martedì, febbraio 27, 2007

Se tutti votano come nel 2006, la Cdl vince le elezioni

di Fausto Carioti

Uno studio planato ieri sul tavolo di Silvio Berlusconi ha restituito il sorriso al Cavaliere. Porta la firma del senatore forzista Lucio Malan, che del leader azzurro è uno dei consulenti più fidati in materia di elezioni e campagne elettorali. Nella simulazione si legge che per far vincere oggi le elezioni alla Casa delle Libertà basterebbe che gli elettori votassero per gli stessi partiti che hanno scelto il 9 e il 10 aprile 2006. Non è un paradosso, ma il risultato di due novità che sono emerse nel frattempo. La prima riguarda il partito dei Pensionati di Carlo Fatuzzo. Un anno fa si presentò al voto nel centrosinistra, da cui poi è uscito per entrare nella Cdl. Seconda novità: all’estero, Forza Italia e “Per Italia nel mondo”, la lista creata da Mirko Tremaglia e An, invece di presentarsi separate dovrebbero proporsi sotto un unico simbolo. Una scelta che è data per certa sin da quando i leader del centrodestra hanno letto i risultati delle circoscrizioni estere e realizzato la portata dell’errore commesso. Il risultato vedrebbe la Cdl in grado di controllare il Senato con un margine di una decina di senatori, e ovviamente forte di un saldo controllo sulla Camera, grazie al premio di maggioranza che assegna alla coalizione vincitrice almeno 340 deputati su 630. La verità, spiega Malan, «è che a noi sarebbero bastati i ventimila voti presi da Fatuzzo in Campania per avere una discreta maggioranza. Viceversa, alla sinistra sarebbero bastati 28mila voti in più in Piemonte per avere un margine confortevole. Questi numeri, indiscutibili perché voti reali del 9 aprile, mostrano che l’attuale sistema elettorale funziona».

Il voto per la Camera dei deputati assegnò all’Unione 24.755 preferenze in più rispetto alla Cdl. Uno scarto pari allo 0,07% dei voti, sufficiente però a garantire alla coalizione di Romano Prodi un vantaggio di 63 deputati. Tra le tredici sigle alleate nell’Unione, all’epoca, c’era il partito dei Pensionati, che conquistò 333.278 voti, ma non riuscì ad incassare nemmeno un seggio. Fatuzzo, però, il 20 novembre ha detto addio all’Unione annunciando l’entrata del suo schieramento nell’orbita di Berlusconi: «Il governo da noi appoggiato non solo non ha mantenuto le promesse, ma ha persino messo le mani nelle tasche dei pensionati. Per questo ritiriamo il nostro appoggio a Prodi. Il centrodestra ha almeno tentato di migliorare la condizione dei pensionati». Dunque, anche se Prodi e il centrosinistra, con qualche incantesimo, riuscissero a rimediare al crollo verticale registrato nella fiducia e nel gradimento degli italiani, per assistere al cambio della guardia a Montecitorio basterebbe che chi ha votato per il partito dei Pensionati confermasse la sua scelta. Si avrebbe così un emiciclo i cui numeri sarebbero opposti a quelli attuali: 340 deputati alla Cdl e 277 all’Unione. Ai quali poi, come prevede la legge, si dovrebbero aggiungere il deputato eletto in Valle d’Aosta e i 12 scelti all’estero, comunque ininfluenti.

Qualcosa di simile accade per il Senato, il cui sistema elettorale è strutturato su base regionale. Ad aprile in Campania la spuntò l’Unione per appena 15.528 voti. Quanto bastava, però, per assegnare 17 poltrone da senatore all’Unione e 13 alla Cdl, dando al centrosinistra la maggioranza anche a palazzo Madama. Fatuzzo e i suoi conquistarono 20.179 voti: fossero stati dall’altra parte, sarebbe finita a ruoli invertiti. Il che vuol dire quattro poltrone da senatore in meno all’Unione e quattro in più al centrodestra, che fa una differenza di otto senatori in favore di Berlusconi: quanti ne bastano per dare alla Cdl un margine più ampio di quello che ha oggi il centrosinistra.

Il resto delle buone notizie arriverebbe dall’estero. E in particolare dalla circoscrizione dell’America settentrionale e centrale. Ad aprile l’Unione riuscì a conquistare il senatore in palio solo perché Forza Italia e la lista di Tremaglia, che insieme l’avrebbero superata di oltre cinquemila voti, fecero il tragico errore di presentarsi separate. Errore che non si ripeterà. Più complessa la situazione nella circoscrizione Asia-Africa-Oceania-Antartide, dove comunque una Cdl al completo prenderebbe più voti dell’Unione. Se questa si presentasse insieme all’Udeur, basterebbe aggregare la Fiamma Tricolore (che già alle elezioni politiche si presentò sotto l’ombrello della Cdl) per avere partita vinta e portare a casa il senatore da eleggere. A conti fatti, la Cdl - esclusi i senatori a vita - arriverebbe a controllare 162 seggi, nove in più dell’Unione. Il margine salirebbe se poi, come ha sempre detto di voler fare, il senatore Luigi Pallaro decidesse anche in quel caso di sostenere la maggioranza, qualunque essa sia. Attacca Malan: «I signori dell’Unione lamentano di avere una maggioranza scarsa a palazzo Madama. Ma al Senato hanno perso di qualche centinaio di migliaia di voti, pur avendo il partito dei Pensionati dalla loro. Hanno una bella faccia tosta a lamentarsi».

© Libero. Pubblicato il 27 febbraio 2007.

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lunedì, febbraio 26, 2007

Ma Prodi deve aspettare Placido Domingo

Difficile trovare aggettivi. Raccontiamo i fatti. Uscendo dal colloquio con il presidente della Repubblica sabato 24 febbraio, Romano Prodi aveva detto: «Mi presenterò alle Camere per il voto di fiducia nei tempi più rapidi possibili». Si parlava di martedì al Senato e mercoledì alla Camera.

Ma la prima delle due votazioni, quella del Senato, si avrà solo giovedì primo marzo. Come mai tutta questa attesa, quando è nell'interesse di Prodi mettere fine il prima possibile alla figura atroce che sta rimediando il suo governo?

Per capirlo occorre andare a pescare dalle agenzie la dichiarazione di una familiare di Rita Levi Montalcini, la quale ha informato il governo e il Paese che la senatrice a vita «è partita con un collaboratore per Dubai dove ha un impegno, rientrerà mercoledì».

Già il fatto che la soluzione di una crisi di governo di uno dei Paesi più avanzati del mondo debba attendere il ritorno di un semplice parlamentare dall'estero ha del ridicolo. Ma non fa che confermare, per l'ennesima volta, che il governo Prodi è un morto che cammina, e che continua a essere dipendente dallo stato di salute (e dall'agenda degli impegni) dei senatori a vita.

Il lato divertente si scopre andando a guardare il programma di "Education without borders 2007", l'"impegno" che trattiene la Montalcini a Dubai e sta tenendo bloccata la crisi di governo italiana. Si scopre che esso dura tre giorni - da domenica 25 a martedì 27 febbraio - e che l'intervento ufficiale della Montalcini (la quale, come visto, tornerà mercoledì) si è già svolto domenica, il primo giorno. Nei giorni seguenti il suo nome non compare più tra i relatori.

Quindi Prodi non deve aspettare solo che la senatrice a vita abbia parlato al prestigioso convegno internazionale (evidentemente ritenuto più importante della soluzione della crisi di governo), ma anche che ella abbia seguito sino all'ultimo minuto l'intero svolgimento del programma. Il pezzo forte di oggi, lunedì, ad esempio, è "Arabian Desert Evening", il concerto di Placido Domingo accompagnato dal soprano Kallen Esperian e dalla Orchesta nazionale sinfonica siriana. Palazzo Madama può attendere.

Prodi, ovviamente, abbozza e tace. Non può permettersi di alzare la cornetta e chiedere alla Levi Montalcini di perdersi il concerto di Placido Domingo. Lui non ha alcun potere su di lei. Ma lei ha nelle sue mani la sopravvivenza politica di lui. E questa è la migliore risposta a chi vuole farci credere che il mercato della vacche di questi giorni abbia rilanciato l'azione politica dell'Unione e reso l'esecutivo più forte.

Update. La conferenza dei capigruppo è riuscita a far fissare la votazione al Senato per mercoledì sera. A senatrice Montalcini appena tornata, ovviamente.

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sabato, febbraio 24, 2007

Dead Prime Minister Walking

di Fausto Carioti

Non è Giorgio Napolitano, tantomeno Massimo D’Alema. Il vero regista del film che in queste ore vede protagonista il governo Prodi è George Romero, quello de “La notte dei morti viventi” e “Il giorno degli zombi”. Politicamente parlando, Romano Prodi è un morto che cammina. E questo lo sa lui, che comunque tira dritto perché ormai non ha più nulla da perdere. Lo sanno i suoi ministri. Lo sanno gli uomini della sua coalizione. Anche il suo governo è morto, e lo hanno persino messo per iscritto: non hanno più la maggioranza per varare i Dico, non hanno i numeri per votarsi da soli la politica estera e non hanno nemmeno l’accordo per approvare il percorso dell’Alta velocità in Val di Susa, che pure appare tra le dodici condizioni “inderogabili” elencate da Prodi nel documento che avrebbe dovuto rilanciare il governo. Pure D’Alema è ridotto a uno zombie. Ha tentato in Senato la prova di forza che lo avrebbe incoronato leader de facto dell’Unione: o siete con me o contro di me, i voti della Cdl non li voglio, serve un verdetto chiaro e senza ambiguità. Ha messo in gioco la sua faccia e il suo prestigio proponendosi nella fossa dei leoni come l’antitesi di Prodi, che del compromesso al ribasso ha fatto il tratto distintivo di questa sua esperienza di governo. Ma sia la sua faccia sia il suo prestigio ne sono usciti a pezzi. E il presidente del consiglio si è guardato bene dall’accettare il “suggerimento” di D’Alema, che aveva invitato pubblicamente tutto il governo ad andarsene a casa trasformando così il fallimento del ministro degli Esteri in un fallimento dell’intero esecutivo. Ora l’astio verso Prodi che filtra dagli ambienti dalemiani è forte e palpabile. Come premio di consolazione, D’Alema-Erode può mettere in cassaforte l’infanticidio del partito democratico: strozzato nella culla. Certo, proveranno a farne uno nuovo, ma i tempi e i modi non saranno quelli che erano in agenda una settimana fa. Non va meglio a Piero Fassino: ha spinto per ottenere un Prodi-bis che lo vedesse tra i ministri, in modo da lasciare la segreteria del partito a qualcun altro (Pier Luigi Bersani, ad esempio) e tirarsi fuori dal pantano in cui lo hanno cacciato Fabio Mussi e gli altri compagni del correntone, intenzionati a fargli la guerra su tutto e pronti alla scissione. Ma anche il segretario ds ha dovuto fare i conti con quello che l’Unità, ieri, denunciava come «l’irrigidimento» del premier. E alla fine ha perso su tutta la linea. La differenza, tra i tre, è che D’Alema e Fassino un partito su cui appoggiarsi e dal quale ripartire, per quanto malconcio, ce l’hanno. Prodi no: ha solo la spalla di Arturo Parisi.

Il presidente del Consiglio adesso conta di presentarsi al più presto in parlamento - prima al Senato, poi alla Camera - per ottenere quei 161 voti necessari a garantire qualche settimana, forse qualche mese di ossigeno in più al suo governo. Oggi si dovrebbe sapere se il presidente della Repubblica gli darà il via libera. Dentro la maggioranza stanno tirando Napolitano per la giacca affinché ceda. Il Quirinale sulla riuscita finale della campagna acquisti del governo ha molte perplessità. Ma proprio per questo, secondo voci maligne, potrebbe essere tentato di spedire Prodi a cercarsi la fiducia. Male che vada, sarà la fine dell’avventura politica del professore bolognese, e di certo nei Ds - il partito di Napolitano - nessuno verserà una lacrima. E il giorno dopo si potrà iniziare a lavorare sul serio alla costruzione di un governo tecnico-istituzionale, guidato da un Franco Marini, un Lamberto Dini o un Giuliano Amato, che offra all’Unione il tempo necessario a costruire una nuova candidatura per le elezioni anticipate (nessuno, manco a sinistra, s’illude più che questa legislatura possa durare cinque anni).

Pescando tra i peones centristi e tra i disperati come Marco Follini, che si sono bruciati tutti i ponti alle spalle, e pagando un prezzo politico adeguato (reso ancora più alto dal fatto che si chiede a tutti costoro di entrare in una barca che affonda), Prodi può persino farcela. Anche se la transumanza - in ambedue le direzioni dell’emiciclo di palazzo Madama - continuerà sino a un minuto prima del voto di fiducia. Ma il mercato delle vacche non può dare a Prodi nulla più che il prolungamento dell’accanimento terapeutico. Non è una soluzione politica (nessun gruppo parlamentare, nessun partito si è spostato da una parte all’altra), ma solo una soluzione numerica, e per di più fatta di numeri piccolissimi, che nella migliore delle ipotesi garantiranno a Prodi un margine risicato come quello che l’ha fatto fibrillare in tutti questi mesi ogni volta che al Senato si votava anche una semplice mozione. Il fatto che tanti esponenti della Casa delle Libertà, al di là dell’indignazione ufficiale, si stiano fregando le mani dinanzi alla prospettiva di assistere al prolungamento dell’agonia dell’esecutivo, la dice lunga. L’idea di vedere il professore bolognese, nonostante la figuraccia rimediata, continuare il suo logoramento e la sua discesa verticale nei sondaggi, è letta da molti dei suoi avversari come l’ennesimo regalo fatto dall’Unione alla Cdl in questi giorni. C’è la convinzione, nel centrodestra, che le elezioni siano comunque a portata di mano, e che per agguantarle basti solo non mostrare di desiderarle troppo.

Intanto il mito dell’«autosufficienza», il non dover dipendere dai voti dell’opposizione in nessun campo, su cui il centrosinistra aveva modellato la sua immagine politica dalla notte del 10 aprile, è distrutto per sempre. Sul Corriere della Sera, ieri, Filippo Andreatta, consulente di Prodi in materia di politica estera, spiegava che in un sistema di «bipolarismo maturo» le ribellioni delle ali più radicali sono cosa normale, alla quale si sopperisce con una «convergenza bipartisan». Tradotto: non c’è nulla di scandaloso se il governo Prodi non ha i numeri per rifinanziare le missioni militari all’estero ed è costretto a ricorrere al sostegno decisivo dell’opposizione. Lo stesso D’Alema ieri, davanti al presidente dell’assemblea generale dell’Onu, ha detto che la crisi di governo non avrà ripercussioni sulle missioni internazionali italiane, ma solo «perché larghissima parte del parlamento le condivide e le sostiene». Si dà dunque per scontato che d’ora in avanti il governo sarà un’anatra zoppa, che potrà camminare solo se, su certi temi, l’opposizione sarà abbastanza “matura” da aiutarla. Bella pretesa, per chi all’indomani del voto rifiutò sdegnato l’offerta di Berlusconi - tutt’altro che disinteressata, va da sé - di realizzare un governo di larghe intese.

Prodi ha preso atto di non poter legiferare nemmeno sulle cosiddette questioni etiche. Nell’elenco delle “dodici condizioni” che ha posto ai partiti dell’Unione non c’è alcuna traccia dei Dico, ovvero del riconoscimento giuridico delle coppie eterosessuali ed omosessuali. Eppure non si trattava di un provvedimento secondario, ma di un disegno di legge del governo che sino a pochi giorni fa era centrale per tutti i partiti dell’ala sinistra dell’Unione. Scomparso, kaputt: è l’ammissione che l’esecutivo non ha i numeri. Certo, ufficialmente nessuno ritirerà la proposta. Ma si può stare sicuri che rimarrà ben chiusa nei cassetti di qualche commissione parlamentare.

Anche sulla realizzazione delle opere per l’alta velocità non esiste alcun accordo. Certo, nel “dodecalogo” prodiano appare la «rapida attuazione del piano infrastrutturale», e in particolare della Tav tra Torino e Lione. Ma attorno a questo punto, che nelle intenzioni di Prodi doveva essere «non negoziabile», ieri è già ricominciato il solito balletto delle ambiguità. Alfonso Pecoraro Scanio, leader verde e ministro dell’Ambiente, ha detto ai responsabili dei comitati contrari alla realizzazione dell’opera che non devono avere nulla da temere, perché il mega-tunnel di 50 chilometri alla fine non si farà. Mercedes Bresso, diessina e presidente della Regione Piemonte, interpreta invece il documento di Prodi come il sospirato via libera alla costruzione dello stesso tunnel. Commenta depresso il radicale Daniele Capezzone, uno dei pochi che a sinistra ha il coraggio di aprire la cartella clinica del governo e leggere a voce alta cosa c’è scritto: «Così si può al massimo galleggiare, ma non si va da nessuna parte. Si rischia di cadere molto presto».

© Libero. Pubblicato il 24 febbraio 2007.

Letture consigliate sullo stesso argomento:
Soluzione di mezzo, (qui la seconda parte) di Giovanni Orsina, sul Mattino
Prime Minister Prodi's Fall: Politics as Usual in Italy di Mario Sechi, su Pajamas Media

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venerdì, febbraio 23, 2007

In difesa di Rossi e Turigliatto. E contro Bertinotti

di Fausto Carioti

Certo, difendere su Libero i senatori Fernando Rossi e Franco Turigliatto, i quali con la loro astensione hanno contribuito a mandare in crisi il governo Prodi, rischia di passare per carità pelosa. Però va fatto, per ragioni di decenza e perché nessuno si è degnato di spendere una parola per loro, nemmeno il Manifesto, che pure certe motivazioni avrebbe dovuto capirle benissimo. Mentre Rai Tre, Liberazione e l’Unità allestiscono processi in piazza ai due parlamentari pacifisti (con il quotidiano di Antonio Padellaro che sobriamente invita al linciaggio politico titolando: «Hanno tradito 19 milioni di elettori»). E poi perché nessuno ha alzato un sopracciglio sul duro match di wrestling che Fausto Bertinotti e gli altri esponenti di Rifondazione hanno ingaggiato contro la propria coerenza, uscendone vincitori e lasciando l’avversario tramortito. In queste ore i rifondaroli cachemire e caviale stanno gettando ami un po’ ovunque per allargare la maggioranza a esponenti dell’Udc e di altri partiti di centro. Stanno cercando di scendere a patti col diavolo, impersonificato dal senatore a vita e uomo dei “poteri forti” Sergio Pininfarina, mai corteggiato dai compagni come oggi, nonostante lo sgarbo che gli ha fatto in aula mercoledì. Dulcis in fundo, per domenica i rifondaroli stanno organizzando una manifestazione di piazza in difesa del governo Prodi, imitati dai Verdi e dai Comunisti italiani. Sarà divertentissimo vederli sfilare contro il vile pacifismo e in favore della valorosa missione militare in Afghanistan. Ma nessun imbarazzo è troppo grande se si tratta di lasciare al suo posto il presidente della Camera e gli altri esponenti del Politburo prodiano. Poltrona rossa trionferà.

«Contro la guerra, senza se e senza ma». Qualcuno ricorda? Era sulle bocche di tutti, sugli striscioni, sulle bandiere della pace, sui manifesti elettorali, scritto sui muri. Ora è scomparso. Era servito per rastrellare i voti degli elettori più ingenui e degli antiamericani con la bava alla bocca. Fatta la grazia, gabbato lo santo: il giorno dopo il voto si torna a fare realpolitik, guidati da quel fine stratega di Massimo D’Alema. Così la politica estera della sinistra si è imbottita di «se» e di «ma». È vero, ha detto mercoledì il ministro in Senato, mandiamo i nostri soldati in Afghanistan, «ma la missione è innanzitutto politica e civile». Li ritireremo? «Se» e quando ci saranno le condizioni politiche per farlo. Siamo con i pacifisti e con il multilateralismo dell’Onu, «ma» in questo momento non possiamo dire no agli Stati Uniti e al loro unilateralismo. Così a sinistra fingono di essersi scordati il ritornello con il quale si sono riempiti la bocca per mesi.

La sola colpa di Rossi e Turigliatto è essere stati fedeli a ciò che andavano a dire in piazza agli elettori. Avevano promesso che non avrebbero mai votato in favore delle missioni di guerra. Hanno mantenuto l’impegno. Certo, per Prodi e Bertinotti il «dissenziente» perfetto è il senatore Fosco Giannini, di Rifondazione Comunista. Il quale prima ha detto in aula che il governo italiano «è complice dello sciagurato progetto Usa di guerra infinita e permanente». In diretta televisiva ha spiegato che «questo governo che dovrei sostenere non riesce a liberarsi dalla subordinazione agli Usa, alla Nato, all’Unione Europea, al nefasto Patto di stabilità, al Vaticano, alla Confindustria e ai poteri economici forti italiani». Per poi tirare le somme e concludere: «Voterò ancora a favore di questo governo, che quasi nulla ha di alternativa sociale e politica». Il lettore è libero di decidere chi, tra Turigliatto, il quale ieri è stato espulso da Rifondazione, e Giannini, che in casa Bertinotti oggi è una specie di eroe, abbia tradito i suoi elettori.

Intanto lo stato maggiore del Prc sta cercando - sinora con scarsi risultati - di allestire una campagna acquisti che manco il Luciano Moggi dei tempi d’oro. Gennaro Migliore, capogruppo rifondarolo alla Camera e uomo di fiducia di Bertinotti, ieri ha chiesto un «rafforzamento» della maggioranza, «anche con alcune aggiunte eventuali sulla base del nostro programma, perché questo è stato il mandato degli elettori. Tutti i voti aggiuntivi che possano dare stabilità saranno un servizio al Paese». Tradotto: caro Marco Follini, cari senatori del movimento per le Autonomie, anche se siete stati eletti con il centrodestra e la pensate agli antipodi rispetto a noi in nove casi su dieci, siamo pronti a farvi i ponti d’oro affinché ci diate una mano a uscire dal fango e a mantenere Bertinotti su quella sedia alla quale tiene tanto. Notare che «il mandato degli elettori» è vincolante solo per i loro parlamentari, ma vale come la carta igienica per gli eletti nelle liste della Cdl, i quali possono, anzi debbono tradirlo e fare il salto della quaglia. Per il bene del Paese, s’intende.

Anche la pretesa di obbligare i parlamentari a votare come indicato dal loro partito suona un po’ ridicola in bocca ai compagni di Bertinotti. In quella costituzione alla quale tengono tanto non c’è scritto niente di simile. Anzi, a essere pignoli vi si legge esattamente il contrario: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Ma le vestali della sacra Carta, pronte a strepitare ogni volta che Berlusconi propone di modificarla, stavolta o stanno zitte o si uniscono al coro dei picchiatori. E dire che i motivi che hanno portato i due senatori a votare contro la relazione di D’Alema stavano già scritti sui manifesti elettorali dei loro partiti. Dov’è il tradimento? Del resto, se il partito decidesse per tutti, basterebbe fare un Parlamento composto dai soli leader: il voto di Piero Fassino e quello di Francesco Rutelli valgono cinque, quello di Silvio Berlusconi sei, Gianfranco Fini quattro. Chi mette assieme più punti vince. È questo il loro concetto di democrazia parlamentare? Se sì, lo dicano, così risparmiamo un sacco di soldi in stipendi di senatori, deputati e portaborse e facciamo lavorare le Camere in modo molto più spedito.

L’errore a sinistra c’è stato, ma non porta la firma di Turigliatto e Rossi. Lo hanno commesso Romano Prodi, Fassino e gli altri leader del centrosinistra, quando hanno firmato insieme un programma inutile di 281 pagine, ben sapendo che in realtà erano divisi su ogni cosa: questo sì, un tradimento della buona fede degli elettori. Tutti a casa, allora. Come ha detto D’Alema. Senza se e senza ma.

© Libero. Pubblicato il 23 febbraio 2007.

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giovedì, febbraio 22, 2007

La fine di Prodi e la scelta di Berlusconi

Primo punto fermo: il governo Prodi è morto.

Secondo punto fermo: anche Romano Prodi politicamente è morto. Certo, farà finta di essere ancora vivo, proverà a mettere in piedi un Prodi-bis, ma la sua sorte nel breve-medio periodo (più breve che medio) è segnata.

Terzo punto fermo: il presidente della Repubblica farà di tutto per evitare che le elezioni politiche si tengano a primavera, ed è pronto a tirare fuori dal cilindro ogni coniglio a sua disposizione, compreso l’incarico di formare un governo tecnico – istituzionale – parlamentare - di decantazione (l’aggettivazione potrebbe continuare a lungo) a un Franco Marini o a un Lamberto Dini, per dare alla sinistra il tempo di riprendere fiato e preparare una candidatura che abbia qualche chance di spuntarla contro Silvio Berlusconi. Vedi alla voce Walter Veltroni, ammesso che il sindaco di Roma abbia voglia di correre adesso un simile rischio invece di aspettare il giro successivo. Ovviamente, c’è la scusa alta e nobile a portata di mano: la necessità di cambiare la legge elettorale e magari di riformare il sistema previdenziale (qualche altro provvedimento da aggiungere alla lista “per migliorare la competitività del sistema-paese” e altre robe simili si trova sempre).

Quarto e ultimo punto fermo: i sondaggi oggi danno la Cdl in clamoroso vantaggio sull’Unione, e dopo la figura atroce rimediata al Senato è probabile che il divario sia cresciuto ulteriormente. La coalizione guidata da Berlusconi la spunterebbe sul centrosinistra anche senza l’Udc.

Fissati questi paletti, cosa può succedere? La cosa probabile è che Prodi provi a ottenere un reincarico e a tirare avanti per qualche tempo, dopo aver fatto il maquillage alla compagine dei suoi ministri. Anche se ci riuscirà, durerà poco. Un Prodi-bis sarebbe inevitabilmente molto più debole del governo che l’ha preceduto, già debolissimo.

Presto, quindi, anche se ottiene il reincarico, ci sarà il problema di cosa fare una volta seppellito Prodi. Spazio per tenere in vita la coalizione di centrosinistra con un premier diverso da Prodi non sembra esserci. L’unico che, per la considerazione di cui gode, avrebbe le spalle per assumersi l’incarico e (forse) riuscire ad evitare i veti incrociati dei moderati e della sinistra estremista è lo stesso D’Alema. Che però è stato il primo a cadere del governo Prodi, l’uomo che volontariamente («tutti a casa») ha trascinato con sé il premier e gli altri ministri. Sarebbe stravagante che dalle ceneri di Prodi spuntasse proprio lui.

Nuova maggioranza, dunque. Con chi? Tolti dal conto i “dissenzienti” di estrema sinistra, ormai ritenuti inaffidabili (scusate, ma qui la parola "dissidenti" la si riserva per gente tipo Aleksandr Solženicyn), e posto che i partiti della sinistra estrema non hanno intenzione di allargare la coalizione all’Udc (chi glielo spiega agli elettori di Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio che la maggioranza si sposta al centro?), considerato che l’Udc da sola non ha i numeri per rimpiazzare questi partiti e assodato che all’Udc proprio non converrebbe (chi glielo spiega agli elettori di Casini che i loro voti servono a mantenere in piedi un governo di centrosinistra?), a meno di nuove alchimie al momento improbabili (come nuove alleanze o scissioni tra partiti), la soluzione non potrà essere il semplice aggancio dell’Udc all’Unione. Quanto all'adescamento di qualche senatore "border line", come Marco Follini o quelli del Movimento per le autonomie, che consentirebbe di compensare lo sganciamento dei dissenzienti senza snaturare troppo la coalizione, è nulla più di un wishful thinking. Sia perché il malessere è assai più profondo di un paio di numeri che mancano all'appello, sia perché nessuno è così scemo da salire sulla barca che affonda. In altre parole, qualunque ipotesi di cambio di alleanze deve passare da Forza Italia. Cioè da Berlusconi. Che presto diventerà la vera incognita decisiva della partita.

Il Cavaliere sinora non ha chiesto il ricorso alle urne, ma le semplici dimissioni di Prodi. Il che, di per sé, non vuol dire nulla, se non che Berlusconi sta bene attento a non pestare i piedi al Quirinale e intende rispettare tutte le prerogative del presidente della Repubblica. Scelta saggia. Sulla carta, come detto, a Berlusconi converrebbe andare al voto. Due cose potrebbero spingerlo però ad appoggiare un governicchio tecnico come quello che prima o poi, con ogni probabilità, gli prospetterà Napolitano. Innanzitutto il ricordo del governo Dini, sul quale lui non volle mettere il cappello, e la scelta gli si ritorse dolorosamente contro. E poi il peso che su di lui hanno certi consiglieri, primo tra tutti Gianni Letta, che preferiscono soluzioni felpate, concordate con le istituzioni e i cosiddetti poteri forti (che premono per un governo tecnico) a scelte drastiche. (A proposito di poteri forti: si prega di notare che, due giorni dopo la concessione della mobilità lunga alla Fiat, il senatore a vita Sergio Pininfarina si è presentato in aula per staccare la spina al governo Prodi. Al quale, evidentemente, certi ambienti non avevano più nulla da chiedere).

L’impressione è che presto Berlusconi sarà chiamato a scegliere: appoggio a un esecutivo di larghe intese o ricorso al voto. Qui, per quello che conta, si spera che punti dritto a ottenere le elezioni per capitalizzare al più presto il suo attuale patrimonio di consensi. Un’occasione simile potrebbe non presentarsi più. Tra un anno non è assolutamente detto che la situazione possa essere per lui altrettanto vantaggiosa. Soprattutto se lo avrà trascorso alleato con margheritini, udierrini e diessini: certe alleanze imbarazzanti (da una parte come dall’altra) riescono a massacrare un forte consenso nel giro di brevissimo tempo. E mentre a sinistra non hanno nulla da perdere (peggio di come stanno adesso non possono ridursi), Berlusconi rischierebbe di uscirne ridimensionato di brutto. Quanto alla riforma delle legge elettorale, non si vede per quale motivo Berlusconi dovrebbe desiderarla, dal momento che la legge attuale oggi, sondaggi alla mano, gli darebbe una maggioranza forte e robusta in ambedue le Camere.

Certo, c’è il problema - molto più importante di quanto si possa credere - della pensione dei parlamentari: quelli di prima nomina ci rimetterebbero da uno scioglimento così rapido della legislatura (il riscatto dei contributi per l’intera legislatura è fattibile solo passata la metà di essa, cioè dopo due anni e mezzo dal suo inizio). Ma è un problema di facile soluzione: basta che Berlusconi e gli altri leader della Cdl assicurino pubblicamente ai parlamentari dei loro gruppi che saranno tutti ricandidati, in cima alle liste. E siccome nessuno sano di mente pensa che da una nuova elezione in tempi ravvicinati la Cdl possa prendere meno parlamentari di quelli che ha adesso, il gioco diventerebbe conveniente anche per deputati e senatori al loro primo incarico.

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mercoledì, febbraio 21, 2007

Una telefonata dall'Italistan

di Fausto Carioti

Benvenuti in Italistan. Qui le leggi dei Paesi islamici non si discutono: si applicano. Come ha appena fatto la sezione Immigrazione del tribunale di Milano. Siccome in Pakistan è permesso sposarsi per telefono, e siccome l’Italistan riconosce il diritto al ricongiungimento familiare degli immigrati, si è scoperto che basta che un pakistano col permesso di soggiorno entri in un phone center di Lorenteggio assieme a un paio di testimoni, acquisti una scheda telefonica da dieci euro e telefoni alla sua “fidanzata” a Islamabad: pronunciate le formule di rito, il matrimonio è fatto. A questo punto lei può salire sull’aereo, destinazione Malpensa, e stabilirsi in Italistan. Proprio come successo alla giovane coppia pakistana “ricongiunta” dal tribunale milanese.

Anche se poi «ricongiungimento» rischia di essere una parola grossa. Nella grande maggioranza dei casi simili matrimoni sono combinati dalle famiglie, come è prassi in quasi tutti i Paesi islamici. Niente di strano, insomma, se i due si guardano in faccia per la prima volta solo dopo essersi sposati. Tanto, se a lui la sposa non piace, può sempre divorziare. Per un marito pakistano non è cosa difficile, visto che la religione sunnita gli consente di lasciare la moglie ripetendo tre volte la parola «talaq» (divorzio). A quel punto, se si sente solo non ha che da tornare nel phone center e importare una nuova sposa.

Nei Paesi del Nord Europa il ricongiungimento si è già rivelato il migliore alleato dell’islamizzazione. Un sociologo danese, Eyvind Vesselbo, ha seguito le vicende di un gruppo di 145 operai turchi stabilitosi in Danimarca tra il 1969 e il 1970. Come racconta il giornalista americano Bruce Bawer, «nell’anno 2000, quando lo studio di Vesselbo terminò, il ricongiungimento degli sposi e di altri membri della famiglia, combinato con un alto tasso di fertilità, aveva trasformato questo gruppo di 145 in una comunità di 2.813. Tutti coloro che si erano sposati lo avevano fatto con donne turche che avevano portato in Danimarca». Niente di strano se i danesi si avviano ad essere minoranza nel loro stesso Paese entro sessant’anni.

Che il ricongiungimento sia un pretesto per entrare in Europa è cosa evidente. La consuetudine, nei Paesi musulmani, è che la moglie si trasferisca dal marito, ovunque egli si trovi. Ma tra gli islamici europei questa usanza è stata rimpiazzata: è sempre il coniuge che vive nel Paese d’origine, marito o moglie che sia, a ricongiungersi con quello che si trova in Europa. La pratica ha anche effetti negativi sulla “qualità” dell’immigrazione: molto spesso gli immigrati maschi vogliono sposare una ragazza del loro Paese d’origine, educata nel modo più tradizionale, per evitare il matrimonio con una connazionale che vive in Europa ed è già stata “corrotta” dall’Occidente.

In Italia nel 2005, grazie ai ricongiungimenti, sono entrati 89.931 immigrati: più di quanti se ne siano presentati per lavorare (79.764). Se a questi ingressi si combina l’effetto del trend demografico, si capisce che Eurabia non è poi così lontana. Ogni italiana mette al mondo, in media, 1,28 figli. Le donne immigrate ne fanno oltre il doppio: 2,61 figli a testa. Un immigrato su tre è musulmano, e gli islamici sono maggioranza assoluta tra gli immigrati in Valle d’Aosta e superano il 40% in Emilia Romagna, Puglia e Sicilia. E mentre nei Paesi islamici il tasso di fertilità è alto (ogni pakistana fa quattro figli), nell’Europa orientale, da cui proviene una parte importante della popolazione immigrata, le culle sono vuote come in Italia. Le nuove imposte introdotte con la Finanziaria dal governo Prodi, che penalizzano i genitori con più figli (grazie, ministro per la Famiglia Rosy Bindi) di certo non migliorano la situazione. Torna alla mente la profezia del leader libico Muhammar Gheddafi: «Vi sono segni che preannunciano la vittoria di Allah sull’Europa senza il ricorso a spade e fucili. Abbiamo cinquanta milioni di musulmani in Europa e la trasformeremo in un continente musulmano in pochi decenni».

© Libero. Pubblicato il 21 febbraio 2007.

Sullo stesso argomento, da leggere sui quotidiani di oggi:
Matrimoni misti? La sharia è già da noi, di Magdi Allam
"Io, musulmana e femminista costretta a fuggire dall'Europa" - intervista ad Ayaan Hirsi Ali

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A casa, a casa

Diciamolo: non ci credeva nessuno. Nessuno pensava che si sarebbero rivelati così inetti. Raccolgono quello che hanno seminato. Hanno seminato odio antiamericano a piene mani, ora ne raccolgono i frutti. E Massimo D'Alema si conferma il grande sopravvalutato della politica italiana. Adesso, tutti a casa.

Agenzia Ansa del 20 febbraio:
(ANSA) -IBIZA, 20 FEB- D'Alema ritiene che domani la maggioranza sara' compatta in Senato sulla politica estera, ma afferma che altrimenti il governo cadra'.
'E' un principio costituzionale,' ha risposto a chi gli chiedeva se il governo 'andra' a casa' qualora non uscisse una maggioranza autonoma . Ma ha anche detto: 'Non sono preoccupato, credo che l'odg lo voteranno tutti'. Quanto al caso Vicenza, ha detto: 'E stato posto agli Usa il problema dell'impatto ambientale della base. Per ora non vi sono trattative'.
Massimo D'Alema, ministro degli Esteri, oggi, 21 febbraio, nella sua replica in aula, poco prima del voto:
Chi condivide la politica estera del Governo la voti, chi non la condivide voti contro anziché dire che la sostiene dicendo che è un'altra da quella che è. È il momento dell'assunzione delle responsabilità ed è per noi fondamentale misurare il consenso vero di quest'Aula, condizione preziosa per andare avanti nel nostro lavoro.
Agenzia Asca del 21 febbraio:
(Asca) - Roma, 21 feb - Il Senato ha respinto la mozione di appoggio alla politica estera del governo presentata dalla maggioranza. I votanti sono stati 318 con un quorum necessario di 160 voti. La mozione e' stata votata da 158 senatori, contrari 136, 24 gli astenuti. Il governo quindi e' stato battuto per due voti.

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Pacifisti in svendita

Aula del Senato. Dibattito odierno sulla politica estera italiana. Parla Fosco Giannini, pacifista, uno dei "dissidenti" di Rifondazione Comunista. Dice:
Chi ricorda il motivo per cui fu attaccato l'Afghanistan? Dopo le Torri gemelle si doveva catturare Bin Laden, non dichiarare guerra all'Afghanistan. Ebbene, mi chiedo: perché per catturare un uomo occorre strutturare una guerra di così una lunga durata (sino al 2011, ministro Parisi?), perché si deve distruggere un intero Paese, affamare un popolo, perché si devono ammazzare oltre 200.000 afghani, di cui l'80 per cento civili? E mi chiedo ancora: i Governi italiani sono oggettivamente complici di questo genocidio?

È del tutto evidente che i giganteschi B-52, che per la loro grandezza oscurano i piccoli villaggi dei pastori afghani, prima di seminare la distruzione e la morte non sono in Afghanistan per cercare Bin Laden. Sono lì per garantire la penetrazione americana in quella Regione. Sono lì per il controllo delle vie del petrolio. Sono lì per estendere la presenza della NATO e la presenza militare americana nel cuore dell'Asia, ai confini del Pakistan e dell'Iran, soprattutto ai confini della Cina, avversaria strategica e storica degli USA.

È la guerra «infinita e permanente» che si estende e prende corpo! Mi chiedo: il Governo italiano non è complice - restando militarmente in Afghanistan - di questo sciagurato progetto USA di guerra «infinita e permanente»? Non aiuterebbe invece con una uscita strategica dall'Afghanistan la distensione internazionale, lo stesso partito democratico americano, lo stesso movimento per la pace americano?

Avverto da tempo che questo Governo che dovrei sostenere non riesce a liberarsi dalla subordinazione agli USA, alla NATO, all'Unione Europea, al nefasto Patto di stabilità, al Vaticano, alla Confindustria e ai poteri economici forti italiani.

Da 15 anni il capitalismo italiano registra i più alti picchi di profitto della storia della Repubblica. Da altrettanti anni sono bloccati i salari, gli stipendi dei lavoratori e le pensioni. Anche con il governo Prodi non si riesce a ridurre la miserie di massa e il disagio sociale. E mentre si innalzano a dismisura le spese militari si mettono i ticket sul pronto soccorso.
Ecco, da uno che ha detto cose così, il minimo che ti aspetti è, se non l'astensione, che al Senato vale come un voto negativo, almeno l'uscita dall'aula. E invece no. Prosegue Giannini:
Sono un dissidente e dovrei votare contro il governo Prodi. Tuttavia da tutta la mia vita è dalla destra che soprattutto dissento tenacemente e non posso regalare il Governo a questa destra italiana, pericolosa e dal carattere eversivo, antioperaia e antidemocratica. È una scelta, questa mia, sofferta, difficile. Voterò ancora a favore di questo Governo che quasi nulla ha di alternativa sociale e politica.

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martedì, febbraio 20, 2007

Storia di "cazzoni" e di "bugiardi"

di Fausto Carioti

Sono «cazzoni» e «bugiardi». Per amor di precisione: il «cazzone» è il ministro della Difesa, Arturo Parisi. Il «bugiardo» è Piero Fassino, segretario dei Ds. Il giudizio merita di essere meditato. È un po’ tranchant, certo, ma tutt’altro che superficiale o scontato, visto che viene da Franca Rame, ascoltata senatrice dell’Italia dei Valori, leader della protesta di Vicenza contro l’allargamento delle base Nato. La quale, essendo una che la fiducia a Parisi l’ha votata e trovandosi di casa tra comunisti, post comunisti e compagnia, si presume che li conosca bene.

L’ennesima conferma della concordia che ispira la coalizione prodiana viene da un filmino registrato da un ignoto volenteroso e poi passato a Studio Aperto, il tg di Italia 1, che ovviamente l’ha subito spedito in onda. Mostra la senatrice, assieme al marito Dario Fo, in una casa accanto ad alcuni amici, impegnati a guardare l’edizione del Tg3 trasmessa sabato 17 alle ore 19, dedicata in gran parte alla manifestazione di Vicenza. Sul televisore sfilano le facce dei leader del centrosinistra. Spunta quella del ministro della Difesa e la mano della Rame corre alla fondina. «Eccolo qui, il cazzone. Ha la dentiera nuova», è il commento della moglie di Fo, la quale all’apparire di Parisi ha assunto un’espressione tra il deluso e lo schifato. Il disgusto nel salotto aumenta quando il Tg3 passa la parola a Fassino: «Che bugiardi, bugiardiiii» sbotta lei, mentre il premio Nobel commenta ironico la performance del segretario diessino: «Ma bravo, bravo…».

Per capire meglio il tutto, bisogna procurarsi la registrazione di quell’edizione del Tg3. Si apprende così che il ministro si è preso del «cazzone» proprio mentre nel suo ufficio, con aria convinta e serissima, si accingeva a spiegare che «il governo ha fatto delle scelte che portano a sintesi la valutazione degli interessi del Paese e le preoccupazioni per quello che comporta per la comunità locale, guidato da un solo criterio: l’interesse del Paese». Vista la scorrevolezza della prosa e la chiarezza del ragionamento, il rischio è che qualche milione di telespettatori si sia trovato a pensare del braccio destro di Prodi cose non molto diverse da quelle dette dalla Rame.

Quanto al segretario dei Ds, si è beccato del «bugiardo» proprio mentre spiegava ai telespettatori che «non questo governo, ma il governo precedente ha preso degli impegni per l’insediamento della base a Vicenza, e noi onoriamo l’impegno già precedentemente assunto». Insomma, ufficialmente la senatrice non lo ammetterà mai, ma la pensa tale e quale agli esponenti del centrodestra, i quali da settimane assicurano che non c’è mai stato alcun impegno ufficiale del governo Berlusconi per l’ampliamento di Camp Ederle, e accusano l’Unione di esserselo inventato per non perdere del tutto la faccia dinanzi agli elettori di centrosinistra, già comprensibilmente depressi da questi primi nove mesi di governo.

Registrato il tutto, resta da capire cosa faranno adesso i protagonisti di questa nuova scenetta di Casa Prodi. Su Parisi e Fassino, fare previsioni è facile. Faranno finta di nulla, incasseranno gli insulti della Rame senza battere ciglio e senza sollevare alcuna questione politica. Parisi ha ingoiato un’umiliazione ben più pesante pochi giorni fa, quando in Senato la mozione che approvava la sua relazione sulla base americana di Vicenza è stata approvata grazie ai voti della Cdl, mentre il centrosinistra, cioè la “sua” maggioranza, ha votato contro. Un ministro serio di un governo serio si sarebbe dimesso prima ancora di uscire dall’aula, ma è evidente che non è questo il caso. Quanto a Fassino, è troppo impegnato a tenere insieme i cocci dei Ds per preoccuparsi dei problemi del governo.

Il discorso potrebbe essere diverso per la Rame. Domani a palazzo Madama si vota la relazione del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, e tra un mese tocca al rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan. Saranno due ottime occasioni per capire se le cose che pensa davvero, quelle che una videocamera malandrina le ha carpito sabato sera, la senatrice ha il coraggio di sostenerle in aula oppure no. Se anche lei farà finta di nulla, e voterà a favore della politica estera del governo, Parisi e Fassino non saranno gli unici «cazzoni» e «bugiardi» di questa storia.

© Libero. Pubblicato il 20 febbraio 2007. Questa è la versione "uncut". In quella pubblicata su Libero al posto della "o" di "cazzone" appaiono, pudicamente, tre puntini.

Update 1. Qui il video del servizio di Studio Aperto.

Update 2. Qui la lettera di Franca Rame pubblicata oggi sul Manifesto. In cui la senatrice si scusa per l'insulto, se la prende con i giornalisti che hanno girato il video e inveisce un po' contro Berlusconi (trattasi di rituale ormai consolidato: non c'è riconciliazione a sinistra che non passi attraverso venti schiaffi al Cavaliere. E' l'unica cosa che riesce a metterli d'accordo). Ma ribadisce tutto il senso politico delle sue accuse.

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lunedì, febbraio 19, 2007

Fiat, business as usual

Duemila lavoratori Fiat in mobilità lunga. Grazie al governo dell'Unione. Mentre i sindacati abbozzano. Mica perché qui siamo dei geni, ma solo perché questi sono tutti così prevedibili, lo si era messo in conto già da molto tempo. Chi vuole capire qualcosa di più su quello che è successo, e come si è arrivati a usare i soldi dei contribuenti per aumentare i dividendi degli azionisti Fiat, può leggersi i seguenti post:

Fiat e sindacati hanno trovato la soluzione: paghiamo noi (24/11/2005)
Un buon motivo per cui Fiat e Confindustria appoggiano Prodi (7/4/2006)
Finanziaria 2007: piccole coincidenze tra amici (5/10/2006)

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L'impegno del governo Prodi per aumentare la denatalità

Tra i tanti problemi che ha l'Italia, uno, in prospettiva, appare più grave degli altri: l'allarme demografico. Le donne italiane hanno smesso di fare figli. I numeri sono noti: ognuna di loro, in media, fa 1,28 figli. Per mantenere stabile la popolazione italiana, ogni donna dovrebbe averne 2,1. Ai valori attuali, tempo che una generazione si sostituisca all’altra, al posto di venti individui adulti (dieci donne con i relativi partner) ne resteranno sì e no tredici. I motivi sono tanti, ma quello economico ha senza dubbio il suo peso: i figli costano. Siccome un Paese cresce e prospera solo se fa figli (scoccia ricordarlo, ma tra cent'anni saremo tutti morti, e se non lasciamo nessuno al nostro posto è morto anche questo Paese), dovrebbe interesse del governo fare il possibile perché ciò non accada. Dovrebbe.

Diceva il programma di governo dell'Unione a pagina 174:
«Puntiamo a innovare l’intervento pubblico in modo che le risorse messe a disposizione dal governo centrale (...) realizzino la massima efficacia possibile nel sostenere i redditi personali e familiari».
E a pagina 177:
«Proponiamo l'unificazione degli attuali strumenti monetari di sostegno alle famiglie – assegni al nucleo familiare e deduzioni Irpef per figli a carico – in una dote di reddito per il bambino che prende il nome di “Assegno per il sostegno delle responsabilità familiari” e fornisce, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori, una integrazione di reddito più consistente dell’attuale e crescente in funzione della numerosità del nucleo familiare».
Ancora adesso, Rosy Bindi, sedicente ministro alle Politiche per la Famiglia, va in giro a dire:
«Con questa manovra non solo è aumentato l'importo degli assegni familiari, ma si è estesa tale prestazione a chi prima non ne beneficiava, per età dei figli a carico - nelle famiglie numerose - o per reddito».
La verità la riporta oggi il Sole 24 Ore. Non solo il combinato disposto dei nuovi meccanismi e delle addizionali Irpef fa pagare più tasse a tutte le famiglie. Ma, quel che è peggio, maggiore è il numero dei figli, più forte è la stangata.
«L’effetto combinato dei nuovi meccanismi di calcolo dell’imposta, che con l’ultima Finanziaria hanno sostituito le deduzioni per carichi familiari con le detrazioni, e delle scelte locali è mostrato nella tabella qui sotto, che mette a confronto il prelievo locale 2007 (l’acconto verrà pagato a marzo, il saldo nel 2008) con quello dell’anno scorso in tutti i capoluoghi di Provincia.

Da questa foresta di numeri si possono trarre alcune regole generali. La prima: i rincari riguardano tutti i contribuenti, ma crescono per le famiglie numerose. Con coniuge e un figlio a carico, infatti, il rincaro medio rispetto all’anno scorso oscilla tra i 106 euro (per chi ha un reddito di 20mila euro) e i 124 (40mila euro di reddito), ma se i figli a carico diventano tre l’aumento spicca il volo e sfiora i 190 euro. (...)

Il compito di correggere le storture legate all’abbandono delle deduzioni nel nuovo disegno fiscale varato con la Finanziaria è stato affidato agli assegni familiari, ma se si abbraccia nel calcolo anche questa variabile (ovviamente insieme all’Irpef nazionale e alle detrazioni) si nota che l’impresa non è riuscita».
La tabella e l'articolo del Sole 24 Ore si possono leggere qui. Con tante grazie a chi ci governa.

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domenica, febbraio 18, 2007

Ratzinger smaschera le ambiguità di Prodi

di Fausto Carioti

Da ieri, la scelta per i cattolici italiani è chiara. O stanno con Romano Prodi, presidente del consiglio e sedicente «cattolico adulto», o stanno con Joseph Ratzinger, capo della Chiesa di Roma. Tertium non datur, non esiste una terza possibilità. In materia di famiglia, argomento centrale per ogni cristiano, specie se impegnato in politica, Prodi e Ratzinger dicono ormai cose opposte. Nel giro di poche ore, si è assistito a un botta e risposta tra i due che rende ridicolo ogni ulteriore tentativo dei cattolici di sinistra di far credere che le loro posizioni rientrino all’interno del vasto recinto nel quale la Chiesa fa pascolare i suoi fedeli. Le ultime, sempre più complicate argomentazioni con cui lo stesso Prodi, Rosy Bindi e l’elite intellettuale dei cosiddetti cattolici democratici hanno cercato di convincerci che i credenti possono stare sia con loro che con il Vaticano, sono state demolite da Ratzinger. Con poche e precise parole. «La famiglia», ha detto Benedetto XVI, «mostra segni di cedimento sotto la pressione di lobby che hanno la capacità di incidere sui processi legislativi. La famiglia merita la nostra attenzione prioritaria: essa può nascere solo dal matrimonio, che è l’unione stabile e fedele tra un uomo e una donna». Poco prima, parlando alla radio, Prodi aveva sostenuto l’esatto contrario, e cioè che nel suo disegno di legge per il riconoscimento giuridico e assistenziale delle coppie conviventi «non c’è una virgola che possa mettere a rischio l’istituto familiare». Anche se le parole del Papa non volevano essere una risposta diretta a quelle del presidente del Consiglio, di fatto lo sono state. E ora il contrasto tra i due è sotto gli occhi di tutti, clamoroso e lampante.

La scenetta andava avanti da settimane. I vescovi italiani continuavano a lanciare le loro accuse, esplicite sin dall’inizio, ma ogni volta in modo più diretto e circostanziato. E ogni volta dal mondo cattolico di sinistra spuntavano fuori professori universitari, intellettuali e parlamentari impegnati in complesse spiegazioni, il cui succo era che il Vaticano non può avercela davvero con loro e con la proposta di legge sui Dico, perché da essa non ha niente da temere. Come fatto ieri da Prodi, cercano di ridurre il confronto con le gerarchie ecclesiastiche a una spiegazione dettagliata della legge, per diffondere l’impressione che quello della Chiesa sia un giudizio istintivo, infondato dal punto di vista tecnico. Comprensibile: Prodi e i tanti esponenti della Margherita coinvolti, a partire dalla Bindi, ministro per la Famiglia, debbono rassicurare gli elettori cattolici che il loro voto non è stato tradito per mantenere in piedi la traballante alleanza con comunisti, postcomunisti e radicali. Ma il problema con la Chiesa, come ovviamente sanno benissimo Prodi, la Bindi e gli altri, non è tecnico.

Lo stesso tentativo di concentrare il dibattito pubblico sul riconoscimento, per quanto in forma “soft”, delle unioni omosessuali, conferma che i cattolici di sinistra hanno scelto di ignorare il punto vero dell’attacco mosso dalla Chiesa, che riguarda la tenuta della famiglia. Certo, la “questione gay” è importante e nel giudizio dei vescovi pesa, ma non meno dell’altro grande timore del Vaticano. E cioè che i Dico offrano alle coppie eterosessuali la possibilità di legarsi tramite un vincolo assai più debole del matrimonio, come tale molto più facile a rompersi appena qualcosa inizia a girare per il verso sbagliato. Col risultato di rendere le coppie ancora meno stabili di quelle attuali, la comparsa dei figli un evento ancora più raro e il rischio che questi crescano senza avere accanto ambedue i genitori una eventualità sempre più frequente. Il governo avrebbe potuto evitare tutto questo: sarebbe bastato che i Dico fossero stati riservati alle sole coppie omosessuali, lasciando agli “etero” le alternative che hanno già oggi: semplice convivenza, matrimonio civile e matrimonio religioso. Ma ha scelto di non farlo. Da un lato, in ossequio al politicamente corretto: riservare i Dico ai soli gay sarebbe sembrato una discriminazione sessuale, intollerabile per la sinistra. Ma è difficile, d’altro lato, non vedere in questa scelta l’impronta del forte pregiudizio ideologico che gran parte della sinistra ha nei confronti della famiglia “tradizionale”, destinata a trovarsi ancora più debole qualora la norma dovesse essere davvero approvata.

Ora, le parole del papa fanno piazza pulita delle ambiguità dei cattolici progressisti. Ratzinger, del resto, non è tipo da compromessi facili: la verità la mette prima di tutto, anche se fa male e può guastare i rapporti con una parte importante del mondo cattolico. Tra i primi compiti del cristiano, spiegava il Ratzinger teologo, c’è proprio quello di non cedere alla tentazione di «sedersi comodi nella storia». Liberissimi, Prodi e gli altri cattolici democratici, di continuare a portare avanti il loro disegno di legge (parlare di ingerenza dei vescovi è ridicolo, a meno di voler vietare alla Chiesa quel diritto a esprimersi liberamente che tutti riconosciamo all’Arcigay, all’Arcilesbica e alle altre associazioni che si battono per i Pacs). Quello che non potranno più fare è continuare a dire che la loro proposta è tollerabile da parte della Chiesa. No, non lo è assolutamente, e ieri non il “solito” Camillo Ruini che la sinistra freme per vedere in pensione, ma Ratzinger in persona lo ha detto in termini che più chiari non si poteva. Benedetto XVI ha portato nel confronto politico quella chiarezza che Prodi aveva tutto l’interesse a non volere. Sarà anche un cattolico “adulto”, il presidente del Consiglio, ma certe responsabilità non sembra ancora in grado di assumerle da solo. Ci ha pensato Benedetto XVI a mettergliele sulle spalle.

© Libero. Pubblicato il 18 febbraio 2007.

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sabato, febbraio 17, 2007

I segreti della lettera di D'Alema alla Rice

di Fausto Carioti

L’appello dei sei ambasciatori è stato un’iniziativa «irrituale», certo. «Inopportuna». Ma anche - e questa è una novità - «condivisibile nei suoi contenuti». Condivisibile al punto che il governo italiano si considera «impegnato» a tutti gli effetti in Afghanistan, al fianco degli alleati, senza “se” e senza “ma”. Sorpresa. Libero ha potuto prendere visione delle sei lettere di protesta inviate il 6 febbraio da Massimo D’Alema ai ministri degli Esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Olanda, Romania e Australia. Nel complesso, i toni sono duri e corrispondono in gran parte agli annunci pubblici fatti dal responsabile della Farnesina. In gran parte, ma non del tutto. Un passaggio, in particolare, fa capire in modo molto chiaro che l’irritazione di D’Alema è dovuta alla formula pubblica usata dal capo della diplomazia statunitense a Roma, Ronald P. Spogli, e dagli altri cinque ambasciatori, ma non al contenuto della loro richiesta, la cui sostanza D’Alema assicura anzi di condividere interamente. Una distinzione, questa, che il ministro tiene a comunicare a Washington e alle altre capitali, ma che si è guardato bene dal fare nelle sue comunicazioni pubbliche.

L’incidente diplomatico era iniziato il 3 febbraio, con l’uscita su Repubblica di quello che ambienti diplomatici americani definiscono «un editoriale rivolto all’opinione italiana» a firma di Spogli e degli altri ambasciatori, ma che lo staff di D’Alema alla Farnesina giudica invece una «vera e propria lettera aperta al governo», cioè un tentativo di forzare la mano all’esecutivo chiamandolo direttamente in causa davanti agli italiani. Il succo dell’appello era chiaro: «Dobbiamo stare uniti. Dobbiamo condividere tutti la responsabilità di sostenere la sicurezza in Afghanistan». Insomma, consapevoli di avere a che fare con una coalizione di governo molto condizionata dalle pulsioni antiamericane e pacifiste di rifondaroli, comunisti italiani, verdi e sinistra ds, i sei chiedevano all’Italia di non mollare la missione proprio adesso, perché a Kabul «il momento è ancora critico».

Ma il momento, quando si parla di amicizia con gli Usa e di missioni militari italiane all’estero, è critico anche all’interno dell’Unione. Tanto che D’Alema ha preso posizione ufficiale contro i sei ambasciatori, accusati di ingerenza, inviando sei lettere simili in molte cose, ma non identiche, al segretario di Stato americano Condoleezza Rice e a Margaret Beckett (ministro degli Esteri della Gran Bretagna), Peter Gordon MacKay (Canada), Bernard Bot (Olanda), Mihai Razvan Ungureanu (Romania) e Alexander Downer (Australia). In tutte e sei le missive si legge: «Non posso nasconderTi, al riguardo, la mia sorpresa e la mia disapprovazione per una iniziativa che, anche se immagino motivata da buone intenzioni, ho trovato inopportuna oltre che irrituale, e per di più, in ultima analisi, controproducente».

Poche righe più in basso, però, D’Alema ci tiene a far sapere ai sei governi che l’appello degli ambasciatori, sebbene indicatore di «una limitata comprensione delle dinamiche di politica interna» italiana, è da ritenersi «condivisibile nei suoi contenuti». Non solo. Nella lettera alla Rice - e solo in questa - il ministro degli Esteri garantisce che «il Governo italiano resta impegnato a garantire la propria convinta partecipazione agli sforzi della comunità internazionale destinati ad aiutare l’Afghanistan sulla via della stabilizzazione e dello sviluppo economico e democratico».

A quanto appreso da Libero, la prima versione della lettera alla Rice conteneva un riferimento diretto all’ambasciatore americano. «Certo di poter contare sulla Tua comprensione, mi auguro che vorrai richiamare l’attenzione dell’Ambasciatore Spogli su queste mie considerazioni, ricordando al medesimo l’opportunità di una maggiore prudenza», era la frase presente nelle bozze iniziali del documento. Parole che, in un dialogo diplomatico tra Paesi amici, sarebbero suonate come una durissima condanna dell’operato dell’ambasciatore statunitense. Condanna che avrebbe costretto il dipartimento di Stato a richiamare Spogli a Washington. Ma la stesura iniziale, come è prassi negli ambienti diplomatici proprio per evitare incidenti internazionali, è stata poi rivista e “limata” più volte. Nella versione definitiva, di quella frase non c’era più traccia. Così D’Alema la sera dell’8 febbraio ha potuto incontrare Spogli a palazzo Chigi e dichiarare ufficialmente chiuso l’incidente.

© Libero. Pubblicato il 17 febbraio 2007.

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E Ségolène va peggio di Hillary

Non solo negli Stati Uniti. Anche in Francia la candidata di sinistra, subito adottata da Repubblica, conferma l'andazzo internazionale: quello che piace al salottino buono non piace agli elettori (ultimi casi clamorosi riscontrati: qui e qui, ma per poco non succedeva anche qui). In quello che sarà il probabile ballottaggio tra i due, Ségolène Royal, candidata socialista all'Eliseo, viaggia oggi dieci punti dietro a Nicolas Sarkozy, ministro dell'Interno e candidato dell'Ump: al secondo turno solo il 45% degli elettori francesi è pronto a votare per la candidata socialista, mentre il 55% sceglierebbe il teocon "Sarkò". E' il risultato del recentissimo sondaggio Csa per il quotidiano "Le Parisien".

Il distacco è in aumento: rispetto all'ultima rilevazione realizzata dalla stessa Csa, Sarkozy ha guadagnato un altro punto. E chiuderebbe in testa anche il primo turno: il 33% dei voti a lui, il 27% alla Royal e il 14% a Jean-Marie Le Pen. Tanti, tra gli stessi elettori di sinistra, avrebbero seri problemi a votare la Royal: nel ballottaggio, il 7% dei comunisti, il 12% dei socialisti e il 40% dei Verdi le preferirebbe Sarkozy. A conferma che il grande recupero della Royal in seguito al suo discorso dell'11 febbraio non c'è stato. O meglio: è esistito solo nei resoconti dei corrispondenti italiani. Bene così. Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi è previsto per domenica 22 aprile, il secondo per domenica 6 maggio. Allons enfants.

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venerdì, febbraio 16, 2007

Don Domenico, monsignore ma non troppo

Tutto vero, tutto documentato. Ecco l'invito ufficiale del convegno "Nessuno tocchi la famiglia", organizzato da una volenterosa parlamentare di Forza Italia.

Se non l'avete capita, guardate prima questo e poi questo.

Post scriptum. Ovviamente, è andata a finire che al convegno non sono apparsi né Domenico né il monsignore.

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giovedì, febbraio 15, 2007

I nani e le ballerine sono loro

Avevano la faccia di prendersela con le magliette di Roberto Calderoli. Dicevano che il governo Berlusconi era una barzelletta. Tempo pochi mesi, ci hanno pensato loro stessi a rivalutare l'esecutivo della Cdl. Sabato 17 febbraio, a Vicenza, si vivrà il momento più basso di quello che è già destinato a passare alla storia come un governo da avanspettacolo. Romano Prodi ha ottenuto che alla manifestazione contro il raddoppio della base Nato non sfilino ministri e sottosegretari. Complimenti, gran bella vittoria politica. Resta da risolvere qualche dettagliuccio. Tipo i leader di partito: Oliviero Diliberto e Franco Giordano, segretari dei due partiti più vicini a Prodi, decisivi in Parlamento per la tenuta del governo Prodi, sfileranno in piazza contro una decisione presa dal governo Prodi. Domanda: conta più un sottosegretario o un leader di partito? Accanto a loro, ci saranno numerosi parlamentari dei Comunisti Italiani, di Rifondazione Comunista, dei Verdi e della sinistra Ds, che hanno aderito alla manifestazione. Tutt'intorno (ma a questo punto è il meno) qualche decina di migliaia di elettori del governo Prodi incazzati con i loro eletti.

Intanto basta che George W. Bush ricordi quello che tutti sanno, e cioè che l'Italia ha inviato aerei in Afghanistan per usarli nelle operazioni militari contro il terrorismo, per far dire al comunista Marco Rizzo (e non solo a lui) che queste dichiarazioni «o sono immediatamente smentite dal governo o significano che Palazzo Chigi non ha detto la verità. Il che sarebbe gravissimo». Già, perché il governo Prodi chiede al Parlamento di rifinanziare le missioni militari all'estero, ma non ha le palle per dire che i nostri soldati sono lì per sparare. (Il che, detto tra noi, dovrebbe anche essere abbastanza intuitivo: se così non fosse, invece dei soldati e dei piloti militari avremmo mandato le crocerossine. Ma non ditelo a quei pacifisti che ancora non ci sono arrivati).

Senatori che umiliano un loro ministro al punto da rifiutarsi di approvare il suo operato. Leader di partito e parlamentari che scendono in piazza contro la politica estera del loro governo. Ministri che spediscono i soldati all'estero, ma che si vergognano di ammettere che quei soldati vanno lì per combattere. Cose che si vedono solo in Italia, perché nessun altro Paese ha al governo una simile coalizione di pagliacci.

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Usa 2008: Rudy rules

E' solo un'impressione, un profumino che si sente tenue nell'aria e nulla più. Mentre la stampa italiana fa a gara a chi smarchetta meglio Hillary Rodham Clinton e Barack Obama, raggiungendo spesso livelli imbarazzanti e confondendo ancora una volta le proprie speranze con la cruda realtà, stai a vedere che, tra la donna liberal che fa sognare Repubblica e l'afroamericano che fa sbavare il Manifesto, la corsa alla Casa Bianca la vince il bianco repubblicano italo-americano.

Solo un'impressione, appunto. Però i sondaggi la confermano.

Hillary Rodham Clinton (D) vs John McCain (R): 50% - 47%. Vince Hillary Rodham Clinton.

Barack Obama (D) vs John McCain (R): 48% - 48%. Pareggio.

Hillary Rodham Clinton (D) vs Rudy Giuliani (R): 48% - 50%. Vince Rudy Giuliani.

Barack Obama (D) vs Rudy Giuliani (R): 43% - 52%. Stravince Rudy Giuliani.

Il resto del recentissimo sondaggio Gallup per Usa Today qui.

Quanto allo scarso appeal che Giuliani esercita sull'elettorato cristiano, a parte la risposta più ovvia, e cioè che alla fine gli elettori americani dovranno scegliere, se non il candidato preferito, almeno il male minore, vale la pena di leggere questo editoriale del Wall Street Journal.

Post Scriptum. Per chi è interessato a ciò che si muove nel lato destro degli Stati Uniti: A show for the rest of us, su The Right Nation. Imperdibile. (Tranquilli, è tutto in italiano).

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mercoledì, febbraio 14, 2007

Il linguaggio torbido del Manifesto

di Fausto Carioti

Spesso Valentino Parlato, fondatore e prima firma del Manifesto, ha il pregio di parlare chiaro. Spesso, non sempre. Ieri, in una delle occasioni in cui avrebbe dovuto essere davvero limpido - inutile girarci attorno: tra i suoi lettori ci sono anche quelli che si muovono nella zona grigia al confine tra la protesta e l’eversione armata - ha scelto di non esserlo. I suoi ragionamenti si sono rivelati torbidi, le sue perifrasi paracule, la sua analisi ambigua. Si capisce poco, nell’editoriale che ha dedicato ai quindici arresti compiuti tra le Nuove Br, e quel poco che s’intende fa paura.

Non si capisce, ad esempio, il punto più importante della faccenda, e cioè se queste Nuove Brigate Rosse, decimate (si spera) dal blitz di polizia e magistrati milanesi, siano da prendere sul serio oppure no. No, pare di capire, giacché Parlato definisce l’intera storia «una farsa», mentre i terroristi che avevano progettato l’uccisione dell’economista Piero Ichino, l’attentato esplosivo alla redazione di Libero e altri attentati del genere li chiama «presunti» e «velleitari», insistendo che la loro è semplicemente una «farsesca velleità di violenza», che certo, «poteva e può anche essere omicida», ma sempre di farsa si tratta. Domanda a Parlato: posto che la farsa, come ricorda il dizionario italiano, è una «impresa ridicola, priva di serietà e di valore», che significa parlare di «farsa omicida»? Il fondatore del Manifesto vede qualcosa di ridicolo nel pianificare di ammazzare qualcuno e venire fermati a un passo dall’esecuzione? Se c’è, questo elemento comico e burlesco, vuole essere così paziente da spiegarlo bene a noi e agli altri suoi lettori? Altrimenti, non resta che una spiegazione: la sola farsa è quella di Parlato, che si arrampica sugli specchi per minimizzare il disegno dei terroristi rossi e fare distinguo pelosi.

Né si capisce se, secondo lui, ai vertici della Cgil qualcuno adesso debba porsi domande molto serie oppure no. Del resto, ben otto degli arrestati avevano in tasca la tessera del sindacato di Corso Italia, e cinque di questi aderivano alla Fiom, la sigla dei metalmeccanici che fa capo alla confederazione di Guglielmo Epifani. Ma la risposta, anche in questo caso, pare essere negativa. «Certo», scrive Parlato, «alcuni di questi presunti o velleitari terroristi sono iscritti alla Cgil o alla Fiom, ma questo non può assolutamente ledere il prestigio della Cgil o della Fiom». Notare l’avverbio. Ma se non lede «assolutamente» il prestigio di un’organizzazione - qualunque essa sia, da un sindacato al circolo degli scacchi - il fatto che otto suoi esponenti siano scoperti alle prese con armi ed esplosivi, in cerca del primo edificio da far saltare in aria o del primo cristiano da ammazzare, non si comprende cosa altro possa farlo. Per dire: se otto iscritti ad Alleanza nazionale fossero stati arrestati mentre pianificavano una serie di attentati di matrice nera, qualche domandina sul «prestigio» del partito ce la saremmo posta tutti, Parlato per primo. La comoda assoluzione che il Manifesto regala alla Cgil conferma che nemmeno tra i suoi intellettuali di spicco la sinistra ha voglia di vedere chiaro nel marcio che ha dentro.

In compenso, quel che si capisce del giudizio che Parlato dà delle Br di Mario Moretti, Prospero Gallinari e Renato Curcio basta per far rabbrividire: «Anche le Brigate Rosse non erano gran cosa e furono estremamente dannose all’Italia e anche a quella che allora era la classe operaia». A parte che le Br furono «estremamente dannose» innanzitutto per quelli che uccisero, rapirono, gambizzarono e resero orfani e vedove, come fa Parlato a dire che il terrorismo brigatista in Italia non è stato «gran cosa»? Una lunga scia di sangue iniziata l’8 giugno del 1976, con l’omicidio del giudice Francesco Coco e dei due carabinieri che lo scortavano, e passata per la strage di via Fani, l’assassinio di Aldo Moro, l’osceno rituale compiuto col trinciapollo sul corpo di Giuseppe Taliercio e centinaia di altri attentati, arrivando a un totale di 86 omicidi solo tra quelli rivendicati direttamente dalle Br negli anni di piombo: se non è «una gran cosa» questa, per Parlato, cos’altro lo è? Negare l’evidenza macroscopica ancora oggi, a distanza di trent’anni, svela quanto primitiva sia stata finora l’autoanalisi della sinistra italiana sul periodo più buio della sua storia.

Chi non si è nascosto dietro a un dito è Riccardo Barenghi, che del Manifesto è un ex direttore. Sulla Stampa di ieri, Barenghi ha sostenuto una tesi esattamente opposta a quella di Parlato. E cioè che «l’operazione contro le nuove Brigate Rosse (nuove ma con radici antiche) è una cosa seria. Tanto seria e grave che non può non provocare preoccupazione e allarme, visto che ci troviamo di fronte a un fenomeno - quello appunto del terrorismo brigatista - che sembra non voler morire mai». Parlato no, preferisce vendere ai suoi lettori la favoletta rassicurante della «farsa»: nuova, ennesima versione ricalcata sul cliché delle «sedicenti Brigate Rosse». A furia di ripetere che gli unici criminali sono quelli con la divisa dell’esercito americano, se ne sono convinti anche i più intelligenti tra loro. Che pena, che tristezza.

© Libero. Pubblicato il 14 febbraio 2007.

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martedì, febbraio 13, 2007

A sinistra Vicenza non fa rima con decenza

Mullah Omar a parte, penso che nessuno potrebbe essere più lontano del sottoscritto di quelli del Campo Antimperialista: da un punto di vista politico, ideologico, culturale, intellettuale, umano e antropologico. Però, quando rivolti agli esponenti della sinistra di lotta e di governo, dicono cose come queste:
La vicenda della nuova base americana a Vicenza è emblematica. Non possumus, ci dicono Bertinotti, Diliberto e compagnia. Non possiamo far cadere il governo per una base. Bene signori, abbiamo capito. Avete messo il mantenimento delle vostre poltrone istituzionali davanti ad ogni altra considerazione. Abbiamo capito che vi mettete sotto i piedi le promesse e i priincipi grazie ai quali tanti elettori vi hanno permesso di ottenere quelle poltrone. (...) Ma con quale faccia pretendete ora di presentarvi alla manifestazione del 17 febbraio? Con quale faccia tentate di metterci un cappello? Non si può tenere i piedi in due staffe, avere ministri e sottosegretari al governo e manifestare contro le decisioni del governo medesimo. In tanti hanno compreso che siete dei saltimbanchi e non vedono l’ora di ricevervi in piazza con tutti gli onori che meritate. Con salve di fischi e, se possibile, con uova marce e pomodori.
proprio non riesco a dare loro torto. Il principio per cui non si può avere un atteggiamento così spudoratamente duplice e spregiudicato è una banale questione di decenza.

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lunedì, febbraio 12, 2007

La sinistra già affonda sui Dico. E indovinate a chi dà la colpa

Dunque, alla fine, la sinistra ha trovato il colpevole. Il responsabile di tutto il casino che si è creato sui Dico è Silvio Berlusconi, il quale, «in ginocchio da Ruini», rifiuta di prestare al governo i voti di Forza Italia. L'Unità, in prima pagina, oggi mette nero su bianco quello che tanti parlamentari dell'Unione dicono da quando il governo ha varato il disegno di legge e Clemente Mastella - politicamente parlando - ha mostrato a Prodi il dito medio: spetta a Berlusconi tirarli fuori dai guai, e se non lo fa è un finto laico.

Ricapitoliamo, perché sennò non si capisce bene a quale livello di presunzione e disperazione siano arrivati dentro l'Unione. La coalizione di centrosinistra ha vinto le elezioni per un pugno di voti. Elezione contestata, ma probabilmente (che non è sinonimo di "sicuramente") vinta in modo legittimo. La maggioranza parlamentare che ne è uscita fuori non è comunque in grado di governare, dato che vive sotto il ricatto perenne di ogni singolo senatore che la compone. Berlusconi, all'indomani delle elezioni, ha offerto alla sinistra un patto per un governo di larghe intese. Mossa paracula e tutt'altro che disinteressata, certo: sarebbe stata la morte politica di Prodi. Però l'ha fatta, e ha fatto bene, perché ha messo l'Unione dinanzi alle sue responsabilità. L'Unione, sdegnata, ha rifiutato: siamo autosufficienti, governeremo senza problemi per cinque anni, è stata la risposta di Prodi.

Subito dopo sono state elette le alte cariche istituzionali: presidenza della Repubblica, del Senato e della Camera. L'Unione, vista la maggioranza ridicola di cui disponeva, avrebbe potuto trattare almeno su una di esse, come chiedeva Berlusconi. Ha scelto di sbattere la porta in faccia al leader dell'opposizione: nessuna intesa, non abbiamo alcun interesse a trattare con voi. Così sono andati alla prova di forza e, siccome non erano ancora sfasciati come sono adesso, l'hanno spuntata. E ora abbiamo il primo postcomunista sul Quirinale; abbiamo Franco Marini, eletto per un pugno di vosti, alla presidenza di palazzo Madama; abbiamo Fausto Bertinotti alla presidenza di Montecitorio. Per la Cdl, manco le briciole del piatto.

Poi si è andati alla spartizione della Rai. Anche qui, solita storia: ulivizzato il Tg1 (mai di sinistra come di questi tempi), occupate tutte le caselle occupabili. Nessuna nomina bipartisan, manco lo straccio di un'intesa su una qualunque casella.

Quindi c'è stata la votazione della Finanziaria. Che Prodi ha voluto blindare con ripetute mozioni di fiducia. Ancora una volta, porta in faccia a qualunque ipotesi di dialogo parlamentare con il centrodestra.

Ora è la volta dei cosiddetti Dico. Anche qui, le strade a disposizione erano diverse. La sinistra avrebbe potuto presentare una proposta di legge d'iniziativa parlamentare, che l'avrebbe caratterizzata subito come un documento "laico" sul serio, sul quale confrontarsi apertamente con l'opposizione, come chiedevano anche tanti deputati e senatori dell'Unione. Comunisti, rifondaroli e verdi, però, sapevano benissimo che in questo modo si sarebbero trovati minoranza. E hanno chiesto a Prodi che il documento recasse impresso il marchio di palazzo Chigi, nella consapevolezza che questo lo rendesse più vincolante per i parlamentari del centrosinistra. Ottenendo così un disegno di legge d'iniziativa governativa, cioè un provvedimento che caratterizza politicamente l'intera maggioranza e l'esecutivo che ne è espressione. Il risultato pratico, come si è visto, è che da soli non hanno i numeri per approvarlo, e sono costretti a bussare con il piattino in mano alla porta del centrodestra.

A questo punto, dopo aver visto tutto ciò, un paio di domande: ma con quale faccia, dopo aver rifiutato ogni tentativo di dialogo su ogni tema possibile, dopo essere andati deliberatamente al muro contro muro su ogni singolo argomento, dopo aver proclamato ai microfoni di tutti i telegiornali la loro autosufficienza, pretendono oggi che il leader della Cdl li tiri fuori dal casino nel quale loro stessi hanno scelto d'infilarsi? Quale concetto hanno del proprio pudore se riescono a prendersela con Berlusconi perché non vota un disegno di legge del governo Prodi?

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domenica, febbraio 11, 2007

Sistemi operativi del tutto incompatibili

Elie Barnavi, ex ambasciatore israeliano in Francia, dopo aver insegnato alla Sorbona, oggi insegna Storia moderna dell'Occidente all'università di Tel Aviv. A ottobre ha pubblicato il libro "Les Religions Meurtrieres", "Religioni assassine". Ci tiene molto a precisare il suo punto di vista: «Io non parlo da una posizione di destra, ma da una posizione di sinistra democratica. Io sono un socialdemocratico».

Come chiunque abbia occhi per vedere, si interroga su ciò che sta accadendo in Europa. Per essere più precisi: si interroga su ciò che sta accadendo all'Europa. Intervistato dal quotidiano israeliano Haaretz, che riporta anche alcune frasi e concetti chiave del suo libro-pamphlet, Barnavi spiega che oggi in Occidente «il fatto stesso che della gente possa uccidere in nome della religione è spaventoso. La società occidentale è incapace di comprendere il fenomeno, di afferrarlo, figuriamoci di combatterlo. (...) La società occidentale sta cercando motivazioni razionali per spiegare un fenomeno che è fondamentalmente irrazionale. Essa vede gente che uccide in nome di Dio, ma cerca di capire le motivazioni religiose stando al di fuori del contesto religioso». Sbagliando così analisi e correndo il rischio di commettere errori di portata epocale.

Siamo davanti, infatti, a due sistemi di pensiero non opposti, ma piuttosto incapaci di comunicare l'uno con l'altro, essendo fondati su valori reciprocamente incomprensibili. L'errore peggiore che possa commettere l'Europa è, nell'ennesimo tentativo di abusare della propria ragione, pretendere di capire l'altro - in questo caso, chiaramente, il mondo islamico che lancia la sfida - illudendosi che questo usi le stesse nostre categorie razionali.

E' esattamente l'errore madornale che commette Jacques Chirac (uno di quelli che la sinistra italiana si diverte a contrapporre a Silvio Berlusconi come prototipo di grande e serio leader di destra: ancora complimenti, compagni) quando, a microfoni spenti, dice ai giornalisti che il possesso di armi nucleari da parte dell'Iran di Mahmoud Ahmadinejad non rappresenterebbe «una grande minaccia», poiché se Israele fosse attaccata reagirebbe in modo violentissimo, e anche Teheran verrebbe distrutta, e quindi non converrebbe a nessuno lanciare la prima testata.

Chirac non è certo il solo a pensarla così: si tratta di un'idea vigliacca che nelle cancellerie europee sta conquistandosi un certo credito, anche se non ancora in modo palese: se Israele ha l'atomica, perché non deve averla anche l'Iran, il suo grande rivale? Del resto, Stati Uniti e Unione Sovietica per mezzo secolo hanno convissuto senza dichiararsi guerra proprio perché farlo sarebbe stata la fine di entrambi.

Ma la tentazione, oltre che vigliacca, è imbecille, perché fondata su un sillogismo falso. La deterrenza basata sulla "mutual assured destruction" funziona quando nessuno dei due è disposto a morire per togliersi la soddisfazione di uccidere l'altro. Quando, cioè, ognuno ha rispetto, se non della vita in genere, almeno della propria vita. Un rispetto che i sovietici senza dubbio avevano, e che quindi rendeva legittime certe aspettative razionali sul loro comportamento. Ma quando ti trovi davanti fanatici disposti a uccidere e a morire in nome del loro dio, pronti a scambiare senza pensarci due volte la loro vita con quella di un ebreo o di un infedele occidentale, ogni discorso razionale è impossibile.

Non occorre che la pensino così tutti gli iraniani, o la maggioranza di costoro. Basta che la pensino così le due o tre persone che hanno la responsabilità di schiacciare il bottone rosso. La mutual assured destruction, in questo caso, non è più garanzia di deterrenza, ma certezza di suicidio.

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venerdì, febbraio 09, 2007

Ma perché i Dico anche per gli etero?

Tenendo da parte i giudizi morali, la domanda è: perché i Dico anche per le coppie etero? Perché non solo per gli omosessuali?

Una coppia etero che vuole condividere insieme un percorso affettivo ed esistenziale oggi ha tre scelte davanti. Prima strada: banale convivenza. Il legame più debole che c'è, comodo da rompere quando si vuole. Seconda strada: matrimonio civile. Legame forte. Terza strada: matrimonio religioso. Legame un po' più forte del precedente, se non altro perché un po' più complesso da sciogliere (spesso impossibile da rompere agli effetti religiosi) e perché, dal punto di vista delle coppie credenti, esso rappresenta un legame eterno. La coppia omosessuale, ad oggi, ha davanti invece solo la prima strada. Aprire una nuova opzione, quella di un legame debole ma non troppo, può quindi apparire sensato (ripeto: giudizi morali a parte, che in politica contano eccome) per venire incontro alle coppie omosessuali che desiderano dare una caratterizzazione pubblicistica al loro legame, con tutto ciò che ne può conseguire in termini di welfare, eredità etc. Ma perché i "diritti e doveri dei conviventi" debbono essere estesi anche alle coppie eterosessuali, che già hanno un bel ventaglio di opzioni su cui contare?

Domanda alla quale si può rispondere: e perché no? Perché non inserire un legame intermedio tra la semplice convivenza e il matrimonio civile? Che male c'è? Risposta: il male è che una simile soluzione rischia di indebolire ulteriormente la famiglia. Più un legame è facile da rompere, più frequentemente esso si romperà. Non è un discorso moralista: è un discorso di sopravvivenza. Più sono forti i legami tra gli individui, più è forte l'intera società. E' impossibile avere una società forte basata su legami individuali esili e sfilacciati. Nelle famiglie etero, poi, a differenza di quelle omo, la norma è la presenza di figli. I quali hanno dei diritti che debbono essere tutelati, e uno di questi diritti è avere una famiglia che non si sfasci al primo soffio di vento, ma che almeno provi a resistere un po'.

Perché poi, nonostante tutto lo sbrodolamento che da ogni parte viene fatto sui fantastici vantaggi che ti permettono le unioni "non tradizionali", la differenza c'è, e si vede. In attesa di leggere qualche statistica italiana aggiornata ed affidabile, è interessante vedere cosa succede in Gran Bretagna, dove una simile indagine è stata fatta su iniziativa dei Tories. Ne è emerso che i matrimoni sono assai più stabili delle convivenze, le quali tendono a rompersi con facilità nei momenti di crisi o di stress, come quelli legati ai primi anni di vita dei figli. Le coppie regolarmente sposate hanno un basso indice di separazione: a parità di fascia di reddito, prima del terzo compleanno del figlio risulta essersi separato già il 32% delle coppie non sposate; alla stessa scadenza, tra le coppie legate da matrimonio, solo 6 famiglie su cento si sono separate. Non sorprende apprendere che i livelli di comportamento antisociale e di delinquenza sono più alti nei figli di famiglie separate che in quelli di famiglie non separate.

Il pericolo concreto è che i Dico, più che una convivenza etero di serie A, divengano un matrimonio civile di serie B, e che cioè tolgano più coppie etero da un potenziale matrimonio civile (indebolendole) di quante sono in grado di toglierne dalla semplice convivenza (rafforzandole), poiché la storia recente di questo Paese, e dell'intero mondo occidentale, dimostra che i legami di coppia deboli tendono ad espandersi a spese di quelli più forti. Il risultato saranno coppie ancora meno stabili di quelle attuali, figli lasciati ancora di più a sé stessi, una società ancora più traballante.

Torno alla domanda iniziale: perché i Dico anche per le coppie etero, visto che le alternative - a differenza che per gli omosessuali - non mancano? Semplicemente perché si è voluto evitare di creare "il matrimonio dei gay", una figura giuridica destinata solamente agli omosessuali. Avrebbe puzzato di discriminazione sessuale, e questo non è politicamente corretto. E pazienza se il prezzo di questa scelta, tempo qualche decennio, finiremo per pagarlo tutti.

Post scriptum. Detto tutto ciò, stante il veto dell'Udeur e la contrarietà dei laici della Cdl, ad oggi proprio non si vede come al Senato il disegno di legge del governo possa essere approvato. Insomma, prima di sproloquiare ulteriormente sarà bene vedere se, e in quale formulazione, il testo sarà approvato dal Parlamento.

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giovedì, febbraio 08, 2007

Calcio, dalla tragedia alla farsa in tempi da record

di Fausto Carioti

È l’ennesimo record del governo Prodi. Dalla tragedia della morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti alla farsa dell’esibizione muscolare di Giuliano Amato in appena cinque giorni. Il governo che con tutta la goffaggine e l’entusiasmo di cui sono capaci i neofiti aveva appena imparato a balbettare quella parola dal suono così ostico per la sinistra, “liberalizzazioni”, non trova soluzione migliore ai guai del calcio che mettere una lunga serie di divieti e proibizioni. Che servono soprattutto a mascherare il dato più evidente di queste ore: l’incapacità di Romano Prodi e dei suoi ministri di gestire politicamente e tecnicamente anche questa faccenda.

C’è il divieto per tutti i tifosi (compresi quelli in possesso di regolare abbonamento) di entrare negli stadi non a norma, senza alcuna intenzione di distinguere caso per caso. Con o senza tornelli, San Siro è uno stadio sicuro, eppure le prossime domeniche sarà vuoto. Come la gran parte degli impianti: questo fine settimana, tra serie A e serie B, saranno aperti appena otto stadi. Domanda: chi risarcisce gli abbonati? C’è il divieto di usare i petardi e persino i semplici fumogeni: non solo durante la partita, ma anche 24 ore prima e 24 ore dopo l’incontro. Chi vuol festeggiare con i botti la propria laurea, il compleanno o il sospirato divorzio dalla moglie, farà bene a informarsi: se nelle ore seguenti da qualche parte si gioca una partita, farà meglio ad astenersi. C’è il divieto per i giornalisti di esercitare liberamente il loro mestiere, rispondendone solo alla propria etica e al codice deontologico. Nasce infatti, per decreto ministeriale, il «Comitato di applicazione del Codice di autoregolamentazione delle trasmissioni di commento degli avvenimenti sportivi». Un organismo che di ingombrante e patetico non ha solo il nome: composto da politici e burocrati, un terzo dei quali nominati dal ministro Giovanna Melandri, avrà il compito di valutare se la critica di Aldo Biscardi all’operato dell’arbitro durante la moviola è stata troppo dura, e quindi tale da instillare nei telespettatori pensieri violenti. Se il giornalista è andato un po’ sopra le righe, scatta la sanzione.

A rendere ancora più goffo il tutto, è lo strabismo con il quale il governo ha deciso di affrontare il tema della violenza. Se il problema vero - come si intuisce dalle confuse decisioni adottate ieri a palazzo Chigi - è punire chi aizza i violenti, Prodi per decenza avrebbe dovuto rimettere il proprio mandato e chiedere al Quirinale lo scioglimento delle Camere: i primi coltivatori di violenza, infatti, sono i suoi alleati. Vogliono chiudere gli stadi dopo che c’è scappato il morto. Eppure, dopo la guerriglia urbana che caratterizzò il G8 di Genova, ispirata e condotta in prima linea dagli antagonisti dei centri sociali, nessuno a sinistra ha ventilato la chiusura del Leonkavallo, del Rivolta e degli altri covi del teppismo rosso. Al contrario: i protagonisti e i sobillatori di quelli scontri, Prodi e Bertinotti li hanno portati in Parlamento, e al violento Carlo Giuliani hanno dedicato un’aula del Senato. Il messaggio che hanno spedito ai giovani è chiaro e inequivocabile: picchia e disobbedisci, che diventi famoso e rispettato e fai un pacco di soldi.

Viene vietato qualsiasi rapporto economico tra i club e le tifoserie. Ma che ne facciamo di tutti i rapporti economici a doppio e triplo filo (rosso) che legano la stragrande maggioranza delle amministrazioni locali di sinistra ai centri sociali delle rispettive città, per i quali sindaci e assessori si sono inventati affitti a costo zero, contratti di consulenza su misura e foraggiamenti di ogni tipo, portando in cambio ai cittadini - con i cui soldi sono state finanziate tutte queste marchette - violenza e illegalità ostentate? Prodi e i suoi ministri, quando annunciano provvedimenti seri contro la violenza, riescono a essere persino più ridicoli di quando parlano di politica estera.

© Libero. Pubblicato l'8 febbraio 2007.

Update: il numero di stadi in cui questo fine settimana si giocherà a porte aperte non è ancora chiaro, come confermano le due differenti tabelle pubblicate da Corriere della Sera e Repubblica.

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mercoledì, febbraio 07, 2007

Quando la sinistra dà i soldi (nostri) agli ultrà

di Fausto Carioti

Ora che nello stadio c’è scappato il morto, a sinistra predicano benissimo: tutti impegnati a difendere i poliziotti, mentre il governo Prodi vieta alle società di «avere rapporti commerciali, di lavoro o anche solo di pubbliche relazioni con i gruppi di tifosi organizzati». Sino ad oggi, però, molti di loro hanno razzolato nel peggiore dei modi. Hanno fatto, con i soldi pubblici, quello che adesso vietano ai privati di fare: tra i foraggiatori degli ultras più violenti, infatti, ci sono alcune delle principali amministrazioni uliviste, che non si sono fatte problemi a mettere le tifoserie estreme a libro paga, arrivando a finanziare la creazione di siti internet in cui gli agenti di polizia - pardon: gli “sbirri” - sono definiti «stronzi» e «fascisti».

Un esempio di queste sinergie virtuose tra elettori ed eletti di sinistra si trova all’indirizzo www.footballfansunited.org. È un sito realizzato dall’associazione Noi Ultras. Siamo nel cuore del movimento antiglobalizzazione: Noi Ultras è uno dei tanti “marchi” che fanno capo al più grande centro sociale del Nord Est, il Rivolta di Marghera. La sede è negli stessi uffici del Rivolta, nel fabbricato di via Fratelli Bandiera 45 che fu acquistato dalla prima giunta ulivista di Massimo Cacciari nel ’99 al prezzo di un miliardo e 700 milioni di lire (Iva esclusa) e poi ceduto dalla giunta di Paolo Costa ai no global di Luca Casarini (che tanto già lo occupavano) in cambio di un affitto simbolico pari a 5.164 euro l’anno.

Il ristorante del Rivolta si chiama “Lo sbirro morto”, e gli “sbirri” la fanno da protagonisti anche sul sito degli ultras. Per capire il livello, basta leggere il pezzo forte di Football Fans United, il “reportage” di un teppista in trasferta specializzato in descrizioni minimaliste: «Quella poliziotta doveva avere problemi di convivenza sessuale con il marito. Perché era acida come una pisciata alcolica. (...). Impugnava la radiolina come se fosse un vibratore guasto. (…) Mi ripetevo: “Ma vedi tu se a trent’anni mi tocca chiedere ad una stronza se per piacere posso andare a farmi una pisciata”».

Quelli di Noi Ultras hanno partecipato agli scontri del G8 di Genova, e nel sito rivendicano la continuità “ideologica” tra le violenze di piazza Alimonda e ciò che fanno ogni fine settimana negli stadi. Il loro “messaggio” è semplice e chiaro: i veri delinquenti sono quei fascisti dei poliziotti. Tutti, senza eccezioni: «Non bisogna commettere l’errore di gettare la croce solo addosso a pochi uomini, pur di vaccinare il restante apparato dell’ordine pubblico. Il male è più radicato e virulento di quanto si possa pensare. Affonda nella cultura fascista, che storicamente ha caratterizzato vertici ed esecutori della forza pubblica». Fino al delirio: «Dal 1979, quasi un terzo delle vite stroncate prima durante e dopo le partite di calcio sono da ricondurre alle responsabilità oggettive delle forze dell’ordine. Morti bianche, sangue rosso. Come quello versato a Genova».

Farsi pagare per insultare gli agenti e pubblicare su Internet quello che passa loro per la testa: i ragazzi tutti curva e centro sociale hanno scoperto il paese di Bengodi. Per scrivere che i poliziotti sono stronzi, fascisti e assassini, quelli di Noi Ultras hanno incassato 53.429 euro, generosamente messi a disposizione dalla giunta Costa nel 2002. Un quarto a carico diretto dei contribuenti veneziani, il resto coperto dalla Commissione europea. Il loro progetto, come ha spiegato (senza arrossire né mettersi a ridere, riferiscono i presenti) il vicesindaco ds Michele Mognato rispondendo all’interrogazione del capogruppo di An Raffaele Speranzon, è meritevole di finanziamenti pubblici perché rappresenta uno «strumento di educazione informale ad uno spirito di solidarietà e ad un approccio costruttivo al conflitto».

Con il ritorno di Cacciari alla guida del comune l’andazzo non è cambiato: nel 2005 la sua giunta ha girato 4.000 euro agli ultras del Rivolta, e altri 4.500 gliene ha assegnati lo scorso anno. Ufficialmente, quei soldi sono serviti per realizzare un torneo di calcetto equo e solidale. Altri, quelli che hanno un lavoro e magari pagano le tasse, avrebbero messo mano al portafogli e il torneuccio con gli amichetti se lo sarebbero pagato da soli, ma gli amici di Casarini hanno capito da tempo che la mano è meglio infilarla nel portafogli altrui.

Dal sito degli ultras del Rivolta, come da molti altri indirizzi web che fanno capo ai tifosi di estrema sinistra, è possibile scaricare il “Manualetto per la sopravvivenza del tifoso”, in realtà una lunga serie di invettive contro i provvedimenti adottati dal governo Berlusconi per prevenire e reprimere la violenza negli stadi (gli stessi provvedimenti che adesso il governo Prodi sta cercando di far rispettare). È stato creato dall’associazione Progetto Ultrà, anch’essa espressione delle curve di sinistra, nata nel 1996 e finanziata su decisione della giunta (a guida ds) dell’Emilia-Romagna, che ha attinto ai soliti finanziamenti della Commissione europea. «Negli anni», si legge in un rapporto pubblico del Sisde, la struttura di coordinamento Progetto Ultrà «si è contraddistinta soprattutto per aver organizzato manifestazioni di protesta contro le leggi promulgate per arginare la violenza nel mondo del calcio». Sul sito di Progetto Ultrà è possibile leggere “testimonianze” come quella del tifoso irpino che spiega cosa fare quando ti trovi allo stadio senza biglietto: «Dopo aver sfondato un cancello gli sbirri intimoriti ci fanno entrare senza opporre resistenza». Costo affrontato per avviare l’intero progetto e mettere online simili perle: 550 milioni di lire, 220 dei quali a carico della Regione Emilia-Romagna.

© Libero. Pubblicato il 7 febbraio 2007.

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