giovedì, novembre 16, 2006

Gli approcci dei Ds con la Lega sono una minaccia per Prodi

di Fausto Carioti

Forse la Lega Nord è davvero in vendita al migliore offerente. O forse, come è più probabile, stiamo solo assistendo all’ennesimo giro di valzer cui quel grande animale politico chiamato Umberto Bossi sta costringendo l’intero circo Barnum della politica italiana, da Massimo D’Alema a Silvio Berlusconi, secondo un copione già visto: delegare i colonnelli - Roberto Maroni per primo - a parlare con tutti, andando in giro ad annusare l’aria per meglio capire dove conviene stare. Per poi, magari, restare ancorati al centrodestra. Di sicuro, è in vendita la maggioranza di governo costruita e tenuta faticosamente in piedi da Romano Prodi. L’hanno messa in offerta i Ds, tramite il fassiniano Vannino Chiti, ministro delle Riforme, che ieri ha chiesto a Bossi l’appoggio esterno del Carroccio: «Se ci fosse un’intesa su alcune priorità programmatiche, condivise dal governo e dall’Unione in modo trasparente, e sulla base di questo la Lega desse un appoggio esterno o anche semplicemente un sostegno su singoli provvedimenti concordati, credo che sarebbe utile al Paese e certamente anche al Centrosinistra». In cambio di questo appoggio, la segreteria Ds mette sul piatto la disponibilità a trattare sulla riforma in senso federalista della Costituzione e sull’introduzione del federalismo fiscale. Una proposta che pecca di ottimismo - i Ds, con tutta la loro buona volontà, non sono in grado di garantire la realizzazione di simili promesse - ma che trova comunque molte orecchie interessate all’interno del Carroccio.

Il primo che avrebbe tutto da perderci, ovviamente, è Berlusconi, che con l’addio del Carroccio - assieme al quale ha primeggiato per cinque anni di governo sull’accoppiata An-Udc - vedrebbe con ogni probabilità conclusa la sua carriera politica, almeno come leader della Casa delle Libertà. Nel centrodestra si aprirebbe una nuova partita, che vedrebbe messa in posizione marginale la stessa Forza Italia, la cui centralità è dovuta proprio alla presenza della Lega Nord nella coalizione.

Assieme a Berlusconi, ha ottimi motivi per preoccuparsi della riuscita del tentativo diessino il suo successore a palazzo Chigi. Non è un mistero che i Ds vivano con sofferenza crescente l’accordo politico che lega Prodi a Rifondazione e ai Comunisti italiani, i quali in molti casi - troppi, secondo Fassino e compagni - riescono a imporre al governo una linea lontana dal ceto medio e da categorie produttive che il Botteghino non ha alcuna voglia di inimicarsi. Cosa che invece sta puntualmente avvenendo, come confermano i sondaggi che continuano a fotografare il crollo dei consensi per i partiti che compongono la maggioranza. Da qui, il tentativo di allargare la coalizione e creare nuovi equilibri politici a sinistra.

Almeno sulla carta, l’apertura alle richieste della Lega appare più percorribile della via alternativa, ovvero l’ingresso dell’Udc nel centrosinistra. Mentre l’arrivo di Pier Ferdinando Casini, ammesso che sia fattibile, rivoluzionerebbe la natura politica della coalizione, spostandone decisamente l’asse verso il centro - anche perché certi passaggi avvengono sempre dietro lauto corrispettivo politico - l’apertura alle richieste della Lega, almeno in teoria, avrebbe un effetto diverso. Il Carroccio, infatti, non è classificabile come partito di destra o di sinistra, liberista o solidarista, interventista o pacifista. È invece un partito a progetto, e il progetto di Bossi e dei suoi uomini è il federalismo, che - in teoria - può essere abbracciato da un governo di qualunque colore.

Il problema, quindi, non riguarda tanto l’Unione, quanto Prodi. Il quale sa benissimo - e non lo nasconde - che l’unica maggioranza con cui può continuare a fare il premier è quella attuale. Ogni altra configurazione finirebbe inevitabilmente per contrastare o guastare il rapporto preferenziale che lo lega all’ala sinistra dell’Unione, il suo vero punto di forza. L’allargamento del centrosinistra alla Lega riporterebbe in posizione cruciale, all’interno dell’alleanza, i vertici diessini. E non solo perché protagonisti della trattativa con il Carroccio sono, sin d’ora, Chiti, Pierluigi Bersani e D’Alema, i quali hanno già tagliato fuori sia la Margherita sia i prodiani. Ma anche perché i Ds sono l’unico partito dal quale la Lega può attendersi passi concreti in direzione del federalismo. Prodi, non avendo un proprio partito, non può prendere alcun impegno. Così ora assiste infastidito allo scambio di amorosi sensi tra diessini e leghisti e spera che alla fine il matrimonio non si faccia. Almeno su questo, lui e Berlusconi la pensano allo stesso modo. Capace che per una volta vinceranno tutti e due.

© Libero. Pubblicato il 16 novembre 2006.

Update. Analisi sotto molto aspetti identica, il giorno dopo, sulle pagine di Repubblica: E il premier gela il Carroccio. "Non ci serve il loro appoggio".

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