domenica, gennaio 07, 2007

Pensioni, intervista a Giuliano Cazzola sul bluff di Prodi

di Fausto Carioti

Romano Prodi farebbe meglio a chiedere scusa: ha stravolto il sistema fiscale per portare un beneficio irrisorio nelle tasche dei pensionati. Pochi spiccioli che, per tragica ironia, finiranno interamente divorati dagli aumenti delle imposte locali e dei servizi sociali. Giuliano Cazzola, uno dei maggiori esperti italiani di previdenza, senior advisor del Centro studi Marco Biagi, boccia così, senza appello, l’ultimo annuncio del presidente del Consiglio.

Prodi ha assicurato che ci saranno più soldi per i pensionati italiani. La Finanziaria ha stanziato a questo scopo 1,3 miliardi di euro sotto forma di sgravi fiscali, e a beneficiarne, ha detto il premier, saranno 9,5 milioni di pensionati. Su tredici mensilità, fanno in media 10,5 euro in più per assegno.
«Quando sono in gioco grandi numeri come quelli della popolazione dei pensionati è normale che impegni finanziari importanti si risolvano in risultati modesti per i singoli individui. Prodi queste cose le sa».

Ha sbagliato?
«Avrebbe fatto meglio a non sbandierare le “magnifiche sorti e progressive” di milioni di pensionati che, grazie alla manovra fiscale del suo governo, riceveranno miglioramenti di qualche euro. Se è questa la redistribuzione attuata nel quadro della Finanziaria, i ceti meno abbienti hanno poco da stare allegri. Non valeva proprio la pena di mettere a soqquadro il sistema fiscale per ottenere simili risultati. In casi come questo sarebbe più corretto chiedere scusa».

Gli interventi del governo Berlusconi per aumentare le pensioni ammontarono a oltre duemila miliardi di vecchie lire.
«Quegli interventi però furono concentrati sui pensionati al minimo e sugli invalidi civili, anziani e con redditi insufficienti: il famoso milione per 13 mensilità erogato a circa 1,6-1,8 milioni di anziani. Inoltre, prima di ridurre la pressione fiscale sui redditi medi e alti, il precedente governo aveva migliorato la “no tax area”, con particolare riguardo per i pensionati, favorendo una platea analoga a quella investita dai provvedimenti dell’attuale governo. Infine, ricordo che l’ulteriore miglioramento delle pensioni più basse era uno dei punti principali del programma elettorale della Casa delle libertà».

Quando Berlusconi varò questi interventi l’intera sinistra parlò di bluff mediatico.
«Si scomodarono fior di editorialisti, di “padri fondatori”, con una tiritera di cattivo gusto su quanti cappuccini e cornetti in più avrebbero potuto acquistare gli italiani. Oggi li vedremo certamente tessere le lodi del “grande senso d’equità” che ispira l’azione del governo».

Quanto è concreto il rischio che il micro-aumento di dieci euro sia assorbito dagli aumenti delle imposte locali e dei servizi, conseguenza dei tagli agli enti locali contenuti nella manovra?
«Più un rischio direi che è una certezza. I pensionati, se non se ne sono già resi conto, se ne accorgeranno presto».

L’ala riformista dell’Unione preme per una riforma delle pensioni. Gli organismi internazionali, ultimo l’Ocse, chiedono al governo italiano un intervento incisivo. Prodi, che teme la rottura con i partiti della sinistra estrema, sostiene che la riforma non è urgente.
«Se lo chiedessero a me risponderei che la riforma è già stata fatta nel 2004, che è stata apprezzata in sede internazionale, che realizza risparmi importanti e che aggiusta la curva della spesa proprio quando essa arriva al picco, intorno al 2030».

Resta il problema dello “scalone”: in una sola notte, quella del 31 dicembre 2007, l’età minima di anzianità passerà da 57 a 60 anni.
«Eppure questa misura corregge il punto critico ereditato dalle riforme degli anni Novanta. Grazie a norme lasche, attentamente vigilate dai sindacati, dal 1996 a oggi sono andati in quiescenza ben 2,5 milioni di arzilli cinquantenni, i quali intaseranno il sistema per almeno un quarto di secolo».

L’ipotesi che circola prevede di sostituire lo scalone con un sistema di incentivi e disincentivi.
«Ma per compensare i mancati risparmi dell’abolizione dello scalone, pari a regime a 9 miliardi l’anno, non sarebbe sufficiente un sistema di incentivi e disincentivi. Questo non solo si rivelerebbe inefficace, ma finirebbe per produrre esiti assai poco equi, come è accaduto col superbonus operante fino a tutto il 2007».

Ci spieghi perché.
«Quanti andranno in pensione nei prossimi anni si avvarranno, almeno fino al 2015, del metodo retributivo. Un dipendente privato che andrà in pensione di anzianità a 58 anni l’anno prossimo avrà coperto col proprio montante contributivo soltanto 15,4 anni, rispetto ad una vita residua all’atto del pensionamento (e di riscossione dell’assegno pensionistico) di 25,3 anni. Restano quindi 10 anni di pensione non coperti dai versamenti. Nel caso di un lavoratore autonomo della stessa età, questa differenza è quasi di 20 anni. Nel 2015 lo scostamento sarà rispettivamente di 8,1 e di 13,8 anni. Non sembra corretto, allora, compensare con un incentivo questi lavoratori per convincerli a rinviare la pensione di qualche anno. Non avrebbe senso premiare ulteriormente chi è già premiato dal sistema».

Grazie alle maggiori entrate realizzate nel 2006, Prodi ha chiuso l’anno trovandosi in cassa 12,5 miliardi in più di quanto avesse previsto. Buona parte delle nuove entrate sono strutturali. Come dovrebbe usare il governo questi soldi?
«In cima alla lista delle cose da fare ci sarebbe il potenziamento delle infrastrutture e delle opere pubbliche, verso cui dovrebbero andare flussi finanziari ben più seri di quelli garantiti dal pasticciaccio della nazionalizzazione del tfr dei lavoratori delle aziende con più di 50 dipendenti non destinato alla previdenza integrativa. Ma penso di sapere come Prodi userà questi soldi».

Come?
«Spendendoli a favore della sua base elettorale. Foraggiando il pubblico impiego. Rinunciando alle riforme, ad esempio a quella della sanità. Drogando l’occupazione con incentivi e ammortizzatori sociali. Ampliando i confini di uno statalismo diffuso. A proposito, sa a quanto ammonta il maggior gettito contributivo che colpisce tutti i settori del lavoro? Si tratta di ben 5,5 miliardi di euro».

Esiste un’ipoteca della Cgil sul governo?
«Esiste, e pesa come l’obelisco dell’Eur o la Piramide Cestia. Quelle che stiamo facendo, infatti, sono tutte chiacchiere inutili: nella conferenza stampa di fine anno Prodi ha già concluso il negoziato con una resa senza condizioni del suo governo nei confronti delle posizioni più radicali dei sindacati e dei partiti. Lo si vede anche con la legge Biagi: nonostante siano evidenti i suoi effetti positivi nella creazione di nuovi posti di lavoro, parlano ancora di “cattiva occupazione” e di precariato. Come se fossero dei primitivi impegnati in una danza della pioggia».

© Libero. Pubblicato il 7 gennaio 2007.

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