lunedì, gennaio 30, 2006

George W., l'amico Silvio e la caccia al voto cattolico

Quante guarnigioni di elettori ha il Papa? Negli Stati Uniti tante. Trentuno milioni di "soldati", oltre un quarto dell'elettorato. In Italia, fatte le dovute proporzioni, ancora di più: un terzo della popolazione italiana è cattolica praticante e pensa e si comporta, anche sui temi politici, in piena sintonia con il magistero della Chiesa. Reason, bella rivista libertarian (e quindi assai poco papista, come dimostrano le critiche mosse a Joseph Ratzinger in materia di relativismo), si spinge sino a individuare nel voto cattolico la chiave di volta che ha permesso ai repubblicani di stravincere tutte le principali tornate elettorali americane. I dati sono impressionanti. Fino a tutti gli anni Sessanta il voto cattolico andava in maggioranza ai democratici. La svolta iniziò nel 1972, con Richard Nixon. E da lì - complice poi l'avvento di un Papa amatissimo negli Stati Uniti come Giovanni Paolo II - l'onda lunga non si è più arrestata, raggiungendo il suo massimo con George W. Bush (primo tra i presidenti americani ad essere presente ai funerali di un pontefice). I cattolici si sono rivelati l'ago della bilancia: assieme al loro voto è sterzato a destra l'orientamento della maggioranza degli americani: "As go Catholics, so goes the nation".
«Nel 1960», sottolinea Reason, «l'82 per cento dei cattolici si identificava nei democratici. A metà degli anni Ottanta i democratici cattolici bianchi superavano i repubblicani di 7 punti; a metà degli Novanta, questo gap era scomparso». Alle scorse elezioni presidenziali Bush, un metodista, ha ottenuto il 52% dei voti cattolici, mentre John Kerry (un cattolico...) ne ha ottenuti il 47%, ovvero la peggiore performance di sempre tra i democratici - ad eccezione del triste Walter Mondale, brutalizzato da Ronald Reagan nel 1984. Tra i cattolici praticanti, il gap tra Bush e Kerry nel 2004 è stato addirittura di 13 punti.
L'onnipresente spin doctor Karl Rove, consapevole dell'importanza del voto cattolico, ha costruito per Bush una strategia mirata. Compito semplice: Bush ha incontrato Giovanni Paolo II diverse volte, spesso ha citato sue frasi e non ha avuto alcun problema a fare proprie le posizioni del Papa in materia di "cultura della vita" su temi come aborto, eutanasia e matrimoni. Sino a insignirlo della Medaglia presidenziale della Libertà. (Per saperne di più). Giovanni Paolo II ricambiava, apprezzando pubblicamente l'impegno "pro life" del presidente americano. Facendo così crescere ulteriormente le quotazioni di Bush all'interno dell'elettorato cattolico.
Bush, per ovvie ragioni, riesce a fare proprie le posizioni della Chiesa molto più facilmente di quanto possa fare il suo amico Silvio Berlusconi. Vale la pena, però, di mettere in fila qualche dato. Primo: subito dopo l'ultima uscita del cardinale Camillo Ruini in difesa della «famiglia legittima fondata sul matrimonio», Berlusconi ha detto che non è giusto legiferare sui Pacs, perché «si può andare ad indebolire il concetto di famiglia che è alla base della nostra società, cioè la famiglia naturale». Parole assai simili a quelle del presidente della Cei. Secondo: la divertente (diciamo pure esilarante, ma questo non vuol dire necessariamente scema) uscita di Berlusconi, che di recente ha fatto pubblico voto di castità sino al giorno delle elezioni, concedendo un rigore a porta vuota a chi ha voluto ironizzare su di lui. Terzo: le voci insistenti secondo le quali Rove (che non risulta essersi mosso in prima persona) avrebbe comunque prestato qualche suo stretto collaboratore a Berlusconi, per consigliarlo sulle strategie con cui presentarsi agli elettori italiani. Tre indizi di fila non provano il fatto che Berlusconi stia cercando di copiare da Bush, almeno in parte, la sua strategia vincente nei confronti dei cattolici. Però un dubbio (forte) te lo mettono.

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