domenica, aprile 30, 2006

Chiamiamola festa della busta paga

Ma quale festa del lavoro, ma quale diritto al lavoro. Il diritto al lavoro non esiste. È una presa in giro. Primo: perché se un disoccupato si presenta dinanzi a un tribunale per far valere questo suo "diritto" gli ridono in faccia. Persino in Italia. E non si capisce come potrebbe essere altrimenti. Secondo: perché quello di lavorare è l'unico diritto che possono avere gli schiavi. La differenza tra lo schiavo e l'uomo libero, infatti, non la fa il lavoro, ma la busta paga. È questa, senza retorica e senza ipocrisie, che meriterebbe di essere festeggiata in piazza il primo maggio. Averne la conferma è facile: chiunque accetterebbe di ricevere uno stipendio senza lavorare, nessuno accetterebbe di lavorare senza ricevere lo stipendio. E chi la pensa diversamente o è uno snob pieno di soldi (si consiglia il volontariato, quello duro) o ha seri disturbi (si consiglia uno psichiatra).
Gli slogan sul diritto a lavorare che si sentono il primo maggio riecheggiano con involontaria e tetra ironia quello ("Arbeit macht frei") posto all'entrata di Dachau ed Auschwitz ed altri, molto simili, che ancora adesso fanno mostra di sé nei campi di concentramento della comunistissima Corea del Nord. Quanto agli altri diritti che saranno invocati in piazza, come quello a lavorare in un ambiente che non sia pericoloso e quello di avere un orario sopportabile, sono diritti importanti, ma che molti sono pronti a sacrificare senza problemi sull'altare dello stipendio: ci sono uomini e donne che lavorano sott'acqua per la costruzione di piattaforme petrolifere; altri si caricano di straordinari, o svolgono un doppio o triplo lavoro, per avere più soldi a fine mese. Lo fanno in nome del diritto alla busta paga, non per poter assaporare meglio il piacere del diritto al lavoro.
Anime belle della sinistra, sindacalisti col fucile caricato a luoghi comuni, fatevene una ragione: è il vile denaro che ci rende liberi, non il nobile lavoro in nome del quale scendete in piazza. Liberi di sfamare la nostra famiglia, liberi di andare dove vogliamo, di vestire come ci pare e di comprarci l'automobile che sogniamo da tempo.

sabato, aprile 29, 2006

La verità è che si odiano

Ma quale Unione. Si vergognano di votarsi l'un l'altro. Si odiano. Tramano sottobanco per fottersi a vicenda. E, a colpi di coltellate fratricide e schede compilate in modo volutamente errato, ci riescono pure, per il tripudio del centrodestra, che una manna simile proprio non se l'aspettava. Alla fine, tra poche ore, riusciranno a eleggere chi vogliono, ma al termine del primo giorno di votazioni per le presidenze di Senato e Camera la certezza è una sola: i parlamentari della sinistra si rifiutano di votare i candidati indicati da Romano Prodi e dai loro stessi partiti a ricoprire la seconda e terza carica dello Stato. Piuttosto preferiscono presentare scheda bianca, annullare il voto o dirottare la loro preferenza su altri candidati della stessa sinistra.
I numeri parlano chiaro: nelle votazioni di ieri il margheritino Franco Marini (al Senato) e il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti (alla Camera) hanno preso meno voti di quanti avrebbero dovuto ottenerne se tutti coloro che avevano detto che avrebbero votato per loro avessero mantenuto la parola. Del resto, come si spiegava qui, il voto segreto, obbligatorio per l'elezione dei presidenti delle Camere, è previsto apposta per consentire maggioranze diverse da quella "ufficiale".
Al Senato per le prime due votazioni di elezione del presidente dell'aula era richiesta la maggioranza assoluta dei senatori, pari a 162 voti. Sulla carta, se cioè tutti i senatori dell'Unione, i senatori a vita e quelli eletti all'estero avessero votato il margheritino Franco Marini, come avevano assicurato di fare, Marini avrebbe preso 163 voti: uno in più del necessario. Non è andata così.
Palazzo Madama ha votato a pieni ranghi: 322 votanti. I voti della prima tornata sono andati così distribuiti: 157 voti per Franco Marini; 140 per Giulio Andreotti; 15 per Roberto Calderoli; 1 per Giulio Marini (senatore forzista votato dalla Cdl apposta per impedire che le schede con scritto "Marini" e basta, senza specificazione del nome di battesimo, fossero attriuite dal presidente provvisorio del Senato, Oscar Luigi Scalfaro, a Franco Marini); 5 schede bianche; 4 schede nulle.
Nella seconda votazione, che si è dovuta ripetere per quelli che sembravano errori nella votazione di alcune schede ("Francesco" Marini invece di Franco) e che invece nessuno crede che fossero errori, Marini si è fermato a quota 160 votazioni valide, con Giulio Andreotti indietro di cinque lunghezze. Chiaro che il margheritino è stato infiocinato da gente della sua maggioranza. Nella terza votazione, prevista per oggi, è richiesta la maggioranza assoluta dei voti dei presenti: se l'aula è presente al completo, il quorum resta quello di ieri: 162 voti. La quarta votazione, quella definitiva, è invece un ballottaggio secco tra i due che hanno preso più voti nel terzo scrutinio. In caso di parità al ballottaggio, la presidenza va al più anziano (in questo caso vincerebbe quindi l'87enne Andreotti).
Alla Camera, mutatis mutandis, non è andata molto diversamente. Per essere eletto nei primi due turni, quelli di ieri, a Fausto Bertinotti servivano due terzi dei voti dei deputati, ovvero 420 voti. Sulla carta avrebbe dovuto ottenerne 348 (a tanto ammontano i deputati dell'Unione, grazie al premio di maggioranza). Alla prima votazione ne ha avuti 305, 43 in meno del previsto. Altri voti sono andati a Massimo D'Alema (13 preferenze) e Gerardo Bianco (7). Chiaro che, anche in questo caso, a molti deputati dell'Unione è venuto il mal di pancia all'idea di votare Bertinotti, e hanno presentato scheda bianca oppure hanno scelto un altro candidato, anche se senza speranze: tutto pur di non votare il leader rifondarolo. La seconda votazione è andata peggio per Bertinotti. Ha ottenuto tre voti in meno della precedente: 302, contro i 51 di Massimo D'Alema. Terza votazione: disastro. Bertinotti racimola 295 voti, D'Alema - anche grazie ai voti che gli hanno dato strumentalmente i deputati della Cdl - arriva a quota 70.
Oggi il quorum si abbasserà, Bertinotti sarà eletto presidente della Camera e probabilmente anche Marini la spunterà. Ma le ferite che si è inferta la sinistra ieri non si rimargineranno facilmente. E se Romano Prodi prima sognava di ricevere da Carlo Azeglio Ciampi l'incarico-lampo, ora ha ottimi motivi per preoccuparsi.

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giovedì, aprile 27, 2006

Il silenzio del Bollito

Un ordigno esplode al passaggio di un convoglio militare italiano in Iraq, a Nassiriya. Muoiono tre soldati italiani, un quarto è grave. Naturale che tutti i protagonisti della politica parlino. Soprattutto quelli di centrosinistra: anche se risicatissima, la maggioranza ora ce l'hanno loro. Così l'ala dura e bura dell'Unione coglie i cadaveri al balzo per dire che bisogna andare via dalla "maledetta guerra". Per Marco Rizzo (Pdci) «il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq è una priorità non più eludibile che il governo appena formato dovrà senza indugio e senza timori affrontare». Il simpatico (senza ironia) "Er Piotta", noto al di fuori del raccordo anulare come onorevole Paolo Cento, invita la sua coalizione «a essere coerenti con quanto abbiamo sempre sostenuto in questi mesi e con quanto è scritto nel programma dell'Unione: bisogna ritirare subito i soldati italiani». Sul fronte opposto (della stessa coalizione) Francesco Rutelli sceglie invece la linea della continuità con il governo Berlusconi, rispondendo così ai suoi compagni di alleanza: «L'agenda dell'Italia in Iraq non è mai stata e mai sarà determinata né modificata dai gesti criminali dei terroristi». Frena gli entusiasmi dei pacifisti anche Clemente Mastella, possibile futuro ministro della Difesa: «Non è il caso di discuterne oggi».
Insomma, chiunque abbia qualcosa da dire la dice. Magari a sproposito, ma la tira fuori, come è giusto che sia. Uno solo, di quelli che contano, cincischia. E' l'unico che dovrebbe parlare chiaro: Romano Prodi, presidente del Consiglio in pectore e leader, ancorché senza partito, dell'Unione. A domanda diretta, risponde che la linea dell'Unione «non cambia» e che «non è lontana da quella che, oggi, sta esprimendo il governo italiano quando dichiara di ritirarsi entro la fine del 2006». Prodi ci ricorda qual è la posizione del centrodestra, ma si scorda di dire chiaramente qual è la sua. Dice che la posizione dell'Unione «non cambia», ma nessuno ha capito quale fosse quella di prima: ha ragione Rizzo o ha ragione Rutelli?
Né serve a molto andare a leggere il programma dell'Unione, che alla voce "Iraq", come su ogni altro argomento politicamente rilevante, è il trionfo dell'ambiguità. Vi si legge infatti: «Se vinceremo le elezioni, immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene, al governo dopo le elezioni legislative del dicembre 2005, le modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite. Il rientro andrà accompagnato da una forte iniziativa politica in modo da sostenere nel migliore dei modi la transizione democratica dell’Iraq, per contribuire ad indicare una via d’uscita che consenta all’Iraq di approdare ad una piena stabilità democratica, e a consegnare agli iracheni la piena sovranità sul loro Paese. In questo quadro, l’impegno italiano in Iraq deve prendere forme radicalmente diverse, prevedendo azioni concrete per sostenere la transizione democratica e la ricostruzione economica».
Insomma, prosa pedestre a parte, lì dentro c'è tutto e il contrario di tutto: c'è scritto che il ritiro sarà proposto «immediatamente», ma anche che la data dell'addio dei militari dall'Iraq dipenderà dai tempi «tecnicamente necessari» e che, soprattutto, sarà decisa «in consultazione con le autorità irachene» (come noto favorevoli alla nostra presenza). C'è scritto che ce ne andremo, ma anche che l'impegno italiano in Iraq continuerà. Il classico programma di centrosinistra, capolavoro di ipocrisia scritto apposta per dare modo a ogni componente della coalizione di poter dire ai propri elettori che dentro ci sono le cose che vogliono loro, anche se sono richieste opposte a quelle di un'altro partito della stessa alleanza.
E dire che proprio questa mattina a Prodi era arrivata l'ennesima richiesta di mettere gli attributi sul tavolo. Dopo la lettera che gli aveva inviato Piero Fassino per chiedergli di arginare le pretese di Fausto Bertinotti (per tutta risposta, come si ricorderà, Prodi ha dato un'ulteriore abbassatina alla mutanda) è toccato al Corriere della Sera, nell'editoriale odierno di Paolo Franchi (non certo un simpatizzante di Silvio Berlusconi) il compito di dirgli che sta facendo una figura imbarazzante, essendo - proprio lui, sedicente vincitore delle elezioni politiche - l'unico assente del dibattito politico italiano. Scrive il Corriere: «Un leader, anche e forse soprattutto se non ha un suo partito da far pesare e da tenere a bada, è chiamato a dimostrare, già prima di assumere la guida del governo, di essere capace non di unificare, ma di federare secondo un disegno intellegibile da amici ed avversari, le forze che lo sostengono, in specie se queste forze sono tra loro assai diverse, in certi casi concorrenti, in altri potenzialmente conflittuali. Peccato che i giorni passino, la situazione si aggrovigli al limite del paradosso, e Prodi continui a non far sentire la sua voce».
Ma se già c'erano poche speranze che Prodi bofonchiasse un concetto di un qualche interesse politico prima, figuriamoci se avrà il coraggio di farlo adesso che la politica estera gli sta rotolando addosso. A proposito: la prima votazione degna di questo nome da parte del nuovo Parlamento riguarderà proprio il rifinanziamento della missione italiana in Iraq.

Post scriptum. Qui una lezione di dignità per chi strumentalizza i soldati italiani morti.

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Ora saranno contenti

Mar 25 aprile (Adnkronos) -Tutto si è svolto regolarmente fino a un certo punto, quando per le strade di Roma, come già in passato, è tornato a risuonare lo slogan inquietante «10, 100, 1000 Nassiriya». A scandirlo i Red anarchist skin heads, una trentina di ragazzi che si erano accodati con bandiere rosse al corteo.
(Rre/Ct/Adnkronos)

mercoledì, aprile 26, 2006

Contro i talebani della costituzione

di Fausto Carioti
Se laici e “relativisti” usano argomenti da talebano in difesa della sacralità della costituzione italiana e nessuno scoppia a ridere, nessuno alza manco un sopracciglio, è il segno che qualcosa non funziona. È accaduto ieri durante la grande liturgia laica del 25 aprile, i cui officianti stavolta sentivano la sacralità dell’evento più che in passato, vista la coincidenza dell’anniversario della liberazione dai nazifascisti con l’imminente sgombero di palazzo Chigi da parte del Gran Corruttore di Arcore. Carlo Azeglio Ciampi per primo ha ceduto alla tentazione di fare il Papa laico: «La costituzione», ha detto nel suo appello al dialogo, «è stata e rimane la mia Bibbia civile, il testo su cui ho riflettuto in ogni momento difficile». Se Ciampi si è limitato alla forma, altri sono andati dritti alla sostanza. Il dogma della verginità perpetua della Santissima Carta ieri è stato ribadito, tra i tanti, da Dario Fo, il quale ha ammonito i fedeli che «la costituzione va difesa ogni giorno», e da Romano Prodi, per il quale la sacra ricorrenza del 25 aprile «rammenta a tutti noi l’urgenza di difendere la nostra costituzione». Non poteva mancare al salmo Fausto Bertinotti, che già parla come se stesse sull’altare di Montecitorio: «L’Italia ha una sola religione civile, ed è l’antifascismo», così come sancito nella costituzione.
Insomma, pare essere giunta a compimento un’operazione-truffa, fatta apposta per tagliare fuori una parte (la metà) del Paese. Prima si difendevano la democrazia e la libertà, e nell’accettazione o meno di questi due valori correva la linea che separa il buono dal cattivo. Ora che democrazia e libertà trovano d’accordo (almeno) il novantacinque per cento degli italiani, la frontiera è stata spostata più in là: la distinzione tra il bravo democratico e il nemico del popolo passa per la sottoscrizione integrale della costituzione. Senza riserve. Democrazia e libertà possono essere declinate in mille modi diversi, ma uno solo, per la sinistra, oggi va bene: quello scritto nella carta del 1948. Che è stata così assolutizzata, diventando, appunto, la “Bibbia civile”, il luogo del nuovo credo laico.
Come ogni libro sacro, essa va oltre i valori che difende, per regolare la vita del fedele nei dettagli. La Bibbia, quella vera, non dice solo «ama il prossimo tuo come te stesso»: questo è molto importante, ma non basta a fare un cristiano. Allo stesso modo la costituzione, elevata al rango di Bibbia laica, non si limita a dire che «la sovranità appartiene al popolo», ma impone, ad esempio, che la democrazia non possa essere attuata su base federalista, e i suoi sacerdoti, scesi in piazza ieri gridando al sacrilegio, sono qui per impedirlo.
Perché poi, come ogni libro sacro, la costituzione è immutabile. Non può essere riscritta: ogni tentativo di metterci mano è un’eresia, un abominio intollerabile. Come ha detto ieri - misurato come sempre - Marco Rizzo, europarlamentare dei Comunisti italiani, ricordando a tutti chi sono gli eretici e chi i sacerdoti: «La Casa delle Libertà in questi anni ha tentato di distruggere la costituzione, per questo dobbiamo difenderla». La linea del Piave, dunque, non sono più i principi che ispirarono i costituenti (sui quali, pure, sessant’anni dopo sarebbe più che lecito discutere), ma tutte le parole che furono scritte nella costituzione, una dopo l’altra, nell’ordine esatto in cui furono vergate. Pretendere di cambiare una frase sarebbe come sostituire alla Bibbia una versione apocrifa, nella quale il giorno da santificare non è più la domenica, ma il martedì, e questo i sacerdoti non possono permetterlo.
Eppure gli stessi costituenti scrissero apposta l’articolo 138, che prescrive le procedure con cui la costituzione può essere modificata. Così come avviene, senza guerre di religione, in ogni grande democrazia del mondo: le società si evolvono e con esse mutano i rapporti tra gli individui, e le leggi debbono stare al passo con questi cambiamenti. Ma nemmeno i costituenti potevano immaginare che, sessant’anni dopo, dalle pagine del loro testo sarebbe nata questa nuova religione, difesa da una casta sacerdotale illiberale e intollerante.

© Libero. Pubblicato il 26 aprile 2006.

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Andy Garcia contro Castro e Guevara (c'è una Hollywood che pensa)

E' ufficiale. C'è una Hollywood che non ha mandato il cervello all'ammasso. Che pensa che Fidel Castro Ruz sia un dittatore della peggiore specie, che Che Guevara fosse un macellaio e che quelli che indossano la maglietta con la sua effige siano dei poveri pirla (per sapere come la pensa invece la Hollywood "ufficiale" si consiglia il perfido libro di Humberto Fontova "Fidel: Hollywood's Favorite Tyrant"). L'attore Andy Garcia, uno di quegli esuli cubani che hanno fatto fortuna lontano dal tiranno barbuto, è pronto al debutto come regista e produttore nel suo prossimo film, "The Lost City", ambientato durante il passaggio dal regime di Batista alla dittatura castrista. Assieme a lui recitano, tra gli altri, Bill Murray e Dustin Hoffman.
Garcia racconta tutto alla rivista californiana The Hollywood Reporter. Nella pellicola recita la parte del proprietario di un nightclub convinto di essere apolitico, sin quando la donna che ama lo costringe a schierarsi. «Il film lascia pochi dubbi sulle idee politiche anti castriste di Garcia», scrive The Hollywood Reporter. I distributori, sempre preoccupati dell'impatto che ogni pellicola può avere sulla platea liberal, gli hanno chiesto di tagliare il film. Soprattutto in quel finale politicamente così scorretto, che vede molti protagonisti lasciare Cuba per cercare esilio a Miami, in Florida. Per tutta risposta, Garcia ha aggiunto dieci secondi a un film già lungo 143 minuti. «Io sono in esilio. Mio padre ebbe il coraggio di andarsene con la moglie, sua madre e i tre figli, tutti al di sotto dei dodici anni. Gli ci volle più coraggio per andarsene, per sacrificare ogni cosa per la libertà, di quanto gliene sarebbe occorso per rimanere. Il mio film riguarda l'abbandono della cosa alla quale tieni di più, è un film sull'amore impossibile».
Dice Garcia dei suoi rapporti con la madrepatria: «Non ho mai fatto richiesta di tornare a Cuba. Mi hanno invitato all'Havana Film Festival, ma io sono un oppositore del regime cubano. Avrei voluto tornare sull'isola ogni giorno della mia vita. Ma in onore di tutti quelli che sono morti e hanno sofferto sotto questo regime, mi rifiuto di ripensarci». Ne ha anche per Che Guevara: «La gente indossa la maglietta con il suo volto come un'opera di pop art. Ma non sanno nemmeno chi fosse. Sembra una rock star. E invece fece uccidere moltissime persone senza processo e senza che avessero la possibilità di difendersi».

Il sito ufficiale di "The Lost City"
"Garcia can't go home again - except on film", su The Hollywood Reporter

Una selezione da questo blog su Cuba e dintorni:
Vargas Llosa, Che Guevara e la maglietta del bamba
Beppe Grillo e la favola di Ernesto Che Guevara
Non solo Guantanamo: lettera di un cristiano dalle carceri di Castro
Primo sondaggio (vero) su Castro. Che ci rimane un po' male
Sondaggio su Castro, ecco tutti i risultati
Il libro nero del comunismo cubano (ovvero il conto del macellaio)

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martedì, aprile 25, 2006

Come ogni anno

Un 25 aprile qualunque. Come ogni anno c'è l'esponente di centrodestra che si presenta in piazza, convinto di avere a che fare con gente civile. Come ogni anno c'è il gregge di bamba esagitati che fischia e insulta l'esponente di centrodestra. Come ogni anno c'è il manipolo di evasi dalla pattumiera della storia che brucia la bandiera israeliana. Come ogni anno ci sono i giovani cretini antifascisti che danno il loro contributo alla causa del progressismo gridando «Dieci, cento, mille Nassiriya». Come ogni anno i primi a sfilare in piazza sono le camice nere di allora, diventate nel frattempo icone della resistenza contro chiunque ricordi loro che non sono maggioranza nel Paese (no, nemmeno oggi). Come ogni anno c'è il politico di sinistra che si frega le mani davanti allo spettacolo, ma si vergogna a dirlo e allora bofonchia la solita condanna dei più beoti tra i suoi elettori, perché sennò perde qualche voto. Come ogni anno c'è il politico di sinistra che si frega le mani davanti allo spettacolo e non gli pare vero di poter spendere una frase in pubblico per difendere i più beoti tra i suoi elettori, perché metti che ci guadagna qualche voto. Come ogni anno Carlo Azeglio Ciampi dice la solita cosa, e come ogni anno chi se ne frega. Come ogni anno, m'incazzo con Benito Mussolini perché ancora continua a fare danni.

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sabato, aprile 22, 2006

Il marchio di Bertinotti sulla Mortadella

di Fausto Carioti
Davanti a una lenza come Fausto Bertinotti è facile abboccare all’amo. È così carino, così simpatico, così educato, così ammodo, così borghesuccio piccino picciò, il leader del Prc, che quasi ti fa credere che il comunismo, anziché rifondato, sia morto per sempre, soffocato sotto enormi matasse di cachemire o annegato - bicchiere di Havana Club in mano - nella piscina in pietra viva di una villa in Umbria. Bertinotti si prepara a fare il presidente della Camera, con grande rabbia dei Ds, con la stessa faccia divertita con cui, qualche anno fa, scortato dalla moglie, saltellava nei casinò di Las Vegas, l’enclave ultracapitalista del capitalismo americano: una puntata da cento dollari al black jack, dieci minuti alla slot machine, un cocktail al bar, ruota del pavone davanti ai turisti italiani che lo hanno riconosciuto, un salto nella boutique dell’albergo con la carta di credito in mano. Per poi ricominciare daccapo, facendo credere a tutti di voler abbattere il neoliberismo a colpi di foie gras. Difficile ritenere pericoloso uno così, facile provare simpatia per lui.
Peccato che il Bertinotti che tutti vorremmo avere come vicino di casa sia tanto adorabile da un punto di vista umano quanto inesistente da quello politico. Il Bertinotti che conosciamo è uno spot, e come tutti gli spot nasconde una realtà molto diversa, assai meno piacevole. Un leader politico è definito, prima di ogni altra cosa, dal suo partito. E Rifondazione comunista è il partito che difende i picchiatori no-global e vuole togliere gli assassini delle Br dal regime di carcere duro. Assegnare la terza carica dello Stato al capo di un simile schieramento vuol dire dare rappresentanza istituzionale a chi ha scelto la violenza e l’attacco alle istituzioni come metodo di lotta politica.
Non occorre andare indietro nel tempo per capire di che pasta sono fatti gli uomini di Bertinotti: basta leggere le cronache del dopo-elezioni. Ieri sette parlamentari di Rifondazione Comunista, tra cui il no global milanese Daniele Farina, il suo “collega” napoletano Francesco Caruso e il capogruppo di Rifondazione al Senato, Gigi Malabarba, affiancati dal solito verde, Paolo Cento, hanno scritto e firmato un appello per chiedere la scarcerazione dei venticinque autonomi arrestati durante gli scontri avvenuti l’11 marzo in corso Buenos Aires a Milano e rimasti in carcere con l’accusa di devastazioni aggravate, saccheggio, incendio, violenza, resistenza e minaccia a pubblico ufficiale.
Detta come va detta: quei venticinque che Rifondazione “copre” col suo aiuto politico sono la feccia del teppismo rosso. L’ordinanza con cui il tribunale del riesame un mese fa ha respinto la richiesta della loro scarcerazione li descrive come autori di una «lucida strategia di devastazione», che con un «nutrito lancio di pietre e ordigni esplosivi» hanno ferito cinque poliziotti e quattro carabinieri. Secondo la ricostruzione dei magistrati, che si sono basati anche sui filmati, i venticinque arrestati, assieme ad altri esponenti dei centri sociali, alcuni dei quali già presenti agli scontri del G-8 di Genova, hanno creato «una barricata formata da cassonetti, pezzi di arredo urbano e un ciclomotore», da dietro la quale hanno lanciato «razzi e molotov» e dato il via a una «sistematica operazione di devastazione», incendiando alcune autovetture, distruggendo la vetrina di un McDonald’s e uno stand di Alleanza Nazionale. Gli autori di questa «vera e propria guerriglia urbana», insistono i magistrati, hanno mostrato una «non comune capacità di commettere reati contro l’ordine pubblico con uso della violenza», «freddezza strategica» nonché «inveterata esperienza e consuetudine alla realizzazione di simili condotte». Ecco, questi sono gli uomini che la pattuglia bertinottiana, forte della vittoria dell’Unione grazie allo 0,06 per cento dei voti, si sente in diritto di pretendere liberi.
La storia degli squadristi rossi che hanno devastato Milano non è molto diversa da quella della brigatista Nadia Desdemona Lioce, che lo scorso marzo è stata condannata definitivamente all’ergastolo per l’omicidio - aggravato dalle finalità di terrorismo - dell’agente della Polfer Emanuele Petri. La Lioce è rinchiusa nel carcere dell’Aquila in un regime di super-isolamento, che secondo gli uomini di Rifondazione va oltre quanto previsto dall’articolo 41-bis, che introduce il “carcere duro” e riduce al minimo i contatti con l’esterno dei detenuti “speciali”, come mafiosi e terroristi. Così due esponenti di Rifondazione, giovedì scorso, hanno chiesto la fine dell’isolamento per la brigatista rossa e l’abolizione del 41 bis. Si tratta, per inciso, della stessa richiesta che fanno i boss mafiosi, e si può immaginare, se l’avesse portata avanti qualche garantista della Casa delle Libertà, le reazioni e le insinuazioni che avrebbe scatenato a sinistra.
Queste sono le idee e gli uomini che hanno portato Bertinotti laddove è adesso. Legittimarli al punto da assegnare al segretario di Rifondazione la terza carica dello Stato è una scelta che marchierà a fuoco questa seconda Mortadella di governo e sposterà inevitabilmente il baricentro politico della nuova legislatura verso chi predica e pratica la violenza politica, anche armata. All’altra metà dell’Italia, quella degli elettori di centro-destra, resta solo una piccola soddisfazione, pure tardiva: è sempre più difficile, alla luce dei “signorsì” con cui il leader dell’Unione sta rispondendo agli ordini di Bertinotti, non dare ragione a Silvio Berlusconi quando definì Prodi «l’utile idiota che presta la faccia di curato bonario ai comunisti».

© Libero. Pubblicato il 22 aprile 2006.

Post scriptum. Il prossimo aggiornamento di questo blog è previsto per il 25 aprile. Sino ad allora è attivata la moderazione dei commenti. Buon fine settimana a tutti. E buon ponte a chi lo fa.

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giovedì, aprile 20, 2006

La lettera di Fassino a Prodi (con relativa traduzione)

Pubblico, con relativa traduzione ad uso dei non addetti al teatrino della politica, il testo della lettera appena inviata da Piero Fassino, segretario dei Ds, a Romano Prodi, leader della coalizione "l'Unione", uscita vincente dalle recenti elezioni. Coalizione della quale i Ds sono il primo partito. La lettera si può consultare anche sul sito degli stessi Ds.

La lettera
"Caro Romano, l’intera nostra coalizione ha condiviso con Te la opportunità che le Presidenze di Camera e Senato abbiano Presidenti che siano espressione della maggioranza di centrosinistra uscita vincente dalle elezioni del 9 – 10 aprile.
In questo contesto il nostro partito, nella sua qualità di principale forza della coalizione, ha avanzato la richiesta di esprimere un proprio esponente per una delle due Assemblee, con preferenza per la candidatura di Massimo D’Alema alla Presidenza della Camera dei Deputati, posto che nel frattempo la Margherita ha avanzato la candidatura di Franco Marini per la Presidenza del Senato.
Tuttavia la decisione – in sé legittima – di Rifondazione Comunista di avanzare una propria candidatura per la Presidenza della Camera sta determinando una condizione di impasse che, se non risolta, rischia di esporre la coalizione di centrosinistra ad una pericolosa, quanto imbarazzante divisione.
A questo punto sta a Te, in quanto Leader della coalizione, assumere una iniziativa che consenta alla nostra alleanza di ritrovare quella coesione e quella solidarietà indispensabili per approdare alle soluzioni politiche e istituzionali auspicate.
Restiamo, dunque, in attesa di Tue proposte che – proprio perchè consapevoli della delicatezza del momento – accoglieremo naturalmente con spirito di unità e solidarietà. Con amicizia, Piero Fassino".

La traduzione
"Caro Romano, se hai le palle, il momento di tirarle fuori è questo. Malgrado tutti i tuoi limiti abbiamo appoggiato e difeso la tua candidatura a premier, in cambio della quale tu ci avevi promesso, tra le altre cose, che una delle tre principali cariche dello Stato sarebbe andata a noi. Analoga promessa avevi fatto alla Margherita, e per noi non c'era alcun problema.
Ora, però, è spuntato Fausto Bertinotti, che non ha nemmeno la metà dei nostri voti, con quelle sue assurde pretese sulla presidenza di Montecitorio. Pretese che rischiano di mandare all'aria ogni nostro accordo. Anche perché tu stai dando a tutti l'impressione di essere uno che prende ordini da Bertinotti. Se così non è (e ci auguriamo per te che così non sia) devi dirlo chiaro e forte. Subito. Anche perché, come forse ti sarai accorto, il tuo non è l'unico nome che gira in questi giorni come possibile premier.
Il fatto che tu, di nascosto a noi, possa avere promesso a Bertinotti la presidenza di quella Camera che avevi promesso anche ai Ds non è cosa che ci riguardi: è una rogna che devi grattarti tu.
A me, qui, di rogne basta e avanza Massimo D'Alema, che non ha alcuna intenzione di restare a bocca asciutta. Altrimenti s'incazza. E quando Massimo s'incazza, sa fare molto male. Come tu stesso certamente ben ricordi.
Un sempre più preoccupato Piero Fassino".

Update di venerdì 21 aprile, h. 21.00.
Constatato che Fassino è un inetto e che Prodi è succube di Bertinotti, D'Alema rinuncia alla candidatura alla presidenza della Camera. Da questo momento c'è un mastino incavolato impegnato ad annusare i polpacci di Prodi e Fassino. Si calmerà solo se avrà il Quirinale.

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Lo schiaffo di Mieli a Prodi

Se il giorno in cui ha visto la Cassazione dargli ragione Romano Prodi si aspettava che l'indomani il Corriere della Sera lo incoronasse vincitore delle elezioni, senza se e senza ma, ne è uscito con una brutta ulcera gastrica. Quarantott'ore dopo l'ipotesi di un "governo di decantazione" lanciata da Pierluigi Battista, Paolo Mieli fa un nuovo passo avanti sulla strada del pensionamento prodiano. Stamattina gli ha fatto trovare un editoriale di Giovanni Sartori che, preso alla lettera, toglierebbe a Prodi il diritto politico di governare.
Alla domanda "chi ha vinto?" Sartori risponde che, a differenza del 2001, «questa volta si può rispondere che ha vinto Prodi ma anche che ha vinto Berlusconi, oppure che hanno vinto tutti e due, oppure ancora che hanno perso tutti e due. Sono tutte risposte plausibili». Insomma, Prodi e Berlusconi stanno sullo stesso piano. Quanto alla volontà di Prodi di formare un suo governo, il giudizio dell'editorialista è tranchant: «La legge glielo permette; ma i numeri (i seggi in Parlamento di cui dispone) no».
Quindi? Quindi «deve essere il Parlamento a rimediare. Dopotutto», scrive Sartori vergando così il requiem politico di Prodi, «il nostro è ancora un sistema parlamentare nel quale e per il quale le linee di divisione tra destra e sinistra non possono essere rigide ma devono essere, occorrendo, flessibili. (...) Questa volta o torniamo alle regole del sistema parlamentare, o rischiamo davvero di sprofondare nel nulla». E tornare alle regole del sistema parlamentare vuol dire fare un governo non del presidente (Prodi) uscito vincente - anche se per il rotto della cuffia - dalle urne, ma un governo che abbia una solida base parlamentare. Leggesi governo di larghe intese. Se non si fosse capito, è un invito a Prodi a fare un passo indietro.

Post scriptum. E' molto poco elegante farlo notare, ma nella stessa notte in cui il bollito si presentava in piazza Santi Apostoli per annunciare la sua vittoria qui si scriveva che «il Corriere, Confindustria e tutto l'establishment volgarmente chiamato "poteri forti" sono pronti a scaricarlo, e magari lo faranno già negli editoriali che leggeremo tra poche ore, dove si invocheranno nomi come Mario Monti e Tommaso Padoa Schioppa alla guida del solito governicchio tecnico che piace tanto ai furbetti di via Solferino».

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mercoledì, aprile 19, 2006

Le regole del Senato e le paure della sinistra

Ovviamente non c'entrano "il bene del Paese", l'esigenza di "conciliare le due Italie" né altre belle formule retoriche. Se i furbetti del Botteghino si stanno sbattendo in tutti i modi per offrire alla Casa delle Libertà qualcosa di gradito a Silvio Berlusconi e soci (una presidenza della Repubblica più o meno "condivisa" o la guida di una delle due Camere) è perché, salvo una clamorosa campagna acquisti di senatori da parte dell'Unione (ipotesi improbabile, visto anche che il più bravo a muoversi nel calciomercato si trova dalla parte opposta), palazzo Madama può considerarsi sin d'ora paralizzato.
Il numero legale. La prima trappola per il centrosinistra è contenuta nello stesso regolamento del Senato, e si chiama "verificazione del numero legale". Nell'aula è infatti necessario che sia presente la metà più uno dei senatori (inclusi i senatori a vita e quelli eletti all'estero). In aula il numero legale è sempre presunto, a meno che, prima di una votazione, dodici Senatori non ne chiedano la "verificazione". Se il Senato non è in numero legale, il Presidente sospende la seduta per venti minuti o più. Alla quarta volta consecutiva in cui manca il numero legale, la seduta si chiude con un nulla di fatto (art. 108 del regolamento del Senato). Questo vuol dire, ad esempio, che alla Cdl basta far trovare in aula una dozzina di senatori cui viene assegnato il solo compito di chiedere insistentemente la verifica del numero legale per paralizzare l'attività del Senato e costringere l'Unione a far trovare presenti i suoi senatori a ranghi pressocché completi. Nelle commissioni, dove avviene una parte fondamentale dei lavori, il procedimento è analogo, anche se in molti casi è sufficiente che sia presente un terzo dei componenti della Commissione. Qui basta però che il controllo del numero legale sia chiesto da un solo senatore (art. 30).
Problemi di ubiquità. Quando i lavori si svolgono in contemporanea, i senatori o stanno in una commissione (possono essere membri di più di una di esse) o stanno in aula. Sono quindi in grado di garantire la loro presenza (ai fini del numero legale) e il loro voto (ai fini dell'approvazione del provvedimento) solo da una parte, mettendo in difficoltà il loro schieramento in tutte le altre sedi in cui è richiesta la loro presenza.
In caso di parità. Qualora, come accade nelle grandi occasioni, maggioranza e opposizione siano presenti in aula a ranghi praticamente completi, in caso di parità di voti (ipotesi non troppo irrealistica, visti gli equilibri) la proposta è bocciata (art. 107). Discorso analogo in commissione, dove per qualunque approvazione occorre il voto favorevole della metà "più uno" dei presenti.
Commissioni senza maggioranza. Nelle commissioni deve essere rispettata, «per quanto possibile, la proporzione esistente in Assemblea tra tutti i gruppi parlamentari» (art. 21). In altre parole gli equilibri tra le diverse forze politiche del Senato devono riflettersi nelle commissioni. Questo vuol dire che una maggioranza di uno o due voti in aula comporta necessariamente la creazione di commissioni in cui centrodestra e centrosinistra avranno esattamente lo stesso numero di senatori. Secondo i primi calcoli, la parità è scontata sin d'ora in tre commissioni permanenti su quattordici e si raggiungerà in numerose altre commissioni ogni volta che un senatore a vita o un eletto all'estero dovessero mancare all'appello.
Il voto segreto. La richiesta di voto segreto è un'altra delle "trappole" più temute da qualunque maggioranza, specie nelle votazioni di quei provvedimenti nei quali è facile la creazione di maggioranze occasionali trasversali e alternative a quella "ufficiale". Lo scrutinio segreto è obbligatorio in tutte le votazioni riguardanti le singole persone (elezione del presidente e degli altri organi interni del Senato) e può essere chiesto quando sono in gioco diritti o libertà fondamentali (art. 113). In queste occasioni, bastano venti Senatori in Assemblea e cinque in Commissione per chiedere che il voto avvenga con modalità segreta. Va da sé che minore è lo scarto tra maggioranza e opposizione (e nel prossimo Parlamento sarà il più piccolo di sempre), maggiore è la possibilità che da una simile votazione escano brutte "sorprese" per la maggioranza. Del resto, il voto segreto viene chiesto apposta...
Senatori a vita ed eletti all'estero. I senatori a vita non sono giovanissimi: si va dagli 80 anni di Sergio Pininfarina ai 97 (tra tre giorni, auguri) di Rita Levi-Montalcini. Gli eletti all'estero vengono, ovviamente, da posti lontanissimi. E' lecito supporre che molti di costoro saranno presenti solo nelle occasioni più importanti, lasciando il centrosinistra scoperto (e basta davvero poco per mandarlo in minoranza) nelle votazioni "ordinarie". Eppure, in quanto componenti del Senato, senatori a vita ed eletti all'estero contribuiscono ad alzare la soglia dei presenti richiesta per il raggiungimento del numero legale.

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martedì, aprile 18, 2006

Il Corriere avvia lo sganciamento da Prodi

Tanto per capirsi. Non è che Paolo Mieli sia dossettiano o comunista. Figuriamoci: certe etichette non si applicano a certa gente. E' che, come tutto il salottino buono, voleva togliersi Silvio Berlusconi dalle scatole, e Romano Prodi era funzionale a questo piano. Da qui l'endorsement limpido e sfacciato del Corriere della Sera. Però il Caimano si è dimostrato più forte di tutte le Cassandre (illuminante questo articolo di Peppino Caldarola). Così ora Prodi, per dirla con il linguaggio che un tempo era dei compagni, ha esaurito la sua spinta propulsiva. E Mieli rispolvera alla grande Pierluigi Battista e lo piazza in prima pagina. Battista (tanto di cappello) non si riparmia nessuna perifrasi, nessuna forma retorica, nessun contorcimento logico e semantico per dirci, nel suo editoriale odierno, che la scelta di dare l'incarico di formare il governo a Prodi è «doverosa», a meno di voler «infliggere un intollerabile strappo allo spirito e alla lettera della democrazia maggioritaria dell'alternanza». Però, se «chi ha perso le elezioni, adducendo le ragioni della "ricucitura" di un Paese spaccato in due, intendesse suggerire un nome di "decantazione" — un nome di una personalità vicina al centrosinistra ma non invisa allo schieramento opposto», insomma se Berlusconi dovesse proporre un governo guidato da Mario Monti o Giuliano Amato (qualora il secondo non traslocasse al Quirinale), il presidente della Repubblica dovrebbe farci un serissimo pensiero sopra e assumere su di sé l'onere delle conseguenze politiche della sua scelta. In altre parole, per il Corriere Prodi non è più il candidato unico alla presidenza del Consiglio: c'è un alternativa che il Quirinale deve valutare con estrema attenzione. E' il primo segnale che il Corriere ha iniziato ad abbandonare il leader dell'Unione al suo destino. Un'operazione che porterà avanti passo dopo passo, in modo soft, quasi gentile. Come è nello stile del suo direttore.

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lunedì, aprile 17, 2006

E siamo appena agli inizi

Cronaca di un tranquillo lunedì di Pasqua. Il margheritino Giuseppe Fioroni attacca Piero Fassino dopo che il segretario dei Ds aveva detto all'Unità che la Margherita non ha saputo mantenere i suoi elettori. Fioroni invita Fassino a riflettere sul fatto che «c'è una vasta area di italiani, prevalentemente moderati, che non hanno trovato le motivazioni per dare il consenso al centrosinistra». Vuol dire: "Se di fatto abbiamo perso una partita che sembrava già vinta la colpa è vostra e della Rosa nel pugno", ma non possono dirselo in termini così chiari.
Il Financial Times scrive che la vittoria di Prodi è stata talmente striminzita da mettere in seria crisi la governabilità del Paese, al punto da ritenere probabile l'uscita dell'Italia dall'euro entro il 2015. Il passaggio chiave: «Prodi offre il genere sbagliato di riforme già fallite in altri paesi europei» e la ristretta maggioranza su cui poggia la sua coalizione al Senato «potrebbe non consentirgli di attuare il già insufficiente programma». Ovviamente, tutte queste cose sul programma di Prodi a Londra si erano guardati bene dal dirle in termini così chiari prima del voto. Tradotto in italiano, l'articolo del Financial Times significa che gli ambienti finanziari inglesi fanno il tifo per un governissimo di larghe intese guidato da un tecnico (Mario Monti è il primo della lista), e l'unico che sembra averlo capito, incredibilmente, è Roberto Maroni. Presto il Financial Times sarà imitato dai grandi quotidiani italiani. La sinistra, incredula perché abituata a vedere il quotidiano del gruppo Pearson (stessa casa madre dell'Economist) bastonare sempre e solo Berlusconi, ci resta un po' male. Daniele Capezzone, che evidentemente ha già scordato i rapporti di forza all'interno dell'Unione e il peso dell'estrema sinistra, coglie la palla al balzo per chiedere a Prodi di «puntare su riforme liberali». Rifondaroli e comunisti italiani manco gli rispondono più.
Intanto, dall'altra parte dell'oceano, persino il New York Times, ovvero la versione a stelle e strisce di Repubblica, si domanda a voce alta se Prodi sia un calmo sereno, come a lui stesso piace dipingersi, o, molto più banalmente, un debole bollito, come lo vede una bella fetta del resto del mondo.
Tutto molto prevedibile: come già detto, adesso il compito ingrato di tirare la carretta prendendo gli sputi tocca a loro. E ancora non hanno iniziato a governare, ancora non c'è stato alcun voto al Senato.

Update del 18 aprile. Detto che in un Paese serio se un giornalista scrive le cose che si sono lette ieri sul Financial Times gli unici che gli rispondono sono due portavoce, uno per la maggioranza e uno per l'opposizione, e lo mandano a quel Paese in coro, per passare subito ad argomenti più interessanti, bisogna essere o molto bolliti o molto in malafede per dire, come fa Prodi oggi, che «il Financial Times non sta sparando sul governo Prodi, ma esclusivamente sul governo Berlusconi». Frasi come «Prodi offre il genere sbagliato di riforme già fallite in altri paesi europei» e quella in cui il suo programma è definito «insufficiente» sono rivolte direttamente a lui, e infatti Vincenzo Visco (già linkato sopra) lo ha compreso benissimo. Capisco i problemi di Prodi con l'inglese, ma le traduzioni sui giornali di oggi non mancavano.

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sabato, aprile 15, 2006

Quirinale, la prima mossa è di D'Alema

In quella enorme partita a scacchi che è l'elezione del presidente della Repubblica, oggi si registra la prima mossa. Non occorre una mente da fine analista per vederla: se il quotidiano dalemiano il Riformista candida Massimo D'Alema al Quirinale, di fatto è lo stesso presidente dei Ds che lancia la propria candidatura. O quantomeno non si oppone a che essa venga lanciata dal giornale che gli è più vicino: il che, in pratica, è la stessa cosa. D’Alema, si legge nell'editoriale del quotidiano arancione, «può essere legittimamente in corsa anche per il Colle», perché «darebbe la garanzia che non ci siano tentazioni revansciste illiberali nel centrodestra, né altrettanto illiberali giudizi di Dio nel centrosinistra. Perché è il presidente del maggior partito della nuova maggioranza, per quanto risicata essa sia, e per il suo comportamento nel recente passato, dalla commissione per le riforme istituzionali alla presidenza del Consiglio. Insomma, direbbe l’Economist, "he is fit". Finito il fattore K, finisca anche il fattore D». Più chiari di così non si può essere. Pregasi notare il messaggio tranquillizzante lanciato a Berlusconi, al quale viene assicurato che D'Alema al Quirinale impedirebbe «illiberali giudizi di Dio nel centrosinistra».
Una proposta irricevibile per la Cdl? Non è detto. D'Alema non è la prima scelta di Silvio Berlusconi, ma è un nome sul quale il leader del centrodestra potrebbe fare una riflessione. Di certo andrebbe bene a Berlusconi assai più di Prodi. Guarda caso, oggi sul Messaggero Fabrizio Cicchitto, uno dei plenipotenziari del Cav., parlando dell'atteggiamento post elettorale dei due dice che «D'Alema dimostra indubbiamente, e lo sapevamo, una maggiore intelligenza politica di Prodi. C'è nel leader Ds un approccio politico e non arrogante». Del resto fu lo stesso Berlusconi a insediare D'Alema alla guida della Commissione Bicamerale, finita come sappiamo. Insomma, veti forzisti sul presidente dei Ds al momento non ce ne sono. Anche se Berlusconi gli preferirebbe senza dubbio Giuliano Amato (che non può promuovere ora, a rischio di bruciarlo) e sta riflettendo seriamente se chiedere la conferma di Carlo Azeglio Ciampi, alla quale la sinistra non potrebbe dire "no" e che potrebbe essere respinta solo dallo stesso presidente della Repubblica, magari per lasciare la strada libera al suo amico Prodi, che comunque dovrebbe scontare il prevedibile voto contrario di Rifondazione e Comunisti italiani, i quali si sentono garantiti solo se alla guida della loro coalizione c'è Prodi: qualunque altro nome sarebbe per loro sinonimo di fregatura.
L'unica certezza è che D'Alema è uno di quei candidati di sinistra che, se dovessero davvero arrivare alla conta, riceverebbero moltissimi voti contrari da parte dei franchi tiratori del loro stesso schieramento. Nella Margherita, ma anche negli stessi Ds, non è proprio l'uomo più amato: guarda caso oggi Walter Veltroni, sul Messaggero, chiede che sia riconfermato Ciampi. D'Alema avrebbe quindi bisogno di un apporto di voti dal centrodestra. Non è escluso che potrebbe averli da Forza Italia, ma solo se Berlusconi decidesse di puntare su D'Alema per bloccare un candidato della sinistra che riterrebbe troppo pericoloso. Se davvero Prodi è inchiodato alla guida dell'Unione dall'estrema sinistra, altri pericoli Berlusconi non ne vede, almeno per il momento. Ma siamo appena agli inizi. E non è escluso che da sinistra, in nome della pacificazione nazionale e per ottenere la non belligeranza - almeno parziale - della Cdl al Senato, arrivi una di quelle offerte che Berlusconi non potrà rifiutare.

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venerdì, aprile 14, 2006

Col Mattarellum la Cdl avrebbe vinto (se si crede nelle simulazioni)

Con le regole del 2001 «la Casa delle libertà avrebbe vinto. Alla Camera avrebbe ottenuto 320 seggi, 245 col maggioritario e 75 col proporzionale. Al Senato, 166 seggi, 129 dalla parte maggioritaria e 37 da quella proporzionale. In entrambi i casi senza tenere conto di eventuali seggi ottenuti in Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta, e tra gli italiani all'estero. Con il nuovo sistema, la Cdl non ha sfruttato gli exploit concentrati in circoscrizioni e Regioni, nelle quali avrebbe conquistato la quasi totalità dei seggi maggioritari». Il resto qui, sul sito de Lavoce.info. Riservato a chi crede nelle simulazioni.

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I Ds hanno un problema: Romano Prodi

di Fausto Carioti
Occhio umido, espressione contrita, i Ds si preparano a sacrificare per la seconda volta la mortadella sull’altare del potere. Tra il condannare a morte politica se stessi e riservare questo triste destino a Romano Prodi, i post-comunisti, da quei pragmaticoni che sono, non hanno dubbi e scelgono la seconda opzione. Massimo D’Alema e Piero Fassino sanno benissimo che la vittoria elettorale più striminzita che ricordi la storia italiana, con quel vantaggio (influenze e altri malanni permettendo) di appena uno o due seggi al Senato, è un enorme cerino acceso nelle loro mani, che farà arrivare l’Unione forse incenerita, di certo gravemente ustionata alle prossime elezioni politiche. Le quali, per inciso, a detta di tutti gli addetti ai lavori si terranno tra un anno, al massimo due. Palazzo Madama già ora appare agli occhi degli esponenti meno rimbambiti dell’Unione come un’enorme via crucis, che avrà nei tre mesi di Finanziaria la sua stazione più dolorosa. I Ds stanno cercando in tutti i modi di metterci una pezza, lanciando verso Silvio Berlusconi e il centrodestra chiari segnali di inciucio. Segnali che però sinora hanno trovato in Prodi un ostacolo invalicabile. Del resto, oltre che poco sveglio, l’ex presidente dell’Iri è ostaggio della sinistra radicale, arrivata ai massimi storici. Insomma, i vertici dei Ds vogliono evitare che questa legislatura si riveli per loro un bagno di sangue, e per riuscirci hanno bisogno dell’aiuto del centrodestra. Da vero caimano, Berlusconi li ha bruciati sul tempo e quell’aiuto gliel’ha offerto per primo, ottenendo in risposta il più prevedibile dei rifiuti e costringendo Prodi a bruciarsi i ponti dietro le spalle. Così ora la tessitura diessina si è fatta ancora più intricata. Di questo passo, l’unica soluzione possibile passa attraverso la rimozione di Prodi, magari tramite “promozione” al Quirinale.
Anche se Prodi ieri ha detto che «la situazione è più tranquilla», è vero l’opposto, come confermano i segnali che gli piovono addosso da tutte le parti. Dal Botteghino, innanzitutto. Il Riformista, quotidiano vicino a D’Alema, prima gli fa stendere il necrologio da Emanuele Macaluso, il quale scrive che Prodi «è uno sconfitto, perché con una campagna elettorale sbagliata ha consentito la rimonta del Cavaliere e, se è vero che potrà formare un governo, è meno vero che potrà governare il Paese». Lo stesso giorno Peppino Caldarola, altro diessino, riconosce che il post-berlusconismo non è roba di adesso, ma «riguarderà i nostri figli e i nostri nipoti». Intanto Stefano Ceccanti, politologo molto vicino a D’Alema, invita Prodi a una «intesa istituzionale», magari su un presidente della Repubblica gradito al centrodestra. Sullo stesso organo dalemiano un editoriale dice chiaro e tondo che «l’Unione fa male a rifiutare l’avance berlusconiana», per poi rincarare il giorno dopo: «L’Unione deve essere disposta a fare concessioni, per esempio accantonando l’intenzione di affossare la legge Biagi». Con tanto di sveglia a Prodi: «Adesso può dettare le condizioni, domani potrebbe essere costretto a subirle». Tutto questo mentre un diessino navigato come Gavino Angius insiste perché la presidenza di una delle Camere sia data a un esponente della Cdl, ipotesi che vede possibilista lo stesso Fassino.
Il problema è che, anche se Prodi volesse sedersi al tavolo delle trattative, glielo impedirebbe la forte ala sinistra del suo schieramento: Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi valgono il 12% dell’elettorato, un quarto della sua coalizione, e ad essi occorre aggiungere il correntone diessino. La “velina” rossa di Rifondazione comunista , cui è affidato il compito di dire senza peli sulla lingua ciò che pensa Fausto Bertinotti, ieri riconosceva che «in certi settori del centrosinistra l’idea della grande intesa lanciata da Berlusconi ha fatto breccia» e che «non è un caso che oggi i migliori alleati del Professore stiano soprattutto fuori dall’Ulivo, mentre da settori riformisti si avanzino profferte al centrodestra». Tradotto: Romano, guardati le spalle dai vertici dei Ds e fidati solo di noi estremisti. Ma persino una semplice riscrittura della legge Biagi è vista da costoro come un’indebita concessione al nemico: i Verdi hanno appena ribadito che da Prodi dovrà arrivare «la cancellazione, e non la parziale modifica» della norma.
Che la situazione di Prodi sia già compromessa lo conferma l’atteggiamento sempre più distaccato con cui lo stanno trattando i quotidiani vicini ai cosiddetti “poteri forti”. Il Sole-24 Ore ieri gli ha chiesto di eliminare «costi e ostacoli ai licenziamenti e all’uso efficiente della manodopera». Insomma, più flessibilità: richiesta impossibile da accogliere per il capo di una coalizione così sbilanciata a sinistra. Servirebbe anche, secondo il quotidiano di Confindustria, «un leader coraggioso, creativo, deciso, che sappia trascinare l’opinione pubblica», per poi aggiungere perfidamente che «non sono doti che in passato Romano Prodi ha dimostrato di avere». Un piccolo corsivo sullo stesso giornale, ancora più acido, riferendosi alla richiesta della Cgil di abrogare la legge Biagi, celava l’“avvertimento” della grande industria: «Già cammina sul filo: di tutto ha bisogno il leader dell’Unione, tranne che di una spinta. Nel vuoto». Persino sul Corriere della Sera, ieri, per la prima volta da mesi, si è potuta sentire una musica diversa, con il politologo Angelo Panebianco impegnato ad ammonire Prodi: «Non potrà governare contro il Nord (nessuno può farlo), dovrà per forza tenere conto delle esigenze dell’altra Italia».
A complicare questo quadro clinico già devastato contribuiscono le notizie dal Senato. Il centrosinistra rischia di trovarsi in parità, cioè di non avere la maggioranza, in nove commissioni su tredici. Una palude dalla quale nessun disegno di legge voluto dalla sinistra uscirebbe illeso. Per gran parte dei Ds si tratta dell’ennesimo motivo che dovrebbe indurre Prodi a non sputare sulla mano che gli ha teso Berlusconi. Se non lo capisce, i Ds non hanno intenzione di andare a fondo con lui. Quello di Prodi è un contratto di leader a termine, che può essere stracciato in qualunque momento dagli azionisti di maggioranza dell’Unione. Altro che legge Biagi.

© Libero. Pubblicato il 13 aprile 2006.

Post scriptum. Come volevasi dimostrare, Massimo D'Alema, capita la mala parata, scavalca l'imbelle Romano Prodi, prende in mano l'iniziativa e chiede a Silvio Berlusconi di trattare. Tanto per ricordare a Prodi chi è che conosce la politica, e quindi chi comanda sul serio a sinistra.

Update. Berlusconi ha risposto a D'Alema. Si decidono i destini istituzionali del Paese e Prodi è del tutto tagliato fuori. Imbarazzante.

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giovedì, aprile 13, 2006

Gli elettori della Cdl, indispettiti e dispettosi

di Giovanni Orsina
Se la prima notizia di quest’elezione è che il centrosinistra ne ha cavato a fatica una maggioranza, per quanto risicatissima al Senato, la seconda è certo che il Paese rimane del tutto imprevedibile. I tanti sondaggi diffusi fin quando si poteva si sono rivelati, quale più quale meno, sbagliati. Il più vicino ai numeri reali, e di gran lunga, è stato (ma guarda un po’!) quello americano commissionato da Berlusconi, che tanto è stato sbeffeggiato. Non parliamo poi degli exit poll, immediatamente successivi al voto e perciò in teoria attendibili: hanno trasformato un testa a testa mozzafiato in una comoda marcia trionfale. Per i professionisti del marketing politico, insomma, quest’elezione è stata una Waterloo. Davanti alla quale credo che dovremmo porci due domande: la prima, perché il Paese è così imprevedibile? La seconda, perché malgrado si sia dimostrato così spesso imprevedibile, continuiamo tutti a pensare di saperlo prevedere? Perché seguitiamo a fidarci dei sondaggi e degli exit poll, ignorando magari quei campanelli d’allarme che pure in qualche zona remota della nostra testa continuano, malgrado tutto, a squillare?
Una prima risposta a questi interrogativi, in puro stile berlusconiano, potrebbe essere: il Paese in realtà è comprensibile, ma i sondaggisti faziosi (ovvero di sinistra) lo rappresentano diverso da com’è, sperando che prima o poi s’adegui alla rappresentazione che loro ne fanno. Una seconda e più semplice recita: perché le società demoscopiche non sanno fare il loro lavoro. Una terza, infine, è che gli elettori del centrodestra, per timore o per malizia, sono a tal punto reticenti che ogni rilevazione delle loro opinioni è fatalmente destinata a fallire.
A mio avviso la terza risposta, oltre a essere la più interessante, è pure quella che coglie maggiormente nel segno. Gli elettori della Casa delle Libertà sono indispettiti e dispettosi. Indispettiti perché si sentono delegittimati, mal giudicati, schifati persino. Per quanto negli ultimi giorni della campagna ci si sia concentrati soprattutto sull’epiteto anatomico del quale Berlusconi ha gratificato gli elettori unionisti, l’attribuzione d’un valore etico alle scelte politiche in realtà pesa sulla destra ben più che sulla sinistra. A giudicare gli elettori del centrosinistra dei bolscevichi pedofagi e autolesionisti è soprattutto il presidente del Consiglio, e in larga misura per una strategia elettorale. A ritenere che a votare il centrodestra in generale, e Berlusconi in particolare, sia un’«imbecil gente» di ottusi telespettatori e commercianti grifagni, dediti all’evasione fiscale e al parcheggio in doppia fila quando non alla militanza in Cosa Nostra, è una parte consistente e influente della cultura italiana. Influente non perché riesca a intercettare gli umori profondi del Paese, dai quali è lontana mille miglia e dai quali, per altro, è ben fiera di essere lontana. Ma perché è ancora capace di fissare i termini del culturalmente legittimo: di quel che è possibile, anzi giusto e buono, dire e fare; e di quello che invece è moralmente deteriore, e perciò inconfessabile.
Indispettiti, tanti elettori di centrodestra si sono fatti pure dispettosi. Tacciono perché hanno paura di essere mal giudicati, ma tacciono pure perché si divertono a far saltare gli schemi. Non solo ritengono di appartenere a un’Italia profonda che nessuno - non i sindacati, non Confindustria, non gli intellettuali, non i quotidiani - riesce a rappresentare, tranne forse il grande outsider di Arcore; ma hanno anche piacere che quell’Italia rimanga sommersa, che tutti i conti preventivi si facciano senza di lei, e che essa emerga poi d’improvviso in sede di consuntivo, e guasti le feste. Tanto più ne hanno piacere, poi, quando com’è accaduto in questa campagna elettorale si vedono continuamente e costantemente dati per sconfitti, e possono mimetizzarsi proprio dietro a quelle cosiddette verità evidenti che detestano più di ogni altra cosa.
Se così stanno le cose, gli errori che hanno commesso le società demoscopiche, e la maggior parte dei commentatori politici con loro, possiamo in parte scusarli. Soltanto in parte, però. Perché non è certo la prima volta che gli elettori moderati si nascondono, e ormai la lezione dovremmo averla imparata tutti da tempo. La lezione di un Paese il cui ventre si nasconde alla vista del ceto intellettuale perché lo teme e disprezza, e il cui ceto intellettuale rifiuta di guardare al ventre perché non lo capisce e ne ha ribrezzo. Speriamo di ricordarcene almeno la prossima volta.

© Il Mattino. Pubblicato il 12 aprile 2006 col titolo "L'elettore reticente".

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mercoledì, aprile 12, 2006

Do you (really) remember Al Gore?

Silvio Berlusconi è sicuro che il risultato delle urne cambierà in seguito al controllo sulle schede annullate. Premesso che del riconteggio qui ce ne freghiamo; premesso che comunque vale la pena di farlo perché quando si perde o si vince per lo 0,01% un controllo in più non fa mai male; premesso che tanto tra un anno si va a votare ed è meglio così; premesso che però, a pensarci bene, vedere la faccia di alcuni di loro il giorno in cui la Cassazione o la Corte d'Appello dovessero annunciare un verdetto opposto a quello diffuso dal Viminale sarebbe meglio del Viagra, ecco, fatte queste premesse è importante non passare per pirla. Perché quando a sinistra dicono frasi tipo "nelle più grandi democrazie del mondo il comportamento di Berlusconi sarebbe stato inconcepibile", occorre saper rispondere a tono. Gli esponenti dell'Unione lo dicono in tutti i talk show, Massimo D'Alema l'ha sparata senza pudori: «Ricordo che il democratico Al Gore riconobbe di essere sconfitto pur avendo 500 mila voti in più. Quelle sono democrazie, dovrebbero imparare».
Ecco, impariamolo allora. E insegnamolo anche a loro, quello che succede nelle democrazie. Le elezioni presidenziali americane cui si riferisce il marinaretto si chiusero l'8 novembre dell'anno 2000. Il risultato, dopo la prima verifica, fatta nel giro di 48 ore, era chiaro: il candidato repubblicano alla Casa Bianca, George W. Bush, si era aggiudicato i 25 grandi elettori dello Stato della Florida per 327 voti, ed era quindi presidente degli Stati Uniti. Il fatto che avesse preso complessivamente meno voti di Al Gore ovviamente non c'entra nulla, visto che tutto dipende da quali stati si aggiudicano i contendenti.
Il 10 novembre, a due giorni dalla chiusura dei seggi, col cavolo che Al Gore aveva riconosciuto la sua sconfitta. Al contrario: faceva dire a un suo portavoce, William Daley, che «contrariamente alle affermazioni fatte dallo staff di Bush l'elezione non è finita. Noi vogliamo che la volontà vera e accertata del popolo prevalga e ciò significa lasciare che il sistema legale faccia il proprio corso. Se, alla fine del processo, Bush sarà vincitore, rispetteremo il risultato». Stessa identica cosa affermata da Berlusconi, il quale l'11 aprile, parlando a palazzo Chigi, ha dichiarato testualmente: «Nessuno, al momento, può dire di aver vinto. Non esiteremo a riconoscere la vittoria dell'avversario, ma solo quando saranno ultimate le doverose procedure legali di verifica». Le stesse parole usate da Al Gore. Solo che il candidato democratico è citato dalla sinistra italiana come esempio di correttezza, mentre Berlusconi è il solito monumento all'eversione costituzionale.
Per farla breve: Al Gore si guardò bene dal concedere alcunché all'avversario sino al 13 dicembre, oltre un mese dopo il voto, quando, in seguito a una sentenza della Corte Suprema americana, ammise che Bush sarebbe stato il nuovo presidente degli Stati Uniti, pur senza dichiararsi battuto. Così funziona nelle grandi democrazie.

Post scriptum. Romano Prodi, appena umiliato dal suo amico Carlo Azeglio Ciampi, che si è rifiutato di stravolgere la prassi costituzionale per assegnargli l'incarico nei tempi rapidi che chiedeva il bollito, dice che Berlusconi «deve andare a casa» e che senza Berlusconi (che col suo partito rappresenta un quarto degli italiani e con la sua coalizione oltre metà degli stessi) la politica italiana «non soffrirebbe». Prodi sì che è un signore, lui sì che rispetta le forme istituzionali. Lui sì che unisce l'Italia.

Lettura fortemente consigliata: "Gli irriducibili dello zero virgola", dell'amico e collega Mario Sechi.

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"Il popolo si è fatto beffa dei potenti"

Domani lo troverete sui giornali (ok, su alcuni giornali, come al solito). E' il giudizio della Compagnia delle Opere sul risultato delle elezioni. Del quale, per inciso, qui laicamente se ne sottoscrive per intero la diagnosi, un po' meno la terapia.

Servire il popolo
Doveva essere una vittoria clamorosa del centrosinistra con tutto il popolo schierato "finalmente" da una parte, ma, alla prova dei fatti, la vittoria si è giocata su una manciata di voti. Per l’ennesima volta, il popolo si è fatto beffa dei potenti. Come in America sul caso Bush-Kerry e come per il referendum sulla procreazione assistita, non ha eseguito gli ordini prestabiliti da un concentrato incredibile di interessi: una buona parte della stampa estera e della stampa italiana, rappresentanti del mondo dell’economia, intellettuali e registi a la page, cattocomunisti da sacrestia, il partito della rendita e quello del clientelismo, radicali e no global.
Il risultato annunciato era quello che sembrava emergere nelle prime ore dagli exit poll viziati dal fatto che la gente, stanca di essere presa in giro, non si è fidata degli intervistatori. E, così, i commenti tronfi e compiaciuti di politici (quantomeno un po’ "imprudenti"), disegnavano le sorti di un’Italia che aveva scelto di "liberarsi della dittatura" che l’aveva bloccata negli ultimi cinque anni.
Invece è stato di fatto un pareggio con un piccolo vantaggio al Senato della Casa delle Libertà che, nonostante un numero di voti superiore al 50%, ha ottenuto una quota di seggi inferiore determinata dal sistema elettorale, che alla Camera ha trasformato un altrimenti impercettibile vantaggio dell’Unione in una consistente maggioranza parlamentare. Di più: la Casa delle Libertà ha riguadagnato in Piemonte, in Friuli, nel Molise, nel Lazio, in Puglia e ha consolidato la sua maggioranza in Lombardia, in Veneto e in Sicilia. Da notare che nelle aree più sviluppate e popolose del Paese la maggioranza è stata netta, se non addirittura schiacciante.
Il consenso deriva da un forte radicamento nel mondo produttivo, nelle realtà sociali, nelle aggregazioni ideali. Queste realtà hanno a cuore la vita, la famiglia, l’educazione, il rilancio economico, l’ammodernamento del Paese, la difesa della libertà e di una pace che non sia un cedimento al terrorismo, la costruzione di un’Europa dei popoli. In poche parole questo consenso nasce dalla libertà e dalla sussidiarietà, che sono urgenti per quel rilancio dal basso di cui l’Italia ha assoluto bisogno. I segni non mancano: Draghi parla di ripresa, c’è fervore in mondi produttivi che disdegnano la rendita, Paesi come la Svezia e la Gran Bretagna abbandonano il welfare state e ci indicano la nuova strada maestra.
Ci vorrebbe subito un accordo tra le componenti realmente riformiste dei due schieramenti (sull’esempio dell’Intergruppo per la Sussidiarietà). Purtroppo, il risultato elettorale non aiuta: nell’Unione la componente riformista ha ceduto ai massimalisti e quasi il 20% del Parlamento sarà composto da esponenti dell’uno o dell’altro estremismo, fatto disastroso per un’Italia che non ne ha certo bisogno. Soprattutto, alcuni leader dell’Unione invece di riflettere sulla difficile situazione che rischia di rendere ingovernabile l’Italia, si sono messi, alle 3 di mattina, a cantare vittoria come se godessero di ampie e solide maggioranze popolari. Sono gli stessi che, a differenza di Schröder, hanno imbarcato le componenti radicali che già li ricattano. Non abbiamo bisogno di loro.
Occorre qualcuno che compatti le parti più responsabili di maggioranza e opposizione, che riunifichi il Paese e, sulla base di ciò che è più urgente, sappia affrontare la crisi economica, politica e, soprattutto, ideale che l’Italia attraversa.
Occorre guardare alla risorsa più grande che resta all’Italia: un popolo che ha dimostrato, ancora una volta, di essere vivo.
Questa è la vera speranza: l’esperienza di novità che si pone nella vita quotidiana, nelle opere che si costruiscono, nelle proposte politiche che si fanno. Il resto, prima o poi, crolla senza lasciare traccia.

martedì, aprile 11, 2006

The second best

Silvio Berlusconi non l'ha presa bene e cerca di uscirne fuori in qualche modo. E' comprensibile. Però, fosse stato possibile immaginare un risultato a tavolino che fosse utile alla Casa delle Libertà, la seconda scelta da fare a mente fredda (dopo la vittoria con ampia maggioranza parlamentare in ambedue i rami, ça va sans dire) sarebbe stata proprio questa, ovvero la vittoria dell'Unione con una maggioranza impalpabile nella Camera storicamente più difficile da controllare, nel periodo più difficile dell'anno. Ogni altra alternativa sarebbe stata peggiore.
Aver conquistato il Senato per un pugno di voti, infatti, si sarebbe rivelato una jattura. A quel punto ognuna delle due coalizioni avrebbe avuto il controllo di una Camera. L'Unione, grazie al premio di maggioranza, avrebbe avuto un forte controllo di Montecitorio, mentre la Cdl sarebbe stata sopra di pochi senatori a palazzo Madama. Però tanto sarebbe bastato ad attribuire alle due coalizioni identiche responsabilità. Per il centrodestra questo si sarebbe tradotto, con ogni probabilità, nell'obbligo morale e politico ("per il bene del Paese...") di sostenere un governo tecnico o un esecutivo "di solidarietà nazionale" a guida Mario Monti o affini. Ma alla Cdl è andata bene così. Primo: perché gli elettori detestano simili inciuci, che li fanno disamorare dei loro eletti. Secondo: perché il prossimo governo avrà come compito principale di varare la Finanziaria 2007. Un compito, anch'esso, elettoralmente devastante.
Posizione ancora meno invidiabile sarebbe stato trovarsi al posto dell'Unione. Esposto a ogni vento e a ogni ricatto di ogni singolo senatore, il centrodestra avrebbe avuto il compito ingrato di varare la Finanziaria con la certezza di vedere il proprio documento stravolto a palazzo Madama. E si sa che è proprio tra novembre e dicembre che è più alta la mortalità dei governi, specie quelli che poggiano su maggioranze esigue. Insomma, la Cdl sarebbe stata costretta a stare sulla graticola per mesi, forse un anno (impossibile che un governo con una simile maggioranza possa durare di più), facendosi prendere a schiaffi dall'opposizione senza avere lo spazio di manovra necessario a varare una riforma degna di questo nome. Per inciso, chi conosce quella palude chiamata Senato sa che questo è difficile da controllare anche con maggioranze di venti senatori. Figuriamoci quando il vantaggio su cui si può contare è di un uomo e due figure: basta una piccola epidemia d'influenza al momento sbagliato per far cadere un governo.
Ora in questa posizione difficile ci si trova l'Unione e il cerino acceso è nelle mani di Romano Prodi. Il quale mostra di non aver capito molto di ciò che è successo. Dice che governerà cinque anni, che la sua è stata una grande vittoria e parla davvero come se avesse ricevuto un'investitura popolare. L'uomo che aveva promesso di unire l'Italia se ne sta semplicemente fregando della maggioranza degli italiani. Chiedendo di avere il mandato a governare ha firmato il suo suicidio politico. Lo hanno capito bene i Ds, i quali usano infatti un linguaggio assai più cauto. Gavino Angius insiste perché la presidenza di una delle Camere sia data a un esponente della Cdl, con la quale secondo lui andrebbe concordata anche l'elezione del presidente della Repubblica. Massimo D'Alema, dopo le prime figuracce, si guarda bene dal suonare la tromba: ora parla di un «paese spaccato» e di un risultato «molto tirato, al di là di quello che era prevedibile». Piero Fassino tira il freno a mano e dice che il loro governo «rappresenterà l'intero Paese facendosi carico delle aspettative e delle esigenze di tutti, con attenzione e scrupolo anche di chi ha votato il centrodestra». Parole pesate e pensate, che fanno intravedere l'atmosfera pesante che si respira da quelle parti. Già pensano a quando si dovranno votare provvedimenti come il rifinanziamento delle missioni militari italiane all'estero o i primi decreti fiscali o quando qualcuno dei tanti parlamentari della sinistra estrema tirerà fuori la proposta di legge sui Pacs o la libertà di ricerca sugli embrioni. Tutti temi sui quali al Senato, sulla carta, esiste già una maggioranza diversa dall'Unione.
La verità è che hanno paura: presto il compito ingrato di tirare la carretta prendendo gli sputi della minoranza toccherà a loro. La Cdl lascia il governo e inizia la sua campagna elettorale nel modo migliore: con le mani libere, all'opposizione, sapendo di poter contare su più elettori di quanti ne abbia l'Unione. Tra un anno si vota. E la Cdl li indicherà e dirà agli italiani: hanno avuto la loro occasione, ecco come l'hanno usata.

Update. Tanto per capire che anche a sinistra chi usa il cervello si guarda bene dal festeggiare:
"Anche Prodi è uno sconfitto", di Emanuele Macaluso sul Riformista;
"La fortuna è comunista?" di Luca Ricolfi sulla Stampa;
"Lo spettro di Arcore", di Gabriele Polo sul Manifesto.

Update/2. Importante per capire cosa succederà a Palazzo Madama:
"La mina del numero legale", sul Sole-24 Ore.

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La notte del morto vivente

Tre di notte. Romano Prodi, con quasi nove ore di ritardo rispetto al previsto, trova il coraggio di apparire in pubblico. Festeggia in piazza Santi Apostoli. Dice che ha vinto, ma probabilmente nemmeno lui è così bollito da crederci. Lo sgarbo istituzionale con cui finge di ignorare l'esistenza del Senato è tale che se lo avesse fatto Silvio Berlusconi se ne parlerebbe per settimane. Attorno a lui i suoi uomini e Piero Fassino fingono di ridere. Per loro è stata una giornata da incubo. Si erano svegliati convinti di avere 5 punti di vantaggio, si sono illusi davanti agli exit poll, sono andati a letto scoprendo di essere ancora minoranza nel Paese: alla Camera non raggiungono il 50% dei voti, quota che al Senato la Cdl riesce a sorpassare.
I meccanismi elettorali consegnano all'Unione la maggioranza della Camera, e probabilmente i voti degli italiani all'estero le daranno la maggioranza di un seggio al Senato. Nel caso in cui il centrosinistra dovesse esprimere il presidente di Palazzo Madama, questo vantaggio si annullerebbe. La prassi, correttamente, vuole che i senatori a vita possano tutt'al più rafforzare una maggioranza già esistente, non crearne una laddove non esiste. A Prodi resterebbe la strada della campagna acquisti di alcuni senatori dello schieramento opposto, ma purtroppo per lui l'Udeur fa già parte della sua coalizione. Il Corriere, Confindustria e tutto l'establishment volgarmente chiamato "poteri forti" sono pronti a scaricarlo, e magari lo faranno già negli editoriali che leggeremo tra poche ore, dove si invocheranno nomi come Mario Monti e Tommaso Padoa Schioppa alla guida del solito governicchio tecnico che piace tanto ai furbetti di via Solferino.
Prodi da adesso è politicamente morto, anche se nessuno ha ancora avuto il coraggio di dirglielo. Se forma il governo si brucia nel giro di poche settimane e ne esce a pezzi, ostaggio non solo di ogni componente dell'Unione, ma persino di ogni singolo senatore della sua maggioranza, senza il cui appoggio cade. Se non lo forma è finito, perché un'altra occasione simile non l'avrà mai più. Affidargli l'incarico di formare il prossimo governo è un atto doveroso, perché è giusto che il compito sia assegnato a chi detiene la maggioranza alla Camera, che ha il diritto-dovere di provare a formare l'esecutivo. Ma, appunto, sarebbe una crudeltà, il modo migliore per accelerare la dipartita definitiva di Prodi, la cui data e le cui modalità a questo punto sono solo questione di un accordo tra Ds e Margherita.
Berlusconi lascia palazzo Chigi, ma politicamente mette a segno una vittoria importante. Prodi non ha un partito: è un manager che gli azionisti dell'Unione hanno scelto per portarli al governo. Ha fatto quello che poteva, ora non serve più e presto gli arriverà il benservito. Berlusconi, invece, paradossalmente è più forte di prima: piazzando Forza Italia al 23,7 per cento, primo partito della coalizione che conta più voti nel Paese, si è appena confermato azionista di maggioranza del centrodestra. Tutto ciò che accadrà nella Casa delle Libertà dovrà essere deciso o approvato da lui. Comprese la creazione di un eventuale partito unico dei moderati e, soprattutto, la transizione al post-berlusconismo.

Update. Intanto anche chi non lo ama è costretto a rendere omaggio a Berlusconi. Lucia Annunziata sulla Stampa, gran bell'articolo tutto da leggere.

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lunedì, aprile 10, 2006

Del perché qui non si seguono le elezioni in diretta

1) Perché in redazione ho ben altro da fare.
2) Perché qui, come sanno i frequentatori abituali, si ragiona sui dati certi e non sulle supposizioni. Lo si farà anche stavolta, nei tempi e nei modi debiti (vedi punto 1).
3) Perché basta vedere Ilvo Diamanti e Antonio Polito allo speciale del Tg2 per capire che nessuno ci sta capendo una mazza.

PS. Chi vuole seguire "live" le elezioni può farlo su The Right Nation.

venerdì, aprile 07, 2006

Un buon motivo per cui Fiat e Confindustria appoggiano Prodi

Il via libera alla cassa integrazione straordinaria in deroga per 850 dipendenti siglata nei giorni scorsi fra governo, Fiat e sindacati «non è la soluzione finale che ci aspettavamo né noi né i sindacati. Per ora abbiamo evitato un disastro immediato, speriamo di risolvere il problema entro fine dicembre». Lo ha sottolineato l'amministratore delegato della Fiat a margine della consegna del premio "Auto Europa 2006" alla Grande Punto.
Marchionne ha anche ribadito che al nuovo governo il Lingotto rinnoverà la richiesta di mobilità lunga. «La proposta - ha spiegato - è stata fatta da noi e dai sindacati in accordo, speriamo che il governo ci creda». Quanto alla proposta dei 12 anni avanzata dal ministro Maroni, Marchionne ha ribadito: «Non è la soluzione. L'abbiamo esaminata, ma non è accettabile né per noi né per i nostri dipendenti né per i sindacati. Tra la nostra proposta e quella fatta dal ministro del Welfare - ha aggiunto - c'è una differenza enorme».
Quanto al futuro, l'ad della Fiat ha concluso «mi auguro una soluzione al problema dell'azienda e che qualcuno si incarichi del futuro dei nostri dipendenti. Come abbiamo fatto noi lo faccia anche il governo».
(Agenzia AdnKronos del 7 aprile 2006, tratta da Yahoo Finanza).

Che lo scaricamento dei costi degli esuberi Fiat sulle tasche dei contribuenti sia centrale nei rapporti tra il mondo del Lingotto (con tutto quello che si porta appresso in termini di banche e giornali) e il governo, del resto, qui lo si dice da mesi. Ora come allora, chi vuole saperne di più del modo demenziale con cui i sindacati hanno gestito e continuano a gestire la vicenda degli esuberi Fiat, si legga l'imprescindibile libro di Piero Ichino (giuslavorista e tesserato Cgil): "A che cosa serve il sindacato?".

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La serietà al governo?

La serietà al governo, dice lui. L'ipocrisia e la buffonaggine al governo, dicono i fatti. Vediamoli con attenzione.
Nel novembre del 2001, intervistato dall'Espresso, Romano Prodi dice che l'abolizione voluta dal governo Berlusconi della tassa sulle donazioni e successioni «cancella uno dei principali strumenti di uguaglianza».
Nel 2003 Prodi e la moglie Flavia, approfittando dell'abolizione della tassa sulle donazioni e successioni, donano parte del loro patrimonio ai figli, per un totale di 870mila euro. Il tutto nel più rigoroso segreto.
Il 7 marzo del 2006, a Porta a Porta, Prodi dice che la soglia di esenzione dell'imposta sulle donazioni e le successioni «deve essere elevata: era ai miei tempi 250 milioni, ora si può raddoppiare». Il che farebbe 500 milioni di lire, 250 mila euro. Tradotto, vuol dire che se e quando torneranno al governo l'imposta sarà portata a una soglia tale che se Prodi e consorte avessero voluto fare la donazione con questo nuovo regime fiscale, la tassa l'avrebbero dovuta pagare.
Il giorno dopo l'ufficio stampa di Prodi cambia idea: «Per quanto riguarda la tassa di successione e donazione il centrosinistra ha in programma di ripristinare la legge 342/2000, che prevede l'esenzione dei valori inferiori a 500.000 euro per ciascun beneficiario». Anche in questo caso, i coniugi Prodi avrebbero dovuto pagare la tassa per la generosa donazione fatta ai figli. Notare peraltro l'errore commesso, a conferma che hanno barato per tranquillizzare gli elettori e/o di numeri non ci capiscono nulla: la legge 342 del 2000 fissava in realtà la soglia di esenzione solo a 350 milioni, perché la soglia del miliardo (i 500.000 euro di cui parlano gli uomini di Prodi) valeva solo quando il beneficiario era «minore di età» o «persona con handicap riconosciuto grave».
Il 6 aprile viene fuori la notizia di quanto fatto da Prodi e signora nel 2001. Loro si erano guardati bene dal farlo sapere, ma un piccolo e coraggioso giornale locale, "L'Informazione" di Reggio Emilia, ci arriva lo stesso. Replica comprensibilmente imbarazzata della coppia Prodi: «Avendo la gioia di vedere i nostri figli mettere su famiglia, li abbiamo aiutati a mettere su casa». Quando si dice la serietà e la coerenza. Si sono vergognati persino di dirlo, e se non fosse stato per "L'informazione" il loro imbarazzante segreto non lo avrebbe scoperto nessuno. Intanto Prodi ha cambiato idea nuovamente, e ora va in giro a dire (Radio Anch'io, 30 marzo), che la reintroduzione dell'imposta sarà solo per le «grandi fortune che riguardano solo poche centinaia di persone. C'è un senso di decenza anche per fare politica». Decenza.
La morale? Prodi, approfittando in silenzio e in privato di una legge del governo Berlusconi che ha contestato in pubblico, ha risparmiato una cifra consistente: almeno 53.382.196 lire (l'imposta, nel caso di donazione ai figli, era pari al 4% della cifra eccedente i 350 milioni). Un risparmio che, secondo il loro programma originario, prima del recente balletto di cifre, il suo governo non avrebbe concesso a chi si fosse trovato nelle stesse condizioni di Prodi e signora.
Per inciso, la notizia della donazione è ripresa con una qualche evidenza, tra i quotidiani nazionali, solo da Libero e dal Giornale. Agli altri non interessa: vale al massimo un trafiletto con il titolo messo lì apposta per nscondere la notizia. Sempre perché in Italia c'è un regime, e si sa da che parte pende.

Update: quello che Corriere e Repubblica, convinti che esista solo "The Economist", non vi diranno mai. Ovvero come "The Times" tratta "Mr Genuinely Grey" Romano Prodi (laddove quello che si dice su Berlusconi è tutta roba nota).

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mercoledì, aprile 05, 2006

Giornalisti di sinistra, liberi di non informare

Ricapitoliamo. Il Tg5 invita Silvio Berlusconi e Romano Prodi per uno speciale pre-elettorale. Prodi rifiuta, per costringere Berlusconi a non andare in onda (si chiama par condicio, funziona così). Atteggiamento liberticida, ma comprensibile. Liberticida, perché gli elettori avrebbero potuto avere qualche ora d'informazione in più, che non fa mai male. Comprensibile, perché Prodi non aveva alcunché da dire e sa benissimo che da un confronto televisivo, bollito com'è, ha tutto da perdere. Così ha preferito fare di nuovo il coniglio.
Mediaset, a questo punto, per ristabilire la par condicio ha chiesto che a fare le domande a Berlusconi fossero cinque giornalisti dichiaratamente schierati a sinistra, tra cui il direttore di Liberazione, l'organo di Rifondazione Comunista. E qui avviene il fatto vergognoso.
I giornalisti progressisti avevano davanti due strade. La prima era quella di fare i giornalisti. Avrebbero dovuto chiedere a Prodi di andare in televisione, perché il dovere dei giornalisti è quello di battersi affinché ci sia più informazione. Poi avrebbero dovuto fare a gara per andare a intervistare Berlusconi. Una volta in studio, avrebbero dovuto fare di tutto per cavargli la pelle. Fargli le domande più dure e muovergli le critiche più aspre. Se sono convinti che il bilancio di questo governo sia il disastro che dicono, non gli sarebbero mancati gli argomenti. In questo modo, gli elettori italiani avrebbero avuto un'occasione in più per confrontare i programmi dei due candidati, e magari avrebbero potuto assistere a un dibattito meno ingessato di quello apparso su Rai Uno.
La seconda strada era quella di fare i militanti. Di battersi non per difendere il diritto dei cittadini a essere informati, ma perché ci sia meno informazione possibile, solo perché questo conviene al candidato premier della sinistra. Mostrando di essere non al servizio dei cittadini, ma al servizio esclusivo di un politico incapace di andare in televisione. Con un appello in cui si rifiutavano di intervistare Berlusconi e chiedevano a tutti i giornalisti italiani di fare altrettanto, Stefano Menichini (direttore di Europa), Antonio Padellaro (direttore dell'Unità), Gabriele Polo (direttore del Manifesto) e Piero Sansonetti (direttore di Liberazione) hanno scelto la seconda strada. Legittimamente ineccepibile. Politicamente efficace. Moralmente e deontologicamente vergognosa.

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Ici, ecco il piano del governo (copertura compresa)

di Fausto Carioti
Vendere agli attuali inquilini gli immobili di proprietà dei comuni, destinare il ricavato alla riduzione del debito degli enti locali e usare i soldi così risparmiati sotto forma di interessi per finanziare l’abolizione dell’Ici sulla prima casa: la proposta lanciata da Silvio Berlusconi al termine del match con Romano Prodi è arrivata a sorpresa, ma è figlia di un piano preparato in queste settimane dallo staff del presidente del Consiglio, e in particolare dal suo consigliere economico, Renato Brunetta. L’annuncio del premier è infatti complementare al progetto tracciato dall’economista azzurro e allo stesso programma della Casa delle Libertà, laddove, al punto 5, si legge che «mentre quasi tutto il debito pubblico è del governo centrale (dello Stato), il grosso del patrimonio pubblico che può essere collocato e valorizzato sul mercato – circa i due terzi del totale – è dei governi locali (Regioni, Province, Comuni)».
La prima cosa da fare è quantificare il gettito che verrebbe a mancare con l’abolizione dell’Ici sulle prime case. In ballo c’è il 23% del gettito complessivo prodotto dall’Ici, ovvero circa 2,3 miliardi. Il resto delle entrate dovute all’imposta, infatti, proviene da immobili destinati a uso commerciale e industriale (circa 6,7 miliardi) e, per un miliardo, dagli appartamenti dove non risiedono i proprietari (in sostanza, quindi, dalle case di villeggiatura). Dunque, per coprire il “buco” aperto dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa la Cdl deve recuperare 2,3 miliardi. Per inciso, si tratta di una cifra di gran lunga inferiore a quella richiesta dal progetto dell’Unione di tagliare di cinque punti il cuneo fiscale sul costo del lavoro, che richiederebbe una copertura di dieci miliardi.
È qui che torna utile il “piano Brunetta”, che già prevede di vendere agli inquilini, tramite un patto tra Stato, Comuni e Regioni, le case popolari ex-Iacp. Il progetto è stato inserito nel programma della Cdl, dove è annunciato «il riscatto da parte degli inquilini delle case di proprietà pubblica e il conseguente finanziamento di mutui per acquisto, affitti e costruzione di abitazioni per giovani coppie». Si tratta di un milione di alloggi, che ceduti mediante una formula studiata per agevolare l’acquisto di chi già li abita (nei casi limite è prevista una rata mensile pari al canone attuale) dovrebbero portare in cassa una ventina di miliardi di euro.
L’idea che Brunetta ha passato a Berlusconi è quella di fare altrettanto con le case e gli immobili “non strategici” di proprietà dei comuni italiani: ipotesi peraltro già contenuta nella Finanziaria 2006. Gli enti locali, in sostanza, come già previsto per gli appartamenti ex Iacp, dovrebbero vendere le case agli attuali inquilini in base a un prezzo calcolato sul valore del canone (non sull’irrisorio valore catastale, quindi, né su quello, assai più alto, fissato dal mercato), mentre gli immobili ad uso commerciale sarebbero venduti al valore di mercato. Da questa manovra dovrebbero entrare in cassa, secondo le stime del consigliere economico di Palazzo Chigi, «almeno 30-40 miliardi di euro». Cifra che andrebbe usata interamente per ridurre il debito dei comuni. I quali risparmierebbero così una cifra tra i 2 e i 3 miliardi l’anno, sotto forma di minori interessi da pagare ai creditori. Una somma equivalente al mancato gettito causato dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa.
Grazie a questo intervento, secondo il progetto, otterrebbero una casa di proprietà altre 500mila famiglie, che si aggiungerebbero alla quota, già elevatissima, pari all’87%, delle famiglie italiane proprietarie di un appartamento. «In sostanza», spiega a Libero Brunetta, «con la vendita delle case ex Iacp diamo una casa di proprietà a un milione di persone e, col ricavato, finanziamo un milione di mutui agevolati per le giovani coppie. Mentre con la vendita del mezzo milione di case dei comuni creiamo altri 500mila proprietari ed eliminiamo l’Ici sulla prima casa, a tutto vantaggio dell’87% delle famiglie italiane».

© Libero. Pubblicato il 5 aprile 2006.

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martedì, aprile 04, 2006

Soccorso rosso per Prodi dai quotidiani della buona borghesia (included: l'erroraccio di Stella)

Ci sono due metodi empirici per misurare chi ha vinto il confronto di ieri sera. Il primo consiste nel misurare quantità e densità della bava alla bocca della sinistra dopo l'uscita di Silvio Berlusconi sull'abolizione dell'Ici sulla prima casa. Ambedue i parametri sono ai massimi. Mentre a destra nulla di ciò che ha detto Romano Prodi ha creato il minimo fastidio. Lapalissiano, non avendo Prodi detto nulla.
Il secondo metodo, batteriologicamente preferibile al primo, consiste nel ricordarsi le cose che più sono rimaste impresse di ciò che hanno detto i due. Di Prodi - occhi chiusi da talpa, visibilmente nervoso - si ricordano la metafora dell'ubriaco e l'impegno a unificare un Paese spaccato in due (evidentemente si riferiva a Umberto Eco, che nel 2001 scrisse un appello in cui divideva l'Italia in cialtroni e cerebrolesi della Cdl da un lato e gente per bene, colta e progressista dall'altro, e a Paolo Flores, con la sua fissa delle "due Italie", quella "loro", bella, buona e progressista, e quella degli "altri", meschina e di destra. Ulteriori informazioni qui).
Di Berlusconi si ricordano benissimo la proposta di abolire l'Ici sulla prima casa, il taglio al 12,5% delle imposte sui conti correnti, il quadretto del «marinaretto» D'Alema, Luxuria e Caruso assieme al «poveraccio» Prodi, l'annuncio della «rottamazione» del suo avversario e quell'«utile idiota» con il quale ha restituito con gli interessi la battuta dell'ubriaco.
Insomma, dinanzi a tutto questo, stupisce (prima ironia) che, curiosamente all'unisono (seconda ironia), Corriere, Repubblica e Stampa dipingano, già nelle loro prime pagine, un match che hanno visto solo loro, raccontando un pareggio agguantato in extremis da Berlusconi.
Per inciso, si prega di notare l'errore colossale di Gian Antonio Stella nel suo articolo, per argomento e collocazione il più importante tra quelli apparsi sul Corriere della Sera di oggi. Scrive il giornalista progressista con fama di essere tanto documentato: «Avevano voglia, i critici, a spiegare che si tratta di 9.941.000.000 (novemiliardinovecentoquarantuno!) euro dei quali oltre due terzi, per almeno sei miliardi e mezzo, riscossi sulla prima casa». Letto bene? «Almeno sei miliardi e mezzo» di euro, cifra che Stella usa per mettere una pietra tombale sull'idea di Berlusconi. Ma Stella non sa di cosa scrive, e i fantomatici «critici» dei quali parla sono più avvezzi al rum che ai numeri. Il gettito Ici sulla prima casa è pari a due terzi del gettito Ici prodotto da tutte le case. Il quale è però una quota minoritaria di quei dieci miliardi di euro, che rappresentano l'intero gettito dell'imposta. Di quei dieci miliardi, infatti, 6,7 provengono dalla tassazione degli immobili commerciali e industriali. Dei restanti 3,3 miliardi di euro, un miliardo di euro è prodotto dal gettito sulle seconde case e solo 2,3 miliardi provengono dalla tassazione delle abitazioni principali. Insomma, Stella era convinto che il gettito Ici provenisse unicamente dalla tassazione delle abitazioni. Non sapeva che l'imposta colpisce anche gli stabili industriali e commerciali. A conti fatti, la proposta di Berlusconi riguarda quindi meno di un quarto dell'intero gettito Ici, non «oltre due terzi». Quando si dice, appunto, un giornalista documentato.

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