lunedì, maggio 22, 2006

Il Codice Da Vinci e l'inutilità dei critici cinematografici

Vale per tutti noi giornalisti. Parliamo soprattutto a noi stessi, autorefenziali e tronfi, convinti, per dirla con Mina, «che la vita è tutta lì»: nelle cose che scriviamo, nel rassicurante circolo di trenta colleghi che la pensano come noi. Vale per tutti i giornalisti, ma per i critici cinematografici vale di più. Per qualche motivo, costoro riescono a condensare e portare a nuove vette i difetti della categoria. Il modo in cui è stato trattato il Codice Da Vinci ne è l'ennesima conferma.
In sostanza, la pellicola (qui una sintesi dei giudizi negativi ricevuti dalla stampa) è stata accusata per la pochezza della storia e per le presunte carenze di realizzazione tecnica. La prima critica è insensata: visto il libro da cui è stato tratto il film, non si capisce come avrebbe potuto uscire fuori qualcosa di diverso. Né si comprende perché mai gli autori avrebbero dovuto stravolgere una trama che, sebbene cialtrona (anzi, proprio in quanto tale), ha avuto sinora cinquanta milioni di lettori nel mondo. La seconda critica invece può avere senso: ognuno vede nella pellicola ciò che crede, e se qualcuno la trova lenta e mal realizzata avrà i suoi buoni motivi. Anche se il sottoscritto, che non ha studiato né al Dams né alla Ecole nationale supérieure Louis Lumière ed è a digiuno di nozioni di tecnica cinematografica, fatica a capire come sia possibile che qualche migliaio di giornalisti, inclusi di fatto tutti i critici cinematografici italiani, vedano le cose allo stesso identico modo, e pensa che simili meccanismi si spieghino meglio con la psicologia di gruppo che con altre variabili. Ancora più difficile da comprendere è come faccia lo stesso coro dei critici impegnati, a distanza di poche ore, a incensare pellicole indigeribili girate con la telecamera fissa.
Poi, però, dopo i fischi e le risatine di Cannes, arriva l'unico giudizio che conta: quello del box office. Si scopre così che:
- nel suo primo fine settimana di programmazione il film diretto da Ron Howard ha registrato incassi per 224 milioni di dollari in tutto il mondo. E' il secondo miglior debutto di sempre (il record è di Star Wars, con 253 milioni);
- se si escludono gli Stati Uniti, dove il film ha segnato comunque il secondo record d'incasso di sempre, nel resto del mondo si tratta del miglior risultato in assoluto;
- in Italia "Il Codice da Vinci", con 8,9 milioni di euro incassati nel primo week end, ha segnato il miglior debutto di tutti i tempi.
Ci sarebbero buoni motivi, tra i recensori, per cospargersi il capo di cenere e ammettere sia di essere pessimi interpreti dei gusti del pubblico, sia di non essere capaci di farsi ascoltare dal pubblico stesso. Ma per i critici cinematografici il problema manco si pone: l'autorità che si attribuiscono non deriva infatti dal capire o meno se una pellicola è indovinata, cioè se è in grado di attrarre spettatori (il cinema è un'industria e il cinema commerciale lo è a maggior ragione), ma dal fatto che i loro gusti sono condivisi dagli altri critici cinematografici. A conferma che non si tratta di un giornalismo rivolto al lettore, ma di un semplice esercizio autoreferenziale tra colleghi.
Per la cronaca: a me la realizzazione tecnica del film è piaciuta, tanto da definire il "Codice Da Vinci" «un polpettone a cavallo tra new age e femminismo progressista, cucinato però divinamente». Avevo scritto (facile previsione) che il gelo della critica era «segno di successo assicurato al botteghino». Tra le altre poche altre voci controcorrente, quella del Foglio. Pur avvisando che verso la fine il film «crolla sotto il peso delle spiegazioni», il quotidiano di Giuliano Ferrara giovedì 18 maggio scriveva sulla tribù dei recensori cose assai condivisibili: «Spernacchiare "Il Codice Da Vinci" è un rito collettivo per sentirsi all'avanguardia. Ma il film funziona. (...) Celebrato il rito, cacciato il "Codice" dal salotto buono, il gruppo ritrova la sua fierezza: torna a sentirsi socialmente utile e intellettualmente all'avanguardia».

Post scriptum. I risultati del primo week end di programmazione sono stati così buoni da indurre la Sony a svelare la realizzazione di un nuovo film, protagonista sempre lo studioso di simbologia Robert Langdon-Tom Hanks, tratto dal precedente libro di Dan Brown: "Angeli e Demoni". Al confronto, "Il Codice Da Vinci" è un testo per il catechismo. Una frase su tutte: «The practice of "god-eating" - that is, Holy Communion - was borrowed from the Aztecs». Sarà un altro successo.

Qui Cannes: ecco "Il Codice Da Vinci"
Attori e regista difendono "Il Codice Da Vinci": è solo fiction. Ma non per tutti

Etichette: