venerdì, aprile 14, 2006

I Ds hanno un problema: Romano Prodi

di Fausto Carioti
Occhio umido, espressione contrita, i Ds si preparano a sacrificare per la seconda volta la mortadella sull’altare del potere. Tra il condannare a morte politica se stessi e riservare questo triste destino a Romano Prodi, i post-comunisti, da quei pragmaticoni che sono, non hanno dubbi e scelgono la seconda opzione. Massimo D’Alema e Piero Fassino sanno benissimo che la vittoria elettorale più striminzita che ricordi la storia italiana, con quel vantaggio (influenze e altri malanni permettendo) di appena uno o due seggi al Senato, è un enorme cerino acceso nelle loro mani, che farà arrivare l’Unione forse incenerita, di certo gravemente ustionata alle prossime elezioni politiche. Le quali, per inciso, a detta di tutti gli addetti ai lavori si terranno tra un anno, al massimo due. Palazzo Madama già ora appare agli occhi degli esponenti meno rimbambiti dell’Unione come un’enorme via crucis, che avrà nei tre mesi di Finanziaria la sua stazione più dolorosa. I Ds stanno cercando in tutti i modi di metterci una pezza, lanciando verso Silvio Berlusconi e il centrodestra chiari segnali di inciucio. Segnali che però sinora hanno trovato in Prodi un ostacolo invalicabile. Del resto, oltre che poco sveglio, l’ex presidente dell’Iri è ostaggio della sinistra radicale, arrivata ai massimi storici. Insomma, i vertici dei Ds vogliono evitare che questa legislatura si riveli per loro un bagno di sangue, e per riuscirci hanno bisogno dell’aiuto del centrodestra. Da vero caimano, Berlusconi li ha bruciati sul tempo e quell’aiuto gliel’ha offerto per primo, ottenendo in risposta il più prevedibile dei rifiuti e costringendo Prodi a bruciarsi i ponti dietro le spalle. Così ora la tessitura diessina si è fatta ancora più intricata. Di questo passo, l’unica soluzione possibile passa attraverso la rimozione di Prodi, magari tramite “promozione” al Quirinale.
Anche se Prodi ieri ha detto che «la situazione è più tranquilla», è vero l’opposto, come confermano i segnali che gli piovono addosso da tutte le parti. Dal Botteghino, innanzitutto. Il Riformista, quotidiano vicino a D’Alema, prima gli fa stendere il necrologio da Emanuele Macaluso, il quale scrive che Prodi «è uno sconfitto, perché con una campagna elettorale sbagliata ha consentito la rimonta del Cavaliere e, se è vero che potrà formare un governo, è meno vero che potrà governare il Paese». Lo stesso giorno Peppino Caldarola, altro diessino, riconosce che il post-berlusconismo non è roba di adesso, ma «riguarderà i nostri figli e i nostri nipoti». Intanto Stefano Ceccanti, politologo molto vicino a D’Alema, invita Prodi a una «intesa istituzionale», magari su un presidente della Repubblica gradito al centrodestra. Sullo stesso organo dalemiano un editoriale dice chiaro e tondo che «l’Unione fa male a rifiutare l’avance berlusconiana», per poi rincarare il giorno dopo: «L’Unione deve essere disposta a fare concessioni, per esempio accantonando l’intenzione di affossare la legge Biagi». Con tanto di sveglia a Prodi: «Adesso può dettare le condizioni, domani potrebbe essere costretto a subirle». Tutto questo mentre un diessino navigato come Gavino Angius insiste perché la presidenza di una delle Camere sia data a un esponente della Cdl, ipotesi che vede possibilista lo stesso Fassino.
Il problema è che, anche se Prodi volesse sedersi al tavolo delle trattative, glielo impedirebbe la forte ala sinistra del suo schieramento: Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi valgono il 12% dell’elettorato, un quarto della sua coalizione, e ad essi occorre aggiungere il correntone diessino. La “velina” rossa di Rifondazione comunista , cui è affidato il compito di dire senza peli sulla lingua ciò che pensa Fausto Bertinotti, ieri riconosceva che «in certi settori del centrosinistra l’idea della grande intesa lanciata da Berlusconi ha fatto breccia» e che «non è un caso che oggi i migliori alleati del Professore stiano soprattutto fuori dall’Ulivo, mentre da settori riformisti si avanzino profferte al centrodestra». Tradotto: Romano, guardati le spalle dai vertici dei Ds e fidati solo di noi estremisti. Ma persino una semplice riscrittura della legge Biagi è vista da costoro come un’indebita concessione al nemico: i Verdi hanno appena ribadito che da Prodi dovrà arrivare «la cancellazione, e non la parziale modifica» della norma.
Che la situazione di Prodi sia già compromessa lo conferma l’atteggiamento sempre più distaccato con cui lo stanno trattando i quotidiani vicini ai cosiddetti “poteri forti”. Il Sole-24 Ore ieri gli ha chiesto di eliminare «costi e ostacoli ai licenziamenti e all’uso efficiente della manodopera». Insomma, più flessibilità: richiesta impossibile da accogliere per il capo di una coalizione così sbilanciata a sinistra. Servirebbe anche, secondo il quotidiano di Confindustria, «un leader coraggioso, creativo, deciso, che sappia trascinare l’opinione pubblica», per poi aggiungere perfidamente che «non sono doti che in passato Romano Prodi ha dimostrato di avere». Un piccolo corsivo sullo stesso giornale, ancora più acido, riferendosi alla richiesta della Cgil di abrogare la legge Biagi, celava l’“avvertimento” della grande industria: «Già cammina sul filo: di tutto ha bisogno il leader dell’Unione, tranne che di una spinta. Nel vuoto». Persino sul Corriere della Sera, ieri, per la prima volta da mesi, si è potuta sentire una musica diversa, con il politologo Angelo Panebianco impegnato ad ammonire Prodi: «Non potrà governare contro il Nord (nessuno può farlo), dovrà per forza tenere conto delle esigenze dell’altra Italia».
A complicare questo quadro clinico già devastato contribuiscono le notizie dal Senato. Il centrosinistra rischia di trovarsi in parità, cioè di non avere la maggioranza, in nove commissioni su tredici. Una palude dalla quale nessun disegno di legge voluto dalla sinistra uscirebbe illeso. Per gran parte dei Ds si tratta dell’ennesimo motivo che dovrebbe indurre Prodi a non sputare sulla mano che gli ha teso Berlusconi. Se non lo capisce, i Ds non hanno intenzione di andare a fondo con lui. Quello di Prodi è un contratto di leader a termine, che può essere stracciato in qualunque momento dagli azionisti di maggioranza dell’Unione. Altro che legge Biagi.

© Libero. Pubblicato il 13 aprile 2006.

Post scriptum. Come volevasi dimostrare, Massimo D'Alema, capita la mala parata, scavalca l'imbelle Romano Prodi, prende in mano l'iniziativa e chiede a Silvio Berlusconi di trattare. Tanto per ricordare a Prodi chi è che conosce la politica, e quindi chi comanda sul serio a sinistra.

Update. Berlusconi ha risposto a D'Alema. Si decidono i destini istituzionali del Paese e Prodi è del tutto tagliato fuori. Imbarazzante.

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