mercoledì, maggio 31, 2006

La Cdl davanti all'equazione referendaria

Le elezioni politiche e quelle amministrative non hanno cambiato il dato di fondo della politica italiana: l'Unione e la Cdl continuano ad avere come unico, vero punto di forza le debolezze altrui. Era una gara a chi sta messo meno peggio dell'altro e tale è rimasta. La brutta situazione in cui si trova il centrosinistra - riassumibile in una parola: Senato - non serve infatti a risolvere i problemi del centrodestra. Se l'Unione rischia di assistere al logoramento e alla fine prematura del governo Prodi, i cui provvedimenti sono destinati a impantanarsi a Palazzo Madama (il voto di fiducia non tragga in inganno, l'attività ordinaria è tutt'altra cosa), la Cdl vede messa in discussione la sua stessa sopravvivenza, almeno così come la conosciamo adesso. La chiave di volta sarà il referendum confermativo della devolution (previsto dall'articolo 138 della Costituzione) che si terrà il 25 e 26 giugno.
Per il Carroccio, ovviamente, il referendum costituzionale è addirittura la terza elezione in tre mesi (ha la stessa importanza, cioè, del voto politico), in cui «la Lega si gioca un pezzo della sua battaglia storica» e «l’intero centrodestra si gioca la rivincita su Prodi», come scrive il direttore della Padania, Gianluigi Paragone. Anche per Berlusconi avrebbe potuto essere l'occasione della spallata al rivale, ma il Cavaliere ora ha paura che si risolva in un autogol. Non per l'esito delle amministrative, che specie al Nord sono andate come era lecito aspettarsi, ma per l'alto tasso di astensionismo degli elettori. I sondaggi di cui dispone Berlusconi dicono che per avere speranze di passare il referendum dovrà essere votato almeno dal 40% degli elettori italiani. Tenendo conto che si vota a fine giugno, che del referendum tradizionalmente frega a poca gente e che per molti si tratterà della terza chiamata alle urne in due mesi e mezzo, è un'obiettivo non facile da raggiungere. A parziale consolazione, vi è il fatto che l'astensionismo, visto il periodo in cui si vota, colpirà soprattutto il Centro e il Sud, meno il Settentrione, dove si dà per scontato che vi sia maggiore consenso alla devolution rispetto al resto d'Italia.
Quindi le variabili dell'equazione sono le seguenti. Primo: il referendum, per riuscire ad attirare la massa critica di elettori necessaria a dare chances di conferma alla devolution, dovrà essere votato almeno da quattro italiani su dieci, percentuale ottenibile solo se Berlusconi si impegna a fondo nella campagna referendaria. Secondo: se Berlusconi si impegna sul serio a cavalcare la questione e la devolution viene sconfitta comunque (basta un caldo più torrido del solito e addio agli elettori "marginali", ovvero poco motivati, che sono in grandissima parte quelli della Cdl), si tratta di uno schiaffo politico destinato a lasciare il segno; Berlusconi lo sa, e questo - al di là delle dichiarazioni ufficiali - lo fa essere al momento tiepido e attendista nei confronti del referendum. Terzo: se invece Berlusconi e gli altri leader della Cdl non si danno da fare per chiamare i loro elettori alle urne, e la devolution viene bocciata, la Lega non avrà problemi ad adottare, già dal 27 giugno, la politica delle mani libere, ovvero a lasciare al suo destino il resto del centrodestra. Magari per poi trattare con l'Unione la nuova versione del federalismo, trattativa che a quel punto diventerà un passaggio obbligato, utile al centrosinistra anche per "accalappiare" il Carroccio. Al momento, una simile equazione non contiene soluzioni certe né probabili. Contiene solo rischi.

Per saperne di più:
"Tutte le bugie della sinistra sulla devolution"
"Federalismo fiscale e perequazione for dummies"

Update del 1 giugno, ore 18.30. Berlusconi si conferma prudentissimo sull'argomento e rifiuta di fare il presidente del comitato per il sì al referendum.

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martedì, maggio 30, 2006

Una storia di calcio, politica e famiglia

di Fausto Carioti
Inizi con Moggi (Alessandro), passi per De Mita (Giuseppe) e alla fine risolvi ogni problema con Napolitano (Giulio). È tutto così italiano, suona tutto così “normale” da sembrare scritto da uno di quelli che questo Paese lo hanno saputo conoscere e raccontare sul serio. Scoppia uno scandalo i cui ingredienti sono, stringi stringi, gli stessi che compongono l’anima di questo Paese. C’è la famiglia, che come diceva Leo Longanesi campeggia al centro della bandiera italiana. Soprattutto, con i diversi ruoli che i magistrati dovranno appurare, nell’affare che ruota attorno alla Gea ci sono i figli, che come fa dire Eduardo De Filippo a Filumena Marturano «so’ piezz’e core». C’è il figlio di Lucianone Moggi, Alessandro. C’è Davide Lippi, primogenito del commissario tecnico della nazionale, Marcello. C’è Giuseppe De Mita, erede di Ciriaco. C’è Riccardo Calleri, stesso sangue e stesso cognome di Gian Marco, che fu presidente di Lazio e Torino. C’è Chiara Geronzi (vedi alla voce Cesare, presidente di Capitalia). L’altro ingrediente di questa storia è la politica, intesa come una sorta di famiglia allargata a clientele e amicizie: c’è l’arbitro che chiede il favore, c’è il dossier che arriva sul tavolo del sottosegretario, ci sono i “maneggi” di palazzo per piazzare l’amico, l’uomo “comodo” al posto giusto.
Poi, ovviamente, c’è l’annuncio che da questo momento tutto cambierà - e qui tornerebbe perfetta la famosa frase che Giuseppe Tomasi di Lampedusa mette in bocca a Tancredi nel Gattopardo. Perché infatti, arrivati al dunque, nulla cambia, almeno negli ingredienti. La politica non esce dal calcio: anzi, dopo averci messo i piedi ci infila dentro anche le mani. Lo scandalo è l’occasione buona per blindare la filiera di comando: si va dal ministro dello Sport, Giovanna Melandri, al commissario della Federcalcio, Guido Rossi, esperto molto valutato (in tutti i sensi) di diritto societario, che fu eletto come parlamentare indipendente di sinistra nelle liste del Pci, sino a Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di Mani Pulite, il cui solo arrivo alla guida dell’ufficio indagini della Federcalcio ha fatto scendere le chances del Milan berlusconiano di uscirne fuori immacolato.
Manca solo un pizzico di famiglia e il piatto è pronto. A mettercelo ci pensa Andrea Manzella, senatore ds e costituzionalista assai gradito al Colle, sia ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi che ora con Giorgio Napolitano. Succede infatti che il magistrato Settembrino Nebbioso, che in teoria dovrebbe essere il vicecommissario della Federcalcio incaricato di riscrivere le regole del mondo del pallone, si trovi sotto esame a causa di una consulenza risalente all’epoca in cui era capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Roberto Castelli. Ieri il Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno delle toghe, si è riunito per valutare la sua posizione, senza però prendere una decisione. Il verdetto potrebbe arrivare oggi, ma da quanto trapela è probabile che Rossi, per quel ruolo così delicato, debba cercarsi un altro vice, anche perché l’incarico di Nebbioso si configura come consulenza, ed ai magistrati è vietato prestare tale attività agli organi dello Stato.
Così, subodorando la trombatura del magistrato che fu vicino al ministro leghista, Manzella ha lanciato la proposta: affidare simili incarichi ai professori. I docenti papabili per la poltrona assegnata a Nebbioso sono tre: Oberdan Forlenza, di area veltroniana; Massimo Coccia, esperto di diritto internazionale e membro della Camera di arbitrato per lo sport; Giulio Napolitano, che insegna all’università della Tuscia ed ha scritto numerose pubblicazioni in materia di diritto sportivo. Oltre ad essere figlio del presidente della repubblica, tesserato ds e vicino ai riformisti, nonché tifosissimo laziale, Giulio è anche uno degli studiosi che tramite le associazioni Astrid, di Franco Bassanini, e Arel, di Enrico Letta, hanno aiutato Romano Prodi nella stesura del suo programma. E per chiudere degnamente questa storia italiana fatta di calcio, politica e figli dei soliti noti, nome più azzeccato non si potrebbe trovare.

© Libero. Pubblicato il 29 maggio 2006.

Update del 1 giugno. Intanto la quarta commissione del Csm ha negato a Settembrino Nebbioso l'autorizzazione a ricoprire il ruolo di vice del Commissario straordinario della Fgci, Guido Rossi.

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lunedì, maggio 29, 2006

La bottiglia ricavata dal mais, ovvero quello che avremmo potuto essere

Per capire bene quanto eravamo avanti e quanto siamo rimasti fermi. Era il 1990. La Montedison-Ferruzzi, che all'epoca faceva capo a Raul Gardini, aveva appena lanciato un materiale innovativo. Si chiamava Mater-Bi. Una plastica ottenuta dal mais, con la particolarità di essere biodegradabile. Qualcuno ricorderà: nel luglio di quell'anno il settimanale Topolino regalò ai suoi lettori una macchina fotografica realizzata con tale plastica. Gardini non badava a spese. La chimica italiana, dalla tradizione gloriosissima (il Moplen, la prima plastica realizzata per fare oggetti come la conosciamo noi, oggi fu un brevetto italiano, frutto del genio di Giulio Natta: era la metà degli anni Cinquanta, e la commercializzazione avvenne nel 1961), faceva ancora da pioniere per il resto del mondo. Gli altri a inseguire.
Sono passati diciassette anni. In mezzo, Tangentopoli, Enimont, il crac Ferruzzi, il piano di Enrico Cuccia, un capitalismo sempre più a corto di capitali, un Paese sempre meno interessato alla cultura tecnica e una competitività imprenditoriale sempre più risicata: colpa dei governi e della politica, ma anche degli imprenditori e del sistema educativo. Oggi, 29 maggio 2006, il quotidiano britannico "The Independent" apre con la notizia e la fotografia di un nuovo contenitore rivoluzionario per cibi. «E' la bottiglia che annuncia una rivoluzione della plastica», titola il giornale. «Pensateci, plastica fatta con il mais. Il potenziale per aiutare il pianeta è enorme», dice un portavoce della Balu, la giovane azienda che la produce (qui l'articolo). Gli inglesi sono arrivati ora dove eravamo arrivati noi diciassette anni fa. "The Indipendent" scrive oggi quello che Topolino scriveva in Italia nel 1990.
E il Mater-Bi? Mentre il grosso della chimica dei polimeri che faceva capo alla Montedison è passato alla Shell, il brevetto della plastica italiana ricavata dal mais è rimasto alla Novamont, la società creata da Gardini per la ricerca e la produzione di materiali innovativi. Che però adesso non appartiene più a un grande gruppo, ma deve reggersi sulle proprie gambe, dopo il collasso del gruppo Montedison-Ferruzzi e la fine di tutti i progetti di espansione su scala mondiale che Gardini aveva preparato per il nuovo materiale. Novamont conta oggi un centinaio di dipendenti e si definisce «una giovane realtà industriale», il che fa sorridere pensando a quello che c'è dietro. Controllata da Banca Intesa e gestita dai suoi ricercatori, è quella che si suole chiamare un'azienda piccola e dinamica, che fa quello tutto quello che può fare un'impresa che non ha alle spalle i capitali di un grande gruppo imprenditoriale specializzato nella chimica. Ha dovuto attendere il 2002 per superare il punto di pareggio. Il suo business ruota attorno al Mater-Bi, i cui prodotti vende un po' ovunque nel mondo. Ma non è niente rispetto a quello che avrebbe potuto essere oggi se le cose fossero andate in un altro modo. Intanto, gli altri non sono rimasti a guardare: ci hanno raggiunti e superati. E quella bottiglia inglese è lì che sbatte in faccia all'Italia l'ennesima occasione perduta.

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Oriana Fallaci intervistata dal New Yorker

Parla Oriana Fallaci, intervistata dal New Yorker. Dice che Silvio Berlusconi e Romano Prodi sono due «fucking idiots». Spiega: «Perché la gente si umilia a votare? Io non voto. Perché io ho dignità. Se, in un certo momento, mi fossi tappata il naso e avessi votato per uno di loro, sarebbe stato come sputarmi in faccia».
Parla dell'Islam, ovviamente. «Sono convinta che la situazione politica sia sostanzialmente identica a quella del 1938, con gli accordi di Monaco, quando Inghilterra e Francia non compresero nulla. Con i musulmani abbiamo fatto la stessa cosa. (...) L'islamismo è il nuovo nazi-fascismo. Con il nazi-fascismo, nessun compromesso è possibile. Nessuna tolleranza ipocrita. E coloro che non comprendono questa semplice realtà stanno contribuendo al suicidio dell'Occidente».
Parla della moschea di Colle Val d'Elsa: «Se sarò viva, andrò dai miei amici di Carrara - dove c'è il marmo, sapete. Sono tutti anarchici. Con loro, prendo gli esplosivi. E faccio saltare in aria la moschea. Non voglio vederla. Non voglio vedere un minareto di ventiquattro metri nel paesaggio di Giotto. Quando non posso nemmeno indossare una croce o portare una Bibbia nel loro paese! Così la faccio esplodere».
Parla anche dei matrimoni omosessuali, ai quali si oppone. Dell'aborto (idem, a meno che non si tratti «di una donna violentata e messa incinta da un Bin Laden o uno Zarkawi»). Trovate tutto il resto qui, sul New Yorker.

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sabato, maggio 27, 2006

L'arcobaleno che non ti aspetti

Leggi Reason, bella rivista libertarian che di solito si occupa di argomenti come il rapporto tra Islam e libertà, l'importanza del voto cattolico, il buono scuola e il sostegno occidentale ai regimi africani, e ti imbatti in un articolo sui rainbow party. Che non sono feste organizzate dai pacifisti. Perché ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la nostra filosofia. Lettura consigliata soprattutto a chi ha figli.

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venerdì, maggio 26, 2006

Prodi, un mese e mezzo dopo

Ci sono voluti cinque anni ai signorini dei poteri forti per intonare il de profundis al governo Berlusconi. Per il governo Prodi è bastato un mese e mezzo, puntellato da annunci scomposti e spesso contrastanti di ministri ed esponenti dell'Unione dai quali non si capiva molto, tranne che vi era una forte volontà politica di cancellare norme come la legge Biagi e la riforma Moratti e di bloccare la costruzione di tutte le grandi opere pubbliche. La migliore cartina di tornasole di questa delusione maturata in tempi rapidissimi è La Stampa, il giornale di casa Fiat.
Il 9 aprile, il giorno stesso del voto, il direttore Giulio Anselmi in questo editoriale spiegava (anche) così la sua scelta di campo in favore dell'Unione e contro Berlusconi: «Gran parte della classe dirigente che gli aveva dato fiducia gliel'ha ritirata». Stessa sorte, ma in tempi molto più rapidi, è toccata ora al povero Prodi: la classe dirigente gli ha tolto la fiducia. Faceva un certo effetto oggi la prima pagina del giornale di Luca Cordero di Montezemolo (consigliere d'amministrazione della Stampa, presidente di Confindustria e presidente della Fiat) titolare «Prodi non conquista gli industriali». Faceva effetto, perché non è nel dna della Stampa sparare titoli così duri. Specie nei confronti del centrosinistra. Completava l'opera Mario Deaglio nel suo editoriale, evidenziando il «profondissimo gelo» riservato dalla platea degli imprenditori a Prodi e parlando di «partenza in salita» per il nuovo governo.
Il Corriere, intanto, prosegue la demolizione del governo prodiano (Paolo Mieli si conferma, anche in questo caso, un precursore). Dario Di Vico firma un editoriale in cui sostiene che la risposta di Prodi e Bersani agli industriali «è stata debole»; che «il pubblico in grisaglia si attendeva altro»; si accusa il «programmismo» del centrosinistra, ovvero «aver concordato un programma dell’Unione troppo largo, un menu che accontenta tutti i gusti ma che tradisce l’indulgenza del cuoco»; si fa notare la «gelida cortesia» riservata dal gotha dell'industria italiana a Prodi e la «ovazione da stadio» tributata a Gianni Letta. Sembrano passati anni da quando, in quella stessa colonna, Mieli invitava a votare per Prodi e scriveva di auspicare «un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra», al quale attribuiva «i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni», anche grazie al «modo con il quale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento». Sembrano passati anni, ma era il 28 marzo: nemmeno due mesi fa.
Di solito il governo appena insediato gode di un periodo di luna di miele con gli elettori e i poteri forti. Il secondo esecutivo Prodi è il primo governo della seconda repubblica al quale questo piacere è stato negato.
Ovviamente, Corriere, Stampa e compagnia bella raccolgono ora quello che hanno contribuito a seminare in campagna elettorale: il "programmismo" avrebbero potuto denunciarlo mesi fa (il programma di governo più lungo e inutile della storia italiana era a disposizione di tutti ben prima del voto, bastava leggerlo) e non occorreva un genio della politica per capire che nell'Unione c'è una componente importante di forze tribali desiderose di allontanare l'Italia dal modello anglosassone per renderla un po' più simile al Venezuela di Hugo Chavez. La priorità di Mieli e dei suoi emuli era però quella di sbarazzarsi di Berlusconi, confidando che nella vittoria della sinistra avrebbero avuto un peso decisivo le forze riformiste. Hanno perso ambedue le scommesse: Berlusconi è sempre al centro della politica italiana e le forze riformiste nel centrosinistra valgono come il due di bastoni quando si gioca a poker.

Post scriptum. Dinanzi a una prima pagina come quella odierna della Stampa, il segretario dei Ds Piero Fassino riesce a parlare di «grande sintonia» tra Prodi e Montezemolo, sostenendo anche che l'editorialista del Corriere della Sera (il quale non è certo un simpatizzante della Cdl) ha raccontato un'assemblea diversa da quella reale. Non so a voi, ma a me ricorda qualcuno.

Update di sabato 27 maggio. Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, non l'ha presa bene. E si lamenta con la stampa brutta e cattiva. «Neanche una critica, sui grandi giornali, alla relazione assai modesta di Montezemolo. Spietati coi politici, ossequiosi con Confindustria e con i padroni dell’economia. In questo modo non si compromette la verità e dunque la piena libertà di informazione?». Benvenuti al governo, compagni.

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giovedì, maggio 25, 2006

Quello che un presidente della repubblica non dovrebbe dire

di Fausto Carioti
Giorgio Napolitano fatica a entrare nei panni di un presidente della repubblica super partes. Ammesso, s’intende, che abbia davvero voglia d’indossarli. L’impressione, e lo si è visto anche nell’intervista rilasciata ieri al settimanale francese “L’Express”, è che preferisca usare il Quirinale per ritagliarsi un ruolo non da padre della patria, ma da padre più o meno nobile del centrosinistra. Un genitore con due figli: il pargolo prediletto, quel Romano Prodi, presidente del Consiglio, la cui coalizione ha sollevato di peso Napolitano per portarlo sul Colle, e il figliastro che deve sopportare ma del quale farebbe volentieri a meno, quel Silvio Berlusconi, leader dell’opposizione, che dal canto suo avrebbe fatto volentieri a meno di vedere Napolitano al Quirinale. Un figliastro nei cui confronti non riesce a trattenere una forte insofferenza, che trapela ogni qualvolta il presidente della repubblica abbandona le formule di circostanza.
Nell’intervista al settimanale transalpino Napolitano ha solo parole di miele per il figliolo più imbolsito. Alla domanda sulla «fragilità» della coalizione di centrosinistra, risponde garantendo di persona: «Prodi deve fare del suo meglio per superare queste fragilità e governare. Una delle sue qualità è la pazienza. E ha la capacità di unire, cosa che è forse il suo principale atout in questa situazione. Penso che abbia buone possibilità di riuscire». Per il figliastro, invece, solo imbarazzo e rimbrotti. Prima un gelido «non intendo dare giudizi su Berlusconi». Quindi, una esplicita tirata d’orecchie alla politica estera del centrodestra: in questi ultimi anni, è l’accusa, «non si è avuta la sensazione di un impegno davvero coerente da parte del governo sul terreno europeo». È vero che l’Italia è stata tra i primi paesi a ratificare il Trattato costituzionale, ma questo, avverte Napolitano, «non basta», perché «nella tradizione italiana c’è sempre stato un equilibrio tra l’impegno europeo e le relazioni amichevoli con gli Stati Uniti. Ma l’Europa deve tornare ad essere la priorità». Per inciso, costituzione alla mano, non spetta certo al presidente della Repubblica stabilire quali debbano essere le «priorità» della politica estera.
Quanto al resto dell’intervista, colpiscono sia l’appello a superare le divisioni perché «il principio maggioritario non è la dittatura della maggioranza», sia la spiegazione che Napolitano dà della sua scelta di farsi eleggere al Quirinale: «Vedendo lo stato di divisione del paese e il fatto che si sia potuta capire meglio la mia candidatura invece di quella di qualcun altro più giovane e più “politico”, non potevo rifiutare». Colpiscono intanto perché, piaccia o meno, Napolitano è stato eletto dalla maggioranza con una prova di forza, e questo ha rappresentato un ulteriore motivo di divisione. E poi quel «non potevo rifiutare», che lascia intendere chissà quale supremo sacrificio per il bene del Paese, puzza tanto di ipocrisia: diciamo piuttosto che simili treni passano una volta nella vita, soprattutto se hai 81 anni, e che nessuno sano di mente si farebbe scappare l’occasione.
Naturale che nella Cdl, soprattutto in Forza Italia e Lega, i mal di pancia si facciano sempre più forti. Postcomunista per postcomunista, iniziano a pensare in tanti col senno di poi, stai a vedere che era meglio Massimo D’Alema: meglio ritrovarsi tutti figliastri che passare sette anni a mangiare gli avanzi dell’altro. Chi non ha certi rimorsi sono gli uomini dell’Udc, con Pier Ferdinando Casini che evoca antichi slogan avvisando che «Napolitano ha sempre ragione», e Marco Follini, che invita a «non demonizzare il simbolo dell’unità del Paese». Proprio sull’atteggiamento da tenere col Quirinale la Cdl si gioca parte delle sue chances di restare unita anche all’opposizione. I segnali, sinora, non sono dei migliori. Diciamo.

© Libero. Pubblicato il 25 maggio 2006.

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Perché la Juventus tifa Borrelli

Impossibile comprendere cosa significhi l'arrivo alla guida dell'ufficio indagini della Federcalcio di Francesco Saverio Borrelli, ex procuratore generale di Milano e capo del pool Mani pulite, senza aver prima capito cosa c'è dietro il caloroso benvenuto che gli ha dato Franzo Grande Stevens, avvocato di fiducia degli Agnelli e sino a poche ore fa presidente della Juventus. «Borrelli è una persona di prim'ordine, mi levo il cappello. Sono sicuro che farà bene», ha detto Stevens. Il quale ha anche invocato «tempi normali» per la giustizia, e non procedure d'emergenza: «Almeno sei-otto mesi».
Così, mentre Silvio Berlusconi e i suoi si disperano (parla per tutti Maurizio Gasparri quando dice che «se fossi un tifoso milanista mi preoccuperei»), la squadra sinora più coinvolta nello scandalo che è stato ribattezzato Calciopoli, in evidente assonanza con quella Tangentopoli che vide Borrelli protagonista assoluto, applaude all'arrivo del Grande Inquisitore. Il paradosso, però, è solo apparente.
Intanto la Juventus non pare avere più molto da perdere. La paura principale, in casa bianconera, era semmai che si punisse uno per educarne cento. L'arrivo di Borrelli rende molto difficile che questo accada. Tutti passeranno sotto la sua lente. E non ci si limiterà alle telefonate di Lucianone Moggi, ma si esamineranno anche i bilanci dei club, alla ricerca di contratti in nero (indovinate quale sarà il primo club sulla lista di Borrelli). Si esamineranno gli "imbellettamenti" che tutte le grandi squadre, nessuna esclusa, hanno fatto ai bilanci grazie al giochino delle plusvalenze e degli ammortamenti. Portieri della primavera ceduti a valutazioni da campioni, terzini scambiati da una parte all'altra di Milano per poi tornare in prestito alla squadra di partenza: tutte queste operazioni saranno valutate con estrema attenzione. Se passa il principio che una valutazione gonfiata per ottenere una plusvalenza rappresenta una forma di falsificazione del bilancio, non si salva nessuno. I tempi della giustizia sportiva poi, essendoci di mezzo simili indagini, rischiano di essere lunghi. E tutto questo alla Juventus - va da sé - non può che fare piacere.
Ma soprattutto, a pesare, ci sono i precedenti che gli azionisti principali della Fiat hanno con il pool milanese. Gli Agnelli non hanno certo da lamentarsi per il trattamento ricevuto a suo tempo dagli uomini di Borrelli, i quali misero nel mirino Francesco Paolo Mattioli e Cesare Romiti, oltre a una serie di manager di secondo livello, e tennero la famiglia fuori dal mattatoio giudiziario, in cambio di una certa "collaborazione" da parte dell'azienda. Così non c'è da stupirsi se nel 2002, quando nasce Libertà e Giustizia, associazione espressione di una certa sinistra (area Carlo De Benedetti, per capirsi) che intende appoggiare l'operato dei magistrati (in particolare quelli di Magistratura democratica) e fare da baluardo contro la "eversione berlusconiana", insomma un'associazione che secondo i garantisti del centrodestra ha un forte sapore forcaiolo, tra i fondatori e i garanti di essa figuri proprio il vicepresidente della Fiat, Franzo Grande Stevens. Si tratta di un'operazione obbligata.
In questa strana partita in cui tanti presunti garantisti invocano giustizia sommaria, non c'è quindi da stupirsi se i presunti colpevoli applaudono all'arrivo del magistrato inflessibile. L'impressione è che l'arrivo di Borrelli significhi che l'inchiesta è appena iniziata e che il meglio, cioè il peggio, debba ancora venire. Resta solo da capire se per un garantista juventino questo sia il momento buono per piangere o per iniziare a sperare.

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mercoledì, maggio 24, 2006

La storia di oggi...

... è questa. Tutto il resto è fuffa.

Se pensate che il "Codice" sia anticattolico, aspettate il prossimo film

di Fausto Carioti
Chi pensa che il “Codice Da Vinci” contenga una quantità ineguagliabile di bufale anticristiane aspetti di vedere il prossimo film tratto da un libro di Dan Brown. Visti gli incassi realizzati nel primo week end di programmazione dal “Codice Da Vinci”, la Sony infatti si è detta pronta a tradurre in celluloide anche “Angeli e demoni”, che oltre all’autore condivide con il “Codice” il protagonista Robert Langdon, lo studioso di simbologia liberal e politicamente corretto interpretato da Tom Hanks. “Angeli e Demoni” in realtà è stato scritto tre anni prima del libro più noto di Dan Brown, ma arriverà sul grande schermo - così come è arrivato nelle librerie italiane - solo dopo il successo del “Codice Da Vinci”. Si tratta, in sostanza, di un libro assai più acerbo e mediocre, che ha sfruttato il traino del più fortunato fratello maggiore.
Le due storie, però, hanno in comune gli stessi temi, primo tra tutti il forte pregiudizio anticattolico di chi le ha scritte. Anche nel caso di “Angeli e Demoni” Dan Brown ha puntellato le sue teorie con un numero elevatissimo di inesattezze, funzionali a convincere il lettore che la religione cattolica è un’enorme mistificazione e che la Chiesa romana è qualcosa di molto simile a un’associazione a delinquere. Premesso che c’è solo l’imbarazzo della scelta, la panzana più grossa è quella che l’autore mette in bocca a Langdon durante uno dei tanti concioni relativisti che il professore tiene ai suoi studenti. Nell’intento di dimostrare che l’iconografia e i rituali cristiani furono copiati dai culti precedenti, l’eminente studioso spiega che «la pratica di “mangiare dio”, ovvero la Comunione, fu presa in prestito dagli Aztechi». Chiunque abbia una cultura di livello elementare (non pare essere il caso di Dan Brown) si rende conto che un tale “prestito” sarebbe stato impossibile, dal momento che le Americhe furono scoperte un millennio e mezzo dopo che i cristiani avevano iniziato a consacrare l’ostia. Ma i poveri allievi di Langdon non battono ciglio, e continuano a prendere appunti.
Errori a ripetizione, poi, nel meccanismo con il quale Dan Brown fa eleggere il papa, attorno al quale ruota l’intera storia. Non è vero, infatti, che il pontefice può essere eletto solo tra i cardinali, né è vero che l’elezione se la giocano quattro di loro, i “prescelti”. Si commenta da sola, poi, la “notizia” per cui Giovanni Paolo I fu ucciso dalla loggia massonica P2. Non è invece un errore, ma un riflesso dell’atteggiamento dell’autore verso la Chiesa, il fatto che nel libro Dan Brown attribuisca al papa appena defunto un figlio, ottenuto con l’inseminazione artificiale. Come nel “Codice Da Vinci”, poi, anche qui non mancano sacerdoti preoccupati più di ammazzare il prossimo che di salvargli l’anima.
Bocciata in religione, l’accoppiata Dan Brown-Robert Langdon esce con le ossa rotte pure dall’esame di scienza. La controversia tra Galileo Galilei e la Chiesa Langdon la ricorda così: «I guai giudiziari di Galileo iniziarono quando disse che l’orbita dei pianeti era ellittica. Il Vaticano esaltava la perfezione del cerchio e insisteva che il moto degli astri poteva essere solo circolare». Tutto sbagliato: Galileo fu processato per aver sostenuto che era la Terra a girare attorno al Sole, e non viceversa. La questione della eccentricità delle orbite farà parte, semmai, della teoria di Keplero. Sbagliate pure le nozioni sull’antimateria contenute nel libro: Dan Brown scrive che il protone è l’antiparticella dell’elettrone, che invece si chiama positrone.Infine (si fa per dire: ci vorrebbe un altro libro per elencare tutti gli strafalcioni), le traduzioni. Nella versione originale di “Angeli e Demoni”, ovviamente in inglese, sacerdoti e guardie vaticane bofonchiano una lingua che dovrebbe essere italiano, ma che con lo Zingarelli non ha nulla a che vedere. Col risultato che la fronte del lettore si aggrotta non per venire a capo degli enigmi della trama, ma per dare un senso a frasi il cui significato è avvolto nel mistero, come «Spazzare di cappella» e «Probasti il museo?».

© Libero. Pubblicato il 24 maggio 2006.

Da leggere: "Ebreo e agnostico, ma contro il Codice sto con la Chiesa", di Bernard-Henri Lévy, sul Corriere della Sera

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martedì, maggio 23, 2006

I vescovi scaricano i "cattolici adulti"

Un corsivo interno pubblicato oggi su Avvenire, il quotidiano dei vescovi, a pagina 11, è essenziale per capire la delusione della conferenza episcopale nei confronti dei "cattolici adulti" Rosy Bindi e Romano Prodi. Il corsivo, non firmato e quindi da attribuire al direttore Dino Boffo, intitolato "Apertura di credito dissipata", si conclude così: «Il programma dell'Unione, quello sul quale il centrosinistra si è impegnato e ha chiesto il voto, propone "il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto". Diritti alle persone quindi, non alle coppie, come sembra dire ora la Bindi, nel tripudio degli alleati estremisti. Domanda finale: quel programma è ancora valido? Ci dissero che era il frutto di una paziente mediazione: va considerata superata? Oppure era solo un escamotage per acchiappare voti cattolici?». Un po' tardi, ma ci sono arrivati.

Assolutamente da leggere: "Perché la sinistra non ha vinto", su The Right Nation

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lunedì, maggio 22, 2006

Il Codice Da Vinci e l'inutilità dei critici cinematografici

Vale per tutti noi giornalisti. Parliamo soprattutto a noi stessi, autorefenziali e tronfi, convinti, per dirla con Mina, «che la vita è tutta lì»: nelle cose che scriviamo, nel rassicurante circolo di trenta colleghi che la pensano come noi. Vale per tutti i giornalisti, ma per i critici cinematografici vale di più. Per qualche motivo, costoro riescono a condensare e portare a nuove vette i difetti della categoria. Il modo in cui è stato trattato il Codice Da Vinci ne è l'ennesima conferma.
In sostanza, la pellicola (qui una sintesi dei giudizi negativi ricevuti dalla stampa) è stata accusata per la pochezza della storia e per le presunte carenze di realizzazione tecnica. La prima critica è insensata: visto il libro da cui è stato tratto il film, non si capisce come avrebbe potuto uscire fuori qualcosa di diverso. Né si comprende perché mai gli autori avrebbero dovuto stravolgere una trama che, sebbene cialtrona (anzi, proprio in quanto tale), ha avuto sinora cinquanta milioni di lettori nel mondo. La seconda critica invece può avere senso: ognuno vede nella pellicola ciò che crede, e se qualcuno la trova lenta e mal realizzata avrà i suoi buoni motivi. Anche se il sottoscritto, che non ha studiato né al Dams né alla Ecole nationale supérieure Louis Lumière ed è a digiuno di nozioni di tecnica cinematografica, fatica a capire come sia possibile che qualche migliaio di giornalisti, inclusi di fatto tutti i critici cinematografici italiani, vedano le cose allo stesso identico modo, e pensa che simili meccanismi si spieghino meglio con la psicologia di gruppo che con altre variabili. Ancora più difficile da comprendere è come faccia lo stesso coro dei critici impegnati, a distanza di poche ore, a incensare pellicole indigeribili girate con la telecamera fissa.
Poi, però, dopo i fischi e le risatine di Cannes, arriva l'unico giudizio che conta: quello del box office. Si scopre così che:
- nel suo primo fine settimana di programmazione il film diretto da Ron Howard ha registrato incassi per 224 milioni di dollari in tutto il mondo. E' il secondo miglior debutto di sempre (il record è di Star Wars, con 253 milioni);
- se si escludono gli Stati Uniti, dove il film ha segnato comunque il secondo record d'incasso di sempre, nel resto del mondo si tratta del miglior risultato in assoluto;
- in Italia "Il Codice da Vinci", con 8,9 milioni di euro incassati nel primo week end, ha segnato il miglior debutto di tutti i tempi.
Ci sarebbero buoni motivi, tra i recensori, per cospargersi il capo di cenere e ammettere sia di essere pessimi interpreti dei gusti del pubblico, sia di non essere capaci di farsi ascoltare dal pubblico stesso. Ma per i critici cinematografici il problema manco si pone: l'autorità che si attribuiscono non deriva infatti dal capire o meno se una pellicola è indovinata, cioè se è in grado di attrarre spettatori (il cinema è un'industria e il cinema commerciale lo è a maggior ragione), ma dal fatto che i loro gusti sono condivisi dagli altri critici cinematografici. A conferma che non si tratta di un giornalismo rivolto al lettore, ma di un semplice esercizio autoreferenziale tra colleghi.
Per la cronaca: a me la realizzazione tecnica del film è piaciuta, tanto da definire il "Codice Da Vinci" «un polpettone a cavallo tra new age e femminismo progressista, cucinato però divinamente». Avevo scritto (facile previsione) che il gelo della critica era «segno di successo assicurato al botteghino». Tra le altre poche altre voci controcorrente, quella del Foglio. Pur avvisando che verso la fine il film «crolla sotto il peso delle spiegazioni», il quotidiano di Giuliano Ferrara giovedì 18 maggio scriveva sulla tribù dei recensori cose assai condivisibili: «Spernacchiare "Il Codice Da Vinci" è un rito collettivo per sentirsi all'avanguardia. Ma il film funziona. (...) Celebrato il rito, cacciato il "Codice" dal salotto buono, il gruppo ritrova la sua fierezza: torna a sentirsi socialmente utile e intellettualmente all'avanguardia».

Post scriptum. I risultati del primo week end di programmazione sono stati così buoni da indurre la Sony a svelare la realizzazione di un nuovo film, protagonista sempre lo studioso di simbologia Robert Langdon-Tom Hanks, tratto dal precedente libro di Dan Brown: "Angeli e Demoni". Al confronto, "Il Codice Da Vinci" è un testo per il catechismo. Una frase su tutte: «The practice of "god-eating" - that is, Holy Communion - was borrowed from the Aztecs». Sarà un altro successo.

Qui Cannes: ecco "Il Codice Da Vinci"
Attori e regista difendono "Il Codice Da Vinci": è solo fiction. Ma non per tutti

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Miti terzomondisti infranti: anche gli aborigeni stuprano e uccidono

di Fausto Carioti
Deve essere destino che la sinistra veda cadere i propri miti, grandi e piccoli, uno dopo l’altro. Tra i pochi rimasti resisteva quello, caro a una certa area antioccidentale e terzomondista, della naturale innocenza e bontà di chi non è ancora stato toccato dal virus della modernità e del capitalismo. Avete presente quelli che dicono che le violenze sistematiche sono un prodotto dell’industrializzazione e del liberismo, cui si deve il principio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Di questo si tratta. E invece niente da fare, è crollato pure questo mito. Per chi ci credeva, le notizie apparse negli ultimi giorni sui quotidiani australiani, e riprese ieri dal Corriere della Sera, sono state un brutto risveglio: gli aborigeni australiani sono autori di una «sistematica, frequentissima pratica degli stupri sui bambini, anche molto piccoli», e sulle donne. Al punto che il governo federale di Canberra sta pensando di limitare l’autonomia riservata a queste popolazioni, in modo da prendere il controllo della situazione.
La legge tribale, affidata all’anziano del villaggio, tollera infatti la pratica delle violenze sessuali, che spesso sono compiute dagli stessi capi del clan. Il magistrato che ha scoperchiato il verminaio, il pubblico accusatore Nanette Rogers, racconta storie da incubo e denuncia che molte vittime di abusi sessuali hanno paura di parlare con la polizia, temendo ritorsioni da parte della loro stessa tribù. Secondo il magistrato, la responsabilità principale è proprio della cultura degli indigeni, che rende i maschi troppo spesso sicuri di poter violare la legge nella convinzione di riuscire a cavarsela senza problemi. «La violenza», spiega il magistrato, «è intrecciata a moltissimi aspetti della società aborigena. La quale tende a essere molto punitiva. Se un testimone riferisce ciò che ha visto in un tribunale, rischia di essere fisicamente punito dalla famiglia del violentatore per averlo messo nei guai».
Insomma, il messaggio che arriva dall’Australia centrale è che si può essere degli infami di prima categoria pur essendo aborigeni e non possedendo un televisore né un conto in banca. Ovviamente, c’è già chi, in nome del relativismo culturale, convinto che tutte le tradizioni siano ugualmente nobili e rispettabili, ha chiesto che nessuno intervenga per far cessare questo abominio. Intendiamoci: chiunque abbia letto un paio di libri non scritti da Rigoberta Menchù sa che il mito dell’innocenza dei “nativi”, al quale ormai credono solo pochi illusi, è una solenne idiozia. Però a sinistra c’è chi è convinto davvero che le popolazioni non occidentali ancora non toccate dal progresso siano migliori e più sane di noi, per il semplice fatto che vivono al di fuori del mercato e dei valori occidentali. Per usare le parole di qualche anno fa del neo ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, «i popoli indigeni, forti della loro cultura eco-spirituale, rivendicano, ora, un ruolo di protagonisti nel disegnare la globalizzazione dei diritti, della giustizia sociale e della pace».
Ma nella cultura di chi compie e copre simili crimini di spirituale non c’è proprio niente. Ci sono solo la peggiore brutalità e l’egoismo più bieco: proprio quelli che, secondo una certa letteratura fantasy in voga anche in Italia, dovrebbero essere i tratti distintivi esclusivi delle civiltà industrializzate. La storia della piccola aborigena di 17 mesi rapita da un membro anziano della sua tribù, stuprata, operata d’urgenza all’intestino, ridotta nell’impossibilità di avere figli, e quella della bimba affogata in un fiume mentre un diciottenne che aveva da poco sniffato benzina la violentava, fanno giustizia, almeno, di tante facili banalità.
Alla fine, ciò che resta dopo aver letto quelle storie, è la consapevolezza che non solo non basta essere indigeno per essere automaticamente buono e innocente, ma anche che, pur con tutti i loro difetti, le deprecate istituzioni occidentali, come i tribunali che cercano di applicare la legge in modo uguale per tutti, funzionino assai meglio di certi meccanismi di giustizia primitivi che finiscono quasi sempre per dare ragione al più forte. Quanto a chi tollera simili violenze in nome del relativismo dei valori, pensare che indigeni e aborigeni non siano in grado di distinguere il bene dal male, ritenerli incapaci di comprendere che è un atto immensamente malvagio stuprare e mutilare un bambino, equivale a crederli essere umani di serie B. E questo sì che è razzismo.

© Libero. Pubblicato il 19 maggio 2006.

Intervista ad Abc del magistrato Nanette Rogers.
L'articolo del Corriere della Sera: L'Australia agli aborigeni: «Troppi bambini stuprati. Vi togliamo l'autonomia».
Intervista del Corriere della Sera a Massimo Fini: «Lasciateli vivere come vogliono loro».

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venerdì, maggio 19, 2006

Prodi: "Il voto di fiducia è andato meglio che nel '96". Ma è una bugia

Romano Prodi ha ottenuto il voto di fiducia al Senato. L'esito della votazione è stato di 165 voti a favore della mozione di fiducia contro 155 contrari. Dieci, quindi, i voti di scarto in favore del governo, sette dei quali garantiti dai senatori a vita. Commento del neopremier: «Meglio di così non poteva andare. Sono molto contento, abbiamo una maggioranza al Senato che è maggiore di quella del '96».
Ma la sua è una bugia. All'avvio di quella legislatura il voto di fiducia al Senato per il governo dell'Ulivo, che si tenne il 24 maggio del '96, ebbe il seguente esito (facilmente controllabile da chiunque sul resoconto stenografico di quella giornata):

Senatori presenti..... 314
Senatori votanti..... 313
Maggioranza..... 157
Favorevoli..... 173
Contrari..... 139

Astenuti..... 1

Il governo Prodi, quindi, nel '96 ottenne 34 voti di scarto (173 "sì" alla fiducia contro "139" no). Stavolta ne ha avuti appena dieci. E all'epoca Prodi non ottenne i voti in massa dei senatori a vita: solo quattro gli diedero la fiducia; cinque erano assenti, Francesco Cossiga si astenne.
Tutto questo, ovviamente, Prodi lo sa. Sa benissimo che la sua maggioranza politica attuale è assai più fragile di quella di allora. Come lo sanno tutti i suoi alleati. Però deve dare un'immagine diversa da quella reale, a costo di inventarsi i numeri. Poi dicono che l'uomo degli spot è Silvio Berlusconi.

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Attori e regista difendono "Il Codice Da Vinci": è solo fiction. Ma non per tutti

di Fausto Carioti
CANNES - Hai voglia a ripetere, come ha fatto ieri Tom Hanks davanti ai giornalisti, che si tratta solo di «entertainment», di «emotional fiction» e non di un «documentary». Il “Codice Da Vinci” è destinato ad essere il terreno di una piccola ma cruenta battaglia culturale, che ci sarà utile a capire se e quanto è cambiato il nostro rapporto con la religione cattolica. Non a caso Dan Brown, l’autore del libro da cui è tratto il film, è stato già inserito dalla rivista “Time” tra le cento persone più influenti del mondo, a conferma di quanto la sua storia – venduta in 50 milioni di copie e tradotta in 44 lingue – abbia già “influito” sul modo di pensare di tanti. Che “Il Codice Da Vinci” non sia un film come tutti gli altri, proprio per certi suoi contenuti, lo si è visto bene anche nell’affollatissima conferenza stampa che si è tenuta ieri mattina, subito dopo una proiezione riservata alla stampa che, come quella della sera prima, ha visto la critica cinematografica gelida (segno di successo assicurato al botteghino, verrebbe da dire).
Ieri, nei 45 minuti di faccia a faccia che il regista Ron Howard e gli attori Tom Hanks (vestito e pettinato come Robert Langdon, il personaggio che interpreta), Audrey Tatou, Jan Reno, Ian McKellen, Alfred Molina e Paul Bettany hanno concesso alla stampa internazionale, il protagonista, alla fine, è stato Gesù Cristo. Che nel film – per chi non avesse letto il libro – si scopre essere stato sposato a Maria Maddalena, incinta al momento della crocifissione del “marito”. Questa invenzione, assieme al continuo maltrattamento dell’Opus Dei da parte degli autori, ha dato il via alle polemiche prima contro il libro e poi contro il film. Polemiche che hanno visto le associazioni cattoliche combattere da sole – e divise, visto che la stessa Opus Dei alla fine ha preferito “cavalcare” la creatura di Dan Brown e Ron Howard piuttosto che metterla all’indice – col duplice risultato di fare ulteriore pubblicità ad un prodotto cinematografico che pare proprio non averne bisogno e di regalare a Dan Brown, che è anche produttore esecutivo della pellicola, l’ambitissima aureola di martire del libero pensiero.
Messi alle strette sulla questione religiosa, alcuni dei protagonisti della pellicola qualche cautela alla fine l’hanno espressa. Ron Howard l’ha messa così: «Vista la natura controversa di questa storia, il mio consiglio è che se qualcuno rischia di esserne turbato non vada subito a vedere il film, ma ne parli prima con qualcuno che l’ha visto. Se questo film riesce a stimolare la discussione e l’immaginazione è una cosa positiva». Cautamente possibilista sulla credibilità del racconto è apparso Tom Hanks: «E’ bene avere dubbi. Preferisco le persone aperte al dubbio, sono meno pericolose». Si è fatto assai meno problemi, invece, l’attore inglese Ian McKellen (il Gandalf del “Signore degli Anelli), il quale, quando gli è stato chiesto se creda sul serio alla “verità” raccontata dal film, ha risposto: «Sono molto felice di credere che Gesù fosse sposato. Le reazioni della Chiesa cattolica? La Chiesa ce l’ha anche con i gay, e questo prova, al di là di ogni dubbio, che Cristo non era gay». Esplosione di risate nella platea dei giornalisti: il festival di Cannes è anche questo. Quanto a McKellen, non è nuovo a simili uscite.
Il Codice da Vinci è un film sui simboli, sulle scritture riflesse su uno specchio. E se si prendesse la storia che narra come un simbolo, come un riflesso del modo in cui tantissime persone - vuoi per ignoranza vuoi per abuso della ragione - vedono la religione cattolica, in Vaticano ci sarebbero ottimi motivi per preoccuparsi. L’Opus Dei è dipinta come un covo di assassini fanatici (e anche un po’ pirla, visto che alla fine si scoprirà che si sono fatti raggirare). Silas, il monaco albino mentalmente disturbato, chiamato a compiere il “lavoro sporco” con revolver e coltello, ripete come un disco rotto frasi tipo «Sono il messaggero di Dio» e «Cristo mi ha dato la forza». I sacerdoti sono mossi dalla bramosia di denaro e potere. L’Opus Dei è definita da uno dei protagonisti, il cercatore del Graal Leigh Teabing (Ian McKellen), come «una setta cattolica conservatrice», impegnata a tenere nascosto all’umanità il più grande segreto della storia. Il poliziotto Bézu Fache (Jean Reno), affiliato all’Opera, fino al momento in cui si accorge di essere stato preso in giro dai vertici della sua “setta” si aggira per il film con la bava alla bocca, pronto a picchiare a sangue chiunque si metta di traverso alla sua missione. Insomma, si esce dalla sala con la sensazione che non si possa credere in Cristo senza essere fanatici esaltati o cinici delinquenti.
Juan Manuel Mora, responsabile comunicazione dell’Opera, sta provando a combattere il Codice Da Vinci con le sue stesse armi. Anche se è una lotta impari: «Stiamo vivendo una specie di reality show mondiale», ha detto alla rivista Prima Comunicazione, «dove c’è King Kong che ha in mano la bionda». King Kong è la Sony, il colosso giapponese che ha acquistato i diritti della storia e prodotto il film. La «bionda», va da sé, «sono i cattolici». «All’interno del sistema mediatico la nostra risposta non poteva che avere un taglio professionale», ha spiegato Manuel Mora: «Voi fate marketing e intrattenimento alla Grande Fratello? E noi, sugli stessi temi, facciamo comunicazione, e vediamo chi vince. Di per sé, ciò che scrive Brown ci interessa assai poco. Ci interessano tanto, invece, le curiosità che egli ha risvegliato su certi argomenti». Non tutti hanno tanto coraggio (o incoscienza): il capo della Chiesa spagnola, il vescovo Ricardo Blazquez, ieri ha commentato che «il Codice da Vinci contiene aspetti che offendono i cristiani. Si tratta di un’enorme fiction che, nella percezione di molta gente, non separa totalmente la realtà dalla finzione».
Proprio questo è il punto. Non a caso ieri, durante la conferenza stampa, regista e attori assicuravano che gli spettatori del film saranno benissimo in grado di distinguere la realtà dall’invenzione. A giudicare dagli effetti che ha avuto il libro, è lecito avere qualche dubbio. Un sondaggio inglese diffuso ieri fa sapere che, oltremanica, due lettori su tre del “Codice Da Vinci” sono convinti che Gesù Cristo abbia davvero avuto un figlio con Maria Maddalena, mentre il 17% crede che l’Opus Dei sia una setta assassina.

© Libero. Pubblicato il 18 maggio 2006.

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giovedì, maggio 18, 2006

Qui Cannes: ecco "Il Codice Da Vinci"

di Fausto Carioti
CANNES - Volevate il relativismo? Eccolo nella sua versione più facilmente assimilabile. Te lo bevi che manco te ne accorgi, in due ore e 32 minuti. Lo hanno proiettato ieri notte qui a Cannes, in anteprima per la stampa. In sala, l’atmosfera dell’Evento. Dentro ci trovate tutto quello è lecito attendersi da un film intitolato “Il Codice Da Vinci” e anche di più, come sempre accade quando c’è Hollywood di mezzo. Per chi avesse trascorso gli ultimi due anni in un altro universo, è appena diventato film il caso editoriale più discusso, discutibile e azzeccato degli ultimi tempi. La storia che ha reso ricco il suo autore, Dan Brown, deve la sua fortuna al fatto di essere un’indovinatissima miscela di ingredienti che più a la page, più politicamente corretti non si può. C’è la Chiesa romana oscurantista e nemica delle donne, che mantiene da duemila anni i fedeli all’oscuro della verità (“il più grande insabbiamento della Storia”, dice uno dei protagonisti in uno dei momenti più forti del film). Ci sono monaci-killer dell’Opus Dei (che aggiungere?) impegnati a sgozzare il prossimo manco fossero Al Zarkawi. Ci sono sette laiciste para-massoniche impegnate a custodire la verità per diffonderla il giorno in cui dovrà essere data l’ultima spallata al Vaticano. C’è il recupero delle “naturali” tradizioni del paganesimo, tipo il giocoso sesso di gruppo (solo evocato, non vi attendete niente del genere dalla pellicola). C’è il Louvre con i suoi tesori, a dare quel tocco di pseudo-culturale che “fa fino”. Ci sono i vangeli apocrifi, l’esoterismo, l’astrologia e un simbolismo facile facile, tanto intrigante quanto a buon mercato. Il tutto condito con un pizzico di cavalieri templari, che su pietanze simili stanno sempre bene. E soprattutto, ovunque, c’è questo concetto del sacro femminino, del fatto che le donne, cara lettrice e cara spettatrice pagante, sono assai migliori degli uomini (il testosterone provoca guerre e morti, l’utero dà la vita: questa è la filosofia che passa il convento di Dan Brown e del regista Ron Howard, prendere o lasciare). Insomma, la pellicola è un polpettone a cavallo tra new age e femminismo progressista, ma con quegli ingredienti – il thriller, il mistero, la storia - capaci di acchiappare un po’ tutti. Un prodotto buono senza dubbio per gli Stati Uniti, ma alla fine, come scopriremo a partire da questo fine settimana, quando sbarcherà nei cinema di tutto il mondo, perfetto anche per l’Europa del pensiero debole e se possibile del nessun pensiero, che si imbarazza a ricordare le radici cristiane della propria cultura. Soprattutto, un polpettone – è il caso di dirlo – cucinato divinamente, come solo gli studios di Los Angeles sanno fare.
A quale trama diano vita tutti questi elementi non è giusto svelarlo. Basti sapere che – a proposito di sacro femminino - tutto ruota attorno alla figura di Maria Maddalena, sposa di Gesù Cristo e madre di sua figlia. Tom Hanks interpreta il ruolo del protagonista, l’esperto di simbologia Robert Langdon, che assieme ad Audrei Tatou, nei panni della poliziotta Sophie Neveu, svelerà tutti i misteri e spiegherà agli spettatori che nel cristianesimo non vi è nulla di sacro, perché l’unica cosa sacra è la Natura (ovviamente femmina), col suo eterno ciclo di fertilità. Tempi, ritmo e inquadrature della pellicola migliorano il best seller che ha preceduto il film, e la bravura di Tom Hanks non fa che rendere ancora più efficace il messaggio. Che è sintetizzato benissimo dalle parole che Dan Brown fa dire a Langdon nel libro: “Tutte le religioni del mondo sono basate su falsificazioni”. Un messaggio che gli autori hanno voluto puntellare con mezze verità (poche), con errori (molti) tanto marchiani quanto credibili agli occhi dei meno informati, con luoghi comuni (moltissimi) nei quali un certo pubblico un po’ laicista e parecchio ignorante sguazzerà felice come un bimbo nella vasca con le paperelle. Stasera sarà proprio il “Codice da Vinci” ad inaugurare l’apertura ufficiale di questa cinquantanovesima edizione del festival di Cannes. A conferma che il piatto forte della rassegna, qui alla Croisette, è questo.
Proprio le tante “inaccuratezze” con cui è farcita la storia – prima tra tutte l’invenzione di un’Opus Dei modellata sui più cupi e scontati stereotipi americani in materia di “sette religiose” (così è definita l’Opera, né più né meno, nell’edizione originale del libro, in una pagina introduttiva intitolata “Fatti”, proprio a volerne sottolineare la veridicità oggettiva) hanno reso rovente la vigilia della proiezione. Gli autori, in sostanza, sono accusati di avere imbevuto la trama di “spiegazioni” così verosimili a giustificazione delle tesi anticristiane sbandierate in quelle due ore e mezza da poter influenzare con facilità il vastissimo pubblico che lo andrà a vedere senza essersi adeguatamente informato. Il regista e i produttori del kolossal, come già fatto da Dan Brown, si difendono ricordando che si tratta di una storia inventata (“fiction”), ma è difficile credere sino in fondo alla loro neutralità. Altrimenti non si spiega – ad esempio – la scelta di voler sparare a zero, a tutti i costi, sulla prelatura personale di Giovanni Paolo II. Con tutti i nomi diversi da Opus Dei che gli autori potevano inventarsi (e a Dan Brown non è certo la fantasia che manca). Onore al merito, comunque, per Javier Echevarría, prelato dell’Opera, che nei giorni scorsi ha raccolto la sfida: «Non boicotteremo “Il Codice Da Vinci. Dan Brown non lo sa, ma il suo libro ci rende più popolari e più forti». La Chiesa, però, è divisa dinanzi ad un fenomeno di massa così imponente, e il quotidiano dei vescovi, “Avvenire”, ha messo la pellicola all’indice. E appena il film sbarcherà nelle sale è scontato che la temperatura attorno al “caso Da Vinci” salirà ulteriormente, per la gioia di chi è al botteghino.
Si dirà: è solo un film. Appunto. Piaccia o non piaccia, Hollywood è il veicolo che oggi riesce a trasmettere modelli e valori meglio di ogni altro. Basta fare un giro sul web per vedere il vero e proprio culto che si è creato attorno al libro, al coro di lettori e lettrici che ringraziano Dan Brown per aver loro finalmente “spiegato” quanto siano falsi e innaturali i valori del cristianesimo, per avere un piccolo anticipo di quello che sarà l’effetto del film. E’ il relativismo che arriva a cavallo della cultura più pervasiva, la cultura pop, bellezza. E tu non ci puoi fare niente. Da venerdì nelle migliori sale cinematografiche. Presentarsi vaccinati.
Post scriptum. Quasi dimenticavo. Il Codice Da Vinci svela – finalmente – anche il mistero del Graal. Il “sacro calice”, stringi stringi, altro non è che la sessualità femminile. Averlo saputo prima.

© Libero. Pubblicato il 17 maggio 2006.

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lunedì, maggio 15, 2006

Un salto all'indietro

Un discorso lungo, soporifero, infarcito di retorica. Soprattutto retorica pauperista. Un discorso volto al passato e intriso di pessimismo, che già fa rimpiangere l'ottica fiduciosa di Carlo Azeglio Ciampi. Un discorso adatto a un premier che chiede la fiducia sul programma di governo, più che a un presidente della repubblica fresco di giuramento. Un discorso che non unisce, ma conferma tutte le divisioni, perché offre la pacificazione nazionale pretendendo di dettarne le condizioni. Un discorso tutto sbilanciato da una parte. Perché non basta ricordare che la resistenza ha conosciuto «zone d'ombra, eccessi e aberrazioni» (quello, presidente, lo sapevamo già dal dopoguerra, è lei che c'è arrivato solo adesso) per bilanciare un'omelia in cui 1) è stata ripescata la peggiore retorica di strada sulla «precarietà», la «mancanza di garanzie» e le disuguaglianze «accresciute»; 2) è stato invocato il «ripudio della guerra», con evidente riferimento alle missioni italiane all'estero; 3) è stato affermato che i «nuovi diritti civili e sociali», qualunque cosa intenda Giorgio Napolitano con questa espressione, debbono essere estesi agli immigrati; 4) è stata evocata la «splendida figura» di Nilde Jotti; 5) è stato reso omaggio e ringraziamento a ogni organo dello Stato ad esclusione del governo. Solo per ricordare le cose più evidenti.
Stai a vedere che Napolitano non è quel grande uomo delle istituzioni che vogliono venderci a sinistra, ma l'ennesimo ultraottantenne ansioso di rifilarci i suoi sermoni deprimenti, imbevuti di una retorica stantia appresa in decenni passati al seguito di un'ideologia fallimentare. Stai a vedere.

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Offerta a Giuliano Amato: "Smetti di fare favori ai Ds, entra nella Cdl"

di Fausto Carioti
«Ci sono tutte le condizioni affinché Giuliano Amato lasci il centrosinistra e venga accolto nella Cdl, dove quella cultura politica che anche lui rappresenta si trova del tutto a proprio agio». L’invito fatto al suo ex compagno di partito da Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia, socialista e craxiano “storico”, non potrebbe essere più esplicito.
Amato dice di essere «molto amareggiato» per il no dei Ds alla Cdl, che lo aveva proposto per il Quirinale. Si dice «sgomento» per la freddezza diessina. Anche lei, Sacconi, è sgomento?
«Assolutamente no. L’atteggiamento dei Ds è stato ed è molto prevedibile. Ed è molto coerente sia con la loro natura sia con le caratteristiche di Amato».
Quali caratteristiche?
«Il grande merito di Amato è quello di essere stato uno dei principali interpreti di quella stagione politica italiana molto forte che, di fatto, ha anticipato il blairismo».
La stagione di Bettino Craxi.
«Amato fu uno dei protagonisti, e lo dico nel senso più nobile, di quella fertile stagione, la prima esperienza liberal-socialista in Europa. Fu lui ad avviarla con la conferenza programmatica di Rimini del 1982, dove fu l’animatore della progettazione dei contenuti. E fu lui a chiuderla nel 1992, come premier di un governo che il Pci avversò sino in fondo».
In teoria questo dovrebbe essere un merito, oggi che quasi tutti a sinistra si dicono riformisti.
«E invece no. Perché i Ds non hanno mai riconosciuto che in quei dieci anni avevamo ragione noi. Saltuariamente, a mezza bocca, hanno ammesso di aver sbagliato sulla scala mobile. Ma non lo hanno mai detto come partito, non lo hanno mai scritto in un documento. Né hanno mai pronunciato niente di convincente sugli euromissili, ad esempio».
Eppure Amato si è prestato ad essere il presidente del consiglio di un loro governo. Si è fatto trovare pronto a ogni chiamata dei Ds. Si è rifiutato di andare ai funerali di Craxi. Non basta?
«Ma Amato non è certo quello che per servizio a loro, nel 2000, guidò quel governicchio. Amato, per me e per chi conosce la storia di questo Paese, come i Ds, è quello dei dieci anni con Craxi. Non scordiamo che alle elezioni del 2001, a servizio caldo, non fecero di Amato il loro candidato premier alle elezioni, come sarebbe stato naturale».
Adesso Amato rischia di non fare nemmeno il ministro della Giustizia. Antonio Di Pietro e Marco Travaglio hanno fatto capire chiaramente cosa pensano le procure di tale eventualità.
«Appena Amato si avvicina a certe responsabilità delicate, come il ministero della Giustizia, si scatena il caravanserraglio giustizialista, pronto a mettere il veto perché non ha mai dimenticato il suo percorso politico. Ma il punto non è la sola pregiudiziale giustizialista. Il punto è che i Ds sono la negazione di tutto ciò che Amato evoca. Tutto».
A questo punto Amato non avrebbe buoni motivi per lasciare l’Unione?
«Assolutamente sì. Le condizioni ci sono tutte. E non parlo di motivi personali, ma politici. Mi auguro che Amato non voglia rendere ai Ds un ennesimo servizio gratuito. Gratuito dal punto di vista politico, s’intende».
Nella Cdl ci sarebbe posto per lui?
«Certo. Tutta la cultura politica che si riconosce in quel decennio sta a proprio agio nella Casa delle Libertà. Siamo in tanti qui, e ci troviamo proprio bene».
L’impressione, però, è che nel centrodestra tanti ex socialisti considerino Amato un traditore.
«Posso assicurare che i socialisti vicini a Forza Italia hanno visto con grande simpatia l’eventualità di Amato al Quirinale. E questo al di là delle critiche su come egli si comportò nel momento in cui, a causa della loro vicinanza a Craxi, tante persone furono criminalizzate».
Finirà che Amato farà comunque il ministro dell’Unione.
«Sarebbe un assurdo. Perché non so a nome di chi lo farebbe, ma so che lo farebbe per coloro che non lo meritano».

© Libero. Pubblicato il 13 maggio 2006.

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venerdì, maggio 12, 2006

La politica, il calcio e i garantisti a ore

Leggendo i giornali, facendo zapping davanti al televisore, curiosando sui blog (dove ognuno, per primo chi scrive, si sente libero di dare il meglio e il peggio di sé), emerge, nitidissima, una verità elementare: in Italia si è prima di tutto interisti, romanisti, juventini e via dicendo. La politica, gli ideali, i valori e altre trombonate simili vengono dopo, molto dopo la sciarpa che ci si mette al collo la domenica. Solo con l'emergere fortissimo di questa pulsione tribale e il suo prevalere sulla ragione si spiega la smania forcaiola che ha preso tante persone, in apparenza sensate e misurate, pronte a difendere le ragioni di Bettino Craxi e persino di Cesare Previti, che sino a pochi giorni fa alzavano il ditino e dicevano che non si può essere giudicati colpevoli sino a sentenza definitiva, e che ora hanno già scritto paginate di condanna perdendo bava dalla bocca dinanzi al nome di Luciano Moggi, proprio come un Antonio Di Pietro qualunque (lui sì, in questo, assai più coerente di voi, amici garantisti a ore).
Siamo tutti bravi a invocare il rispetto scrupoloso delle leggi quando questo torna a favore nostro o di chi sta dalla nostra parte. La differenza la facciamo solo se siamo disposti a concedere le stesse garanzie - tutte - anche a chi ci sta sulle scatole ogni domenica. Altrimenti non siamo garantisti: siamo paraculi e basta, e smettiamo per favore di riempirci la bocca con Cesare Beccaria e la common law. Se non altro per una questione di rispetto verso noi stessi.
Quanto al merito delle intercettazioni telefoniche, degli aggiustamenti delle partite, delle scommesse più o meno lecite, qui (in quanto garantisti, prima ancora che juventini) per emettere giudizi si aspetta - come sempre - il verdetto definitivo. E si spera anche che escano fuori tutte, ma proprio tutte le intercettazioni di tutti i massimi dirigenti dei principali club. Le loro chiacchierate con gli arbitri, con i designatori, gli inciuci tra di loro. Si spera che vengano pubblicati sulla Gazzetta dello Sport i regali che tutte le squadre di calcio hanno fatto alla categoria arbitrale. I nomi di chi ha pagato i Rolex d'oro dei guardalinee. Con la sensazione - anche questa tutta da provare - che Moggi fosse uno zozzone in un ambiente appena meno sporco di lui.
Sennò tutto questo casino servirà solo a saziare la smania di sangue delle tante tricoteuses che, avvolte nelle loro bandiere, già pregustano lo spettacolo con l'acquolina in bocca. Regalando alla loro parte la soddisfazione di poter dire: "Noi eravamo gli unici puliti". Solo perché, a priori, chi poteva e doveva fare luce ha deciso di indagare solo dalla parte opposta. Non so a voi, ma a me ricorda qualcosa.

Update. Parole sagge dell'amico Benedetto della Vedova. A conferma che non tutti i garantisti vanno a gettone. «Non c'è dubbio», dice il presidente dei Riformatori Liberali e deputato di Forza Italia, «che quanto sta tumultuosamente (e non si sa quanto casualmente) emergendo nel mondo del calcio italiano delinea uno scenario inquietante di malcostume e "ordinaria" illegalità, che va sondato e indagato con attenzione e scrupolo. Ma altrettanto inquietante è che, per l'ennesima volta, in questo paese la giustizia (sul piano sportivo, disciplinare e finanche penale) venga fatta coincidere con il "fare giustizia" in modo sommario e demagogico sulla base di intercettazioni che sono diffuse e pubblicate in modo legale o para-illegale e che sono presentate come prove di una condanna già emessa e non già come indizi da verificare di un'accusa ancora non provata.
L'inizio di un'indagine è presentato, percepito e in qualche modo pubblicamente "attestato" come qualcosa di accertato e definitivo. Il destino delle persone, delle società (anche di quelle quotate) e dei relativi investitori e amministratori è segnato in modo irreversibile, ben prima della pronuncia di qualunque sentenza di condanna.
In questo modo: tutti, all'inizio, colpevoli e alla fine, magari, nessun colpevole. Anche questo, e non solo gli illeciti sportivi e penali che saranno eventualmente accertati, è un segno di barbarie, contraria alle regole e alla logica dello stato di diritto».

giovedì, maggio 11, 2006

Se Napolitano vuole essere il presidente di tutti, inizi da Oriana Fallaci

di Fausto Carioti
Egregio presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
lunedì, nel discorso con cui accetterà il suo nuovo incarico, lei ci assicurerà di essere «il presidente di tutti gli italiani». Una garanzia che ci è già stata data in coro da tutti gli esponenti del centrosinistra, pronti a giurare sulla sua imparzialità, sulle sue capacità e sul suo essere, prima di ogni altra cosa, un «uomo delle istituzioni». I numeri, però, raccontano una storia diversa. I numeri dicono che lei, presentato come il candidato di altissimo profilo «che non può che unire il Paese» (parole di Romano Prodi, pronunciate lunedì 8 maggio), alla resa dei conti è stato eletto con i soli voti del centrosinistra. Nonostante le attestazioni di stima ricevute, la sua candidatura non ha fatto breccia nella Cdl. Doveva essere il presidente della repubblica condiviso da tutti ed eletto con il “metodo Ciampi”. Si è dimostrato, perdoni la schiettezza, il candidato imposto dal centrosinistra con il «metodo del vaffa…», per usare l’efficace perifrasi del suo compagno di partito Peppino Caldarola.
Sappiamo come è andata. Hanno candidato un diessino perché al primo partito dell’Unione, dopo il diktat con cui Fausto Bertinotti si è preso la presidenza della Camera, non potevano non dare una poltrona di assoluto rilievo, pena la morte immediata della coalizione. E hanno ripiegato su di lei perché, come si leggeva ieri nella dalemiana “Velina Rossa”, «quando venne avanzata la candidatura di Massimo D’Alema le riserve vennero innanzitutto da Rutelli e soci della Margherita». Insomma, al di là del suo ineccepibile profilo istituzionale, lei è stato scelto per motivi tutti interni al centrosinistra. Avessero davvero voluto la “grande intesa”, i suoi referenti non avevano che da accettare uno dei quattro nomi dell’Unione proposti dalla Cdl, o comunque rilanciare. Non lo hanno fatto perché toccava dare il posto a un diessino Docg (il povero Giuliano Amato, che la denominazione d’origine comunista garantita non ce l’ha, è ancora lì che piange). E il centrodestra, pur con tutti i suoi tentennamenti, alla fine si è rifiutato di aiutare Prodi e Fassino a risolvere i loro problemi. Uno sguardo d’insieme conferma la scelta della sua parte politica di tagliare l’Italia in due: un ex comunista alla prima carica dello Stato, un ex sindacalista alla seconda, un ex sindacalista tuttora comunista alla terza. E meno male che avete passato cinque anni a gridare contro la dittatura della maggioranza.
A questo punto, presidente, lei arriva al Quirinale non come espressione dell’unità del Paese, ma come candidato imposto a forza da una maggioranza parlamentare che non è maggioranza tra gli elettori. Può decidere di fregarsene, e vivacchiare per sette anni. Oppure può compiere, appena insediato, un gesto di apertura nei confronti dell’altra metà d’Italia. L’occasione è lì, a portata di mano: Giorgio Napolitano, primo postcomunista al Quirinale, può nominare Oriana Fallaci - finalmente - senatore a vita.
Non è un patto col diavolo: da sempre la scrittrice fiorentina, che per storia e idee non può certo essere definita “di destra”, difende l’occidente, la nostra amicizia con gli Stati Uniti e le libertà individuali. È una delle voci italiane più influenti all’estero. Sono 75mila gli italiani che, raccogliendo l’invito di Libero, si sono appellati al suo predecessore affinché la nominasse senatore a vita. Ovviamente quelli che vogliono vedere riconosciuti i meriti di Oriana sono molti di più, di ogni estrazione politica. Ma soprattutto, presidente, tra loro ci sono quelli che non si riconoscono nel suo schieramento, dove troppo spesso si preferiscono i primitivi che bruciano le bandiere israeliane a chi combatte i terroristi islamici (ricorda i risolini di Alfonso Pecoraro Scanio e Vasco Errani ai funerali dei militari uccisi, vero?). Sono gli stessi italiani che ora diffidano di lei come presidente della repubblica.
Se vuole provare a farsi digerire anche dall’altra metà del Paese (ammesso che lei avverta questa esigenza), se vuole sanare il vulnus di credibilità con cui la sua parte politica l’ha condotta al Quirinale, se vuole davvero essere il presidente della riconciliazione delle due Italie, sia lei il primo a tendere la mano. Nominare Oriana Fallaci senatore a vita sarebbe un ottimo modo per iniziare sul serio a credersi, e ad essere creduto, «il presidente di tutti».

© Libero. Pubblicato l'11 maggio 2006.

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mercoledì, maggio 10, 2006

E meno male che dovevano festeggiare

E' il giorno dell'elezione del primo ex comunista alla presidenza della repubblica. Come l'ha presa il presidente dei Ds, Massimo D'Alema, sino a pochissimi giorni fa in pole position per il Quirinale? Con tiepida soddisfazione per il successo di Giorgio Napolitano. Con la prevedibile perplessità per come il segretario del suo partito, Piero Fassino (non) ha condotto l'intera partita. Con una feroce incazzatura, diciamo, per l'atteggiamento degli alleati (Prodi e Rutelli su tutti), che lo hanno scaricato di peso. Quello che segue è il lancio dell'agenzia Apcom, recuperato da Tiscali.notizie, in cui si dà conto di ciò che scrive oggi la Velina Rossa, il foglio dei dalemiani a uso e consumo dei cronisti parlamentari. La cartina tornasole dei pensieri di D'Alema e dei dalemiani, insomma. Utile per capire cosa succederà nelle prossime settimane. Il testo integrale del lancio si trova qui. Nel testo qui riportato, l'unica aggiunta riguarda l'evidenziazione in bold di alcune parole.
QUIRINALE/ VELINA ROSSA: PRODI E RUTELLI SCORRETTI VERSO D'ALEMA
Roma, 10 mag. (Apcom) - «Un affettuoso saluto da "compagno a compagno" a Giorgio Napolitano» anche se «non siamo propensi, nell'esaltare la figura morale e politica di Napolitano, a dimenticare i grandi trascorsi insieme a noi nel vecchio Pci guidato da Palmiro Togliatti». Fa gli auguri a denti stretti la 'Velina Rossa', il foglio di Pasquale Laurito, che riprende oggi le pubblicazioni dopo giorni di silenzio legati alla candidatura del presidente dei Ds, Massimo D'Alema, al Quirinale. E non risparmia le critiche a Romano Prodi e Francesco Rutelli per«l'ipocrisia» e la «scorrettezza» con cui hanno condotto la partita per il Colle, e al segretario della Quercia, Piero Fassino, sulla gestione del partito: «E' giunto il momento di tagliare l'erba nel giardino del vicino - è la "raccomandazione" - di fronte alle minacce di distruggere la Quercia».
(...)
Ancora. Invitando «i nostri lettori a non attribuire sempre a D'Alema ciò che scriviamo perché noi seguiamo ogni giorno da sessant'anni tutto ciò che avviene nel Palazzo», la Velina Rossa fa sapere che dopo il silenzio ha il «dovere» di «raccontare per filo e per segno gli avvenimenti». Laurito sottolinea «il grave errore» di costruire «celermente» il gruppo unitario dell'Ulivo. «Si doveva procedere a passi più lenti, formando prima una federazione». La Velina Rossa quindi punta il dito contro Rutelli e i «soci della Margherita» dai quali sono arrivate le prime «riserve» verso la candidatura di D'Alema al Colle: «Costoro ancora oggi pur elogiandolo per la rinuncia, sbraitavano per la loro vittoria. Quanta ipocrisia». Infine, l'ultima stoccata: «Come mai si racconta della reazione dell'onorevole Prodi di fronte alla proposta di Mastella, nel colloquio del 27 aprile, che proponeva al prossimo presidente del Consiglio la candidatura di D'Alema al Quirinale, comunicando la certezza che Ciampi non voleva più essere rieletto? Secondo nostre fonti la risposta di Prodi fu questa: sei sicuro che D'Alema possa avere i voti? E subito aggiunse: occorre trovare un altro candidato». © Apcom

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Lacrime Napolitane

Tutto come ampiamente previsto. Giorgio Napolitano è stato eletto presidente della Repubblica con 543 voti. E' il primo ex comunista a salire al Quirinale. Numeri alla mano, la sua candidatura non è riuscita a raccogliere consensi nella Casa delle Libertà, anche se è probabile che ci sia stato il solito scambio di franchi tiratori tra i due fronti.
La vittoria di Napolitano, e il modo in cui si è arrivati ad essa, lasceranno una lunga serie di ferite nell'Unione. Giuliano Amato, che la Cdl era pronta a votare, ha capito che i Ds lo considerano un paria, e mastica amarissimo. Massimo D'Alema si prenderà la guida degli Esteri e la vicepremiership del nascituro governo Prodi. Con D'Alema e una folla di pretoriani dalemiani accanto, Romano Prodi appare sin d'ora come il povero Roberto Clagluna, allenatore ufficiale della Roma che serviva a coprire quello che tutti sapevano essere l'allenatore vero, Sven Goran Eriksson. Piero Fassino, che spedito D'Alema al Quirinale contava di sistemarsi alla Farnesina, dovrà baciarsi i gomiti se riuscirà a mantenere il controllo del partito.
Anche nella Cdl questo episodio lascerà un segno profondo. A differenza del suo interlocutore con i baffi, Silvio Berlusconi non ha poltrone di governo con cui "consolarsi". Il Cavaliere ne esce formalmente a testa alta davanti agli elettori, mostrando di aver saputo resistere alla tentazione di ogni inciucio, nonostante glielo chiedessero un po' tutti quelli che gli stavano vicino. Però lui, leader del primo partito italiano, questa partita l'ha sempre giocata di rimessa, in affanno, senza essere capace di proporre alcun candidato credibile. Per di più, ha dovuto subire l'affronto della sfida aperta da parte di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini. Il primo, sbuffando, è rientrato nei ranghi, ma è sicuro che dagli esponenti dell'Udc arriveranno voti a Napolitano. La Cdl ufficialmente è salva ed unita, ma è un'unità fittizia pagata al prezzo di essersi dimostrati sterili.
Quanto a Napolitano, conferma la lunga tradizione italiana per cui al Quirinale possono andare solo le mezze figure della politica: i leader di partito, quelli veri, si bloccano a vicenda per i veti incrociati dovuti a uno spesso strato di ruggini personali e politiche, lasciando così la strada aperta alle seconde e terze file, che non hanno mai dato gran fastidio a nessuno perché non hanno mai fatto nulla di politicamente importante e decisivo.

Post scriptum. Questo post è la "updated version" di quello scritto la notte precedente all'elezione di Napolitano. L'unica differenza riguarda l'incipit, ovvero il primo paragrafo. Quello originale era il seguente:

Solo un gesto improbabile e clamoroso da parte dei franchi tiratori del centrosinistra, a questo punto, può impedire a Giorgio Napolitano di diventare, tra poche ore, l'undicesimo presidente della Repubblica italiana. Nel quarto scrutinio per salire al Colle basta infatti ottenere il 50 per cento dei voti più uno, e i numeri sono tutti dalla parte del centrosinistra, che sulla carta dispone di 549 voti rispetto ai 505 voti necessari. Un margine di tutta sicurezza quindi, che dovrebbe assorbire bene sia il mancato rispetto degli ordini da parte degli orfani inconsolabili di Massimo D'Alema al Quirinale (se ne trovano nei Ds e nell'Udeur), sia i piccoli sgarbi che rischiano di venire da singoli esponenti della Margherita cui, nonostante le dichiarazioni ufficiali, potrebbe solleticare l'idea di far saltare la seconda candidatura diessina in pochi giorni. Ma si tratta di un gioco che, oltre ad aprire una nuova partita al Quirinale, farebbe saltare in aria il governo e la coalizione di centrosinistra. Ipotesi ai limiti dell'impossibile, insomma. Anche perché è scontato che a Napolitano, aumma aumma, arrivi l'aiutino di una parte della Cdl, dove nell'Udc dicono senza giri di parole che a loro il senatore a vita diessino va più che bene. Il fatto che giornali e ambienti del mondo cattolico abbiano fatto capire in tutti i modi che su Napolitano - a differenza che sull'ateo e non battezzato D'Alema - non ci siano veti non fa che aumentare le chances di ciò che ormai appare inevitabile.

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martedì, maggio 09, 2006

Conversioni illuminanti

Tanto per capire per chi tifano gli ambienti cattolici tra Massimo D'Alema e Giorgio Napolitano. Lunedì 8 maggio la senatrice Paola Binetti, della Margherita, vicina all'Opus Dei (per saperne di più qui e qui), aveva espresso un giudizio chiarissimo: «Napolitano non è una candidatura che viene dal mondo cattolico. Probabilmente i cattolici esprimono l'esigenza di un presidente che in un modo più esplicito e più vivo incarni i valori che sono propri del mondo cattolico. La candidatura di Napolitano nasce all'interno della sinistra, come risposta al fatto che non è riuscita a trovare un consenso generale al suo interno su Massimo D'Alema. (...) A suo tempo, è stato un eccellente ministro dell'Interno, è una persona corretta, un buon garante, equilibrato, retto e competente. Ma non rappresenta certamente il mondo cattolico». Meglio, piuttosto, Mario Monti: «Monti è il nome che si è sentito con più frequenza in questi giorni perché è stato un non politico ma allo stesso tempo un uomo vicino a Prodi e a Berlusconi e che ha saputo offrire garanzie adueguate ad entrambi gli schieramenti». Messaggio che non sembra lasciare adito a dubbi su come la pensino la Binetti e gli ambienti a lei vicini.
Passano 24 ore. Stessa senatrice, stesso argomento. Ma stavolta il giudizio è un po' diverso: «Il senatore a vita Giorgio Napolitano», ci fa sapere la Binetti, «ha espresso in questi anni una posizione di grande equilibrio che si pone davvero come garanzia per gli italiani». Tutti gli italiani? Anche i cattolici? Adesso sì. La Binetti fa sapere di avere avuto «un confronto franco e informale con l'onorevole Napolitano, il quale ha personalmente espresso la condivisione di quei valori per quanti si riconoscono nella tradizione del pensiero cattolico». Così l'Opus Dei, che pure parteggia per D'Alema, prende atto della inevitabilità dell'elezione di Napolitano al quarto scrutinio e ci mette sopra la sua benedizione.

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lunedì, maggio 08, 2006

Le poche certezze

Primo. La posta vera, ovviamente, non è l'elezione di Giorgio Napolitano, ma la trombatura di Massimo D'Alema. Per Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli, questa partita è un'occasione d'oro per affossare l'asse Berlusconi-D'Alema e avviare il passaggio all'età adulta.
Secondo. La Cdl è divisa. Silvio Berlusconi sta affrontando la prima vera "ribellione" da parte di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, intenzionati a portare al Quirinale Napolitano per fregare D'Alema. E, per la prima volta, Berlusconi si trova ad affrontare i due alleati in posizione sfavorita. Con un grave dilemma da sciogliere nel giro di poche ore: non portare Forza Italia al voto per Napolitano e lasciare ad An e Udc la responsabilità di scegliere se appoggiarlo per conto loro, rischiando così di spaccare la Cdl sull'elezione della prima carica dello Stato (il peggiore inizio possibile di questa nuova legislatura). E' quello che Berlusconi preferirebbe fare. Oppure abbozzare, portare i voti degli azzurri all'anziano migliorista per mettere il cappello sopra l'elezione di Napolitano, saldare la frattura con An e Udc al prezzo di aprire una ferita lacerante nei suoi rapporti con la Lega e di rinunciare a usare contro l'Unione il suo randello preferito, quello dell'"hanno occupato tutte le poltrone". La possibilità che alla seconda votazione la Cdl voti scheda bianca conferma quanto sia difficile trovare la "quadra" tra le sue componenti.
Terzo. L'Unione è divisa. La Margherita non considera Napolitano un candidato "civetta" e intende portarlo avanti a oltranza, con il chiaro intento di fregare D'Alema. Il dilemma, che in prospettiva rischia di provocare morti e feriti nell'Unione, è il seguente: se alla terza votazione, per la quale occorre una maggioranza dei due terzi dei votanti, il "candidato istituzionale" Napolitano, non ancora eletto, ottiene una percentuale di voti inferiore ai due terzi, ma superiore al cinquanta per cento più uno dei votanti (quorum con cui dalla quarta votazione si viene eletti), cosa si dovrà fare? Per la Margherita bisogna insistere su Napolitano. Per i Ds, imbarazzatissimi perché Napolitano è uno dei loro, bisognerebbe invece prendere atto che l'operazione "grande accordo con la Cdl" è fallita e tornare al candidato originario dell'Unione: D'Alema. Il quale, per inciso, con 27 voti è stato - contro ogni indicazione ufficiale - l'esponente dell'Unione che ha chiuso in testa il primo scrutinio. Tanto per ricordare a tutti chi controlla davvero i parlamentari diessini.

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Ci hanno provato - Le inquietanti soluzioni

Si chiude ufficialmente il primo concorso a premi di A Conservative Mind, che a questo punto, dopo poco più di 24 ore, ha già il sapore di un esercizio di archeologia politica. Ecco le risposte.
a) Qual è la differenza tra i due comunicati dell'ufficio stampa di Romano Prodi emessi nella serata di sabato 6 maggio? Ovviamente la differenza era nella parte finale. La prima versione recitava: «Nel corso dei colloqui tra Letta e Levi è emerso che da parte della Casa delle libertà non è, per ora, stata manifestata disponibilità nei confronti di alcun candidato dell'Unione». La versione riveduta e corretta dopo l'intervento di Gianfranco Fini recitava invece: «Nel corso dei colloqui tra Letta e Levi è emerso che, per ora, da parte della Casa delle libertà non è stata manifestata disponibilità nei confronti della proposta di candidatura dell'Unione». Va da sé che tutti i partecipanti al concorso hanno indovinato.
b) Come mai gli uomini di Prodi ci hanno provato? Il senso della risposta corretta era: perché volevano far credere di aver usato il "metodo Ciampi", del quale gli stessi protagonisti della vicenda darebbero probabilmente dieci definizioni diverse, ma che comunque, secondo la versione che va per la maggiore, prevede che la maggioranza presenti una rosa di candidati all'opposizione e questa scelga. La verità, per capirsi, è che dopo l'incontro di sabato con Letta i prodiani erano più che soddisfatti. L'eventualità che più temevano, ovvero che Letta chiedesse loro altri nomi di centrosinistra su cui eventualmente costruire un'intesa bipartisan, o addirittura proponesse lui stesso, a nome della Cdl, il nome di un esponente dell'Unione, non si era verificata. Un chiaro segnale a puntare dritti su D'Alema.
c) Perché il giochino è stato smascherato da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, mentre né Gianni Letta né alcun altro berlusconiano hanno pensato di intervenire? Questo quesito non fa parte del concorso, dal momento che è emerso successivamente, nei commenti al post. Di fatto, far credere che la trattativa si era chiusa con un muro contro muro faceva comodo sia a Prodi che a Berlusconi, i cui ambasciatori, è evidente, hanno lavorato - anche per quanto riguarda la stesura del primo comunicato - in intesa quantomeno tacita, se non addirittura esplicita. Il "no" della Cdl a una ipotetica rosa di nomi proposta dall'Unione liberava Prodi dall'obbligo di trattare ulteriormente, e lo autorizzava, salvata pubblicamente la faccia, a tirare dritto su D'Alema. Berlusconi, a questo punto, era libero di mettere in pratica la strategia che preferiva: gridare all'occupazione delle poltrone da parte della sinistra (comunista e post comunista!) e chiamare la piazza alla rivolta contro la dittatura della maggioranza, come ha fatto addirittura in anticipo, minacciando lo sciopero fiscale. Non solo: l'elezione di D'Alema al Quirinale avrebbe sancito il principio per cui non vi è più alcun obbligo che il presidente della Repubblica sia un uomo super partes. Immaginando che questa legislatura duri almeno due anni e mezzo (ovvero mezza legislatura, il minimo indispensabile perché i parlamentari maturino il diritto all'assegno vitalizio a partire dal compimento dei 65 anni), ci sono ottime probabilità che il dodicesimo presidente della Repubblica sia eletto la prossima legislatura. E una volta passato il principio per cui può tranquillamente essere mandato sul Colle un leader della maggioranza, e considerato che Berlusconi conta di riprendersi il Parlamento dopo aver fatto logorare l'Unione al Senato in questa legislatura, non è difficile indovinare quali fossero i retropensieri del Cavaliere. Questo, di per sé, non implicava né l'appoggio ufficiale di Forza Italia o dell'intera Cdl alla candidatura di D'Alema (appoggio ufficiale che non ci sarebbe stato mai), né qualche "aiutino" a D'Alema nel segreto dell'urna. Aiutino che comunque sarebbe arrivato lo stesso: Gianfranco Rotondi e Raffaele Lombardo erano già pronti a dargli i voti dei loro uomini, e la Lega stessa, nelle votazioni successive alla terza, non escludeva di votarlo.
Il giochino sarebbe riuscito se non fossero intervenuti Fini e Casini, che ovviamente non condividevano affatto la strategia di Berlusconi. Il leader di An, insospettito dal primo comunicato, aveva chiesto a chi aveva partecipato all'incontro quali erano le altre candidature messe sul tavolo da Levi. Quando gli è stato risposto che in realtà la candidatura era solo una, Fini ha mangiato la foglia ed è intervenuto con il seguente comunicato: «Non si può dire, come ha fatto Prodi, che la Cdl non ha manifestato disponibilità sui nomi proposti. Ciò per la semplice ragione che al momento l'Unione ha presentato una sola candidatura, sulla quale non è possibile per la Cdl convergere». Si critica Prodi, ma in realtà si tirano le orecchie anche a chi aveva raggiunto un tacito accordo con lui. Era questo intervento che costringeva l'ufficio stampa di Prodi a correggere il primo comunicato. Il giorno dopo, ovvero domenica, Fini esplicitava il suo pensiero in termini chiarissimi: «Penso che la Cdl, senza fare barricate, debba guardare dentro il centrosinistra per vedere se c'è una personalità autorevole che, a differenza del presidente dei Ds, possa essere espressione di una maggioranza più larga». Una sonora bocciatura della linea di Berlusconi, il quale poco prima si era detto contrario ad appoggiare qualsiasi candidato di sinistra. Così, nel vertice di domenica pomeriggio con i rappresentanti dell'Unione, al quale Fini e Casini erano presenti di persona (niente deleghe in bianco a Letta, stavolta...) , la Cdl, Lega esclusa, proponeva i nomi di Giuliano Amato, Lamberto Dini, Franco Marini e Mario Monti. Con scorno di Berlusconi, il quale sceglieva di non partecipare al vertice.
Tutta roba vecchia, a questo punto. Superata dagli eventi successivi. Vedremo presto se quella di Giorgio Napolitano è una candidatura "finta" tirata fuori con l'intento principale di mettere il cerino in mano alla Cdl oppure se il senatore a vita ha davvero qualche chance di essere eletto. Qui, a caldo, si propende per la prima ipotesi, ma sinora nessun analista, primo tra tutti chi scrive, aveva saputo pronosticare gli sviluppi incredibili che hanno portato alla candidatura di Napolitano.
Al dunque. Il concorso è stato vinto da Mario Seminerio, alias Phastidio (gran bel blog, peccato mortale non linkarlo), che pur rispondendo per primo, e quindi senza poter usare alcun "suggerimento", ci è andato vicinissimo, e da Orso di Corbiniano, che ci ha azzeccato praticamente in toto. A costoro devo una spuma al baretto sotto la redazione, o laddove avrò il piacere di incontrarli. Grazie a tutti quelli che hanno partecipato al concorso e lo hanno seguito.

PS. Gianmario Mariniello, invece, vince un pranzo. Anche se la candidatura di Napolitano è un pretesto per snidare la Cdl, fare bocciare il senatore a vita, mostrare che esiste una pregiudiziale nei confronti dei Ds e (ri) candidare D'Alema (e non sono solo io a pensarla così), era stato l'unico a prevedere che il presidente dei Ds non sarebbe stato il candidato ufficiale dell'Unione.

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sabato, maggio 06, 2006

Ci hanno provato

Primo concorso a premi di A Conservative Mind. I partecipanti dovranno: a) scoprire la differenza tra i due comunicati qui pubblicati, resi noti dall'ufficio stampa di Romano Prodi nella serata di oggi; b) indicare perché abbiano provato a far passare per buono il contenuto della prima versione, che è stata corretta solo in seguito all'intervento di Gianfranco Fini, il quale intanto aveva provveduto a smascherare il giochino. Si vince una bevuta al bar offerta dal sottoscritto la prima volta che ci si vede. Per i risultati, se ne riparla lunedì. A Dio piacendo, come sempre.

Primo comunicato (apparso sulle agenzie attorno alle ore 19.00).
«A seguito delle conclusioni del vertice dell'Unione di ieri si sono tenuti oggi a Palazzo Chigi, due incontri tra Ricardo Franco Levi e Gianni Letta. Nel corso dei colloqui, Levi, sulla base del mandato ricevuto ieri, ha illustrato la disponibilità dell'Unione a individuare una personalità che, a partire dalla coesione tra le forze del Centrosinistra, sia capace di ottenere un consenso tale da permettere l'elezione del prossimo Capo dello Stato fin dalle prime votazioni. Questa disponibilità del centrosinistra è il segno di un'apertura al dialogo che, nel rispetto dei reciproci ruoli e a partire dall'autorevolezza della personalità individuata per la massima carica della repubblica, permetta e favorisca un rapporto più disteso tra maggioranza e opposizione. Nel corso dei colloqui tra Letta e Levi è emerso che da parte della Casa delle libertà non è, per ora, stata manifestata disponibilità nei confronti di alcun candidato dell'Unione».

Secondo comunicato (apparso sulle agenzie attorno alle ore 21.00, a correzione del precedente).
«A seguito delle conclusioni del vertice dell'Unione di ieri si sono tenuti oggi a Palazzo Chigi, due incontri tra Ricardo Franco Levi e Gianni Letta. Nel corso dei colloqui, Levi, sulla base del mandato ricevuto ieri, ha illustrato la disponibilità dell'Unione a individuare una personalità che, a partire dalla coesione tra le forze del Centrosinistra, sia capace di ottenere un consenso tale da permettere l'elezione del prossimo Capo dello Stato fin dalle prime votazioni. Questa disponibilità del centrosinistra è il segno di un'apertura al dialogo che, nel rispetto dei reciproci ruoli e a partire dall'autorevolezza della personalità individuata per la massima carica della repubblica, permetta e favorisca un rapporto più disteso tra maggioranza e opposizione. Nel corso dei colloqui tra Letta e Levi è emerso che, per ora, da parte della Casa delle libertà non è stata manifestata disponibilità nei confronti della proposta di candidatura dell'Unione».

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venerdì, maggio 05, 2006

Primo stop per D'Alema. E Berlusconi resiste

E ora nell'Unione hanno paura. Si sono accorti - probabilmente è stato lo stesso Massimo D'Alema a farglielo notare - che sinora la partita per il Quirinale se la sono giocata nel modo peggiore. Hanno capito che stanno dando l'impressione di essere un gruppo di bulli di periferia in cerca di esibizioni muscolari, laddove la sostituzione di un presidente della Repubblica "condiviso" come Carlo Azeglio Ciampi e il risultato elettorale più equilibrato della storia italiana consiglierebbero tutt'altri modi. Hanno realizzato di aver fatto capire a tutti che stanno spingendo come forsennati su D'Alema solo per ragioni di parte, perché l'elezione del presidente Ds è l'unico modo per evitare la morte politica prematura di Romano Prodi e Piero Fassino. Oltre che di perdere, poi, a sinistra hanno paura di vincere per un soffio, per il cinquanta per cento e poco più dei voti dei grandi elettori chiamati a scegliere il prossimo inquilino del Quirinale. Una vittoria simile, un presidente della Repubblica imposto con un braccio di ferro e di fatto "dimezzato" perché non votato dai rappresentanti di metà del Paese e boicottato da una parte degli stessi esponenti dell'Unione, sarebbe il modo peggiore, per la nuova maggioranza, di avviare la legislatura.
I numeri dicono che si tratta di un'eventualità tutt'altro che improbabile. L'Unione può contare infatti su 348 deputati, 158 senatori e 35 delegati regionali, ai quali vanno aggiunti parte dei senatori a vita e degli eletti all'estero. In totale, circa 550 voti. Laddove la maggioranza richiesta, a partire dal quarto scrutinio, sarà di 506 voti (maggioranza dei 1010 grandi elettori). Insomma, c'è un margine teorico di una quarantina abbondante di voti. Che tutti però a sinistra danno per scontato che debba ridursi, visto che il nome di D'Alema fa venire forti mal di pancia anche dalle parti loro: la Rosa nel Pugno, che controlla venti grandi elettori, ha già detto che non voterà per il presidente dei Ds, mentre nella Margherita, che è la vera preoccupazione del Botteghino, non è passato inascoltato l'appello dei vescovi a non instaurare una dittatura della maggioranza. E pure l'Italia dei Valori non fa salti di gioia all'idea di votare il migliorino.
Questa esigenza di rallentare i tempi per capire bene quanto sia alto il rischio di andare a schiantarsi contro un muro, trovando allo stesso tempo il modo di salvare le apparenze davanti al Paese, spiega perché il vertice dell'Unione si sia concluso senza l'ufficializzazione di alcun candidato, spiega perché siano orientati a mandare l'ambasciatore di Prodi, Ricky Levi, a trattare con Gianni Letta per convincere almeno parte della Cdl a votare per il nome che loro indicheranno, e spiega anche perché nel centrosinistra stiano pensando addirittura di votare scheda bianca nei primi tre scrutini, quando è prevista una maggioranza qualificata dei due terzi. Il candidato dell'Unione ovviamente c'è, è unico e si chiama Massimo D'Alema, come sanno tutti, ma il fatto che ancora si vergognino di metterlo nero su bianco la dice lunga sui problemi che hanno.
A complicare la situazione di D'Alema il fatto che Silvio Berlusconi, contrariamente a quanto voleva far credere una certa vulgata vicina alla sinistra, stia riuscendo a tenere la posizione e al momento non sia arretrato di un millimetro: parlando a Napoli ha ribadito che nei confronti di D'Alema non potrà esserci alcuna concessione da parte della Cdl. Altra brutta notizia, il fatto che la Lega (da cui D'Alema, che è in ottimi rapporti con i vertici del Carroccio, si aspettava un aiutino) abbia detto che intende votare per Umberto Bossi. Almeno per i primi tre turni, poi si vedrà. Ma tanto basta ad aumentare l'incertezza dei diessini. E' il primo stop che trova la candidatura di D'Alema. Il quale è ancora favorito per la vittoria finale, ma intanto ha visto le sue quotazioni scendere.

Update. L'avvertimento dei vescovi alla Margherita e a Prodi, su Avvenire di sabato 6 maggio. Così chiaro che più non si potrebbe. Si spiega a Rutelli che le minacce dei Ds (si veda Visco) sono «sostanzialmente inapplicabili» e lo si avverte che il suo partito non può legarsi «fin d'ora, all'inizio della legislatura, mani e piedi all'ingombrante alleato, giocandosi così il futuro». Quanto a Prodi, «prima di lunedì dovrà decidere se accettare, supino, la logica unidirezionale dei Ds o far prevalere la dignità del suo ruolo, nella ricerca di una soluzione concordata». "La Margherita sulle spine si gioca il futuro", di Sergio Soave. Da leggere, per chi vuole capire bene la partita.
Intanto Ernesto Galli della Loggia insiste sulla linea mielista: D'Alema non deve fare il presidente della repubblica. Definisce quella del leader diessino «una pessima candidatura, pessimamente costruita, per un ottimo candidato». Il consiglio a D'Alema dell'editorialista del Corriere è il seguente:«Ci sembra giusto che il presidente dei Ds mantenga la sua candidatura. Ma riqualificandola politicamente: cioè facendone una candidatura in cui possa riconoscersi — pubblicamente, va sottolineato, non dietro le quinte e in modo non trasparente — almeno una parte della leadership del centro-destra, attraverso l'esplicito assenso di qualche suo capo. In caso contrario ci sentiremmo di dargli un consiglio: si ritiri dalla gara. (...) In politica ci sono vittorie più micidiali delle peggiori sconfitte». Il consiglio sarà anche peloso, ma l'analisi (che coincide in grandissima parte con questo già scritto in questo stesso post) non fa un grinza, e non ci sarebbe da stupirsi se fosse la stessa fatta da D'Alema. "Una scelta responsabile", di Ernesto Galli della Loggia.

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