sabato, marzo 25, 2006

L'Europa non fa più figli. E il problema non è (solo) economico

di Giovanni Orsina
Non so a voi, ma a me le notizie che un paio di giorni fa ha diffuso l’Istat sul futuro demografico dell’Italia tanto tranquillo non mi lasciano. Fra meno di mezzo secolo, pure considerando un afflusso di 150mila immigrati all’anno, l’Italia avrà perso tre milioni di abitanti. E questo sarebbe il meno. Gli ultrasessantacinquenni, che oggi sono meno di un quinto degli italiani, allora saranno più di un terzo. Gli ultraottantacinquenni saranno quasi l’8%, i ragazzi sotto i quattordici anni meno del 13%. Un paese di vecchi. E non solo: un paese di tanti vecchi che sono italiani da dieci o venti generazioni, e di pochi giovani che lo sono di prima o seconda.
Ora, pur non avendo mai amato il catastrofismo, mi riesce difficile questo scenario non giudicarlo catastrofico. E non solo perché in futuro problemi quali l’integrazione degli immigrati, le pensioni e il welfare si porranno in forma assai diversa, e ben più acuta, rispetto ad oggi. Ma soprattutto perché la nostra civiltà ne esce molto male. E non ne esce male per come sarà nel 2050, ma per com’è già ora, nel 2006: sazia, indolente, riluttante a riprodursi perché tutta concentrata sul presente e troppo scettica sull’avvenire.
Il meno che si possa dire è che, a ulteriore dimostrazione della sua abulia, il paese di fronte a questa situazione appare di gran lunga troppo distratto. Un po’ la campagna elettorale se ne sta occupando, a colpi di asili nido e «bonus bebé», ma molto meno, mi pare, di quanto dovrebbe. Soprattutto, non mi dispiacerebbe che l’Italia si chiedesse in maniera un po’ più seria da dove viene questa situazione, che è sostanzialmente priva di precedenti storici.
In genere la questione demografica è ricondotta alla questione economica: i giovani non fanno figli perché non hanno i mezzi per metter su famiglia. E non vi è alcun dubbio che oggi in Italia la procreazione sia disincentivata: barriere all’ingresso nella vita lavorativa, scarso sostegno alla maternità, alto valore degli immobili. E non solo. La propensione degli italiani a restare a lungo con la famiglia di origine, a ben vedere, non è altro che un modo per redistribuire le risorse fra le generazioni. L’immenso debito pubblico che il paese ha accumulato negli anni Ottanta, e che ha consentito agli attuali sessantenni di largheggiare a spese degli attuali trentenni, viene almeno in parte ripagato attraverso i canali della solidarietà familiare: il trentenne lo recupera vivendo alle spalle del sessantenne. E meno male che, tenendo più che altrove, la famiglia italiana consente a questo meccanismo di funzionare. Altrimenti i trentenni italiani sarebbero parecchio più arrabbiati di quanto già non siano.
La spiegazione economica però, che mi pareva esauriente qualche anno fa, quando avevo trent’anni e mi guardavo bene dal procreare perché credevo di non potermelo permettere, oggi non mi soddisfa più del tutto. Oggi che di anni ne ho quasi quaranta, ho fatto figli tardi per conservare intatto il mio tenore di vita, ma mi rammarico pure di non averli fatti prima. Se guardo indietro al mio percorso personale, o osservo anche quello di tanti miei coetanei, che come me e come molti altri italiani (certo, non tutti) provengono da famiglie di medio ceto, mi accorgo che a trent’anni non ci era davvero impossibile procreare. Piuttosto, ci era impossibile farlo conservando quel tenore di vita. Potevamo scegliere: far figli subito vivendo peggio, o far figli dopo vivendo meglio. Se abbiamo scelto la seconda via, non è stato soltanto per ragioni economiche, ma economiche e morali insieme.
Una ricerca dell’Università Cattolica i cui risultati sono stati pubblicati ieri, e che pure attribuisce grande peso alle cause economiche della «procreazione ritardata» italiana, sottolinea anche il timore di assumersi responsabilità. E nel mio piccolo ho potuto notarlo di persona, a vari livelli di gravità, su tanti miei coetanei, per lo più ma non soltanto maschi: la sindrome non, come spesso si dice, di Peter Pan, perché Peter Pan bambino lo rimaneva del tutto; ma di Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo di Goncarov, che, leggendario per la sua apatia, invecchiava senza crescere.
Se la questione fosse soltanto economica, del resto, sarebbe difficile spiegare per quale ragione il declino demografico riguardi tutta l’Europa, e non soltanto l’Italia, compresi cioè paesi il cui debito pubblico è ben più gestibile, e la maternità più incentivata. Per quale ragione nessun paese dell’Europa occidentale abbia un tasso di natalità tale che i neonati riescano a rimpiazzare i deceduti. Per quale ragione, nonostante l’immigrazione, la Spagna, la Germania, l’Unione Europa nel suo complesso siano destinate a perdere nel prossimo mezzo secolo milioni e milioni di abitanti, là dove gli statunitensi cresceranno del 44 per cento. Secondo il teologo cattolico George Weigel, alla radice dell’indebolimento etico e quindi della crisi demografica europea c’è la perdita di religiosità, l’eccesso di secolarismo. La sua è una spiegazione ambiziosa, interessante, e discutibile. Certamente varrebbe la pena che l’Europa, e l’Italia, ne discutessero un po’ di più.

© Il Mattino. Pubblicato il 25 marzo 2006.

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