mercoledì, aprile 30, 2008

Sorpresa (si fa per dire): anche gli ebrei hanno scelto Alemanno

di Fausto Carioti

Ma davvero pensano che qualche elettore orienti il proprio voto in base a quello che gli suggeriscono loro? Se è così, farebbero bene a ridimensionare il rapporto con il loro ego. Furio Colombo e Gad Lerner, assieme a numerosi esponenti dell’ala sinistra della comunità ebraica, il 24 aprile avevano lanciato un appello appassionato per votare contro Gianni Alemanno. «Non ci ha convinto la sceneggiata di Alemanno che, mentre ribadiva che avrebbe corso da solo al ballottaggio per la poltrona di sindaco di Roma, ha espresso solidarietà a Storace», scrivevano allarmati. Il candidato sindaco del PdL, avvertivano, «avrà dalla sua anche i voti di Storace, quelli dei naziskin e di tutte le organizzazioni della peggiore destra, ben presenti a Roma». Per convincere i tanti elettori ebrei della capitale, non esitavano ad evocare lo spettro delle leggi razziali e dei campi di concentramento: «Non si difende la democrazia premiando l’antisemitismo e gli eredi morali del fascismo-nazismo».

Ora che si è votato e Alemanno ha stravinto, la vita nelle strade adiacenti alla sinagoga romana prosegue tranquilla. Nessuno ha venduto casa per scappare all’estero e l’unica crisi isterica registrata nei dintorni del portico d’Ottavia resta quella dei firmatari dell’appello. Del resto, quando Repubblica e altri quotidiani, nei giorni prima del voto, annunciavano mobilitazioni della «comunità ebraica romana» contro Alemanno, si scordavano di dire che l’agitazione riguardava solo una parte degli ebrei, ovviamente quella di sinistra. Anche a Tel Aviv tutto prosegue come prima: Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia, ha chiamato il neosindaco di Roma per fargli le congratulazioni.

Non resta che misurare l’effetto dell’appello di Colombo, Lerner e compagni. Oggi è facile trovare residenti ebrei in tutte le zone della capitale, e molti di quelli che hanno un’attività commerciale nel ghetto sono pendolari provenienti da altri quartieri. Ma una quota importante di ebrei continua a risiedere nei dintorni della sinagoga. Costoro domenica e lunedì erano chiamati a votare nelle sezioni elettorali 1705 e 1706, in piazza del Collegio Romano. I risultati delle singole sezioni elettorali non sono ancora ufficiali, ma Libero ha potuto prenderne visione. Sono numeri sconfortanti per Francesco Rutelli e i suoi sponsor. In tutto, nelle due sezioni del ghetto ebraico, i voti validi sono stati 964, e 497 di questi, ovvero il 51,6%, sono andati al candidato sindaco del Popolo della Libertà, che ha battuto Rutelli per trenta voti, ovvero con tre punti percentuali abbondanti di scarto. Un risultato del tutto in linea con quelli registrati nel resto della capitale. Lo stesso è accaduto negli altri quartieri con una forte presenza di elettori ebrei, come Monteverde. Colpisce, semmai, il livello di astensionismo nelle due sezioni del ghetto, dove si è presentato al ballottaggio il 55,5% degli aventi diritto, contro il 63% registrato in tutta la città. Il significato sembra chiaro: gli ebrei che non nutrivano simpatie per Alemanno sono rimasti a casa, non ritenendo comunque il rischio tanto grave da dover andare al seggio per votare Rutelli.

La sensazione che gli ebrei romani, fregandosene dell’appello di Colombo e Lerner, avessero votato come gli altri elettori della capitale, era diffusa già domenica e lunedì. Tanto che il Manifesto in edicola ieri mattina titolava: «Gli ebrei di Roma votano Alemanno». I numeri delle singole sezioni ancora non c’erano, ma il presidente della comunità ebraica, Riccardo Pacifici, che prima del voto aveva annunciato la «totale indipendenza» nei confronti dei due candidati, a urne ancora calde spiegava al quotidiano comunista che i suoi correligionari, come gli altri romani, si erano schierati in maggioranza per l’esponente di An. «Molti si sono mobilitati e hanno votato per lui», ammetteva. Per almeno due motivi. Primo: l’opinione che gli ebrei della capitale hanno di Alemanno è rassicurante. Anche perché «quando in Israele Fini definì il fascismo come il male del mondo, al contrario di altri lui non protestò». Secondo: l’opinione che gli stessi ebrei hanno di una certa sinistra, alleata di Rutelli e nemica di Israele, è invece devastante. «Credo che, piano piano, questo abbia spostato parte dell’elettorato su posizioni di centrodestra», avvertiva Pacifici. È l’ennesima conferma del dramma che sta vivendo il centrosinistra: se si presenta da solo (come ha fatto Walter Veltroni) perde di brutto, ma se si allea con la sinistra estremista (come ha fatto Rutelli) rischia di uscirne persino peggio.

© Libero. Pubblicato il 30 aprile 2008.

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martedì, aprile 29, 2008

Ma per An il difficile comincia adesso

di Fausto Carioti

I tanti che negli ultimi giorni, un po’ per pochezza intellettuale un po’ perché spinti dal terrore, da sinistra hanno gridato all’arrivo della «marea nera», del «marcio su Roma», hanno avuto dagli elettori la risposta che meritavano: Gianni Alemanno è il nuovo sindaco della capitale, con oltre il 53% dei voti. A conferma che gli italiani - e i romani non fanno eccezione - non sono quegli indigeni sprovveduti che credono gli opinionisti dell’Unità e del Manifesto, e pretendono argomentazioni un po’ più serie di quelle sfoderate dai nostalgici del clima da dopoguerra. Pure le calunnie fatte circolare su Alemanno, che lo volevano in qualche modo “regista” dello stupro compiuto il 16 aprile nella borgata di La Storta da un rumeno (calunnie diffuse anche da un membro dello staff del ministro Rosi Bindi), sono state trattate dagli elettori per quello che erano: immondizia. Alla fine, come hanno dimostrato le urne, hanno fatto male a chi le aveva cavalcate. Così il partito di Gianfranco Fini può permettersi di chiudere nel modo migliore il suo percorso. Iniziato con l’archiviazione del Movimento sociale nel 1995, il cammino si conclude con il ritorno trionfale al governo, l’elezione dello stesso Fini alla presidenza della Camera (sarà la prima volta di uomo di destra alla guida di Montecitorio), la conquista del Campidoglio (altra primizia per la destra italiana) e il prossimo sbarco nel partito popolare europeo, la casa dei moderati del vecchio continente. Un “en plein” indiscutibile, dunque.

I festeggiamenti di queste ore e lo stato di depressione dell’opposizione, però, non devono far perdere di vista la portata della sfida che attende Alleanza nazionale. Se è vero che gli ex giovanotti in camicia nera non hanno più bisogno - da un pezzo - della patente di democraticità, perché se la sono conquistata sul campo, in anni di governo nazionale e locale, è vero anche che la credibilità di An come fabbrica di una nuova classe dirigente nazionale - moderna, di livello europeo - è ancora in gran parte da costruire. Il fatto che Alleanza nazionale sia destinata a confluire nel popolo delle Libertà non cambia i termini della faccenda: le radici, le esperienze, persino le letture degli esponenti di Forza Italia e di quelli di An sono così diverse che nessuno crede davvero che queste differenze si annulleranno subito. Insomma, An, con la sua identità, continuerà a vivere per un pezzo dentro al PdL. Potrà essere un valore aggiunto, per il nuovo partito, soprattutto se i suoi esponenti sapranno farsi indicare come esempi di buona amministrazione ai massimi livelli. E oggi, ad An, nonostante il suo forte radicamento nel territorio, manca l’equivalente di una Letizia Moratti o di un Roberto Formigoni. Per questo quello che farà Alemanno nei prossimi cinque anni sarà decisivo anche a livello nazionale.

Roma può diventare per An quel laboratorio di uomini e idee che Milano è per Forza Italia. Il modo per mettersi in luce non manca. Ancora ieri pomeriggio Ermete Realacci, portavoce del partito democratico, ribadiva che Roma è una città sicura, ben amministrata. È la dimostrazione che la batosta del 13 aprile non è servita a nulla: sono frasi come queste che li hanno condotti a due sconfitte storiche in due settimane. Dietro le luci della festa del cinema, delle notti bianche e delle altre trappole per gonzi orchestrate da Veltroni, c’è una città sempre più spaventata. Gli ultimi dati, diffusi pochi giorni fa dal ministero dell’Interno, dicono che a Roma, solo dal 2006 al 2007, gli stupri sono aumentati dell’8,8%, le rapine del 12,7%, i danneggiamenti e gli incendi dolosi del 20,3%, le estorsioni del 30,7%. Il nuovo sindaco dovrà dare subito un segnale forte su questo fronte. Da lui i romani si aspettano anche un’amministrazione più attenta ai soldi dei contribuenti, con meno consulenti in Campidoglio, e un barlume d’efficienza nella gestione dei trasporti.

Da anni si dice che il problema di An è la mancanza di alternative a Fini: dietro di lui c’è poco o niente, fa il ritornello. Un’accusa ingenerosa, che però nasconde un fondo di verità. Di sicuro, adesso sono tutti chiamati alla prova più importante della loro vita. Fini diventa la terza carica dello Stato ed entra in lizza per la successione a Silvio Berlusconi alla guida del PdL. Lascia le redini di An a un reggente, che con ogni probabilità sarà Ignazio La Russa. Alemanno si gioca tutto sul tavolo della capitale. Gli altri colonnelli avranno un incarico da ministro in una legislatura dove, visti i numeri in parlamento, nessuno potrà accampare scuse (Berlusconi per primo).

Gli italiani si sono fidati di loro, e li hanno sommersi di responsabilità. Ora, però, non staccheranno loro gli occhi di dosso. E la storia recente dei leader del centrosinistra insegna che la fiducia degli elettori fa presto a volatilizzarsi, se chi l’ha ricevuta non riesce a capitalizzarla nel modo migliore. Sulle loro nuove scrivanie, Fini, Alemanno e gli altri dovrebbero trovare un spazio per le foto di Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Per quanto d’ostacolo a una buona digestione, le loro facce sono utili come ammonimento. Oggi gli esponenti di An si trovano nella stessa situazione in cui stavano i loro avversari due anni fa. Poi gli elettori li hanno spazzati via. Fini e i suoi dovranno fare meglio e più di loro per non finire nello stesso modo. Il difficile comincia adesso.

© Libero. Pubblicato il 29 aprile 2008.

Lettura complementare consigliata: Crollato il modello Roma ora Alemanno deve ricostruire, di Benedetto Marcucci, sull'Occidentale.

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sabato, aprile 26, 2008

Grillo, l'evoluzione (?) della sinistra

Avessero la coda e vivessero sugli alberi, gli antifascisti di professione, quelli che conosciamo da sempre, oggi sarebbero nella lista delle specie in via d’estinzione, ben prima dell’orango del Borneo e del lemure marrone. Chi pensa che la mazzata gliel’abbiano data Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini il 13 aprile, sbaglia. La colpa (o il merito, a seconda dei punti di vista) è di Beppe Grillo, e la data da segnare è quella del 25 aprile 2008. Ieri, per la prima volta nel dopoguerra, la sinistra che festeggia l’anniversario della Liberazione si è scoperta minoranza in piazza. E' apparsa una nuova creatura, che le ha rubato l’habitat e si candida a soppiantarla.

È un’evoluzione della sinistra che nacque con la resistenza, e ne rivendica la discendenza: «Siamo noi i nuovi partigiani», ha sparato Grillo dal palco di Torino ai cinquantamila e passa che lo ascoltavano. Ma si tratta delle stesse attenzioni che l’uomo di Cro-Magnon concesse al suo predecessore nehanderthaliano prima di fracassargli la testa. Il comico genovese la sinistra “ufficiale” l’ha uccisa ieri in piazza, sparando simbolicamente sul personaggio che incarna la Costituzione e l’Italia figlia della resistenza e del Pci: «Il presidente della Repubblica, Morfeo Napolitano, dorme. Dovrebbe essere il presidente degli italiani, non dei partiti. I partiti non ci sono più».

Il punto è che il dna di Grillo e del suo popolo ha pochissimo in comune con quello della sinistra nata il 25 aprile del 1945. Quella portava i contadini e gli operai ai seggi; lui invita gli italiani a non votare. Quelli promettevano di prendere il potere indottrinando il popolo, ma nel dubbio tenevano fucili e mitragliatrici nascosti sottoterra; Grillo il massimo che riesce a ottenere dai suoi è gridare in coro «vaffanculo» appena lui lancia l’ordine. Quelli conquistavano una ad una le «casematte del potere», arruolando intellettuali e giornalisti a frotte; Grillo, assai più modestamente, i giornalisti si limita a chiamarli «topi di fogna».

La sinistra tradizionale ha capito bene che Grillo è uno dei suoi peggiori nemici. Lo è persino più di Berlusconi, visto che - a differenza del Cavaliere - il comico genovese riesce a fare presa sul suo elettorato. Non a caso, da giorni, i commenti più allarmati per la nuova iniziativa di Grillo vengono dai giornali e degli esponenti di sinistra. Il commento di Giorgio Merlo, deputato del Pd, sintetizza bene l'umore dell'ambiente: «C'è semplicemente da rabbrividire al pensiero che il comico Beppe Grillo e i suoi supporter siano gli eredi della lotta partigiana».

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venerdì, aprile 25, 2008

Berlusconi, la sinistra e la "questione gay"

di Fausto Carioti

In realtà, tutto quello che c’è da dire sull’argomento è già stato messo nero su bianco, con invidiabile capacità di sintesi, nella lettera che un operaio di Piombino ha inviato a Fabio Mussi, e che a dicembre il ministro mostrava ai giornalisti. «Non vi seguo più», scriveva il ruspante compagno maremmano al suo referente politico, «ormai vi occupate soltanto di carcerati, di finocchi e di negri». Ecco, lasciamo perdere i carcerati e i «negri», e occupiamoci della terza categoria. Bisogna farlo, perché la sinistra ha appena riesumato la questione omosessuale. In funzione antiberlusconiana, ovviamente. Al Cavaliere è bastato dire una ovvietà, e cioè che sarà meglio che il prossimo commissario Ue italiano si interessi «di infrastrutture e di trasporti invece che di omosessualità», per scatenare gli strepiti delle vestali del politicamente corretto: Berlusconi omofobo, destra berlusconiana fascista e impresentabile e così via. Il tutto, va da sé, tenendo un occhio preoccupato sulla capitale, dove Gianni Alemanno rischia di essere eletto sindaco. A la guerre comme à la guerre: urge evocare lo spettro della marcia su Roma.

Eppure il futuro presidente del Consiglio si è guardato bene dal ricorrere a epiteti offensivi. Ha parlato di «omosessualità», e lo ha fatto per dire che esistono questioni politiche più importanti di essa. Ha anche spiegato perché intende cambiare i compiti del commissario italiano: «Visto che abbiamo da riprendere un grande piano di opere pubbliche, avendo un nostro commissario possiamo lavorare meglio». Difficile dargli torto. Anche perché autostrade e ferrovie interessano tutti - ricchi e poveri, uomini e donne, omo ed etero - e non vi è nulla di strano che, nell’agenda di un Paese disastrato come il nostro, vengano prima di molte altre cose. E comunque, anche se non si è d’accordo con Berlusconi e le sue priorità, resta il fatto che nella sua frase non vi era nulla di scandaloso.

Ma a sinistra c’è chi si accontenta di molto poco. Barbara Pollastrini, ministro (ancora per pochi giorni: c’è una giustizia anche in questo mondo) alle Pari Opportunità, in preda a un fremito d’orrore per le parole del Cavaliere si chiede «come possa un premier dare una gerarchia ai diritti in questo modo». Va compresa: dalla sua parte sono talmente abituati a relativizzare tutto che la poverina ormai giudica eversiva la semplice idea di ritenere alcuni diritti più importanti di altri. Una deputata del Pd, Paola Concia, accusa Berlusconi di «omofobia e incapacità di unire gli italiani». Insorge pure Franco Grillini, candidato sindaco alle comunali romane per i socialisti e presidente onorario dell’Arcigay: «L’infelice frase berlusconiana la dice lunga su ciò che la destra italiana pensa delle minoranze e dei diritti civili». L’Unità ieri, in prima pagina, si è appellata a Veronica Lario, chiedendole di fermare il marito, autore di parole tanto scellerate.

Il bello è che sono gli stessi elettori omosessuali, inclusi quelli di sinistra, a dare puntualmente ragione a Berlusconi. Anche per loro esistono temi politici assai più importanti di quello che accade dentro le camere da letto degli italiani. E infatti, chi si presenta come portabandiera dei temi gay viene regolarmente snobbato. Forse qualcuno ricorderà Ivan Scalfarotto. Era l’unico candidato dichiaratamente omosessuale alle primarie dell’Unione nell’ottobre del 2005. Ottenne appena lo 0,6% dei voti. Prendendo per buone le stime di Grillini, secondo il quale gli omosessuali sono tra il cinque e il dieci per cento della popolazione, vuol dire che la stragrande maggioranza degli elettori omosessuali di centrosinistra ha votato, alle primarie, per qualcun altro, facendo così capire che della questione “omo” a loro stessi importa assai poco.

Lo stesso Grillini, che del movimento gay italiano è l’alfiere politico indiscusso, si è appena candidato a sindaco al grido di «Roma laica, Roma libera». Una parte del suo programma era dedicata alla «comunità gay e lesbica» e prevedeva, tra le altre cose, la «pedonalizzazione della gay street» romana, il lancio in grande stile del turismo omosessuale nella capitale e la «apertura del registro delle unioni civili anche alle coppie dello stesso sesso». Un tema, quest’ultimo, che è stato tra i più incandescenti di quelli trattati nell’ultima legislatura, durante la quale, in certi momenti, è sembrato persino che il destino del governo Prodi dovesse decidersi sul riconoscimento delle unioni gay. Nella campagna elettorale per il sindaco di Roma, Grillini è stato l’unico a proporre simili cose. Niente di analogo è rintracciabile, ad esempio, nel programma di Francesco Rutelli, dove in compenso abbondano i riferimenti all’«ordine» e alla «sicurezza». Era lecito pensare, insomma, che il mondo omosessuale, per convenienza, per mancanza di alternative o per stima nei suoi confronti, premiasse il suo portavoce storico. Invece Grillini è uscito dalle urne con le ossa rotte: appena 13.620 voti per lui, lo 0,8% del totale. La grandissima maggioranza degli omosessuali capitolini non ha votato per lui, ritenendo le sue proposte politiche poco interessanti.

La morale è chiara: nonostante il gran parlare che se ne fa a sinistra e l'enfasi epocale che viene data all’argomento, per tantissimi gay la questione omosessuale non è granché importante. Prima, molto prima, vengono la sicurezza, le tasse, il traffico, lo smaltimento dei rifiuti e gli altri temi “ordinari” della campagna elettorale. Il significato del loro voto è profondamente egualitario: vuol dire che non si sentono elettori diversi dagli altri e che la gran parte di loro non ritiene la propria situazione difficile al punto di aver bisogno di leggi particolari. Chi pretende di rappresentare il loro voto secondo schemi legati alle preferenze sessuali, regolarmente fallisce. A ben vedere, a sinistra dovrebbero rallegrarsene e prendere atto delle indicazioni - chiarissime - che arrivano dalle urne. Mentre Berlusconi mostra di avere ottimi motivi per mettere in cima all’agenda italiana altre priorità.

È il solito dilemma della sinistra: dare retta agli umori schietti della base o continuare a credere che la vita sia davvero tutta lì, in quelle tre o quattro ideuzze politicamente corrette che animano le loro discussioni e con le quali pretendono di giudicare ogni giorno l’operato degli avversari. Di solito seguono la seconda strada, e infatti sempre più spesso, quando si voltano, si accorgono che gli elettori li hanno mandati avanti da soli.

© Libero. Pubblicato il 25 aprile 2008.

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mercoledì, aprile 23, 2008

Greenpeace e la scienza: il racconto di Patrick Moore

Quello di Patrick Moore è un nome assai noto tra chi si occupa di ambiente. Fu uno dei fondatori di Greenpeace, che ha lasciato nel 1986. Ha appena raccontato sul Wall Street Journal i motivi del suo addio a Greenpeace. E' una lettura istruttiva.
Nel 1971 si stava radicando in Canada un'etica ambientalista e pacifista, e io decisi di partecipare. Appena ottenni il mio dottorato in Ecologia, misi assieme il mio background scientifico con le forti capacità mediatiche dei miei colleghi. Coerentemente con le nostre tesi pacifiste, fondammo Greenpeace.

Ma dopo ho imparato che il movimento ambientalista non sempre è guidato dalla scienza. (...) Dapprima, molte delle cause che portammo avanti, come l'opposizione ai test nucleari e la protezione delle balene, scaturivano dalle nostre conoscenze scientifiche di fisica nucleare e biologia marina. Ma dopo sei anni passati come uno dei cinque direttori di Greenpeace International, mi resi conto che nessuno dei miei colleghi direttori aveva alcuna formale competenza scientifica. Erano o attivisti politici o imprenditori dell'ambiente. Alla fine, la tendenza ad abbandonare l'obiettività scientifica in favore delle agende politiche mi obbligò a lasciare Greenpeace nel 1986.

Il punto di rottura fu la decisione di Greenpeace di appoggiare la campagna internazionale contro l'uso del cloro. La scienza ci mostra che aggiungere cloro all'acqua da bere è stato la più grande conquista nella storia della sanità pubblica, che ha consentito la virtuale scomparsa di malattie legate all'uso dell'acqua, come il colera. E la maggior parte dei nostri farmaci sono basati sulla chimica del cloro. In parole povere, il cloro è essenziale per la nostra salute.

I miei ex colleghi ignorarono la scienza e appoggiarono la campagna contro l'uso del cloro, obbligandomi ad andare via. Nonostante la scienza sia giunta alla conclusione che non esistano rischi conosciuti - e che ci siano grandi benefici - nell'uso del cloro nell'acqua potabile, Greenpeace e altre associazioni ambientaliste si sono opposte al suo uso per oltre vent'anni.
Il resto del racconto di Moore è qui.

Sullo stesso argomento, l'ottimo articolo di Benedetto Della Vedova per l'Occidentale: «Se la prima edizione dell’Earth Day fu dunque dedicata al global cooling, da qualche anno protagonista dell’evento è il global warming, il suo esatto opposto. Un particolare curioso ma poco rassicurante, che testimonia come la questione ambientale sia dominata da un approccio più emotivo che scientifico, un coacervo ideologico fatto di diffidenza per la scienza e la tecnologia, nostalgia per l’autarchia e vagheggiamenti sulla necessità di politiche denataliste».

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martedì, aprile 22, 2008

Déjà vu

Ventuno luglio dell'anno 2000. A Milano Walter Veltroni, Piero Fassino, Massimo Cacciari, Livia Turco, Pietro Folena e altri tengono a battesimo il coordinamento Ds del nord Italia. I toni sono da evento epocale. Fassino dice: «Noi qui compiamo oggi una scelta di grande rilievo... Stiamo facendo una scelta nel Nord che interessa tutto quanto il paese. Il Nord è, per l'accumulo di sviluppo economico, tecnologico, di piena occupazione, di professionalità e di competenze, il punto più alto dello sviluppo del Paese». Veltroni: «Considero la cosa che stiamo facendo oggi un momento storico, nel senso che cambia il modo di essere del più grande partito della sinistra italiana». E così via.

Non hanno fatto nulla. Otto anni dopo sono sempre lì, a discutere se sia il caso o no di creare un Pd del Nord, davanti agli stessi problemi che intanto non sono riusciti a risolvere, usando le stesse parole, continuando a non capirci nulla come allora.

Hat tip: Left Wing.

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lunedì, aprile 21, 2008

Meno male che Jimmy c'è

Ho un dubbio. Non so a chi dare retta.

Se credere a Jimmy Carter, il quale dice che gli sgherri di Hamas sono pronti a riconoscere il diritto di Israele a vivere in pace, anche se entro i confini del 1967.

O se credere direttamente al capo degli sgherri di Hamas, Khaled Meshaal, il quale, subito dopo aver incontrato Carter, sostiene che a riconoscere il diritto di Israele all'esistenza non ci pensano nemmeno.

Humm. Chissà chi ha ragione.

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Liberali per Mosley

Mario Vargas Llosa fa l'unica cosa che può fare un liberale davanti a un caso come questo. Difende Max Mosley e il suo diritto di divertirsi come gli pare, assieme ad altri adulti consenzienti, senza essere linciato.
«Dirò, brevemente, che, a mio modesto parere, Mosley ha tutte le ragioni del mondo e che se a lui piace che lo sculaccino - come facevano le madri con i bambini che si comportavano male quando io ero piccolo - o ama sculacciare sederi altrui, è un fatto che riguarda solo lui e i suoi compagni di frustate. Nessun altro. A patto, ovviamente, che questi giochi di mano avvengano tra persone adulte che vi si prestino di loro volontà e in perfetta lucidità, come sembra sia accaduto nella circostanza».
Il suo articolo, apparso su El Pais, è pubblicato oggi dalla Stampa. Io ne avevo scritto qui.

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sabato, aprile 19, 2008

La prima volta di Montezemolo

di Fausto Carioti

Girano due interpretazioni delle parole durissime con cui Luca Cordero di Montezemolo, nel suo ultimo discorso da presidente di Confindustria, ha salutato i sindacati e la sinistra. La prima, bonaria, è che certe cose le ha dette solo adesso perché prima glielo ha impedito il suo ruolo di leader degli imprenditori. La seconda, più perfida, è che per sparare ha aspettato di vedere l’avversario a terra, abbattuto dagli elettori e da Silvio Berlusconi. Qualunque sia la ragione che lo ha spinto, ieri, finalmente, il numero uno di viale dell’Astronomia ha parlato davvero fuori dai denti, senza riguardi.

Ne ha avute per tutti. Per le sigle confederali, innanzitutto: «I lavoratori», ha detto, «sono molto più vicini alle nostre posizioni che a quelle dei sindacalisti». Non ce l’ha solo con la Cgil, ma anche con Cisl e Uil, e lo fa capire bene: «In quattro anni le tre sigle sindacali non hanno voluto o potuto raggiungere un accordo, badate bene, non con noi, ma tra di loro». Li ha chiamati «la casta dei professionisti del veto», aggrappati ai loro «rituali logori e costosi», come gli scioperi che accompagnano ogni trattativa per il rinnovo sindacale. Li invitati ad «aprire gli occhi e confrontarsi con il mondo reale».

Ha messo nel mirino anche la sinistra, applaudendo alla «pesantissima sconfitta politica di quelle forze che negli ultimi due anni, dentro il governo, sono state portatrici di una cultura anti-impresa e anti-mercato». Ha sottoscritto il programma di Berlusconi: «Mi fa piacere ritrovare negli impegni delle principali forze politiche, e in particolare della coalizione che ha vinto le elezioni, molte delle proposte del nostro decalogo». E ha lodato l’intenzione del nuovo governo di detassare subito gli straordinari e la parte variabile del salario. Ora ci sono tutti i presupposti, sostiene, perché si apra una «fase nuova», quella delle riforme e delle grandi opere.

Non è un mistero, del resto, che Montezemolo non abbia gradito la partecipazione di volti noti di Confindustria, come Massimo Calearo e Matteo Colaninno, al progetto veltroniano. A infastidirlo non era tanto il Partito democratico, il cui programma giudicava in gran parte accettabile, ma lo sbilanciamento a sinistra della confederazione degli imprenditori, che durante la campagna elettorale, agli occhi dell’opinione pubblica, è sembrata la riserva di caccia privata del sindaco di Roma. L’uscita di ieri è servita a Montezemolo anche per mandare il messaggio corretto: durante il suo mandato l’associazione non si è spostata a sinistra e tantomeno è stata così sprovveduta da identificarsi con i perdenti.

In altri tempi, molti imprenditori si sarebbero interrogati sulla necessità di lanciare un attacco tanto duro a Cgil, Cisl e Uil: a viale dell’Astronomia sono sempre stati molto attenti a non delegittimare la controparte, ed è accaduto, in passato, che i suoi vertici difendessero le tre confederazioni dagli attacchi del centrodestra. Ma il sindacato di oggi è ben poca cosa: prima di Montezemolo lo hanno delegittimato i suoi iscritti, che sempre più spesso votano per la Lega e per Berlusconi, le cui proposte sono quasi sempre opposte a quelle delle confederazioni sindacali. Abituati ad altri trattamenti, Guglielmo Epifani e i suoi colleghi hanno reagito prima con stupore, quindi con rabbia, alle parole del presidente uscente di Confindustria. Ma farebbero meglio a preoccuparsi delle pernacchie dei lavoratori.

© Libero. Pubblicato il 19 aprile 2008.

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venerdì, aprile 18, 2008

Cgil, operazione suicidio: ora il nemico è l'Ici

di Fausto Carioti

C’è una poltrona libera, da qualche giorno: è quella di presidente del Partito democratico. Anche se con un certo ritardo, Romano Prodi ha preso atto che nel Pd non lo voleva più nessuno e che la sua presenza era solo motivo d’imbarazzo. Il successore dovrebbe essere uno tra Rosy Bindi e Franco Marini. Pacatamente, serenamente, ci permettiamo di suggerire un terzo nome: quello di Tafazzi, il personaggio televisivo noto per l’irruenza con cui si percuote i genitali a colpi di bottiglia. Sarebbe un “padre nobile” perfetto. Nessuno riassume meglio di lui il tratto caratteristico della sinistra italiana: la capacità di farsi del male, di insistere nell’errore anche dopo che la “base” ha fatto capire nel modo più chiaro che chi pretende di rappresentarla sta sbagliando tutto. L’ultimo gesto autolesionista l’ha appena compiuto Guglielmo Epifani. Il segretario generale della Cgil ha annunciato che il suo sindacato è contrario all’abolizione dell’imposta comunale sulla prima casa, provvedimento con cui Silvio Berlusconi intende battezzare la nascita del suo nuovo governo. «Credo che per l’Ici si possa aspettare, perché la priorità è il sostegno dei redditi più bassi», dice Epifani.

Il fatto che un leader sindacale si opponga a uno sgravio fiscale capace di portare un miliardo e mezzo di euro l’anno nelle tasche delle famiglie proprietarie di casa (e sono il 74 per cento) si spiega in solo modo: il richiamo della foresta. È la lotta di classe, l’ostilità atavica nei confronti dei “padroni” che lo fa parlare. Se posseggono una casa, fosse anche la prima e unica - è il suo ragionamento - vuol dire che in fondo così male non stanno. Sono idee come queste che hanno portato la sinistra sull’orlo del baratro, e che ora la stanno spingendo a fare un passo avanti.

Il leader della Cgil non ha realizzato che la casa non è uno sfizio da ricchi, ma il bene-rifugio nel quale tante famiglie a reddito fisso - incluse quelle di milioni di operai - investono i risparmi messi da parte in decenni di lavoro. Epifani non ci è arrivato, ma i suoi tesserati lo hanno capito benissimo, tanto che gli iscritti alla Cgil e il resto delle tute blu si sono messi in marcia, ormai da anni, verso il centrodestra. Un sondaggio commissionato dopo le elezioni del 2006 dalla stessa Cgil alla Swg faceva capire che, nonostante la vittoria di misura incassata dall’Unione, lo smottamento iniziato nel 1994 non si era fermato. Renato Brunetta, nel libro “Il berlusconismo. L’identità e il futuro”, ha scritto che questo studio «dimostra come, contrariamente a quanto si pensi, al Nord la maggioranza di operai e pensionati continua a scegliere il centrodestra». Pochi giorni prima delle recenti elezioni, un’altra indagine, stavolta firmata dalla Demos di Ilvo Diamanti, avvertiva che «il PdL sovrasta il Pd fra i liberi professionisti (di 25 punti), fra i lavoratori autonomi e gli imprenditori (addirittura 35). Ma lo supera anche fra gli impiegati privati (di poco) e perfino (in misura più rilevante: 14 punti in più) tra gli operai». Che tra Cipputi e Berlusconi sia scoppiato l’amore lo ha capito persino Fausto Bertinotti: «Ora nelle fabbriche i sindacalisti Fiom hanno la tessera di Forza Italia», ha ammesso poche settimane fa.

Quattordici punti di distacco in favore del centrodestra tra gli operai, tesserati Cgil che si dividono tra le presse di Mirafiori e la sezione di Forza Italia: sembravano enormità, e invece le urne hanno confermato tutto. Dove non è bastato il PdL, poi, ci ha pensato la Lega: persino in Emilia Romagna il Carroccio ha preso il 7,8%, contro il 3% della Sinistra arcobaleno. Commento sconfortato di Valentino Parlato, fondatore del Manifesto: «Gli iscritti alla Cgil votano Lega. Il sindacato è indebolito e non è un caso che proprio nelle regioni rosse c’è stato un tracollo».

È un modo carino per dire che i lavoratori ormai se ne fregano di quello che dicono Epifani e i suoi colleghi. I sindacalisti puzzano di “casta”. Vederli battersi contro il taglio dell’Ici fa incavolare il doppio se si sa che i sindacati hanno avuto i loro immobili gratis, grazie a una legge del 1977, che attribuì gli enormi patrimoni delle corporazioni fasciste alle più importanti confederazioni sindacali. L’elenco dei beneficiati è lunghissimo e comprende, tra le altre organizzazioni, Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, Coldiretti e Lega Coop. La stessa legge stabilì che questi trasferimenti di proprietà dovevano essere «esenti dal pagamento di qualsiasi tassa o imposta». Una norma del ’92 libererebbe i sindacati persino dal pagamento dell’Ici. In molti casi, però, l’imposta viene versata, perché i sindacati sono stati costretti a intestare gli immobili a società terze. Un tempo, infatti, i loro palazzi erano intestati pro tempore ai segretari generali, ma è successo che, alla morte di questi, qualche erede ne abbia reclamato il possesso: meglio cautelarsi, insomma.

Calcolare il giro d’affari del mattone sindacale è impossibile, dal momento che le confederazioni non presentano un bilancio consolidato. Il conto sfugge persino ai diretti interessati, se è vero quanto dice Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil: «Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco, ma deve trattarsi di una cifra davvero impressionante». Né è facile risultare credibili nel parlare di pensioni quando c’è un lunghissimo elenco di sindacalisti che, grazie a due leggine - la “legge Mosca” del 1974 e quella voluta da Tiziano Treu nel 1996 - hanno potuto farsi una, e talvolta due pensioni, ad un costo irrisorio per il sindacato, ma assai elevato per l’Inps.

La stessa iscrizione alla Cgil sta perdendo il valore che aveva un tempo. Sempre più spesso si sceglie il sindacato come un centro servizi. Cgil, Cisl, Uil o un’altra sigla cambia poco: come il gatto di Deng Xiaoping, non importa quale sia il suo colore, l’importante è che acchiappi i topi, cioè sbrighi le pratiche in modo efficiente. Tanto, dentro al seggio elettorale, niente impedisce all’operaio con la tessera rossa in tasca di mettere la croce sul simbolo del PdL o della Lega. E se Epifani è contrario all’abolizione dell’Ici sulla prima casa, peggio per lui: tumulate le ideologie, anche l’elettore in tuta blu sceglie chi presenta l’offerta politica più conveniente. Avere il sindacato a sinistra e il partito a destra non è più un controsenso.

© Libero. Pubblicato il 18 aprile 2008.

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giovedì, aprile 17, 2008

Calearo sconfitto anche in casa sua

di Fausto Carioti

Uomo d’impresa, «uomo del fare», come lui stesso si definisce con orgoglio, Massimo Calearo durante la campagna elettorale si era rimboccato le maniche. Aveva lavorato duro, da bravo veneto. Alla fine, dopo aver tanto seminato, era pronto a raccogliere. «Si sente aria di nuovo, c’è tanta gente che non avrebbe mai votato per il Pd, e che invece lo ha fatto, anche per la mia presenza. E molti che votavano Forza Italia sono venuti con noi», gongolava domenica l’ex presidente di Federmeccanica davanti al taccuino del giornalista di Repubblica. Raccontava che persino suo padre, l’ottantenne Alessio, che aveva sempre votato per il centrodestra, si era convinto e aveva messo la croce sul simbolo del Partito democratico. Cosa non si fa per i figli. Del resto, era proprio per la sua capacità di rastrellare voti laddove il Pd non ne avrebbe mai presi che Walter Veltroni aveva voluto candidare a tutti i costi il cinquantatreenne Massimo alla Camera e lo aveva messo capolista nel Nordest, nella tosta circoscrizione “Veneto 1”, che raggruppa le province di Padova, Rovigo, Verona e Vicenza. Il giorno in cui annunciò la candidatura di Calearo, Veltroni sorrise e scandì bene le parole: «Sì, si può vincere. Si può fare la più grande rimonta della storia politica italiana». Già, la «rimonta spettacolare» di Veltroni. Calearo ci credeva e da quel momento in poi ha parlato da ministro per il Nordest, incarico che Veltroni gli aveva promesso dopo averlo inventato appositamente per lui.

Oddio, qualcuno a sinistra aveva provato a smorzare gli entusiasmi veltroniani. Quella Cassandra barbuta di Massimo Cacciari, ad esempio, aveva avvertito: «Non credo che Calearo possa spostare un solo voto verso di noi. La somma algebrica di qualcosa recuperato a destra e di qualche voto perso a sinistra sarà zero». Era apparso un editoriale perplesso anche su Europa, il quotidiano della Margherita: «Calearo, come le giovani capilista in altre regioni, come l’operaio piemontese, non sono altro che trovate comunicative, modalità utilizzate dal leader del Pd per far parlare i media. Nessuno, singolarmente, sposterà molto più del voto dei propri parenti». Ma erano voci flebili, coperte dalla “ola” assordante che i nove decimi dell’informazione italiana mettevano in scena ogni giorno per Veltroni e il suo grande sogno progressista: «Si può fare».

Insomma, sembrava andare tutto per il meglio. Mancava solo l’ultimo dettaglio: gli elettori. Nel bar del suo paese, racconta sempre Repubblica, la domenica delle elezioni Calearo si era lasciato andare: ci sono «ottimi segnali», aveva confidato agli amici. Poi si sono chiusi i seggi, le urne sono state aperte, sono stati fatti gli scrutini e finalmente si è potuto toccare con mano l’“effetto Calearo”. Che adesso è misurabile da chiunque, sul sito del ministero dell’Interno che riporta i risultati del voto. Iniziamo da Costabissara, il paese di Calearo, quello dove c’è il bar in cui il fiore all’occhiello di Veltroni prendeva il caffè e faceva razzia di elettori. Ecco, in questo paesino del vicentino che conta 4.420 votanti, il Pd ha preso 1.198 voti, il 27,1% del totale. Il “valore aggiunto” di Calearo lo si deduce facendo il raffronto con i voti che l’Ulivo ottenne qui nel 2006: furono 1.093. Stavolta il Pd (che intanto ha inglobato i radicali, due anni fa candidati sotto il simbolo della Rosa nel pugno) ne ha ottenuti 105 in più. I «molti» che prima votavano Forza Italia e grazie a Calearo hanno scelto il Pd debbono essere loro: forse il giornale della Margherita aveva ragione, quando parlava dei parenti dei candidati di Veltroni. Purtroppo, però, i voti di babbo Alessio, degli altri congiunti e degli amici del baretto non sono bastati a fare del Pd il primo partito del paese. Anche qui, in casa di Calearo, ha stravinto Silvio Berlusconi: il PdL ha ottenuto 1.231 voti, e assieme alla Lega è stato scelto dal 53% degli elettori.

Poi, allargando il compasso, c’è la provincia di Vicenza, sede delle attività del gruppo Calearo, che produce antenne per automobili. Al capolista del Pd non è andata molto meglio. Anzi. Il suo partito ha preso il 25% dei voti. L’Ulivo, due anni fa, ne ottenne il 24,8%. Il guadagno è stato irrisorio, appena dello 0,2%, e chissà se è dovuto all’ingresso di Marco Pannella nel Pd o al fascino esercitato da Calearo sugli elettori. Anche qui, solita vittoria a man bassa del PdL, che è il primo partito, e della Lega, che insieme hanno incassato il 56,6% dei voti. Non resta che misurare il peso elettorale del nostro imprenditore nell’intera circoscrizione elettorale. Nell’inquieto Nordest, nel 2006, l’Ulivo ottenne il 26,1% dei voti. Stavolta il Pd, con Calearo capolista, è arrivato al 25,6%. Insomma, si è registrata una perdita di mezzo punto percentuale, pari a 26.500 voti.

Calearo, però, è felice lo stesso. Sul suo sito web scrive che «il Partito democratico deve partire dai buoni risultati del Veneto, dove si misurava la sua capacità di aprire una breccia nel muro del Nord, per costruire il proprio futuro». Buoni risultati: quando si dice la forza dell’ottimismo.

© Libero. Pubblicato il 17 aprile 2008.

Nota: l'articolo qui sopra riprende i dati già scritti in questo post, dove sono stati inseriti tutti i link ai dati del ministero dell'Interno.

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Israele e Usa votano Berlusconi, Iran e Siria votano Pd

Leggere i risultati del voto all'estero è divertente e istruttivo. Niente di scientifico, per carità, ma se ne ricavano due forti impressioni. La prima è che gli italiani sparsi per il mondo siano molto attenti alla politica estera dei partiti in lizza. La seconda è che gli stessi elettori tendano a uniformarsi all'atteggiamento che ha, nei confronti dei partiti italiani, il Paese in cui vivono. In altre parole, vedono la politica italiana attraverso gli occhi dell'opinione pubblica che li circonda. Due fattori ovvi, che danno però risultati interessanti.

L'esempio più lampante viene dal Medio Oriente. Israele ha premiato la lista di Silvio Berlusconi con un consenso "modello Vladimir Putin": 73,3% al Popolo delle libertà, 20% al Partito democratico. Penalizzato l'operato del governo Prodi e del ministro Massimo D'Alema: nel 2006 l'Unione aveva preso il 31% dei voti. L'Iran, con il 54,4% dei voti, premia invece il Partito democratico, e lo stesso fanno gli elettori italiani di un altro "stato canaglia", la Siria, dove il 57% dei consensi è andato alla lista di Walter Veltroni.

E in Occidente? Le due patrie del libero scambio e delle libertà individuali, Stati Uniti e Regno Unito, danno la maggioranza relativa dei consensi al Popolo delle libertà. Gli elettori italiani negli Usa, anche se di poco, incoronano il Pdl primo partito, con il 45,4% dei voti. Discorso analogo in Inghilterra, dove gli azzurri sono in testa con il 39,6% dei consensi.

Vittoria del Pd in Francia, paese tradizionalmente più attratto dall'egualitarismo che dall'individualismo, dallo statalismo più che dalla libera impresa: il 42,6% dei voti sono andati a Veltroni. E anche gli elettori italiani in Belgio, in gran parte composti dagli euroburocrati di stanza a Bruxelles, hanno scelto gli eredi di Romano Prodi, mettendo in cima alle loro preferenze il Pd, con il 41,3% dei voti. Consensi rilevanti, dagli italiani in Belgio, anche per gli altri partiti della sinistra: l'Idv ha preso l'8,3% dei voti, il Partito socialista il 6,8%, la Sinistra arcobaleno il 4,7%.

Infine (ma il giochino potebbe continuare a lungo) gli italiani dei politicamente corretti e multiculturalisti Paesi del nord Europa hanno scelto in blocco il Pd: la Norvegia con il 51,4% dei voti, la Svezia con il 50,5%, i Paesi Bassi con il 45,1% e la Danimarca con il 43,4%.

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mercoledì, aprile 16, 2008

Libertà di bavaglio

Lasciamo perdere la persona in questione. Immaginiamo che non si tratti di Brigitte Bardot, ma di un bischero qualunque. Ecco, il fatto che oggi, nel cuore dell'Europa, in Francia, patria di Voltaire e sedicente culla dei diritti civili, si possa essere processati e condannati per aver criticato il rituale islamico della macellazione animale e aver detto che i musulmani stanno «distruggendo noi e il nostro Paese, imponendoci i loro costumi», è semplicemente indecente. E conferma tutte le più fosche previsioni sul futuro del vecchio continente.

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Il valore aggiunto di Calearo

Leviamoci lo sfizio e quantifichiamo la portata dell'effetto prodotto dalla candidatura nel Partito democratico dell'imprenditore Massimo Calearo, l'uomo che avrebbe dovuto far sterzare verso Walter Veltroni e la sua lista l'operoso Nordest. Mettiamo a confronto con le elezioni politiche del 2006 i voti appena ottenuti dal Pd nei posti dove la candidatura di Calearo è più significativa: il suo comune (Costabissara), la sua provincia (Vicenza), la sua regione (il Veneto). Notare che, a urne appena chiuse, Calearo aveva detto di aver ricevuto «ottimi segnali». «Vedrete, ne ho convinti tanti», assicurava. Massì, vediamo.

Come noto, gli schieramenti stavolta erano diversi da quelli delle precedenti elezioni. Comunque ho confrontato il dato ottenuto dall'Ulivo nel 2006 (elezione della Camera dei deputati) con quello appena conseguito dal Pd, "regalando" così, di fatto, alla lista di Veltroni e Calearo i voti dei radicali, che due anni prima si erano presentati con la Rosa nel Pugno, fuori dall'Ulivo sebbene alleati con esso.

Iniziamo dalla casa di Calearo. Cioè dal piccolo comune di Costabissara (6.300 anime), dove Calearo lo conoscono tutti. Il 9 aprile del 2006 l'Ulivo qui prese il 25,1% dei voti. Stavolta, invece, il Pd ha preso il 27,1%. Che equivale a un guadagno del 2% rispetto alla tornata elettorale precedente. La differenza, probabilmente, l'hanno fatta Calearo, i suoi parenti e i suoi conoscenti. Che comunque non sono bastati a Veltroni e alla sua coalizione per evitare, persino qui, una sonora sveglia: a Costabissara il Pdl di Silvio Berlusconi ha incassato il 25,8% dei voti (più del Pd) e, alleato con la Lega, ha raggiunto quota 53%.

Vediamo ora la provincia di Vicenza. Stesso calcolo: nel 2006 l'Ulivo raggiunse il 24,8% dei voti. Stavolta il Pd ha fatto il 25%. In parole povere, c'è stato un guadagno dello 0,2%, che la presenza dei radicali nel Pd basta a spiegare.

Infine, il Veneto. Per la precisione la circoscrizione elettorale Veneto 1, che raggruppa Padova, Rovigo, Verona e Vicenza. Nel 2006 qui l'Ulivo ottenne il 26,1% dei voti. Stavolta il Pd, con Calearo capolista, ha ottenuto il 25,6% dei voti. Dunque, si è registrata una perdita di mezzo punto percentuale.

Ce n'è abbastanza per capire che la tanto sbandierata candidatura di Calearo ha avuto un peso elettorale minimo solamente nel suo paesino, dove peraltro non è stata nemmeno sufficiente a spostare l'ago della bilancia verso il Pd. A livello provinciale e regionale essa è stata del tutto ininfluente.

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martedì, aprile 15, 2008

Il politologo e il comico

«Il piano di Silvio era: prima gozzovigliare per cinque anni, poi perdere e lasciare due mesi di governo ai comunisti perché mettano a posto i bilanci - quelli lì ne sono capaci, sa? Così la gente fa i sacrifici, i comunisti sono gli unici che possono chiederglieli. Poi, quando i conti sono a posto, Silvio torna più bello di prima e fa un ribaltone a suo favore». Antonio Cornacchione, 12 aprile 2006.

«Dicono i sondaggi, con un margine di errore che va sempre tenuto ben presente, che il complesso degli indecisi sia da valutare attorno al 10 per cento dei presumibili votanti. Dicono anche che il 45 per cento di quel dieci sia orientato a votare Veltroni. E dicono infine che se quel 45 diventasse il 13 aprile il 60, alla Camera si potrebbe pareggiare, i due maggiori partiti si troverebbero spalla a spalla e uno dei due otterrebbe la vittoria con uno scarto minimo di voti. Se poi il Partito democratico convogliasse su di sé il 75 per cento degli indecisi la vittoria alla Camera diventerebbe una quasi certa probabilità». Eugenio Scalfari, 6 aprile 2008.
Il primo, a modo suo, nell'aprile del 2006 ci ha azzeccato: ha sbagliato solo i tempi. Il secondo, nell'aprile del 2008, ha sbagliato Paese.

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Resa incondizionata

«Il rapporto fra quest’uomo e l’Italia, a questo punto, assume effettivamente una dimensione storica. Sarà lui a decidere quando il proprio ciclo terminerà, e intanto tocca a lui decidere che tipo di rapporto instaurare con l’opposizione».
Editoriale odierno di Europa, quotidiano della Margherita.

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lunedì, aprile 14, 2008

Waterloo 2008

Prima considerazione, a urne ancora calde, sulle elezioni politiche appena concluse. Dal parlamento italiano scompaiono i comunisti ed è ridotta a un ruolo assolutamente secondario l'unica forza democristiana che ha scelto di correre da sola: l'Udc. La marginalizzazione delle due forze politiche e culturali che hanno segnato il dopoguerra italiano è un evento epocale, la cui portata sarà valutabile in modo compiuto solo tra qualche tempo.

Seconda considerazione: la legge elettorale attuale funziona anche al Senato. Dicevano in tanti, soprattutto a sinistra, che era una schifezza di legge, non in grado di garantire la governabilità. Era diventato un luogo comune, sempre sulla bocca anche dei più raffinati politologi. Ma era una solenne cavolata. La scorsa legislatura è stata caratterizzata da un Senato in equilibrio perché era stato in equilibrio il voto degli italiani. Stavolta che gli italiani si sono espressi in modo chiaro, premiando la coalizione di Berlusconi con uno scarto di circa otto punti, il PdL e i suoi alleati hanno ottenuto, anche alla camera alta, una vasta maggioranza. Quando la polvere si sarà posata, la coalizione berlusconiana conterà su almeno 170 senatori, quella veltroniana probabilmente su meno di 140. I senatori a vita potranno godersi il loro meritato riposo.

Terzo. Poche storie, Walter Veltroni ha fallito. La soglia di decenza del Pd, quella al di sopra della quale il suo operato sarebbe stato promosso, era fissata al 35%. Veltroni non è arrivato al 34%. Puntava a fare del Pd il primo partito italiano. Ma è costretto a guardare il PdL dal basso di oltre quattro punti di distacco. Viste le abitudini della casa, gliela faranno pagare. Non subito, perché devono prima trovare il nome dell'uomo con cui sostituirlo. I papabili sono due, Pierluigi Bersani ed Enrico Letta (sai che sballo). Tanto non c'è fretta, la legislatura che si apre rischia di essere lunga.

La quarta considerazione riguarda l'astensionismo. Il popolo della sinistra e del centrosinistra da tempo non si trovava davanti a un'offerta così ampia: Partito democratico, Sinistra arcobaleno, Partito socialista, Partito comunista dei lavoratori, Sinistra critica, Partito Comunista Marxista-Leninista. Eppure molti degli elettori di sinistra hanno rifiutato tutte le loro proposte e si sono rifugiati nell'astensionismo, misurabile attraverso lo scarto di votanti tra queste elezioni e quelle del 2006. Colpa di Veltroni, di Fausto Bertinotti e di tutti gli altri, perché non sono stati in grado di convincere i loro potenziali elettori e si sono rivelati incapaci di smarcarsi dall'imbarazzante immagine dei disastri prodiani. La Waterloo della sinistra italiana si spiega soprattutto così.

Quinta considerazione. La vita del prossimo governo dipenderà dalla Lega, mai politicamente forte come oggi. Un bel banco di prova per Silvio Berlusconi, ma anche per il partito di Umberto Bossi e la sua classe dirigente, stretti tra l'impegno di assicurare lealtà all'alleanza di centrodestra e il bisogno di assecondare in qualche modo le aspettative e le pulsioni degli elettori. Il futuro del governo e dell'alleanza si gioca qui.

Sesta e ultima riflessione. Ovvia, la più banale. I sondaggi di Veltroni erano una barzelletta propagandistica e gli exit poll (spiace per chi li ha finanziati) si confermano fatti con i piedi. Ancora una volta (è la seconda elezione di fila) l'unico che spaccia sondaggi attendibili è Berlusconi. Il mio parere è che il Cavaliere se li inventi, o comunque dica in pubblico (come fanno tutti gli altri) i numeri che più gli fanno comodo. Fatto sta che lui ci azzecca.

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domenica, aprile 13, 2008

Abbiamo atteso lo scatto di Veltroni. Inutilmente

di Fausto Carioti

E il botto? Lo abbiamo aspettato col fiato sospeso tutti quanti, i suoi elettori per primi. Attesa inutile: il gesto epocale non c’è stato. Walter Veltroni doveva fare «boom». Si è limitato a fare «plof». La sua campagna elettorale è finita come era iniziata: «troppo flaccida», per riprendere le parole usate qualche settimana fa dal professor Giovanni Sartori. Nessuna scossa, nessun lampo di genio, nessun guizzo decisivo al novantesimo minuto, come era lecito sperare. Tramortito da Romano Prodi, il popolo di sinistra aveva bisogno di un caffè triplo per ricominciare a sperare. Il sindaco di Roma gli ha servito - con molto garbo, per carità - un brodino vegetale, tiepidino e sciapetto. Nemmeno l’ombra della proposta che spariglia, l’equivalente dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, sparata da Silvio Berlusconi all’ultimo minuto della campagna elettorale del 2006 e rivelatasi decisiva per pareggiare i conti con l’Unione e segnare il destino della legislatura che si stava per aprire.

Già a fine marzo Massimo D’Alema gli aveva suonato la sveglia. Lo slogan scelto da Walter, «si può fare», traduzione di quel «yes, we can» con cui Barak Obama ha asfaltato Hillary Clinton, era «moscio, vago», gli aveva spiegato Baffino. Ci voleva più testosterone. Pierluigi Bersani aveva invitato in pubblico Veltroni a «dare un colpo di reni», a «cambiare passo», perché «una certa fascia di elettorato», quella moderata, seguitava a ignorare il partito democratico. Europa, quotidiano della Margherita, gli aveva chiesto «coraggio fisico» e consigliato di andare in Campania, «luogo del fallimento del centrosinistra», a riconoscere, davanti alle cataste di «munnezza», tutte le responsabilità della sua parte politica. Prime avvisaglie del terremoto cui assisteremo se lunedì sera Veltroni non avrà raggranellato almeno il 35% dei voti.

La verità è che il colpo in canna lui era convinto di averlo. Solo che il proiettile si è rifiutato di partire. Il botto di Veltroni doveva essere l’annuncio di una squadra di ministri vip, con Mario Monti a fare da ciliegina nel ruolo di ministro dell’Economia. Chiamatosi fuori in largo anticipo Luca Cordero di Montezemolo, altri nomi forti, per il ministero di via Venti Settembre, a sinistra non ne esistono: Tommaso Padoa Schioppa, ammesso che intenda fare il bis, ha la colpa grave di essere stato il principale ministro del disastroso governo Prodi. Vincenzo Visco, non ne parliamo. Ma Monti si è letto i sondaggi e ha capito che, accettando prima del voto, rischiava seriamente di andare a schiantarsi contro un muro. Così ha declinato. La stessa cosa ha fatto Anna Maria Artoni, numero uno della Confindustria emiliano-romagnola ed ex presidente dei Giovani di viale dell’Astronomia. Veltroni la vedeva bene alla guida delle Attività produttive. Pure lei è stata corteggiata inutilmente sino a poche ore fa.

Riletta adesso, la cronologia delle buone intenzioni di Veltroni è avvilente. Anticipò il suo piano il 13 febbraio a Porta a Porta: «Annuncerò sicuramente parte dei ministri in campagna elettorale». Il 21 marzo ribadiva alle “Invasioni barbariche” che «qualche nome lo farò prima del 13 aprile». Ma ancora silenzio. La gelata è arrivata il 29 marzo. A domanda diretta su chi avrebbe guidato l’Economia nel suo ipotetico governo, Veltroni rispondeva: «In nessun paese si fanno nomi prima delle elezioni». Così, arrivati al voto, l’unico ministro annunciato è Ileana Argentin, ex delegata all’handicap per il comune di Roma, scelta per un dicastero ancora da definire e comunque secondario. Fallimento completo, insomma.

Anche perché il leader del Pd non è riuscito a far passare alcun altro messaggio forte. L’immagine di discontinuità con la maggioranza che ha affossato Prodi, alla quale Veltroni tiene tanto, in gran parte se l’è giocata imbarcando Di Pietro e i radicali. E su tutti i temi del giorno, nel bene e nel male, ha dettato legge Berlusconi. Alitalia, precari, accuse al Quirinale, persino Francesco Totti: gli argomenti di questa campagna elettorale li ha scelti il Cavaliere, anche a costo di attirare critiche su di sé. A Veltroni non è rimasto che accodarsi e cercare di ritorcere contro Berlusconi le sue stesse uscite. Finendo per fare il gioco dell’avversario.

© Libero. Pubblicato il 13 aprile 2008.

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sabato, aprile 12, 2008

Gli ultimi veleni prima del voto

di Fausto Carioti

L'ultima polpetta avvelenata prima del voto è anche la più infame. Da qualche settimana, nelle ambasciate dei Paesi amici, nelle stanze ai piani alti di Confindustria e in altre sedi di isttituzioni importanti, girano brutte voci sullo stato di salute di Silvio Berlusconi. Con l'avvicinarsi della data del voto, queste voci si sono fatte più insistenti. Per essere più chiari, riguardano il ritorno dello stesso male che Berlusconi, un giorno del luglio del 2000, confidò di avere già sconfitto: «Ho avuto un cancro alla prostata», raccontò. «Ho vissuto mesi da incubo, ma ho continuato a lavorare senza far trasparire nulla. Poi sono stato operato e ce l’ho fatta. E ho ricominciato con più grinta». L’operazione avvenne nella primavera del 1997.

Sono passati undici anni. Oggi - ne abbiamo la certezza - Berlusconi sta benissimo. Però il venticello della calunnia si sta facendo sentire, guarda caso in prossimità dell’appuntamento elettorale più importante della sua vita, quello che dovrebbe sancire la vittoria definitiva del Cavaliere sulla sinistra, aprirgli la strada di Palazzo Chigi e tra cinque anni, se tutto fila liscio, quelle del Quirinale. Con il dovuto tatto, le ambasciate e le sedi delle grandi associazioni cercano di informarsi, usando canali informali: chiamano i giornalisti amici, sondano gli uomini vicini al Cavaliere, provano a capire se la tempra di Berlusconi gli consentirà davvero di governare per altri cinque anni.

Ogni immagine di Berlusconi è analizzata al microscopio, ogni defaillance dà il via a un florilegio di supposizioni infondate. Zoppica sul palco? Non è il menisco del ginocchio destro che cede (la stessa articolazione che Berlusconi si fece operare nel novembre del 1996), ma è la malattia che, in qualche modo, torna a farsi sentire. È ingrassato (come appare in televisione in questi giorni)? Non sono i pranzi e i cocktail e i buffet e le cene elettorali cui è costretto a partecipare da settimane, ma i farmaci che sta prendendo. Ha poca voce? Sì, è dovuto al fatto che si sgola per ore nei comizi (accanto a lui, guarda caso, da qualche giorno c’è l’otorinolaringoiatra del san Raffaele, che inutilmente lo supplica di risparmiare gola e tonsille). Ma forse, s’insinua e si dubita, c’è anche qualcos’altro.

Di vero, in tutto questo, c’è solo che Berlusconi - che in campagna elettorale non è tipo da tirarsi indietro - sta strapazzando il suo fisico ben più di quanto dovrebbe. Lui lo sa, ma sa anche che la sua presenza in ogni angolo d’Italia è indispensabile, e che per riposarsi (ammesso che Berlusconi sappia cosa vuol dire) avrà tempo dopo. Però qualcuno, intanto, prende per verosimili le voci che lo riguardano. E si regola di conseguenza.

Impossibile dire se dietro ci sia una regia tesa a screditarlo nelle sedi che contano. Probabilmente no. Di certo, però, queste voci, note a tutti gli addetti ai lavori, fanno un gran comodo agli avversari del PdL. Walter Veltroni non parla - ci mancherebbe - della malattia di Berlusconi, ma ogni volta che può allude alle condizioni fisiche del suo rivale. Lo fa a modo suo: obliquo. Da qualche tempo, gli argomenti forti dei comizi del candidato premier del Pd sono l’età e la tenuta fisica di Berlusconi. Un giorno il pensionato Veltroni dice che «con stasera siamo arrivati alla tappa 71 del mio viaggio in Italia, più o meno l’età del mio principale avversario». Quello dopo ricorda a chi lo ascolta che «nel 2026 avrò la stessa età che ha oggi il mio avversario». Passa qualche ora e fa sapere all’Italia che lui ha «voglia, energia, il tempo giusto della vita» per fare il premier. A differenza di Berlusconi, s’intende: «Lui è un leader logorato, io no», assicura.

La buona notizia è che domani si vota. E che, assieme alle elezioni, termineranno veleni, calunnie e allusioni.

© Libero. Pubblicato il 12 aprile 2008.

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Timothy Garton Ash su Fitna e l'islam

Analisi assai liberale e molto sensata dello storico ed editorialista Timothy Garton Ash su Fitna, il film di Geert Wilders. Il film non gli piace, ma meno ancora gli piace l'atteggiamento vigliacco di tanti leader internazionali dinanzi alle minacce di morte ricevute da Wilders.
Che Wilders non meriti la morte per aver fatto un film vi sembrerà forse una cosa talmente ovvia che non c'è neanche bisogno di dirla. Invece va detto e ribadito. Anzi, è la prima cosa da dire. Perché una delle realtà più corrosive del nostro tempo è che, non una, ma tante persone in tutto il mondo sono minacciate di morte, vivono nascoste o sotto protezione 24 ore su 24, semplicemente perché hanno detto, disegnato o fatto qualcosa che viene considerato "un affronto all'Islam".

Troppi leader olandesi e internazionali si sono affrettati a deplorare il film di Wilders senza prima condannare chi lo minaccia di morte. Un esempio eclatante viene dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, che pur condannando esplicitamente il film (ma non le minacce di morte), nega che in questa vicenda sia in gioco il diritto alla libertà di espressione. Che idiozia, anche un bambino di dieci anni capisce che non è vero. Ban non ha diritto di dire certe cose a nostro nome.
L'articolo di Garton Ash in Italia è stato pubblicato oggi su Repubblica (da cui ho preso la traduzione), che ovviamente gli ha dato un titolo assai più critico di quello con cui è apparso originariamente su The Guardian. Titolo inglese: "Intimidation and censorship are no answer to this inflammatory film". Titolo di Repubblica: "Quel film è orribile ma censurarlo è peggio". Non occorre essere madrelingua per capire che "orribile" non è la traduzione di "inflammatory". Peraltro, la parola "horrible" non appare mai nel suo articolo. Ma tant'è.

Quanto al sottoscritto, quello che pensa di Fitna lo ha scritto qui. Non è troppo diverso da quello che scrive Garton Ash. Soprattutto nei giudizi su Ban Ki-moon.

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venerdì, aprile 11, 2008

Fuoco amico a sinistra

Il fenomeno ha un nome tecnico: è la "sindrome del macellaio di Valentino Parlato", che a sinistra è stato il primo a sinistra a teorizzarlo. Ricordate le elezioni politiche di due anni fa? I calcoli della vigilia dicevano che, se la percentuale dei votanti sarebbe stata alta, la Cdl avrebbe avuto ottime chances di agguantare l'Unione. Ed è proprio quello che successe. Ecco, stavolta, i ruoli sono invertiti. L'elettorato pigro, schifato, demotivato ora sta nel centrosinistra. Se Walter Veltroni vuole avere qualche speranza di pareggio al Senato, deve puntare su una fortissima partecipazione degli elettori. In parole povere, stavolta - ed è cosa davvero rara - l'astensione penalizza il centrosinistra.

Si spiega così il riemergere dai sonni girotondini di Nanni Moretti. Che ha lanciato un appello - apparso su Repubblica - a tutti coloro che alle ultime elezioni hanno votato a sinistra e che adesso - tramortiti da Prodi e per nulla eccitati da Veltroni - intendono disertare le urne. Persi per strada lo slancio della rincorsa iniziale e la mistica del nuovismo, al Pd non resta così che aggrapparsi al riciclaggio dei soliti slogan antiberlusconiani e antifascisti. Ma ci voleva ben altro, e Veltroni non è riuscito a darlo. Le parole di Moretti sono le stesse che sentiamo dal 1994, e rivelano tutto il fallimento dell'operazione veltroniana.

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mercoledì, aprile 09, 2008

Da Legambiente al nucleare: la conversione (tardiva) di Chicco Testa

di Fausto Carioti

Chicco Testa scrive che «tra il lasciare il proprio figlio all’interno di una centrale nucleare e regalargli un motorino, la seconda scelta comporta rischi infinitamente superiori. Eppure regaliamo motorini ai nostri figli e scendiamo in piazza contro le centrali nucleari». Come tanti suoi compagni di strada, l’ex leader di Legambiente sbaglia di brutto: è convinto che chiunque di noi sia andato in piazza almeno una volta alzando cartelli col sole che ride. Classico errore della sua generazione: credere che non esistano percorsi politici al di fuori dei loro è un tratto tipico della presunzione sessantottina. Quanto al resto, però, Testa ha ragione: sull’ambiente e l’energia la sua generazione è responsabile di un disastro, e il prezzo adesso lo paghiamo tutti: famiglie, imprese e lavoratori. Lui, almeno, se ne è reso conto, e ci ha scritto sopra un libro appena uscito, che s’intitola “Tornare al nucleare?”, è pubblicato da Einaudi e costa 13,50 euro. Certo, ormai è tardi e il danno è stato fatto. Ma è sempre meglio una conversione sincera e tardiva che il perseverare nell’errore. E la metafora del motorino e della centrale ha il merito di andare dritta al punto: l’irrazionalità del «no» all’uso dell’energia atomica. Che, numeri alla mano, è una delle fonti più sicure e convenienti: l’Italia, unico Paese industrializzato a non avere reattori nucleari entro i propri confini, è anche quello con il costo dell’elettricità più alto e con le peggiori performance economiche.

Testa ha 56 anni. Bergamasco trapiantato nella Roma pariolina, fu tra i fondatori di Legambiente, quindi deputato eletto nelle liste del Pci-Pds. Poi - per decisione del sindaco Francesco Rutelli, suo amico - divenne presidente di Acea, l’azienda municipalizzata che fornisce acqua ed energia ai romani. Nel ’96 il governo dell’Ulivo lo fece presidente dell’Enel e gli affiancò Franco Tatò in qualità di amministratore delegato. Insieme sbagliarono parecchio, preferendo investire nei telefoni che nell’energia. Poco male: oggi Testa presiede un’altra azienda pubblica capitolina, Roma Metropolitane, ed è partner della banca Rothschild. Carriera esemplare di un figlio della sinistra italiana, iniziata col pugno alzato e i sit-in di protesta, proseguita nei consigli d’amministrazione delle società pubbliche e terminata in gloria in uno dei templi del capitalismo mondiale.

Ufficialmente, Testa non rinnega granché del suo passato. Certo, ammette di aver detto e scritto «stupidaggini», all’epoca, sul nucleare. Ma, memore dell’insegnamento che gli diede Giancarlo Pajetta («Un comunista può cambiare opinione, ma non pentirsi»), rifiuta di cospargersi il capo di cenere. Anche perché, sostiene, dagli anni Ottanta ad oggi sono successe cose che all’epoca erano imprevedibili: il mondo ha due miliardi di abitanti in più; le fonti “alternative” (solare, eolico e compagnia bella) si sono rivelate tali solo di nome; la battaglia antinucleare ha incentivato l’uso dei combustibili fossili, e quindi l’inquinamento dell’atmosfera. In realtà erano tutti sviluppi prevedibili, che gli stessi nuclearisti, tra le pernacchie di Legambiente e delle altre associazioni ecologiste, avevano calcolato: è curioso che il movimento ecologista, già allora specializzato nella produzione di scenari allarmistici, non avesse saputo immaginare i guai prodotti dalla rinuncia all’energia atomica.

Esemplare il modo in cui Testa liquida l’incidente di Chernobyl, sulla cui onda emotiva si votò il referendum del 1987. L’origine del disastro, scrive ora, «non va ricercata nel malfunzionamento delle centrali nucleari. Esso è piuttosto il simbolo del fallimento delle società sovietiche nel maneggiare tecnologie sofisticate con metodologie povere, con investimenti inadeguati, senza alcuna trasparenza e informazione sui rischi». Non male per uno che, subito dopo l’incidente al reattore, si fece eleggere in parlamento nelle liste del partito comunista italiano e contribuì a spostare il Pci su posizioni antinucleari.

Intendiamoci. Testa oggi non difende l’energia atomica con lo stesso fervore con cui la condannava vent’anni fa. Il suo è un approccio realista: «Non è spiegabile l’accanimento contro l’energia nucleare. Senza di essa, avremmo un aumento dell’inquinamento e un incremento dei costi dell’energia». Sensatamente, sostiene che «solo la cooperazione fra diverse fonti, ovvero una continua mitigazione dell’impatto di quelle fossili, lo sviluppo di fonti rinnovabili e l’uso efficiente dell’energia che già si produce, è in grado di rispondere ai nostri bisogni. Il nucleare è un pezzo importante di questa strategia». Ed è difficile dargli torto quando invita a non baloccarsi con slogan facili, tipo quelli sul nucleare di futura generazione, che è diventato la scappatoia di tanti politici, di destra come sinistra, e di molti ambientalisti: «Dichiararsi tartufescamente a favore di un’eventuale quarta generazione, per esprimere la propria contrarietà alle centrali esistenti, soprattutto quelle di nuova costruzione, significa impedire ogni progresso».

A conti fatti, Testa non nutre grandi illusioni: «Per alcuni anni ancora», scrive, sarà inutile proporre il ritorno al nucleare, poiché mancheranno le «condizioni politiche e istituzionali». L’Italia, «come al solito», prenderà atto di dove va il mondo «con qualche lustro di ritardo». Resta, comunque, il dato positivo: uno dei portavoce storici delle battaglie antinucleari oggi è ufficialmente sul fronte opposto. Testa può piacere o meno, ma proprio il suo passato ai vertici dell’ambientalismo “de noantri” e le sue radici di sinistra ne fanno una presenza importante tra chi, usando argomenti razionali e non ideologici, chiede il ritorno dell’energia atomica.

© Libero. Pubblicato il 9 aprile 2008.

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venerdì, aprile 04, 2008

Il satrapo del Bahrein che fa la morale a Mosley

di Fausto Carioti

Lo sceicco Salman Bin Hamad Al Khalifa, principe ereditario del Bahrein e suprema autorità sportiva del suo Paese, ha dichiarato Max Mosley, numero uno della Federazione internazionale dell’automobile (Fia), «persona non grata». Il top manager inglese non potrà così recarsi in Bahrein per assistere al gran premio di Formula Uno in programma questo fine settimana, nonostante la Fia sia la federazione che organizza il grande circo Barnum dei motori. Lo sceicco ritiene Mosley un personaggio riprovevole, dopo che quest’ultimo è stato filmato da una banda di spioni e quindi sputtanato (è il caso di dirlo) in tutto il mondo, dove qualche miliardo di persone ha potuto vedere le immagini del sessantottenne boss della Formula Uno impegnato con un gruppo di ragazze in divisa durante quella che aveva tutta l’aria di essere un’orgetta fetish (un tempo si sarebbe detto “sadomaso”).

Non ci fosse di mezzo una cosa seria come la libertà, saremmo davanti alla burla dell’anno. Il Bahrein è uno statarello che conta meno di un milione di abitanti. Non è il posto peggiore del Medio Oriente, ma solo perché attorno ad esso ci sono alcuni tra i regimi più disumani del pianeta. Mantiene buoni rapporti con gli Stati Uniti e con altri Paesi occidentali, ma questo non impedisce alla sua casa regnante di far vivere i suoi sudditi in condizioni umilianti. Nelle classifiche stilate tutti gli anni dall’organizzazione Freedom House il Bahrein oscilla tra lo status di paese privo di libertà a quello di paese a libertà limitata. I partiti politici sono messi al bando, anche se a tre partiti islamici (uno sciita, due sunniti) è stato comunque permesso di presentarsi alle ultime elezioni. Ai lavoratori pubblici non è consentito il diritto di riunirsi in sindacato.

La costituzione stabilisce che la principale fonte di diritto è la sharia, la legge islamica, e questo, ovviamente, limita i diritti delle donne. Per potere svolgere la propria attività, ogni gruppo religioso è costretto a richiedere il permesso al ministero della Giustizia e degli Affari islamici. È vietato riunirsi liberamente, e gruppi anche piccoli di cittadini che vogliono incontrarsi per discutere di qualsiasi argomento devono ottenere l’autorizzazione dai ministri, incluso l’immancabile dicastero per gli Affari islamici. Il giudice supremo cui fanno capo tutte le controversie legali è re Hamad, padre del principe ereditario.

La libertà di stampa è repressa. Chi pubblica articoli ritenuti offensivi nei confronti dell’islam, del re o della «unità della nazione» è punito con la reclusione dai sei mesi ai cinque anni. Tutte le emittenti televisive e radiofoniche, ad eccezione di quelle via satellite, sono possedute dallo Stato. È in mano al governo anche la società Batelco, unico fornitore di accesso a Internet, che ovviamente blocca la visione dei siti contrari alla politica della casa reale e all’islam, nonché dei siti delle organizzazioni che difendono i diritti umani.

Quando, lo scorso settembre, un consulente del governo, Salah al Bandar, di nazionalità britannica, ha diffuso un rapporto in cui denunciava che funzionari governativi erano pronti a manipolare l’esito del voto che si sarebbe tenuto nel giro di poche settimane, allo scopo di penalizzare gli elettori sciiti, ai mezzi d’informazione è stato proibito di raccontare la notizia, e al Bandar è stato deportato in Inghilterra e accusato di spionaggio e furto. Decine di siti web sono stati chiusi dal governo perché si sono occupati della vicenda. Dulcis in fundo, fonti indipendenti come Amnesty International e Human Rights Watch raccontano di attivisti dei diritti umani minacciati e torturati, e riferiscono di numerosi abusi sui detenuti da parte della polizia.

La morale della storia è chiara: un piccolo satrapo che tratta gli abitanti del suo Paese come servi, specie se sono donne o hanno la sventura di non essere islamici, si permette di prendere a pesci in faccia, davanti a tutto il mondo, un ricco signore occidentale, colpevole di essersi divertito in privato con cinque signorine belle, adulte, consenzienti e senza dubbio ben remunerate. E nessuno - nemmeno Mosley - sembra avere il coraggio di mandare lo sceicco dove merita. Potenza dei petrodollari, dinanzi ai quali non c’è rivendicazione democratica che tenga. Prima un centro di ricerca occidentale trova un’alternativa decente al petrolio, meglio sarà. Non solo per le nostre tasche, ma anche per la libertà nel mondo.

© Libero. Pubblicato il 4 aprile 2008.

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giovedì, aprile 03, 2008

Il caso Pizza e le colpe di Amato

di Fausto Carioti

Di chi sia la colpa lo sanno tutti. Almeno per ora, però, nessuno punta l’indice accusatore. Quelli del partito democratico tacciono per convenienza di parte. I berlusconiani stanno zitti perché cercano di risolvere la grana assieme agli uomini di Veltroni, e quando si lavora in tandem non è carino dire cose cattive (anche se vere) a chi sta pedalando con te. Ma la verità è che l’enorme pasticcio causato dalla riammissione alla gara elettorale della Dc di Giuseppe Pizza ha un solo responsabile: Giuliano Amato. Se le elezioni rischiano di essere rinviate, lo si deve al ministro dell’Interno. Alla faccia del soprannome: il dottor Sottile si è comportato come l’ultimo dei dilettanti.

Era stato lui, un mese fa, ad escludere la Democrazia cristiana di Pizza dalla competizione, sostenendo che il suo scudo crociato era troppo simile a quello dell’Udc. E questo nonostante diversi giudici amministrativi avessero stabilito il contrario. Dare una lettura maligna di questa scelta è facile: la Dc di Pizza è apparentata con il PdL e sul potere evocativo del suo simbolo Berlusconi contava per togliere voti all’Udc, che in certe regioni potrebbe essere determinante ai danni del Popolo delle libertà. Come era ovvio, però, Pizza ha presentato ricorso al consiglio di Stato, che gli ha dato ragione.

Così ieri gli elettori hanno assistito con gli occhi sbarrati al Giuliano Amato Show. Numeri da circo: prima il ministro ha detto di «non potere escludere un rinvio della data delle elezioni», mandando in depressione milioni di italiani già confusi e stufi di questa campagna elettorale e costringendo al defibrillatore tutti gli addetti ai lavori che hanno già pianificato affissioni di manifesti, comparsate televisive, cene elettorali, comizi e tutte quelle iniziative con cui i politici spendono i soldi dei contribuenti per convincerli a votarli. Giunto all’apice il cataclisma, Amato ha provato a metterci una pezza, incaricando l’avvocatura dello Stato di chiedere la revoca dell’ordinanza.

Avrebbe potuto comportarsi in modo meno goffo? Certo. Ad esempio, avrebbe potuto attivare quei canali sotterranei che legano il Viminale al Quirinale e persino ad esponenti dell’opposizione: esistono modi, discreti e non ufficiali, per capire quanto sia elevato il pericolo che un magistrato vanifichi una decisione del governo e getti il Paese nel caos.Ma il ministro non ci ha pensato nemmeno. Al contrario: il suo ministero ha ufficializzato gli apparentamenti tra le liste. Ha sorteggiato l’ordine in cui i simboli elettorali debbono apparire sulle schede. Ha già fatto votare tanti italiani all’estero. È stato già deciso l’ordine di partecipazione alle tribune elettorali. È partito il conteggio dei tempi assegnati alle diverse forze politiche nei telegiornali e nelle altre trasmissioni. Gran parte di questo lavoro (costato milioni di euro) rischia ora di essere vanificato.

Dentro al Pd l’incompetenza dimostrata da Amato è motivo di serio imbarazzo. È vero, come pensano molti in Forza Italia, che Veltroni e i suoi avrebbero da guadagnare da uno slittamento del voto. Ma non a prezzo di una simile figuraccia. Tanto che il plenipotenziario di Veltroni, Goffredo Bettini, si è subito messo in contatto con Gianni Letta, chiedendogli aiuto per trovare una via d’uscita condivisa. Sotto il voto del 13 e 14 aprile, infatti, la decisione del consiglio di Stato ha innescato una miccia che rischia di fare esplodere la nuova legislatura poche ore dopo la nascita. Se si andasse a votare alla data stabilita, chiunque, anche un singolo cittadino, potrebbe chiedere l’annullamento del voto. In queste ore, quindi, la preoccupazione di Letta e Bettini - condivisa da Giorgio Napolitano, che non solo segue da vicino la vicenda, ma svolge anche un ruolo attivo - è azzerare il rischio che le elezioni possano essere annullate. Per avere questa garanzia bisogna sondare nel modo dovuto anche i giudici di quelle corti che, un domani, potrebbero essere chiamate a decidere sull’annullamento delle elezioni, e chiedere loro quali siano i passi giusti da compiere in queste ore.

Il dilettantismo di Amato fa il paio con quello mostrato da Enzo Bianco, ministro dell’Interno di quel governo, guidato dallo stesso Amato, che portò gli italiani alle urne il 13 maggio del 2001. All’epoca Bianco volle far votare un solo giorno, e tenne in fila milioni di italiani, chiusi nei seggi, sino a tarda notte. Stavolta l’incapacità di Amato rischia di far slittare il voto. Per una volta, l’unica consolazione arriva dalla Costituzione: «Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti». Vuol dire che entro il 16 aprile si deve andare a votare. Amato, ovviamente, questo lo sa benissimo. Che abbia ipotizzato il rinvio delle elezioni oltre questa data conferma la gravità dello stato confusionale in cui si trovava ieri. L’altra ipotesi, quella per cui il ministro starebbe giocando una carta disperata e quasi “golpista” per ritardare il voto e fare un ultimo favore a Veltroni appare non solo fantascientifica, ma anche irrealizzabile, e non merita di essere presa in considerazione. Almeno per ora.

© Libero. Pubblicato il 3 aprile 2008.

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