lunedì, gennaio 01, 2007

Napolitano pensa già al dopo Prodi

Al dì là degli ecumenismi rituali, della strizzata d'occhio cerchiobottista agli imprenditori e ai lavoratori, a chi chiede più tutele e a chi vuole premiare di più il merito, quello di Giorgio Napolitano è stato un discorso che avrebbe potuto essere sottoscritto dai leader diessini. Cioè non è stato un discorso amico nei confronti di Romano Prodi. Il presidente della Repubblica, proprio come gli esponenti del partito da cui proviene, guarda avanti, a ciò che avverrà quando il governo attuale sarà morto o moribondo: quel cambio della guardia a palazzo Chigi che nei sogni di tanti a sinistra sarà il grande evento politico dell'anno che è appena iniziato (a destra nei sogni proibiti di tanti c'è invece il ritorno alle urne, ma per quello bisognerà attendere).

Napolitano ha invocato la realizzazione dello scenario più pericoloso per Prodi: l'avvio di una stagione di riforme istituzionali ed elettorali da realizzarsi d'intesa tra Unione e Cdl. Uno scenario che riporterebbe al centro della scena politica l'asse Forza Italia- Ds (Berlusconi-D'Alema: ricorda qualcosa?) e marginalizzarebbe definitivamente il governo e chi lo guida: Prodi finirebbe fuori dal gioco che conta, privo dei numeri per realizzare alcunché, come dimostra l'ultima votazione che si è tenuta al Senato.

Il motore naturale di un disegno come quello auspicato da Napolitano è infatti il Parlamento. Il governo non avrebbe quindi più alcuna "mission" in cui identificarsi che non fosse la riforma delle pensioni o la liberalizzazione di qualche settore della vita economica italiana. Tutti obiettivi ad altissimo rischio, che promettono di disgregare ulteriormente l'Unione, dove Comunisti italiani, Rifondaroli e Verdi di simili interventi non vogliono nemmeno sentire parlare. Insomma, sarebbe la fine politica del governo Prodi, che dovrebbe scegliere tra il non fare nulla, e quindi morire per consunzione, e il tentare il suicidio, sapendo che ormai non ogni singola componente dell'Unione, ma ogni singolo senatore ha un peso decisivo nei confronti del governo, e quindi ha un potenziale di ricatto enorme verso Prodi.

Quello che Prodi non può dire, come spesso accade lo hanno detto i suoi unici veri alleati, i partiti dell'estrema sinistra ai quali il presidente del Consiglio è legato indissolubilmente (simul stabunt et simul cadent). Tutti questi partiti si sono detti contrari a una simile intesa. Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani, commentando il discorso del Quirinale ha espresso «forti perplessità nell'invito alle larghe intese sia per le riforme istituzionali che per la legge elettorale». «Avverto evidenti rischi per la tenuta del governo se si dovesse andare in questa direzione», ha avvisato Diliberto, e per una volta è impossibile non dargli ragione.

Proprio per evitare che il gioco gli sfugga di mano Prodi, almeno formalmente, ha deciso di cavalcare la tigre, annunciando che proverà lui stesso a dialogare con l'opposizione sulle riforme istituzionali ed elettorali. Così facendo conta di riuscire a non farsi scavalcare dai Ds nella partita che verrà, e di restare padrone della scena almeno per un altro po'. Ma nessuno, nella Cdl, considera Prodi e il suo governo come interlocutori credibili per un simile disegno. Né è un esecutivo che va avanti a colpi di voti di fiducia (sempre più risicata, peraltro) che può avviare un'intesa bipartisan con l'opposizione. Prodi tutto questo lo sa benissimo. Così l'appello di Napolitano cadrà nel vuoto, e governo e opposizione avranno la soddisfazione di potersene incolpare a vicenda. Eppure è nell'interesse di tanti riscrivere le regole del gioco prima delle prossime elezioni. Se ne riparlerà quando sulle possibili intese tra destra e sinistra non peserà più l'ipoteca di Prodi.

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