sabato, febbraio 17, 2007

I segreti della lettera di D'Alema alla Rice

di Fausto Carioti

L’appello dei sei ambasciatori è stato un’iniziativa «irrituale», certo. «Inopportuna». Ma anche - e questa è una novità - «condivisibile nei suoi contenuti». Condivisibile al punto che il governo italiano si considera «impegnato» a tutti gli effetti in Afghanistan, al fianco degli alleati, senza “se” e senza “ma”. Sorpresa. Libero ha potuto prendere visione delle sei lettere di protesta inviate il 6 febbraio da Massimo D’Alema ai ministri degli Esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Olanda, Romania e Australia. Nel complesso, i toni sono duri e corrispondono in gran parte agli annunci pubblici fatti dal responsabile della Farnesina. In gran parte, ma non del tutto. Un passaggio, in particolare, fa capire in modo molto chiaro che l’irritazione di D’Alema è dovuta alla formula pubblica usata dal capo della diplomazia statunitense a Roma, Ronald P. Spogli, e dagli altri cinque ambasciatori, ma non al contenuto della loro richiesta, la cui sostanza D’Alema assicura anzi di condividere interamente. Una distinzione, questa, che il ministro tiene a comunicare a Washington e alle altre capitali, ma che si è guardato bene dal fare nelle sue comunicazioni pubbliche.

L’incidente diplomatico era iniziato il 3 febbraio, con l’uscita su Repubblica di quello che ambienti diplomatici americani definiscono «un editoriale rivolto all’opinione italiana» a firma di Spogli e degli altri ambasciatori, ma che lo staff di D’Alema alla Farnesina giudica invece una «vera e propria lettera aperta al governo», cioè un tentativo di forzare la mano all’esecutivo chiamandolo direttamente in causa davanti agli italiani. Il succo dell’appello era chiaro: «Dobbiamo stare uniti. Dobbiamo condividere tutti la responsabilità di sostenere la sicurezza in Afghanistan». Insomma, consapevoli di avere a che fare con una coalizione di governo molto condizionata dalle pulsioni antiamericane e pacifiste di rifondaroli, comunisti italiani, verdi e sinistra ds, i sei chiedevano all’Italia di non mollare la missione proprio adesso, perché a Kabul «il momento è ancora critico».

Ma il momento, quando si parla di amicizia con gli Usa e di missioni militari italiane all’estero, è critico anche all’interno dell’Unione. Tanto che D’Alema ha preso posizione ufficiale contro i sei ambasciatori, accusati di ingerenza, inviando sei lettere simili in molte cose, ma non identiche, al segretario di Stato americano Condoleezza Rice e a Margaret Beckett (ministro degli Esteri della Gran Bretagna), Peter Gordon MacKay (Canada), Bernard Bot (Olanda), Mihai Razvan Ungureanu (Romania) e Alexander Downer (Australia). In tutte e sei le missive si legge: «Non posso nasconderTi, al riguardo, la mia sorpresa e la mia disapprovazione per una iniziativa che, anche se immagino motivata da buone intenzioni, ho trovato inopportuna oltre che irrituale, e per di più, in ultima analisi, controproducente».

Poche righe più in basso, però, D’Alema ci tiene a far sapere ai sei governi che l’appello degli ambasciatori, sebbene indicatore di «una limitata comprensione delle dinamiche di politica interna» italiana, è da ritenersi «condivisibile nei suoi contenuti». Non solo. Nella lettera alla Rice - e solo in questa - il ministro degli Esteri garantisce che «il Governo italiano resta impegnato a garantire la propria convinta partecipazione agli sforzi della comunità internazionale destinati ad aiutare l’Afghanistan sulla via della stabilizzazione e dello sviluppo economico e democratico».

A quanto appreso da Libero, la prima versione della lettera alla Rice conteneva un riferimento diretto all’ambasciatore americano. «Certo di poter contare sulla Tua comprensione, mi auguro che vorrai richiamare l’attenzione dell’Ambasciatore Spogli su queste mie considerazioni, ricordando al medesimo l’opportunità di una maggiore prudenza», era la frase presente nelle bozze iniziali del documento. Parole che, in un dialogo diplomatico tra Paesi amici, sarebbero suonate come una durissima condanna dell’operato dell’ambasciatore statunitense. Condanna che avrebbe costretto il dipartimento di Stato a richiamare Spogli a Washington. Ma la stesura iniziale, come è prassi negli ambienti diplomatici proprio per evitare incidenti internazionali, è stata poi rivista e “limata” più volte. Nella versione definitiva, di quella frase non c’era più traccia. Così D’Alema la sera dell’8 febbraio ha potuto incontrare Spogli a palazzo Chigi e dichiarare ufficialmente chiuso l’incidente.

© Libero. Pubblicato il 17 febbraio 2007.

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