martedì, ottobre 25, 2005

Il meglio e il peggio di Pier Paolo Pasolini

Ancora pochi giorni per l'anniversario: trent'anni esatti. La notte tra il primo e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini - scrittore, pittore, poeta, regista, polemista e molte altre cose - fu ucciso all'Idroscalo di Ostia. E' l'occasione, tra le tante commemorazioni che ci saranno, per provare a fare un bilancio del Pasolini politico visto da un liberale. A personalissimo avviso di chi scrive, il peggio di sé Pasolini lo diede con "Io so", il suo famoso atto d'accusa contro i governi che ruotavano attorno alla Democrazia cristiana. Premesso che qui non c'è alcuna nostalgia per quelle coalizioni, lo scritto in questione, pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, un anno prima di morire, è un'offesa alla civiltà giuridica. Nonché la migliore trasposizione in parola scritta del mito dietrologico delle "due Italie": l'Italia "sana", ovviamente comunista, alla quale secondo la leggenda fu negata la vittoria elettorale nel dopoguerra, e l'Italia "malata", del "doppio Stato" stragista e golpista. Per dirla con le stesse parole di Pasolini: «La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso». Mito che oggi, mutatis mutandis, è tenuto vivo in certi articoli di Repubblica e sulle pagine di Micromega, che - in piena coerenza con la tradizione - fa del centrodestra attuale l'ultima versione dell'Italia marcia e golpista. (Per saperne di più su questo vizietto della sinistra).
Alcuni stralci da Pasolini, per capirsi:
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). [...]
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. [...]
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Pasolini fa da pubblico ministero, da giudice e da esecutore. Il bello di quel consumismo che Pasolini tanto odiava e - giustamente, dal suo punto di vista - temeva è che oggi, vaccinati come siamo, se qualcuno venisse a dirci «io so tutto perché sono un intellettuale» finirebbe sommerso dalle risate.
Il meglio di Pasolini, da questo parzialissimo punto di vista, non può essere che "Il Pci ai giovani!", la poesia scritta dopo gli scontri di Valle Giulia, nel marzo del 1968, anch'essa stracitata da tanta gente che non l'ha mai letta. Quella che fece scandalo perché Pasolini vi scrisse «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti». Solo che il meglio di Pasolini è meno bello di quanto il peggio di Pasolini sia brutto. Pasolini nella poesia in questione ha il grande merito di sputtanare chi giocava a fare la rivoluzione con i soldi di papà e le complicità dei giornalisti marchettari.
Lo fa così:
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici. Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.
E poi così:
I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale. A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra!

Ma Pasolini fa tutto da un'ottica di lotta di classe, che più marxista non si può: proletari contro borghesi. E lo fa senza mai rompere sino in fondo con i manifestanti. I celerini li difende perché «figli di poveri», che «vengono da periferie, contadine o urbane che siano». Fossero stati figli di ricchi, avrebbero evidentemente meritato spranghe e sassate. I manifestanti sono chiamati più volte «figli», «amici», quelli «dalla parte della ragione».
Dov'è la morale in tutte queste cose, gran parte delle quali più che risapute? E' che nei prossimi giorni, come da copione, da destra spunteranno quelli che verranno a dirci che Pasolini non è patrimonio solo della sinistra, ma di tutti. Anzi, ci diranno che a ben leggere quello che scrisse dopo gli scontri di Valle Giulia, a ben ricordare i suoi dissidi con il Pci, le sue posizioni sull'aborto e quella sua religiosità così contadina, forse era più di destra che di sinistra. Ecco, io a quelli che verranno a dirci simili cose non li leggerò neanche.

Addendum: sullo stesso argomento anche Enzo Reale sul suo 1972.

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