venerdì, maggio 19, 2006

Attori e regista difendono "Il Codice Da Vinci": è solo fiction. Ma non per tutti

di Fausto Carioti
CANNES - Hai voglia a ripetere, come ha fatto ieri Tom Hanks davanti ai giornalisti, che si tratta solo di «entertainment», di «emotional fiction» e non di un «documentary». Il “Codice Da Vinci” è destinato ad essere il terreno di una piccola ma cruenta battaglia culturale, che ci sarà utile a capire se e quanto è cambiato il nostro rapporto con la religione cattolica. Non a caso Dan Brown, l’autore del libro da cui è tratto il film, è stato già inserito dalla rivista “Time” tra le cento persone più influenti del mondo, a conferma di quanto la sua storia – venduta in 50 milioni di copie e tradotta in 44 lingue – abbia già “influito” sul modo di pensare di tanti. Che “Il Codice Da Vinci” non sia un film come tutti gli altri, proprio per certi suoi contenuti, lo si è visto bene anche nell’affollatissima conferenza stampa che si è tenuta ieri mattina, subito dopo una proiezione riservata alla stampa che, come quella della sera prima, ha visto la critica cinematografica gelida (segno di successo assicurato al botteghino, verrebbe da dire).
Ieri, nei 45 minuti di faccia a faccia che il regista Ron Howard e gli attori Tom Hanks (vestito e pettinato come Robert Langdon, il personaggio che interpreta), Audrey Tatou, Jan Reno, Ian McKellen, Alfred Molina e Paul Bettany hanno concesso alla stampa internazionale, il protagonista, alla fine, è stato Gesù Cristo. Che nel film – per chi non avesse letto il libro – si scopre essere stato sposato a Maria Maddalena, incinta al momento della crocifissione del “marito”. Questa invenzione, assieme al continuo maltrattamento dell’Opus Dei da parte degli autori, ha dato il via alle polemiche prima contro il libro e poi contro il film. Polemiche che hanno visto le associazioni cattoliche combattere da sole – e divise, visto che la stessa Opus Dei alla fine ha preferito “cavalcare” la creatura di Dan Brown e Ron Howard piuttosto che metterla all’indice – col duplice risultato di fare ulteriore pubblicità ad un prodotto cinematografico che pare proprio non averne bisogno e di regalare a Dan Brown, che è anche produttore esecutivo della pellicola, l’ambitissima aureola di martire del libero pensiero.
Messi alle strette sulla questione religiosa, alcuni dei protagonisti della pellicola qualche cautela alla fine l’hanno espressa. Ron Howard l’ha messa così: «Vista la natura controversa di questa storia, il mio consiglio è che se qualcuno rischia di esserne turbato non vada subito a vedere il film, ma ne parli prima con qualcuno che l’ha visto. Se questo film riesce a stimolare la discussione e l’immaginazione è una cosa positiva». Cautamente possibilista sulla credibilità del racconto è apparso Tom Hanks: «E’ bene avere dubbi. Preferisco le persone aperte al dubbio, sono meno pericolose». Si è fatto assai meno problemi, invece, l’attore inglese Ian McKellen (il Gandalf del “Signore degli Anelli), il quale, quando gli è stato chiesto se creda sul serio alla “verità” raccontata dal film, ha risposto: «Sono molto felice di credere che Gesù fosse sposato. Le reazioni della Chiesa cattolica? La Chiesa ce l’ha anche con i gay, e questo prova, al di là di ogni dubbio, che Cristo non era gay». Esplosione di risate nella platea dei giornalisti: il festival di Cannes è anche questo. Quanto a McKellen, non è nuovo a simili uscite.
Il Codice da Vinci è un film sui simboli, sulle scritture riflesse su uno specchio. E se si prendesse la storia che narra come un simbolo, come un riflesso del modo in cui tantissime persone - vuoi per ignoranza vuoi per abuso della ragione - vedono la religione cattolica, in Vaticano ci sarebbero ottimi motivi per preoccuparsi. L’Opus Dei è dipinta come un covo di assassini fanatici (e anche un po’ pirla, visto che alla fine si scoprirà che si sono fatti raggirare). Silas, il monaco albino mentalmente disturbato, chiamato a compiere il “lavoro sporco” con revolver e coltello, ripete come un disco rotto frasi tipo «Sono il messaggero di Dio» e «Cristo mi ha dato la forza». I sacerdoti sono mossi dalla bramosia di denaro e potere. L’Opus Dei è definita da uno dei protagonisti, il cercatore del Graal Leigh Teabing (Ian McKellen), come «una setta cattolica conservatrice», impegnata a tenere nascosto all’umanità il più grande segreto della storia. Il poliziotto Bézu Fache (Jean Reno), affiliato all’Opera, fino al momento in cui si accorge di essere stato preso in giro dai vertici della sua “setta” si aggira per il film con la bava alla bocca, pronto a picchiare a sangue chiunque si metta di traverso alla sua missione. Insomma, si esce dalla sala con la sensazione che non si possa credere in Cristo senza essere fanatici esaltati o cinici delinquenti.
Juan Manuel Mora, responsabile comunicazione dell’Opera, sta provando a combattere il Codice Da Vinci con le sue stesse armi. Anche se è una lotta impari: «Stiamo vivendo una specie di reality show mondiale», ha detto alla rivista Prima Comunicazione, «dove c’è King Kong che ha in mano la bionda». King Kong è la Sony, il colosso giapponese che ha acquistato i diritti della storia e prodotto il film. La «bionda», va da sé, «sono i cattolici». «All’interno del sistema mediatico la nostra risposta non poteva che avere un taglio professionale», ha spiegato Manuel Mora: «Voi fate marketing e intrattenimento alla Grande Fratello? E noi, sugli stessi temi, facciamo comunicazione, e vediamo chi vince. Di per sé, ciò che scrive Brown ci interessa assai poco. Ci interessano tanto, invece, le curiosità che egli ha risvegliato su certi argomenti». Non tutti hanno tanto coraggio (o incoscienza): il capo della Chiesa spagnola, il vescovo Ricardo Blazquez, ieri ha commentato che «il Codice da Vinci contiene aspetti che offendono i cristiani. Si tratta di un’enorme fiction che, nella percezione di molta gente, non separa totalmente la realtà dalla finzione».
Proprio questo è il punto. Non a caso ieri, durante la conferenza stampa, regista e attori assicuravano che gli spettatori del film saranno benissimo in grado di distinguere la realtà dall’invenzione. A giudicare dagli effetti che ha avuto il libro, è lecito avere qualche dubbio. Un sondaggio inglese diffuso ieri fa sapere che, oltremanica, due lettori su tre del “Codice Da Vinci” sono convinti che Gesù Cristo abbia davvero avuto un figlio con Maria Maddalena, mentre il 17% crede che l’Opus Dei sia una setta assassina.

© Libero. Pubblicato il 18 maggio 2006.

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