domenica, ottobre 16, 2005

Contro la direttiva Bolkestein, in difesa dei privilegi

di Fausto Carioti
Quando Giulio Tremonti dice le stesse cose di Vittorio Agnoletto, quando non riesci a distinguere i comunicati stampa della Cgil da quelli di certi leghisti, quando stimati professionisti scandiscono gli stessi slogan dei no global, è impossibile sbagliarsi: il resto d’Italia si trova davanti a un’enorme fregatura. Questo coacervo di interessi in apparenza contrapposti, in realtà uniti dall’ostilità verso il mercato, ha ora un nemico comune nella direttiva per la liberalizzazione dei servizi, che prende il nome dall’ex commissario europeo Frits Bolkestein, olandese. Molti ieri sono scesi in piazza a Roma, come avvenuto in altre città europee, rivestendo con la solita nobile causa dell’interesse generale, minacciato da scenari apocalittici - l’immancabile “liberalizzazione selvaggia”, la solita “privatizzazione dei diritti dei lavoratori” - una loro battaglia molto personale: la paura di dover sudare per guadagnarsi la pagnotta.
In soldoni, la direttiva Bolkestein mette in concorrenza diretta tutti coloro che, nell’Unione europea, forniscono servizi alle imprese e ai consumatori. Ognuno potrà operare in ogni Stato, restando però sottoposto alle norme del Paese d’origine. Va da sé che il cittadino comune, il consumatore, ha tutto da guadagnarci: non perde nulla e si ritrova in più con un’offerta potenziale moltiplicata per venticinque. Anche se in pratica questo vantaggio sarà, almeno all'inizio, assai limitato. Su pressione delle sinistre continentali, sono state infatti introdotte tante e tali deroghe alla direttiva da renderla efficace soprattutto per i servizi a più basso valore aggiunto (vedi il manifesto dell’idraulico polacco che ha spaventato i francesi). Anche se le leggende metropolitane messe in giro dai nemici della direttiva dicono l’opposto, la norma non riguarderà, ad esempio, l’intero diritto del lavoro (niente “importazione” di lavoratori a basso costo, dunque), i servizi finanziari, i trasporti, la fornitura d’acqua, le telecomunicazioni, la sanità, nonché i servizi forniti dagli iscritti agli ordini professionali, come medici e avvocati. La direttiva rappresenta comunque un cuneo piantato nel muro di tutte corporazioni. La speranza è che il cuneo apra una crepa e il muro crolli presto, costringendo a misurarsi con una concorrenza agguerrita chi ora può permettersi di presentare parcelle salate a fronte di servizi mediocri.
In Italia, imprenditori e professionisti abituati alle alte rendite garantite hanno davanti due strade. La prima consiste nello spingere sul governo affinché chiuda la porta ai concorrenti venuti dall’estero. Ma è una strada che aumenta la sclerosi dell’economia italiana (già a livelli da allarme rosso) e impoverisce i consumatori. L’altra scelta è quella di accogliere la liberalizzazione dei servizi come un’opportunità, facendo pressione sul governo affinché alleggerisca il peso dello Stato sui lavoratori e sulle imprese e andando a caccia di quote di mercato negli altri Paesi. Portando, noi imprenditori e professionisti italiani, la concorrenza nel resto d’Europa. La storia insegna che questa seconda strada è rischiosa, ma può dare grandi soddisfazioni. La prima strada è sempre stata perdente.

© Libero. Pubblicato il 16 ottobre 2005.