lunedì, ottobre 31, 2005

Berlusconi, Bush e l'Iraq: ecco lo stenografico del 20 maggio 2004

Da ridere. Tutta la politica italiana degli ultimi giorni è ruotata intorno a questa frase di Silvio Berlusconi, di sabato 29 ottobre 2005: «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un Paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa».
Il Corriere della Sera (versione on line) titola: «Clamorosa rivelazione del Presidente del Consiglio». Clamorosa.
La Repubblica: «La svolta arriva dai sondaggi».
L'Unità ci apre il giornale due giorni di fila e titola (domenica 12 febbraio): «Finisce il grande inganno».
Il Manifesto: «Il "presidente pacifista" è l'ultima trovata del Cavaliere».
Interviene il bollito, da par suo: «Si è accorto solo adesso che era una guerra sbagliata?».
Alfonso Pecoraro Scanio: «Le parole di Berlusconi sono gravissime, perché riconosce di aver messo da parte la sovranità nazionale per salvaguardare il suo rapporto con Bush».
Giuseppe Fioroni (Margherita), altro titano della politica: «Siamo commossi dal tardivo pentimento di Berlusconi».
Ora, si può essere d'accordo con l'intervento in Iraq oppure no (chi scrive lo è, ma stavolta non c'entra). Si può dire che Berlusconi mente, è un paraculo, un doppiogiochista. Ma non si può dire che la sua frase è clamorosa, una svolta, il segno della fine dell'inganno, una trovata di questi giorni dettata dall'andamento dei sondaggi, un riconoscimento o un pentimento tardivo.
Perché la stessa cosa Berlusconi l'ha detta più volte. E non di nascosto, ai microfoni di qualche agenzia di stampa di quart'ordine. In almeno un caso, l'ha detta pubblicamente, in modo assai più deciso e dettagliato, nientemeno che in Parlamento, davanti all'assemblea del Senato, il pomeriggio del 20 maggio del 2004. Cioè un anno e mezzo fa. Con queste esatte parole:

«Personalmente, ho avuto due lunghi colloqui con il presidente americano (il primo a Camp David, il secondo alla Casa Bianca) in cui ho cercato di sostenere le nostre tesi, che puntavano a dire che non era conveniente un’operazione militare, anche perché conoscevamo la complessità della società irachena: in particolare, la sua composizione a prevalenza sciita, quindi di religiosi che potevano essere indotti al fondamentalismo. Tutto ciò lo abbiamo fatto presente al nostro alleato americano, il quale, tuttavia, ad un certo punto ha assunto una decisione che si fonda anche sulla Carta delle Nazioni Unite: quella di un attacco preventivo, ritenendo che il suo Paese fosse in pericolo.
Cosa abbiamo fatto noi? In maniera molto chiara, abbiamo detto subito al presidente Bush che non era nelle nostre possibilità intervenire, ove non vi fosse una previa esplicita autorizzazione delle Nazioni Unite, perché la nostra Costituzione ce lo impedisce. Abbiamo tuttavia promesso un aiuto, da alleati leali; lo sottolineo: non da servi, ma da alleati leali, che provano riconoscenza nei confronti degli Stati Uniti d’America per averci salvati dal comunismo e dal nazismo, per averci aiutati ad entrare nell’area del benessere grazie alla generosità degli aiuti del Piano Marshall, per averci consentito per cinquant’anni di vivere con una certa tranquillità e senza l’incubo degli arsenali nucleari sovietici attraverso la NATO e grazie ai contribuenti americani, che hanno pagato quasi il 4 per cento di ciò che guadagnavano per quelle grandi spese militari che ci hanno consentito e ancora oggi ci consentono tranquillità».

Per avere la conferma basta leggere qui, nel resoconto stenografico di quella seduta al Senato, a pagina 44 (pagina 64 del file pdf).
E meno male che fanno i giornalisti e i politici.

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domenica, ottobre 30, 2005

L'attentato di Nuova Delhi e lo "scandaloso" Huntington

Roma (1973 e 1985), Monaco di Baviera (1974), Entebbe (1976), Beirut (1983), Vienna (1985), Lockerbie (1988), Nairobi (1998), Dar es Salam (1998), Deserto del Niger (1989), Buenos Aires (1992 e 1994), New York (2001), Washington (2001), Bali (2002 e 2005), Casablanca (2003), Madrid (2004), Beslan (2004), Giakarta (2004), Londra (2005), Sharm el Sheikh (2005). Sudan, Timor Este, Algeria. Israele. E ora Nuova Delhi, dove tutti gli indizi sull'attentato puntano verso la matrice islamica (qui la Cnn e qui il quotidiano indiano The Hindu). La frase più scandalosa e politicamente scorretta del libro di Samuel P. Huntington, ovvero «i confini dell'Islam grondano sangue, perché sanguinario è chi vive al loro interno», non è una provocazione, ma una banale constatazione statistica, continuamente corroborata.

La Freedom House di cui Celentano non parlerà

E' quella che critica i leader europei perché non muovono un dito in favore della resistenza cubana e avverte che la consegna del premio Sakharov alle mogli, figlie, sorelle e madri dei prigionieri politici di Fidel Castro Ruz da parte del Parlamento di Strasburgo, cosa di per sé lodevole («commendable»), resterà un esercizio vuoto se i leader dei governi e le autorità dell'Unione europea «non rilanceranno il loro impegno in favore del lavoro pacifico dei difensori della democrazia cubana e per chiamare il governo cubano a rispondere delle sue continue violazioni alle libertà individuali e allo stato di diritto». Tradotto: signori cari, non ve la cavate mica con la medaglietta.
E con questo, il bluff degli euroimpotenti è smascherato.

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venerdì, ottobre 28, 2005

Castro accetta gli aiuti di Bush

Fidel Castro Ruz, dopo essersi sbrodolato addosso sull'«alto grado di preparazione di Cuba di fronte alle avversità naturali» ed aver paragonato - come ci fa sapere la voce del regime - la «serenità, la disciplina e l'organizzazione» dei cubani dinanzi all'uragano Wilma con le «scene» viste negli Stati Uniti dopo l'arrivo dell'uragano Katrina, ha pensato bene (buona notizia per i cubani) di accettare gli aiuti offerti da Washington, come si legge in questo lancio dell'Associated Press ripreso dalle News di Yahoo. Tre esperti della U.S. Agency for International Development sono così pronti a recarsi sull'isola per capire quali sono gli aiuti più urgenti da inviare. Castro, nei giorni scorsi, dopo l'arrivo dell'uragano Katrina sulle coste degli Stati Uniti, aveva offerto agli Usa 1.600 medici. Offerta rifiutata perché i medici nordamericani erano già in numero sufficiente.
E' la prima volta che il dittatore cubano accetta un qualche sostegno da parte degli Stati Uniti. L'occasione per un piccolo gesto distensivo? Nemmeno a parlarne. Mentre accettava gli aiuti di George W. Bush, Castro definiva «mercenari dell'Impero» (come spiega qui Repubblica.it) le "pericolosissime" Damas de Blanco, le mogli, madri, figlie e sorelle dei poveri cristi, prigionieri politici, sbattuti in carcere nel 2003 e condannati a pene sino a 28 anni di detenzione, le quali sono state appena insignite del premio Sakharov, riconoscimento per la libertà di pensiero assegnato dal Parlamento europeo (come spiegato qui).

PS. Qui Reporters sans frontières, nota organizzazione di estrema destra al servizio della Cia, dei servizi segreti deviati, della massoneria e della Spectre, ci spiega bene cosa Castro intenda per "Libertà d'espressione" e ci dice qualcosa in più sulle Ladies in White.

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giovedì, ottobre 27, 2005

"Repubblica" si arrende: la democrazia si può esportare

di Fausto Carioti
Travolte le ultime resistenze da dieci milioni di voti iracheni, Repubblica ammaina la bandiera della pace e alza bandiera bianca. Ha vinto George W. Bush con i suoi neocon: la democrazia si può esportare. Persino con le armi, persino nell’Islam, persino in Iraq. La resa ufficiale del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari è arrivata ieri, a firma dell’editorialista Khaled Fouad Allam. In prima pagina, in alto a sinistra, nella posizione nobile del giornale, quella che secondo tradizione “impegna” la testata. Certo, ci sono i “ma” e i distinguo, ma la resa è evidente sin dal titolo, che più chiaro non si può: «È esportata ma è democrazia». Un articolo da leggere, per chi li ha conservati, accanto all’editoriale con cui il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, il 10 maggio del 2004, cavalcando l’indignazione per gli scandali di Abu Ghraib, chiedeva all’Italia di «lasciare l’Iraq per salvare l’Occidente», definendo la guerra «sbagliata», «illegittima» e «un errore dal punto di vista politico». Oppure assieme all’articolo dello scrittore americano Norman Mailer pubblicato sullo stesso quotidiano il 7 marzo del 2003, in cui si leggeva che «dare allegramente per scontato che possiamo esportare la democrazia in qualunque paese vogliamo può servire paradossalmente ad incoraggiare un maggior fascismo in patria e all’estero».
Altro che «maggior fascismo». La partecipazione in massa degli iracheni al referendum per la Costituzione, spiega Khaled Fouad Allam - islamista, intellettuale di origini algerine con un recente passato di militanza nelle file dei Verdi - oltre a sancire la vittoria della «democratizzazione imperiale» americana, mette il centrosinistra italiano davanti all’ennesima crisi di identità e fa risaltare ancora di più il vuoto politico dell’Europa in materia di politica estera (tema, quest’ultimo, tra i più cari ai neoconservatori americani autori della “dottrina Bush”). Per la cronaca, i dieci milioni di iracheni che si sono recati alle urne sono pari al 63% degli aventi diritto, e il 78% di loro ha detto “sì” alla nuova Costituzione. Le consultazioni elettorali in Iraq, scrive Allam impugnando questi dati, «si sono ripetute durante l’anno, con una partecipazione sempre crescente: come se quel popolo avesse deciso di dare una lezione non solo al terrorismo, ma al mondo intero e soprattutto a coloro che negli ultimi tre anni non hanno fatto che dubitare sulle questioni del secolo: democrazia e mondo arabo, democrazia e islam, esportazione della democrazia». Una perifrasi che serve a dire l’indicibile, e cioè che gli elettori iracheni hanno dato uno schiaffo alla sinistra italiana e alla linea seguita sinora dallo stesso quotidiano di Ezio Mauro.
L’invito all’auto da fè è comunque esplicito. «A quasi tre anni dall’inizio della guerra», si legge nell’editoriale, «è necessario per il centrosinistra italiano un nuovo sguardo sul Medio Oriente e sul mondo arabo: oggi, che lo si voglia o no, quel mondo sta cambiando perché la guerra in Iraq inaugura comunque quello che è stato chiamato “il momento americano”, e mette in luce l’assenza di un progetto politico europeo sulle grandi questioni che attraversano quella società». Certo, ci sono «palesi errori» nella democratizzazione americana dell’Iraq. Ma «a ben guardare», avverte Allam, «sono errori in cui probabilmente anche l’Europa sarebbe incorsa». È vero, «la questione della legittimità di un’azione di guerra si pone»: ci mancherebbe, stiamo sempre a sinistra. Ma è vero anche «quella domanda non congela la storia: perché la storia va avanti».
Se Repubblica - giornale schierato ma comunque dalla vocazione filoatlantica - si arrende all’evidenza di quei dieci milioni di voti, nella stampa di sinistra italiana restano forti sacche di resistenza irachena. L’Unità e il Manifesto, quest’ultimo in un articolo firmato da Giuliana Sgrena, si aggrappano al numero dei morti statunitensi in Iraq, che martedì ha raggiunto quota duemila, per convincere i lettori che l’operazione americana resta un fallimento. Duemila morti senza il cui sacrificio domenica non ci sarebbe stato alcun referendum: non per tutti, a sinistra, la democrazia degli iracheni pare essere un valore.

© Libero. Pubblicato il 27 ottobre 2005 col titolo "Repubblica ci ripensa. A Bagdad ha vinto la democrazia di Bush".

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mercoledì, ottobre 26, 2005

Cuba, forse a Strasburgo qualcosa si muove

Ogni tanto il Parlamento europeo ne azzecca una. Il premio intestato ad Andrei Sakharov quest'anno andrà alle Damas de Blanco, il gruppo, nato agli inizi del 2004, composto dalle mogli dei 75 prigionieri politici messi in carcere nel 2003 dal dittatore Fidel Castro Ruz e condannati a pene sino 28 anni di detenzione. Qui il comunicato. Che fa seguito a questa risoluzione dell'aprile 2004 con cui è stata abbandonata la linea morbida nei confronti del dittatore.
E' la seconda volta che questo premio è assegnato agli oppositori del regime cubano. Prima delle Signore in Bianco, nel 2002, era toccato a Oswaldo Payá Sardiñas, del Movimiento Cristiano Liberación, creato nel 1988 da un gruppo di laici di una parrocchia dell'Havana, promotori del Progetto Varela, nato per introdurre le libertà civili nella legislazione cubana.
Forse qualcosa a Strasburgo si muove.

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martedì, ottobre 25, 2005

Il meglio e il peggio di Pier Paolo Pasolini

Ancora pochi giorni per l'anniversario: trent'anni esatti. La notte tra il primo e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini - scrittore, pittore, poeta, regista, polemista e molte altre cose - fu ucciso all'Idroscalo di Ostia. E' l'occasione, tra le tante commemorazioni che ci saranno, per provare a fare un bilancio del Pasolini politico visto da un liberale. A personalissimo avviso di chi scrive, il peggio di sé Pasolini lo diede con "Io so", il suo famoso atto d'accusa contro i governi che ruotavano attorno alla Democrazia cristiana. Premesso che qui non c'è alcuna nostalgia per quelle coalizioni, lo scritto in questione, pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, un anno prima di morire, è un'offesa alla civiltà giuridica. Nonché la migliore trasposizione in parola scritta del mito dietrologico delle "due Italie": l'Italia "sana", ovviamente comunista, alla quale secondo la leggenda fu negata la vittoria elettorale nel dopoguerra, e l'Italia "malata", del "doppio Stato" stragista e golpista. Per dirla con le stesse parole di Pasolini: «La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso». Mito che oggi, mutatis mutandis, è tenuto vivo in certi articoli di Repubblica e sulle pagine di Micromega, che - in piena coerenza con la tradizione - fa del centrodestra attuale l'ultima versione dell'Italia marcia e golpista. (Per saperne di più su questo vizietto della sinistra).
Alcuni stralci da Pasolini, per capirsi:
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). [...]
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. [...]
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Pasolini fa da pubblico ministero, da giudice e da esecutore. Il bello di quel consumismo che Pasolini tanto odiava e - giustamente, dal suo punto di vista - temeva è che oggi, vaccinati come siamo, se qualcuno venisse a dirci «io so tutto perché sono un intellettuale» finirebbe sommerso dalle risate.
Il meglio di Pasolini, da questo parzialissimo punto di vista, non può essere che "Il Pci ai giovani!", la poesia scritta dopo gli scontri di Valle Giulia, nel marzo del 1968, anch'essa stracitata da tanta gente che non l'ha mai letta. Quella che fece scandalo perché Pasolini vi scrisse «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti». Solo che il meglio di Pasolini è meno bello di quanto il peggio di Pasolini sia brutto. Pasolini nella poesia in questione ha il grande merito di sputtanare chi giocava a fare la rivoluzione con i soldi di papà e le complicità dei giornalisti marchettari.
Lo fa così:
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici. Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.
E poi così:
I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale. A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra!

Ma Pasolini fa tutto da un'ottica di lotta di classe, che più marxista non si può: proletari contro borghesi. E lo fa senza mai rompere sino in fondo con i manifestanti. I celerini li difende perché «figli di poveri», che «vengono da periferie, contadine o urbane che siano». Fossero stati figli di ricchi, avrebbero evidentemente meritato spranghe e sassate. I manifestanti sono chiamati più volte «figli», «amici», quelli «dalla parte della ragione».
Dov'è la morale in tutte queste cose, gran parte delle quali più che risapute? E' che nei prossimi giorni, come da copione, da destra spunteranno quelli che verranno a dirci che Pasolini non è patrimonio solo della sinistra, ma di tutti. Anzi, ci diranno che a ben leggere quello che scrisse dopo gli scontri di Valle Giulia, a ben ricordare i suoi dissidi con il Pci, le sue posizioni sull'aborto e quella sua religiosità così contadina, forse era più di destra che di sinistra. Ecco, io a quelli che verranno a dirci simili cose non li leggerò neanche.

Addendum: sullo stesso argomento anche Enzo Reale sul suo 1972.

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lunedì, ottobre 24, 2005

Meglio Santoro vs Ferrara che Floris vs Isola dei Famosi

Qui si sottoscrive in tutto e per tutto quanto detto da Antonio Socci al Corriere della Sera di domenica 23 ottobre: «Ben venga Santoro. Una tv di contenuti che fa pensare e costringe gli altri, che magari non condividono le sue idee, a tirar fuori le proprie e confrontarle». Insomma, qui si spera che Michele Santoro torni in video non per ragioni di pluralismo e par condicio (argomenti magari degnissimi, ma che qui non tratto e che in campagna elettorale, come siamo adesso, servono soprattutto a nascondere ragionamenti ipocriti). Qui si spera che Santoro torni in video per bieche ragioni di parte, dove la "parte" sono le idee liberali e liberiste, non certo gli uomini che dovrebbero rappresentarle. Ragioni motivate dalla fiducia nel darwinismo delle ideologie.
Senza altri animali feroci a contenderle il territorio, la Cdl in Rai ha fatto la fine di certi gattoni castrati da tempo, privi di testosterone e di istinto, che vagano pigri per i condomini, con passo lento, alla ricerca di qualche scatoletta di cibo confezionato. Siccome qui i felini piacciono assai, ma al naturale, aggressivi e agili, affamati di carne vera, questa Cdl ci fa un po' pena. Vorremmo che tornasse ad avere una certa sana aggressività ideologica, e perché ciò avvenga deve esserci costretta. Urge aspra concorrenza.
Obiezione possibile: «Ma la concorrenza c'è già: la sinistra ha Giovanni Floris su Rai Tre». Replica: con tutto il rispetto per Floris, che è molto bravo e sa stare davanti alla telecamera come pochi, occorre prendere atto che dal punto di vista dei contenuti non rappresenta una sfida da far tremare i polsi alla Cdl. Diciamo, piuttosto, che dall'altra parte c'è il vuoto. Se la stessa imbolsita maggioranza, in un momento politicamente cruciale come questo, non ha saputo mettergli contro alcun programma giornalistico all'altezza, se a Ballarò la Rai del centrodestra risponde con le emorroidi di Enzo Paolo Turchi, vuol dire che come sfida ci vuole di più e di meglio.
Insomma, se il ritorno di Santoro è il prezzo da pagare per costringere la Cdl a chiamare Giuliano Ferrara, o chi per lui, a condurre in prima serata su Rai Uno o Rai Due un sano programma politicamente orientato, ricco di contenuti e di idee forti e con un budget all'altezza, questo prezzo lo pago volentieri. Come trasmissioni politiche di punta, meglio Santoro e Ferrara che Floris e L'Isola dei Famosi.

Post scriptum. Detto questo, è ovvio che il problema della Rai, che altro non è che il problema dell'uso politico e clientelare che viene fatto dei soldi pubblici del canone, non sarà risolto sin quando l'azienda non sarà privatizzata. Interamente.

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domenica, ottobre 23, 2005

Beppe Grillo e la favola di Ernesto Che Guevara

Oltre la mitologia, oltre il Mondo Tre di Karl Popper, oltre gli universi fantastici di Philip K. Dick, più e meglio di Fantaghirò, c'è la lettera che Aleida Guevara, figlia del Che, ha inviato a Beppe Grillo, e che Grillo, tronfio, ha pubblicato sul suo blog. Dire che contiene qualche cavolata è come dire che Adolf Hitler era un signore austriaco con la passione per i cani. Per chi ha letto un paio di scritti in materia, ad esempio quelli dello stesso Guevara, la lettera di Aleida è semplicemente il più imponente prodotto della metafisica mai apparso su Internet. Chi non avesse ancora avuto la fortuna di leggerla la trova qui.
Divertiamoci con Aleida e le sue sparate, dunque. Con un giochino facile facile. Qui pubblico alcune parti della sua lettera. Sotto, per ognuna, pubblico una parte di The Killing machine, articolo imperdibile pubblicato da Alvaro Vargas Llosa nei mesi scorsi su The New Republic. Per una più immediata comprensione, mi sono permesso di evidenziare in bold alcuni concetti.

Che Guevara, uomo di pace
- Aleida Guevara. «Sono quasi 40 anni che il Che richiamava la nostra attenzione sulla PACE».
- Alvaro Vargas Llosa. «In April 1967, speaking from experience, he summed up his homicidal idea of justice in his “Message to the Tricontinental” (l'organizzazione rivoluzionaria Afro-Asiatico-Latinoamericana, ndr): “hatred as an element of struggle; unbending hatred for the enemy, which pushes a human being beyond his natural limitations, making him into an effective, violent, selective, and cold-blooded killing machine.” His earlier writings are also peppered with this rhetorical and ideological violence».
«Guevara’s disposition when he traveled with Castro from Mexico to Cuba aboard the Granma is captured in a phrase in a letter to his wife that he penned on January 28, 1957, not long after disembarking, which was published in her book Ernesto: A Memoir of Che Guevara in Sierra Maestra: “Here in the Cuban jungle, alive and bloodthirsty”».
«Just after the Cuban missile crisis ended [...] Guevara told a British communist daily: “If the rockets had remained, we would have used them all and directed them against the very heart of the United States, including New York, in our defense against aggression”».

Che Guevara angosciato dagli omicidi
- Aleida Guevara. «Il Che lascia a noi cose importanti, cose semplici ma che disgraziatamente mettiamo poco in pratica e molte ne dimentichiamo: "... essere essenzialmente umano, essere tanto umano per approssimarsi al meglio dell'umano, purificare il meglio dell'uomo per mezzo del lavoro, dello studio, dell'esercizio della solidarietà continuata con il popolo e con tutti i popoli del mondo, sviluppare al massimo la sensibilità fino a sentirsi angosciati quando si assassina un uomo in qualsiasi angolo del mondo e sentirsi entusiasta quando da qualche parte del mondo si solleva una nuova bandiera di libertà"».
- Alvaro Vargas Llosa. «In January 1957, as his diary from the Sierra Maestra indicates, Guevara shot Eutimio Guerra because he suspected him of passing on information: “I ended the problem with a .32 caliber pistol, in the right side of his brain.... His belongings were now mine.” Later he shot Aristidio, a peasant who expressed the desire to leave whenever the rebels moved on. While he wondered whether this particular victim “was really guilty enough to deserve death,” he had no qualms about ordering the death of Echevarría, a brother of one of his comrades, because of unspecified crimes: “He had to pay the price”».
«How many people were killed at La Cabaña (il carcere diretto da Guevara, ndr)? Pedro Corzo offers a figure of some two hundred, similar to that given by Armando Lago, a retired economics professor who has compiled a list of 179 names».

Che Guevara, creatura sensibile
- Aleida Guevara. «Oggi più che mai abbiamo bisogno di sentire molto prossimo a noi Che Guevara, il suo esempio di uomo che lotta contro le ingiustizie in qualsiasi parte della terra, che ci chiede solidarietà, che esige sensibilità e soprattutto rispetto per l'essere umano».
- Alvaro Vargas Llosa. «At other times he would simulate executions without carrying them out, as a method of psychological torture».
«In his memoirs, the Egyptian leader Gamal Abdel Nasser records that Guevara asked him how many people had left his country because of land reform. When Nasser replied that no one had left, Che countered in anger that the way to measure the depth of change is by the number of people “who feel there is no place for them in the new society”».
«“If in doubt, kill him” were Che’s instructions».

See also: Vargas Llosa, Che Guevara e la maglietta del bamba

Chi ha poca dimestichezza con l'inglese, qui trova "The killing machine" tradotto in italiano da Daverik.

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sabato, ottobre 22, 2005

Quel pupazzo di Castro

A proposito delle classifiche della Freedom House e libertà di stampa

Visto che vanno di moda le classifiche stilate dalla Freedom House, diamoci un’occhiata per bene. Questi sono i Paesi in fondo alla classifica della libertà di stampa, quella mandata in onda da Adriano Celentano (cliccare sulle tabelle per fare il download del Pdf). Paesi che ritroviamo qui, nel fondo della classifica delle libertà generali, dove per 7 si intende il punteggio peggiore (l’Italia in questo caso è nel gruppo dei Paesi più liberi).Sono gli stessi Paesi che in questa mappa della Freedom House sulle libertà religiose sono evidenziati dal colore rosso, a indicare la totale mancanza di rispetto di tali diritti.
Corea del Nord, Turkmenistan e Cuba, i tre Paesi in fondo alla classifica della libertà di stampa assieme al Burma-Myanmar, sono governati da regimi comunisti, quindi è normale che le libertà più semplici siano ignorate. Ciò che non è normale è che tra quelli che si atteggiano a umiliati dalla posizione dell'Italia nella classifica della libertà di stampa (non entriamo nel merito dei criteri adottati per stilarla) e hanno apprezzato il finale tutto antiamericano di Rockpolitik, ce ne siano tanti che spacciano agli altri (ma anche a se stessi, nei casi più disperati), come esempio di libertà, proprio il comunismo, e in particolare quello dell'isola governata da Fidel Castro Ruz, da sempre in fondo a ogni scala in cui si misuri il rispetto della dignità umana, comprese quelle della Freedom House.
Ci si scandalizza per Michele Santoro ostracizzato e si difende Cuba dove, come ci racconta The Real Cuba, il giornalista Mario Enrique Mayo, sgradito al regime e quindi fatto prigioniero politico e condannato a venti anni di carcere, dopo aver tentato per due volte di suicidarsi si è tagliato la faccia e ferito il corpo con un rasoio, in segno di disperata richiesta di libertà ai suoi aguzzini. Una doppia morale che fa schifo.

More info su Semplicemente Liberale in Il tragicomico boomerang di Freedom House.

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giovedì, ottobre 20, 2005

Tutte le bugie della sinistra sulla devolution

E' un enorme gioco delle parti. Con la sinistra che grida al colpo di Stato, alla fine dell'unità nazionale, allo spezzettamento della sanità etc etc. La Lega che sta al gioco e dice che adesso cambierà tutto. Il resto della Cdl che probabilmente non ha capito di cosa si sta parlando e alza la mano col pilota automatico.
Al dunque. Tutte le dichiarazioni che si leggono sulla devolution in queste ore sono false. Non c'è, per dirla con le parole del primo che trovo sulle agenzie, cioè l'ex presidente Rai Roberto Zaccaria, oggi deputato della Margherita, nessuna «demolizione dello Stato sociale nei suoi cardini contenuti nella prima parte della Costituzione: lavoro, informazione, giustizia, sanità, scuola e cultura». Non c'è nessuna «vittoria del movimento più separatista, antitaliano e più estraneo alla civiltà italiana», come dice il bollito. E' una balla quella del rifondarolo che dice: «I cittadini di ogni regione avranno condizioni differenti di tutela sanitaria, di formazione scolastica e, persino, di sicurezza». Perché queste differenze, per scuola e sanità, già esistono, e con la devolution non cambierà nulla.
La verità è che la modifica approvata oggi alla Camera e che presto sarà votata dal Senato, su tutti i temi oggetto della polemica (sanità, scuola, sicurezza) o non cambia nulla o riforma in senso addirittura centralista il testo attuale della Costituzione, quello disegnato dall'Ulivo nella scorsa legislatura.
E per capirlo basta saper leggere. Basta confrontare il testo attuale della Costituzione (art.117, innanzitutto) con il disegno di legge costituzionale che lo modifica, votato oggi. Basta leggere (qui, formato pdf) quello che dice uno dei pochi costituzionalisti senza paraocchi ideologici, come Stefano Ceccanti, di area diessina.
Sanità
Oggi, come stabilisce il testo attuale della Costituzione (articolo 117, terzo comma, quello sulle materie a legislazione concorrente), la sanità è tra le materie per le quali «spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato».
Da domani, una volta varata la devolution (art. 39 del disegno di legge costituzionale), la «tutela della salute» esce dalle materie a legislazione concorrente per entrare in quelle a potestà legislativa esclusiva dello Stato. Alle Regioni va poi la potestà legislativa in materia di «assistenza e organizzazione sanitaria». Quindi, con la devolution, la legislazione in materia sanitaria apparterrà allo Stato, la parte organizzativa alle Regioni.
Potrà apparire confuso, magari lo è, ma di certo non rappresenta un decentramento né un incasinamento rispetto alla situazione attuale, voluta dalla sinistra (in questi anni nessuno ha capito bene come funzionasse la sanità «a legislazione concorrente»). Come riconoscono i costituzionalisti onesti. Tipo, appunto, Ceccanti.
Scuola
Oggi allo Stato appartengono le «norme generali sull'istruzione». Il resto della materia è soggetto a legislazione concorrente, «salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale» (art. 117, comma 3 della Costituzione).
Con la devolution, le «norme generali sull'istruzione» restano potestà esclusiva dello Stato. Mentre «organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche», nonché «definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione» diventano potestà legislativa esclusiva della Regione.
Cambia qualcosa? No. Come spiega il costituzionalista, quelle che la devolution assegna direttamente alle Regioni «sono competenze già concesse dal titolo V riscritto dal centrosinistra. E la sentenza 13/2004 della Consulta conferma appunto che le Regioni hanno già quello che la devolution prevede».
Energia, Tlc e infrastrutture
Oggi, si legge nella Costituzione (art. 117, comma 3), «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia», «ordinamento della comunicazione» e «grandi reti di trasporto e di navigazione» sono materie a legislazione concorrente.
Con la devolution, «produzione strategica, trasporto e distribuzione nazionali dell'energia», «ordinamento della comunicazione» e «grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza» diventano materie a legislazione esclusiva dello Stato.
Centralizzazione, quindi.
Sicurezza
Con la devolution, niente polizia regionale. Ma solo «polizia amministrativa regionale e locale». La polizia amministrativa locale già esiste. La differenza è che, con la devolution, le Regioni che vorranno potranno creare una polizia regionale in grado di svolgere solo funzioni puramente amministrative, analoghe a quelle vigili urbani. Che già operano a livello locale. A livello di sicurezza, non cambia nulla.
Clausola di salvaguardia nazionale
Nella devolution spunta la clausola di difesa dell'interesse nazionale (art. 45). In sostanza, un nuovo comma dell'articolo 127 della Costituzione. Che assegna al governo il potere di chiedere alla Regione prima, e se la Regione non fa nulla al Parlamento poi, di annullare una legge regionale qualora ritenga che essa o parte di essa «pregiudichi l'interesse nazionale della Repubblica». Prima una simile norma non c'era, l'Ulivo non ci aveva pensato.
La morale è la solita: ma perché parlano?

Della stessa fortunata serie:
Finanziaria, tutti gli sprechi delle giunte rosse (e non solo)
Tutte le balle della sinistra sull'aumento della povertà
Tutte le bugie della sinistra sul mercato del lavoro

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Quel pupazzo di Chávez

Mai più senza.


Via Babalù.

mercoledì, ottobre 19, 2005

E il Cavaliere chiama a raccolta la piazza

di Fausto Carioti
Siamo all’ultima metamorfosi possibile: il Cavaliere di piazza e di governo, che uscito da palazzo Chigi guida la folla per strada contro i comunisti, difende gli operai dai sindacati che vogliono mettere le mani sulle loro liquidazioni e inveisce contro la sinistra che, avendo sopravvalutato il rapporto euro-lira quando era al governo, ha reso la parte più povera d’Italia «ancora più povera», come denunciato ieri. Avrà pure tanti difetti, Silvio Berlusconi, ma di certo non gli mancano inventiva e combattività, doti che anche i suoi avversari sono costretti a riconoscergli. Rubargli le prime pagine dei giornali per tutti questi giorni di fila, raccogliere milioni di voti e milioni di euro da usare contro di lui, andare a fare il gigione da Bruno Vespa, come ha fatto Romano Prodi, sono cose che il presidente del Consiglio tende a interpretare come un affronto personale, prima ancora che come una sfida politica. Urge vendetta, in tempi rapidi. Da lunedì, la pratica Prodi è in cima ai dossier sulla sua scrivania. Dentro al fascicolo, sotto il nome del professore bolognese, c’è la lista degli altri nemici, che nella sua visione rappresentano il blocco di potere sul quale poggia Prodi. C’è la finanza ulivista, per iniziare. «Domenica si è visto che tutto il sistema delle banche è in mano alla sinistra», ha detto il premier. Senza fare nomi, tanto si sa benissimo con chi ce l’ha: Alessandro Profumo, Corrado Passera e Luigi Abete, il gotha del credito, schierati al punto da mettersi in fila per votare alle primarie. Soprattutto, in quella lista nera ci sono i sindacati, che si sono spinti sino a «inquadrare e militarizzare» gli elettori dell’Unione, portandoli in massa domenica alle urne. A la guerre comme à la guerre, dunque.
La novità, rispetto al passato, è che stavolta il premier accetta di combattere sul terreno preferito della sinistra: la folla, la piazza. Prodi si fa il bagno di popolo? Lui risponde convocando una grande manifestazione, e vediamo chi è più bravo, anche davanti alle telecamere. C’è pure la data pronta: 9 novembre, anniversario della caduta del muro di Berlino, già decretato festa nazionale. Impossibile trovare occasione migliore per battere sul tema dell’anticomunismo, che anche stavolta sarà uno degli assi portanti della campagna elettorale del centrodestra. Non ci prova nemmeno, Berlusconi, a nascondere l’intento propagandistico: «Se la presentiamo come governo, invece che come Casa comune dei moderati», ha spiegato, «avremo la possibilità di andare molto di più sulle tv». Un bel modo anche per mettere in imbarazzo i centristi dell’Unione: o partecipano alla festa nazionale, accanto alle bandiere di Forza Italia e An e contro i comunisti che ancora affollano la coalizione prodiana, o si chiamano fuori, come infatti faranno. E allora sarà facile additarli come succubi dei rossi. Prodi raccoglie 40 milioni di euro dalle primarie? Capito il business, Berlusconi butta là l’ipotesi di fare le «primarie del programma», cioè di chiamare gli elettori della Cdl a dire la loro sul programma della coalizione, al quale i partiti che la compongono dovranno poi, in caso di vittoria, attenersi in modo scrupoloso. Anche qui, l’aspetto pratico non è un segreto: «Sarebbe un modo per raccogliere fondi, come ci ha insegnato l’Unione», ammette candido il Cavaliere.
E se contro i banchieri, oltre all’invettiva, altro per il momento non può fare, nei confronti dei sindacati il discorso è molto diverso. Il capitolo Cgil, Cisl e Uil, lui e Giulio Tremonti avevano già deciso di aprirlo. È stato il ministro dell’Economia, nei giorni scorsi, a invocare una “direttiva Bolkestein”, cioè una «agenda di liberalizzazione» per i patronati sindacali e i centri di assistenza fiscale, altra riserva di caccia pressoché esclusiva dei sindacati. Facendo attaccare al defibrillatore i vertici delle sigle confederali, che temono di vedersi sfilare da sotto il naso un piatto che vale 640 milioni di euro l’anno (310 milioni è il giro d’affari dei patronati, 330 quello dei Caf). Soldi, per inciso, che si vanno ad aggiungere ai 260 milioni che ogni anno la pubblica amministrazione spende per garantire i distacchi sindacali dei dipendenti statali e ai 600 milioni che i sindacati sottraggono a dipendenti e pensionati mediante le trattenute automatiche delle quote associative. Ieri, dopo la prova fornita domenica di quanto sia ancora efficace la cinghia di trasmissione che li lega alla sinistra, Berlusconi ha detto basta a nuovi regali: «I sindacati li spendono tutti in opposizione a noi e non li usano per l’interesse di tutti». Difficile dargli torto. Tradotto, vuol dire che il presidente del Consiglio ha bloccato la riforma della previdenza complementare, che dovrebbe partire il 1 gennaio prossimo, sulla quale il ministro del Welfare, Roberto Maroni, si è giocato la faccia, al punto da schierarsi anche ieri - assieme ad Alleanza nazionale - con la Cgil e contro il capo del governo.
Se Berlusconi cercava un modo per fare male ai sindacati, l’ha trovato. Una volta a regime, la riforma del trattamento di fine rapporto porterà ai fondi pensione 10 miliardi di euro l’anno. L’attuale bozza di decreto della riforma, scritta da Maroni, mette i fondi pensione chiusi, controllati dai sindacati, in posizione di netto vantaggio nella spartizione di questa torta rispetto ai fondi aperti, creati da assicurazioni e banche. Berlusconi vuole invece che i fondi chiusi e quelli aperti possano competere in condizioni di assoluta parità. Ma i sindacati non hanno alcuna intenzione di combattere ad armi pari con i privati, e come da prassi hanno risposto chiamando la minaccia ai loro interessi un’aggressione alla democrazia stessa. Il fatto che poi, incidentalmente, l’attacco mosso da Berlusconi ai sindacati sul Tfr si traduca anche in una difesa dei beni di famiglia, visto che tra le assicurazioni private interessate c’è la sua Mediolanum, non è tale da scomporre il premier più di tanto. Ci vuole ben altro.

© Libero. Pubblicato il 19 ottobre 2005 col titolo "Silvio fa il capopolo: tutti in piazza".

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A Cuba si va in carcere anche per questo

Uno dei tanti, il cui volto appare qui solo perché è il "prigioniero della settimana" sul sito-memorial dei prigionieri politici cubani. Sacerdote (già di per sé colpa grave a Cuba) ortodosso, Ricardo Medina Salabarría (qui sotto la sua scheda), ha celebrato una funzione religiosa in memoria delle vittime del regime di Fidel Castro Ruz. In galera.

Rev. Ricardo Medina Salabarría

Charge: Religious (Orthodox minister)
Sentence: Pending
Prison: Seguridad del Estado (State Security headquarters)
Organization: Orthodox Christians Missionaries for Freedom and a member of the General Assembly to Promote the Civil Society in Cuba.
Review: Rev. Medina Salabarría is an orthodox minister in Cuba. He conducted one of the Cuban Memorial religious services within Cuba to honor the victims of the Castro Regime. (The Cuban Memorial is an annual event in Miami in which over 10,000 crosses bearing the verified names of those who have lost their lives as a direct result of Fidel Castro are placed in a makeshift cemetery: www.memorialcubano.org)
Rev. Medina Salabarría was arrested in July-2005 as he was on his way to a peaceful demonstration in favor of cuban political prisoners.
Since the beginning the Castro regime has not tolerated religion in Cuba, regardless of denomination Catholic, protestant or orthodox.

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martedì, ottobre 18, 2005

Scalfarotto e Panzino, la nuova sinistra è nata morta

di Fausto Carioti
Questo non è un articolo per infierire su Ivan Scalfarotto. Su di lui, piccolino, hanno già infierito gli elettori del centrosinistra, che alle primarie gli hanno dato appena lo 0,6% dei voti. Né è un articolo per spargere sale sulle ferite dei no-global e della loro candidata, tale Simona Panzino. Assaltano sportelli Bancomat e McDonald’s, occupano le case e le università che frequentano al decimo anno fuori corso, insomma fanno tanto chiasso, ma alla fine sono seguiti appena dallo 0,5% dello stesso elettorato dell’opposizione. Questo, piuttosto, è un articolo per dire che la “nuova sinistra” in nome della quale i due maltrattati dagli elettori si sono candidati, quella che pretende di essere espressione della mitica “società civile”, pubblicizzata da Michele Serra e dal salottino di Repubblica, e quella «senza se e senza ma», che nei centri sociali coltiva le proprie idee e le proprie piantine di marijuana (due colture in evidente sinergia), esiste solo su certi giornali e su certi siti internet. Gli elettori dell’Unione, pragmaticamente, le hanno preferito all’unanimità l’usato doc e ben collaudato dei vecchi arnesi della prima Repubblica. Romano Prodi, ex democristiano ed ex top manager dell’Iri, classe 1939; Fausto Bertinotti, comunista, classe 1940; Clemente Mastella, democristiano, classe 1947: questi sono, con le dovute differenze in termini di voti, i tre nomi dai quali quattro milioni di elettori di sinistra si sentono più rappresentati.
Il caso del povero Scalfarotto, candidato dallo spessore politico inesistente (come già detto qui in tempi non sospetti), è emblematico. Giornalisti delle testate care alla sinistra e opinion maker politicamente corretti hanno fatto a gara a chi lo sovraesponeva di più, attingendo a piene mani dalla retorica del nuovo, del progetto che «parte dal basso». Gli altri hanno un partito, lui solo un sito web. E subito il coro dei giornalisti democratici ha decretato che era una cosa molto trendy, all’americana, in linea con la nuova tendenza della democrazia diretta. Il sondaggio on-line di Repubblica - altro esempio di democrazia post-moderna - gli aveva assegnato il 6% dei voti. Michele Serra, dopo aver letto la prima intervista di Scalfarotto, l’ha definita nientemeno che «la migliore intervista a un “politico” che leggo da qualche anno». Va da sé che l’intervista non conteneva una proposta che una. Così come il programma di Scalfarotto, zeppo di robe vaghe tipo «l’Europa deve promuovere un sistema economico internazionale più giusto, favorendo un commercio equo con i paesi in via di sviluppo». Lette banalità simili, gli elettori di sinistra hanno capito che era meglio che il giovanotto tornasse a lavorare. Nonostante Scalfarotto (coerentemente) non abbia nascosto le proprie preferenze sessuali, nemmeno i gay lo hanno votato: se è vero quello che dice il ds Franco Grillini, che dell’argomento se ne intende, e cioè che i gay «sono tra il cinque e il dieci per cento», al conto di Scalfarotto manca qualche centinaio di migliaio di voti.
Discorso simile per la candidata dei no-global, Simona Panzino. Lei, a differenza di Scalfarotto, un programma ce l’aveva. Punto chiave: «L’introduzione di un reddito sociale per tutti e per tutte, indipendente dalla prestazione lavorativa». Si era dimenticata di dire chi avrebbe dovuto metterci i soldi, e forse agli elettori il particolare non è sfuggito. Quanto alle sue posizioni sulla missione in Iraq, non sono poi così diverse da quelle di Prodi. Insomma, non c’era alcun motivo per votarla. A lei il sondaggio di Repubblica.it assegnava un 3%. Se ne è tornata nella casa che ha occupato con lo 0,5% dei voti. Così ora, finalmente, si sa quanto valgono i no-global: lo 0,5% di metà dell’elettorato, vale a dire lo 0,25%. Un po’ poco, per gente che rompe così tanto.

© Libero. Pubblicato il 18 ottobre 2005 col titolo "Il popolo rosso cancella le nuove sinistre".

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lunedì, ottobre 17, 2005

Tanto per capire chi è Chávez

Chi è e cosa vuole fare Hugo Chávez, il presidente venezuelano ricevuto in Italia con tutti gli onori, venuto qui a dirci tra gli applausi che gli Stati Uniti sono una minaccia per il mondo, ce lo spiega l'imperdibile Carlos Alberto Montaner. «Chávez, mano nella mano con Fidel Castro, il suo adorato mentore, sta camminando esattamente lungo la stessa strada di Lenin. Dietro lo smantellamento della proprietà privata c'è la ricerca non dell'efficienza economica, ma del controllo politico. Dove non esiste proprietà privata, non è possibile né la ribellione né la semplice disobbedienza civile. Dove lo Stato possiede i mezzi di produzione, la società china la testa servilmente, perché il governo controlla il suo sostentamento e perché ogni azienda diventa un anello in più nella catena delle repressione».
Per concludere: «Una volta che il circolo del terrore si è chiuso, non ci sarà alcuna libertà di stampa e l'unica voce di protesta saranno le grida delle vittime. Peggio di tutto sarà l'indifferenza diffusa a simili atti mostruosi».
Ovviamente l'articolo di Montaner vale la pena di essere letto tutto.
E se qualche anima bella si chiede perché Chávez sia stato accolto in Italia con tanti onori, anche dallo stesso Silvio Berlusconi, sappia che all'incontro tra i due hanno partecipato pure l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, e quello dell'Enel, Fulvio Conti. Il Venezuela è l'ottavo produttore e il quinto esportatore mondiale di petrolio e occupa una quota di rilievo, pari all'1,2%, nella produzione mondiale di gas naturale.

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Surfin' for Cuba

E' noto che nessuno si fila mai la colonna del blogroll (il robo qua a destra con i link). Così faccio un post a parte. Qui ci sono alcuni siti e alcuni blog su Cuba che, a mio avviso, meritano di finire nei bookmark. Confesso: non mi dispiacerebbe una sorta di gemellaggio con qualcuno di loro (vedi alla voce "wishful thinking").

Siti
Carlos Alberto Montaner
Cuba: Political Prisoners Cuban Memorial
Information Bridge Cuba Miami
Net for Cuba
Us-Cuba Democracy Pac

Blog
Babalù
Blog for Cuba
Humberto Fontova
The Real Cuba

domenica, ottobre 16, 2005

Contro la direttiva Bolkestein, in difesa dei privilegi

di Fausto Carioti
Quando Giulio Tremonti dice le stesse cose di Vittorio Agnoletto, quando non riesci a distinguere i comunicati stampa della Cgil da quelli di certi leghisti, quando stimati professionisti scandiscono gli stessi slogan dei no global, è impossibile sbagliarsi: il resto d’Italia si trova davanti a un’enorme fregatura. Questo coacervo di interessi in apparenza contrapposti, in realtà uniti dall’ostilità verso il mercato, ha ora un nemico comune nella direttiva per la liberalizzazione dei servizi, che prende il nome dall’ex commissario europeo Frits Bolkestein, olandese. Molti ieri sono scesi in piazza a Roma, come avvenuto in altre città europee, rivestendo con la solita nobile causa dell’interesse generale, minacciato da scenari apocalittici - l’immancabile “liberalizzazione selvaggia”, la solita “privatizzazione dei diritti dei lavoratori” - una loro battaglia molto personale: la paura di dover sudare per guadagnarsi la pagnotta.
In soldoni, la direttiva Bolkestein mette in concorrenza diretta tutti coloro che, nell’Unione europea, forniscono servizi alle imprese e ai consumatori. Ognuno potrà operare in ogni Stato, restando però sottoposto alle norme del Paese d’origine. Va da sé che il cittadino comune, il consumatore, ha tutto da guadagnarci: non perde nulla e si ritrova in più con un’offerta potenziale moltiplicata per venticinque. Anche se in pratica questo vantaggio sarà, almeno all'inizio, assai limitato. Su pressione delle sinistre continentali, sono state infatti introdotte tante e tali deroghe alla direttiva da renderla efficace soprattutto per i servizi a più basso valore aggiunto (vedi il manifesto dell’idraulico polacco che ha spaventato i francesi). Anche se le leggende metropolitane messe in giro dai nemici della direttiva dicono l’opposto, la norma non riguarderà, ad esempio, l’intero diritto del lavoro (niente “importazione” di lavoratori a basso costo, dunque), i servizi finanziari, i trasporti, la fornitura d’acqua, le telecomunicazioni, la sanità, nonché i servizi forniti dagli iscritti agli ordini professionali, come medici e avvocati. La direttiva rappresenta comunque un cuneo piantato nel muro di tutte corporazioni. La speranza è che il cuneo apra una crepa e il muro crolli presto, costringendo a misurarsi con una concorrenza agguerrita chi ora può permettersi di presentare parcelle salate a fronte di servizi mediocri.
In Italia, imprenditori e professionisti abituati alle alte rendite garantite hanno davanti due strade. La prima consiste nello spingere sul governo affinché chiuda la porta ai concorrenti venuti dall’estero. Ma è una strada che aumenta la sclerosi dell’economia italiana (già a livelli da allarme rosso) e impoverisce i consumatori. L’altra scelta è quella di accogliere la liberalizzazione dei servizi come un’opportunità, facendo pressione sul governo affinché alleggerisca il peso dello Stato sui lavoratori e sulle imprese e andando a caccia di quote di mercato negli altri Paesi. Portando, noi imprenditori e professionisti italiani, la concorrenza nel resto d’Europa. La storia insegna che questa seconda strada è rischiosa, ma può dare grandi soddisfazioni. La prima strada è sempre stata perdente.

© Libero. Pubblicato il 16 ottobre 2005.

Vargas Llosa, Che Guevara e la maglietta del bamba

La scorsa settimana (9 ottobre) si è celebrato l'anniversario della morte di Ernesto Che Guevara. «E chi se ne frega», diranno i miei piccoli lettori. Sbagliato. Perché la ricorrenza è il pretesto usato da Alvaro Vargas Llosa per regalarci una chicca. Al Moma di New York Vargas Llosa - anche lui autore di questo libro imperdibile (english version here) - incontra il giovane bamba di turno, stavolta americano, maglietta del Che addosso. Gli si avvicina e, con fare ingenuo, gli chiede per quale motivo ammiri tanto quell'uomo da andare in giro con tale t-shirt. Lo sventurato, non sapendo con chi ha che fare, risponde. E gli snocciola tutta la litania. «Perché era contro il capitalismo». «A dirla tutta era per il capitalismo di Stato: espropriava il plusvalore dei lavoratori per darlo allo Stato», risponde Vargas Llosa. «Rese Cuba indipendente», fa il bamba. «La rese una colonia e un avamposto nucleare dell'Unione Sovietica, firmando l'accordo a Yalta. Quanto al progetto che gli era stato affidato, l'industrializzazione di Cuba, fu un completo fallimento», gli spiega il nostro. «Era alleato dei contadini». «Tutto il contrario, morì proprio per questo». «Le sue avventure furono una celebrazione della vita». «No, furono un'orgia di morte. Uccise centinaia di persone innocenti. Ho raccolto la testimonianze di chi ha assistito ai suoi massacri, quando era responsabile del carcere di La Cabaña». Il dialogo va avanti. Dieci luoghi comuni sul Che, smontati a dovere da Vargas Llosa. Da inviare ai poveri illusi che ognuno di noi ha la fortuna di conoscere.

Addendum. "The killing machine", Alvaro Vargas Llosa su Ernesto Che Guevara (original version).
"The killing machine", Alvaro Vargas Llosa su Ernesto Che Guevara (traduzione italiana di Daverik).

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sabato, ottobre 15, 2005

"Seppelliamo il mito di Allende"

Il grande Carlos Alberto Montaner, uno degli autori di questo libro imperdibile (english version here), liberale doc, nella sua rubrica settimanale scrive: «E' tempo di seppellire i miti. La verità deve essere affrontata, anche se dolorosa. Per decenni, la sinistra ha diffuso l'immagine di un Salvador Allende che, nel 1973, cadde per una combinazione di ingenuità e riluttanza a usare la forza contro i suoi nemici. La distanza e la semplificazione degli anni seguenti lo hanno dipinto come un martire mite che, all'ultimo, scelse di togliersi la vita con un fucile datogli da Fidel Castro piuttosto che arrendersi al nemico autoritario. Ma non era così. La storia che emerge ora rivela un personaggio molto diverso da quello ritratto dalla credenza popolare».
Il resto chi è interessato se lo legge qui, anche perché il testo di Montaner è protetto da un sano copyright, e qui si crede nella proprietà privata.

Addendum. Via Happytrail, lo sterminato ma indispensabile racconto di quei giorni firmato dall'economista José Piñera. Il quale conclude: «Il Presidente Salvador Allende fu il principale responsabile della sua propria fine, perché commise un suicidio politico dichiarandosi in rivolta contro la Costituzione della Repubblica».

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Castro come Pinochet: denunciato a Madrid per genocidio

Un dittatore in meno in Europa. Fidel Castro Ruz avrebbe dovuto essere in Spagna, a Salamanca, venerdì 14 e sabato 15 ottobre, per il quindicesimo vertice ispano-americano, che quest'anno ha come argomento principale l'immigrazione. All'ultimo minuto Castro ha rinunciato al viaggio, creando imbarazzo diplomatico con il premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero e costringendo la diplomazia cubana a dare spiegazioni pubbliche. Poche ore prima la Fondazione per i diritti umani a Cuba, un'organizzazione anticastrista, assieme a tredici cittadini dell'Isola, aveva presentato a Madrid una denuncia contro il dittatore cubano, accusato di genocidio, crimini contro l'umanità, torture e terrorismo. Assieme a Castro, sono stati denunciati suo fratello Raúl, generale dell'esercito e vicepresidente, e i suoi ex ministri Osami Cienfuegos e Carlos Amat, oltre a tutti i suoi eventuali collaboratori nei crimini contestati. Per tutti viene chiesto l'arresto non appena mettono piede in Spagna o, se non dovessero presentarsi in territorio iberico, un mandato di cattura internazionale. La competenza della giustizia spagnola, a prescindere dal luogo in cui i reati contestati sono stati commessi e dalla cittadinanza delle vittime, è stata riconosciuta la scorsa settimana dalla Corte Costituzionale di Madrid.
Il governo cubano ha negato ogni relazione tra questa denuncia e la cancellazione in extremis del volo di Castro. Ufficialmente, il dittatore è rimasto nell'isola per controllare gli aiuti alle vittime dell’uragano Stan e del sisma in Pakistan. Ma a Madrid fonti di stampa vicine allo stesso Zapatero fanno sapere di ritenere credibile un ripensamento dovuto proprio alla mossa legale dei suoi oppositori.
La denuncia
La denuncia della Fundación para los Derechos Humanos en Cuba, resa nota dall'agenzia di stampa Europa Press in questo lancio, racconta i crimini della "Gestapo rossa" di Castro, vale a dire del dipartimento di Sicurezza di Stato e di altri organismi del «terrore rivoluzionario». Vi si legge, tra le altre cose, che dalla presa del potere a oggi Castro ha fatto fucilare tra le 15.000 e le 17.000 persone. I prigionieri politici nel 1978 erano tra i 15.000 e i 20.000, e ancora oggi lo stesso regime ammette l'esistenza di un numero di dissidenti incarcerati compreso tra i 400 e i 500. Oltre mezzo milione di cubani, secondo i denuncianti, sono passati dai campi d'internamento di Castro dal 1959 a oggi. Tra le torture citate, la privazione del riposo e del sonno, l'utilizzo di insetti e l'obbligare i detenuti a spogliarsi completamente e mettersi in fila in ranghi così stretti da provocare il contatto delle parti genitali.
I sospetti spagnoli e la risposta del regime
Quando Castro ha fatto sapere che non si sarebbe presentato in Spagna, Cadena Ser, la prima emittente radiofonica spagnola, vicina al governo Zapatero, ha ipotizzato che il dittatore sia stato spaventato dal precedente di Augusto Pinochet, accusato di reati analoghi e arrestato nel 1998 a Londra su richiesta del giudice spagnolo Baltasar Garzón. Un paragone che ha imbarazzato Castro (Pinochet non è proprio un'icona della sinistra), il cui ministro degli Esteri, Felipe Pérez Roque, ha replicato sdegnato: «È impossibile paragonare queste due persone. Parliamo in un caso di un dittatore cruento e corrotto, e nell’altro caso di un capo rivoluzionario che suscita sostegno e simpatia in Spagna. Non esiste nessuno al mondo che sia capace di arrestare tranquillamente Fidel».
Il procuratore generale dello stato spagnolo ha detto una cosa un po' diversa. E cioè che la pratica dei magistrati madrileni di perseguire la giustizia globale «non influisce sui capi di Stato in carica». Questo vuole dire che Castro non rischia l'arresto non perché moralmente diverso da Pinochet, ma in quanto capo di Stato. E vuol dire anche che suo fratello Raul e i due ex ministri cubani denunciati, assieme a tutti gli altri eventuali responsabili, in linea teorica rischiano di trovarsi le manette ai polsi non appena mettono piede in un qualunque Paese in cui sia valido un mandato di cattura emesso dalla magistratura di Madrid.

Qui, su 1972, l'aggiornamento sullo scandalo accaduto a Salamanca. Dove Castro, complice Zapatero, ha stravinto.

Le violazioni dei diritti umani a Cuba (da Net for Cuba)
Il rapporto annuale di Amnesty International su Cuba (formato Pdf)

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venerdì, ottobre 14, 2005

Le trame di Pinter: "Reagan malvagio, Bush come Hitler, Milosevic non si tocca"

Uno spin-off del post di ieri.

di Fausto Carioti
Indiscusso il valore del drammaturgo britannico Harold Pinter, ma indiscussa anche la sua militanza politica degli ultimi anni: schieratissimo contro gli Stati Uniti, che è giunto a paragonare alla Germania di Hitler, e schieratissimo contro il primo ministro Tony Blair, del quale Pinter ha chiesto l’impeachment nel novembre del 2004. Ovviamente, chi gli ha assegnato il premio ha tenuto anche conto della militanza politica dello scrittore. Nella sua biografia pubblicata ieri dall’Accademia svedese si legge infatti che «dal 1973 Pinter si è fatto una reputazione di combattente per i diritti umani, oltre che per la sua scrittura. Ha spesso adottato posizioni ritenute “controverse”».
“Posizioni controverse”, nel linguaggio politicamente corretto dei membri del comitato per il Nobel, vuol dire, ad esempio, che nel febbraio del 1998 Pinter ha definito Bill Clinton, che si preparava a intervenire in Serbia e Kosovo per fermare i massacri di Slobodan Milosevic, l’erede della «tradizione malvagia di Ronald Reagan e George Bush». Una delle sue uscite politicamente più infelici porta la data del 10 settembre del 2001, vigilia dell’attentato terroristico al World Trade Center: «Gli Usa sono un autentico Stato farabutto, con un potere economico e militare di dimensioni colossali, sono il potere più pericoloso che il mondo abbia mai conosciuto». Nel giugno del 2003 dirà che «c’è un solo paragone per gli Stati Uniti: la Germania nazista».
Il Nobel di Pinter, insomma, è in piena continuità con una tradizione che vede regolarmente premiati dall’Accademia svedese e dal Comitato norvegese per il Nobel gli avversari politici degli Stati Uniti. Tra i quali, per citare solo i più recenti, Dario Fo (Nobel per la Letteratura nel 1997), il tedesco Günter Grass (Letteratura, 1999) e i Nobel per la Pace Rigoberta Menchù (1992) e Kofi Annan (2001), sino all’egiziano Mohamed el Baradei, direttore generale dell’Aiea, l’agenzia Onu per il nucleare, insignito del Nobel per la Pace la scorsa settimana. Due nel giro di una settimana, però, è un record.

© Libero. Pubblicato il 14 ottobre 2005 col titolo "Di nuovo premiato l'impegno antiamericano".

giovedì, ottobre 13, 2005

E con Pinter due Nobel antiamericani in un anno

Un record. Prima Mohamed el Baradei e la sua Agenzia internazionale per l'energia atomica hanno vinto il Nobel per la Pace. Chiara scelta antiamericana. Ora il drammaturgo Harold Pinter vince il Nobel per la Letteratura. E con lui siamo a due in un anno. Con la differenza che Pinter ha detto cose che El Baradei forse pensa, ma non si è mai sognato di far certificare in pubblico. Cose tipo queste.
Il bestiario di Harold Pinter
- «Gli Stati Uniti sono un mostro, debbono essere fermati» (febbraio 1998).
- «La politica estera statunitense può essere definita come "Leccami il culo o ti prendo a calci in testa". Milosevic ha rifiutato di leccare il culo dell'America e Clinton sta prendendo a calci in testa il popolo serbo (non Milosevic stesso) con catastrofiche conseguenze per i kosovari» (aprile '99).
- «Gli Stati Uniti sono un autentico Stato farabutto, con un potere economico e militare di dimensioni colossali, sono il potere più pericoloso che il mondo abbia mai conosciuto. E l'Europa, soprattutto la Gran Bretagna, ne è complice e compiacente. Ma, come abbiamo potuto constatare, profonda intolleranza e disgusto nei confronti della manifestazioni di potere degli Usa e del capitalismo globale stanno crescendo ovunque nel mondo, forti del proprio diritto di esistere» (10 settembre 2001, vigilia dell'attentato terroristico al WTC, ricevendo a Firenze la laurea honoris causa).
- «Il governo americano è come una bestia assetata di sangue» (novembre 2002, ricevendo a Torino la laurea honoris causa).
- «Gli Stati Uniti hanno oltrepassato il limite della ragione. Non possiamo neanche immaginare quale sarà la loro prossima mossa o cosa sono disposti a fare. C'è un solo paragone: la Germania nazista» (giugno 2003).

Questo suo "impegno" è ovviamente ben presente a chi ha assegnato il Nobel. Come si legge nella sua biografia pubblicata sul sito dell'Accademia svedese, «since 1973, Pinter has won recognition as a fighter for human rights, alongside his writing. He has often taken stands seen as controversial».

El alma de Cuba

La Cuba dove i cittadini sono liberi di scegliere chi li governa, la Cuba dove puoi fare un comizio contro il presidente e suo fratello e nessuno ti torce un capello, la Cuba dove non ci sono prigionieri politici, la Cuba che tiene ai diritti civili, la Cuba dove esiste la libertà di stampa, la Cuba dove le ragazze non sono costrette a fare le mignotte, la Cuba dove gli italiani non vanno perché se non ci sono le mignotte a prezzo di saldo il viaggio è inutile, la Cuba che rispetta gli omosessuali, la Cuba del libero mercato, la Cuba dalla quale entri ed esci come ti pare, la Cuba per la quale ogni anno tanti cubani danno la vita, la Cuba dove i comunisti li vedi alla televisione, ma solo su questo canale. Esiste, è qui.

(More info here and here).

mercoledì, ottobre 12, 2005

Lapo, i Buddenbrook e la mano invisibile

Il male oscuro che colpisce gli eredi delle grandi dinastie italiane ha un nome. Si chiama "sindrome dei Buddenbrook". Per chi si fosse perso il libro pubblicato da Thomas Mann nel 1901, “I Buddenbrook” (la cui edizione originale, in tedesco, ha l’esplicito sottotitolo “Caduta di una famiglia”), racconta il declino parallelo di una stirpe di commercianti di Lubecca e della loro impresa. Tutto si consuma nell’arco di quattro generazioni: da Johann, il fondatore, spinto da un sano spirito capitalista animale, sino a Hanno, disinteressato ai libri contabili e innamorato della musica e della morte, destinato a morire di tifo. Un copione che, con le dovute differenze, è stato ricalcato - quasi fosse una maledizione lanciata sul capitalismo più familista del pianeta - da una lunga serie di dinastie italiane. Storie diverse, talvolta tragiche, talaltra banali, ma con in comune il distacco dall'etica del lavoro delle nuove generazioni, quasi che la ricchezza creata dal capostipite e da loro ereditata fosse un dono scontato e il mantenerla non costasse fatica.
Vista dall'alto, la sindrome dei Buddenbrook non è una brutta cosa. Tutt'altro: è uno dei modi principali in cui opera la mano invisibile del mercato, abilissima a togliere i patrimoni a chi non li sa mantenere e a consegnarli a individui più capaci. Nel capitalismo, la sopravvivenza degli esemplari più forti a scapito di quelli più deboli e la resa delle specie più vecchie a quelle emergenti e più adatte all'ambiente altro non sono che il processo darwiniano attraverso cui avviene la mobilità delle classi sociali, essenza di ogni società liberale.
Colpiti dalla sindrome dei Buddenbrook, tanti nomi che hanno fatto la storia dell’industria italiana sono spariti dalle prime pagine, e gli eredi che tornano alla ribalta lo fanno per i loro divorzi, per scannarsi su ciò che resta dell’eredità o per vicende legate alla cronaca scandalistica. Uno dopo l'altro, negli ultimi trent'anni hanno dovuto cedere le aziende create dai rispettivi fondatori, tra i tanti, gli Zanussi, gli Zambeletti, i Bassetti, i Bonomi, gli Olivetti. Hanno dovuto passare la mano i discendenti di quell’Angelo Rizzoli che nel 1909, a Milano, iniziò a stampare in proprio cartoncini pubblicitari, e lo stesso hanno fatto i nipoti di Arnoldo Mondadori, che nel 1907 fece uscire il suo primo periodico, un giornale socialista chiamato “Luce!”.
Infine, la parabola degli Agnelli. Legittimo chiedersi se la maledizione dei Buddenbrook abbia colpito, e non da oggi, anche Villar Perosa.

Nota: chi vuole saperne di più sul declino delle famiglie del capitalismo italiano e la sindrome dei Buddenbrook può leggere il libro di Stefano Cingolani, "Le grandi famiglie del capitalismo italiano", pubblicato nel 1990, ma ancora disponibile nel catalogo Laterza.

martedì, ottobre 11, 2005

Una buona occasione per non parlare male di Lapo

Qui, da oggi, si sta con Lapo Elkann. Per la prima volta. Perché di lui da queste parti si è sempre pensato, parlato e scritto male (qui un piccolo esempio), a buona ragione. E invece andava di moda leccargli le terga (ricordo una rappresentante di Confindustria riempirsi la bocca con l'avvento della "Lapo Generation"). Chi gli si avvicinava con la lingua protesa erano gli stessi che in queste ore, dopo quello che gli è successo, lo hanno già tolto dal giro che conta e inserito nella cerchia dei falliti. Fanno un po' schifo, e già questo è un motivo per stare con lui. L'altro motivo è che stavolta Lapo non ha fatto nulla di male. I soldi per comprare la cocaina gira voce che li abbia. Le tre persone con cui si stava divertendo erano maggiorenni. L'unica violenza Lapo l'ha quindi commessa nei confronti di se stesso, cioè della sola persona nei cui confronti era autorizzato a compierla. E questa è un'altra ottima ragione per fuggire dal coro degli scandalizzati. Del giovane Elkann sono altre le cose da rimproverare. E ovviamente sono quelle cose per cui sino a ieri è stato applaudito.
Ora, per capirsi: qui, agli Agnelli delle ultime generazioni e agli Elkann, si preferiscono i Vittorio Valletta, i Cesare Romiti, i Vittorio Ghidella. Qui, da bravi juventini, si sta con i Giampiero Boniperti, i Luciano Moggi, gli Antonio Giraudo. Si sta con gente dello stampo di Fabio Capello (Dio lo benedica). Qui si sta con quelli che si fanno il mazzo e producono risultati, non con quelli che fanno "brand promotion" per diritto acquisito e vivono di rendita sui risultati degli altri, siano questi i nonni o i manager pagati con i soldi dei nonni. Nessuna preclusione verso gli Agnelli e gli Elkann. Solo che ci piace valutarli con lo stesso metro con cui giudichiamo il resto della popolazione mondiale: in base a quello che hanno dimostrato di saper fare, non in base a quello che hanno ereditato. E il giudizio che ne deriva non è esaltante.
Da queste parti, da borghesotti e un po' protestanti come siamo, crediamo che prima di candidarsi a gestire la Juventus, come ha fatto Lapo, sia buona cosa avere dimostrato di saper condurre almeno un negozio di ferramenta. Crediamo che prima di criticare chi ha portato vittorie e messo in ordine i conti, come si è permesso di fare Lapo, sia buona educazione dimostrare di saper fare meglio. Insomma, qui si crede nella cultura del lavorare sodo e fare poco i coatti (in italiano moderno: understatement). Tutto il contrario del Lapo-style.
Ora, però, siccome non stiamo dalla parte degli sciacalli e dei moralisti un tanto al chilo, che ce ne sono in giro già troppi, ci guardiamo bene dall'infierire sul potente che cade. Anche perché ci viene spontaneo sentirlo umanamente vicino. Per la prima volta, oggi, qui si prova simpatia per Lapo. Sperando che poi, una volta rimesso in forma (molto presto, gli auguriamo), non ricominci a sparare cavolate. Pronti, in caso contrario, a parlarne e scriverne peggio di prima.

Aggiornamento del 13 ottobre (da Ansa.it): «Lapo Elkann ora è dimissibile e sul da farsi può decidere la famiglia. Il paziente parla con tranquillità, ma non è ancora in grado di camminare». Qui il resto.

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lunedì, ottobre 10, 2005

Finanziaria, tutti gli sprechi delle giunte rosse (e non solo)

Sarà uno dei tormentoni di fine anno e della stessa campagna elettorale. Da una parte il governo, cioè il centrodestra, che per far quadrare i conti di una Finanziaria piuttosto "complessa" preferisce il taglio delle spese all'aumento delle imposte (impresa meritoria, chiaramente motivata dalla disperazione). Dall'altra le amministrazioni locali, soprattutto comunali, cioè di fatto il centrosinistra, che amministra 62 comuni capoluogo contro i 40 della Cdl, che di rinunciare a certe spesucce proprio non ne vogliono sapere e mandano avanti lo spauracchio della macelleria sociale, sempre buono quando si tratta di prendersela con Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Vedi, a puro titolo di esempio, Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli, che si lamenta per i 173 milioni di euro di "tagli" al bilancio del suo Comune e minaccia: «I Comuni nei prossimi dodici mesi avranno meno soldi per i servizi agli anziani, agli invalidi e alle categorie svantaggiate». Ovviamente, la Iervolino si scorda di dire quanto rappresentano quei 173 milioni di euro (prendiamoli per buoni) sull'intero bilancio del Comune di Napoli, vale a dire il 4,8%. E risulta difficile da credere che nel bilancio dell'amministrazione partenopea non si annidino sprechi e clientele varie per una percentuale di spesa inferiore al 5%. Di certo, prima di arrivare alla carne viva degli anziani e degli invalidi, di grasso da tagliare ce n'è tanto.
Berlusconi è convinto che vincerà le elezioni chi saprà essere più convincente su questo argomento e intende impostare parte della campagna elettorale proprio su tale tema: la nostra volontà di non alzare le tasse contro i vostri sprechi clientelari. Così si è fatto preparare manifesti come questi (gli altri si trovano qui) e ha preparato un sito come questo.
Senza alcun legame con la vicenda elettorale, ma in nome di una meritoria battaglia in difesa delle tasche dei contribuenti, la Confedilizia intanto ha pubblicato un libro che raccoglie il meglio delle inchieste sugli sprechi delle amministrazioni locali condotte da Libero e da altri quotidiani negli scorsi mesi. La buona notizia è che il libro si può scaricare gratis dal sito di Confedilizia. E questo è il link per fare il download del volumetto, in formato Pdf. Vi si narra, tra le tante altre cose, di un ambizioso planetario per il quale il Comune di Napoli ha già stanziato 500.000 euro e che all'ombra del Vesuvio forse non arriverà mai, dei 915.000 euro spesi dal Comune di Verona «per favorire l’inserimento di giovani nomadi nella realtà cittadina» e ovviamente finiti come ci si può immaginare e di tanti altri episodi interessanti. «Solo attenendoci ai 170 casi citati in questa nostra Odissea nello spreco», scrive Confedilizia nel libro, «si scopre che in un anno, o giù di lì, se ne sono andati in fumo circa 2 miliardi, 352 milioni, 896 mila, 99 euro». Tutto da leggere, insomma. Così, la prossima volta che qualcuno ci dirà che i Comuni sono costretti a tagliare i soldi «per i servizi agli anziani, agli invalidi e alle categorie svantaggiate», avremo già la pernacchia pronta.

venerdì, ottobre 07, 2005

Ma quale Chiesa, il vero scandalo fiscale sono i sindacati

di Fausto Carioti
Titolo del Manifesto: «Paradiso fiscale. Con un blitz il senato approva una norma che esenta la chiesa cattolica dal pagamento dell’Ici». Titolo dell’Unità: «Miracoli di governo, abolita l’Ici alla Chiesa». Romano Prodi parla di una mossa dettata da «un’affannosa ricerca di voti» da parte della maggioranza. Quello che però nessuno a sinistra sembra avere il coraggio di dire è che la Chiesa non è sola nel paradiso fiscale di cui parla il Manifesto, né è la prima ad arrivarci. Parroci, vescovi e cardinali, per i quali la norma è valida in realtà già dal 1992, sono solo gli ultimi arrivati (in tutti i sensi) dopo gli uomini della Cgil e i loro colleghi delle altre organizzazioni sindacali, che proprio in quel paradiso hanno trovato il modo di ingrassare i loro bilanci non certificati.
Sedi gratis, senza tasse
Tutti i principali sindacati italiani hanno ottenuto gratis le loro sedi, “ereditandole” dai sindacati fascisti. La legge n. 902 del 18 novembre 1977 attribuì infatti i patrimoni delle organizzazioni sindacali fasciste alle più importanti confederazioni sindacali e associazioni d’impresa. Per i sindacati dei lavoratori gli immobili furono assegnati a Cgil, Cisl, Uil, Cisnal e Cida (la confederazione dei dirigenti d’azienda). Per le organizzazioni degli imprenditori il lungo elenco comprende, tra le altre, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, Confagricoltori, Coldiretti e Lega Coop. La stessa legge stabilì che questi trasferimenti di proprietà ai sindacati “democratici” dovevano essere «esenti dal pagamento di qualsiasi tassa o imposta». La norma, per inciso, crea a tutt’oggi un’enorme disparità tra i sindacati beneficiati e quelli nati dopo il 1977, come Unionquadri, che gli immobili se li sono dovuti comprare o prendere in affitto.
Pensioni molto facili
Due leggi molto particolari consentono poi ai sindacalisti di farsi un’ottima pensione. A costo bassissimo per il sindacato, ma a costo elevato per le casse dell’Inps. La prima leggina risale al 1974 e prende il nome da Giovanni Mosca, deputato socialista, in precedenza leader della Cgil. Una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito (la norma riguardava anche i partiti politici) ha permesso di riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività, a partire dagli anni Cinquanta. Di proroga in proroga (l’ultima è scaduta nel 1980), alla fine la leggina che doveva sanare poche centinaia di casi è servita a quasi 40mila lavoratori (o presunti tali) di sindacati e partiti. Tra loro: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D’Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano Del Turco, la scomparsa Nilde Iotti. Pci e Cgil in prima fila: 8mila i funzionari regolarizzati dal partito comunista, 10mila quelli sanati dal sindacato “cugino”. Costo complessivo per l’Inps: attorno ai 10 miliardi di euro. Nessuno a sinistra gridò allo scandalo. Neanche dopo, quando le inchieste della magistratura portarono alla luce, tanto per dire, casi di funzionari che avevano dichiarato di aver iniziato a lavorare sin dalla tenera età di cinque anni.
Un’altra leggina, stavolta voluta dall’Ulivo (decreto n. 564 del 16 settembre 1996), firmata dall’allora ministro del Lavoro Tiziano Treu, vicino alla Cisl, prevede che i sindacalisti in aspettativa possano godere di un ulteriore versamento da parte del sindacato, che si va a sommare ai normali contributi figurativi a carico dell’Inps. Garantendo così, di fatto, una pensione doppia. Identico privilegio è previsto per i sindacalisti distaccati. Questo regime speciale oggi è concesso a circa 1.800 sindacalisti, dei quali ben 1.300 fanno capo alla Cgil.
Pioggia di soldi sui Caf
I soldi pubblici arrivano ai sindacati per molte vie. Una legge del 1991 dà alle sigle presenti nel Cnel, oppure delle quali il ministro delle Finanze abbia riconosciuto la rilevanza nazionale, il potere di creare uno o più centri di assistenza fiscale. Ai Caf possono rivolgersi i lavoratori dipendenti e i pensionati che cercano aiuto per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Spetta ai Caf anche la certificazione delle dichiarazioni ai fini del “riccometro”. Per ognuna di queste operazioni i Caf ricevono un compenso. Per la compilazione e l’invio telematico dei modelli 730 dei lavoratori dipendenti, ad esempio, che un decreto del 1998 ha concesso in esclusiva ai Caf (monopolio di cui il Parlamento a breve dovrebbe sancire la fine), il compenso del ministero delle Finanze ammonta a 15,12 euro per pratica. La cifra arriva a 29,74 euro in caso di dichiarazione congiunta (vale la pena di ricordare che il compenso dovuto dalle Finanze ai commercialisti per lo stesso lavoro nei confronti di altre dichiarazioni dei redditi è pari ad appena 50 centesimi). Cifre analoghe i sindacati incassano dall’Inps per ogni dichiarazione dei redditi dei pensionati e certificazione ai fini del “riccometro” compilata. In tutto, il mercato gestito dai Caf vale 330 milioni di euro l’anno. Di questa cifra, il 25% finisce alla Cgil, il 19% alla Cisl, il 7% alla Uil e il resto alle altre sigle.
La torta dei patronati
Altri soldi pubblici arrivano ai sindacati tramite i patronati, che prestano assistenza ai cittadini nei rapporti con gli enti previdenziali. Ogni grande sindacato ha il suo patronato: la Cgil ha l’Inca, la Cisl ha l’Inas e la Uil ha l’Ital. Tutti hanno le loro sedi all’interno degli stessi istituti di previdenza, con un bel risparmio sui costi di gestione. Un meccanismo automatico introdotto da una leggina ad hoc varata alla fine della scorsa legislatura (n. 152 del 30 marzo 2001) assegna ai patronati lo 0,226% dei contributi obbligatori incassati da Inps, Inpdap e Inail. In tutto fanno circa 310 milioni di euro l’anno, dei quali il 28% finiscono all’Inca-Cgil, il 20% all’Inas-Cisl, il 15% alle Acli, il 6% all’Ital-Uil.
Cifre che si vanno a sommare ai 260 milioni di euro che ogni anno la pubblica amministrazione spende per garantire i distacchi sindacali dei dipendenti statali e ai 600 milioni di euro (stima prudenziale dei promotori del referendum del 2000) che i sindacati sottraggono a lavoratori dipendenti e pensionati tramite le trattenute automatiche delle quote associative in busta paga. Conto al quale si dovrebbero aggiungere i generosi finanziamenti che lo Stato italiano e l’Unione Europea elargiscono ai sindacati per l’organizzazione di corsi di formazione professionale dalla dubbia utilità. Lo ammise lo stesso Antonio Bassolino, all’epoca ministro del Lavoro, nel 1998, riconoscendo che questi corsi sono «più un modo per mantenere il lavoro dei formatori che per favorire quello dei lavoratori».

Post scriptum. Aggiornamento da Capri, parla Giulio Tremonti dall'assise dei Giovani di Confìndustria. «Mi permetto di segnalare un altro capitolo, un'altra agenda di liberalizzazioni: Patronati, Caaf. Inserite nella Bolkestein o nell'agenda delle liberalizzazioni anche la parola sindacato» (lancio AdnKronos). Risparmio ai lettori le reazioni dei sindacati.

© Libero. Pubblicato il 7 ottobre 2005 col titolo "Altro che Vaticano, i veri paradisi fiscali sono quelli sindacali".

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Tutte le balle della sinistra sull'aumento della povertà

Sono ignoranti, è noto. Ma l'ignoranza non basta a spiegare quello che hanno detto. Sono appena usciti i dati Istat sulla povertà relativa nel 2004. Prima leggiamo i loro commenti, poi vediamo i numeri.
Livia Turco, ex ministro diessino per la Solidarietà sociale (sic): «Certificato il fallimento del governo».
Rosi Bindi, ex ministro della Sanità, Margherita: «E' la prova del disastro sociale a cui hanno portato le dissennate politiche del governo».
Maura Cossutta, Comunisti italiani: «I drammatici dati sull'aumento della povertà sono la conseguenza diretta delle politiche delle destre che hanno portato il paese al declino economico, senza sviluppo e senza futuro».
Luana Zanella, deputata dei Verdi (giuro, esiste davvero): «Un Paese in ginocchio, la Cdl ne tragga le conseguenze».
La Cgil: «La situazione è drammatica».
Teniamo a mente queste parole: «fallimento», «disastro sociale», «declino economico», «Paese in ginocchio», «situazione drammatica».
Ora andiamo a guardare i dati. Guardiamoli tutti. Dal 1997, quando l'Ulivo era appena arrivato al governo e l'Istat ha iniziato a usare il metodo di calcolo attuale per la povertà, al 2001, quando l'Ulivo se ne è andato, sino ai dati del 2004, appena usciti.

Povertà relativa. Secondo la definizione Istat, la soglia di povertà relativa «per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media procapite nel Paese». Tradotto, vuol dire che è "relativamente povero" chi ha un potere di spesa uguale o inferiore a metà del potere di spesa dell'italiano medio. Questi i dati dei "relativamente poveri" dal 1997 in poi.
1997: 7.427.000 persone
1998: 7.418.000
1999: 7.508.000
2000: 7.948.000
2001: 7.828.000
2002: 7.140.000
2003: 6.829.000
2004: 7.588.000

Povertà assoluta. Secondo la definizione Istat, è il livello al di sotto del quale non è possibile acquistare un paniere di beni e servizi essenziali. Insomma, è il potere di spesa minimo al di sotto del quale puoi sopravvivere solo grazie alla generosità altrui. Questa è la serie storica di coloro che vivono al di sotto di questa soglia.
1997: 2.998.000 persone
1998: 2.942.000
1999: 3.277.000
2000: 2.937.000
2001: 3.028.000
2002: 2.916.000
2003: Rilevazione sospesa perché è allo studio una nuova metodologia di calcolo
2004: Idem

Tirando le somme.
A - Non esiste un solo indicatore di povertà che durante il governo dell'Ulivo non sia peggiorato. Dal 1997 al 2001, anno del passaggio di consegne a palazzo Chigi nonché ultimo anno gestito da una Finanziaria dell'Ulivo, i poveri in termini relativi sono aumentati di 401.000 unità (questo sì un disastro sociale). I poveri in termini assoluti sono aumentati di 30.000 unità (un numero, quest'ultimo, oggettivamente piccolo, al confine con il possibile errore statistico).
B - Non esiste un solo indicatore di povertà che durante il governo della Cdl non sia migliorato. Dal 2001 al 2004 i poveri in termini relativi sono diminuiti di 240.000 unità. I poveri in termini assoluti, sin dove è possibile fare un raffronto, e cioè tra il 2001 e il 2002, sono diminuiti di 112.000 unità.
Ma allora, perché quelli là sopra non stanno zitti? E soprattutto. Se oggi siamo al «fallimento», al «disastro sociale», al «declino economico», al «Paese in ginocchio», alla «situazione drammatica», nel 2001, quando c'erano 240.000 italiani in condizione di povertà relativa in più rispetto ad adesso, come si stava?

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giovedì, ottobre 06, 2005

Wojtyla Nobel, un'occasione persa. Per l'Europa


di Fausto Carioti
Premesso che l’aver ricevuto il premio Nobel è un indice affidabile del curriculum di un personaggio tanto quanto la posizione di Urano e Giove al momento della sua nascita; premesso che, di tutti i Nobel, quello per la pace è di gran lunga il più dequalificato, la “provocazione” di Oscar Giannino di assegnare il riconoscimento a Giovanni Paolo II, avanzata sul Riformista di ieri, è un’idea che fa scandalo, quindi da condividere. Scrive Giannino: «Diranno i cacadubbi che in tempo di “guerra di civiltà” scegliere per il Nobel un capo della Chiesa cattolica potrebbe sembrare irrispettoso verso i musulmani e i seguaci di tutte le altre fedi». Ed è questo il nodo, perché a tanto arriva la dittatura del politicamente corretto, di cui il comitato norvegese per il Nobel, composto da cinque membri nominati dal Parlamento di Oslo, è allo stesso tempo vittima e promotore. L’ipotesi di un papa Nobel per la pace imbarazza, scandalizza persino se si tratta del pontefice su cui tutti hanno provato a mettere le mani, compreso Fausto Bertinotti, che è riuscito a definirlo «il primo papa no global della Storia».
Il nome del vincitore del Nobel per la Pace sarà reso noto domattina, ma lo scandalo non è di questi giorni. Il regolamento (qui) prevede che il Nobel non possa essere assegnato a un defunto. Quindi, anche nell’ipotesi - improbabile - che il nome di Karol Wojtyla sia entrato nella rosa segretissima (sarà resa nota tra cinquant’anni) dei candidati decisa a febbraio, la sua scomparsa in aprile rende impossibile l’assegnazione del premio.
Lo scandalo dura dal crollo del socialismo reale in Europa, enorme evento di pace e democrazia che il papa polacco ha contribuito a creare più di ogni altro. Da allora hanno ricevuto il Nobel per la pace, tra gli altri, la guatemalteca Rigoberta Menchù (1992), la cui autobiografia, passaporto per il Nobel, si è rivelata poi essere un sapiente mix di verità, storie successe ad altri e storie mai accadute (come rivelato in questo libro); il leader palestinese Yasser Arafat (1994), noto più per il suo curriculum di terrorista e amico dei terroristi che non di pacificatore; Kofi Annan (2001), presidente delle Nazioni Unite nei suoi anni peggiori, quelli, col senno di poi (ma non tanto), di Oil for Food e degli scandali sessuali. Lo stesso Annan che, quando guidava le operazioni di peace-keeping dell’Onu, scelse la linea del non intervento, dando così via libera al massacro ruandese ad opera delle milizie hutu (un milione di morti, 1994) e al massacro di Srebrenica (settemila musulmani uccisi dai serbi, 1995). (Questo libro per chi vuole saperne di più).
In tutti questi anni si è parlato di Wojtyla come possibile candidato al Nobel solo nel 2003. Per spiegare la sua mancata premiazione si è detto anche che il capo di una religione non può essere insignito del Nobel, perché il suo incarico di pastore universale è assai più importante. Obiezione sensata, ma non spiega come mai nel 1989 il Dalai Lama abbia più che degnamente ricevuto il Nobel per la pace, senza sentirsene offeso. La verità è che il Nobel a Giovanni Paolo II è un’occasione persa non certo per il grande papa, ma per un continente che si vergogna a dirsi cristiano tanto da preferire a lui terzomondiste dalla fervida immaginazione, terroristi conclamati e burocrati incapaci.

© Libero. Pubblicato il 6 ottobre 2005 col titolo "Il Nobel al Papa, uno scandalo da approvare".

mercoledì, ottobre 05, 2005

Proudly Supporting A Man

Finalmente un libro sul razzismo (etico) della sinistra

(Attenzione, post molto lungo!)
Di norma i libri che ottengono molte recensioni dai giornalisti sono boiate pazzesche. Libri di cui si scrive grazie al solito giro di marchette, in cambio di favori analoghi già fatti e/o che si spera vengano fatti presto. Il libro di Luca Ricolfi (mai visto né conosciuto), intitolato "Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori", no. Anche se ha ottenuto fior di recensioni e fatto parlare molto, è un signor libro, di quelli da comprare e regalare agli amici prima che finisca fuori catalogo. Per due ottimi motivi.
1) E' scritto benissimo e si legge d'un fiato.
2) E' di una lucidità invidiabile: l'autore, sociologo, dichiaratamente di sinistra, appare persona di assoluta onestà intellettuale, che conosce assai bene la materia di cui scrive (la forma mentis della sinistra italiana) e non si fa scrupoli nell'indicare tutto ciò che vi è di marcio.
L'unico appunto, semmai, va mosso al titolo. Il punto vero del libro non è tanto l'antipatia della sinistra, quanto il razzismo etico (definizione di Marcello Veneziani che Ricolfi riprende) o, se si preferisce, il sentimento di superiorità morale e antropologica che è la causa dell'antipatia stessa e che in Italia anima gran parte del popolo di sinistra (e solo di sinistra), dai vertici alla base più engagée. Insomma, il libro avrebbe dovuto intitolarsi "Perché siamo razzisti? La sinistra e il complesso di superiorità etica". Ma così avrebbe venduto molto meno, specie alla Feltrinelli. E siccome i libri si scrivono per venderli, la scelta non può essere biasimata più di tanto.
In sintesi. Ricolfi diagnostica quattro (gravi) malattie alla sinistra italiana.
1) L'abuso di schemi secondari. Quelle che Karl Popper chiamava ipotesi ad hoc, le scappatoie contro l'evidenza empirica. Le "scuse", insomma, con cui giustificare i fallimenti delle proprie ideologie dinanzi agli altri e - soprattutto - a se stessi. A destra «non esiste e non è mai esistito nulla di paragonabile all'immenso sforzo della cultura marxista di occultare i fatti - povertà, lavori forzati, repressione del dissenso - e di edulcorare le evidenze storiche dissonanti, dall'Unione sovietica alla Cina e a Cuba».
2) La paura delle parole. Una malattia nata negli anni Settanta negli Stati Uniti, dai movimenti di contestazione, che oggi impone agli individui di non parlare come vogliono. Detta altrimenti, la dittatura del politicamente corretto. Quella per cui i ciechi prima sono diventati non vedenti, quindi otticamente svantaggiati, senza che la loro vista nel frattempo migliorasse. Dittatura che ha condannato a morte parole di per sé innocenti, come vecchio (anziano), donna di servizio (colf), negro (afroamericano), spazzino (operatore ecologico). Così facendo, però, nota Ricolfi, la sinistra si è messa contro il senso comune della gente, che almeno in privato continua a chiamare le cose con il loro nome "vero": cieco, vecchio, spazzino... Senso comune che invece Berlusconi, con il suo linguaggio diretto, sa interpretare benissimo, erede in questo di altri grandi "irriverenti" come Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Giovanni Paolo II.
3) Il linguaggio codificato. Vuol dire che quando quelli di sinistra parlano o annunciano i loro programmi la gente comune non ci capisce una mazza. Usano un linguaggio «legnoso, infarcito di formule astratte». Berlusconi, piaccia o non piaccia, usa le parole per spiegare concetti; la sinistra usa le parole per nasconderli. A chi? Ai suoi stessi esponenti: «Il problema della sinistra è che il suo discorso è indicibile, perché se fosse detto farebbe saltare l'alleanza. [...] Non è il nemico che non deve capire, ma sono "i nostri" che non devono ricevere segnali precisi. Se tali segnali venissero emessi, addio Ulivo, addio Fed, addio Gad, addio Unione, addio "unità delle forze produttive"». Insomma, sono costretti a non dirsi la verità a vicenda. Il giorno in cui ognuno a sinistra dovesse dire quello che vuole fare veramente una volta al governo (sulle tasse, le pensioni, la spesa pubblica etc) l'alleanza finirebbe.
4) Il complesso di superiorità etica. Ovvero la forma di razzismo di cui sopra. Bandiera di Micromega, rivista che rifiuta il concetto di scontro di civiltà con Islam, ma non si fa scrupoli di applicarlo al conflitto tra "le due Italie": quella dei "giusti" contro l'Italia della barbarie. A sinistra c'è una casistica sterminata in materia. Il migliore esempio è l'appello pubblicato da Umberto Eco su Repubblica prima del voto del 13 maggio 2001, nel quale l'elettorato di centrodestra è diviso in due. Dell'Elettorato Motivato fanno parte «il leghista delirante», «l'ex fascista», quelli che, «avendo avuto contenziosi con la magistratura, vedono nel Polo un’alleanza che porrà freno all’indipendenza dei pubblici ministeri». Sono «coloro che aderiscono al Polo per effettiva convinzione» e non cambieranno mai idea. Il resto degli elettori di centrodestra fanno parte dell'Elettorato Affascinato, composto per Eco da «chi non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi. Per costoro valgono ideali di benessere materiale e una visione mitica della vita, non dissimile da quella di coloro che chiameremo genericamente i Migranti Albanesi». Un elettorato che, ovviamente, «legge pochi quotidiani e pochissimi libri», persone che «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina». Delinquenti e gente in malafede, dunque, assieme a poveri ignoranti cresciuti a pane, calcio e telenovelas. Gente che nella democrazia di Eco non pare avere diritto di piena cittadinanza, ma solo uno status di appartenenza inferiore.
Il punto è che non sono solo gli Umberto Eco, i Paolo Flores D'Arcais e gli Eugenio Scalfari (un nome, quest'ultimo, che purtroppo nel libro manca) a credersi espressione dell'Italia moralmente migliore che cerca di salvare il Paese dai delinquenti e dagli ignoranti. E' la base stessa, o almeno la gran parte più ideologizzata di essa, che la pensa così. Il libro cita un sondaggio realizzato dall'Osservatorio del Nord Ovest. Il 34% dell'elettorato di sinistra si sente "moralmente superiore", ma la percentuale «sale al 55,9% fra gli elettori di sinistra politicamente impegnati». Un abisso con la destra, dove questo sentimento di superiorità, altrimenti detto razzismo etico, è pari appena all'8,9% e non supera il 13,8% tra gli "impegnati". Anche in questo, dunque, c'è meno razzismo a destra che a sinistra.

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