giovedì, aprile 27, 2006

Il silenzio del Bollito

Un ordigno esplode al passaggio di un convoglio militare italiano in Iraq, a Nassiriya. Muoiono tre soldati italiani, un quarto è grave. Naturale che tutti i protagonisti della politica parlino. Soprattutto quelli di centrosinistra: anche se risicatissima, la maggioranza ora ce l'hanno loro. Così l'ala dura e bura dell'Unione coglie i cadaveri al balzo per dire che bisogna andare via dalla "maledetta guerra". Per Marco Rizzo (Pdci) «il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq è una priorità non più eludibile che il governo appena formato dovrà senza indugio e senza timori affrontare». Il simpatico (senza ironia) "Er Piotta", noto al di fuori del raccordo anulare come onorevole Paolo Cento, invita la sua coalizione «a essere coerenti con quanto abbiamo sempre sostenuto in questi mesi e con quanto è scritto nel programma dell'Unione: bisogna ritirare subito i soldati italiani». Sul fronte opposto (della stessa coalizione) Francesco Rutelli sceglie invece la linea della continuità con il governo Berlusconi, rispondendo così ai suoi compagni di alleanza: «L'agenda dell'Italia in Iraq non è mai stata e mai sarà determinata né modificata dai gesti criminali dei terroristi». Frena gli entusiasmi dei pacifisti anche Clemente Mastella, possibile futuro ministro della Difesa: «Non è il caso di discuterne oggi».
Insomma, chiunque abbia qualcosa da dire la dice. Magari a sproposito, ma la tira fuori, come è giusto che sia. Uno solo, di quelli che contano, cincischia. E' l'unico che dovrebbe parlare chiaro: Romano Prodi, presidente del Consiglio in pectore e leader, ancorché senza partito, dell'Unione. A domanda diretta, risponde che la linea dell'Unione «non cambia» e che «non è lontana da quella che, oggi, sta esprimendo il governo italiano quando dichiara di ritirarsi entro la fine del 2006». Prodi ci ricorda qual è la posizione del centrodestra, ma si scorda di dire chiaramente qual è la sua. Dice che la posizione dell'Unione «non cambia», ma nessuno ha capito quale fosse quella di prima: ha ragione Rizzo o ha ragione Rutelli?
Né serve a molto andare a leggere il programma dell'Unione, che alla voce "Iraq", come su ogni altro argomento politicamente rilevante, è il trionfo dell'ambiguità. Vi si legge infatti: «Se vinceremo le elezioni, immediatamente proporremo al Parlamento italiano il conseguente rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari, definendone, anche in consultazione con le autorità irachene, al governo dopo le elezioni legislative del dicembre 2005, le modalità affinché le condizioni di sicurezza siano garantite. Il rientro andrà accompagnato da una forte iniziativa politica in modo da sostenere nel migliore dei modi la transizione democratica dell’Iraq, per contribuire ad indicare una via d’uscita che consenta all’Iraq di approdare ad una piena stabilità democratica, e a consegnare agli iracheni la piena sovranità sul loro Paese. In questo quadro, l’impegno italiano in Iraq deve prendere forme radicalmente diverse, prevedendo azioni concrete per sostenere la transizione democratica e la ricostruzione economica».
Insomma, prosa pedestre a parte, lì dentro c'è tutto e il contrario di tutto: c'è scritto che il ritiro sarà proposto «immediatamente», ma anche che la data dell'addio dei militari dall'Iraq dipenderà dai tempi «tecnicamente necessari» e che, soprattutto, sarà decisa «in consultazione con le autorità irachene» (come noto favorevoli alla nostra presenza). C'è scritto che ce ne andremo, ma anche che l'impegno italiano in Iraq continuerà. Il classico programma di centrosinistra, capolavoro di ipocrisia scritto apposta per dare modo a ogni componente della coalizione di poter dire ai propri elettori che dentro ci sono le cose che vogliono loro, anche se sono richieste opposte a quelle di un'altro partito della stessa alleanza.
E dire che proprio questa mattina a Prodi era arrivata l'ennesima richiesta di mettere gli attributi sul tavolo. Dopo la lettera che gli aveva inviato Piero Fassino per chiedergli di arginare le pretese di Fausto Bertinotti (per tutta risposta, come si ricorderà, Prodi ha dato un'ulteriore abbassatina alla mutanda) è toccato al Corriere della Sera, nell'editoriale odierno di Paolo Franchi (non certo un simpatizzante di Silvio Berlusconi) il compito di dirgli che sta facendo una figura imbarazzante, essendo - proprio lui, sedicente vincitore delle elezioni politiche - l'unico assente del dibattito politico italiano. Scrive il Corriere: «Un leader, anche e forse soprattutto se non ha un suo partito da far pesare e da tenere a bada, è chiamato a dimostrare, già prima di assumere la guida del governo, di essere capace non di unificare, ma di federare secondo un disegno intellegibile da amici ed avversari, le forze che lo sostengono, in specie se queste forze sono tra loro assai diverse, in certi casi concorrenti, in altri potenzialmente conflittuali. Peccato che i giorni passino, la situazione si aggrovigli al limite del paradosso, e Prodi continui a non far sentire la sua voce».
Ma se già c'erano poche speranze che Prodi bofonchiasse un concetto di un qualche interesse politico prima, figuriamoci se avrà il coraggio di farlo adesso che la politica estera gli sta rotolando addosso. A proposito: la prima votazione degna di questo nome da parte del nuovo Parlamento riguarderà proprio il rifinanziamento della missione italiana in Iraq.

Post scriptum. Qui una lezione di dignità per chi strumentalizza i soldati italiani morti.

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