venerdì, novembre 24, 2006

La cittadinanza agli immigrati e l'esempio americano

Il solito Bruce Bawer spiega bene come la si pensa anche da queste parti sulla concessione della cittadinanza e sul flaccido approccio al tema adottato da quell'enorme ospizio multiculturalista chiamato Europa continentale.
1- Se un Paese accetta di darti la sua cittadinanza, il minimo che gli devi è una solenne promessa di lealtà.

2. Se accetti la cittadinanza, devi essere onorato ed entusiasta di fare una simile promessa. E di cantare l'inno nazionale.

In America la cosa non è nemmeno oggetto di discussione. La cittadinanza è vista come un grande onore. Se sei un cittadino, è naturale che tu onori la bandiera a stelle e strisce. E' naturale che tu canti l'inno nazionale. La tendenza europea a considerare tutto ciò come l'equivalente di arrestare qualcuno, rinchiuderlo in uno sgabuzzino e obbligarlo a svendere la propria anima puntandogli una pistola alla tempia è terribilmente disastrosa.

Negli Stati Uniti, i nuovi cittadini vanno alla cerimonia di concessione della cittadinanza indossando i loro abiti migliori. Portano con sé le loro famiglie, scattano fotografie e piangono e si abbracciano e cantano l'inno nazionale con orgoglio e felicità. Questo vuol dire costruire e mantenere solido un Paese. Quando un Paese inizia a concedere passaporti a persone che non vivono la concessione della cittadinanza in questo modo, che di fatto disprezzano il Paese e i suoi valori, quel Paese è condannato.
Non a caso quello statunitense è di gran lunga il modello d'integrazione degli immigrati più efficiente al mondo. Proprio perché disciplina l'intera procedura dell'acquisizione della cittadinanza non come un diritto dell'immigrato, ma come un vero e proprio onore concesso dallo Stato ospitante. Come si legge sul sito del governo americano, «Citizenship is one of the most priceless gift that the U.S. government can bestow, and the most priceless immigration benefit that USCIS can grant».

Etnia, religione e altre "appartenenze" sono e debbono essere secondarie rispetto all'appartenenza principale: quella alla cittadinanza americana. L'immigrato è visto sin dall'inizio come un cittadino americano a tutti gli effetti, come una risorsa per la società in cui andrà a vivere. L'esatto contrario dell'approccio multiculturalista europeo, dove all'immigrato, in cambio della cittadinanza, non è chiesta di fatto alcuna convinzione né alcuna rinuncia, e dove nulla gli si dà in termini di reale integrazione nella nuova società in cui vive. La creazione di ghetti prima, e di vere e proprie enclaves "extraterritoriali" all'interno di tanti Stati europei poi, ne sono la logica conseguenza.

Update. Avevo scritto da poche ore delle suddette enclaves "extraterritoriali" quando Daniel Pipes ha pubblicato l'elenco delle Zus, "Zones Urbaines Sensibles", acronimo politicamente corretto per le 751 aree delle città francesi di cui lo Stato non ha il controllo. Il nome giusto per queste aree, avverte Pipes, sarebbe "Dar al-Islam", la terra dove comandano gli islamici.

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