giovedì, novembre 30, 2006

Manifestazione del 2 dicembre: Celentano e Fazio in soccorso di Prodi

di Fausto Carioti

Adriano Celentano torna sugli schermi del servizio pubblico, e a sinistra già si canta. Difficile, del resto, dare all’Evento un significato diverso dall’ennesima randellata televisiva a Silvio Berlusconi. Il Molleggiato riappare nelle case degli italiani la sera stessa in cui il leader della Casa delle Libertà, alla guida di una folla di contribuenti inferociti, si prende la piazza. E il rischio mediatico, per il governo Prodi, è proprio quello che sabato prossimo qualche milione di telespettatori di troppo si sintonizzi sui telegiornali e si accorga che centinaia di migliaia di persone sono scese per le strade, hanno gridato slogan e innalzato striscioni per dire a Prodi che la sua Finanziaria di classe fa schifo. Urge rimedio, e il telepredicatore di Rockpolitik («uno che ha fatto una trasmissione di quattro puntate, con quindici milioni di spettatori a puntata, per gettare fango su di me», disse di lui Berlusconi) è la soluzione chiavi in mano.

In questo periodo, come si dice in gergo televisivo, Celentano “è in promozione”: ha appena fatto un libro a quattro mani con Mariuccia Ciotta, co-direttore del Manifesto, in cui lei lo definisce sobriamente «un “supereroe” irriducibile ai compromessi, che con la sua macchina ammazzacattivi è riuscito a ridisegnare il piccolo schermo». E l’uscita di un libro prevede che l’autore faccia le sue belle comparsate televisive - solitamente gratis - per pubblicizzarlo. A Fazio, che le scorse settimane ha invitato Celentano (implorato è il termine esatto) a entrare nel suo studio, non pare vero di poterlo piazzare in onda al momento giusto: una gioia condivisa con il direttore di rete Paolo Ruffini.

Così, milioni di telespettatori, alle 20,10 del 2 dicembre, avranno la fantastica opportunità di distogliere la loro attenzione dalle immagini della manifestazione trasmesse dai tg e abbeverarsi alla sapienza del “re degli ignoranti”, tornato per una sera intellettuale di riferimento della sinistra italiana, garanzia di share alto e di calci nel sedere al leader dell’opposizione, al quale Celentano, in nome della par condicio, riuscirà senza dubbio a garantire lo stesso trattamento riservato un anno fa all’allora presidente del Consiglio. Male che vada, i telespettatori che cambieranno canale per sintonizzarsi su casa Fazio compenseranno le immagini antigovernative della piazza romana con i sermoni antiberlusconiani di Celentano. Se poi il direttore di qualche tg troverà il modo di mandare in onda i servizi sulla manifestazione, almeno i più urticanti, dopo le 20,10, il miracolo sarà davvero completo. Un piccolo sforzo per loro, un grande aiuto per Prodi.

© Libero. Pubblicato il 30 novembre 2006.

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mercoledì, novembre 29, 2006

"Tutte le tasse di Prodi & C.": l'introduzione di Renato Brunetta


Il titolo è "Tutte le tasse di Prodi & C.". E' il decimo volume dei Manuali di Conversazione Politica della premiata ditta Libero & Free. In edicola da oggi. Il prezzo è 4 euro. L'assaggino lo trovate qui sotto: l'introduzione scritta da un Renato Brunetta più spumeggiante del solito.
di Renato Brunetta

Sabato 11 novembre. Sono a casa. Un sabato come tanti altri, trascorso a lavorare con la tv in sottofondo che borbotta notizie. Improvvisamente, però, tutto questo viene interrotto da uno tsunami mediatico. Prodi se la prende con gli italiani. “Qui, ormai, siamo in un Paese impazzito, che non pensa più al domani’’. Queste le parole del Professor Romano Prodi, Presidente del Consiglio.

Un altro folle giorno di un governo contro l’Italia e gli italiani. L’ennesimo giorno di un governo ridicolo, che ormai ha perso non solo la rotta, ma anche la bussola e la testa. Ormai è chiaro a tutti: Prodi e compagni si sono incartati. Sì, incartati: sono rimasti vittime delle loro stesse bugie, delle loro strumentalizzazioni, delle loro ideologie, del loro cinismo, della loro stessa fortuna.

Invece che prendere atto che l’economia era in ripresa, che gli italiani pagavano le tasse, che i conti stavano andando a posto, che le riforme del precedente governo cominciavano a funzionare, hanno continuato con il loro ossessivo mantra: siamo al disastro finanziario, il Paese è in bancarotta, la colpa è di Berlusconi e degli evasori fiscali. Servono sangue, sudore e lacrime, che i ricchi piangano.

Prodi e C. si sono, così, infilati in un tunnel buio e senza fine, sempre più lontani dal Paese reale, sempre più lontani dai veri interessi della gente che chiedeva stabilità, e non conflitti inutili, che chiedeva di andare avanti e non la lotta di classe. E l’angoscioso iter di questa Finanziaria ne è lo specchio fedele: tutti contro tutti, a difendere privilegi, corporazioni, poteri forti. Purchè rigorosamente di sinistra.

Un governo che in un momento strategico per l’inversione del ciclo economico europeo, e dunque anche italiano, costruisce una manovra Finanziaria per il 2007 masochisticamente recessiva e dannosa. Un governo che ha improntato una politica economica sfasata rispetto al “mood” e al “sentiment” del Paese. Un Paese che chiedeva sviluppo e speranza. Niente da fare. Partendo dall’assunto che gli italiani sono, per il trio Prodi, Visco e Padoa-Schioppa, evasori fiscali di professione, ladri ai danni dello Stato, il trio predispone una grande vendetta fiscale. Pensare che il 70-80% degli italiani trascorra le proprie giornate architettando triangolazioni per evadere l’Iva, è perverso. Solo chi non ha mai lavorato veramente può avere una visione così distorta e ideologica del proprio Paese.

Un’inutilmente pesante manovra da oltre 40 miliardi di euro, che probabilmente arriverà, con le addizionali, a 45. Il risultato: effetti depressivi sui consumi, sugli investimenti, sui risparmi. Insomma una Finanziaria figlia del livore di Prodi nei confronti di Berlusconi e del suo governo, ma anche degli stessi partiti della sua maggioranza e delle loro basi di consenso. Di giorno in giorno le tasse aumentano, come unica via d’uscita agli infiniti ricatti incrociati di una coalizione senza missione (parole di Ciampi), senza intelligenza, senza cuore. Solo tasse e cattiveria.

Un governo di matti, che giorno dopo giorno afferma, per poi smentire, per poi ancora smentire la smentita. Un governo del “contrordine compagni” continuo. Ma tutto ciò non basta. C’è di peggio. C’è un governo retto da una maggioranza che al suo interno è in eterno conflitto. Così, assistiamo al teatrino di una politica fatta di minacce e provocazioni che mettono quotidianamente non solo a rischio l’esistenza stessa del governo, ma che producono ansia e incertezza. Oggi è un esponente del governo, domani un leader di partito, dopodomani un leader sindacale amico, che al fine di ottenere soldi pubblici da spendere, ricatta il Professor Prodi. Una volta è Mastella, l’altra è Di Pietro, l’altra ancora i comunisti, piuttosto che i verdi.

Le riunioni del Consiglio dei Ministri, poi, immagino siano a dir poco curiose. Chi prima si trova ad approvare, nel collegio di governo, misure che non gli piacciono, che fa? Dopo il voto, sveste il suo ruolo, per scendere in piazza a contestare ciò che poco prima aveva approvato. Come a dire: contrordine compagni, il mio governo ha votato così, ma io la penso in maniera opposta. Bella ignobile riedizione del “di lotta e di governo...”

Un comportamento strano, strano ma non inconsueto per “lor signori”. Ad ogni livello, infatti, si sono alzati dei veri e propri muri. Così i filosofi sindaci, come quello della mia Venezia, non esitano a contestare Prodi manifestando contro la legge Finanziaria. Poi ci sono i sindaci sindacalisti, come quello di Bologna, che sbottano come ai tempi delle più accese battaglie sociali. E così via, spudoratamente.

Larga parte dell’elettorato del sinistra-centro è angosciata per essersi fatta fregare clamorosamente dalle promesse di una campagna elettorale e da un programma, quello dell’Ulivo allargato, che affermava tutto e il contrario di tutto. Un programma dove non si capiva nulla e che consentiva le più diverse interpretazioni. Tutto ciò è accaduto. Tutto e il suo contrario sembra essere, dunque, la filosofia ispiratrice della politica economica del governo Prodi. Una Finanziaria peggio di così non poteva, infatti, nascere. Fin dal suo varo, lo scorso 30 settembre, la manovra per il 2007 ha visto rincorrersi annunci e smentite, modifiche e ripensamenti, correzioni e controproposte su tutto, o quasi, quello che inizialmente era stato scritto. Niente riforme, solo tasse.

Non sanno più cosa fare! Prodi è nel caos più totale. Basta fare alcuni esempi. Emblematico quello relativo alla tassa di successione. Già in campagna elettorale non si capiva nulla. Ognuno diceva la sua. Prodi inizialmente parlava di grandi patrimoni riferendosi alla cifra di 250 mila euro, Bertinotti affermava che erano troppi correggendo il tiro a 180 mila euro. Poi, però, i signori della sinistra hanno cercato una via più vaga indicando in “parecchi milioni” la soglia per il ripristino della tassa di successione. Infine, scopriamo che nel decreto fiscale, la tassa di successione (mascherata sotto il nome di imposta di registro) va a colpire i “grandi patrimoni” di 250 mila euro!! Finché arriva l’annuncio di un emendamento che sposta la franchigia a 1 milione. Aspettate a morire... potrebbe cambiare ancora!!!

Analoga vicenda sui bolli auto. Nessuno ha più capito cosa sta succedendo! Euro 4 o Euro 5. Bollo sì o bollo no. Sembra questo il dilemma shakespiriano della politica ambientale, in materia di trasporti, del governo Prodi. Prima spuntano gli sgravi per le auto meno inquinati, e contemporaneamente maggiori costi per quelle in ritardo rispetto alla normativa europea, vale a dire dalle Euro 0, alle Euro 3. Poi a tre giorni di distanza voilà e i bolli sulle auto Euro 4 e Euro 5 si pagano, come del resto anche le maggiorazioni per le auto più inquinanti. Risultato: siamo diventati esperti di normativa europea sull’inquinamento delle auto, e abbiamo scoperto che dovremmo pagare tutti di più.

Polemiche a non finire anche per gli odiati SUV (Sport Utility Vehicle). Comincia il caos: sarà abbassata la soglia del peso fino a 2.200 chili. No. Sarà innalzata per colpire i più ricchi che vanno in Suv anche all’edicola. No, va cambiato tutto perché non si può ammazzare un settore che tira e ha visto la vendita solo quest’anno, in Italia, di 32.441 pezzi. E via così, di dubbio in dubbio. Come andrà a finire con i gipponi? Non è dato saperlo.

Ridicolo, poi, è il comportamento del governo sui fondi alla ricerca. Il Ministro Mussi, titolare del dicastero per l’università e la ricerca, non ci sta. Si inalbera anche la signora Rita Levi Montalcini, eminente scienziato, ma, soprattutto, senatrice a vita, e per questo determinante, nei confronti del governo per ottenere più fondi per i ricercatori italiani. Prodi è alle corde. Annuncia di aver trovato nuove risorse per gli studiosi italiani e per il rientro dei cervelli costretti a lavorare all’estero. Si salva in corner? No. La smentita è immediata. Secca. E tocca proprio al Ministro Mussi il quale, tristemente, fa notare che quei fondi sbandierati da Prodi, in realtà, erano già stati stanziati. Come dire... un imbroglio. Niente di più, niente di meno che un imbroglio. Povera senatrice Montalcini.

Gli esempi sono tantissimi e le pagine che seguono analizzano con la solita scrupolosità, che contraddistingue questa collana, ogni singola sfaccettatura della Finanziaria per il 2007. Dalle norme sul Tfr, alle nuove nuove (perché sono cambiate due volte) aliquote Irpef. Dalle gravi distorsioni al sistema finanziario create dalla nuova tassazione sul risparmio, alla commedia degli inganni della riduzione del cuneo fiscale. Dal ticket sul pronto soccorso (piccola parentesi: 27 euro rubati a chi con urgenza si reca in ospedale), alla tassa di soggiorno ammazza turismo. Dalla incomprensibile tassa di scopo, al blocco degli investimenti per opere infrastrutturali. Dalla tartassata sulla casa, con la revisione degli estimi catastali, alle misure di polizia fiscale introdotte da Visco per controllare gli scambi commerciali. Dalla revisione degli studi di settore, all’aumento dei contributi per i lavoratori autonomi. Ultimi titoli dei giornali: Ticket più caro (no, meno caro...), ancora giallo sui fondi per la ricerca; lavoro: staffetta giovani anziani; aumenti agli statali, sì ma non ci sono i soldi... E mentre scriviamo i cambiamenti continuano..., non ci stiamo più dietro, aiuto! Ultim’ora: ancora più Irpef; in compenso, spinelli per tutti!!

Cosa avranno mai fatto di male di male gli italiani per meritarsi tutto questo?

Una Finanziaria contro gli italiani, tutti matti, voluta dall’unico sano di mente? Prodi. E pensare che il suo “fattore C” aveva ancora una volta funzionato: l’odiato Berlusconi gli aveva lasciato un Paese in ripresa economica, col record di gettito fiscale, con le riforme più rognose già fatte. Bastava, con onestà ed intelligenza, riconoscerlo e guardare avanti. Ma Prodi non ne è capace. Ha preferito violentare il Paese con inutili medicine. Ha preferito negare l’evidenza, per portare a termine le sue vendette.

Poteva fare una Finanziaria da 15 miliardi di euro, 10 di correzione europea, e 5 di stimolo all’economia. E dedicarsi alle liberalizzazioni e privatizzazioni non costose. Altro che campionato a -26, come la Juventus. Studi l’economia, Prof. Prodi.

Ma ciò voleva dire venir meno al suo livore, al suo cinismo. Evidentemente non ce l’ha fatta. E ha preferito dare retta alla CGIL, ai rifondaroli, alle componenti più radicali della sua maggioranza. Ed è rimasto solo. Ferocemente solo. Con il Paese contro. Con i suoi stessi compagni di governo, contro.

Dopo il danno, anche, la beffa del giudizio del Presidente del Consiglio, Romano Prodi, che, come abbiamo sentito, ci considera tutti dei pazzi. Pazzi, forse, ma non scemi. A casa, a casa, mister Prodi, la misura è colma.

PS:... e pensare che questi signori descrivevano Berlusconi & C. come degli incapaci, dei ladri, dei farabutti, dei buoni a nulla, degli impresentabili, la vergogna dell’Italia. E pensare che metà del Paese ci aveva pure creduto. Grazie Prodi, ci hai ridato l’onore...!

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martedì, novembre 28, 2006

"La sinistra è il parassita di Berlusconi". Quando il Manifesto dice il vero

Impossibile non essere d'accordo con Valentino Parlato quando scrive, nel suo editoriale sul Manifesto di oggi, che «se Berlusconi non fosse sopravvissuto al suo mancamento l’Unione sarebbe al disastro, il suo collante si sarebbe sciolto e tutti i suoi componenti, grandi e piccoli, non saprebbero più che strada prendere, che cosa proporre, con chi governare e, soprattutto, governare per cosa».

Ha ragione da vendere quando riconosce che «l'Unione non avendo alcuna idea forte ed essendo composta da componenti rivaleggianti (e con rivalità all'interno di ciascuna componente) trova solo in Berlusconi la ragione del suo stare insieme, peraltro molto litigioso».

Spietatamente lucido quando ammette che «siamo di fronte a un caso di parassitisimo. L’Unione è parassita di Berlusconi e vive sulla paura di un ritorno di Berlusconi».

Il resto lo si può leggere qui.

Post scriptum. Parlato ha ragione anche quando scrive che dentro la Cdl, nel deplorabile caso di una dipartita di Berlusconi, sarebbe scoppiata la rissa sul "che fare". Ma questo in qualche modo è fisiologico. Assai meno normale e più preoccupante (per loro) è ciò che sarebbe avvenuto a sinistra.

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lunedì, novembre 27, 2006

Cospirativismo a sinistra sui brogli elettorali: l'analisi di Orsina

di Giovanni Orsina

Gli mancava proprio, al nostro povero paese, una bella cagnara sui brogli elettorali. Come se non avessimo già abbastanza guai, e ci servisse il doppio danno che verrà da questa vicenda. Il danno derivante dal colpo ulteriore inferto alle istituzioni pubbliche, ossia a quell’insieme di organismi e procedure che tutte le forze politiche dovrebbero accettare e soprattutto di cui l’intero paese dovrebbe fidarsi. E il danno derivante dal fatto che quel colpo è stato inferto sul terreno delicatissimo dei processi elettorali, sulla cui attendibilità si fonda la legittimità del nostro regime democratico.

La denuncia dei presunti brogli informatici che sarebbero avvenuti al Ministero dell’Interno nella notte fra il 10 e l’11 aprile, mossa dall’ormai noto film «Uccidete la democrazia!» di Deaglio e Cremagnani, appartiene a un genere politico antico e pernicioso: quello cospirativistico. Un genere fondato sulla convinzione che il potere sia conseguito e conservato ricorrendo a strumenti occulti e malvagi, tali che la realtà percepita dagli osservatori esterni – ossia dalle vittime di quel potere – altro non sia che una rappresentazione teatrale: una mera finzione destinata a gabbare i moltissimi gonzi, coprendo gli ingranaggi politici veri, che sono in pochissimi a far girare.

Ora, non è che questo sia un genere soltanto italiano. Tutt’altro. In epoca contemporanea, l’archetipo di ogni teoria cospirativistica è con ogni probabilità un bestseller internazionale come i «Protocolli dei savi anziani di Sion»: un documento totalmente fasullo, uscito più d’un secolo fa, che avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza di una cospirazione giudaico-massonica finalizzata alla conquista del mondo. Mentre l’ultimo e più illustre esempio è ovviamente rappresentato dalle «teorie alternative» sull’attentato dell’11 settembre: un avvenimento che ha tutte le caratteristiche, ma proprio tutte, necessarie a scatenare le più accese fantasie dietrologiche.

Fantasie che debbono rispondere a una qualche esigenza psicologica diffusa, se destano tanto interesse e incontrano un così ampio successo mediatico. Chissà, forse l’ostilità che gli uomini qualunque nutrono innata verso i potenti. Oppure una diffusa riluttanza ad accettare il «disincantamento del mondo»: la convinzione che dietro ogni evento debba esservi una volontà, che a tirare ogni filo sia un grande vecchio immenso nell’astuzia così come nella perfidia. Fantasie, d’altra parte, che prosperano soprattutto nel ricco brodo ideologico formatosi alla fine della guerra fredda, in cui si sono riversati molti dei temi caratteristici dello scontro pluridecennale fra Occidente e comunismo, primo fra tutti l’antiamericanismo.

Proprio perché il nostro paese nel brodo ideologico della guerra fredda c’è sguazzato a lungo, e ne porta ancora addosso tracce consistenti, se è vero che il cospirativismo esiste ovunque, è vero pure che in Italia ne abbiamo in discreta abbondanza. Non per caso, nel loro film Cremagnani e Deaglio ripartono da Portella della Ginestra, riconnettendo – anche grazie al tramite improbabile di un giornalista americano ultranovantenne (a proposito di «grande vecchio»…) – la presunta cospirazione informatica berlusconiana a un cinquantennio di cospirazioni altrettanto presunte, che avrebbero reso fittizia la nostra repubblica. «Uccidete la democrazia!» si inserisce così in un filone cospirativistico, in questo caso tutto italiano, le cui ascendenze ideologiche vanno ricercate in certo antifascismo radicale: quello che per meglio combattere la Democrazia cristiana negava che il regime da essa governato fosse democratico, assimilandolo piuttosto alla dittatura mussoliniana. Un filone poi non troppo minoritario, considerato che entro i suoi argini ha navigato molto spesso anche il Partito comunista, pentendosene poi, segnatamente nei cinquantacinque giorni del rapimento Moro. E un filone che, defunta la Dc, ha riciclato infine tutto il proprio impolverato arsenale ideologico in chiave antiberlusconiana.

Delle presunte cospirazioni progettate e attuate nel corso dei decenni repubblicani gli storici non è che abbiano poi trovato grandi prove. Studiosi stimati, per altro spesso presenti sulle pagine di questo giornale, come Piero Craveri e Giovanni Sabbatucci hanno criticato in maniera rigorosa alcune delle tesi cospirativistiche più diffuse. Altri ricercatori danno a quelle teorie maggior credito, ma pochissimi negherebbero che, con tutti i suoi difettacci, la repubblica italiana sia stata una democrazia. L’ipotesi cospirativa di Deaglio e Cremagnani ha tutta l’aria di essere ancora più inconsistente di quelle che l’hanno preceduta, se non altro perché in Italia non spetta al potere esecutivo certificare ufficialmente i dati elettorali, ma a quello giudiziario. Messe sotto accusa, le istituzioni italiane sembra intendano dissipare ogni dubbio, e forse a questo punto è bene che sia così. Quando però i dubbi saranno stati dissipati, come credo avverrà, non sarebbe male se il paese facesse tesoro di questa lezione. Rivolgendo il proprio scetticismo non soltanto contro i potenti, ma anche contro chi li immagina perennemente intenti a tessere trame oscure e inique.

© Il Mattino. Pubblicato il 27 novembre 2006.

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domenica, novembre 26, 2006

Contribuenti italiani, spremuti e derisi

di Fausto Carioti

Hanno ottime ragioni i contribuenti per pensare tutto il male possibile del governo Prodi, gli elettori della Casa delle Libertà per scendere in piazza il 2 dicembre e i reduci del ceto medio per voltare le spalle all’Unione, come certificano ormai tutti i sondaggi. Dopo aver aumentato le tasse su ogni cosa su cui era possibile aumentarle, dopo aver ignorato le preoccupazioni della Banca d’Italia e della Corte dei Conti per il nuovo carico fiscale messo sulla groppa di famiglie e imprese italiane, dal governo era lecito aspettarsi almeno un certo rispetto per i contribuenti che, con il loro portafogli, sono chiamati a mantenere in piedi una coalizione dove comandano quelli che sono andati al governo per fare la lotta di classe. E invece, assieme alla stangata, è arrivata la beffa.

Ieri Vincenzo Visco, viceministro dell’Economia in quota ds, visto l’incremento delle entrate fiscali registrato a novembre (+12,2% rispetto al 2005, con il gettito Iva in crescita del 13,1%) ha promesso di ridurre le tasse «domani, fra sei mesi, appena possibile». I contribuenti non avevano fatto in tempo a credere alla favola del Visco dal volto umano, che subito è riapparso quello di sempre. Purtroppo, ha chiarito poco dopo, bisognerà aspettare: «Dipendesse da me, lo farei anche subito, se fossimo sicuri sul lato della spesa». Il merito dell’aumento del gettito, che definisce «inatteso nell’entità», Visco ovviamente lo ascrive tutto al suo governo, cioè a se stesso: «È stata importante la manovra di luglio, che ha chiuso possibilità di evasione ed elusione», come dimostra la crescita del gettito Iva. È chiaro il tentativo di Visco da un lato di svuotare di significato le manifestazioni di piazza attese per i prossimi giorni (se il governo sta per ridurre le tasse, è il messaggio di Visco, è inutile che perdiate tempo a manifestare), dall’altro di togliere a se stesso e ai Ds l’etichetta di succhiasangue dei contribuenti.

Solo che c’è ben poco di credibile in quello che ha detto Visco. Non è assolutamente plausibile, infatti, che un simile aumento delle entrate fosse inatteso: il gettito fiscale è in crescita forte e costante da prima che Visco e Prodi tornassero al governo e da ben prima che varassero la manovra di luglio. E quindi non solo non è vero che il merito è del governo Prodi, ma appare anche stravagante la sorpresa di Visco dinanzi ai numeri resi noti ieri. Già nei primi tre mesi del 2006, prima delle elezioni, le entrate tributarie erano aumentate del 7,6% e il gettito Iva era cresciuto dell’8%. Mentre il governo Prodi stava nascendo, le entrate fiscali, trainate dalla ripresa dell’economia e dai provvedimenti firmati dal governo Berlusconi, lievitavano con percentuali a due cifre: a maggio il gettito dei tributi complessivi era cresciuto del 16,3% e quello prodotto dall’Iva del 13,6%.

A settembre, quando i tecnici del governo si sono seduti per scrivere la Finanziaria da 35 miliardi (l’80 per cento dei quali garantito da nuove tasse, tanto per gradire), i dati delle entrate fiscali nei primi sette mesi dell’anno (+12,6% il gettito complessivo, +9,4% il gettito Iva) erano già noti. Visco e i suoi colleghi, quindi, se solo avessero voluto, avrebbero potuto varare una manovra assai meno vessatoria nei confronti dei contribuenti. E ancora adesso, se davvero credesse in ciò che dice, Visco potrebbe annunciare un emendamento alla Finanziaria in modo da azzerare o ridurre la stangata. Ma non lo fa, perché non può. La verità è che il governo, pur avendo a disposizione strade diverse, ha scelto a tavolino di gravare di tasse il ceto medio e le imprese, soprattutto piccole, perché così chiede la forte ala massimalista dell’Unione.

Nelle parole dette dal viceministro c’è però una mezza verità: laddove ammette che il taglio delle tasse dovrà comunque essere accompagnato da analoghe sicurezze sul lato della spesa. Infatti queste certezze non potranno mai esserci, perché l’aumento e la redistribuzione della spesa pubblica sono le ragioni politiche per cui Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, oltre a una larga parte dei Ds, stanno al governo. E così la sparata di Visco, gratta gratta, si rivela per quello che è. Un tentativo mediatico per sottrarsi, almeno per un giorno, alla nomea di vampiro fiscale. Un messaggio ad uso interno dell’Unione, destinato agli alleati più a sinistra di lui. Ma non un impegno serio dinanzi ai contribuenti, beffati così una seconda volta.

© Libero. Pubblicato il 26 novembre 2006.

Update del 27 novembre. Dio, come sono prevedibili. Ha appena parlato il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Ha detto che, nonostante il buon andamento del gettito fiscale, il taglio delle aliquote fiscali «è un'operazione che non può essere fatta immediatamente». Tranquillo, nessuno si era illuso.

Update 2. Non ce n'era bisogno, ma anche Prodi ci tiene a confermare che quelle di Visco erano sparate senza alcun fondamento: «Appena riusciremo a far ordine nel bilancio dello Stato ci sarà una riduzione delle tasse, ma solo quando l'economia sarà risanata».

Lettura complementare consigliata: Tutto va Bonino, madama la marchesa, dell'ottimo Phastidio.

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sabato, novembre 25, 2006

Il grande imbroglio dei brogli elettorali

Si vola bassissimo, in maniera molto goffa, su questa storia dei brogli elettorali.

Tanto per capirsi. Prima leggere l'intervista, apparsa oggi sul Corriere, agli anonimi autori del libro "Broglio - Romanzo simultaneo", cui si è ispirato Enrico Deaglio (che con questo si era giocato un bel po' di lettori a sinistra, che magari con questa nuova mossa antiberlusconiana recupererà) per la realizzazione del suo discusso dvd.

Quindi leggere il seguente comunicato stampa di Maurizio Turco, appena arrivato nella mia casella di posta elettronica come in quelle di qualche altro centinaio di giornalisti.
Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale, capogruppo della Rosa nel Pugno nella Giunta delle elezioni:

«Oggi sul Corriere della Sera gli autori de "Il broglio", alla ricerca della prova regina, forniscono un indizio di quello che sarebbe accaduto durante la notte in cui sarebbe scattato l'ordine: "uccidete la democrazia".

L'indizio è eloquente: in un paese della Puglia, a San Nicola Garganico, governato dal centrodestra, le schede bianche sono zero e gli autori del libro hanno trovato una signora che afferma di aver votato scheda bianca.

Eloquente lo è di sicuro ma come indizio difetta non poco:
- in Italia non esiste alcun "Comune di San Nicola Garganico";
- in Puglia non esiste un Comune in cui le schede bianche siano pari a zero.

Se questo è l'indizio più che indagare sui brogli di ieri bisognerebbe farlo sugli imbrogli di oggi».
Detto ciò, se proprio se ne ravvisa l'esigenza, ben venga un'accurata riconta delle schede. Tutte. E se dovesse saltare fuori che i brogli sono stati commessi a sinistra, tutti a casa: i parlamentari, Romano Prodi e i suoi ministri, nonché il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che da questo parlamento è stato eletto. In alternativa, se a sinistra non ritengono percorribile un simile percorso, c'è sempre l'ipotesi del ritorno immediato alle urne. Una buona metà del Paese ne sarebbe lieta. Altrimenti, visto che da una parte come dall'altra non vi è alcuna prova su qualunque tipo di brogli, si fa più bella figura a stare zitti.

La verità è che non succederà nulla. A questo ennesimo polpettone cospirativista a sinistra non crede nessuno. Serve solo a spostare l'ombra del sospetto dai loro scrutatori e presidenti di seggio a Giuseppe Pisanu, a togliere un po' di attenzione mediatica dalla Finanziaria che ha creato più malcontento nella storia d'Italia e a ricompattare lettori, politici ed elettori di sinistra attorno all'unica cosa su cui si trovano tutti d'accordo: la natura demoniaca di Silvio Berlusconi. E' triste che, persino oggi che stanno al governo, non trovino altro cui aggrapparsi.

Da leggere: Deaglio, il film e i controlli dei risultati elettorali, di Peppino Calderisi e Marco Taradash

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Se Fidel Castro si converte...

Ne avevamo accennato qui. Ora sul sito di Antonio Socci è arrivato il suo splendido articolo sul dittatore morente:
«Fidel Castro in ospedale sente avvicinarsi la morte e ha paura. Del giudizio di Dio. Lo ha spiegato, in un’intervista al Corriere della sera uscita ieri, sua figlia Alina che nel 1993 è fuggita dall’isola dove suo padre ha schiavizzato un intero popolo. Due flash bastano a capire la sua storia: “papà non c’era mai. Lo vedevo parlare alla tv nove ore al giorno”, “ricordo che all’età di tre anni i cartoni animati di Topolino furono rimpiazzati in televisione dalle esecuzioni ordinate da mio padre. Fu per me un trauma”.

Il tiranno comunista, a 80 anni, in condizioni pessime ora è in crisi, divorato dai morsi della coscienza. Ripensa a tutti i suoi crimini, al fiume di poveracci che ha fatto straziare, al mare di lacrime che ha fatto piangere, alla voce delle sue vittime indifese. Per decenni è riuscito a impedire che quella voce fosse udita fuori, ma da bamino ebbe un’educazione cattolica e ora, vecchio e carico di crimini, si è ricordato che la voce piangente delle vittime, sebbene rinchiusa nel carcere più buio, perfino la voce più flebile, arriva sempre al trono dell’Onnipotente, giusto Giudice. Arriva sempre. E non resta mai inascoltata. E Dio, come dice Maria nel Magnificat, è colui che “disperde i superbi”, che “rovescia i potenti dai troni” e che “innalza gli umili”. E’ colui che – secondo le parole di Gesù – giudicherà per l’eternità i malvagi: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno…” (Mt 25, 41).

Devono essere di questo tipo i pensieri neri che si affollano nella mente del vecchio despota comunista».
Il resto qui, sul sito di Socci.

Solita piccola selezione cubana da questo blog:
"Il male di Fidel Castro è incurabile. Non arriverà al 2007"
La Leni Riefenstahl di Guevara e Castro
Andy Garcia contro Castro e Guevara (c'è una Hollywood che pensa)
Il libro nero del comunismo cubano (ovvero il conto del macellaio)

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venerdì, novembre 24, 2006

La cittadinanza agli immigrati e l'esempio americano

Il solito Bruce Bawer spiega bene come la si pensa anche da queste parti sulla concessione della cittadinanza e sul flaccido approccio al tema adottato da quell'enorme ospizio multiculturalista chiamato Europa continentale.
1- Se un Paese accetta di darti la sua cittadinanza, il minimo che gli devi è una solenne promessa di lealtà.

2. Se accetti la cittadinanza, devi essere onorato ed entusiasta di fare una simile promessa. E di cantare l'inno nazionale.

In America la cosa non è nemmeno oggetto di discussione. La cittadinanza è vista come un grande onore. Se sei un cittadino, è naturale che tu onori la bandiera a stelle e strisce. E' naturale che tu canti l'inno nazionale. La tendenza europea a considerare tutto ciò come l'equivalente di arrestare qualcuno, rinchiuderlo in uno sgabuzzino e obbligarlo a svendere la propria anima puntandogli una pistola alla tempia è terribilmente disastrosa.

Negli Stati Uniti, i nuovi cittadini vanno alla cerimonia di concessione della cittadinanza indossando i loro abiti migliori. Portano con sé le loro famiglie, scattano fotografie e piangono e si abbracciano e cantano l'inno nazionale con orgoglio e felicità. Questo vuol dire costruire e mantenere solido un Paese. Quando un Paese inizia a concedere passaporti a persone che non vivono la concessione della cittadinanza in questo modo, che di fatto disprezzano il Paese e i suoi valori, quel Paese è condannato.
Non a caso quello statunitense è di gran lunga il modello d'integrazione degli immigrati più efficiente al mondo. Proprio perché disciplina l'intera procedura dell'acquisizione della cittadinanza non come un diritto dell'immigrato, ma come un vero e proprio onore concesso dallo Stato ospitante. Come si legge sul sito del governo americano, «Citizenship is one of the most priceless gift that the U.S. government can bestow, and the most priceless immigration benefit that USCIS can grant».

Etnia, religione e altre "appartenenze" sono e debbono essere secondarie rispetto all'appartenenza principale: quella alla cittadinanza americana. L'immigrato è visto sin dall'inizio come un cittadino americano a tutti gli effetti, come una risorsa per la società in cui andrà a vivere. L'esatto contrario dell'approccio multiculturalista europeo, dove all'immigrato, in cambio della cittadinanza, non è chiesta di fatto alcuna convinzione né alcuna rinuncia, e dove nulla gli si dà in termini di reale integrazione nella nuova società in cui vive. La creazione di ghetti prima, e di vere e proprie enclaves "extraterritoriali" all'interno di tanti Stati europei poi, ne sono la logica conseguenza.

Update. Avevo scritto da poche ore delle suddette enclaves "extraterritoriali" quando Daniel Pipes ha pubblicato l'elenco delle Zus, "Zones Urbaines Sensibles", acronimo politicamente corretto per le 751 aree delle città francesi di cui lo Stato non ha il controllo. Il nome giusto per queste aree, avverte Pipes, sarebbe "Dar al-Islam", la terra dove comandano gli islamici.

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mercoledì, novembre 22, 2006

L'Internazionale Liberale si chiede se l'islam può diventare liberale

Nei giorni scorsi l'Internazionale Liberale si è riunita per il suo 54° congresso a Marrakesh, in Marocco. La questione principale su cui si è dibattuto: è possibile conciliare liberalismo e islam? Detta altrimenti: cosa deve fare un buon islamico per essere anche un buon liberale? Al confronto hanno partecipato trenta partiti liberali del mondo islamico. Tra gli altri, erano presenti delegati dall'Egitto, dall'Iraq liberato dagli americani, dalla Turchia, dall'Indonesia e dall'autorità palestinese.

In attesa di leggere i documenti ufficiali del congresso, se e quando essi appariranno sul sito dell'organizzazione, vale la pena di leggere il resoconto e le opinioni di Carlos Alberto Montaner, cubano in esilio, che dell'Internazionale Liberale è uno dei vicepresidenti.

L'irlandese John Alderdice, presidente dell'Internazionale Liberale, parte da una constatazione sensata: solo i musulmani liberali, tolleranti e democratici possono fermare i fondamentalisti islamici. La battaglia vera contro il terrorismo si combatte all'interno del mondo islamico.

Il problema, appunto, come nota Montaner, nasce quando si deve tracciare l'identikit del vero islamico liberale. Egli deve infatti:
1) Battersi per l'uguaglianza delle donne rispetto agli uomini e per impedire l'uso del Corano come fonte di diritto, soprattutto dal punto di vista della giustizia penale;

2) Combattere le fatwa degli imam che condannano a morte gli scrittori non ortodossi rispetto all'islam;

3) Denunciare la natura guerrafondaia di una religione che (almeno nella sua versione fondamentalista) venera il jihad, la guerra santa, e divide il mondo in due parti: la metà che è stata già sottomessa all'islam e la metà che ancora deve esserlo;

4) Difendere il diritto di Israele a esistere come una nazione indipendente e in pace con uno stato palestinese altrettanto libero e pacifico.
Ma è data una simile figura di islamico in natura? E se sì, questi islamici sono in numero sufficiente a svolgere il loro lavoro di "liberalizzatori" dell'intera società in cui vivono prima che l'Ahmadinejad di turno, tra gli applausi della folla e la benedizione di tanti ulema, imam, mullah e muftì, lanci l'attacco definitivo su Israele?

Post Scriptum. Sul Weekly Standard merita di essere letto Sex in the Park, illuminante articolo sui predicatori islamici in Danimarca. L'ultima notizia è l'addio al paese dell'imam Raed Hlayhel, il primo a incitare i musulmani alla rivolta dopo la pubblicazione delle vignette sul Jyllands-Posten. Dopo aver perso la causa contro il quotidiano, di sua volontà Hlayhel ha deciso di tornarsene a Tripoli (figuriamoci se il governo danese ha gli attributi per espellere chicchessia). Ma prima di andarsene, nella sua ultima predica, «ha accusato il Papa e ha messo in guardia contro una nuova pubblicazione delle vignette, minacciando rappresaglie: "Noi siamo persone che amano la morte e siamo pronti a sacrificarci dinanzi ai piedi di Allah. Non ripetete una simile tragedia, altrimenti la tragedia colpirà voi e il mondo intero"». Il suo ritorno in Libia non sembra una gran perdita per la Danimarca.

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Morire da cristiani nell'India islamica

Due fondamentalisti islamici hanno ucciso in pieno giorno Bashir Ahmad Tantray, cristiano convertito dall’islam circa 10 anni fa, mentre parlava con degli amici musulmani. L’uomo è morto nel suo villaggio, Mamoosa, che si trova nel distretto di Baramulla. Lascia la moglie e 4 figli, due femmine e due maschi. (...)

Dopo la conversione, Bashir si era dedicato con impegno ai progetti sociali ed all’evangelizzazione della zona all’interno di un gruppo evangelico. Subito dopo aver cambiato religione, era stato minacciato di morte ed era fuggito dal villaggio, per tornarvi alcuni anni dopo.

E’ la prima volta che nello Stato settentrionale avviene un omicidio ai danni di convertiti al cristianesimo, anche se già da tempo sono in aumento le violenza contro i cristiani locali. Circa due anni fa, alcuni militanti islamici avevano lanciato delle granate contro la scuola missionaria di Pulwama, mentre nel luglio scorso un’autobomba aveva danneggiato un'altra scuola cristiana. (...)

La vittima non ha ricevuto una sepoltura cristiana: per timore di ulteriori violenze, è stato tumulato secondo il rito islamico nei pressi della sua abitazione.
Ulteriori dettagli su AsiaNews.

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martedì, novembre 21, 2006

L'unica cosa su cui ha ragione Oliviero Diliberto

di Fausto Carioti

Nella vicenda dei fantocci vestiti da soldato italiano, americano e israeliano, bruciati e impiccati al grido di «10-100-1000 Nassiriya» durante il rito tribale che si è tenuto sabato nelle strade di Roma, è chiaro che Oliviero Diliberto ha torto marcio. La sua colpa vera è ben precedente ai fatti di sabato, ai quali era presente nonostante fosse chiaro a tutti ciò che sarebbe successo in piazza, ed è quella, come ha scritto - da sinistra - Luca Ricolfi, di aver contributo a «intossicare» i giovani vendendo loro una «sistematica opera d’informazione a senso unico», ad esempio sul conflitto arabo-israeliano. Su una cosa, però, il segretario dei Comunisti italiani ha ragione: quando, intervistato da Repubblica, sbotta contro i suoi alleati: «Quanto opportunismo nella condanna e quanta ipocrisia nei miei colleghi!».

Indovinare con chi ce l’abbia Diliberto non è difficile. Di sicuro, malgrado quella deliziosa erre moscia, il suo arcinemico Fausto Bertinotti non è tra coloro che possono permettersi di alzare il ditino e dare lezioni sul comportamento da tenere in piazza, come invece ha fatto. Dopo aver lisciato il pelo ai teppisti dei centri sociali di tutta Italia e aver dedicato la loro aula in Senato a Carlo Giuliani, ucciso mentre, a volto coperto, si stava avventando contro un carabiniere, i compagni di Rifondazione Comunista debbono avere un gran senso dell’umorismo per giudicare «incompatibili con la convivenza civile» (come ha fatto Bertinotti) i comportamenti di chi se la prende con soldati di pezza. Ovviamente l’accusa di inciviltà i compagni di piazza di Diliberto la meritano tutta. Ma la lista di quelli che hanno il diritto di lanciarla, pur essendo lunghissima, non comprende il presidente della Camera e i vertici del suo partito.

Anche il presidente del Consiglio è intervenuto, chiedendo ai Comunisti italiani «l’impegno a finirla di giocare con la piazza». Ma in campagna elettorale, quando Diliberto era apparso in tutta Italia sui manifesti con la scritta «Via dalla sporca guerra», Romano Prodi non aveva avuto nulla da obiettare. E tra dire che una guerra è sporca e sostenere che chi la combatte è un criminale, e come tale merita di essere insultato in piazza, non si vede una grande differenza.

Né è la prima volta che accade qualcosa di simile: a Roma una manifestazione “pacifista”, come le tante che si sono tenute quando al governo c’era Silvio Berlusconi, non è degna di tale nome finché non viene bruciata almeno una bandiera con la stella di David. Tutto questo, per inciso, accade mentre a sinistra nessuno, a iniziare dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema, ha il coraggio politico di dire che la causa del conflitto mediorientale è il rifiuto arabo-islamico, dal 1948 a oggi, di riconoscere il diritto di Israele all’esistenza. Prodi, però, fino a domenica, quando - anche per ragioni di presentabilità internazionale - è stato costretto a prendere le distanze dall’accaduto, ha sempre preferito un silenzio complice. E lo ha fatto perché Diliberto e compagni, con le loro sparate contro gli Stati Uniti e contro Israele, gli servivano per assicurare alla sua coalizione il voto della parte più belluina dell’elettorato di sinistra. Operazione, peraltro, perfettamente riuscita, e rivelatasi decisiva per la risicatissima vittoria di Prodi. Per questo il primo degli ipocriti è proprio lui.

© Libero. Pubblicato il 21 novembre 2006.

Post scriptum 1. Letture consigliate:
Diritto di Israele a uno Stato. A sinistra il 12% è contrario, di Renato Mannheimer
Vabbè Diliberto, ma perché D'Alema non dice che Israele ha ragione?, di Antonio Polito

Post scriptum 2. Degno di nota:
Rossana Rossanda se la prende con Miriam Mafai, colpevole di oggettiva complicità con il nemico per aver criticato la manifestazione di Roma: «Erano in nove, è durato qualche minuto. Si poteva affogarli nella loro insignificanza», sostiene la Rossanda. Come risposta, vale quanto scritto ieri da Luca Ricolfi: «Lo scandalo non è che ci siano quattro "imbecilli", "teppisti" o "provocatori" (come vi sbizzarrite a chiamarli) che fanno quello che fanno. Lo scandalo è che nessuno degli altri manifestanti li abbia fermati, che non siano stati subissati da una marea di fischi, che non ci siano state decine di interviste a manifestanti che dicono: siamo sconvolti, ci vergogniamo per loro».

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lunedì, novembre 20, 2006

Back to the roots? Il "Common Sense Conservatism" di John McCain

Una delle certezze del dopo-elezioni di mid-term negli Stati Uniti è che il partito repubblicano, nei prossimi due anni, cercherà di recuperare buona parte della sua anima originaria, incarnata sicuramente meglio da Ronald Reagan che dai suoi successori repubblicani alla Casa Bianca. Un'agenda politica, quella di Reagan, che il recentemente scomparso Milton Friedman definì "quasi-libertarian". John McCain potrebbe essere l'alfiere di questa "operazione recupero". Lui, almeno, ci conta. E di sicuro giocherà tutte le sue cartucce per arrivare sino in fondo alla corsa per la Casa Bianca (da queste parti, oggi e per quello che conta, si fa il tifo per Rudolph Giuliani, ma questo non c'entra).

Per questo è importante capire qual è il progetto politico di McCain. Lo ha spiegato lui stesso nei giorni scorsi in una cena ufficiale al Gopac, il Political Action Commitee del Grand Old Party, di fatto la scuola di formazione dei candidati repubblicani, assai vicina a Newt Gingrich. Un discorso che è stato letto come il primo annuncio del suo programma per la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Lo slogan è già pronto: "Common Sense Conservatism", il conservatorismo del buon senso comune. Quello scelto all'epoca dall'attuale presidente degli Stati Uniti, come si ricorderà, fu "Compassionate Conservatism". A conferma che Oltreoceano, a differenza che in Italia e in Europa continentale, quello del conservatorismo è un brand molto forte, tanto che i candidati repubblicani fanno a gara nell'appiccicarselo addosso, pur declinandolo ognuno a modo proprio.

A proposito. Occhio alle citazioni: McCain nel suo discorso ha citato Reagan (4 volte), Abraham Lincoln e Theodor Roosevelt. Nessuna citazione per George W. Bush, presidente in carica. Non è un caso.

Ecco cosa intende McCain per "Common Sense Conservatism":
«Common sense conservatives believe in a short list of self-evident truths: love of country; respect for our unique influence on history; a strong defense and strong alliances based on mutual respect and mutual responsibility; steadfast opposition to threats to our security and values that matches resources to ends wisely; and confident, reliable, consistent leadership to advance human rights, democracy, peace and security.

We believe every individual has something to contribute and deserves the opportunity to reach his or her God-given potential. We believe in increasing wealth and expanding opportunity; in low taxes; fiscal discipline, free trade and open markets. We believe in competition, rewarding hard work and risk takers and letting people keep the fruits of their labor.

We believe in work, faith, service, a culture of life, personal responsibility. We believe in the integrity and values of families, neighborhoods and communities. We believe in limited government in a federal system, individual and property rights, and finding solutions to public problems closest to the people.

We believe in the rule of law and equal justice under the law, victim's rights and taxpayers' rights, and judges who interpret the Constitution and don't usurp, by legislating from the bench, the public's right to elect representatives to write our laws.

Common sense conservatives believe that the government that governs least governs best; that government should do only those things individuals cannot do for themselves, and do them efficiently. Much rides on that principle: the integrity of the government, our prosperity; and every American's self-respect, which depends, as it always has, on one's own decisions and actions, and cannot be provided as another government benefit».
Chi vuole capirne di più, può leggere l'intero testo del suo discorso.

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venerdì, novembre 17, 2006

Prodi cambia strategia della comunicazione. Berlusconi ringrazia

Si può tranquillamente preferire la proposta politica di Romano Prodi a quella di Silvio Berlusconi. Però pare difficilmente contestabile il fatto che i due, sulla scala evolutiva della comunicazione, siano separati da una distanza analoga a quella che passa tra la vongola da spaghetto e l'homo sapiens.

Per spiegarsi meglio. Oggi Prodi ha fatto una grande conferenza stampa (qui tutto il materiale) in cui ha tracciato ai giornalisti il bilancio di questa fase iniziale di governo. Nelle sue intenzioni, deve essere l'inizio della riscossa comunicativa dopo il crollo verticale registrato in tutti i sondaggi, l'avvio di una nuova strategia, destinata a parlare direttamente alla gente. Servono, quindi, concetti semplici, chiari, di facile intuizione. Spiegati in modo che chiunque li possa capire subito. Lasciamo perdere i bofonchiamenti vari, il fatto che abbia abbandonato la conferenza stampa senza salutare né dire alcunché, lasciando basiti gli stessi ministri. Andiamo dritti al materiale "esplicativo" consegnato ai presenti. Il pezzo forte, quello di cui Prodi andava più orgoglioso, è quello che ha chiamato "l'albero del programma". Descriverlo è impossibile. Bisogna vederlo con i propri occhi.

Ottantuno caselle che partono dal riesumato "Sviluppo sostenibile", posto alla radice di tutto, e collegate tra loro da "rami" contorti, la gran parte delle quali appartenenti a tre categorie.

Prima categoria. L'estremamente vago. Vi rientrano, ad esempio: "Riorganizzazione delle competenze del governo"; "Consulenza su innovazione e informatizzazione delle imprese"; "Accesso al capitale di rischio"; "Creazione di sedi confronto con i diversi attori sociali".

Secondo categoria. Il banalmente ovvio. Tipo: "Selettività degli interventi in un quadro di programmazione territoriale", "Attrazione investimenti diretti esteri" o "Partecipazione di imprese italiane a progetti europei".

Terza categoria. L'incomprensibile. Si possono scrivere, in un documento divulgativo destinato (nelle speranze del governo) a essere riprodotto sui giornali, cose come "Sistemi produttivi locali e cluster innovativi" o "Favorire la fornitura di servizi multidisciplinari da professionisti associati"?

(Ovviamente, l'appartenenza a una categoria non esclude l'appartenenza alle altre).

Nel dubbio, stampatevi l'albero del programma. Mettetevelo in tasca. Fatelo vedere al vostro vicino di casa quando siete insieme a lui in ascensore. Domandategli cosa ci ha capito. Se non ci ha capito nulla, appartiene anche lui al lungo elenco degli italiani che secondo Prodi sono "impazziti", incapaci di comprendere la portata delle sue intuizioni.

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Fidel Castro morente raccontato dalla figlia Alina

Da non perdere l'intervista ad Alina Castro apparsa oggi sul Corriere della Sera. Qualche chicca, ad uso e consumo dei tanti poveri illusi e/o idioti italo-latinoamericani (more info here) che ancora si bevono la favola del comunismo gioioso modello Havana Club:

«Ricordo che all'età di tre anni i cartoni animati di Topolino furono rimpiazzati in televisione dalle esecuzioni ordinate da mio padre. Fu per me un trauma e ne parlo nella mia autobiografia "Alina, la figlia ribelle di Fidel Castro"».

«La sinistra europea, i Paesi non allineati e le star di Hollywood lo vedono come l'ultimo dei mohicani. L'hanno talmente idealizzato da non riuscire più a vedere di là dallo schermo da loro stessi creato. L'idea di una rivoluzione proletaria nei Caraibi è molto più esotica per la sinistra europea che non le purghe staliniane. E lo dico da persona di sinistra».

«Uno dei Paesi che l'hanno idealizzato di più resta l'Italia. Ogni volta che la visito vedo più t-shirt di mio padre e di Che Guevara che non nel resto del mondo. Nell'immaginario collettivo degli italiani lui sarà legato per sempre a Guevara: insieme sono gli eterni rivoluzionari. L'ultimo pretesto dei marxisti per difendere la loro ortodossia. Questa gente non conosce la realtà cubana e farebbe meglio a vivere nel Paese per un po', prima di parlare».
Il resto, compreso il rapporto con Cristo del dittatore cubano in questi suoi ultimi giorni di vita, lo si può leggere sul sito del Corriere.

Lettura consigliata: Stubbornly moribund, di Carlos Alberto Montaner.

Le ultime indiscrezioni sullo stato di salute del macellaio cubano: U.S. officials say Castro believed to have terminal cancer, Associated Press.

Piccola selezione cubana da questo blog:
"Il male di Fidel Castro è incurabile. Non arriverà al 2007"
La Leni Riefenstahl di Guevara e Castro
Andy Garcia contro Castro e Guevara (c'è una Hollywood che pensa)
Il libro nero del comunismo cubano (ovvero il conto del macellaio)

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giovedì, novembre 16, 2006

There's no such thing as a free lunch. Breve ricordo di Milton Friedman

E' morto Milton Friedman, e oggi chi crede nel capitalismo e nella libertà è un po' più triste. Di lui, su questo blog, si è parlato qui.

Qui, su Reason, la sua lunga intervista del 1995 a Brian Doherty, che ha il sapore di un testamento intellettuale e politico.

Qui, sempre su Reason, la sua intervista a Nick Gillespie del dicembre 2005, in cui spiega come e perché mercato e concorrenza fanno bene alla scuola.

Qui l'intervista a Milton e Rose Friedman apparsa sul Wall Street Journal lo scorso 22 luglio.

Qui, il suo articolo apparso sul Wall Street Journal lo scorso 6 ottobre.

Ulteriori informazioni e link su Walking Class.

Update. Assolutamente da non perdere, il necrologio del Wall Street Journal: Friedman and Freedom. The man who made free markets popular again.

Gli approcci dei Ds con la Lega sono una minaccia per Prodi

di Fausto Carioti

Forse la Lega Nord è davvero in vendita al migliore offerente. O forse, come è più probabile, stiamo solo assistendo all’ennesimo giro di valzer cui quel grande animale politico chiamato Umberto Bossi sta costringendo l’intero circo Barnum della politica italiana, da Massimo D’Alema a Silvio Berlusconi, secondo un copione già visto: delegare i colonnelli - Roberto Maroni per primo - a parlare con tutti, andando in giro ad annusare l’aria per meglio capire dove conviene stare. Per poi, magari, restare ancorati al centrodestra. Di sicuro, è in vendita la maggioranza di governo costruita e tenuta faticosamente in piedi da Romano Prodi. L’hanno messa in offerta i Ds, tramite il fassiniano Vannino Chiti, ministro delle Riforme, che ieri ha chiesto a Bossi l’appoggio esterno del Carroccio: «Se ci fosse un’intesa su alcune priorità programmatiche, condivise dal governo e dall’Unione in modo trasparente, e sulla base di questo la Lega desse un appoggio esterno o anche semplicemente un sostegno su singoli provvedimenti concordati, credo che sarebbe utile al Paese e certamente anche al Centrosinistra». In cambio di questo appoggio, la segreteria Ds mette sul piatto la disponibilità a trattare sulla riforma in senso federalista della Costituzione e sull’introduzione del federalismo fiscale. Una proposta che pecca di ottimismo - i Ds, con tutta la loro buona volontà, non sono in grado di garantire la realizzazione di simili promesse - ma che trova comunque molte orecchie interessate all’interno del Carroccio.

Il primo che avrebbe tutto da perderci, ovviamente, è Berlusconi, che con l’addio del Carroccio - assieme al quale ha primeggiato per cinque anni di governo sull’accoppiata An-Udc - vedrebbe con ogni probabilità conclusa la sua carriera politica, almeno come leader della Casa delle Libertà. Nel centrodestra si aprirebbe una nuova partita, che vedrebbe messa in posizione marginale la stessa Forza Italia, la cui centralità è dovuta proprio alla presenza della Lega Nord nella coalizione.

Assieme a Berlusconi, ha ottimi motivi per preoccuparsi della riuscita del tentativo diessino il suo successore a palazzo Chigi. Non è un mistero che i Ds vivano con sofferenza crescente l’accordo politico che lega Prodi a Rifondazione e ai Comunisti italiani, i quali in molti casi - troppi, secondo Fassino e compagni - riescono a imporre al governo una linea lontana dal ceto medio e da categorie produttive che il Botteghino non ha alcuna voglia di inimicarsi. Cosa che invece sta puntualmente avvenendo, come confermano i sondaggi che continuano a fotografare il crollo dei consensi per i partiti che compongono la maggioranza. Da qui, il tentativo di allargare la coalizione e creare nuovi equilibri politici a sinistra.

Almeno sulla carta, l’apertura alle richieste della Lega appare più percorribile della via alternativa, ovvero l’ingresso dell’Udc nel centrosinistra. Mentre l’arrivo di Pier Ferdinando Casini, ammesso che sia fattibile, rivoluzionerebbe la natura politica della coalizione, spostandone decisamente l’asse verso il centro - anche perché certi passaggi avvengono sempre dietro lauto corrispettivo politico - l’apertura alle richieste della Lega, almeno in teoria, avrebbe un effetto diverso. Il Carroccio, infatti, non è classificabile come partito di destra o di sinistra, liberista o solidarista, interventista o pacifista. È invece un partito a progetto, e il progetto di Bossi e dei suoi uomini è il federalismo, che - in teoria - può essere abbracciato da un governo di qualunque colore.

Il problema, quindi, non riguarda tanto l’Unione, quanto Prodi. Il quale sa benissimo - e non lo nasconde - che l’unica maggioranza con cui può continuare a fare il premier è quella attuale. Ogni altra configurazione finirebbe inevitabilmente per contrastare o guastare il rapporto preferenziale che lo lega all’ala sinistra dell’Unione, il suo vero punto di forza. L’allargamento del centrosinistra alla Lega riporterebbe in posizione cruciale, all’interno dell’alleanza, i vertici diessini. E non solo perché protagonisti della trattativa con il Carroccio sono, sin d’ora, Chiti, Pierluigi Bersani e D’Alema, i quali hanno già tagliato fuori sia la Margherita sia i prodiani. Ma anche perché i Ds sono l’unico partito dal quale la Lega può attendersi passi concreti in direzione del federalismo. Prodi, non avendo un proprio partito, non può prendere alcun impegno. Così ora assiste infastidito allo scambio di amorosi sensi tra diessini e leghisti e spera che alla fine il matrimonio non si faccia. Almeno su questo, lui e Berlusconi la pensano allo stesso modo. Capace che per una volta vinceranno tutti e due.

© Libero. Pubblicato il 16 novembre 2006.

Update. Analisi sotto molto aspetti identica, il giorno dopo, sulle pagine di Repubblica: E il premier gela il Carroccio. "Non ci serve il loro appoggio".

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mercoledì, novembre 15, 2006

La satira, Ratzinger e l'islam: compagni, fateci ridere ancora

Chi ha detto che a sinistra - i comunisti innanzitutto - non conoscono l'autoironia? Dove sta scritto che non sono capaci di scherzare su loro stessi, sui loro difetti e piagnistei, che non sanno rappresentarsi in modo caricaturale? Niente di più falso. Basta prendere in mano i quotidiani di sinistra in edicola oggi, vedere come hanno trattato quello che per loro è l'argomento del giorno, cioè la dichiarazione di padre Georg Genswein, segretario di Benedetto XVI, a proposito della satira televisiva che riguarda lui e il papa, per capire che la voglia di prendersi in giro a sinistra è tanta.

Innanzitutto rileggiamo la dichiarazione di Padre Georg, così come trasmessa originariamente dalle agenzie di stampa:

Interpellato dall'AdnKronos, pur premettendo che ''non ho mai visto queste trasmissioni e neanche le guarderò mai'', don Genswein accetta di dire la sua dopo la bufera scatenata dall''Avvenire' contro il ''tentativo continuo di ridicolizzare figure cattoliche''.
''Ho preso atto della polemica e spero che trasmissioni di questo tipo smettano - afferma don George Genswein - D'accordo la satira, ma queste 'cose' non hanno livello intellettuale e offendono uomini di Chiesa. Non sono accettabili. Spero davvero che smettano subito''.
Il segretario del Papa si fa raccontare qualche gag perché lui non le ha mai viste e, assicura, ''non le vedrò mai''. ''Trasmissioni così sono poco costruttive. Ho preso atto del fatto e voglio dimenticare''.
Il quotidiano della Cei ha bollato le gag di Fiorello e Crozza come ''satira fallimentare non priva di vigliaccheria''. Non è piaciuto all'Avvenire lo sketch in cui Benedetto XVI ''fuma tre pacchetti di sigarette, come un turco, per prepararsi al prossimo viaggio in Turchia'' né gli altri dello stesso tenore. Non è dato sapere se il Pontefice abbia ascoltato qualcuna delle gag incriminate ma di sicuro non ha fatto alcun commento né sembra intenzionato a farne. ''Il Papa non ha certamente commentato - conclude don George - E poi un commento del Santo Padre o una sua qualunque reazione sarebbero davvero troppo onore per questa gente''.

Da ciò si evincono due dati. Primo: a don Georg certa satira non piace. Secondo: don Georg si augura che questa satira finisca. "Spero davvero che smettano subito", sono le sue parole. Un auspicio, dunque.

Ora, agli occhi delle persone normali va da sé che ogni paragone con la censura islamica nei confronti della satira su Maometto è assolutamente grottesco. Improponibile. Da un lato c'è un importante sacerdote che la prende male, e "spera" che la cosa finisca. Dall'altro, come già scritto in un post precedente, accade questo:
Condanna a morte è stata emessa per Flemming Rose, il responsabile della sezione cultura del Jyllands-Posten, il quotidiano danese che il 30 settembre del 2005 ha pubblicato le vignette satiriche su Maometto, il quale in seguito alle proteste (iniziate mesi dopo la pubblicazione dei disegni) si è dovuto ritirare dal lavoro, mettendosi in ferie per un tempo indefinito. Condanna a morte hanno dovuto subire anche i disegnatori delle vignette. Rose ha spiegato così le sue ragioni: «Ho notato troppi casi di autocensura (in Europa, ndr): Kare Bluitgen, autore di un libro per bambini sulla vita di Maometto, non trovava illustratori; a Londra, la Tate Gallery ha scelto di non mostrare God is Great , un’opera di John Latham sui punti di contatto tra le religioni; il comico danese Frank Hvam ha detto che nei suoi sketch poteva forse dileggiare la Bibbia ma aveva paura di prendersela con il Corano; in tutta Europa non si trovavano traduttori di un libro di Ayan Hirsi Ali e chi lo faceva preferiva restare anonimo, ad esempio in Finlandia, per non fare la fine di Theo Van Gogh». Migliaia di islamici (quelli che non si sono mai visti in piazza per protestare contro il terrorismo) sono scesi nelle strade per protestare contro la pubblicazione delle vignette. Il partito pachistano Jamaaat-e-Islami ha offerto 500 corone danesi a chiunque avesse ucciso almeno uno dei disegnatori responsabili dell'offesa al profeta. E il Jyllands-Posten, in seguito alle numerose minacce di morte ricevute, ha dovuto assumere guardie private per proteggere i suoi dipendenti.
La differenza tra le due reazioni, quella del Vaticano e quella del mondo islamico, è semplicemente incommensurabile.

E invece, guarda qui cosa ti inventano quei gran spiritosi dei comunisti. Dinanzi all'accusa ricorrente di essere ridicole macchiette pervase da un concetto di relativismo un tanto al chilo, pronte a scordarsi i crimini di qualunque tagliagole purché nemico dell'Occidente e degli Stati Uniti, loro - dimostrando un sense of self-humor sino a oggi colpevolmente nascosto - stanno al gioco e decidono di fare la caricatura di loro stessi.

Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, sbatte in prima pagina il seguente titolo: «Vaticano come l'Islam estremo. "Vietato scherzare sul papa"». Padre Georg e Joseph Ratzinger, secondo il divertente paradosso cui ricorre il giornale rifondarolo, sono dunque tali e quali agli estremisti islamici, ai tagliatori di teste, a quelli che condannano a morte chi fa satira sul loro dio. Col risultato di gettare nel ridicolo l'autore di un simile paragone: dieci e lode in autoironia ai giornalisti di Fausto Bertinotti.

Regge bene il colpo della concorrenza l'Unità, che ha dedicato alla notizia il titolo principale della prima pagina, ovvero l'apertura del giornale. Irresistibile l'articolo nel quale si legge: «Qui siamo all'integralismo cattolico, specchio fedele di certi integralismi islamici che non vogliono le vignette su Allah».

Nella sfida tra testate satiriche a chi disegna meglio la caricatura del trinaricuito modello terzo millennio non riesce a tenere il passo, per una volta, il Manifesto, che si limita a evocare l'Inquisizione: «Nel travagliato viaggio dell'Occidente dalle catacombe ai giorni nostri, a fare la satira sul papa ci abbiamo messo secoli, rischiando via via il rogo, la galera e l'indice dei libri proibiti». Troppo banale, troppo poco. Quando dall'altra parte c'è chi agita lo spettro del mullah Omar e degli integralisti con la mannaia in mano, occorre uno sforzo di fantasia in più.

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martedì, novembre 14, 2006

L'Islam e le chiese cristiane: dossier fotografico dalla zona "turca" di Cipro

Chiese usate come stalle o discariche, monasteri cristiani distrutti o trasformati in caserme, affreschi sacri medioevali rovinati irrimediabilmente o asportati e rivenduti all'estero. A questi e ad altri scempi compiuti dai turchi nei confronti dei luoghi di culto cristiani si riferiva Benedetto XVI nel suo colloquio del 10 novembre con il presidente di Cipro Tassos Papadopoulos, esprimendo la sua preoccupazione per la "cristianità cancellata" nell'area settentrionale dell'isola, sotto occupazione turca dal 1974.

In quest'area esistono circa 540 chiese cristiane. Cinquanta di queste oggi sono all’interno di basi militari turche. Tra i monumenti distrutti dai turchi rientrano chiese cristiane cattoliche, protestanti, maronite, armene, ortodosse e un cimitero ebraico. Una recente risoluzione del parlamento europeo riassume così, con stime prudenziali, questi danni: «Oltre 133 chiese, cappelle e monasteri situati nella parte settentrionale di Cipro, finita sotto il controllo dell'esercito turco dal 1974, sono stati sconsacrati; 78 chiese sono state convertite in moschee; 28 sono usate come depositi militari e ospedali e 13 sono usate come magazzini, mentre resta sconosciuto il luogo in cui si trovino oggi i loro oggetti religiosi, incluse oltre 15.000 icone, che sono stati trafugati».

Per capire meglio cosa è accaduto a Cipro, pubblico, in versione quasi integrale, il dossier fotografico distribuito nei giorni scorsi dall'ambasciata di Cipro ad alcuni giornalisti. Mi limito a sottolineare che gli edifici di culto islamici nella parte cristiana dell'isola sono custoditi nel migliore dei modi, e invito il lettore a intuire, osservando le foto di quanto accaduto agli edifici cristiani dal 1974 a oggi, quale sarebbe stata la probabile reazione islamica nel caso in cui simile trattamento fosse stato riservato a edifici di culto musulmani.

Monastero di Antiphonitis, nel paese di St. Ambrosios
Le icone sono state rubate e molti degli affreschi rimossi e venduti in Olanda. L'arcangelo Michele, rappresentato in affreschi del XII secolo, è stato privato della testa. Gli affreschi del XV secolo che rappresentavano il Giudizio Universale sono stati distrutti. Alcuni affreschi (ultima foto del gruppo) sono stati rintracciati in Germania, nelle mani dei trafficanti d'arte.







Monastero di Panagia Apsinthiotissa, nel paese di Synchari
Fotografie di alcuni degli affreschi della fine del XII secolo deturpati dai turchi dopo l'invasione del 1974. La testa di un affresco di Sant'Ignazio è stata ritrovata in Germania.



Monastero armeno a Lefkosia
O meglio, ciò che ne resta.




Monastero di Avgasida, nel paese di Milia
La chiesa medievale era decorata con affreschi risalenti al XIV e XV secolo. I turchi l'hanno completamente distrutta.



Chiesa di St. Artemon, nel villaggio di Aphaneia
La chiesa è attualmente usata come magazzino per il grano e centro di raccolta rifiuti.



St. Nicolaos nel paese di Koma tou Gialou, Karpasia
La chiesa è decorata con affreschi medievali. I saccheggiatori hanno tagliato in piccoli pezzi le teste dei santi e le hanno rivendute all’estero.




St. Solomoni nel paese di Koma tou Gialou, Karpasia
Gli affreschi, risalenti al X secolo, sono stati distrutti.



Monastero di St. Anastasia, Lapethos, Kyrenia
Il monastero è utilizzato oggi come albergo.


Chiesa di SS. Euphemianos in Lysi
I turchi hanno “staccato” gli affreschi della cupola e dell’abside (ultime due foto del gruppo) risalenti al XIII secolo e rivenduti alla fondazione americana de Menil di Houston, Texas, dove sono conservati tuttora.





Il monastero maronita del profeta Elias a Skylloura
Il monastero maronita più importante dell’isola è stato distrutto. Oggi è utilizzato come riparo per gli animali.



Monasteri trasformati in basi militari
Due foto di monasteri ben noti utilizzati come basi militari dall’esercito turco. Il primo, di Acheiropoietos a Karabas, fu costruito nel periodo paleocristiano. Il secondo monastero, del profeta Elias, si trova nel villaggio di Marathobounos.



La chiesa di Chrysosotiros a Chrysiliou, Morphou
E' utilizzata come obitorio, per lavare i morti.



Chiesa di Panagia Chrysotrimithiotissa, Trimithi
La chiesa del XII secolo è stata venduta dai turchi ai cittadini inglesi, che l’hanno trasformata in una galleria d’arte.



Altri scempi
Diverse foto di chiese situate nella parte di Cipro occupata dai turchi, trasformate in magazzini, granai, stalle, insieme alla foto di un cimitero cristiano distrutto.






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lunedì, novembre 13, 2006

L'asse Russia-Iran e il vero prezzo del gas


E' passata inosservata, nei giorni scorsi, una notizia che avrà forti ripercussioni sulle nostre tasche, sul rispetto dei diritti umani in una parte importante del mondo islamico, sui precari equilibri mediorientali e, più in generale, sulla geopolitica mondiale.

Premessa. Una cosa Enrico Mattei aveva capito molto bene: politica energetica e politica estera debbono andare di pari passo. Per essere più precisi: la politica dell'energia è il cuore della geopolitica di ogni Stato non autosufficiente dal punto di vista energetico, così come la ricerca di cibo è il motore che spinge gli esseri umani con la pancia vuota.

La storia in questione inizia dentro le nostre case, comodamente riscaldate nei mesi invernali. Sono rese così confortevoli, in misura crescente, grazie al gas. Che ovviamente usiamo anche per altre cose, ad esempio - per il 40% - per far girare le turbine delle centrali elettriche, visto che a noi italiani il nucleare fa notoriamente schifo. Ma l'Italia di gas ne ha poco. Nel 2005 ne ha consumato 83,4 miliardi di metri cubi: il 5,2% in più rispetto all'anno precedente. E ne ha prodotto appena 11,5 miliardi di metri cubi: l'11% in meno rispetto al 2004. La curva della produzione di gas in Italia è questa, drammaticamente declinante. Ciò spiega perché le importazioni di gas in Italia siano aumentate dell'8% rispetto al 2004, raggiungendo i 72,6 miliardi. Importiamo gas, in misura sempre maggiore (qui il grafico storico sulla provenienza delle nostre importazioni), dalla Russia, che tramite il gruppo Gazprom ogni anno ci vende 24 miliardi metri cubi di gas, pari a circa un terzo delle nostre importazioni. (Questo, per gli interessati, è il bilancio complessivo del gas in Italia, mentre tutte le statistiche italiane sul gas sono disponibili qui).

La situazione è destinata a peggiorare nel tempo: l'Italia ha riserve accertate di gas per 170 miliardi di metri cubi (venti anni fa ne avevamo per 260 miliardi): vuol dire che, se dovessimo contare solo sul gas italiano, tempo due anni e due mesi avremmo già esaurito tutte le nostre riserve. La Russia, anche se le sfrutta a velocità crescente, è il Paese che può contare sulla maggiore quantità di riserve: 47.820 miliardi di metri cubi, il 27% del totale mondiale. Al secondo posto della classifica c'è l'Iran di Mahmoud Ahmadinejad, nel cui sottosuolo, al momento, sono stati scoperti 26.740 milioni di metri cubi di gas naturale, pari al 15% delle riserve mondiali, ma si calcola che quello scoperto sinora sia solo il 38% del gas iraniano. (Le statistiche di tutti i Paesi del mondo sono a disposizione qui, all'interno della BP Statistical Review of World Energy: sono i numeri racchiusi lì dentro, soprattutto alla voce "Proved Reserves", le chiavi migliori per capire la geopolitica).

Un terzo del gas importato dall'Europa occidentale porta il marchio Gazprom, e quattro quinti di questo gas passano attraverso il gasdotto che transita in territorio ucraino. Germania, Italia, Turchia e Francia sono i maggiori clienti della Gazprom. La dipendenza dell'Europa occidentale - e dell'Italia in particolare, vista la povertà dei nostri giacimenti e l'enorme dipendenza dalle importazioni - è spiegata meglio di ogni altra cosa da ciò che è accaduto lo scorso inverno quando Gazprom, a causa dell'eccezionale ondata di freddo che aveva investito la Russia, ha deciso di dare una stretta ai rubinetti, oppure nei giorni in cui le tensioni tra la Russia e l'Ucraina, attraverso il cui territorio passa il gas che arriva nelle nostre case, hanno raggiunto il culmine, con forti ripercussioni sulle forniture di gas in Europa occidentale.

Naturale, quindi, che l'Unione europea guardasse con grande interesse all'Iran, visto, in una prospettiva di medio periodo, come un possibile fornitore alternativo alla Russia. Meglio poter scegliere tra due fornitori che da uno solo, sia per questioni di prezzo, sia per evitare l'errore politico di legarsi mani e piedi a un solo Paese, con tutti i rischi che questo comporta.

Ma la notizia di questi giorni è proprio l'accordo russo-iraniano, stipulato nei giorni scorsi, con cui Gazprom ha preso il controllo del primo gasdotto destinato a portare il gas iraniano in Europa occidentale. In altre parole, vista dall'angolazione di noi europei, Gazprom si è comprata il suo potenziale concorrente, e oggi il primo e il secondo detentore mondiale di riserve di gas naturale, che messi insieme controllano il 42% di ciò che si trova nei giacimenti di tutto il mondo, fanno cartello nei nostri confronti. Speravamo di avere due fornitori in concorrenza tra loro, ora al loro posto ce n'è solo uno, potentissimo. Non è una buona notizia.

Come spiega l'analista Valeri Nesterov al Times di Londra, «se Gazprom non avesse avuto una partecipazione di controllo nel progetto Iran-Armenia, sarebbe stato molto più semplice per l'Iran usarlo per entrare in competizione con le forniture di Gazprom all'Europa occidentale. Ma Gazprom fa di tutto per evitare la concorrenza». Gazprom sta anche facendo di tutto per entrare nella distribuzione del gas italiano. E' appena il caso di ricordare che il gruppo russo guidato da Alexander Medvedev non si fa problemi nell'imporre un raddoppio dei prezzi del proprio gas quando ciò sia funzionale alle esigenze del Cremlino. Proprio come accaduto nei giorni scorsi con la Georgia.

Ora che l'alleanza Russia-Iran nel settore strategico del gas è cosa fatta, le conseguenze politiche non si faranno attendere. Già il rapporto tra i due Paesi era buono: nel palazzo di vetro la Russia è impegnata da tempo a fare da scudo all'Iran, e non è difficile intuire che questa strategia fosse finalizzata anche a spianare la strada a Gazprom per l'accordo appena siglato. Mosca ha presentato emendamenti alla bozza di risoluzione contro Teheran preparata da Gran Bretagna, Francia e Germania, che dovrà essere votata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Se non saranno accettate le proposte avanzate da Mosca, che attenuano le punizioni previste per l'Iran, intenzionato a produrre combustibile nucleare, Teheran rivedrà i suoi rapporti con l'Aiea, l'Agenzia Onu per l'energia atomica. In altre parole, Ahmadinejad si sentirà libero di sviluppare il proprio programma nucleare sentendosi ufficialmente libero da ogni vincolo internazionale. Da notare che la bozza che la Russia vuole ammorbidire prevede solo l'embargo di materiale sensibile, e non l'uso della forza. E' la stessa Russia, del resto, che sta aiutando l'Iran a costruire le sue centrali nucleari.

Il patto del gas tra Russia e Iran non fa che rendere ancora più saldo il legame tra Teheran e Mosca. Da oggi, Ahmadinejad sa che potrà contare quantomeno sulla tacita benevolenza di Vladimir Putin ogni volta che minaccerà di cancellare Israele dalla cartina geografica. Le ripetute violazioni dei diritti umani in Iran saranno seguite, come e più di prima, dalla complicità omertosa del Cremlino, che incidentalmente è anche membro di quella barzelletta chiamata Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Il lato tristemente ironico è che tutto questo è finanziato con i nostri soldi e reso possibile dalla nostra sete di gas. Chi rifiuta il nucleare in Italia, accusandolo di essere "sporco", non solo parla per luoghi comuni (in realtà tutto dipende dalla tecnologia dei reattori nucleari), ma si scorda anche di mettere nel conto quanto possano essere "sporche" le alternative all'energia atomica.

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domenica, novembre 12, 2006

Il paraocchi di GMMC

di Fausto Carioti

È una questione di paraocchi ideologico. Quello di Giulia Maria Mozzoni Crespi (da qui in avanti, per brevità e senza alcuna ironia, GMMC), presidente del Fondo ambiente italiano, è di notevole spessore. Altrimenti, due anni fa non avrebbe detto che «dopo la bomba atomica uno dei pericoli più drammatici per l’umanità potranno essere i semi transgenici». Paladina dell’agricoltura biodinamica, editrice del Corriere della Sera più a sinistra che si ricordi, abituata ai primi posti della hit parade dei contribuenti italiani, GMMC ieri era su tutti i giornali per aver denunciato che una parte dell’8 per mille versato dai contribuenti è finito, invece che nella gestione dei beni culturali italiani (e quindi anche nella disponibilità del Fai), nel finanziamento della missione in Iraq. Da qui lo scandalo, che chiama in causa l’immancabile governo Berlusconi.

Un paio di precisazioni. La prima è giornalistica. Anche se a sinistra, per ovvie ragioni, hanno reagito con stupore indignato, GMMC non ha svelato alcunché. “La Stampa” del 24 agosto 2005, titolo di pagina 13: «L’8 per mille finanzia la missione in Iraq». E si potrebbero citare altri articoli. La seconda precisazione riguarda la legge che regola l’8 per mille: lo Stato può spendere la “sua” parte «per interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali». Non è scritto, quindi, che quei soldi di cui GMMC sente tanto la mancanza debbano finire dalle parti del Fai. Né che debbano restare in Italia. Piaccia o meno, la missione Antica Babilonia vede il contingente italiano impegnato anche, e in prima fila, nella difesa del patrimonio culturale iracheno e in numerose attività umanitarie.

Dopo aver assicurato GMMC che i soldi dell’8 per mille sono stati usati solo per questi scopi, e non per comprare le pallottole dei nostri soldati, resta la domanda: al salotto di GMMC importa qualcosa degli iracheni e del loro patrimonio? Oppure, il fatto di essere stati liberati dall’esercito americano grazie a una guerra che GMMC non voleva, li rende automaticamente indegni della nostra attenzione? La risposta dipende dallo spessore del paraocchi.

© Libero. Pubblicato il 12 novembre 2006.

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venerdì, novembre 10, 2006

Markus Wolf e i cinesi che si mangiavano la carta

Non solo bambini (settimo capitolo dei "Nine commentaries on the Communist Party": Silvio Berlusconi aveva ragione). I comunisti cinesi si mangiavano anche la carta. Interi faldoni. Il racconto nella splendida autobiografia, ormai quasi introvabile, di quel pezzo di storia scomparso ieri, Markus Wolf, per tre decenni alla guida della Hauptverwaltung Aufklärung (Hva), il dipartimento per lo spionaggio estero della famigerata Stasi, i servizi segreti della Germania Orientale.

E' il gennaio 1965. Wolf, l'"uomo senza volto", è in volo su un turboelica Antonov 124, «il più grande velivolo da trasporto della flotta aerea dell'Urss». Direzione Cuba, quattro anni dopo la caduta di Fulgencio Batista, per insegnare l'arte dello spionaggio a Fidel Castro Ruz e ai suoi sgherri. Gli unici non russi sull'aereo sono due corrieri diplomatici cinesi. L'aereo carico di spie è costretto ad atterrare a New York, aeroporto John F. Kennedy. E' bloccato sulla pista. Le "barbe finte" hanno il terrore che gli americani entrino nel velivolo, requisiscano tutto il materiale e fotografino e interroghino gli occupanti. Racconta Wolf:

«Passai in rassegna le implicazioni della mia presenza a New York dal punto di vista dello spionaggio. Di cosa avrei potuto essere accusato, se fossi stato identificato? C’erano capi di imputazione che permettessero di trattenermi, o addirittura di processarmi qui? (...)

Questo corso di pensieri fu interrotto da un colpetto sulla spalla di uno dei miei colleghi. Vidi che accennava ai cinesi seduti di fronte a noi: i due corrieri diplomatici avevano aperto le valigette, e avevano cominciato a mangiare le carte che si trovavano all’interno. Il loro senso del dovere ci commosse. Masticare e inghiottire erano le sole armi che avessero a disposizione in quel momento contro il nemico di classe. Ma i fascicoli erano spessi, e loro non avevano neanche un po' d’acqua. Dovevamo aiutarli, nel nome dell'internazionalismo proletario? Ci consultammo brevemente, e concludemmo con un certo sollievo che un gesto simile poteva rappresentare un’indebita ingerenza nelle questioni interne cinesi, con imprevedibili conseguenze sui rapporti tra i nostri paesi. Nel frattempo, la temperatura all’interno dell’aereo era precipitata. L’unica forma di ventilazione era costituita dalla fredda aria invernale che entrava da fuori. Il termometro segnava una temperatura inferiore a zero, e i passeggeri rabbrividivano, vestiti com’erano in previsione del clima mite di Cuba. Trascorsero ore sempre più sgradevoli, finché comparve il console sovietico con un thermos di tè bollente. Quanto a quello che stava succedendo, apparentemente ne sapeva poco anche lui. "Mosca e Washington stanno negoziando" ripeté più di una volta. L’aereo era stato costretto ad atterrare perché aveva esaurito il carburante. All’indomani della crisi dei missili del 1961, tutte le facilitazioni di atterraggio e rifornimento ai velivoli del blocco sovietico erano state sospese, nel quadro delle sanzioni al regime di Fidel Castro.

Nell’insieme, passarono diciotto ore prima che la gentile hostess del Kgb mi sussurrasse che Washington stava per autorizzare l’Antonov a fare rifornimento e a decollare, a condizione che a bordo ci fossero due ufficiali dell’Air Force come osservatori — e si poteva star certi che avrebbero osservato, a cominciare dalla fisionomia dei passeggeri.

Cercai di comunicare la buona notizia ai cinesi, col solo risultato di allarmarli ancora di più. Nel frattempo, la loro capacità digestiva si era esaurita, ed essi avevano cominciato a utilizzare la toilette a turno, per completare l’orgia di distruzione. Per un momento, attraverso la porta socchiusa, scorsi uno dei due che, chinato sul lavandino, si indaffarava con la dura saponetta sovietica su un foglio di seta, che doveva essere coperto di messaggi cifrati. Forse, si trattava di istruzioni per le organizzazioni della guerriglia latino-americana, molte delle quali si consideravano direttamente agli ordini del presidente Mao. Comunque andasse a finire, era chiaro che le istruzioni sarebbero state impartite solo oralmente. All’incirca ogni cinque minuti, l’acqua scorreva nel water. Ripartimmo verso mezzanotte; finì così il mio primo, fortuito soggiorno negli Stati Uniti. Non ne avevo visto molto: solo il profilo dei grattacieli, in lontananza, e un tratto dell’autostrada che conduceva all’aeroporto».

Non so se a tutti fa lo stesso effetto. Ma io il racconto dei cinesi che passano ore a mangiarsi i pesanti faldoni del compagno Mao l'ho trovato divertentissimo. E mi è tornato in mente appena ho letto della scomparsa di Wolf.

Per chi vuole saperne di più su Markus Wolf: Morto Markus Wolf, la spia della guerra fredda, su Walking Class.
A proposito della Germania Est e del Muro di Berlino: Berlino Est 1961-1989: si scappava così, su questo stesso blog.