venerdì, maggio 12, 2006

La politica, il calcio e i garantisti a ore

Leggendo i giornali, facendo zapping davanti al televisore, curiosando sui blog (dove ognuno, per primo chi scrive, si sente libero di dare il meglio e il peggio di sé), emerge, nitidissima, una verità elementare: in Italia si è prima di tutto interisti, romanisti, juventini e via dicendo. La politica, gli ideali, i valori e altre trombonate simili vengono dopo, molto dopo la sciarpa che ci si mette al collo la domenica. Solo con l'emergere fortissimo di questa pulsione tribale e il suo prevalere sulla ragione si spiega la smania forcaiola che ha preso tante persone, in apparenza sensate e misurate, pronte a difendere le ragioni di Bettino Craxi e persino di Cesare Previti, che sino a pochi giorni fa alzavano il ditino e dicevano che non si può essere giudicati colpevoli sino a sentenza definitiva, e che ora hanno già scritto paginate di condanna perdendo bava dalla bocca dinanzi al nome di Luciano Moggi, proprio come un Antonio Di Pietro qualunque (lui sì, in questo, assai più coerente di voi, amici garantisti a ore).
Siamo tutti bravi a invocare il rispetto scrupoloso delle leggi quando questo torna a favore nostro o di chi sta dalla nostra parte. La differenza la facciamo solo se siamo disposti a concedere le stesse garanzie - tutte - anche a chi ci sta sulle scatole ogni domenica. Altrimenti non siamo garantisti: siamo paraculi e basta, e smettiamo per favore di riempirci la bocca con Cesare Beccaria e la common law. Se non altro per una questione di rispetto verso noi stessi.
Quanto al merito delle intercettazioni telefoniche, degli aggiustamenti delle partite, delle scommesse più o meno lecite, qui (in quanto garantisti, prima ancora che juventini) per emettere giudizi si aspetta - come sempre - il verdetto definitivo. E si spera anche che escano fuori tutte, ma proprio tutte le intercettazioni di tutti i massimi dirigenti dei principali club. Le loro chiacchierate con gli arbitri, con i designatori, gli inciuci tra di loro. Si spera che vengano pubblicati sulla Gazzetta dello Sport i regali che tutte le squadre di calcio hanno fatto alla categoria arbitrale. I nomi di chi ha pagato i Rolex d'oro dei guardalinee. Con la sensazione - anche questa tutta da provare - che Moggi fosse uno zozzone in un ambiente appena meno sporco di lui.
Sennò tutto questo casino servirà solo a saziare la smania di sangue delle tante tricoteuses che, avvolte nelle loro bandiere, già pregustano lo spettacolo con l'acquolina in bocca. Regalando alla loro parte la soddisfazione di poter dire: "Noi eravamo gli unici puliti". Solo perché, a priori, chi poteva e doveva fare luce ha deciso di indagare solo dalla parte opposta. Non so a voi, ma a me ricorda qualcosa.

Update. Parole sagge dell'amico Benedetto della Vedova. A conferma che non tutti i garantisti vanno a gettone. «Non c'è dubbio», dice il presidente dei Riformatori Liberali e deputato di Forza Italia, «che quanto sta tumultuosamente (e non si sa quanto casualmente) emergendo nel mondo del calcio italiano delinea uno scenario inquietante di malcostume e "ordinaria" illegalità, che va sondato e indagato con attenzione e scrupolo. Ma altrettanto inquietante è che, per l'ennesima volta, in questo paese la giustizia (sul piano sportivo, disciplinare e finanche penale) venga fatta coincidere con il "fare giustizia" in modo sommario e demagogico sulla base di intercettazioni che sono diffuse e pubblicate in modo legale o para-illegale e che sono presentate come prove di una condanna già emessa e non già come indizi da verificare di un'accusa ancora non provata.
L'inizio di un'indagine è presentato, percepito e in qualche modo pubblicamente "attestato" come qualcosa di accertato e definitivo. Il destino delle persone, delle società (anche di quelle quotate) e dei relativi investitori e amministratori è segnato in modo irreversibile, ben prima della pronuncia di qualunque sentenza di condanna.
In questo modo: tutti, all'inizio, colpevoli e alla fine, magari, nessun colpevole. Anche questo, e non solo gli illeciti sportivi e penali che saranno eventualmente accertati, è un segno di barbarie, contraria alle regole e alla logica dello stato di diritto».