martedì, gennaio 31, 2006

A Libertarian Mind?

Ho fatto il test. E' andata come temevo. Sono risultato positivo. Più "libertarian" che "conservative", come conferma il pallino rosso. Anche se comunque - e ci mancherebbe altro - un "libertarian" assai vicino alle posizioni conservatrici. Se ne potrebbe discutere, visto che dai quesiti è del tutto assente il discorso dell'identità (per dirla con Marcello Pera, «il liberale conservatore è un liberale identitario, uno che, mentre chiede e attua riforme per affrontare le sfide della modernità, difende il più possibile la propria tradizione, perché nella propria tradizione è racchiusa la propria identità»). Fatto sta che alle dieci domande del diffusissimo giochino, che ho conosciuto qualche settimana fa grazie all'amico Jinzo, ho risposto così.

Libertà personali
1) Il governo non può censurare la libertà di manifestare il proprio pensiero mediante parola, stampa o Internet. Ho votato "May be", ed è stata la scelta più dura. In casi estremi, come davanti ai predicatori d'odio che incitano a uccidere il prossimo, lo Stato deve potersi difendere.
2) Il servizio militare deve essere volontario. Niente obbligo di leva. Ho votato "Yes".
3) Nessuna legge deve regolare il sesso tra adulti consenzienti. "Yes" tutta la vita.
4) Sono contrario alle leggi che proibiscono il possesso e l'uso di droghe tra adulti? "May be". Finché stanno tra loro, liberissimi. Spinelli, idem. Ma vederli andare in giro con un grosso gorilla sulla schiena a rompere le scatole al prossimo, no.
5) Contrario alla carta d'identità obbligatoria? "May be". Ritengo obbligatorio doverla avere e portarla con sé solo in determinati eventi pubblici in cui occorre un supplemento di sicurezza.

Libertà economiche
1) Niente sussidi governativi alle imprese. "Yes".
2) Fine delle barriere governative al commercio internazionale. "Yes".
3) Privatizzare la sicurezza sociale, mettendo in mano agli individui la gestione dei loro contributi assistenziali e previdenziali. "Yes". Questo, ovviamente, non preclude forme di solidarietà (o di assicurazione mutualistica) tra privati, né interventi pubblici assistenziali per chi sta messo peggio. Anche se sarebbe meglio...
4) Rimpiazzare l'assistenza di Stato con la solidarietà tra privati (beninteso: rendendola ben detraibile dalle imposte). "Yes". Chi pensa che il sistema all'americana non funzioni, si faccia un briciolo di cultura in materia (la registrazione è gratis).
5) Tagliare le tasse e la spesa pubblica di almeno il 50%. "Yes". Magari. Figuriamoci. In Italia, poi.

World's Smallest Political Quiz.

lunedì, gennaio 30, 2006

George W., l'amico Silvio e la caccia al voto cattolico

Quante guarnigioni di elettori ha il Papa? Negli Stati Uniti tante. Trentuno milioni di "soldati", oltre un quarto dell'elettorato. In Italia, fatte le dovute proporzioni, ancora di più: un terzo della popolazione italiana è cattolica praticante e pensa e si comporta, anche sui temi politici, in piena sintonia con il magistero della Chiesa. Reason, bella rivista libertarian (e quindi assai poco papista, come dimostrano le critiche mosse a Joseph Ratzinger in materia di relativismo), si spinge sino a individuare nel voto cattolico la chiave di volta che ha permesso ai repubblicani di stravincere tutte le principali tornate elettorali americane. I dati sono impressionanti. Fino a tutti gli anni Sessanta il voto cattolico andava in maggioranza ai democratici. La svolta iniziò nel 1972, con Richard Nixon. E da lì - complice poi l'avvento di un Papa amatissimo negli Stati Uniti come Giovanni Paolo II - l'onda lunga non si è più arrestata, raggiungendo il suo massimo con George W. Bush (primo tra i presidenti americani ad essere presente ai funerali di un pontefice). I cattolici si sono rivelati l'ago della bilancia: assieme al loro voto è sterzato a destra l'orientamento della maggioranza degli americani: "As go Catholics, so goes the nation".
«Nel 1960», sottolinea Reason, «l'82 per cento dei cattolici si identificava nei democratici. A metà degli anni Ottanta i democratici cattolici bianchi superavano i repubblicani di 7 punti; a metà degli Novanta, questo gap era scomparso». Alle scorse elezioni presidenziali Bush, un metodista, ha ottenuto il 52% dei voti cattolici, mentre John Kerry (un cattolico...) ne ha ottenuti il 47%, ovvero la peggiore performance di sempre tra i democratici - ad eccezione del triste Walter Mondale, brutalizzato da Ronald Reagan nel 1984. Tra i cattolici praticanti, il gap tra Bush e Kerry nel 2004 è stato addirittura di 13 punti.
L'onnipresente spin doctor Karl Rove, consapevole dell'importanza del voto cattolico, ha costruito per Bush una strategia mirata. Compito semplice: Bush ha incontrato Giovanni Paolo II diverse volte, spesso ha citato sue frasi e non ha avuto alcun problema a fare proprie le posizioni del Papa in materia di "cultura della vita" su temi come aborto, eutanasia e matrimoni. Sino a insignirlo della Medaglia presidenziale della Libertà. (Per saperne di più). Giovanni Paolo II ricambiava, apprezzando pubblicamente l'impegno "pro life" del presidente americano. Facendo così crescere ulteriormente le quotazioni di Bush all'interno dell'elettorato cattolico.
Bush, per ovvie ragioni, riesce a fare proprie le posizioni della Chiesa molto più facilmente di quanto possa fare il suo amico Silvio Berlusconi. Vale la pena, però, di mettere in fila qualche dato. Primo: subito dopo l'ultima uscita del cardinale Camillo Ruini in difesa della «famiglia legittima fondata sul matrimonio», Berlusconi ha detto che non è giusto legiferare sui Pacs, perché «si può andare ad indebolire il concetto di famiglia che è alla base della nostra società, cioè la famiglia naturale». Parole assai simili a quelle del presidente della Cei. Secondo: la divertente (diciamo pure esilarante, ma questo non vuol dire necessariamente scema) uscita di Berlusconi, che di recente ha fatto pubblico voto di castità sino al giorno delle elezioni, concedendo un rigore a porta vuota a chi ha voluto ironizzare su di lui. Terzo: le voci insistenti secondo le quali Rove (che non risulta essersi mosso in prima persona) avrebbe comunque prestato qualche suo stretto collaboratore a Berlusconi, per consigliarlo sulle strategie con cui presentarsi agli elettori italiani. Tre indizi di fila non provano il fatto che Berlusconi stia cercando di copiare da Bush, almeno in parte, la sua strategia vincente nei confronti dei cattolici. Però un dubbio (forte) te lo mettono.

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domenica, gennaio 29, 2006

Rai, quando il "bigliettino" è di sinistra

di Fausto Carioti
Come la rosa più bella è quella che non si colse, la barzelletta che fa più ridere è quella (forse l’unica) che Berlusconi non raccontò. Per fortuna ci stanno pensando i suoi avversari. La barzelletta, del resto, li riguarda da vicino: è quella della verginità morale della sinistra. Dopo il formidabile scambio di battute tra Piero che fa lo sdegnato («I Ds sono un partito, l’Unipol è un’azienda e ciascuno segue la sua strada») e Fassino che gli risponde meglio di Totò con Peppino («Allora siamo padroni di una banca?»), scatenando risate grasse in almeno metà degli spettatori, lo sketch si è trasferito in Rai. Il racconto è di Clemente J. Mimun. Il direttore del Tg1 rivela che Carlo Rognoni, ds e membro del Cda di viale Mazzini, lo scorso dicembre lo invitò «a valutare l’opportunità di attribuire ad un giornalista di area diessina una vicedirezione del Tg1, e a fare il possibile per favorire la crescita professionale di un altro giornalista», anch’esso all’ombra della Quercia. Rognoni esprime «meraviglia e stupore». Ma ammette di aver chiesto a Mimun «di valutare la possibilità» di nominare quel vicedirettore. Mimun ringrazia per la conferma, ma insiste: i nomi «indicati» da Rognoni erano due.
Ricorda niente? Nell’ottobre del 2000 l’allora direttore del Tg1, Gad Lerner, denunciò di aver ricevuto dal presidente della Commissione di vigilanza, Mario Landolfi di An, un bigliettino con il nome di un giornalista «da sostenere». L’Ulivo, che all’epoca era al governo, lanciò l’allarme contro l’«assalto» del centrodestra alla libera informazione. Oggi storia identica. Ma a parti invertite. E si sa come funziona: gli “altri” fanno raccomandazioni per occupare i mezzi d’informazione. “Loro”, invece, chiedono garanzie per il riequilibrio del pluralismo. E anche questa come barzelletta non è male.

© Libero. Pubblicato il 29 gennaio 2006.

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sabato, gennaio 28, 2006

Ratzinger e l'evoluzione dell'Islam, seconda puntata

La notizia dell'incontro a porte chiuse tra Joseph Ratzinger e i suoi allievi teologi sui rapporti tra Islam, democrazia e modernità, avvenuto a Castel Gandolfo e trattato per la prima volta in Italia qui, su questo blog il 18 gennaio scorso, è stata ripresa e analizzata da par suo da Sandro Magister, vaticanista dell'Espresso, nel suo sito. Chi ha letto la vicenda qui non può perdersi gli sviluppi raccontati da Magister. Gli altri, hanno tutto il tempo per recuperare.
Importante non è tanto il primo articolo di Magister sulla vicenda, scritto il 23 gennaio, dove, come fatto su questo blog, ci si limita a riportare il testo dell'importante intervista rilasciata il 5 gennaio scorso al programma radiofonico Hugh Hewitt Show da Padre Joseph Fessio, teologo amico e allievo di Ratzinger. Intervista nella quale Fessio, presente all'incontro di Castel Gandolfo, riportava così le parole pessimistiche di Benedetto XVI sull'evoluzione dell'Islam: «Spiegò che nella tradizione islamica Dio ha dato la Sua parola a Maometto, ma è una parola eterna. Non è la parola di Maometto. E' qui per l'eternità così com'è. Non vi è possibilità di adattarla o interpretarla, mentre nel Cristianesimo e nell'Ebraismo il processo è completamente differente, perché Dio ha lavorato attraverso le Sue creature».
Importante è il secondo articolo di Magister, "Castelgandolfo rivisitato. I gesuiti accorrono in difesa del papa", pubblicato il 26 gennaio, dove si dà conto del "pentimento" di Padre Fessio. Copio e incollo le "nuove" parole di Fessio così come riportate da Magister:
«In una lettera del 20 gennaio a “The Washington Times” e in un messaggio del 23 gennaio a www.chiesa, padre Fessio ammette di aver “riferito male ciò che il Santo Padre effettivamente disse”. [...] E spiega: “La più importante chiarificazione [che intendo fare] è che il Santo Padre non ha detto, né io ho detto, che ‘l’islam è incapace di riforma’. [...] Ho fatto un serio errore di precisione quando ho detto che il Corano ‘non può essere adattato o applicato’ e che ‘non c’è possibilità di adattarlo o interpretarlo’. Questo è certamente ciò che il Santo Padre non ha detto. Sicuramente il Corano può essere ed è stato interpretato e applicato. Ho fatto una sintesi (troppo) sbrigativa della distinzione che il Santo Padre ha fatto tra il dinamismo interiore del Corano come testo divino consegnato come tale a Maometto, e quello della Bibbia che è sia parola di Dio sia parola di uomini ispirati da Dio, dentro una comunità che contiene interpreti autorizzati divinamente nominati (i vescovi in comunione col papa)”. Padre Fessio aggiunge d’essere incorso anche in incomprensioni di linguaggio: “L’incontro del Santo Padre con i suoi ex allievi era informale. L’introduzione e la discussione erano in tedesco e il Santo Padre non parlava su un testo preparato. Il mio tedesco è passabile, ma non interamente affidabile. I miei successivi commenti in un’intervista radiofonica in diretta furono estemporanei. Penso di aver parafrasato il Santo Padre con una complessiva fedeltà, ma l’aver riferito da parte mia ciò che egli disse è stata una mancanza di discrezione, e le mie parafrasi improvvisate in un’altra lingua non dovrebbero essere usate per una accurata esegesi del pensiero del Santo Padre”. Insomma: “Vorrei che siano rimesse le cose al giusto posto e che sia evitata una difficoltà non necessaria al Santo Padre. La verità è sempre cruciale, ma specialmente qui dove la posta in gioco è così alta. Sono dispiaciuto di aver oscurato la verità con i miei non chiari commenti”».
Suona proprio come una retromarcia. Ma dal sapore forse più "politico" che teologico. Padre Fessio si batte infatti il petto per avere riportato «indiscrezioni» di quello che era e doveva restare un «incontro informale», vale a dire riservato, rischiando così di causare «una difficoltà non necessaria al Santo Padre». Ammette poi, di fatto, che sull'argomento Islam la Chiesa cerca di usare tutte le prudenze possibili, perché «la posta in gioco è così alta». Insomma, l'impressione (niente di più, niente di meno, in mancanza di altri elementi) che Padre Fessio sia tornato sui suoi passi dopo aver ricevuto la prevedibile lavata di testa da parte delle gerarchie vaticane è forte.

"Ratzinger pessimista sull'evoluzione dell'Islam", di A Conservative Mind
"Islam e democrazia si sono incontrati in segreto a Castelgandolfo", di Sandro Magister
"Castelgandolfo rivisitato. I gesuiti accorrono in difesa del papa", di Sandro Magister

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venerdì, gennaio 27, 2006

Hamas - Frequently Asked Questions

Visto l'andazzo, è il caso di conoscere bene il nuovo protagonista della politica mediorentale (sino ad oggi Hamas è stato protagonista sul campo del terrorismo). Consiglio un'ottima fonte imparziale: il Council on Foreign Relations, l'organizzazione che pubblica Foreign Affairs, ovvero quella che è giudicata in modo più o meno unanime la migliore rivista di politica estera del mondo. Le Faq su Hamas sono disponibili a questo link (nel caso improbabile occorra registrarsi per leggerle, la cosa è gratuita).
Le due domande chiave sono queste:
«What does Hamas believe and what are its goals?
Hamas combines Palestinian nationalism with Islamic fundamentalism. Its founding charter commits the group to the destruction of Israel, the replacement of the PA with an Islamist state on the West Bank and Gaza, and to raise “the banner of Allah over every inch of Palestine.” Its leaders have called suicide attacks the “F-16” of the Palestinian people. Hamas believes “peace talks will do no good,” Rantisi said in April 2004. “We do not believe we can live with the enemy.”
Is Hamas only a terrorist group?
No. In addition to its military wing, the so-called Izz al-Din al-Qassam Brigade, Hamas devotes much of its estimated $70-million annual budget to an extensive social services network. It funds schools, orphanages, mosques, healthcare clinics, soup kitchens, and sports leagues. “Approximately 90 percent of its work is in social, welfare, cultural, and educational activities,” writes the Israeli scholar Reuven Paz. The Palestinian Authority often fails to provide such services; Hamas’ efforts in this area—as well as a reputation for honesty, in contrast to the many Fatah officials accused of corruption—explain much of its popularity».
Qui, sempre ad opera del Cfr, c'è l'analisi sulle implicazioni del voto palestinese.
Infine, Foreign Affairs ha messo in rete un'interessante analisi di Michael Herzog su cosa è lecito attendersi ora da Hamas. La sensazione non è confortante: «The momentous experiment of allowing Hamas to enter democratic politics is only beginning, but even at this early point, the short-term dynamics seem bleak enough to undermine the project's long-term prospects. The time for taming Hamas may already have passed».

giovedì, gennaio 26, 2006

Perché Hamas e il suo governo non debbono essere riconosciuti


In Palestina hanno vinto i terroristi, quelli che vogliono cancellare Israele. E' la democrazia: se hanno vinto vuol dire che - piaccia o non piaccia - rappresentano i palestinesi meglio di altri. Questo vuol dire che Hamas e il governo che formerà debbono essere riconosciuti? No. Secondo antica tradizione, è già iniziato il coro di chi chiede alle democrazie occidentali il calo di pantaloni, e nelle prossime ore si farà più forte. E' una linea che non deve passare, come spiega bene qui Daniel Pipes. Perché Hamas ha ucciso sinora 600 israeliani. Perché Mahmoud Zahar, uno dei fondatori e attuali capi di Hamas, ha appena ribadito pubblicamente (casomai ce ne fosse bisogno) che per Palestina libera intendono la completa cancellazione di Israele. Perché la recente immagine para-buonista con cui Hamas sta cercando di circuire le democrazie occidentali (immagine peraltro già sconfessata palesemente dalle dichiarazioni dei suoi stessi leader) è stata inventata a tavolino da uno spin doctor. Serve altro?

(Foto Menahem Kahana/ AFP/ Getty Images - da The Boston Globe)

Lettura consigliata (e tosta): Palestina 1933, da From Being to Becoming.

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mercoledì, gennaio 25, 2006

Dal nucleare a Pecoraro Scanio: la triste parabola del Pci

di Fausto Carioti
Un giorno uno storico spiegherà come un partito forte e orgoglioso, dotato di un apparato senza eguali di idee e di uomini, nel cui album di famiglia figurano volti che ancora oggi fanno tremare chi li osserva, abbia potuto finire ostaggio degli ultimi arrivati, privi di storia e poveri di idee. Un giorno qualcuno ci dirà come è possibile che il partito comunista italiano, passando da un’incarnazione all’altra, abbia finito per farsi dettare la linea da Alfonso Pecoraro Scanio e dagli altri fondamentalisti verdi, che su un tema decisivo come quello dell’energia continuano a vantare un’ipoteca nei confronti dell’intera coalizione. Tanto da tenere a bada l’ex e possibile futuro ministro ds Pierluigi Bersani, accreditato dall’ala sinistra dell’Unione di nutrire qualche pensierino quantomeno possibilista sul ritorno al nucleare. Una tragedia umana e politica, quella dei postcomunisti, tutta racchiusa nella “rivelazione” fatta lunedì sera da Massimo D’Alema durante Porta a Porta. «Al referendum abrogativo sul nucleare votai “no”. Io ero per il nucleare. Il popolo decise diversamente e quell’opportunità l’abbiamo perduta. Oggi quella del nucleare sarebbe una non risposta». Miglior riassunto della parabola del Pci-Pds-Ds non era possibile scriverlo: prima guardavamo al Cremlino, oggi copiamo da Vittorio Agnoletto. Avevamo Karl Marx e Friedrich Engels, li abbiamo dovuti sostituire con Naomi Klein e Jeremy Rifkin. Perché è lì, nella sofferta retromarcia sull’atomo di pace, che è iniziata la rottamazione dell’acciaio e la sua sostituzione con la plastica. Lì la solida tradizione comunista ha iniziato a cedere il passo alle utopie leggere e modaiole degli ecologisti.
L’atomo era impresso nella tradizione e nel Dna di tutti i partiti comunisti, e quello italiano non faceva certo eccezione. Duccio Trombadori oggi è un dirigente della Cisl, dove è arrivato dopo aver passato una vita nel partito comunista italiano e nei giornali di Botteghe Oscure, da l’Unità a Rinascita. La trasformazione del Pci la ricorda così. «Il dibattito interno al partito iniziò con la costruzione della centrale nucleare di Montalto di Castro, alla fine degli anni Settanta. Sino ad allora tutto il Pci era sempre stato fermissimo in difesa del nucleare. Con la costruzione dell’impianto di Montalto un’area extraparlamentare di sinistra e verde iniziò a fare pressione sul partito per impedire la costruzione della centrale». Quando Berlinguer dichiarò chiuso il periodo della solidarietà nazionale, l’orientamento del Pci iniziò a piegare verso queste posizioni. «Anche se il dibattito non arrivò mai alla formalizzazione di posizioni opposte», ricorda Trombadori, «a metà degli anni Ottanta la componente migliorista di Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte e Giorgio Amendola era molto determinata in favore del nucleare. Io, personalmente, vicino alla destra del partito, ero favorevole al nucleare, perché condividevo l’idea della programmazione. La sinistra di Pietro Ingrao, sebbene in modo variegato, riecheggiava le tematiche ecologiste, mentre il centro berlingueriano oscillava tra queste due posizioni».
Poi, nel 1984, al posto di Berlinguer arrivò Alessandro Natta. «Bravissima persona», rammenta Trombadori. «Ma priva di una grande forza. L’area movimentista iniziò così a far sentire la sua spinta antinuclearista. L’incidente di Chernobyl fu la svolta. Dinanzi al referendum, il partito arrivò diviso». Ufficialmente il Pci dette una fiacca indicazione agli elettori di votare sì all’abrogazione delle leggi che consentivano l’operatività delle centrali nucleari, ma di fatto lasciò libertà di scelta, come conferma il “no” di D’Alema. «Si decise di ripiegare verso quelli che sembravano essere gli indirizzi della maggioranza. Dietro c’era un malcelato sostegno alla dipendenza petrolifera dell’Italia. Quanto a D’Alema, è certo che all’epoca fosse vicino alle posizioni miglioriste, ma senza volerlo dare a vedere in modo esplicito, atteggiandosi a centrista». Ancora nel 1986 un sondaggio condotto dal mensile dei Verdi, Nuova Ecologia, dava 30 segretari di federazione del Pci favorevoli al nucleare, 24 contrari e 20 indecisi, e al recente congresso del partito era prevalsa la linea del ricorso al nucleare, seppure «limitato e controllato».
Tanto era importante per il Pci lo sviluppo dell’atomo di pace che nel 1979 e nel 1984 fece eleggere come indipendente all’europarlamento nientemeno che il padre del progetto nucleare italiano, Felice Ippolito. Il quale nel 1987 interveniva a Strasburgo, dai banchi del Pci, per ribadire, «a titolo personale, ma con l’appoggio di altri comunisti», che «una società industriale avanzata non può fare a meno del nucleare». Nello stesso 1987 Ippolito lasciò il Pci, in polemica proprio con la svolta “verde” del partito, per entrare nei repubblicani. Un osservatore privilegiato di quelle vicende come Marcello Inghilesi, vicepresidente dell’Enel dal 1981 al 1988, racconta oggi che «nella storia italiana il partito comunista non era mai stato antinucleare. Tutt’altro. Nel consiglio d’amministrazione dell’Enel, nel 1981, il Pci fece mettere l’onorevole Lodovico Maschiella, responsabile energia del partito. E nel 1986 fu il turno, sempre in quota Pci, del professor Giovan Battista Zorzoli. Ambedue erano nuclearisti agguerriti e avevano continue liti furibonde con i Verdi e le associazioni ecologiste. Non c’era niente di strano: l’intellighentia comunista era sempre stata a favore del nucleare».
«La verità», chiosa Paolo Fornaciari, presidente onorario dell’Associazione nucleare italiana e per molto tempo ingegnere atomico dell’Enel, «è che all’epoca di Chernobyl il partito comunista era favorevole a continuare con il nucleare. Furono i socialisti quelli che cavalcarono l’onda contraria. Il danno economico di questa scelta fu enorme e all’epoca, quando il petrolio costava 15 dollari al barile, lo valutammo 121mila miliardi di lire. Oggi, ai livelli attuali del greggio, bisognerebbe moltiplicare quel conto per quattro».

© Libero. Pubblicato il 25 gennaio 2006.

Update. Lettura complementare: Weekend energetico, dell'ottimo Carlo Stagnaro.

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martedì, gennaio 24, 2006

Cosa fare di Berlusconi

«Un altro Berlusconi era possibile (non solo sul conflitto di interessi). Il centrodestra al governo poteva fare meglio e di più, potevano essere evitate tante smarronate e molti errori. (...) Mi sono permesso di ricordare le ricerche di Ricolfi dove dimostra che il centrodestra con un candidato diverso da Berlusconi prevarrebbe su Prodi. Non sta a me dire quale. Può essere Casini come Tremonti o Pisanu o Formigoni o la Moratti o Letta o altri ancora. Ciò che conta è impedire che questa Sinistra vada al potere perché – nella rissa continua – si troverebbero uniti solo per sfasciare il Paese. Per me certamente Berlusconi è mille volte meglio di Prodi, ma il Cavaliere deve convincere gli italiani. Se i sondaggi dimostreranno che queste giornate di presenzialismo lo premiano, colmando lo svantaggio, va bene anche lui. Ma se lo svantaggio resta grande è il Cavaliere stesso che deve decidere se consegnare l’Italia ai compagni o no. Berlusconi può mandare Bertinotti al potere o può propiziare un rinnovamento vincente della Casa delle libertà. Sarebbe il suo capolavoro. Lo renderebbe meritevole del Quirinale».
E' quello che scrive Antonio Socci nella sua lunga e interessante lettera apparsa su Libero il 22 gennaio. Il principio mi pare condivisibile: l'importante è impedire alla sinistra di andare al governo, è bene che corra il candidato il quale - sondaggi (veri) alla mano - ha più chances di spuntarla. L'unica cosa sicura, in questa storia, è che Berlusconi ci sta pensando. Perché sarà pure egocentrico, ma preferisce che a palazzo Chigi ci siano Casini o Tremonti (con lui magari al Quirinale) piuttosto che Prodi o D'Alema. Altrettanto sicuro che cederebbe il passo a un altro solo se i sondaggi evidenziassero una differenza di numeri clamorosa. Intanto sta facendo di tutto per rimontare. Con qualche risultato, ma è ancora troppo poco, anche se la polarizzazione definitiva degli elettori avverrà solo nelle ultimissime settimane prima del voto.

lunedì, gennaio 23, 2006

Ma perché la sinistra ha paura di Ruini?

Il presidente della Conferenza episcopale italiana, Camillo Ruini, nella sua prolusione al Consiglio Episcopale Permanente ha ripetuto le cose che ha sempre detto e che è normale che un sacerdote dica. Come chiedere un «supplemento di attenzione» agli elettori sul rischio che vengano introdotte leggi che «comprometterebbero gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale». Reazioni indignate a sinistra. Il mio amico Daniele Capezzone dice che Ruini ha lanciato «un'opa sulla società italiana». Franco Grillini (di solito uno dei più intelligenti e simpatici tra i Ds, lo dico senza alcuna ironia), si spinge a dire che Ruini «entra a gamba tesa in campagna elettorale minacciando tutti coloro che non la pensano come lui in tema di famiglie», mentre la coordinatrice donne dei Ds, Barbara Pollastrini, oltrepassa il limite del ridicolo prendendosela con il cardinale perché, dice, i suoi richiami chiedono agli elettori di rappresentare «un unico punto di vista, ideologico e di parte, su temi così importanti per la vita delle persone». E quale altro punto di vista il presidente della Cei dovrebbe chiedere agli elettori di "rappresentare"? Quello delle associazioni lesbiche? Quello dell'Unione musulmani?
Prendersela con Ruini perché dice certe cose è tanto insensato quanto prendersela con il presidente dell'Arcigay perché consiglia gli iscritti di votare i candidati che si impegnano a introdurre una legge per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Liberi gli elettori di seguire il consiglio di Ruini (del quale, ovviamente, a sinistra potrebbero giovarsi i candidati della Margherita) o fregarsene. Liberi di scegliere come sono sempre stati, come ai tempi dei referendum su divorzio e aborto. Dov'è la minaccia? Dov'è l'entrata a gamba tesa? Dov'è l'opa sulla società italiana?
Tanto più che un recente sondaggio, sbandierato dagli alfieri del laicismo come l'ennesima prova di maturità degli elettori italiani, sostiene che i cattolici italiani sono favorevoli ai Pacs (qui una lettura controcorrente e molto più attenta dello stesso sondaggio). A meno che, sotto sotto, a sinistra quell'Italia che in pubblico definiscono intelligente, responsabile, moderna e quindi laica per definizione, in privato venga giudicata bigotta e non ancora secolarizzata. Al punto da subire passivamente le "minacce" di un anziano cardinale al momento di scegliere chi mandare in Parlamento. E allora hanno paura, e vogliono limitare il sacrosanto diritto di parola di chi rappresenta la Chiesa (sacrosanto diritto di chiunque) solo perché, come "associazione", questa conta più "iscritti" ed è più influente dell'Arcigay. Se è così, ci spieghino come mai la Chiesa è uscita sconfitta da sfide referendarie tanto importanti. Soprattutto, se pensano degli italiani cose tanto tremende, lo dicano.

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L'aborto non è un dramma. Lo dice Liberazione

Lettura istruttiva, che non ho alcun dubbio essere sincera. Quantomeno fa piazza pulita di tanta ipocrisia che a sinistra (e non solo) gettano sulla questione. L'aborto non è un dramma. Non per tutte, almeno. Per alcune può essere «un'esperienza importante, di crescita, un passaggio che può portare verso una maggiore consapevolezza». Insomma, dipende da come una la vive. E io ci credo che per tante - purtroppo, tristemente - alla fine l'aborto sia davvero così: qualcosa di positivo. Si legge su Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, di oggi. L'articolo è qui.
PS. La domanda, ovviamente, è se questa "crescita" valga un embrione. La risposta, ovviamente, è sì se si valuta l'embrione alla stregua di un cetriolo.

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sabato, gennaio 21, 2006

Dreaming of Rove

Karl Rove consulente elettorale di Silvio Berlusconi per aiutarlo a battere la sinistra fu notizia troppo bella per essere vera. Infatti, smentita del premier a parte (che lascia il tempo che trova), lo stratega delle vittorie elettorali di George W. Bush dice cose come queste, in questo modo splendido (le ha dette appena ieri al meeting del Republican National Committee):
«To those Democrats who want to take the money out of your pocket by opposing making the tax cuts permanent, our response is: No You Don't. To those Democrats who want to raise your taxes in order to increase the size of government, our response is: No You Won't. And to those Democrats who say they can spend your money better than the American people can, our response is: No You Can't».

Soprattutto, Rove ottiene risultati come questi:
«In 2000, George W. Bush ran against an incumbent Vice President who had loads of national experience, a reputation as a great debater, and with a very strong economy on his side - and yet the then-Governor of Texas won a very close race.
In the 2002 mid-terms, President Bush and Republicans ran against history - and prevailed. President Bush became the first President in more than a half-century - and only the second President ever - to have mid-term gains in both houses of Congress - and for the first time, the party of the President captured control of the Senate in a mid-term.

In 2004 George W. Bush, a Republican and proud conservative, won the Presidency for a second time, receiving the most votes in history. He is the first President since FDR to be re-elected while his party gained seats in the House and Senate - and the first Republican President since 1924 to get re-elected while re- electing Republican House and Senate majorities.
Republicans have now won seven of the last 10 Presidential elections. They hold 55 Senate seats; 231 House seats; and 28 governorships
».
Ovvio che la notizia del suo ingaggio da parte del premier non potesse che essere priva di fondamento. Del resto, se i repubblicani americani possono fregiarsi del titolo di "partito delle idee", che nessun partito della Cdl può attribuirsi, un motivo c'è.

PS: Gli antiamericani potranno capire bene qui cosa ne pensiamo di tutto il casino montato contro Karl Rove da liberal e sinistra.

"The GOP Remains the Party of Ideas" by Karl Rove.

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venerdì, gennaio 20, 2006

La sinistra e il prezzo della democrazia

di Fausto Carioti
Non chiamatela violenza. La definizione giusta è quella che ha dato il Manifesto, orgoglioso quotidiano comunista: si chiama «blocco democratico», perché da esso dipende «una buona dose della nostra democrazia reale». È la versione 2.0 del vecchio slogan che accompagnava le P38 negli anni Settanta: «Potere agli operai». Vuol dire che le leggi a costoro non si applicano, perché quelli che al resto dei cittadini paiono soprusi e violenze, come i blocchi di strade e ferrovie imposti dai metalmeccanici nei giorni scorsi, sono invece tappe necessarie per l’avanzamento della società lungo la via del socialismo. Chi non riesce ad apprezzarli, questi loro sforzi progressisti, magari perché fermo da due ore sulla tangenziale davanti a un manipolo in tuta blu, è per definizione un individuo meschino, privo di solidarietà.
L’ipocrisia con cui la sinistra italiana gioca da sempre in parallelo sui due tavoli - quello di lotta e quello di governo - è tornata sui massimi storici. Prima vanno in televisione, con le facce preoccupate, a parlare delle riforme necessarie per tirare fuori, signora mia, il paese dallo «sfascio» in cui l’ha precipitato Berlusconi. Poi, davanti a chi blocca strade e ferrovie, si dividono tra chi applaude i soprusi dei compagni che sfasciano le leggi e i diritti altrui e chi si limita a strizzare l’occhio. È successo così in Val di Susa, dove i lavori per l’alta velocità intanto sono stati bloccati sino a dopo le elezioni, in attesa di vedere cosa succede il 9 aprile. È successo così con il rinnovo del contratto delle tute blu, “pagato” anche da migliaia di automobilisti e pendolari (lavoratori anche loro). Niente di diverso da quanto accade in tante città italiane, dove le scene di occupazione delle case da parte dei gruppi di sinistra sono diventate parte del normale arredo urbano, con gli assessori ulivisti impegnati a guardare altrove.
Il copione è ben rodato. Prima fase: gli interessi che motivano la violenza e l’illegalità sono mascherati con i soliti slogan «democratici» e «progressisti». Seconda fase: le forze dell’ordine fanno poco, se possibile - come nel caso dei metalmeccanici - addirittura niente per fermare i soprusi. Perché il governo che alla sinistra più bamba piace definire «cileno» in realtà preferisce abbozzare piuttosto che usare la forza per far rispettare la legge. Probabilmente anche perché succube esso stesso della cagnara messa su dalla stampa e dagli esponenti politici progressisti. Terza e ultima fase: i teppisti sponsorizzati dalla sinistra vincono. O in modo strisciante, come in Val di Susa, dove il governo per non perdere del tutto la faccia ha accampato motivazioni tecniche alla sospensione dei lavori. O in modo palese, come accaduto con i blocchi dei metalmeccanici.
Quando il leader della Fiom-Cgil Giorgio Cremaschi, imitato dagli altri sindacalisti di categoria, dice che «è stata decisiva la mobilitazione di massa dei lavoratori, con i blocchi delle autostrade e delle ferrovie», ammette chiaro e tondo che i sindacati sono morti e che la concertazione e le trattative sono inutili, perché solo la violenza paga. E incoraggia i prossimi che verranno a usare lo stesso metodo, che ha causato danni a un numero altissimo di italiani, ma ha consentito alle tute blu di strappare ai «padroni» i cento euro di aumento che il sindacato non era stato capace di ottenere. Perché poi, alla fine, di questo si trattava: 5,5 euro in più a fine mese, tanti quanti separavano l’offerta di Federmeccanica dalle richieste dei sindacati. Niente a che vedere con la difesa della «democrazia reale». Il cui prezzo, a sinistra, si spera non sia tanto basso.
© Libero. Pubblicato il 20 gennaio 2006.

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Venticinque anni fa, Ronnie

Un quarto di secolo fa, Ronald Reagan entrava alla Casa Bianca. Il primo giorno di otto anni in cui (grazie a lui) cambiò tutto: gli Stati Uniti, le relazioni transatlantiche, il comunismo, l'Unione Sovietica, il modo di intendere il rapporto tra crescita economica e politica fiscale, la spocchiosità dei liberal. Per chi mette l'individuo prima dello Stato (perché è lo Stato che è nato per servire l'individuo, non viceversa) ed è convinto che «il miglior programma sociale sia un posto di lavoro», questa è la data da ricordare.
Due frasi, dal suo imperdibile discorso di insediamento del 20 gennaio 1981:
«We have every right to dream heroic dreams. Those who say that we are in a time when there are no heroes just don't know where to look. You can see heroes every day going in and out of factory gates. Others, a handful in number, produce enough food to feed all of us and then the world beyond. You meet heroes across a counter--and they are on both sides of that counter. There are entrepreneurs with faith in themselves and faith in an idea who create new jobs, new wealth and opportunity. They are individuals and families whose taxes support the Government and whose voluntary gifts support church, charity, culture, art, and education. Their patriotism is quiet but deep. Their values sustain our national life».
«As for the enemies of freedom, those who are potential adversaries, they will be reminded that peace is the highest aspiration of the American people. We will negotiate for it, sacrifice for it; we will not surrender for it--now or ever».
Più attuale oggi di allora. Inutile dire che il discorso di insediamento del più grande presidente americano vale la pena di essere letto tutto.
Lettura complementare: "Still Morning in America", from The Wall Street Journal Editorial Page.

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giovedì, gennaio 19, 2006

Facili entusiasmi e ideologie alla moda

Di solito le querelle tra bloggers riescono ad essere persino più sfigate e petulanti di quelle tra giornalisti. Una, però, l'ho trovata interessante. Intanto perché coinvolge uno dei più noti bloggers italiani. E poi perché è l'argomento ad essere interessante, e cioè le differenze tra destra e sinistra alle prese con il mouse: capacità di tollerare le obiezioni, di aggregarsi, di coniugare individualismo e coesistenza con il prossimo. Insomma, il mio amico Andrea Mancia, anche lui giornalista e blogger, si è trovato alle prese con un "collega" che ha scritto un post intitolato "Bloggare è di sinistra". Un tripudio di luoghi comuni, iniziando dal fatto che la comunità internettiana della destra italiana sarebbe «rissosa e ormai involuta», fatta di «piccoli élitismi con oligarchie che escludono l’attenzione verso i nuovi arrivati o verso i blogger comunicativamente più deboli». A lui risponde benissimo Andrea e - a parer mio - gli dedica sin troppe parole. Vista la profondità dell'analisi, bastava spedirgli un link e chiedergli di studiare l'argomento, prima di mettere mano alla tastiera.
Questa discussione, però, mi fa da pretesto per discutere di un altro articolo, appena più approfondito di quello massacrato da Andrea, apparso sul Jerusalem Post poche settimane fa. Articolo in cui, prendendo spunto dalla nomina del giudice conservatore Samuel Alito alla Corte suprema degli Stati Uniti, si sostiene esattamente - mutatis mutandis - la tesi opposta: i conservatori sono assai più tolleranti e pronti al confronto dei liberal. Abituati come sono a trovarsi in un confronto perenne con intellettuali presuntuosi che pretendono di essere nella ragione solo perché si muovono in ambienti in cui tutti la pensano come loro, i conservatori, per esigenza darwiniana, sono costretti a sviluppare capacità argomentative e a dotarsi di fonti superiori a quelle dei liberal, i quali, nove volte su dieci, usano frasi come «zitto tu, sei un idiota» come massima profondità di argomentazione. (Sostituite "idiota" con "fascista", accusa che gli imbecilli rivolgono anche ai liberali, e avrete il quadro italiano).

Because of their minority status it is far more difficult for conservative students to entertain the illusion that all smart people think like them. They are exposed to many obviously bright young men and women whose opinions on almost every issue vary radically from their own. (...)
Being forced to recognize that there are different points of view helps make bright young conservatives such good debaters. They learn early on the limited persuasiveness of shouting at someone with whom they disagree, "You're an idiot." Of necessity they have to develop the ability to cast their arguments in ways that appeal to those starting from very different premises. (...)
LIBERALS CAN be wonderful people, and boon companions, but they often have a hard time dealing with people of opposing views - especially when they cannot dismiss them out of hand as idiots. Too often they have spent their entire adult lives surrounded almost entirely by those who think just like them, and it comes naturally to dismiss those of other views as intellectually or morally challenged.

Istruzioni per l'uso. Ovviamente, l'articolo del Jerusalem Post va letto anche con la dovuta ironia. Proprio l'ironia, non a caso, è la prima qualità che è mancata nel post fatto a pezzi da Andrea.

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The ga(y)me of the day

L'amico Mauro mi chiede cosa ne penso del perfido quesito posto da my brother in arms Andrea Mancia e da Daw: l'omosessualità è una malattia oppure no? La risposta, qui, è «no». Del resto, se gli omosessuali sono malati, i bisessuali cosa sono? Malati a giorni alterni? No, non funziona proprio.
Già che ci siamo, diciamo che i problemi seri sono altri. Ad esempio il fatto che ieri il parlamento di Strasburgo abbia approvato questa schifezza qui. Se del contenuto si può discutere, il metodo è vergognoso: scelte simili debbono essere rimesse ai parlamenti nazionali. La porcheria vera, comunque, è che a Strasburgo ci sia gente (leggere con attenzione l'agenzia) che definisce «un diritto fondamentale» l'adozione di bambini da parte di coppie gay. Un diritto. Fondamentale. Di quelli senza i quali sei una persona dimezzata.
Le due cose sono legate. E' ovvio, nelle parole degli stessi europarlamentari, che il riconoscimento del matrimonio gay come diritto fondamentale della persona apre le porte all'analogo riconoscimento del diritto di adozione. Il che, da un punto di vista filosofico e giuridico, non fa una piega. L'omosessualità non è una malattia, ma da qui a proporla come esempio di vita ai bambini c'è un abisso.
Addendum. Aggiungo che non ritengo l'adozione di un figlio un "diritto fondamentale" nemmeno per le coppie etero. Avere un figlio non è un diritto. Avere dei genitori che ti amino, quello lo è. Insomma, se c'è un diritto, è quello dei figli che cercano genitori, non quello dei genitori che cercano figli a tutti i costi.

mercoledì, gennaio 18, 2006

Ratzinger pessimista sull'evoluzione dell'Islam

Chi temeva - o sperava di trovare - un Benedetto XVI incline a toni critici nei confronti dell'Islam si è dovuto ricredere. Quali che siano le idee di Joseph Ratzinger in proposito, sinora abbiamo dovuto ricavarle da quanto ha scritto e detto prima dell'ascesa al Soglio. Di certo, sia come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede sia come Papa, il teologo tedesco ha preferito criticare il relativismo della vecchia Europa e le debolezze dei cristiani, piuttosto che puntare l'indice sulle altre religioni. Per questo è importante l'intervista rilasciata il 5 gennaio scorso al programma radiofonico Hugh Hewitt Show da Padre Joseph Fessio, che insegna teologia alla Ave Maria University di Naples, in Florida. Amico e allievo di Ratzinger, Fessio era presente a un seminario a porte chiuse sull'Islam che lo scorso settembre i teologi allievi di Ratzinger, assieme allo stesso loro maestro, hanno tenuto a Castel Gandolfo, la residenza estiva di Benedetto XVI. Intervista che qui, su Radio Blogger, è stata interamente trascritta.
Fessio racconta ciò che disse Ratzinger sull'Islam in quella occasione. Racconta di un Papa interessatissimo dall'argomento, al punto da voler intervenire subito dopo la lettura del relatore della giornata, il gesuita Christian Troll, esperto di Islam in Europa, senza aspettare, come suo solito, di far parlare prima gli allievi per poi riservarsi l'intervento finale.
Troll, nel suo intervento, aveva detto che l'Islam può entrare nella modernità se il Corano viene reinterpretato e adattato ai nostri tempi, specie alla voce "dignità della donna". Ratzinger si è detto subito contrario a questa tesi. «Spiegò che nella tradizione islamica», sono le parole di Fessio, «Dio ha dato la Sua parola a Maometto, ma è una parola eterna. Non è la parola di Maometto. E' qui per l'eternità così com'è. Non vi è possibilità di adattarla o interpretarla, mentre nel Cristianesimo e nell'Ebraismo il processo è completamente differente, perché Dio ha lavorato attraverso le Sue creature. Quindi non è solo la parola di Dio, è la parola di Isaia; non è solo la parola di Dio, ma la parola di Marco». In sostanza «vi è una logica interna nella Bibbia, che permette e richiede di essere adattata e applicata a nuove situazioni». A domanda se il Papa sia pessimista sul cambiamento dell'Islam, perché richiederebbe una radicale reinterpretazione del Corano, il suo allievo risponde: «Sì, questa reinterpretazione è impossibile, perché è contraria alla vera natura dell'Islam così come è inteso dai musulmani». E questo rende anche impossibile una Riforma dell'Islam.
Per inciso, l'intervista è anche una lettura interessantissima per capire le relazioni umane e intellettuali che legano Ratzinger ai suoi allievi.

"Father Joseph Fessio, a student and friend of Pope Benedict XVI, on the problems Christianity, especially in Europe, faces with the spread of Islam", su Radio Blogger.

Sullo stesso tema:
"The Pope and the Koran", di Daniel Pipes (qui la versione italiana), che esprime il suo «deferente disaccordo» nei confronti di Ratzinger perché, a suo dire, «il Corano può essere interpretato».

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C'è destra e destra

Qui, nella replica di Matrix accessibile on line, Antonio Socci se magna quella quinta colonna nota come Stefania Prestigiacomo, ministro delle Pari Opportunità, dopo che questa ha sparato la solita valanga di banalità sulla «manifestazione spontanea» abortista di Milano. Basta attendere un paio di minuti, lo scazzo inizia appena Chicco Mentana ha finito la presentazione (tasto destro del mouse, play speed "fast" per accorciare i tempi). Mi raccontano da Mediaset che lei, al termine della trasmissione, si è lamentata col conduttore per il trattamento ricevuto da Socci. Se è vero, saremo in tanti a farcene una ragione.

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martedì, gennaio 17, 2006

I blocchi dei metalmeccanici, la legge della giungla e la morte del sindacato

di Fausto Carioti
I più forti, i più violenti, bloccano le strade. I più deboli subiscono: spengono il motore e aspettano. Mutismo e rassegnazione, come impongono i “nonni” in caserma: stessa logica mafiosa. I sindacati applaudono. La polizia sta a guardare. Chiamiamola pure col suo nome: legge della giungla. È il modello di confronto sociale più diffuso in Italia. Ieri è stato il turno dei metalmeccanici. Ma è uno sport che in questo Paese praticano un po’ tutti, nobili e figli del popolo. L’autostrada rovina la vista dalla villa di Capalbio? Il principe Nicola Caracciolo, con il suo corteo di ambientalisti Vip, ti organizza il blocco dell’Aurelia: dieci chilometri di coda, e pazienza per quei poveri bischeri che sono lì in fila ad aspettare. Non hai rispettato la legge sulle quote latte e rischi di pagare la multa? Assieme ad altri cento che stanno nella tua situazione invadi le strade con mucche e trattori. Viticoltori e coltivatori di pomodoro restano con il prodotto invenduto? Tutti giù per strada, e gli altri a bloccare i binari, come la scorsa estate. Tutti impuniti. Meglio: tutti premiati. Politici in fila per aiutarti a trovare una soluzione, prima pagina dei quotidiani locali garantita, servizio sui tg e intervista con foto sui quotidiani della buona borghesia italiana. Il teppismo di gruppo, in Italia, paga sempre. E a ridosso delle elezioni paga un po’ di più.
Ieri le tute blu hanno dato il loro contributo a questa logica di sopraffazione. Fermata per l’intera mattinata la tangenziale di Torino. Blocchi sulla Torino-Milano, sulla Orte-Cesena e su decine di altre strade. Non è andata meglio a Bergamo e nel centro di Genova. In un Paese serio i sindacati avrebbero condannato gli autori dei blocchi, che stanno agendo in aperta violazione della legge, scavalcando i loro stessi rappresentanti e allontanando le simpatie del resto degli italiani dalla causa dei metalmeccanici. Ma le sigle confederali, che evidentemente di serio e responsabile non hanno più nulla, hanno deciso che i violenti è meglio arruolarli e nominarli avanguardie del sindacato. Non c’è niente di velato nel messaggio lanciato da Giorgio Cremaschi, leader della Fiom-Cgil, in vista dell’incontro di oggi con la controparte: «Gli industriali ci pensino settanta volte sette prima di decidere di non fare il contratto. La mobilitazione di queste ore dimostra che i calcoli fatti da qualcuno su una rinuncia dei metalmeccanici al contratto nazionale sono sbagliati e si ritorcono sulle aziende». Chiarissimo anche l’avvertimento di Tonino Regazzi, segretario nazionale della Uilm: «Se Federmeccanica darà una risposta negativa alle nostre richieste, le proteste e i blocchi si estenderanno a tutta Italia». Tradotto: o le imprese mettono la firma su ciò che chiediamo, o dovranno assumersi la responsabilità di vedere il Paese bloccato.
Il sindacato, così facendo, e probabilmente anche senza accorgersene, prende atto della propria inutilità. Non è stato capace di trovare un accordo con le imprese per il rinnovo del contratto. Non è capace di mantenere la protesta degli operai, molti dei quali suoi iscritti, all’interno delle regole democratiche. Non fa in alcun modo da filtro tra i lavoratori e la collettività, smentendo così la propria pretesa di svolgere un ruolo “sociale”. Tutto quello che sa fare è cavalcare la protesta dei teppisti e minacciare di aizzarli contro i “padroni”. Ma un sindacato simile è ormai un organismo autoreferenziale, la cui unica funzione è trasformare i soldi delle tessere in stipendi per i propri sindacalisti. È un sindacato che è già morto, anche se non sa di esserlo, forse perché per illuderlo di essere vivo gli basta portare i pensionati a Roma in gita premio quando c’è da manifestare contro il governo guidato dal “nemico”.
Se il braccio di ferro per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si trascina da oltre un anno, è chiaro che le imprese hanno la loro dose di responsabilità. Ed è giusto che i lavoratori le chiamino a rispondere di queste colpe, nei tempi e nei modi in cui la legge consente loro di farlo. Ma quello che è avvenuto ieri, e che rischia di ripetersi nei prossimi giorni, non ha niente a che vedere con un modo corretto di portare avanti il conflitto sociale. È un ricatto vigliacco, giocato sulla pelle degli altri italiani. Un ricatto che può essere condotto solo perché il governo - specie adesso, che siamo a undici settimane dalle elezioni - a tutto pensa tranne che a usare la polizia per far rispettare la legge. Savino Pezzotta, numero uno della Cisl, ricorda che «i lavoratori pagano di tasca loro le giornate di sciopero». E ci mancherebbe altro. Ma la domanda cui devono rispondere Pezzotta e i suoi colleghi sindacalisti è un’altra: le giornate perse dai poveri cristi rimasti bloccati sulle tangenziali e sulle autostrade dai picchetti dei “compagni metalmeccanici”, quelle, chi le paga?

© Libero. Pubblicato il 17 gennaio 2006.

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domenica, gennaio 15, 2006

"Giulle mani dalla valorosa legge 194"

Milano, sabato 14 gennaio 2006. Manifestazione in difesa della legge 194. La foto è presa da Repubblica.it. Due donne, con due cartelli, fanno parte dello stesso gruppo. Vengono da Ravenna. Sul cartello di una è scritto: "Giù le mani dalla 194" (Forattini, dove sei?). Sul cartello dell'altra: "Libere nella sessualità nella maternità nell'aborto". I due cartelli vanno letti assieme. Il secondo spiega cosa intendono per legge 194: libertà di abortire. Pura e semplice.
Ignorano, le compagne, ciò che è scritto nella legge per la quale sono scese in piazza, all'articolo 1: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite».
I difensori di una legge dovrebbero essere i primi a volere un'indagine per capire se essa viene applicata correttamente. Invece no: cercare di capire come viene applicata la 194 è «un’intimidazione nei confronti delle donne». Fosse mai che si scopre che la normativa attuale è diventata il lasciapassare per abortire, senza troppe storie, in qualunque momento della gravidanza. Ma a loro ciò che dice la legge 194 non importa. Non sono scesi in piazza per la 194. Sono scesi in piazza per la loro idea di 194. Per l'aborto libero. Sinonimo di progresso e libertà.

Post scriptum. Ai dispensatori di patenti di laicismo e di liberalismo un tanto al chilo, che pensano che non si può essere laici e liberali senza essere in favore dell'aborto, consiglio due letture:
"Intervista a Norberto Bobbio: ecco perché sono contro l’aborto";
"Invito laico a parlare d'aborto", di Giovanni Orsina.
A questi due testi, io non ho da aggiungere nulla.

Addendum 1: giacché si parla di aborto, ne approfitto per linkare il mio post preferito del 2005. Fortemente consigliato (tranquilli, non l'ho scritto io).

Addendum 2: il titolo di questo post è una citazione a una notissima serie di vignette di Giorgio Forattini, peraltro ricordato apposta nel testo. Lo scrivo perché ai miei amici di Tocqueville la cosa è sfuggita, tanto che hanno "corretto" il titolo del post. Colpa mia, ovviamente, visto che il compito di un giornalista è farsi capire.

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venerdì, gennaio 13, 2006

Ecco come il laico Saddam ha addestrato ottomila terroristi islamici

Saddam Hussein, quello che se era per i pacifisti italiani stava ancora lì, indisturbato, a gasare curdi, addestrava terroristi. Ottomila terroristi islamici, fanatici religiosi pronti a uccidere e morire in nome della lotta all'Occidente. Alla faccia di quelli che credono che non sia possibile un'alleanza tra un leader laico come lui e i fondamentalisti islamici. Certo che è possibile: basta avere in comune lo stesso nemico, come insegnano Stalin e Roosevelt.
I campi d'addestramento segreti erano localizzati in Samarra, Ramadi e Salman Pak. Gli istruttori erano ufficiali delle unità d'elite dell'esercito iracheno. Gli addestrati provenivano dai gruppi del Jihad del Nord Africa vicini ad Al Qaeda. Soprattutto dall'Algeria (Gruppo salafita per la preghiera e il combattimento) e dal Sudan (Esercito islamico sudanese). Tutto questo è andato avanti per quattro anni, dal 1999 al 2002, a un ritmo di duemila terroristi addestrati ogni anno, che fa un totale di ottomila fanatici istruiti a dovere dagli aguzzini di Saddam. Inutile dire che gran parte degli attentati terroristici odierni contro la democrazia irachena e chi la difende sono condotti da questi terroristi.
Tutto questo è raccontato nello scoop pubblicato sull'ultimo numero del Weekly Standard, doverosamente ripreso dal Wall Street Journal di oggi. Le fonti sono fotografie, documenti e testimonianze racchiusi nell'enorme archivio che gli americani hanno sequestrato negli edifici governativi e negli armadi dell'intelligence irachena: circa due milioni di documenti ritenuti degni d'interesse, dei quali sinora è stato esaminato solo il 2,5%. Se le prove dell'esistenza di campi d'addestramento dei terroristi islamici sinora sono state tradotte ed esaminate in maniera molto sommaria, è perché in cima alle priorità degli analisti americani ci sono i documenti relativi alla costruzione delle armi di distruzione di massa. Molti membri del congresso americano, soprattutto repubblicani, hanno iniziato da giorni ad esercitare una forte pressione sulla Casa Bianca e sulla Cia affinché tutto questo materiale sia tradotto e divenga pubblico al più presto. Come dice un ufficiale dell'intelligence americana al Weekly Standard, «As much as we overestimated WMD, it appears we underestimated [Saddam Hussein's] support for transregional terrorists».
Quanto al fatto che, specie negli ultimi anni del suo regime, il laico Saddam avesse aperto la legislazione irachena alla sharia, nell'evidente intenzione di stringere un'intesa con i leader religiosi islamici in funzione anti-americana e anti-occidentale, il Weekly Standard ricorda la testimonianza resa dal figlio adottivo del dittatore, Hussein Kamel, a Rolf Ekeus, allora capo del programma ispezioni delle Nazioni Unite: «The government of Iraq is instigating fundamentalism in the country. Every party member has to pass a religious exam. They even stopped party meetings for prayers».

"Saddam's Terror Training Camps", from The Weekly Standard.
"Saddam's Documents", from the Wall Street Journal editorial page.

Post Scriptum. Ovviamente, per gli antiamericani con bava alla bocca incorporata questa documentazione sarà l'ennesima dimostrazione del complotto mondiale pluto-giudaico. Loro non credono ai giornali americani, per definizione. Niente di nuovo: anche ieri preferivano credere ad altre fonti.

Dimenticavo: buon fine settimana a tutti.

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Della Vedova: la sinistra giustizialista ha affossato l'amnistia (capito, Pannella?)

Su Libero di oggi Benedetto Della Vedova mette molto bene nero su bianco quelle che sono anche le mie idee.
«Che dire degli argomenti di quelli che hanno mandato tutto in vacca, perché pur volendo votare uno sconto di pena per condannati in via definitiva per reati molto gravi, non se la sono sentita di votare un’amnistia per i "presunti innocenti" accusati di reati assai meno gravi, e ancora appesi a processi non conclusi pur se riferiti a reati vecchi di almeno cinque anni? Questo è il centrosinistra: garantisti di opposizione e giustizialisti di governo. Amici del mercato e dell'America alla city di Londra o a "ground zero"; con le piazze sindacali, comuniste, antiamericane e antimercato nel momento del voto. Non pensiamo, come Riformatori Liberali, di avere sbagliato nel ritenere che l'unico spazio per le politiche radicali, per quanto disagevole possa essere, stia nella coalizione di Berlusconi (favorevole all'amnistia) e non in quella di Prodi (pilatesco su questo come sulla TAV e mille altre cose)». (L'articolo intero sul sito di Benedetto).
Intanto Marco Pannella si chiede: «In quale Unione sto entrando? In quella di Santi Apostoli, o in questa Unione clerico-fascista con Bossi, La Russa, Violante, Finocchiaro?». Benvenuto sul pianeta Terra.

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giovedì, gennaio 12, 2006

Fassino (piagnucolante) a Berlusconi: basta parlare di giustizia

Da ridere. No, da scompisciarsi. Sono anni che usano i magistrati, i mafiosi pentiti che hanno sciolto i bambini nell'acido, le intercettazioni, le calunnie e i verbali secretati come clave con cui picchiare Silvio Berlusconi. Ogni giorno dell'anno, ma sotto elezioni un po' di più. Poi, appena li scoprono con il sorcio in bocca, il segretario inesistente, Piero Fassino, lancia al Berlusconi di cui sopra il seguente appello: «La si smetta di utilizzare la giustizia, le indagini, per intossicare con veleni e pressioni la campagna elettorale che abbiamo tutti gli interessi a fare sul piano delle cose e dei programmi, quando i cittadini vedono due uomini politici ad accapigliarsi in Tv sono indotti ad allontanarsi dalla politica, dobbiamo sentire un dovere sia nel campo del centrodestra che del centrosinistra di rispettare l'avversario con toni pacati, parlando di cose concrete e rispettando gli elettori in modo che ciascuno possa farsi una sua idea e votare con il massimo di serenità. [...] Mi appello prima di tutto al presidente del Consiglio cui chiedo di cessare un'azione che lo ha visto in queste settimane come il principale protagonista di una campagna fondata su accuse, intossicazioni, fino alle cose che ha detto ieri in televisione: non serve a nessuno e non serve neanche a lui, non credo che aumenti il suo credito tra gli elettori presentandosi come il partito degli aggressori». Chi vuole continuare a divertirsi trova il resto qui, sul sito dell'agenzia Asca.

1945: storia del seminarista 14enne ucciso dai partigiani rossi

Come dicono a sinistra: "Per non dimenticare". Soprattutto, per ricordare a chi si riempie la bocca parlando di resistenza e di valorosi partigiani rossi che le canagliate sono state molte di più di quanto a sinistra siano disposti ad ammettere. Rolando Rivi fu ucciso dagli squadristi rossi il 13 aprile del 1945, nel modenese: era stato rapito tre giorni prima, dopo la messa. Aveva appena 14 anni, era un seminarista. E per questo fu ritenuto dai suoi macellai «un ostacolo all’espansione locale del comunismo», come stabilì il processo nel 1952. Le testimonianze raccontano che i suoi assassini si divertirono poi a giocare a pallone con la sua veste talare. Per il piccolo martire è stata appena avviata la causa di beatificazione. Per la cronaca, tra il 1944 ed il 1947 i compagni partigiani uccisero 130 sacerdoti. E' raccontato tutto in questo articolo apparso sull'agenzia cattolica Zenit, che contiene anche i necessari riferimenti bibliografici.

PS. Certe storie colpiscono anche chi ha letto Giampaolo Pansa ("Il sangue dei vinti" e "Sconosciuto 1945").

mercoledì, gennaio 11, 2006

I lettori di Repubblica votano la nuova sinistra: Berlinguer e Pertini

«Nostalgia canaglia», per dirla con gli immortali Albano e Romina. Insomma, ora è ufficiale: ai lettori di Repubblica l'attuale nomenklatura di sinistra fa proprio schifo. Succede che in questi giorni il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari stia autocelebrando, con la modestia del caso, il trentesimo anniversario del suo sbarco in edicola. Lo fa (anche) con una serie di sondaggi, il più importante dei quali chiede agli internauti di Repubblica.it quali sono stati i "protagonisti" della politica italiana in questi ultimi trent'anni.
Avessero posto la stessa domanda a i lettori di un quotidiano di area centrodestra, avrebbe stravinto Berlusconi (giustamente: piaccia o non piaccia, la politica italiana è stato lui a cambiarla, e con lui è nato il bipolarismo), seguito, presumo, da Fini e Bossi, con un bel plebiscito di nostalgici per Almirante. A maggior ragione per il fatto che, prima dell'avvento della seconda Repubblica, è difficile (diciamo pure impossibile) trovare in Italia un leader liberale o conservatore dotato di un appeal appena decente (con tutta la simpatia, Renato Altissimo non era proprio un trascinatore di masse).
Dai lettori di Repubblica.it uno si aspetta innanzitutto che premino la sinistra che in questi trent'anni è andata al governo: Romano Prodi, Massimo D'Alema, Walter Veltroni. Ti aspetti anche parecchi consensi per Carlo Azeglio Ciampi, il presidente saggio che nelle fantacronache di largo Fochetti fa da baluardo democratico al berlusconismo dilagante. Anche perché, come noto, l'età media dei "navigatori" è inferiore a quella dei lettori dei quotidiani, e uno è portato a votare facce che conosce, non fotografie del passato.
E invece no. Al momento in cui scrivo hanno votato oltre 13.ooo "republicones". Stravince, con un terzo dei voti, Enrico Berlinguer. Che poi, detta come va detta, è stato "protagonista" degli ultimi trent'anni per modo di dire, visto che è scomparso nel 1984, 22 anni fa. A seguire (14% dei voti), un partigiano come presidente: Sandro Pertini. Che ricordiamo tutti per la pipa, i mondiali di Spagna e i noiosissimi sermoni sulla resistenza, ma che di certo sulla politica italiana ha inciso poco o niente, per non dire del fatto che anche lui è piuttosto datato. Dietro di loro, il vuoto. Veltroni ha appena il 6% dei voti, D'Alema e Ciampi il 5%. Il povero Prodi, leader dell'Ulivo che ha sconfitto Berlusconi ed è diventato il primo premier a capo di una coalizione di sinistra e ora prova a fare il bis, arranca tra il 4 e il 5%.
Il verdetto è chiaro: la sinistra di un tempo, avvolta nella sua mitologia di purezza, sebbene condannata all'opposizione perenne (o forse proprio per questo) ai lettori/elettori del foglio di Ezio Mauro piace assai più di quella attuale, i cui leader (soprattutto Prodi) giudicano deprimenti. Non resta che inchinarsi al verdetto popolare: se la pensano così, hanno senza dubbio i loro buoni motivi.

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martedì, gennaio 10, 2006

A sinistra si inventano i morti anche in Iraq

Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, è uno dei giornalisti di sinistra che leggo di buon grado. Leggendolo e discutendoci una volta in un recente dibattito radiofonico a Radio 24 mi sono fatto l'idea che sia una persona intelligente. La pensiamo agli antipodi su tutto - ovviamente - ma è un avversario ideologico che tutto sommato, pur conoscendolo superficialmente, stimo abbastanza, e lo conferma anche il fatto che spesso viene intervistato su Libero. Insomma, stamattina leggo il suo editoriale su Fabrizio Quattrocchi, che nei confronti del nostro piccolo grande eroe italiano dice cose di gran lunga meno livorose di molti altri a sinistra (anche se non sono le mie idee, inutile dirlo). Poi, verso la fine dell'articolo, incappo nella seguente frase: «Fabrizio Quattrocchi - come Enzo, come Nicola, come più di duemila americani, come centinaia di inglesi, come alcuni polacchi, coreani, giapponesi, tedeschi, francesi, come quasi duecentomila iracheni - è una vittima di questa guerra». E allora capisco, per l'ennesima volta, che aveva ragione Giovannino Guareschi quando parlava della terza narice: ce l'hanno tutti, anche i migliori.
Duecentomila morti iracheni. E' una cifra fasulla, buttata lì - non vedo proprio altra spiegazione - al solo scopo di gettare un altro po' di fango sugli Stati Uniti, che tanto per i comunisti non è mai abbastanza. I dati ufficiali, forniti da George W. Bush a metà dicembre, parlano di circa 30mila morti iracheni: appena 170.000 in meno di quelli evidenziati da Sansonetti. Obiezione da sinistra: ma che fai, ci vendi per buoni i dati della Casa Bianca? Obiezione accolta. Esiste un conteggio indipendente, fatto - dicono loro - con criteri scientifici da un gruppo di bravi studiosi "impegnati", ovviamente contrari alla guerra. E' consultabile da chiunque sul sito di Iraq Body Count. Il numero di morti in Iraq, a tutt'oggi, secondo loro, è compreso tra 27.787 e 31.317. Per gli appassionati della matematica, la media dei due estremi è pari a 29.552, cioè qualcosina in meno della cifra dichiarata da Bush.
Particolare importantissimo: questa cifra comprende tutti i morti in Iraq a causa di eventi violenti a partire dal 2003 al 2005, anche quelli fatti dai kamikaze. Secondo l'ultima statistica disponibile, le forze alleate guidate dagli americani sono ritenute responsabili infatti del 37% delle vittime: molto meno della metà del totale, quindi. Il 9% dei morti sono stati fatti dai terroristi della resistenza irachena (il rapporto di Iraq Body Count ovviamente li chiama "forze anti-occupazione"). Gli atti di violenza criminale successivi alla liberazione irachena che ha portato la democrazia nel Paese (il rapporto IBC la chiama "invasione" americana) hanno provocato il 36% delle vittime. Il restante 18% pare da attribuire alla criminalità comune e ad altri fattori non meglio precisati. Il rapporto di Iraq Body Count, vista la "imparzialità" dei suoi curatori (ovvero il fatto che siano apertamente anti-americani) e i criteri oggettivi adottati, è ritenuto generalmente la fonte più credibile.
Anche per questo nessuno ha preso sul serio il sondaggio pubblicato dal giornale medico Lancet, che ha interpellato un campione di appena 988 famiglie irachene e dalle loro risposte ha estrapolato statisticamente un numero di morti complessivo che dovrebbe essere pari a centomila. Questa stima, realizzata col metodo induttivo, ovvero il meno scientifico possibile, è la più elevata sinora fatta delle vittime in Iraq. Anche essa, ovviamente, comprende i morti per tutte le cause violente, terroristi e delinquenti comuni compresi. E comunque, anche a fingere di voler prendere per buona la cifra, siamo appena a metà dei 200.000 sparati in prima pagina dal quotidiano rifondarolo.
A chi dice poi (qualcuno particolarmente sveglio che lo sostenga si trova sempre) che un morto, due, trentamila o duecentomila non fa differenza, la risposta è sempre la solita: vallo a chiedere ai 170.000 morti in meno se sono d'accordo oppure no. E soprattutto, se davvero trentamila morti o duecentomila sono la stessa cosa, perché a sinistra c'è tutta questa smania di gonfiare le cifre, a costo di inventarsele? Perché tutta questa macabra ansia da prestazione sui cadaveri, questo fare a gara a chi tira fuori la lista più lunga?

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lunedì, gennaio 09, 2006

Katrina e i neri abbandonati: smascherata la bugia della sinistra

A sinistra ci hanno inzuppato il biscotto per settimane. C'è da capirli: era la realizzazione dei loro "wet dreams", la prova provata che gli Stati Uniti (specie ora che sono governati da quel nazistone di George W. Bush) sono brutti, sporchi, cattivi e soprattutto razzisti, perché a New Orleans fanno morire i poveri uomini e donne di colore sotto le acque dell'uragano, ritenendo inutile darsi troppo da fare con i soccorsi per salvarli. Su questo sogno degli antiamericani con bava alla bocca incorporata, alimentato dai piagnistei di alcune organizzazioni radicali dei neri americani e dal solito coro di idiotarians d'Oltreoceano, qui in Italia si è esibita una produzione giornalistica imponente. Repubblica per tenere in piedi il teorema ha usato come fonte (scusate se rido) Michael Moore (non a caso vincitore incontrastato dell'Idiotarian Award 2004), che diceva ai lettori del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: «La Casa Bianca li ha abbandonati perché sono neri». Poi pubblicava in prima pagina l'editoriale del bravo liberal di turno che denunciava «la scandalosa negligenza nei riguardi dei neri poveri». Liberazione, il quotidiano dei rifondaroli, con sprezzo del ridicolo parlava di «una tragedia del neo-liberismo» (come noto gli uragani li ha inventati Adam Smith) e dava la colpa dei morti alla società americana in cui - indovinate - «i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e quindi esposti ai disastri», sino a lodare la fantastica qualità di vita della vicina Cuba, peraltro già pubblicizzata a dovere dall'imponente traffico di esuli americani che sfidano il mare aperto per trovare la libertà a casa di Fidel Castro. Il manifesto intervistava il romanziere Mario Maffi, il quale versava la sua dose di veleno sugli Stati Uniti inventandosi le notizie dal salotto di casa: «Quelli che non sono riusciti a mettersi in salvo, salvo rare eccezioni, hanno tutti la pelle nera. E, se sono bianchi, sono anziani». L'Unità intervistava il bravo giornalista antibushista americano (sai che sforzo trovarne uno) che diceva: «Questo disastro ha colpito soprattutto i neri, i poveri», e ovviamente parlava di «crimini» delle autorità americane. L'elenco potrebbe continuare a lungo.
Ve le siete segnate tutte queste frasi? Le avete lette con attenzione, avete memorizzato le più interessanti? Soprattutto: avete fatto caso che in tutti questi sproloqui non c'è uno straccio di numero, di statistica sul colore della pelle delle vittime dell'uragano? Avete notato che non viene offerta alcuna conferma empirica alla tesi sostenuta da tutti costoro, i quali pretendono semplicemente che la cosa venga accettata come dogma di fede antiamericana?
Bene. Ora andate qui, su Real Clear Politics, che ha appena riportato i dati ufficiali delle vittime causate da Katrina. I corpi recuperati a New Orleans sono 836. Di questi, quelli morti a causa dell'uragano sono 568, e la loro razza è stata identificata. Il 50,9% di questi morti sono neri, il 45,6% sono bianchi. I neri rappresentavano il 67,2% della popolazione di New Orleans, i bianchi il 28%.
Tradotto, vuol dire che, in proporzione, l'uragano ha ucciso assai di più i bianchi che i neri. Molto di più: i neri, che erano oltre due terzi della popolazione, rappresentano - per loro fortuna - solo la metà dei morti. E i bianchi, che erano meno di un terzo degli abitanti della città, sono stati quasi metà delle vittime. L'esatto contrario di quello che hanno voluto farci credere, insomma. Ma nessuno ha interesse a dirlo. Con tanti ringraziamenti alla stampa antiamericana di casa nostra, per il rispetto che continua a mostrare nei confronti della verità.

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"Vi faccio vedere come muore un italiano". Il video di Fabrizio Quattrocchi

Fabrizio Quattrocchi, un eroe normale. Che riesce a dire parole così enormi, nel momento più importante della sua vita, senza alcuna enfasi retorica.
Qui il video dei 12 secondi che precedono la sua uccisione per mano dei macellai di Allah, nella stessa versione trasmessa dai telegiornali.

domenica, gennaio 08, 2006

I "diversi" di Scalfari (dal 1942 ad oggi)

Migliori-migliori no. Non fa fino dirlo, non è democratico. Però il concetto è proprio quello. Sono, come dire, diversi. Ecco, sì: «diversi». Cioè mossi da un'etica che gli altri non hanno, che dovrebbe essere da esempio per tutti. Cioè, appunto, migliori. Lo dice Eugenio Scalfari. Non è cambiato, Barbapapà. Nel luglio del 1942 scriveva su "Roma fascista" cose così: «Ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida e ci addita le mete da attingere. [...] Oggi mentre sembra che Sua Maestà la Massa (come la definì il Duce in un lontano giorno) mascherata da veli più o meno adeguati tenti di riprendere il suo trono, è necessario riporre l'accento sull'elemento disuguaglianza, che il Fascismo ha posto come cardine della sua dottrina». Pochi mesi dopo, nel settembre, sempre sulla stessa rivistina liberal, si spiegava meglio: «Un Impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la "volontà di potenza" dello Stato nucleo, che poggia su due pilastri essenziali: il "popolo" quale elemento di costruzione sociale; la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata "volontà di potenza"».
Ieri come oggi. All'epoca cantava la «disuguaglianza» fascista e la «superiorità storica» dello stato razzista. Oggi canta la «diversità» morale dell'elettorato di sinistra. Proprio come il suo allievo Paolo Flores D'Arcais. Dal razzismo biologico al razzismo etico (concetto di cui parlo qui, come sanno i frequentatori abituali di questo blog). L'ultimo esempio dell'evoluzione (?) scalfariana è il suo editoriale domenicale dell'8 gennaio, interminabile messa cantata (come da copione) in cui il fondatore di Repubblica ha messo nero su bianco la stessa comicità involontaria esibita in televisione la sera prima durante la trasmissione di Fabio Fazio.
Lo fa scrivendo cose così: «Il presidente della Camera, Casini, ha dichiarato due giorni fa che non vuol più sentir parlare d'una superiorità morale della sinistra. Dal suo punto di vista ha mille ragioni, ma non si tratta di superiorità, bensì di diverso modo di sentire. Ne volete una prova? La gente di destra (e di centro) non è rimasta affatto scossa dalle notizie di denari passati dalla Popolare di Lodi nelle mani di alcuni autorevoli esponenti di Forza Italia, Udc, Lega, An. Quelle notizie sono scivolate come gocce d'acqua su un vetro. Così pure per il ben più grave problema del conflitto d'interessi di Berlusconi. Ma è invece bastato un sostegno "tifoso" e certamente impreveggente dei dirigenti Ds all'Unipol per scatenare una tempesta nella sinistra e nei giornali. Perché? Perché la sinistra non solo è diversa nella sua sensibilità morale, ma è considerata diversa anche da chi non è di sinistra. La sua diversità dovuta alle ragioni e alle motivazioni di appartenenza alle quali ho accennato, è dunque un dato di fatto. [...] Voglio dire al presidente Casini che quel modo di sentire "diverso" rispetto ai temi della moralità pubblica, dell'austerità del vivere, dei valori della solidarietà e dell'eguaglianza, dovrebbero anche essere patrimonio dei cattolici. Di quelli veri e non di quelli che si fanno il "nomedelpadre" baciandosi le dita e poi crogiolandosi nel sistematico malaffare. Ce ne sono pochi di cattolici veri e sono anch'essi diversi. Mi rammarica perciò il disprezzo con cui il cattolico presidente della Camera parla dei diversi. Mi rammarica ma non mi stupisce. Non sempre i cattolici sono veri cristiani che rinunciano al potere per testimoniare la loro fede».
Insomma, i compagni e gli uomini dello stampo di Scalfari sono così bravi, così onesti, così puri, così disinteressati, che tutti, i cattolici per primi, dovrebbero prendere esempio da loro. Mentre i 17 milioni di elettori del centrodestra, da bravi evasori fiscali, corrotti e corruttori, se ne sbattono se i loro eletti rubano. Anzi, quasi li apprezzano di più.
Se qualcuno pensa poi che la bufera che ha travolto i Ds, scuotendo la stessa base del partito, spingendo centinaia di tesserati a scrivere lettere disperate e incazzate all'Unità, sia dovuta al fatto che i vertici del partito sono stati colti al telefono mentre tenevano in bocca un grosso sorcio di nome Bnl, e che la cosa abbia suscitato un certo qual comprensibile scandalo, si sbaglia. «Si spara contro i Ds in nome del centrismo e dell'anti-riformismo. Questa è la verità del "fuoco incrociato"», spiega Scalfari nel disperato tentativo di parare il sedere ai compagni che sbagliano.
Come Flores D'Arcais, non merita di essere preso sul serio. Una pernacchia lo seppellirà, come ha già seppellito i deliri che scriveva nel 1942.

See also: "E' Repubblica, funziona così".

Addendum. Mi si chiede via mail dove sono andato a pescare le citazioni di Scalfari del 1942. La risposta è "Lo Scalfarino Portatile. Ovvero come si diventa il giornalista più importante che c'è in Italia in 14 facili lezioni", del mio amico Walter Mariotti, prefazione di Giordano Bruno Guerri, Mondadori, 1994. Ormai fuori catalogo, in questa libreria dovrebbe essere disponibile.

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sabato, gennaio 07, 2006

Lettera agli europei dalla National Review (plus "Idiotarian of the Year 2005")

Due consigli per il week end. Il primo è serio: leggere la bellissima "A Letter to the Europeans" appena apparsa sulla National Review Online (rivista di riferimento dei conservatori americani) a firma di Victor Davis Hanson. In estrema sintesi, la lettera spiega perché i neocon americani preferiscono un'Unione europea forte, critica, "identitaria" e con gli attributi, capace di cavare da sola le castagne dal fuoco senza dover pietire ogni volta lo zampino americano (do you remember Slobodan Milosevic e il mattatoio dei balcani?), a quell'entità debole, socialistoide, con velleità neutraliste, confusamente relativista e costantemente in posizione di invidiosa inferiorità verso gli Stati Uniti che sta prendendo corpo adesso.
Il passaggio chiave (scusate, di solito lo faccio, ma oggi non ho alcuna voglia di tradurre): «The world is becoming a more dangerous place, despite your new protocols of childlessness, pacifism, socialism, and hedonism. Islamic radicalism, an ascendant Communist China, a growing new collectivism in Latin America, perhaps a neo-czarist Russia as well, in addition to the famine and savagery in Africa, all that and more threaten the promise of the West. So criticize us for our sins; lend us your advice; impart to America the wealth of your greater experience — but as a partner and an equal in a war, not as an inferior or envious neutral on the sidelines. History is unforgiving. None of us receives exemption simply by reason of the fumes of past glory».
Il passaggio più acido: «Even in this debased era of multiculturalism that misleads our youth into thinking no culture can be worse than the West, we all know in our hearts the truth that we live by and the lie that we profess — that the critic of the West would rather have his heart repaired in Berlin than in Guatemala or be a Muslim in Paris rather than a Christian in Riyadh, or a woman or homosexual in Amsterdam than in Iran, or run a newspaper in Stockholm rather than in Havana, or drink the water in Luxembourg rather than in Uganda, or object to his government in Italy rather than in China or North Korea. Radical Muslims damn Europe and praise Allah — but whenever possible from Europe rather than inside Libya, Syria, or Iran».
Il secondo consiglio è cazzeggio puro. Qui c'è il referendum online per eleggere l'"Idiotarian of the year 2005" su Little Green Footballs, il blog di Charles Johnson, inventore del termine "idiotarian". Parola le cui origini ed etimologia sono spiegate qui, nella sempre politicamente correttissima Wikipedia, e che in italiano potremmo tradurre alla meno peggio con l'espressione di Lenin "utile idiota", aggiornata a dopo l'11 settembre. Qui gli interessati possono trovare l'Anti-Idiotarian Manifesto. Lo scorso anno stravinse Michael Moore davanti a Kofi Annan. Quest'anno se la giocano Hugo Chavez, Cindy Sheehan e il New York Times. Al momento Cindy è in vantaggio. L'Opinion Journal del Wall Street Journal consiglia di votare per lei, spiegando che «Chavez and the Times may be idiotarians, but their motives are impure: Chavez wants to hold on to power, while the Times aims to make a profit. Sheehan is an idiotarian for idiotarianism's own sake; she says the things she says simply because she loves to hate». Io non ho seguito il consiglio e ho votato per il NYT. Votare è comunque un dovere. C'è tempo sino alle 11.59 pm (pacific time) del 9 gennaio.
Buon fine settimana a tutti.

"A Letter to the Europeans" by Victor Davis Hanson, National Review Online.
"Robert Fisk Award for Idiotarian of the Year 2005".

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Il peggio del peggio

Siete uno dei 17 milioni di italiani che alle elezioni hanno votato per un partito della Casa delle Libertà? Siete una merdina. Lo dice uno che dell'argomento se ne intende: Paolo Flores D'Arcais, direttore di Micromega e autore della tesi delle "due Italie" (i buoni, raffinati, istruiti a sinistra, i cialtroni, cafoni e ignoranti a destra: complimenti per la profondità dell'elaborazione). Intervistato dalla Stampa, finge di bacchettare Piero Fassino, ma in realtà infierisce sugli elettori (gli elettori, non gli eletti) della Cdl. Testuale: «In una democrazia liberale la moralità è patrimonio di tutti. In Italia, invece, è patrimonio diffuso solo nell’elettorato di centrosinistra. L’elettorato di centrosinistra, dico purtroppo, è moralmente di gran lunga superiore a quello di centrodestra». E ha pure la faccia di dire purtroppo. Il delirio è talmente ridicolo che non merita una risposta, merita una pernacchia (siamo ignoranti).
Niente di nuovo: Umberto Eco aveva messo le stesse cose per iscritto alla vigilia delle elezioni del 2001, e sappiamo come è andata. Chi vuole approfondire l'argomento, può leggere il sottoscritto qui e l'ottimo Phastidio qui e qui (si parla anche di Micromega...).

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venerdì, gennaio 06, 2006

E D'Alema ancora difende la verginità dei Ds

Nessun mea culpa. Gli affaristi sono gli altri. I Ds no. Massimo D'Alema, punto nel vivo dall'attacco di Silvio Berlusconi, replica un un'intervista-forum all'Unità. Piero Fassino può avere vacillato, lui no: come l'ultimo giapponese nella giungla si danna l'anima per tenere in piedi la mitologia di un "partito diverso", che contro ogni evidenza pretende ancora di essere «un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto», per usare le parole di Pier Paolo Pasolini. Quando proprio non sa a cosa aggrapparsi, D'Alema, come da copione abusato, si rifugia nell'antiberlusconismo, dando tutte le colpe al premier.
- Le accuse ai Ds? Frutto di un complotto: «Questa campagna sulla vicenda Unipol è del tutto strumentale, è una campagna che nasce a comando».
- I Ds non brigano con i vertici Unipol per fare affari («Allora siamo padroni di una banca?», disse Fassino). No, per D'Alema loro «si informano sull’andamento di un’operazione».
- Le intercettazioni apparse sul Giornale? Non è importante il contenuto, è importante il fatto che siano apparse sul quotidiano di casa Berlusconi, il che, di per sé, è - testuale - un «attentato alla democrazia». Come se l'Unità, essendo legata ai Ds, non potesse pubblicare indiscrezioni su Berlusconi. Da ridere.
- Scaricato Consorte: «È problema di Giovanni Consorte dimostrare se le relazioni di carattere affaristico e finanziario che egli ha avuto personalmente con Gnutti siano lecite o illecite».
- Respinta persino l'accusa di “eccesso di tifoseria”: «È ingeneroso attribuire a noi questo problema, quando sono scese in campo opposte tifoserie». Insomma, anche quando ci comportiamo come gli altri, noi siamo comunque meglio.
- C'è anche l'avvertimento al bollito: «Credo che, al di là delle discussioni passate, oggi nell’Unione si sia compresa la portata di questa operazione che mira a disgregare la maggiore forza del centrosinistra». Tradotto, vuol dire che Romano Prodi ci ha provato a fregare qualche voto ai Ds facendo leva sulla questione morale e sulla brutta figura degli ingombranti alleati (competition is competition), ma gli è stato fatto gentilmente capire che non è il caso, visto che lui è una creatura loro.
Chi era così ingenuo da aspettarsi da D'Alema non dico un pentimento, categoria che proprio non gli appartiene, ma almeno un abbassamento di cresta, è servito.

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Toh, Chavez è antisemita

Ormai per trovare qualcuno che creda ai protocolli dei savi di Sion, ai complotti pluto-giudaici e a idiozie simili bisogna andare a cercarlo a sinistra. L'ultima conferma è di questi giorni. Il leader intellettuale dei no global italiani, l'uomo che Fausto Bertinotti chiama «il presidente dei poveri», quello che Vittorio Agnoletto ha definito «la speranza di milioni di diseredati», insomma il coatto venezuelano Hugo Chavez, durante uno dei suoi sermoni tenuti la vigilia di Natale ha confermato tutto ciò che di male si può pensare di lui. Ha detto che «nel mondo c'è ricchezza per tutti, ma alcune minoranze, i discendenti della stessa gente che ha crocifisso Cristo, si sono impossessati di tutta la ricchezza del mondo». Chi ancora aveva dubbi sull'esistenza di un asse di fatto tra i fascisti islamici modello Mahmoud Ahmadinejad e i leader della sinistra populista sudamericana è servito.
Qui la denuncia del Simon Wiesenthal Center, cui si deve la notizia, che chiede scuse pubbliche da parte del presidente venezuelano (il quale per ora non ha mandato né conferme né smentite ufficiali, preferendo il silenzio), e qui il lancio dell'agenzia Associated Press, ripreso dal Jerusalem Post. Ora si attendono reazioni indignate da parte della sinistra antagonista italiana.

Elezioni, vietato parlare di energia (specie a sinistra)

E' già chiaro che si parlerà di tutto, in queste elezioni, tranne che dell'unica cosa seria. Nei programmi elettorali dei partiti italiani la politica energetica si avvia ad essere, ancora una volta, la grande assente: non sta bene discuterne, si rischia di perdere voti. Meglio affidarsi a messaggi banali e tranquillizzanti.
Non si parla di nucleare, ovviamente, perché la gente si spaventa e nessuno ha il coraggio di dire che altre soluzioni durature al problema dell'indipendenza energetica del Paese non esistono. Non si parla di carbone, perché grazie a decenni di campagna disinformata e disinformante contro l'uso di questa fonte ancora oggi comitati più o meno spontanei di cittadini scendono in piazza appena sanno che una centrale sta per essere convertita al carbone (in realtà tutto dipende dalla qualità del combustibile, cioè dalla quantità di zolfo che contiene, e dalle tecnologie utilizzate come filtro nelle centrali, e qui sono stati fatti da gigante, grazie soprattutto all'esperienza tedesca, ma per gli ecologisti è meglio che questo non si sappia in giro e che i cittadini restino allarmati). Non si parla di petrolio, perché visto l'andamento delle quotazioni del barile si fa la figura degli imbecilli. Ora si inizia a provare imbarazzo anche a parlare di gas. Primo, perché si è capito (se ne sono accorti persino i tg, complimenti) che il suo prezzo è ancorato a quello del greggio, e quindi dal punto vista economico non si risolve nulla a passare dal petrolio al gas. Secondo, perché i fatti recenti ci hanno appena ricordato che buttarsi a capofitto nel gas, come sta facendo l'Italia grazie alla diffusione delle centrali a ciclo combinato, equivale a mettere i nostri attributi in mano a gente tutt'altro che affidabile (si leggano in proposito Carlo Stagnaro ed Enzo Bettiza). Terzo, perché persino la costruzione dei terminali di rigassificazione del gas liquido trasportato dalle navi gassiere, indispensabili per smarcarsi dai signori di cui sopra, in questo Paese è un esercizio politicamente scorretto.
Così, a destra come a sinistra - soprattutto a sinistra, vista l'ipoteca che le forze antimoderne hanno messo sulla coalizione - si fa il possibile per parlare d'altro e, se proprio tocca affrontare l'argomento, lo si fa affidandosi a formule vuote e false, tipo "investiamo nelle energie alternative e rinnovabili", alle quali nessun politico crede, ma che in campagna elettorale sono tanto comode perché non spaventano nessuno.

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