mercoledì, marzo 29, 2006

Il maestrino di Ballarò (e due)

Ballarò l'ho vista solo stamattina su RaiClick. Diciamolo: Giovanni Floris è una garanzia. Dopo la sòla dell'altra volta, c'era la curiosità di sapere chi fosse l'esperto "super partes" chiamato a dire ai telespettatori chi, tra Silvio Berlusconi e i suoi avversari, avesse ragione. Stavolta ce ne erano addirittura due: l'economista Riccardo Faini e il tributarista Raffaello Lupi.
Faini «insegna Politica economica all'Università di Tor Vergata di Roma. Ha lavorato alla Banca Mondiale, è stato direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale», ha detto Floris presentandolo all'inizio del collegamento, avvenuto nella prima parte della trasmissione. Tutto vero. Però c'è di più, come sa benissimo chi conosce un po' l'ambiente. Faini (area ds, sottosettore debenedettiano, chiamato da Vincenzo Visco nel 2000 al ministero dell'Economia e rimosso da Giulio Tremonti alla fine del 2002) è anche autore del libro "Il ruolo delle istituzioni per la competitività del Paese", scritto dai "cervelli" (nessuna ironia) prodiani con la prefazione dello stesso Romano Prodi. Anche lui, infatti, come la "maestrina" Luisa Torchia, la signora con le buffe tabelline chiamata in causa da Floris la puntata precedente, è uno dei collaboratori del candidato premier della sinistra. A una commissione di economisti guidata da Faini, per capirsi, Prodi ha affidato il compito di preparare un rapporto (presentato lo scorso luglio) sui conti pubblici italiani, contro la politica economica del governo Berlusconi.
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Quanto a Lupi, con cui Floris si è collegato nella parte finale della trasmissione, è anch'egli un uomo della scuderia Visco. Dal '96 fu consigliere giuridico dell'allora ministro delle Finanze. E nell'aprile del 1999 fu nominato presidente della Bell, la finanziaria (lussemburghese) maggiore azionista di quella Olivetti attraverso la quale Roberto Colaninno e compagni controllavano la Telecom. Quando si dice le coincidenze.
Insomma, l'incarico di giudicare Berlusconi in piena campagna elettorale, in periodo di par condicio, è stato affidato a uno stretto collaboratore del suo avversario diretto e a un consulente del ministro delle Finanze del governo Prodi. Senza dire a nessuno chi i due fossero in realtà. Perché l'importante, come sempre, è che il telespettatore non ne sappia nulla. Altrimenti addio credibilità dell'esperto e addio tesi preconfezionate da servire calde a chi guarda la trasmissione.
Per inciso, in campagna elettorale valgono regole di par condicio assai rigide e codificate sin nel dettaglio, in base alle quali «direttori dei programmi, registi, conduttori ed ospiti devono attenersi ad un comportamento corretto ed imparziale, anche in rapporto alle modalità di partecipazione e selezione del pubblico, tale da non influenzare, anche in modo surrettizio ed allusivo, le libere scelte degli elettori. Correttezza ed imparzialità devono essere assicurate nella diffusione delle prese di posizione di contenuto politico espresse da qualunque soggetto anche non direttamente partecipante alla competizione elettorale».

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