mercoledì, maggio 31, 2006

La Cdl davanti all'equazione referendaria

Le elezioni politiche e quelle amministrative non hanno cambiato il dato di fondo della politica italiana: l'Unione e la Cdl continuano ad avere come unico, vero punto di forza le debolezze altrui. Era una gara a chi sta messo meno peggio dell'altro e tale è rimasta. La brutta situazione in cui si trova il centrosinistra - riassumibile in una parola: Senato - non serve infatti a risolvere i problemi del centrodestra. Se l'Unione rischia di assistere al logoramento e alla fine prematura del governo Prodi, i cui provvedimenti sono destinati a impantanarsi a Palazzo Madama (il voto di fiducia non tragga in inganno, l'attività ordinaria è tutt'altra cosa), la Cdl vede messa in discussione la sua stessa sopravvivenza, almeno così come la conosciamo adesso. La chiave di volta sarà il referendum confermativo della devolution (previsto dall'articolo 138 della Costituzione) che si terrà il 25 e 26 giugno.
Per il Carroccio, ovviamente, il referendum costituzionale è addirittura la terza elezione in tre mesi (ha la stessa importanza, cioè, del voto politico), in cui «la Lega si gioca un pezzo della sua battaglia storica» e «l’intero centrodestra si gioca la rivincita su Prodi», come scrive il direttore della Padania, Gianluigi Paragone. Anche per Berlusconi avrebbe potuto essere l'occasione della spallata al rivale, ma il Cavaliere ora ha paura che si risolva in un autogol. Non per l'esito delle amministrative, che specie al Nord sono andate come era lecito aspettarsi, ma per l'alto tasso di astensionismo degli elettori. I sondaggi di cui dispone Berlusconi dicono che per avere speranze di passare il referendum dovrà essere votato almeno dal 40% degli elettori italiani. Tenendo conto che si vota a fine giugno, che del referendum tradizionalmente frega a poca gente e che per molti si tratterà della terza chiamata alle urne in due mesi e mezzo, è un'obiettivo non facile da raggiungere. A parziale consolazione, vi è il fatto che l'astensionismo, visto il periodo in cui si vota, colpirà soprattutto il Centro e il Sud, meno il Settentrione, dove si dà per scontato che vi sia maggiore consenso alla devolution rispetto al resto d'Italia.
Quindi le variabili dell'equazione sono le seguenti. Primo: il referendum, per riuscire ad attirare la massa critica di elettori necessaria a dare chances di conferma alla devolution, dovrà essere votato almeno da quattro italiani su dieci, percentuale ottenibile solo se Berlusconi si impegna a fondo nella campagna referendaria. Secondo: se Berlusconi si impegna sul serio a cavalcare la questione e la devolution viene sconfitta comunque (basta un caldo più torrido del solito e addio agli elettori "marginali", ovvero poco motivati, che sono in grandissima parte quelli della Cdl), si tratta di uno schiaffo politico destinato a lasciare il segno; Berlusconi lo sa, e questo - al di là delle dichiarazioni ufficiali - lo fa essere al momento tiepido e attendista nei confronti del referendum. Terzo: se invece Berlusconi e gli altri leader della Cdl non si danno da fare per chiamare i loro elettori alle urne, e la devolution viene bocciata, la Lega non avrà problemi ad adottare, già dal 27 giugno, la politica delle mani libere, ovvero a lasciare al suo destino il resto del centrodestra. Magari per poi trattare con l'Unione la nuova versione del federalismo, trattativa che a quel punto diventerà un passaggio obbligato, utile al centrosinistra anche per "accalappiare" il Carroccio. Al momento, una simile equazione non contiene soluzioni certe né probabili. Contiene solo rischi.

Per saperne di più:
"Tutte le bugie della sinistra sulla devolution"
"Federalismo fiscale e perequazione for dummies"

Update del 1 giugno, ore 18.30. Berlusconi si conferma prudentissimo sull'argomento e rifiuta di fare il presidente del comitato per il sì al referendum.

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