mercoledì, febbraio 21, 2007

Una telefonata dall'Italistan

di Fausto Carioti

Benvenuti in Italistan. Qui le leggi dei Paesi islamici non si discutono: si applicano. Come ha appena fatto la sezione Immigrazione del tribunale di Milano. Siccome in Pakistan è permesso sposarsi per telefono, e siccome l’Italistan riconosce il diritto al ricongiungimento familiare degli immigrati, si è scoperto che basta che un pakistano col permesso di soggiorno entri in un phone center di Lorenteggio assieme a un paio di testimoni, acquisti una scheda telefonica da dieci euro e telefoni alla sua “fidanzata” a Islamabad: pronunciate le formule di rito, il matrimonio è fatto. A questo punto lei può salire sull’aereo, destinazione Malpensa, e stabilirsi in Italistan. Proprio come successo alla giovane coppia pakistana “ricongiunta” dal tribunale milanese.

Anche se poi «ricongiungimento» rischia di essere una parola grossa. Nella grande maggioranza dei casi simili matrimoni sono combinati dalle famiglie, come è prassi in quasi tutti i Paesi islamici. Niente di strano, insomma, se i due si guardano in faccia per la prima volta solo dopo essersi sposati. Tanto, se a lui la sposa non piace, può sempre divorziare. Per un marito pakistano non è cosa difficile, visto che la religione sunnita gli consente di lasciare la moglie ripetendo tre volte la parola «talaq» (divorzio). A quel punto, se si sente solo non ha che da tornare nel phone center e importare una nuova sposa.

Nei Paesi del Nord Europa il ricongiungimento si è già rivelato il migliore alleato dell’islamizzazione. Un sociologo danese, Eyvind Vesselbo, ha seguito le vicende di un gruppo di 145 operai turchi stabilitosi in Danimarca tra il 1969 e il 1970. Come racconta il giornalista americano Bruce Bawer, «nell’anno 2000, quando lo studio di Vesselbo terminò, il ricongiungimento degli sposi e di altri membri della famiglia, combinato con un alto tasso di fertilità, aveva trasformato questo gruppo di 145 in una comunità di 2.813. Tutti coloro che si erano sposati lo avevano fatto con donne turche che avevano portato in Danimarca». Niente di strano se i danesi si avviano ad essere minoranza nel loro stesso Paese entro sessant’anni.

Che il ricongiungimento sia un pretesto per entrare in Europa è cosa evidente. La consuetudine, nei Paesi musulmani, è che la moglie si trasferisca dal marito, ovunque egli si trovi. Ma tra gli islamici europei questa usanza è stata rimpiazzata: è sempre il coniuge che vive nel Paese d’origine, marito o moglie che sia, a ricongiungersi con quello che si trova in Europa. La pratica ha anche effetti negativi sulla “qualità” dell’immigrazione: molto spesso gli immigrati maschi vogliono sposare una ragazza del loro Paese d’origine, educata nel modo più tradizionale, per evitare il matrimonio con una connazionale che vive in Europa ed è già stata “corrotta” dall’Occidente.

In Italia nel 2005, grazie ai ricongiungimenti, sono entrati 89.931 immigrati: più di quanti se ne siano presentati per lavorare (79.764). Se a questi ingressi si combina l’effetto del trend demografico, si capisce che Eurabia non è poi così lontana. Ogni italiana mette al mondo, in media, 1,28 figli. Le donne immigrate ne fanno oltre il doppio: 2,61 figli a testa. Un immigrato su tre è musulmano, e gli islamici sono maggioranza assoluta tra gli immigrati in Valle d’Aosta e superano il 40% in Emilia Romagna, Puglia e Sicilia. E mentre nei Paesi islamici il tasso di fertilità è alto (ogni pakistana fa quattro figli), nell’Europa orientale, da cui proviene una parte importante della popolazione immigrata, le culle sono vuote come in Italia. Le nuove imposte introdotte con la Finanziaria dal governo Prodi, che penalizzano i genitori con più figli (grazie, ministro per la Famiglia Rosy Bindi) di certo non migliorano la situazione. Torna alla mente la profezia del leader libico Muhammar Gheddafi: «Vi sono segni che preannunciano la vittoria di Allah sull’Europa senza il ricorso a spade e fucili. Abbiamo cinquanta milioni di musulmani in Europa e la trasformeremo in un continente musulmano in pochi decenni».

© Libero. Pubblicato il 21 febbraio 2007.

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