venerdì, aprile 25, 2008

Berlusconi, la sinistra e la "questione gay"

di Fausto Carioti

In realtà, tutto quello che c’è da dire sull’argomento è già stato messo nero su bianco, con invidiabile capacità di sintesi, nella lettera che un operaio di Piombino ha inviato a Fabio Mussi, e che a dicembre il ministro mostrava ai giornalisti. «Non vi seguo più», scriveva il ruspante compagno maremmano al suo referente politico, «ormai vi occupate soltanto di carcerati, di finocchi e di negri». Ecco, lasciamo perdere i carcerati e i «negri», e occupiamoci della terza categoria. Bisogna farlo, perché la sinistra ha appena riesumato la questione omosessuale. In funzione antiberlusconiana, ovviamente. Al Cavaliere è bastato dire una ovvietà, e cioè che sarà meglio che il prossimo commissario Ue italiano si interessi «di infrastrutture e di trasporti invece che di omosessualità», per scatenare gli strepiti delle vestali del politicamente corretto: Berlusconi omofobo, destra berlusconiana fascista e impresentabile e così via. Il tutto, va da sé, tenendo un occhio preoccupato sulla capitale, dove Gianni Alemanno rischia di essere eletto sindaco. A la guerre comme à la guerre: urge evocare lo spettro della marcia su Roma.

Eppure il futuro presidente del Consiglio si è guardato bene dal ricorrere a epiteti offensivi. Ha parlato di «omosessualità», e lo ha fatto per dire che esistono questioni politiche più importanti di essa. Ha anche spiegato perché intende cambiare i compiti del commissario italiano: «Visto che abbiamo da riprendere un grande piano di opere pubbliche, avendo un nostro commissario possiamo lavorare meglio». Difficile dargli torto. Anche perché autostrade e ferrovie interessano tutti - ricchi e poveri, uomini e donne, omo ed etero - e non vi è nulla di strano che, nell’agenda di un Paese disastrato come il nostro, vengano prima di molte altre cose. E comunque, anche se non si è d’accordo con Berlusconi e le sue priorità, resta il fatto che nella sua frase non vi era nulla di scandaloso.

Ma a sinistra c’è chi si accontenta di molto poco. Barbara Pollastrini, ministro (ancora per pochi giorni: c’è una giustizia anche in questo mondo) alle Pari Opportunità, in preda a un fremito d’orrore per le parole del Cavaliere si chiede «come possa un premier dare una gerarchia ai diritti in questo modo». Va compresa: dalla sua parte sono talmente abituati a relativizzare tutto che la poverina ormai giudica eversiva la semplice idea di ritenere alcuni diritti più importanti di altri. Una deputata del Pd, Paola Concia, accusa Berlusconi di «omofobia e incapacità di unire gli italiani». Insorge pure Franco Grillini, candidato sindaco alle comunali romane per i socialisti e presidente onorario dell’Arcigay: «L’infelice frase berlusconiana la dice lunga su ciò che la destra italiana pensa delle minoranze e dei diritti civili». L’Unità ieri, in prima pagina, si è appellata a Veronica Lario, chiedendole di fermare il marito, autore di parole tanto scellerate.

Il bello è che sono gli stessi elettori omosessuali, inclusi quelli di sinistra, a dare puntualmente ragione a Berlusconi. Anche per loro esistono temi politici assai più importanti di quello che accade dentro le camere da letto degli italiani. E infatti, chi si presenta come portabandiera dei temi gay viene regolarmente snobbato. Forse qualcuno ricorderà Ivan Scalfarotto. Era l’unico candidato dichiaratamente omosessuale alle primarie dell’Unione nell’ottobre del 2005. Ottenne appena lo 0,6% dei voti. Prendendo per buone le stime di Grillini, secondo il quale gli omosessuali sono tra il cinque e il dieci per cento della popolazione, vuol dire che la stragrande maggioranza degli elettori omosessuali di centrosinistra ha votato, alle primarie, per qualcun altro, facendo così capire che della questione “omo” a loro stessi importa assai poco.

Lo stesso Grillini, che del movimento gay italiano è l’alfiere politico indiscusso, si è appena candidato a sindaco al grido di «Roma laica, Roma libera». Una parte del suo programma era dedicata alla «comunità gay e lesbica» e prevedeva, tra le altre cose, la «pedonalizzazione della gay street» romana, il lancio in grande stile del turismo omosessuale nella capitale e la «apertura del registro delle unioni civili anche alle coppie dello stesso sesso». Un tema, quest’ultimo, che è stato tra i più incandescenti di quelli trattati nell’ultima legislatura, durante la quale, in certi momenti, è sembrato persino che il destino del governo Prodi dovesse decidersi sul riconoscimento delle unioni gay. Nella campagna elettorale per il sindaco di Roma, Grillini è stato l’unico a proporre simili cose. Niente di analogo è rintracciabile, ad esempio, nel programma di Francesco Rutelli, dove in compenso abbondano i riferimenti all’«ordine» e alla «sicurezza». Era lecito pensare, insomma, che il mondo omosessuale, per convenienza, per mancanza di alternative o per stima nei suoi confronti, premiasse il suo portavoce storico. Invece Grillini è uscito dalle urne con le ossa rotte: appena 13.620 voti per lui, lo 0,8% del totale. La grandissima maggioranza degli omosessuali capitolini non ha votato per lui, ritenendo le sue proposte politiche poco interessanti.

La morale è chiara: nonostante il gran parlare che se ne fa a sinistra e l'enfasi epocale che viene data all’argomento, per tantissimi gay la questione omosessuale non è granché importante. Prima, molto prima, vengono la sicurezza, le tasse, il traffico, lo smaltimento dei rifiuti e gli altri temi “ordinari” della campagna elettorale. Il significato del loro voto è profondamente egualitario: vuol dire che non si sentono elettori diversi dagli altri e che la gran parte di loro non ritiene la propria situazione difficile al punto di aver bisogno di leggi particolari. Chi pretende di rappresentare il loro voto secondo schemi legati alle preferenze sessuali, regolarmente fallisce. A ben vedere, a sinistra dovrebbero rallegrarsene e prendere atto delle indicazioni - chiarissime - che arrivano dalle urne. Mentre Berlusconi mostra di avere ottimi motivi per mettere in cima all’agenda italiana altre priorità.

È il solito dilemma della sinistra: dare retta agli umori schietti della base o continuare a credere che la vita sia davvero tutta lì, in quelle tre o quattro ideuzze politicamente corrette che animano le loro discussioni e con le quali pretendono di giudicare ogni giorno l’operato degli avversari. Di solito seguono la seconda strada, e infatti sempre più spesso, quando si voltano, si accorgono che gli elettori li hanno mandati avanti da soli.

© Libero. Pubblicato il 25 aprile 2008.

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