina in quota Ds. Titolo: "L'esilio anti-Silvio divide la sinistra". Fassino e D'Alema discutono con Asor Rosa. Nella titolazione, da avversari della Cdl, appaiono anche Bellocchio, Eco e Vattimo. Ennesimo dibattito interno ai cavolacci loro. Unica esponente del centrodestra presente: Giulia Bongiorno, candidata di An, nel taglio basso della pagina (per "par condicio", spazio identico è stato assegnato al margheritino Fanfani. Fosse mai).
Pagina 14: Iniziano le pagine della politica estera.
Conteggio degli esponenti del centrosinistra, o comunque vicini ad esso, che appaiono nelle fotografie e nelle titolazioni: Prodi, Petruccioli, Di Pietro, Cacciari, Bonino, Colombo, Curzi, Fassino, Rizzo, Caruso, Marrazzo, Rutelli, Bobo Craxi, D'Alema, Asor Rosa, Eco, Bellocchio, Vattimo, Tabucchi (inserito perché in polemica con la Cdl), Pannella, Battiato (inserito perché in polemica con la Cdl), Vincenzo Consolo (inserito perché in polemica con la Cdl), Fanfani. Totale: 23 (esclusa Lucia Annunziata).
Conteggio degli esponenti del centrodestra, o comunque vicini ad esso, che appaiono nelle fotografie e nelle titolazioni: Berlusconi, Galan, Casini, Stefania Craxi, Sgarbi (che appare in quanto esponente della maggioranza del 1994), Forattini e Bongiorno. Totale: 7.

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lunedì, marzo 13, 2006

Diritti delle donne violati, indovina con chi se la prende l'Onu

La Commissione Onu per lo Status delle Donne, l'organismo delle Nazioni Unite che dovrebbe portare avanti la battaglia in difesa dei diritti delle donne, ha appena varato una risoluzione (messa doverosamente alla berlina da Eye on the Un) che condanna uno Stato membro dell'Onu per le violazioni commesse. Uno dei tanti Paesi islamici in cui le donne sono trattate come serve ed è loro impedito di mostrare il volto, sedersi al volante e insegnare? Uno degli Stati africani che puniscono le adultere con la lapidazione o in cui sono diffuse le mutilazioni genitali femminili? La Cina, terra di sterilizzazioni di Stato e aborti forzati? No. Lo Stato condannato è Israele.
Scelta, del resto, in linea con la tradizione delle Nazioni Unite, nonché del tutto comprensibile da un punto di visto politico. Tra i 45 Stati membri della Commissione figurano campioni di democrazia e diritti umani come Iran, Cuba e Cina, accanto a numerosissimi Stati in cui le mutilazioni genitali sono pratica costante, come Mali, Sudan, Burkina Faso, Nigeria, Malesia, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti. Paesi che in materia di diritti umani, e di diritti delle donne in particolare, non avrebbero alcun titolo ad aprire bocca. Ma che hanno deciso di servirsi di questa commissione per le loro crociate antioccidentali e antisemite. Alle donne, anche in questo caso, non resta che essere usate.

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Berlusconi ha fatto benissimo (ed Eco è una barzelletta)

Silvio Berlusconi non ha fatto bene ad andarsene via dall'intervista con Lucia Annunziata. Ha fatto benissimo. I giornalisti sono liberi (anzi, è un loro preciso obbligo, almeno in simili interviste pre-elettorali) di fare le domande più scomode che passano loro per la testa, gli intervistati debbono essere liberi di rispondere. La cosa è così ovvia che la ammettono anche gli avversari del Cavaliere.

Post Scriptum. Due risate insieme. Dall'appello di Umberto Eco pubblicato prima del voto del 13 maggio 2001: «A nessuno piacerebbe svegliarsi una mattina e scoprire che tutti i giornali, il "Corriere della Sera", "la Repubblica", "la Stampa", il "Messaggero", "il Giornale", e via via dall’"Unità" al "Manifesto", compresi i settimanali e i mensili, dall’"Espresso" a "Novella 2000", sino a questa rivista on-line che state leggendo, appartengono tutti allo stesso proprietario e fatalmente ne riflettono le opinioni. Ci sentiremmo meno liberi. Ma è quello che accadrebbe con una vittoria del Polo che si dice delle Libertà. Lo stesso padrone avrebbe per proprietà privata tre reti televisive e per controllo politico le altre tre - e le sei maggiori reti televisive nazionali contano più, per formare l’opinione pubblica, di tutti i giornali messi insieme. Lo stesso proprietario ha già sotto controllo quotidiani e riviste importanti, ma si sa cosa accade in questi casi: altri giornali si allineerebbero all’area governativa, vuoi per tradizione vuoi perché i loro proprietari riterrebbero utile ai propri interessi nominare direttori vicini alla nuova maggioranza. In breve si avrebbe un regime di fatto». Ecco, appunto.

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domenica, marzo 12, 2006

Per trasformare un liberale in un fascista basta un fascista rosso

Dei fatti di Milano, a una prima lettura (niente agenzie, non ero in redazione, ho appreso il tutto davanti alla televisione e su Internet come tanti), ciò che mi aveva colpito di più non era quanto fatto dai no-global. Da gente che celebra un teppista con il passamontagna che si avventa contro i carabinieri, gente abituata a grufolare nel letamaio delle ideologie, amici dei tagliatori di teste islamici, fascisti rossi tali e quali a quelli neri ai quali pretendono di contrapporsi, e dei quali in realtà sono assai più pericolosi, se non altro per il numero, non puoi aspettarti né più né meno di quello che hanno fatto. Mi aveva colpito, invece, la reazione della gente di Milano. Gente che ne ha viste, metropolitani disincantati, che non dovrebbero stranirsi più di tanto davanti a simili spettacoli belluini. Non al punto da cercare di linciare gli idioti, almeno. Non tanto da spingere persone civili a inseguirli a calci e pugni, gridando "ammazzateli". Il linciaggio è brutto, il linciaggio è fascista, non appartiene al ceto medio milanese. Così pensavo.
Poi, ho letto. Non si sono fermati nemmeno di fronte ai bambini. Anzi, hanno fatto esplodere la loro rabbia e i loro ordigni anche di fronte ai bambini che festeggiavano da McDonald's. E allora, forse, ho capito. Non so se la molla che ha spinto tanta brava gente milanese a cercare di schiacciare i vermi sia stata questa. So per certo, però, che se avessero portato il loro odio, le loro spranghe e le loro bombe carta davanti ai miei figli (ricordi che restano in un bambino) sarei stato in prima fila tra quelli che volevano linciarli. E anche questo gli avrei messo in conto.

sabato, marzo 11, 2006

Salviamo l'Africa: uccidiamo il Live Aid

Una proposta così apparentemente perfida, politicamente scorretta e moralmente sensata poteva venire solo dagli anarcocapitalisti di Reason. Basta con Bono (che tanto ha smesso di cantare da quindici anni, diciamolo), basta con quell'enorme rottura di palle del Live Aid, basta con Bob Geldoff (del quale sfido chiunque a ricordare una canzone). Basta con i sensi di colpa da ex colonialisti, basta con il complesso che se non paghiamo siamo razzisti, basta con il buonismo terzomondista per cui l'importante è mettere mano al portafoglio e dare qualcosa. L'importante sono i diritti umani. Insomma: niente più aiuti umanitari ai Paesi africani governati da dittatori.
Primo: perché quesi soldi rappresentano una forma di sostegno politico ed economico ai peggiori tiranni del pianeta.
Secondo: perché tanto quei soldi se li mangia in grandissima parte il Bokassa di turno. Nello Zimbawe di Robert Mugabe (dove il rispetto dei diritti umani è a questo livello), che è stato foraggiato per venticinque anni con i soldi degli occidentali, l'80% della popolazione vive al di sotto della linea di povertà, il tasso d'inflazione ha tre cifre e l'agricoltura è allo sfascio. Mugabe incassa i nostri soldi, ci accusa di affamare il suo popolo e ce ne chiede ancora di più. Dopo che le varie agenzie internazionali hanno speso 568 miliardi di dollari, l'economista della New York University William Easterly ha calcolato che in Africa ancora non è stata fornita la quantità di medicine (costo di una confezione: 12 centesimi) necessaria a dimezzare le morti per malaria. Il problema, ovviamente, è la mancanza di controlli sull'uso che viene fatto di quei soldi, che finiscono ovunque (spese per armi comprese) tranne che dove dovrebbero.
Certo, c'è il problemino morale. Le vite umane che si perderebbero smettendo l'erogazione mensile di aiuti ai dittatori. Chiamiamolo pure ricatto morale dei dittatori e dei cantanti bolliti. Ma queste sarebbero più che compensate dalle vite che verrebbero salvate provocando la rovina di tiranni che uccidono il loro popolo con le armi, la fame e le malattie. Aiuti umanitari condizionati, dunque: al rispetto dei diritti umani e all'abbattimento delle barriere tariffarie tra gli Stati africani.

"Anti-Humanitarian Aid. The moral case for ending assistance to dictatorships", su Reason

venerdì, marzo 10, 2006

Bella carità cristiana, cardinal Martino

L'Ucoii, la più integralista delle associazioni islamiche italiane, ha chiesto, nei giorni scorsi, di istituire l'insegnamento di religione islamica nelle scuole pubbliche italiane. La gara a fare il primo che sbraca è stata vinta dal cardinale Raffaele Renato Martino (e chi lo conosce mi dice che non c'è da stupirsi). Parole sue: «Se ci sono persone di altra religione nella realtà italiana, bisogna rispettarle nella loro identità culturale e religiosa. Se attendiamo la reciprocità nei paesi rispettivi dove ci sono cristiani, allora ci dovremmo mettere sullo stesso piano di quelli che negano questa possibilità».
Il cardinale fa il gioco delle tre carte, e lo fa molto male. Primo. Perché il punto non è il diritto del bambino islamico a seguire gli insegnamenti religiosi che la sua famiglia ritiene migliori per lui, ma l'obbligo da parte dello Stato - cioè del contribuente - a pagargli questo insegnamento con i soldi pubblici. Che è cosa ben diversa: riconoscere il primo (sacrosanto, siamo in Occidente, siamo gente civile, qui le religioni altrui sono rispettate) non vuol dire imporre il secondo. Ma tra l'alternativa di vedere tolti i privilegi di cui gode oggi la religione cattolica e vederli estesi ad altri culti, il cardinale non ha dubbi e preferisce la seconda. Anche qui non ci sono dubbi e - a malincuore, per tutto ciò che significa il cristianesimo per noi - il giorno, forse non lontano, in cui l'alternativa secca dovesse essere questa, si sceglierebbe la prima opzione. Costa meno e non ci fa cedere dinanzi ai ricatti degli integralisti.
Secondo punto, e più importante. Quando il cardinal Martino dice che non dobbiamo puntare alla "reciprocità" confonde le acque. Nessuno sano di mente pretende infatti che nelle scuole dei Paesi islamici si insegni il catechismo: sappiamo tutti di avere a che fare con gente che, salvo rarissime eccezioni, dei diritti umani ha la stessa visione liberale che avevano i nostri antenati, in Europa, mille anni fa. Molto più modestamente, ci si accontenterebbe che venissero tolte la pena di morte e il carcere e le punizioni corporali a carico di chi diffonde e abbraccia i precetti del cristianesimo e delle altre religioni non islamiche: se non ci date la parità assoluta, almeno evitate di tagliarci la testa, grazie.
Proprio quello di cui parla un Marcello Pera molto perplesso dalla presa di posizione del cardinale: «Il rispetto reciproco è al fondamento di qualsiasi possibile dialogo. Lo stesso Papa Benedetto XVI qualche giorno fa, salutando il nuovo ambasciatore del Marocco, aveva insistito su questo concetto. C’è da chiedersi: come è possibile invocare ad ogni momento il dialogo e appellarsi continuamente all’Islam moderato se poi al dialogo non si chiede di essere reciproco e l’Islam moderato viene tenuto nella stessa considerazione di quello radicale?».
Aggiungiamo che rinunciare a pretendere il minimo indispensabile di rispetto reciproco equivale ad abbandonare ai loro carnefici coloro che in Arabia Saudita e nel resto del mondo musulmano sono uccisi, incarcerati e torturati semplicemente perché professano una religione diversa dall'Islam. Bella carità cristiana, cardinale.

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giovedì, marzo 09, 2006

Come gli indigeni con le collanine di perline colorate

Update importante. Il bello, come sempre, è che mentre noi siamo qui a sproloquiare su giornali e televisioni la gente insiste a ragionare con la propria testa. Magari senza sapere chi è Paolo Mieli. Divario tra centrodestra e centrosinistra ridotto a 3,5 punti. E non è un sondaggio di Berlusconi.

Il Manifesto di oggi, a pagina 3, ci dice quello che tutti già sapevamo, che però - come nel caso di Paolo Mieli - fa sempre un certo effetto vedere messo nero su bianco. Anche la Stampa tifa per la vittoria di Romano Prodi (sin qui ci eravamo arrivati), ma la "notizia" è che il suo direttore in quota Lingotto, Giulio Anselmi, si prepara a lanciare un appello ai lettori analogo a quello del Buddha di via Solferino. «Lo farò, come è mia tradizione, qualche giorno prima delle elezioni», dice Anselmi. «Ma non credo che sarà una grande rivelazione: tutti sanno come la penso e credo che traspaia anche dal giornale che dirigo ormai da mesi (confermo, ndAcm). Non ho mai nascosto la mia propensione per la vittoria del centrosinistra. D'altronde, trovo un po' ipocrita la reazione all'editoriale di Paolo Mieli. I giornali non si giudicano soltanto per un editoriale (se ne può discutere, ndAcm) ma per il loro orientamento generale, i loro servizi giornalistici, la loro linea. E quella del Corriere della Sera era piuttosto evidente anche senza la netta presa di posizione del suo direttore (sì, ce ne eravamo accorti anche noi, ndAcm)».
Per inciso, i compagni del Manifesto sono gli unici che a sinistra non festeggiano per la benedizione di Mieli come gli indigeni facevano con le collanine di perline colorate. Hanno capito quello che è evidente a chiunque abbia un'intelligenza normale, e cioè che il credito concesso da Mieli e dal salottino cui fa capo «ha un costo», come scrive il direttore Gabriele Polo, e che i vincoli che costoro porranno al possibile futuro governo di centrosinistra «saranno forti». Insomma, è stata lanciata «un'opa sul centrosinistra», come scrivono quelli del Manifesto, anche se l'hanno capito solo loro e Massimo D'Alema. Auguri, compagni.

PS: Mieli l'ha fatto, Anselmi l'ha annunciato, Ezio Mauro, direttore di Repubblica, non ne ha certo bisogno. Manca solo Ferruccio De Bortoli, direttore del Sole-24 Ore montezemoliano. Il quale, probabilmente, continuerà a fare quello che ha fatto sinora. Il tifo sì, ma non ufficialmente. Anche nel suo caso, non c'è bisogno di fare outing per capire da che parte ha schierato il giornale. Sempre a proposito di regime berlusconiano, ça va sans dire.

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mercoledì, marzo 08, 2006

Coniglio bollito alla bolognese

di Fausto Carioti
Da ieri gli elettori del centrosinistra hanno un ottimo motivo in più per essere depressi dal loro portabandiera. Romano Prodi ha rifiutato, in modo ufficiale e definitivo, il faccia a faccia televisivo con Silvio Berlusconi. Tramite un portavoce, il coniglio bollito alla bolognese ha comunicato al presidente di viale Mazzini, il diessino Claudio Petruccioli, che il motivo della fuga è dovuto al fatto che il presidente del Consiglio ha respinto le condizioni che lo stesso Prodi aveva posto. Il premier ha intenzione di presentarsi comunque davanti alle telecamere lunedì, per il previsto confronto televisivo. Se Prodi non ci sarà, peggio per lui: Berlusconi fa sapere di «rispettare» la sua scelta, pur ritenendo l’atteggiamento di Prodi «illegittimo e irresponsabile». La messa in onda, in realtà, è tutt’altro che scontata: l’opposizione preme affinché la trasmissione sia cancellata, ma Berlusconi ha già avvisato Petruccioli: «Non si può mettere il bavaglio al leader di una coalizione se l’altro leader decide di non partecipare a un dibattito in tv».
Prodi si lamenta soprattutto perché il premier non ha accettato la sua richiesta di cancellare la conferenza stampa di fine legislatura. La verità è un’altra. E cioè che Prodi sa di avere un vantaggio, anche se sempre più striminzito, nei confronti del suo avversario. Sa che Berlusconi, ogni volta che appare in televisione, guadagna voti. Sa che ogni volta che sugli schermi appare lui, invece, gli sbadigli vanno via come il pane e i voti per il centrosinistra calano come le palpebre dei telespettatori. Prodi ha anche capito, osservando le apparizioni televisive del premier, che Berlusconi è tirato a lucido come non mai. E infatti sono due mesi che la sua squadra, a palazzo Grazioli, lo sta allenando e mettendo alla prova su ogni possibile argomento, proprio in vista del big match finale. Il presidente del Consiglio oggi conosce a menadito tutti i risultati del suo governo e quelli dei governi dell’Ulivo, snocciola una serie impressionante di raffronti interni e internazionali (dai quali riesce a dimostrare invariabilmente che il suo, data la congiuntura, è stato il migliore dei governi possibili) ed è convinto - in gran parte a ragione - che contro di lui sia stata montata un’enorme campagna di disinformazione. Forte delle sue capacità televisive, che anche gli avversari gli riconoscono, muore dalla voglia di vendicarsi su Prodi dei torti subiti dalla sinistra. Prodi, dal canto suo, non è mai stato in grado di padroneggiare i dati e tradurli in un discorso politico coerente ed efficace. Nemmeno nei casi più importanti.
Emblematico l’episodio del suo insediamento alla guida della Commissione europea, il 17 settembre del 1999, a Strasburgo. Il discorso del giuramento è l’atto più solenne che avviene dinanzi al parlamento europeo, ed è regolato da un protocollo rigidissimo. Che Prodi, per il fastidio dei presenti, fu costretto a strapazzare. Prima iniziò a parlare in ritardo, perché la sua segreteria non riusciva a stampare il testo del discorso. Quindi attaccò a leggere, ma con una lentezza imbarazzante, eccessiva persino per lui, tra gli sguardi perplessi degli europarlamentari. Doveva prendere tempo, fare melina: quella che aveva in mano era solo una parte del discorso. Finalmente, quando un collaboratore riuscì a consegnargli le ultime cartelle del documento, Prodi poté ricominciare a leggere alla sua lentezza normale.
Questa è la stoffa del personaggio: come Linus ha bisogno della coperta, così Prodi necessita un testo preparato da qualcuno che ne capisca. L’idea di trovarsi davanti un Berlusconi caricato, preparatissimo e intenzionato a giocarsi il tutto per tutto lo getta nel panico. Così ha scelto, anche stavolta, di fare melina e sperare che il vantaggio che gli danno adesso i sondaggi non si azzeri da qui al 9 aprile. Per coprire questa verità inconfessabile e cercare di uscirne con un po’ di dignità, Prodi ha provato a mettere il cerino in mano a Berlusconi, ponendogli condizioni irricevibili. La conferenza stampa di fine legislatura, che Prodi considera inaccettabile sul «piano sia simbolico che politico», è infatti uno dei rituali necessari a tutte le democrazie: chi ha governato per cinque anni ha il diritto-dovere di rispondere del bilancio del suo governo dinanzi agli organi d’informazione e ai cittadini. La par condicio alla quale Prodi si ribella fu voluta proprio dal centro-sinistra, alla fine della scorsa legislatura, per sterilizzare il Cavaliere. E il regolamento che Prodi non condivide è stato votato dalla Commissione di vigilanza, ed è parte integrante della stessa legge. La scelta di Prodi, insomma, politicamente e umanamente appare assai vigliacca.
Niente di strano. Il coraggio del personaggio è quello che emerge dal suo interrogatorio del 4 luglio del 1993, in qualità di testimone, davanti ad Antonio Di Pietro e ad altri Pm di Milano. Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio (non proprio tre fan di Berlusconi) nel libro “Mani Pulite” lo raccontano così. «Prodi ripete di non saper nulla di tangenti. È intimorito, balbetta, chiede di poter tornare a casa, dove lo aspetta la moglie. (...) Dopo qualche altra domanda, Di Pietro lo congeda in modo brusco: dice di tornare a casa, ma di riflettere bene sui temi toccati nell’interrogatorio, sulle domande fatte e le risposte date. L’audizione è durata due ore. Il saluto è minaccioso: “Ci rivediamo lunedì. Sappia però che potremmo essere costretti a farla continuare a riflettere lontano da casa”. (...) Di questo trattamento, Prodi corre a lagnarsi dal giudice Filippo Mancuso e dall’amico presidente Scalfaro. Quest’ultimo, turbato dal suo racconto, coglie la prima occasione utile per lanciare un pubblico richiamo contro i presunti eccessi della custodia cautelare».
Per inciso, l’intervento dell’amico Scalfaro gli fu utile: l’interrogatorio successivo si svolse nella caserma dei carabinieri, e non più in procura, e stavolta il cerbero Di Pietro, che tanto l’aveva fatto tremare, non era presente. A conferma del fatto che nella vita si può andare avanti anche scappando e piagnucolando, purché si sappia farlo nei posti giusti. Del resto, come diceva don Abbondio, «il coraggio uno non se lo può dare».

© Libero. Pubblicato l'8 marzo 2006.

Update. Berlusconi pronto a rinunciare alla conferenza stampa finale.

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