mercoledì, maggio 30, 2007

La kamikaze e i sette nani

Difficile che la memoria non corra a certi riferimenti cinematografici dotti, tipo "L'Armata Brancaleone" di Mario Monicelli, dove qualche cinefilo si ricorderà del perfido «nano nomato Cippa». Una giornalista di una radio israeliana ha posto una domanda molto sensata a un esperto di questioni arabe. Come noto, gli uomini che si immolano per il jihad, la guerra santa, sono attesi in paradiso da 72 fanciulle vergini. Ma adesso che i palestinesi promettono di inviare donne suicide contro i soldati israeliani che dovessero rimettere piede in Gaza, si pone il problema su chi o cosa attenderà in paradiso le martiri di Allah. Insomma, qual è l'equivalente per le femmine delle 72 vergini promesse ai maschietti? La risposta dell'esperto musulmano: per le donne kamikaze, in paradiso ci saranno «nani che le serviranno».

Tutto vero. Tutto sul Jerusalem Post (e sul Chicago Sun-Times, by Mark Steyn).
One intrepid Israel Radio broadcaster asked the question which, I admit, hadn't been on my mind but nonetheless has its mind-bending merits. Speaking to an Arab affairs expert on the reports that Islamic Jihad is threatening to send scores of women suicide bombers to blow themselves up near IDF troops if Israel starts an operation on the ground in Gaza, she enquired what awaited such women in heaven, the equivalent of the notorious 72 virgins ready to serve the male shahids. The answer: dwarves who will serve them. Even in jihadi heaven the women are discriminated against, it seems.
Resta solo da capire in che modo queste schiere di volenterosi nani (vergini?) serviranno le mujaheddin.

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martedì, maggio 29, 2007

Controlli antidroga nelle scuole. E anche in Parlamento

di Fausto Carioti

Bella idea, quella del ministro Livia Turco: portare i carabinieri dentro le scuole italiane, con tanto di cani antidroga al guinzaglio. Così bella che - senza alcuna ironia - viene voglia di estenderla: facciamolo anche nel Palazzo. Finora a caccia di droga in parlamento ci sono andate solo le Iene di Italia 1, e il risultato del loro test casereccio è che 16 onorevoli su 50 sono risultati reduci da uno spinello o da una sniffata di coca. Daniele Capezzone, che parla con cognizione di causa, dice che se entra un cane antidroga in Parlamento il naso della povera bestia va subito in tilt. Motivo in più per organizzare una carica dei 101 tra palazzo Madama, Montecitorio e palazzo Chigi. Se non altro per rispetto al principio, ormai demodé, che chi rappresenta il popolo debba essere il primo a dare il buon esempio.

È vero che portare i segugi dei Nas a sniffare negli zainetti degli adolescenti - e già che ci siamo anche negli armadietti di professori e bidelli, che promettono di essere non meno interessanti - fa molto posto di frontiera, tipo Tijuana («tequila, sexo y marijuana», dice la canzone). Così qualche anima bella, a sinistra, alza il sopracciglio e si rifiuta di assistere alla certificazione ufficiale dello sfascio della scuola italiana. Ad esempio Michele Serra, che su Repubblica si dice convinto che i carabinieri nelle scuole sarebbero «il segnale che l'autorità scolastica non è più in grado di riacciuffare per conto suo il bandolo della situazione». Ma è il solito vizietto del pensiero debole politicamente corretto, l'illusione che per esorcizzare i problemi basti non guardarli in faccia. Il «segnale» che l'autorità scolastica il «bandolo della situazione» lo ha già perso da un pezzo, e che non è in grado di «recuperare» alcunché, non è il cane antidroga. Quello, semmai, sarebbe parte della cura. Il «segnale» sono le notizie che arrivano quotidianamente dalle aule italiane.

Solo per stare agli ultimi giorni. Ieri gli esami condotti sul corpo del quindicenne di Cusano Milanino, morto in classe il 16 maggio dopo aver fumato uno spinello con alcuni compagni, hanno trovato tracce di cocaina nei suoi polmoni: probabilmente aveva fumato crack. A Rossano, in provincia di Cosenza, si è scoperto che i ragazzi di un istituto tecnico acquistavano hashish all'entrata di scuola e si fumavano indisturbati gli spinelli in classe, durante le lezioni. Particolare inquietante: la storia è venuta a galla non perché qualche insegnante si è svegliato, ma grazie al racconto di uno spacciatore arrestato. Per non smentirsi, il governo Prodi si è diviso pure su questo, tra chi è favorevole a sospendere gli autori della spinellata scolastica e chi, come il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero, rifondarolo, sceglie la via perdonista. La settimana scorsa, intanto, un dodicenne era stato arrestato in una scuola media di Novara mentre stava per vendere hashish ai compagni durante l'intervallo. E, come noto, nel sangue dell'autista che guidava il pullman della scuola elementare del vercellese che si è ribaltato, uccidendo due bambini, sono state trovate tracce di droga e di alcool. Insomma, molte scuole italiane sono già adesso l'avamposto dei narcos de noantri.

La droga non è l'unico problema. A Ferrara, due ragazzi stranieri (si può scrivere «stranieri» o è razzista?) di 16 anni sono stati appena arrestati perché hanno violentato un compagno di scuola - disabile - nei bagni dell'istituto. Ovviamente hanno filmato la scena col telefonino, magari per metterla sul web, come previsto da un rituale già sperimentato a Torino, Padova, Frosinone e in altri posti. Fingere che in tutto questo la scuola non abbia le responsabilità principali, che la droga e il teppismo siano importati dall'esterno, come fa il ministro Giuseppe Fioroni, equivale a mettere la testa sotto la sabbia.

La fotografia della scuola italiana che emerge dalle pagine di cronaca, va da sé, è incompleta, se non altro perché quello che viene a galla è solo una parte del marcio. Dovrebbe comunque bastare a far capire che la situazione è fuori controllo, e che serve una scelta. Si può decidere che vendere, comprare e usare certe droghe, anche a scuola, è un peccato tutto sommato veniale, come sembra pensare parte della sinistra. Oppure si decide che la legge attuale va bene, e allora si fa di tutto per farla rispettare, iniziando dalle scuole, cioè dai posti in cui le famiglie affidano i loro figli allo Stato. Preso atto che le autorità scolastiche sono diventate una barzelletta, si affida il compito alle forze dell'ordine, rimaste una delle ultime istituzioni credibili. Avendo però la coerenza di fare gli stessi controlli antidroga anche nei palazzi della politica. Non si può pretendere dagli scolaretti della Seconda B quel comportamento che ministri e parlamentari non sono in grado di garantire.

© Libero. Pubblicato il 29 maggio 2007.

Update. Certe cose non fai in tempo a scriverle che già ne accadono di nuove.

Il vento del Nord

di Fausto Carioti

Basta guardare la cartina d'Italia, i posti in cui si è votato e il colore delle bandierine che adesso ci sono piantate sopra, per capire che il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, esponente della Margherita, fu facile profeta, a ottobre, quando avvisò senza giri di parole Romano Prodi e Piero Fassino: «Il centrosinistra con il Nord ha chiuso. Non riesce a comprendere la composizione sociale di queste regioni. Non ha interfaccia con le persone che qui vivono e lavorano». Gli elettori settentrionali hanno dato ragione a lui (e a Silvio Berlusconi) e torto a Romano Prodi e ai leader nazionali dell'Unione, che hanno ascoltato con aria insofferente gli allarmi che erano stati lanciati anche dal presidente del Friuli-Venezia Giulia Riccardo Illy, dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino e da altri amministratori settentrionali di sinistra.

Risultato: per l'Ulivo il voto nella parte più dinamica e produttiva del Paese, quella che da sola produce il 54% della ricchezza nazionale, è stato un bagno di sangue. I comuni di Verona, Monza, Alessandria, Asti e Gorizia, governati da sindaci dell'Unione, passano al centrodestra già al primo turno. A Como, dove si votava per il comune e la provincia, e a Vicenza, Vercelli e Varese, dove si sceglieva il presidente della giunta provinciale, gli elettori del centrodestra sono stati il doppio di quelli del centrosinistra. Persino dalla rossissima provincia genovese è arrivata una brutta sorpresa per Prodi: il candidato ulivista non ha ottenuto la maggioranza dei voti, e sarà costretto ad affrontare al ballottaggio la sfidante del centrodestra.

Se è vero che i candidati locali di sinistra, quanto a capacità amministrative e immagine, hanno poco da invidiare ai loro rivali della Cdl, la disfatta nordista si spiega in un solo modo: i tartassati del Nord hanno votato contro il governo Prodi, hanno trasferito sui candidati dell'Unione tutto quello che di male pensano dell'esecutivo centrale. Votando in modo diverso da come avevano fatto le ultime volte o, se proprio non ci riuscivano, restando a casa. E questo, con ogni probabilità, spiega anche parte dell'alto tasso di astensionismo che si è registrato in questa tornata elettorale.

Pochi, nei palazzi romani dell'Unione, sembrano avere il coraggio di prenderne atto. Il diessino Vannino Chiti, ministro per le Riforme, ammette che per il suo schieramento «esiste un problema al Nord», ma giudica «sbagliato» dargli un valore nazionale. A spiegargli come stanno davvero le cose ci pensa allora il capo dei Ds lombardi, Maurizio Martina, il quale punta l'indice dritto contro il governo, denunciando che «al Nord il voto è stato un test politico e non amministrativo». Se la prende con Prodi anche il responsabile per il settentrione dei Ds, Luciano Pizzetti, che usa parole ancora più chiare: «Il buon governo territoriale del centro sinistra viene travolto dal giudizio sulle scelte del governo nazionale».

Da oggi, quindi, assisteremo all'ennesimo psicodramma della sinistra prodiana, che si affannerà per abbozzare in corsa uno straccio di soluzione a un problema che non può risolvere, perché non ha i mezzi per comprendere le domande che piovono dal Nord. Pur con tutte le differenze che passano tra gli elettori di posti diversissimi come Vicenza, Monza e Alessandria, le cose che chiedono a Roma si possono riassumere in due parole: efficienza e modernizzazione. Che vogliono dire tante cose. Un fisco più umano, innanzitutto: e invece, in un anno di governo, Prodi ha recuperato, con gli interessi, i due punti di pressione fiscale che il governo della Cdl era riuscito a tagliare. Ma vogliono dire anche l'alta velocità ferroviaria almeno tra Torino e Lione, il lancio definitivo dello scalo di Malpensa, il Mose a Venezia, l'autostrada pedemontana, i rigassificatori, le centrali elettriche. Tutte cose che il governo Prodi non è in grado di fare, e gli elettori del Nord lo hanno capito benissimo.

Per questo la sinistra del Nord guardava al partito democratico come all'ultimo treno possibile. Ma il primo passo ufficiale, la creazione della "cabina di regia" del futuro partito, è stato compiuto come peggio non si poteva. Con Chiamparino che, leggendo i 45 nomi dell'elenco, quasi piangeva: «Tutto il Nord è penalizzato. Non c'è nessun rappresentante di quella che definiamo "questione settentrionale". È grave». Non per Berlusconi, che anche al Nord può contare sull'aiuto involontario di Prodi e Fassino. Alla prova dei fatti, i suoi migliori alleati restano loro.

© Libero. Pubblicato il 29 maggio 2007.

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domenica, maggio 27, 2007

Gli islamici in America e il terrorismo: il sondaggio Pew

E' appena stato pubblicato il voluminoso e accurato sondaggio del Pew Research Center di Washington sugli islamici negli Stati Uniti e i loro orientamenti in materia di democrazia, libertà e terrorismo. E' il primo lavoro del genere per completezza d'informazione.

I dati che ne escono sono generalmente migliori di quelli che emergono da analoghi sondaggi condotti tra gli islamici residenti nei Paesi europei (qui materiale sulla Gran Bretagna e un sondaggio condotto in diversi Paesi occidentali dallo stesso Pew), a conferma del fatto che il modello d'integrazione statunitense è semplicemente migliore di quello europeo, che nelle sue diverse varianti nazionali tutto fa tranne che integrare. Ma il fatto che i risultati siano migliori non vuol dire che siano buoni.

Il sondaggio stima in 2,35 milioni l'intera popolazione musulmana degli Stati Uniti, dei quali 1,5 milioni di età pari o superiore ai 18 anni. Due terzi di essi sono nati all'estero, soprattutto nei Paesi arabi, e il 39% è giunto negli Stati Uniti dopo il 1990. La loro divisione in classi di reddito rispecchia la media americana. Il 47% degli individui di questa popolazione pensano a se stessi prima come musulmani che come americani (in Gran Bretagna la percentuale di chi si sente islamico prima che cittadino del proprio Paese è pari a un inquietante 81%, in Spagna al 69%, in Germania al 66% e in Francia al 46%).

Ovviamente, le domande chiave del sondaggio sono quelle che riguardano l'atteggiamento verso il terrorismo islamico. Anche se l'orientamento generale nei confronti di Al Qaeda e degli altri tagliagole è meno allarmante di quello registrato in altri Paesi, è proprio da qui che arrivano le notizie peggiori. Il 5% dei musulmani statunitensi non si fa infatti problemi a dichiararsi "favorevole" all'attività di al Qaeda. E il 5% di 2,35 milioni fa un totale di 117.500 persone, l'equivalente di un esercito. Da notare che il 27% degli interpellati ha preferito non rispondere alla domanda.

Altro elemento preoccupante: le nuove generazioni sono più attratte dall'estremismo e dal terrorismo rispetto ai loro genitori. «Negli Stati Uniti i giovani musulmani sono più inclini degli islamici più anziani a esprimere un forte senso di identità musulmana, e sono anche più inclini a dire che in certe occasioni è quantomeno giustificato condurre attacchi bomba kamikaze in difesa dell'islam». Infatti il 26% dei musulmani tra i 18 e i 29 anni giustifica, almeno in certi casi, l'uso degli attentati terroristici in difesa della propria religione. In generale, gli indicatori sui musulmani americani under 30 sono assai peggiori di quelli della fascia più adulta della popolazione: il 60% dei giovani pensa a se stesso prima come islamico che come musulmano, il 7% dichiara di avere un'opinione favorevole della rete terroristica di Bin Laden.

Non sorprende, infine, il fatto che solo il 40% dei musulmani americani, indipendentemente dalla loro età, si dica convinto che gli attacchi dell'11 settembre sono stati commessi da arabi, mentre il 28% non accetta di prendere atto di questa semplice verità e il 32% si rifiuta di rispondere. Il 61% degli islamici americani, infine, ritiene che il governo dovrebbe intervenire per scoraggiare l'omosessualità: aspirazione condivisa solo dal 38% della media generale degli americani.

Commenta lo studioso islamico egiziano Tawfik Hamid, ex membro dell'organizzazione terroristica Jemaah Islamiya (ne ho scritto qui), sul Wall Street Journal: «Mentre il sondaggio è stato presentato sui media come prova della moderazione dei musulmani americani, i risultati reali dovrebbero portare alla conclusione opposta».

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venerdì, maggio 25, 2007

Un update per Giorgio Bocca

Niente, non riescono a esorcizzarlo in alcun modo. E' il loro incubo personale. Li insegue persino quando al governo ci sono loro. E riesce a convincerli di essere sempre lui quello che comanda (in questo, per onestà, occorre dire che il governo di sinistra lo aiuta moltissimo). Editoriale odierno di Repubblica, a firma nientemeno che di Giorgio Bocca. Testuale:
Di fatti antipolitici grandi e piccoli ce ne sorbiamo uno al giorno e ce li serve caldi caldi quel grande maestro dell'antipolitica che è Silvio Berlusconi, ultimo il trionfo del Milan Football Club ad Atene, il capo del governo, l'uomo che ha reinventato la destra italiana, che per molti italiani è il nostro piccolo De Gaulle che corre felice con figli e nipoti su un campo da gioco sollevando una coppa (...). Come non essere antipolitici se la politica è questa?
Ora, sarebbe il caso che qualcuno a Repubblica prendesse Giorgio Bocca sottobraccio e, con la massima delicatezza possibile, ma anche in termini molto chiari, gli spiegasse che 1) Silvio Berlusconi da oltre un anno non è più il capo del governo, è il leader dell'opposizione; 2) il capo del governo è tale Romano Prodi, leader (forse) del sedicente partito democratico; 3) quindi, se la gente in questo periodo è incavolata con la politica, qualche piccola responsabilità, più che Berlusconi, magari ce l'ha chi da un anno guida il governo, cioè Prodi e i suoi ministri e i leader della maggioranza. Nessuno dei nomi di costoro, guarda caso, appare nell'articolo di Bocca. Sì, urge un serio update.

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giovedì, maggio 24, 2007

La responsabilità è finita nell'immondizia

di Fausto Carioti

Alla fine, la vera riforma della politica è quella fatta da Harry Truman, presidente degli Stati Uniti dal 1945 al 1953. Era una targhetta di legno (sei centimetri per trenta, fanno sapere i biografi) recante la scritta: «The buck stops here». Ovvero: «Tutte le responsabilità finiscono qui». In bella evidenza sulla scrivania dell'ufficio ovale, serviva a ricordare che chi è al vertice del comando ha anche il peso delle responsabilità: vietato fare scaricabarile. Una targhetta tipo quella di Truman è ciò che manca oggi in Italia.

Prendiamo Antonio Bassolino. Potere, sotto il Vesuvio, ne ha avuto più di chiunque altro. È stato sindaco di Napoli dal 1993 al 1999. Dal 2000 è presidente della Regione, e per tre anni è stato anche commissario per i rifiuti. Lui, quindi, è l'uomo che ha le maggiori responsabilità politiche per l'immondezzaio partenopeo. Eppure in questi giorni va in giro a prendersela con gli altri amministratori locali campani, accusandoli di aver bloccato la costruzione dei termovalorizzatori. Come se non fosse stato lui l'uomo in capo al quale finivano tutte le responsabilità, compresa quella di additare in pubblico i politici che stavano contribuendo a trasformare la regione in una discarica a cielo aperto (politici soprattutto di sinistra, come Espedito Marletta, sindaco rifondarolo di Acerra, che nel 2004 guidò i suoi concittadini contro le ruspe impegnate a costruire un termovalorizzatore).

Oppure Alfonso Pecoraro Scanio. Presidente dei Verdi, è uno dei pezzi grossi della politica campana. Se l'impianto di Acerra non si è fatto, è anche grazie a lui: era un «inceneritore di tipo vecchio», spiegava Pecoraro Scanio cavalcando le proteste e dicendo «no alle decisioni imposte dall'alto». I risultati sono quelli che tutti i topi campani oggi possono toccare con la zampa. Per premiarlo, Prodi lo ha voluto nel governo. E ora, da ministro, minaccia la galera per chi brucia i rifiuti per strada. Pentimenti? Figuriamoci: «Sono io quello che attende delle scuse». Altro caso di responsabilità a perdere.

È così per tutto, non solo per i rifiuti. La scuola, ad esempio. Maestre e scolarette impegnate in filmettini porno, casi di bullismo e suicidi sono quasi riusciti a far dimenticare il crollo dell'istruzione italiana. Davanti a un simile sfascio il ministro o si dimette oppure cambia le regole, richiama insegnanti, presidi e provveditori, insomma dà alle famiglie e a chi lavora nella scuola l'impressione, anche visiva, che lo Stato c'è e ha cuore il problema. Giuseppe Fioroni invece ha scelto di puntare l'indice sulle colpe delle famiglie. Che esistono, ma non sono il suo problema. Il problema al quale Fioroni e il governo devono rispondere è molto preciso: cosa si insegna, oggi, nelle scuole italiane? Di certo, non l'etica della responsabilità.

© Libero. Pubblicato il 24 maggio 2007.

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martedì, maggio 22, 2007

Un leader vero

Uno pensa che certe decisioni spettino al presidente del Consiglio. Se non altro perché la Costituzione italiana, all'articolo 95, stabilisce che egli «dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile». Uno lo pensa, ma poi prende in mano Liberazione, organo ufficiale di Rifondazione Comunista, cioè di Fausto Bertinotti (che evidentemente non ha ancora perdonato al premier l'infelice uscita sul Parlamento dei giorni scorsi, cui si è aggiunta la comprensibile incavolatura per il vertice di domenica sera sul "tesoretto", al quale il Prc non è stato convocato), legge la prima pagina di oggi, in cui campeggia la frase «Giordano a Prodi, non decidi tu», nota che il presidente del Consiglio, cuor di leone, a replicare manco ci pensa, e allora il dubbio gli viene.

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sabato, maggio 19, 2007

Un governo impresentabile, privo di rispetto per le istituzioni, nemico dei sindacati (ricorda qualcuno?)

di Fausto Carioti

Alla fine, Romano Prodi ha trovato il modello cui ispirarsi: Silvio Berlusconi. Non quello che parla al Congresso degli Stati Uniti, e nemmeno quello che passeggia nella villa in Sardegna mano nella mano con le fanciulle o fa il galante con Mara Carfagna (per certe cose ci vuole faccia tosta, e la faccia di Prodi è di un altro tipo). Ma il Berlusconi dipinto dalla sinistra nei cinque anni in cui è stato al governo: scomposto, impresentabile, privo di rispetto per le istituzioni, incapace di risparmiarsi una gaffe dietro l'altra, portato allo scontro sociale. Proprio come fanno in questi giorni Prodi e i suoi ministri.

Solo nelle ultime quarantott'ore il leader dell'Unione ha inanellato una doppietta che manco il Berlusconi più ruspante, quello del 1994, sarebbe riuscito a mettere a segno. È riuscito a fare incavolare sia il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, sia le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil. Che poi, a differenza di Berlusconi, lui non ha manco l'alibi di poter dire che gli sono tutti nemici. Bertinotti fino a pochi giorni fa era pronto a portargli l'acqua con le orecchie: pur di dargli la poltrona di presidente della Camera, Prodi infatti non aveva esitato a lasciare a bocca asciutta Massimo D'Alema, il quale avrebbe preferito la guida di Montecitorio alla Farnesina. E D'Alema non è uno che certe cose le sappia prendere con umorismo.

Eppure il presidente del Consiglio è riuscito a produrre uno scatto d'orgoglio in Bertinotti. Prodi si è lamentato del fatto che le Camere lavorano poco e, dall'avvio della legislatura, hanno approvato pochissime norme. Su 104 disegni di legge varati dal consiglio dei ministri, solo 10 sono stati approvati, ha protestato il premier. Questo per colpa, a suo dire, di un'interpretazione «eccessivamente estensiva dei regolamenti parlamentari». Un'accusa dura ai presidenti delle Camere, insomma. Di quelle che, se le avesse fatte Berlusconi, le vestali della sinistra avrebbero gridato al disprezzo della democrazia parlamentare.

È vero che il Parlamento lavora al rallentatore. Durante il primo anno di vita del governo Prodi sono state approvate solo 37 leggi, contro le 72 del primo anno della scorsa legislatura. E tra Camera e Senato si sono svolte 315 sedute, 25 in meno rispetto ai primi dodici mesi del governo Berlusconi. Ma Prodi non può lamentarsene. Al contrario, deve solo ringraziare: se mai come in questa legislatura i parlamentari hanno avuto tanto tempo libero da dedicare a coniugi, figli e amanti, è perché, ogni volta che si vota una proposta di legge, Prodi rischia di finire a casa, e con lui tutto il governo e l'intero Parlamento. I tempi lunghi di Camera e Senato, insomma, servono a salvargli la pelle: come vanno ripetendo i capigruppo dell'Unione, è meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Se davvero i lavori del Parlamento inizieranno a marciare a passo più spedito, come ha chiesto ieri Giorgio Napolitano intervenendo nella polemica tra i due leader della sinistra, Prodi sarà il primo a doversene preoccupare.

Dare la colpa dei guai del centrosinistra alla legge elettorale introdotta dalla Cdl, come fa in pubblico l'Unione, può convincere gli elettori più gonzi, ma nei palazzi della politica tutti sanno che si tratta di un alibi taroccato: il "porcellum" di Roberto Calderoli ha garantito a Prodi vita facile alla Camera malgrado la vittoria esigua, grazie al premio di maggioranza, e gli ha consegnato il Senato nonostante alle elezioni la Cdl abbia ottenuto 400mila voti in più.

Preso a pesci in faccia, Bertinotti ha reagito. Alquanto alterato, ha spiegato a Prodi che non può giudicare il confronto politico una perdita di tempo, «specie quando in uno dei due rami del Parlamento la maggioranza è risicata». Tradotto dal politichese: è inutile che fingi di indignarti, sai benissimo che lo stiamo facendo per te. Alla fine i due si sono sentiti per telefono e Prodi si è rimangiato tutto, giurando che in realtà ce l'aveva con la Casa delle libertà. Non è vero, ma fa niente. È il solito copione: nel centrosinistra litigano su tutto e per fare pace sono costretti ad attaccare Berlusconi, unica cosa sulla quale sono d'accordo.

Anche Cgil, Cisl e Uil, al pari di Bertinotti, non possono certo essere considerate avversarie dell'Ulivo. Il sindacato di Guglielmo Epifani, in particolare, è del tutto organico alla sinistra. Eppure hanno annunciato che intendono far scioperare e mandare in piazza, il primo giugno, i 3 milioni e mezzo di dipendenti statali in attesa di contratto, scaduto alla fine del 2005. Tra qualche tempo potrebbero fare lo stesso anche contro la riforma della previdenza: la Fiom di Gianni Rinaldini, ala dura della Cgil, chiede di non fare sconti al governo "amico" e già spinge per lo sciopero generale in difesa delle pensioni. Spiazzato, Prodi non ha trovato di meglio che recuperare quel linguaggio che, in bocca a Berlusconi, la sinistra giudicava eversivo, antisociale e pericoloso: «Lo sciopero», ha detto il presidente del Consiglio, «non deve diventare arma di ricatto». Beccandosi così la lezioncina di democrazia da parte dei sindacati: «Stiamo facendo tutto alla luce del sole. Sentire parlare di ricatto addolora, anche se non sorprende, visto lo stato confusionale che avvertiamo dall'altra parte».

Le indiscrezioni trapelate da palazzo Chigi raccontano che il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, abbia gelato così i suoi colleghi che gli chiedevano più soldi per gli statali: «Non un euro in più, mi spiace. E se poi i sindacati faranno sciopero, che male c'è?». Ora, uno che dice cose tali da far sembrare Giulio Tremonti (che agli statali concesse fior di aumenti) un fanatico della concertazione sociale può anche ispirare simpatia. Solo che chi ha votato per il centrosinistra tutto si aspettava tranne che di trovare alla scrivania di Quintino Sella il clone cattivo del ministro più detestato del governo Berlusconi. E poi Prodi è stato scelto dagli elettori anche perché si era impegnato a chiudere l'epoca dei conflitti sociali e degli scioperi a raffica, a suo dire causati dalle politiche della Cdl. Di certo, piangere miseria stavolta non funzionerà: l'economia e il gettito fiscale hanno ripreso a tirare (da prima delle elezioni politiche) e nelle casse dello Stato ci sono più soldi del previsto.

Mentre Prodi litigava con Bertinotti sul ruolo del Parlamento, il suo ministro dell'Interno, Giuliano Amato, si lamentava per la scarsa efficienza dei magistrati. A Napoli, spiegava, «abbiamo fermato 1.500 persone», ma il procuratore capo gli ha risposto di non avere la «capacità materiale» di sbrigare tutto il lavoro in 48 ore, come dovrebbe fare secondo la legge. Quanto alla violenza negli stadi, ha attaccato Amato, è inutile arrestare i teppisti se poi, invece di processarli subito come avviene in Inghilterra, «dopo tre ore sono di nuovo fuori a passeggiare». Insomma, ci sono «pezzi dello Stato che non funzionano», e che non collaborano come dovrebbero. Tutte cose vere, per carità. Ma sono le stesse cose che il governo Berlusconi ha denunciato per cinque anni, spernacchiato dal centrosinistra che si scandalizzava per la continua delegittimazione della magistratura. Chissà se si sono resi conto, Prodi e i suoi, di essere diventati la caricatura del loro peggior nemico.

© Libero. Pubblicato il 19 maggio 2007.

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venerdì, maggio 18, 2007

Festa mesta

di Fausto Carioti

Compiere un anno e puzzare già di morto. È uno dei tanti primati del governo Prodi, che si va ad aggiungere a quelli già noti: numero record di ministri, viceministri e sottosegretari (102 in tutto, necessari per tenere a bada le mille anime contrapposte dell’Unione); innalzamento record della pressione fiscale (una vessazione inutile, tant’è vero che adesso hanno tra le mani un “tesoretto” che non sanno come usare); crollo record in ogni possibile sondaggio (16 punti di consenso persi in 13 mesi, rinfacciava ieri Daniele Capezzone ai suoi alleati); immobilismo da record in Parlamento, dove per paura di prendere schiaffi si è deciso a tavolino di lasciare il Senato disoccupato (117 ore in meno di lavoro a palazzo Madama rispetto alla precedente legislatura e solo 37 leggi approvate, contro le 72 di cinque anni fa). Oltre, s’intende, alle tante figure tristi rimediate in giro per il mondo in questi 365 giorni, dalla bocciatura della candidatura italiana ai campionati europei di calcio del 2012 alla decisione di non pagare la quota per il Fondo internazionale per la lotta ad Aids, tubercolosi e malaria: scelta che, secondo le organizzazioni terzomondiste, costa 443 vite umane al giorno, ma a sinistra nessuno sembra perderci il sonno.

Festa mesta, dunque. Al quadro a tinte rosa pastello dipinto da Prodi ieri al termine del consiglio dei ministri non credono nemmeno i suoi alleati. La debolezza del governo non è certificata dalle accuse del centrodestra, ma dal volo degli avvoltoi della stessa maggioranza sopra palazzo Chigi. Il premier sperava di calmare le acque lanciando il partito democratico, ma ha ottenuto l’effetto opposto. A distanza di poche ore, Clemente Mastella e Walter Veltroni gli hanno presentato il conto. Mastella e l’Udeur hanno scelto il gesto clamoroso, rifiutandosi di votare la legge sul conflitto d’interessi con cui la sinistra vuole rendere ineleggibile Silvio Berlusconi. Tanto è bastato all’Unità per strillare che «Mastella apre una mezza crisi», e per una volta è tutto vero. Il Guardasigilli non si è mosso per simpatia verso Berlusconi: la sua paura è che, con il referendum o tramite un accordo tra il partito democratico e Forza Italia, venga varata una legge elettorale che penalizzi i piccoli. Cosa fare, lui già lo sa. Se non otterrà da Prodi le garanzie che vuole, farà saltare governo e legislatura: a casa di Mastella nisciuno è fesso. I primi segnali non promettono bene: Prodi ieri ha detto che la “verifica” di maggioranza chiesta dall’Udeur è inutile, e chissà che presto non debba pentirsene. Intanto, aumma aumma, in vista delle amministrative Mastella ha alleato il suo partito con la Cdl in molti Comuni campani.

Veltroni, invece, per scavalcare Prodi ha scelto la strategia del sorriso. Nel primo compleanno dell’esecutivo ha inviato a nove ministri una lettera sulle cose da fare a Roma e nelle grandi città. A tutti è parsa un programma buonista di governo, alternativo a quello del Professore: abolizione dell’Ici sulla prima casa (Prodi è contrario), sostegni economici ai bambini e agli anziani in difficoltà, diritto di voto agli stranieri, reddito minimo di cittadinanza (vecchia idea della sinistra radicale). Per inciso: Veltroni e Mastella condividono la stessa diagnosi drammatica sul partito democratico e sul percorso imboccato da Prodi. E Mastella non vedrebbe male il trasloco di Walter dal Campidoglio a palazzo Chigi. Legge elettorale permettendo, s’intende.

Pur di fare arrivare vivo il governo al primo compleanno, il centrosinistra ha tenuto lontani da palazzo Chigi i provvedimenti più pericolosi. I quali, però, prima o poi sbarcheranno nell’aula di palazzo Madama. La norma più controversa, quella sui Dico, è bloccata in commissione Giustizia, presieduta dall’ex ds Cesare Salvi, che è orientato a usare come base per la discussione sul riconoscimento delle coppie di fatto non il testo firmato dalle ministre Bindi e Pollastrini, ma la proposta elaborata dal forzista Alfredo Biondi. Tanto, nessuno crede che il disegno di legge Bindi-Pollastrini potrà mai essere varato. Nell’Unione c’è paura persino per la legge sul cognome da dare ai figli, che presto sarà discussa in aula. Dietro di essa, i moderati vedono - non senza qualche ragione - un’ideologia nemica della famiglia. In bilico anche le sorti del disegno di legge sul riordino delle autonomie locali, che prevede la concessione del voto agli immigrati per le elezioni amministrative. Lontani, all’orizzonte, si intravedono intanto la norma sul conflitto d’interessi (che dopo il blitz dell’Udeur è stata messa nel surgelatore di Montecitorio) e il disegno di legge di riforma delle pensioni, che il governo vuole varare nel giro di poche settimane (lì i dolori saranno con l’ala sinistra dell’Unione).

Tutti questi passaggi parlamentari saranno resi più impervi dal fatto che ventuno deputati e dodici senatori sono usciti dall’Ulivo per entrare in Sinistra democratica, il cartello degli ex ds cui ripugna l’idea di fondersi con gli ex dc della Margherita. Tra loro ci sono un ministro (Fabio Mussi), un vicepresidente del Senato (Gavino Angius) e un presidente di commissione (Salvi, dimissionario). Non bastasse, a logorare la sinistra ci si è messa la guerra per il controllo della Rai. Con Prodi, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa e i piccoli partiti intenzionati a mandare a casa l’intero consiglio d’amministrazione, compreso il presidente, il ds Claudio Petruccioli, blindato invece dal suo partito e dalla Margherita. Guarda caso, le due sigle politiche che hanno dato vita al partito democratico. Tra le quali, però, volano gli insulti ogni volta che si parla di politiche per la famiglia e di questioni bioetiche.

Aggiungere sondaggi come quello pubblicato ieri dal Sole 24 Ore, secondo il quale il 55% degli italiani è deluso da Prodi, il 63% boccia la politica fiscale del governo, il 58% ritene negativa la sua politica della sicurezza e il 67% giudica dannose le scelte fatte sull’immigrazione, e miscelare con le rilevazioni che danno il centrosinistra messo male in gran parte dei capoluoghi in cui si vota tra nove giorni. Ora abbiamo un quadro chiaro su come questi dodici mesi di governo hanno cambiato l’Italia.

© Libero. Pubblicato il 18 maggio 2007.

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giovedì, maggio 17, 2007

Piccole stroncature nella Cdl

A volte finiscono sul Web cose che probabilmente non avrebbero dovuto andarci. Qui, sul sito dei senatori di Forza Italia, si può accedere al Quaderno, che nella sua versione completa è una sorta di giornale quotidiano a uso e consumo dei vertici di Forza Italia. Quella che viene messa sul web è - ovviamente - una versione "light", priva di tutte quelle cose che è meglio non vengano lette da chiunque.

Bene. Anzi, no: male (per loro). Perché nel numero del 16 maggio si trova un'articolo di quelli che di solito non appaiono. E' una pagella delle performance compiute dai presenti alla trasmissione Ballarò andata in onda la sera precedente. Chi ne esce peggio sono Maurizio Gasparri, di Alleanza Nazionale, e Michela Brambilla. Cioè un alleato, per di più assai vicino al Cavaliere, e la presidente dei Circoli della Libertà, delfina di Berlusconi. Il che la dice lunga. Leggere per credere. Copio e incollo il contenuto integrale dell'articolo. L'unica aggiunta è il grassetto.

11. Ballarò su raccomandazioni
(Ore 21-23,30) Tema: le raccomandazioni

Ospiti: Pier Luigi Bersani (Ministro per lo sviluppo economico, Ds), Renato Soru (Presidente Regione Sardegna, area Ds), Anna Maria Artoni (presidente Confindustria Emilia Romagna), Luigi Angeletti (Uil), Maurizio Gasparri (An), Michela Brambilla (presidente Circoli della Libertà); in collegamento Enrico Romagna Manoia (direttore de Il Mondo).

Nelle intenzioni del conduttore si sarebbe dovuto rispondere a due domande: Che cosa serve per trovare lavoro in Italia? Il talento oppure la “spintarella”? E chi può riformare il sistema? Il centro-sinistra o il centro-destra?

Secondo Floris gli ospiti avrebbero dovuto discutere di quanto sia fondata la convinzione della maggioranza degli italiani secondo la quale, nella ricerca di un’occupazione, il merito non conta nulla, ma bisogna essere ricchi, conoscere qualcuno nei partiti, un giudice, un giornalista o un amministratore pubblico.

Pier Luigi Bersani: privo della consueta grinta, è apparso più preoccupato a presentarsi come un uomo pragmatico e con una visione del futuro (magari con un retropensiero alla leadership del partito democratico) che come il protagonista del cambiamento; forse intimidito dalla legnata elettorale in Sicilia, è stato timido e incerto. Ciò nonostante né Gasparri, né tanto meno Brambilla sono riusciti a metterlo in difficoltà.

Renato Soru: arrogante come D’Alema, ieratico come Pannella, modaiolo come Giletti, il presidente della Regione Sardegna ha dato una prova di antipatia televisiva tra le più riuscite. Insopportabile il suo costante tentativo di attaccare Berlusconi senza nominarlo. Peccato che ad agevolargli il compito ci si sia messa la Brambilla che ha abboccato a tutti le esche e si è prodotta in una polemica inutile e perdente.

Anna Maria Artoni: regina del banale, qualche sermoncino montezemoliano in tono minore, presenza decorativa e non delle migliori.

Luigi Angeletti: incolore e sindacale. Senza voto.

Maurizio Gasparri: qualche guizzo ironico all’inizio, per poi declinare in una esibizione da classico politico che improvvisa su tutto senza avere dati e conoscenze precise sul tema; poco incisivo come oppositore, qualche sforzo di simpatia.

Michela Brambilla: è riuscita a evitare le polemiche su Forza Italia e i Circoli, ma non ha saputo spiegare lo scopo dell’organizzazione che presiede, dando l’impressione che si stia occupando esclusivamente della sua carriera politica. Nella contesa con Bersani ha cercato di difendere i risultati del governo Berlusconi, ma lo ha fatto in modo scarsamente convincente e con una certa svogliatezza. Si è intestardita nella polemica con Soru uscendone con le ossa rotte. Troppo polemica quando non serviva, poco incisiva di fonte alle banalità “politically correct” di Floris; non riuscito il tentativo di presentarsi portavoce della gente comune, mostrava un'eccessiva familiarità con il “palazzo” (come quando ha detto “l’amico Bersani”).

Enrico Romagna Manoia: scontato e poco incisivo.

Trasmissione inutilmente lunga e noiosa che non risulta positiva per noi.

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mercoledì, maggio 16, 2007

Faccia a faccia con Aznar. Che sbugiarda Prodi

di Fausto Carioti

«Nada de nada. Mai fatta nessuna legge del genere. Come si dice in italiano? Niente di niente di niente». José María Aznar ha l’aria un po’ basita. Sono le nove e dieci del mattino e sta avendo una colazione privata in un albergo della capitale con Gianfranco Fini, il portavoce di An Andrea Ronchi e cinque giornalisti. Gli è stato appena detto che Romano Prodi lo sta usando come alibi per varare i Dico, il riconoscimento giuridico delle coppie etero e (soprattutto) omosessuali. Lo fa da mesi. Già in campagna elettorale Prodi disse: «La nostra linea non è quella di Zapatero, ma quella di Aznar. Il governo democristiano spagnolo fu il primo a introdurre una legge sulle unioni di fatto». Da allora, a sinistra, è diventato un ritornello. Enrico Boselli lo ripete tutti i giorni: «In Spagna è stato il governo conservatore di Aznar a fare la legge sulle unioni omosessuali, mica Zapatero». Seduto a un tavolo dell’Hotel de Russie, Aznar spalanca gli occhi. Pesa le parole: «Non è assolutamente vero che ho fatto una legge per gli omosessuali. Per me il matrimonio è l’espressione dell’unione tra uomo e donna». L’ex primo ministro spagnolo spiega di aver voluto riconoscere alcuni diritti individuali che non erano tutelati dalla legislazione spagnola, ma si tratta di diritti già previsti dal nostro codice civile, più avanzato di quello iberico. Diritti dei singoli, che nulla hanno a che vedere con le coppie: «Non ho mai fatto una legge per la famiglia o per le coppie di qualunque genere». Con buona pace di Prodi, del povero Boselli e del resto della sinistra italiana, che adesso dovranno inventarsi altri alibi.

Nel 2004 ha perso le elezioni spagnole in seguito agli attentati compiuti a Madrid dai terroristi islamici: una strage finalizzata a indebolire l’asse atlantico che legava la Spagna a Washington. Missione compiuta: terrorizzati gli elettori spagnoli, adesso in Spagna comanda “Bambi” Zapatero. Ma Aznar, in qualità di presidente della Fundacion para el Análisis y los Estudios Sociales (Faes), legata al partido popular, continua a fare politica a modo suo. Se le indiscrezioni che lo riguardano sono vere, presto, forse nel 2009, lo vedremo tornare alla politica attiva. Non in Spagna, ma a Bruxelles e Strasburgo, dove si conta su di lui per il rilancio definitivo del Ppe, il partito popolare europeo, la “casa” dei partiti moderati del vecchio continente.

Poco prima di pranzo, ha presentato la fondazione Farefuturo, il nuovo “pensatoio” di An di cui è segretario generale Adolfo Urso. Aznar infatti sta lavorando per portare Alleanza nazionale dentro al Ppe, come è anche nei desideri di Fini. E proprio questo asse forte tra i due dà il senso politico della presenza di Aznar a Roma in questi giorni. Il leader spagnolo non si tira certo indietro. In passato fece da garante e da traghettatore di Forza Italia nel partito popolare europeo, e adesso è pronto a fare lo stesso con An. «Sono assolutamente favorevole all’ingresso di An nel Ppe», spiega nella sua conversazione a porte chiuse. «An ha iniziato un percorso di trasformazione molto positivo, ed è logico che questo cammino termini nel partito popolare europeo». Poco più tardi, parlando in pubblico, avrà parole di miele per Fini: «È un leader con futuro e del futuro. Io gli auguro grande successo. Certamente non è un leader decaffeinato. È intelligente e prestigioso». Aznar assiste con piacere ai fermenti in atto nella Cdl: «Sono molto interessato all’aggregazione del centrodestra italiano. In Spagna un simile processo di raggruppamento del centrodestra è già avvenuto grazie al partido popular, in Germania si sono ispirati allo stesso modello e in Francia stanno pensando a qualcosa di simile. Coalizioni di sinistra come quella al governo adesso in Italia, composte da sette, otto partiti, sono negative, non riescono ad avere un programma alternativo serio al centrodestra e si rifugiano nella demonizzazione dell’avversario».

Intanto, assieme a Fini, Aznar incassa con soddisfazione la netta vittoria elettorale di Nicolas Sarkozy che, spiega, rappresenta «la vittoria del pensiero forte sul pensiero debole, è espressione della volontà di cambiare le cose». L’idea, adesso, è creare un nuovo centrodestra europeo, che sappia «difendere le radici cristiane dell’Europa» e si opponga al programma della sinistra continentale, che prevede di «recuperare il Sessantotto, eliminare la famiglia e il matrimonio e cancellare i limiti tra ciò che è vero e ciò che è falso». Il nuovo nemico, insomma, si chiama relativismo: Benedetto XVI ha di che essere soddisfatto. Aznar ha già pronte le linee guida della nuova politica liberal-conservatrice europea. «Primo: recupero dei valori». L’elenco di questi valori è lungo, e ai primi posti vede «la responsabilità, la meritocrazia, la famiglia» e «la distinzione tra desideri e diritti, che sono due cose ben diverse». Secondo: «Rispetto dell’identità nazionale di ogni Paese europeo». È la base, avverte Aznar, «per affrontare senza paura il mondo là fuori, la globalizzazione». Terzo: «Trasformazione economica e sociale dell’Europa», perché il «disastroso» trend demografico del vecchio continente impone un ripensamento del welfare state. Anche se, avverte Aznar, il crollo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione (tra trent’anni la Spagna starà messa peggio dell'Italia) non è solo un problema economico, ma anche - e soprattutto - «una questione di valori». Quarta e ultima direttrice, un «patto tra l’Europa e il resto del mondo», per trasformare il continente da potere debole a potere forte. Riformando la Nato e definendo un nuovo ruolo per l’Europa, che la avvicini all’altra sponda dell’Atlantico. Prima di decidere dove andare, però, l’Europa dovrà capire chi è.

© Libero. Pubblicato il 16 maggio 2007.

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martedì, maggio 15, 2007

Esseri inferiori

Solita analisi lucida, serena e affatto razzista che spunta puntuale ogni volta in cui la sinistra è presa a ceffoni dagli elettori. Di solito la colpa è dell'elettorato incolto e rurale, che invece di leggere Eugenio Scalfari e guardare Rai Tre si ostina ad andare a messa. Stavolta però siamo in Sicilia, e così, oltre a essere incolti e rurali, sono anche omertosi e corrotti. Lo spiega Alberto Statera nell'editoriale su Repubblica:
Dicono le ricerche politiche più recenti, come quella appena curata per "Il Mulino" dal sociologo Marco Maraffi, che l'idealtipo del Civis Nobilis, il cittadino-modello descritto nei libri di educazione civica, che ha veramente a cuore la cosa pubblica, è incarnato in Italia da non più di due cittadini su dieci. Dobbiamo allora ritenere, senza offesa, che in Sicilia, patria del voto di scambio fin da quando in Italia vigeva ancora soprattutto il voto di appartenenza rosso o bianco, la percentuale del Civis Nobilis scemi a favore del Civis Marginalis, quello che poco sa e meno vuole sapere, oltre al suo immediato tornaconto.
Capito? Stavolta che hanno votato a destra gli elettori siciliani sono diventati Marginalis, cioè individui gretti, meschini ed egoisti, che badano solo al loro porco interesse. «Senza offesa», ci mancherebbe. Ovviamente, quando Leoluca Orlando Cascio vinceva le elezioni con percentuali bulgare i picciotti erano tutti Cives Nobiles e Palermo viveva la sua fantastica "primavera". Poi si chiedono come mai la gente non li capisce. Bene così.

Addendum. Sul razzismo della sinistra, su questo stesso blog:
I "diversi" di Scalfari (dal 1942 ad oggi)
Il peggio del peggio
Finalmente un libro sul razzismo (etico) della sinistra

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lunedì, maggio 14, 2007

C'è un enorme spazio vuoto. Qualcuno lo riempirà

E ora? Va bene, i Dico sono morti. Lo erano anche prima della manifestazione di piazza San Giovanni, figuriamoci adesso. Morti e sepolti, anche se a sinistra fingono che non sia così (ma gli imbarazzi dei Ds sono più eloquenti di mille commenti). Tutto qui, dunque? Qualche centinaia di migliaia di persone è scesa in piazza e tutto quello che ha ottenuto è la condanna a morte di un disegno di legge già defunto? No, il discorso è assai più complesso. Purtroppo per il centrosinistra. E purtroppo (anche) per il centrodestra.

Il problema vero, quello che viaggiava sottotraccia da qualche tempo e che sabato è diventato di tutta evidenza, si chiama rappresentatività. Detta in estrema sintesi: esiste una fetta d'Italia sempre più ampia, la quale - anche grazie a due papi forti come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - ha preso piena coscienza della propria esistenza e di quello che può legittimamente pretendere dalla politica. Un'Italia che non è trendy come le attricette lesbo chic e non si fa problemi a indossare «un abito a fiori stampati, scolorito da troppe centrifughe», come notava inorridito il cronista dell'Unità incaricato di raccontare la manifestazione. Un'Italia che non si riconosce certo negli editoriali "laicisti" del Corriere della Sera. Questa Italia è tendenzialmente, ma non interamente, più vicina al centrodestra che al centrosinistra. Crede in certi valori: la famiglia, la difesa della vita, la sussidiarietà (piuttosto che la solidarietà, anche se alla fine è una distinzione cui solo gli addetti ai lavori sanno appassionarsi), la libertà d'istruzione. Ma, pur essendo - comprensibilmente - sempre più disgustata dai valori proposti dal centrosinistra, non si identifica nemmeno in quelli propri della Cdl. In gran parte ha abbandonato, forse per sempre, Rosy Bindi e gli altri epigoni del cattocomunismo e del dossettismo. Ma non si sente di appartenere, politicamente e antropologicamente, né a Silvio Berlusconi né a Gianfranco Fini (cui non riesce a perdonare certe sue sortite liberal) né a Pier Ferdinando Casini, che vorrebbe diventare il referente politico di tutti costoro, ma ci riesce solo in minima parte.

La partita che si è aperta sabato è proprio questa: chi sarà in grado di rappresentare il popolo che con le scarpe o con il cuore il 12 maggio stava in piazza San Giovanni potrà dire una parola importante sul futuro dell'Italia. Mutatis mutandis, non è qualcosa di molto diverso da quello che è riuscito a fare in Francia Nicolas Sarkozy, che ha saputo tradurre in una piattaforma laica e moderna certe richieste che la politica italiana continua a considerare "tradizionali", che poi vorrebbe dire ammuffite.

L'errore più grosso sarebbe mettere l'intero popolo del Family Day nella casella degli integralisti cattolici. Ovviamente, è l'errore che sta commettendo almeno metà della sinistra, che quando non riesce a capire qualcosa (e capita spesso) la confina nella categoria del nemico di classe. Salvo pentirsene a distanza di decenni. Quelli di piazza San Giovanni altro non sono che l'ennesima incarnazione dei "piccoli borghesi" degli anni Settanta (e infatti l'Unità li chiama l'"arroganza silenziosa"), che tante bastonate elettorali hanno riservato al popolo rosso. E dire che lo stesso portavoce del Family Day, Savino Pezzotta, tutto è tranne che un cattolico dogmatico, e fino a pochi giorni fa era considerato una "risorsa preziosa" della sinistra.

Insomma, l'Unione non ha gli strumenti per capire e rappresentare politicamente questa fetta di popolo. E sabato si è visto che la Margherita, che secondo il piano originario avrebbe dovuto svolgere questo compito, non potrà mai essere un interlocutore credibile per tutti costoro. A maggior ragione, quindi, non potrà esserlo il partito democratico. Ma anche il centrodestra continua a usare categorie e ragionamenti che andavano benissimo dieci anni fa, ma che non sono quelli del popolo del Family Day, come provano certe candidature un po' curiose che continuano a essere partorite dalla testa del Cavaliere.

Intendiamoci, si tratta di un popolo difficile da "gestire", se persino le stesse parrocchie sono sempre meno in grado di farlo: la grande manifestazione romana è passata piuttosto attraverso i movimenti e ha vissuto molto sull'iniziativa spontanea (altro che truppe cammellate...), saltando a piè pari le parrocchie (chiedete agli organizzatori del Family Day cosa ne pensano dei parroci), che ormai, nella maggior parte dei casi, servono solo a issare la bandiera della pace accanto al crocifisso.

Però lì c'è un popolo che chiede voce, e nessuno, al momento, è in grado di dargliela. La politica è governata da poche leggi certe, ma una di queste dice che gli spazi vuoti trovano sempre qualcuno che li riempie.

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domenica, maggio 13, 2007

The (Family) Day After (also included: difesa di Vauro)

Proviamo a evitare il giochino della conta di quanti stavano in piazza San Giovanni in questa e nelle manifestazioni precedenti organizzate dalla sinistra e dai sindacati, che sa tanto di gara infantile (e taroccata) a chi ce l'ha più lungo. Proviamo a stare ai fatti. Anche perché elementi certi, attorno al Family Day, ce ne sono tanti e sono importanti.

Primo. Un milione, mezzo milione o duecentomila, cambia poco. Quello che conta è che sabato in piazza San Giovanni c'erano moltissime persone, tantissime in più del previsto. Ed erano in numero incommensurabilmente superiore a quelle presenti in piazza Navona per la manifestazione dell'"Orgoglio laico". Se esibizione di massa muscolare doveva essere, essa è avvenuta ed ha avuto pieno successo.

Secondo. In piazza c'era un'Italia bellissima. Nonostante i compagnucci razzisti l'avessero paragonata a "un'orda di barbari", la manifestazione è stata pacifica e civilissima, composta nei toni e nei modi. Squadristi rossi, come quelli entrati in azione il primo maggio in quella stessa piazza, non se ne sono visti. La notazione può apparire superflua, ma è utile a rimarcare, ancora una volta, che il teppismo e l'intolleranza politica, oggi, in Italia, novanta volte su cento hanno il bollino rosso dei comunisti, dei centri sociali e del pattume no-global.

Terzo. Inutile - ovviamente - chiedere le dimissioni del governo. Anche in questo caso scimmiottare la sinistra, che pensa basti portare centomila pensionati della Cgil in gita premio a Roma per pretendere di mandare a casa l'esecutivo nemico, è un gesto patetico. Quella scesa in piazza sabato non era una manifestazione contro Prodi tout court, ma contro la politica per la famiglia di questo governo. E in particolare contro il disegno di legge sui Dico. Savino Pezzotta, portavoce del Family Day, non è certo un avversario politico del governo Prodi. Tantomeno un alleato di Silvio Berlusconi. Se la Cdl pensa davvero, al di là delle dichiarazioni rituali, di annettersi il successo della manifestazione, sbaglia di brutto.

Quarto. Invece sono tutti del centrosinistra gli imbarazzi (Piero Fassino e lo stato maggiore Ds), i silenzi e le divisioni non solo dentro la coalizione, ma all'interno dello stesso partito democratico. L'Unione esce da questa vicenda assai più malridotta di come vi era entrata.

Quinto. Per il resto è stata una prova di forza fine a se stessa. Perché il governo a rimettere mano alla norma sui Dico non ci pensa proprio, vista la fatica con cui ha trovato l'intesa sul testo già varato dal consiglio dei ministri. E soprattutto perché tutti, a sinistra come a destra, sanno che la legge non ha alcuna possibilità di essere approvata dal Senato. E' un ddl nato morto. Come confermano i timori dell'Unione, che non sta premendo in alcun modo affinché il disegno di legge venga votato in Parlamento.

Post scriptum. Detto tutto questo, tocca difendere Vauro. La sua vignetta sul Family Day ha destato scandalo. Un po' di senso dell'umorismo nella Cdl non farebbe male. La satira deve essere irriverente. La vergogna non è la vignetta di Vauro sui preti, ma il fatto che lui e tutti gli altri compagnucci poi se la facciano addosso dinanzi all'ultimo degli imam. Lo schifo non è Vauro che dileggia il Vaticano, ma Vauro che, invece di difendere le vignette su Maometto pubblicate dal Jyllands-Posten, le denuncia come «propaganda bellica». Il centrodestra invece farebbe bene a cercare di capire come mai in questo Paese l'ultimo che abba fatto satira vera sulla sinistra comunista, trattandola come si merita (e cioè a pesci in faccia, perché sono i reduci patetici di un'ideologia assassina), sia stato un certo Giovannino Guareschi.

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giovedì, maggio 10, 2007

Quelli che quando in piazza ci vanno loro è un momento di alta democrazia

Rigurgiti di odio antropologico sul Manifesto di oggi. Articolo a pagina 4. Occhio al linguaggio. Titolo: «Carica lombarda su Roma». Incipit: «Saranno numerosi come le cavallette. Quasi un'orda barbarica, i lombardi che caleranno su Roma per "difendere la famiglia tradizionale dal relativismo laicista imperante", saranno, secondo gli organizzatori, non meno di cinquantamila». Poche righe più in là: «E' il frutto avvelenato di una macchina organizzativa imponente che si è mobilitata fin dal giorno successivo all'idea della manifestazione». Infine: «La Cei utilizzerà parte dell'otto per mille versato dagli italiani alla chiesa cattolica per finanziare la manifestazione». Quest'ultima "notizia", assicurano gli organizzatori del Family Day, è assolutamente falsa (e ovviamente il quotidiano comunista si guarda bene dal dare non dico una prova, ma almeno un indizio, una traccia seppure vaga, di questo legame economico).

Nel caso non si fosse capito, il linguaggio razzista e le invenzioni che usano per demonizzare una piazza che non hanno evocato loro confermano che hanno una paura fottuta.

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mercoledì, maggio 09, 2007

Gente di facili costumi

di Fausto Carioti

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Nel dubbio su chi scegliere, la sinistra italiana va con tutti. Pasionarie socialiste e machos destrorsi, celoduristi padani e timidi professori di diritto costituzionale, parrocchiani devoti e anticlericali blasfemi: con ognuno di loro i leader dell'Unione riescono a trovare un motivo buono per fare un giro insieme. Insomma, stavolta non è la solita faccenda che dentro l'Unione convivono le voci più dissonanti, dal thatcheriano Daniele Capezzone agli adoratori di Fidel Castro. Questo è uno spettacolo nuovo: dagli schizzi di fango tra compagni si è passati alla schizofrenia clinica, dalle molte personalità si è arrivati alla personalità multipla.

Tipo quella di Romano Prodi. Prima ha tirato la carretta per Ségolène Royal, la candidata socialista alle elezioni presidenziali francesi, tanto bella e determinata quanto politicamente inconsistente. Nei giorni cruciali della campagna elettorale lui le ha inviato un messaggio di appoggio, invitandola ad unire le forze dei centristi e della sinistra: «Insieme potete diventare la nuova maggioranza della Francia e possiamo divenire insieme, nel 2009, la nuova maggioranza dell'Europa». Niente di strano: la Royal condivide molte idee con la sinistra italiana. E poi ha il valore aggiunto di essere donna, e questo fa ancora più progressista. Ma al ballottaggio, come noto, la maggioranza dei francesi, donne comprese, ha lasciato l'amica di Prodi al 47%. Il restante 53% dei voti se lo è preso quello per cui faceva il tifo la Casa delle Libertà: Nicolas Sarkozy. Uno che vuole dare un giro di vite all'immigrazione e usare il pugno di ferro nei confronti dei violenti, in gran parte arabi, che da mesi dettano legge nelle periferie francesi.

A questo punto si assiste alla metamorfosi. Prodi guarda bene questo Sarkozy e si accorge che anche il maschio dominante ha il suo porco fascino. Così da palazzo Chigi parte un altro messaggio alla volta di Parigi. Stavolta però il destinatario è l'uomo nuovo della destra, al quale Prodi comunica «le più sincere, amichevoli ed affettuose felicitazioni» per la «bella vittoria» ottenuta contro la Royal. «Continueremo a guardare a te personalmente come un amico», recita il biglietto d'amore. È come entrare allo stadio Olimpico per assistere al derby con la maglia della Roma e uscire festeggiando perché ha vinto la Lazio: come minimo ti prendono per un dissociato mentale.

I facili costumi politici del presidente del consiglio sono confermati dalla vicenda del referendum elettorale. Prodi sta facendo numeri da circo per tenersi buona la Lega. Il margine di sopravvivenza del governo al Senato è quasi inesistente e il premier ha un bisogno disperato di garantirsi, se non l'appoggio esplicito, almeno la non belligeranza strisciante del Carroccio. Così è iniziato un lavoro di adescamento da parte di Prodi che, in prima persona, ha incontrato Umberto Bossi. Il presidente del Consiglio ha promesso al Senatùr che entro il 25 luglio palazzo Madama approverà una nuova legge elettorale. È l'ultima data buona per bloccare quel referendum che cambierebbe il sistema elettorale in senso maggioritario e ridurrebbe i partiti piccoli, tra cui la Lega, al lumicino. Prodi ha persino mostrato interesse per la creazione di un Senato federale. Solo che, mentre lui promette a Bossi mari e monti, i suoi uomini sono in prima linea tra i promotori dello stesso referendum. Il ministro per la Difesa Arturo Parisi e il deputato ulivista Mario Barbi fanno parte del comitato referendario, al quale ha collaborato pure Giulio Santagata, ministro per l'Attuazione del programma. Si può credere alle promesse di uno simile? Ovviamente no, e infatti Bossi, pur costretto a trattare con Prodi, va in giro a parlarne peggio di prima.

Anche Piero Fassino ci mette del suo. I Ds, in attesa di sciogliersi nel partito democratico, si stanno battendo per l'introduzione dei Dico, il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto etero ed omosessuali. Molti diessini il 12 maggio saranno in piazza Navona, per manifestare contro il Family day organizzato dai cattolici contrari al disegno di legge sui Dico, che porta la firma del ministro ds Barbara Pollastrini. In un mondo normale, Fassino sarebbe con quelli di piazza Navona. Però il segretario ha paura. Sta per convolare a nozze con i cattolici della Margherita e preferisce volare basso. Anzi, rasoterra. E fa sapere che quel giorno non scenderà in piazza né con chi difende la proposta di legge del suo governo, né con chi la vuole affossare. Assicura che guarderà «senza ostilità, anzi con attenzione», quello che accadrà al Family day, dove, dice Fassino, «ci sono obiettivi e proposte» che si sente persino di «condividere».

Così l'unico diessino non schierato, quel giorno, sarà il segretario del partito. Tutti gli altri sanno benissimo dove andare e per chi tifare. Del resto, al congresso di Firenze, dei tanti discorsi che hanno ascoltato, i delegati ds hanno applaudito soprattutto i passaggi fortemente anticlericali. Fassino sa bene cosa significhi questo, ma fa finta di nulla: dà una strizzatina d'occhio da una parte, una pacca sulla spalla dall'altra, e tratta con cauta equidistanza (o equivicinanza) le due manifestazioni. L'importante è che nessun rompiscatole venga a chiedere se il partito democratico è al fianco di chi scende in piazza per la famiglia tradizionale oppure dei suoi rivali, se è più «amico» di Sarkozy, della Royal o del centrista François Bayrou, se punta dritto sul referendum elettorale o vuole evitarlo. Quello che conta è la forma, l'apparenza. I contenuti possono attendere.

© Libero. Pubblicato il 9 maggio 2007.

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Dopo lo champagne 2 (di Giovanni Orsina)

di Giovanni Orsina

L’ascesa di Nicholas Sarkozy alla presidenza della Repubblica Francese dimostra una volta di più quanto la nostra sia un’epoca «di destra». Storicamente stiamo ancora vivendo nella stagione, apertasi circa un quarto di secolo fa, della reazione all’ondata progressista degli anni Sessanta e Settanta. Politicamente, i temi oggi in cima all’agenda sono quasi tutti tali da favorire un approccio in senso lato liberalconservatore alla sfera pubblica: innovazione economica e imprenditoriale, riduzione dei costi del welfare, controllo dei flussi migratori, sicurezza, terrorismo internazionale e scontro di civiltà, difesa del tessuto sociale. Non per caso, come pure le elezioni presidenziali francesi hanno mostrato, le forze di sinistra stanno oggi sempre più intensamente riflettendo sull’opportunità di spostarsi verso il centro, consapevoli di come i loro strumenti culturali siano spesso inadatti ad affrontare le necessità dell’ora.

Allo stesso tempo, malgrado i tentativi di delegittimazione anche feroci dei quali è stato oggetto, Sarkozy sembra essere riuscito pure a «nazionalizzare la destra», ossia a dare al proprio liberalconservatorismo un’impronta inclusiva, ripensando ma non rinnegando quelle parti fondamentali della tradizione politica francese – dai diritti civili al welfare state – che in origine almeno vengono da sinistra. Salvaguardando insomma l’eredità repubblicana, e dandone però un’interpretazione «muscolare» che a fianco degli elementi liberali e garantisti ne ha evidenziato anche quelli dogmatici e disciplinari: i doveri oltre che i diritti.

Date queste premesse, è fin troppo naturale che la destra italiana guardi al di là delle Alpi con un certo interesse. Chiudendo un cerchio, per altro: perché Sarkozy si è ispirato, e non poco, all’esperienza berlusconiana. È fin troppo naturale, e certo potrebbe essere assai utile. Purché però si tenga conto delle notevoli differenze che corrono fra la storia italiana e la francese, e di quanto queste differenze distanzino proprio gli schieramenti moderati dei due paesi. Ossia, purché si sappia che la destra francese – sul piano storico, culturale e istituzionale – ha qualche decennio di vantaggio sull’italiana, la quale perciò, se vorrà ispirarsi all’esempio transalpino, dovrà accelerare non poco il passo.

Questo vantaggio, se volessimo semplificarlo fino all’essenziale, potremmo esprimerlo con tre parole: Charles De Gaulle. È stato soprattutto grazie al Generale, infatti, che della resistenza antifascista si è salvata in Francia anche un’interpretazione moderata e «nazionale», e non soltanto partitica e progressista com’è stato in Italia; se il sistema parlamentaristico della Quarta Repubblica ha incontrato una robusta opposizione politica e intellettuale pure sul versante destro dello spazio pubblico; se quell’opposizione ha poi potuto generare una Quinta Repubblica capace di riconciliare il carisma individuale, il presidenzialismo e il plebiscitarismo con la democrazia rappresentativa, e di risanare così un’antica, profondissima frattura della storia politica francese; se l’ondata progressista avviatasi negli anni Sessanta, e culminata col Sessantotto, ha trovato fin da subito una robusta opposizione moderata.

È di tutto questo che, per tanti versi, Sarkozy è figlio. Lo dimostrano la sua formazione gollista. La sua capacità di essere uomo di establishment, politico di professione da trent’anni, e al contempo uomo di rottura segnato da più che qualche venatura populista. La sua abilità nel farsi eleggere in virtù del proprio carisma personale, superando l’ostilità del suo stesso partito. Il forte attacco che in campagna elettorale ha mosso al Sessantotto, riallacciandosi all’opposizione gollista contro l’ondata progressista e sovversiva degli anni Sessanta e contro i suoi effetti di lungo periodo.

Ora, di tutto questo in Italia non abbiamo avuto pressoché nulla. Proprio negli anni in cui la Francia portava De Gaulle alla presidenza della repubblica e si dotava di una costituzione semi-presidenzialistica, in Italia si consolidava un sistema partitico – e partitocratico – fondato sull’antifascismo, che culturalmente relegava le destre, anche democratiche, nell’angolo della delegittimazione più assoluta. Se non si è eclissato, certo da allora il pensiero conservatore in Italia è stato assai marginale. Quando poi all’inizio degli anni Novanta, con la «discesa in campo» di Berlusconi, una destra capace di chiamarsi tale si è ripresa la cittadinanza, in termini culturali ha trovato ben poco su cui poter costruire. Nell’immediato ha rimediato a questa debolezza con un’ampia dose di populismo, e negli anni con un po’ di fortuna è anche riuscita almeno in qualche misura a rilegittimarsi sul terreno intellettuale. Non tanto, però, da recuperare il ritardo rispetto al caso francese. Né, diversamente dal Generale, ha saputo in tempi ragionevolmente brevi costruirsi un sistema istituzionale che le desse forza e le consentisse di durare nel tempo.

Una robusta tradizione intellettuale liberalconservatrice e una costituzione fondata sulla «monarchia elettiva» sono stati elementi fondamentali della vittoria di Sarkozy. In Italia non abbiamo né l’una né l’altra. Non c’è dubbio che per il centro destra nostrano la via da seguire sia in larga misura quella francese. La strada da fare, però, è ancora tanta.

© Il Mattino. Pubblicato l'8 maggio 2006.

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martedì, maggio 08, 2007

Dopo lo champagne

Bene. Abbiamo bevuto ottimo champagne, ci siamo fatti un paio di giorni in un piacevole stato d'ebbrezza, abbiamo riso vedendo la sinistra italiana incapace di capire come mai le sue proposte facciano schifo anche ai francesi e ancora stamattina abbiamo goduto leggendo Rossana Rossanda incavolata con la Francia, che nel giro di un week end si è trasformata da patria dell'ideale giacobino in uno stato gemello del Vaticano (nientemeno). Ora, però, è giusto dirci le cose come stanno. E cioè che uno come Nicolas Sarkozy - pur con tutti i suoi difetti, e presto saremo costretti a contarli - qui ce lo scordiamo. E che la corsa degli esponenti della Cdl a dire «il Sarkozy italiano sono io», per quanto prevedibile, ce la saremmo risparmiata volentieri, tanto è goffo il risultato.

Nel centrodestra italiano non si vede nessuno che abbia lo stesso coraggio di Sarkozy nel dire cose politicamente scorrette. Come il suo "no" all'entrata della Turchia nella Ue. O i giudizi, duri ma veri, espressi nei confronti dei teppisti, in gran parte immigrati, che devastano le banlieuses. Unico paragone possibile in Italia, la Lega Nord, ma ci sono abissi di credibilità istituzionale e di radicamente politico nell'intero Paese che la separano da Sarkozy.

Nessuno che abbia la sua capacità di trattare la sinistra italiana come il nuovo presidente transalpino ha trattato la sinistra francese: e cioè dall'alto in basso, come si merita di venire trattata per non aver prodotto alcun avanzamento politico e teorico appena decente nell'ultimo mezzo secolo, per essere ancora legata a stereotipi e parole d'ordine che Tony Blair in Gran Bretagna ha rottamato da qualche lustro, per non avere il coraggio di guardare negli occhi la realtà, preferendo rifugiarsi dietro gli stereotipi buonisti sull'immigrazione, sempre meno credibili agli occhi degli elettori. Unica eccezione, parziale, Silvio Berlusconi. Ma lui tratta tutti dall'alto in basso, non solo la sinistra. E poi lui è il leader di ieri e probabilmente di oggi, non certo di domani.

Nessuno che abbia il suo coraggio di sfidare il rischio dell'impopolarità. Come la decisione di non sottoporre il cosiddetto trattato costituzionale europeo a un nuovo referendum (dopo che gli elettori francesi lo hanno bocciato in una prima consultazione), preferendo mantenerlo in piedi dopo averlo depotenziato per via politica. O l'annuncio di stravolgere la legge sulle 35 ore di lavoro settimanali. A conferma del fatto che - sorpresa - gli elettori sono capaci di digerire ed apprezzare anche cose in prima battuta sgradevoli, se il messaggio gli arriva chiaro e credibile. E che il consenso si può anche creare, e non sempre si è costretti a subirlo (questa è la qualità principale che distingue il politico di razza).

Nessuno - infine - che abbia il coraggio di apparire nella foto principale del suo sito senza cravatta e doppio petto, ma in semplice polo nera. E anche questo, se permettete, è stare al passo con i tempi.

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lunedì, maggio 07, 2007

Sarkozy, "la rupture"


Bella, ciao. E' fatta. Frantumata Ségolène Royal, confermatasi alla prova dei fatti candidata di mediocre profilo, vittima anche lei delle solite formule vuote di una sinistra sempre più in cerca d'autore. Terza sconfitta consecutiva per la gauche alle elezioni presidenziali francesi. La più bruciante. Perché il trionfo di uno strano gollista atlantista come Nicolas Sarkozy, un "uomo nuovo" con una visione del mondo, una cultura e una strategia della politica antitetiche rispetto a quelle della sinistra continentale, fa senza dubbio più male della vittoria di un "tattico" cinico come Jacques Chirac. E poi perché la partecipazione al voto in questo secondo turno è stata altissima (registrata l'affluenza più elevata dal 1981, quando vinse per la prima volta il socialista François Mitterrand), e ora a sinistra non hanno nemmeno la scusa dell'astensionismo.

Spuntare le unghie dei sindacati; ridurre il carico fiscale, ridimensionare lo Stato sociale e il pubblico impiego; adottare una politica estera autonoma, ma più vicina a Washington di quella di Chirac; ridimensionare l'impresentabile "costituzione europea"; introdurre regole più severe per l'immigrazione, iniziando dalle politiche di riunificazione familiare; tenere fuori la Turchia dall'Unione europea; imporre un giro di vite sul crimine: se Sarkozy mantiene le promesse (e non sarà facile), può cambiare la Francia e spingere tutta l'Europa a ripensare se stessa. Vista la schifezza che sta diventando il vecchio continente, non sarebbe male.

- Qui il video del primo discorso di Sarkozy da vincitore.

- "Scelgo il lupo": André Glucksmann spiega perché ha votato per Sarkozy.

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domenica, maggio 06, 2007

Allons enfants de la patrie

Prepariamoci ad assistere al consueto (ma non per questo meno divertente) kamasutra semantico e politico di chi, a sinistra, cercherà di spiegarci (e soprattutto di spiegare a se stesso) perché la Francia ha detto no al fantastico modello multiculturalista e socialista incarnato da madame Royal. Ultimi sondaggi prima del voto decisivo per l'Eliseo. Nel sondaggio commissionato da Le Monde (splendido grafico interattivo) Nicolas Sarkozy è al 53%, Ségolène Royal al 47% (rilevazione del 4 maggio). Secondo il sondaggio pubblicato da Le Figaro (qui testo integrale), Sarkozy è al 54,5%, la Royal al 45,5% (rilevazione del 3 maggio).

Le prime proiezioni, a urne ancora aperte, confermano: Sarkozy è avanti di 6 punti. E l'affluenza ai seggi è da record.

Post scriptum. Come si vede, in Francia, patria della democrazia progressista e di tutto il resto, i sondaggi vengono svolti e sono consultabili anche nell'imminenza del voto. Mica come in Italia, dove la legge liberticida varata dalla sinistra nel 2000 stabilisce che «nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni è vietato rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati di sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori, anche se tali sondaggi sono stati effettuati in un periodo precedente a quello del divieto». Alla faccia della libertà d'informazione.

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venerdì, maggio 04, 2007

Uno serio

Romano Prodi, aula del Senato, 27 febbraio 2007, nel discorso con cui ha chiesto la fiducia alla Camera alta (dal resoconto sommario ufficiale):
«La casa ha assunto ancor più che nel passato un peso centrale nel determinare le condizioni di vita reali delle famiglie e richiede un ampio sforzo per affrontare sia le emergenze abitative in senso stretto che le difficoltà nel mercato degli affitti. Rilanceremo perciò l’offerta di edilizia residenziale pubblica, assieme a misure per allargare il mercato privato degli affitti, in particolare con una revisione degli incentivi fiscali. Il Governo inoltre proporrà una modifica del calcolo dell’ICI sulla prima casa, modifica che consentirà significative riduzioni in funzione del numero di componenti del nucleo familiare. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE e IUVerdi-Com. Commenti dai Gruppi AN e FI)».
Romano Prodi, ai microfoni di Radio Anch'io, oggi, 4 maggio 2007 (agenzia Mf-DowJones, qui e qui):
«Ci ho riflettuto moltissimo e non credo sia il provvedimento da fare oggi. Certamente in una situazione di migliore prospettiva e di migliori risorse lo possiamo fare. Prima di dire decidiamo dall'alto sull'Ici ci dobbiamo pensare due volte».

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giovedì, maggio 03, 2007

Cuba, un primo maggio come un altro

Fidel Castro Ruz alla fine non si è visto, smentendo il suo amico boliviano, il guitto Evo Morales. E questo è un bene, perché vuol dire che la parabola del macellaio è davvero alla fine. Dopo di lui, però, potrebbe arrivare di peggio: suo fratello Rául politicamente e caratterialmente è assai più debole di lui, e proprio per questo potrebbe rivelarsi più pericoloso e crudele di Fidel. E questo ovviamente è un male. In assenza di novità sulla salute del dittatore, la notizia arriva dal Pen American Center, associazione americana di scrittori e giornalisti, che lunedì sera ha "consegnato" il suo premio per la libertà di espressione a Normando Hernández González, giornalista indipendente cubano di 33 anni. Consegnato: si fa per dire. Hernández González non ha potuto ritirare alcun premio. E' stato arrestato il 18 marzo 2003, assieme ad altri 74 giornalisti dell'isola, per aver criticato la politica del governo castrista. E' stato condannato a 25 anni e ovviamente, come altri 58 degli arrestati, è tuttora in prigione, nonostante sia malato e, tra le altre cose, soffra di tubercolosi. Tutte cose normali, nella Cuba di Fidel Castro.

Un premio, il suo, da dedicare anche ai tanti poveri ignoranti scesi in piazza il primo maggio, nelle piazze italiane, con la maglietta rossa e l'effige di Che Guevara e la bandierina cubana.

Addendum 1. Questi alcuni articoli (in spagnolo) che Hernández González è riuscito a trasmettere dal carcere:

El taxi
Torturas y más torturas
Cochicárcel

Addendum 2. Comunque, se qualcuno volesse sapere come funziona, nelle carceri di Castro si "vive" così.

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I monopolisti della violenza politica

di Fausto Carioti

È il caso di aggiornare i dizionari politici. Lo squadrismo non è più fascista. È comunista. Nel senso parlamentare della parola: le aggressioni politiche in Italia, piaccia o meno, sono compiute in modo ormai quasi esclusivo da gente che si identifica nei partiti di Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto. Per rendersene conto basta sfogliare le cronache degli ultimi tempi. Colpa di tante cose, ma anche della saldatura tra i "movimenti" dei centri sociali e i partiti ufficiali, consacrata dalla candidatura di molti esponenti no global in Parlamento e dall'intestazione di un'aula del Senato, assegnata a Rifondazione comunista, a Carlo Giuliani, ucciso durante il G8 di Genova - per legittima difesa - dal carabiniere che stava aggredendo. Scelte che hanno segnato anche la saldatura tra la violenza rossa e la politica di Palazzo.

L'ultimo episodio è avvenuto il primo maggio a Roma, in piazza San Giovanni, durante il concerto organizzato dai sindacati e come al solito trasformato in una kermesse filocomunista caratterizzata da poche idee, ma ben confuse. Alcuni ragazzi hanno insultato e aggredito Mario Segni e gli altri referendari mentre raccoglievano firme per far svolgere la consultazione popolare con cui si chiede di cambiare la legge elettorale. Alcuni moduli, con duecento firme già raccolte, sono stati strappati dalle mani dei referendari e "confiscati"; un tavolo è stato lanciato contro Segni. Racconta Enzo Curzio, coordinatore romano del comitato per i referendum: «Erano ragazzi di Rifondazione comunista che invitavano a non firmare per il referendum. È assurdo aver subito un'aggressione da parte di militanti di sinistra proprio nel giorno in cui si dovrebbero valorizzare la democrazia e il dibattito».

No, non è assurdo per niente: pochi giorni fa Bertinotti, presidente della Camera, aveva detto che il referendum rappresenta «una minaccia per la democrazia». Niente di strano, quindi, se qualche giovane democratico e comunista (un inconsapevole ossimoro vivente) si dà da fare a modo suo per scongiurare la minaccia. Questi non sono extraparlamentari, non indossano (almeno per ora) un passamontagna. È gente che agisce a volto scoperto, si riconosce nei partiti di governo ed è convinta che aggredire Mario Segni o tirare un cavalletto in testa a Silvio Berlusconi sia un normale esercizio di antifascismo democratico. Lo stesso giorno, dal palco del concerto di piazza San Giovanni, uno dei presentatori, Andrea Rivera, ha attaccato la Chiesa dicendo che «non si è mai evoluta». Applausi scroscianti e scontati. Vista l'aria pesante che tira sui sacerdoti, gli organizzatori del concerto hanno preso le distanze da Rivera. Ma serve a poco: le sue stesse parole si possono trovare ogni giorno su Liberazione, il quotidiano del partito di Bertinotti, dove in prima pagina si leggono titoli tipo «Vaticano come l'islam estremo» e «Il fanatismo del Vaticano come quello dei kamikaze». Viva la libertà d'espressione anche per chi dice bischerate, basta che poi non ci stupiamo se Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, riceve minacce di morte quotidiane, anch'esse firmate con quel simbolo, falce e martello, destinato a etichettare la nuova aggregazione che dovrebbe nascere a sinistra del partito democratico.

Assieme alla violenza contro il dissenso e contro la Chiesa, i compagni hanno ereditato dal peggior fascismo quella contro gli ebrei. Mentre a destra l'antisemitismo scendeva di tono, fino a diventare un rigurgito sempre più clandestino (merito anche del viaggio di Gianfranco Fini a Gerusalemme), nella sinistra cresceva a dismisura, mascherato da antisionismo. «Sempre più spesso», scrive (da sinistra) Gadi Luzzatto Voghera, «la distorsione dell'entità ebraica diviene matrice di una nuova forma di antisemitismo aggressivo, la cui origine teoretica si rintraccia in quel processo di astrazione che ha condotto l'ebreo reale a farsi sempre più evanescente nel discorso politico di sinistra, facendo posto prima al capitalista, poi alla "vittima", e infine al "sionista"».

Il risultato pratico è che nei cortei della sinistra, oggi, Israele e gli ebrei sono visti come i nemici da abbattere, quintessenza del "razzismo sionista" e del capitalismo. I siti internet dei militanti comunisti tracimano di odio per Israele e per chi lo difende e abbondano di linguaggi e dietrologie ricalcati dai Protocolli dei Savi di Sion e dalle altre mistificazioni antisemite (il fatto che si tratti di "citazioni" spesso inconsapevoli non scusa, semmai è un'aggravante). Mentre Diliberto e lo stesso Massimo D'Alema in tempi recenti si sono fatti fotografare mano nella mano con esponenti di Hezbollah, l'etichetta politica libanese la cui milizia è considerata un'organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Australia e Parlamento europeo, e che ha per obiettivo, come si legge nello statuto, la «completa distruzione» della «entità sionista». Assieme ai terroristi palestinesi di Hamas (altri amici della sinistra italiana) e alle altre organizzazioni terroristiche islamiche, Hezbollah ha ucciso oltre mille civili israeliani. Anche in questo caso, insomma, chi cerca un pretesto politico per le proprie aggressioni, verbali e fisiche, fa presto a trovarlo negli atteggiamenti e nelle parole della sinistra ufficiale.

Post scriptum. A proposito dell'aggressione ai referendari. Bertinotti, imbarazzato perché accusato, in sostanza, di essere moralmente responsabile per le violenze dei giovani rifondaroli, ieri ha inviato un messaggio di solidarietà a Segni, dicendosi convinto «che l'iniziativa politica debba essere assolutamente garantita a tutti, indipendentemente dal grado di consenso o di dissenso che si nutre nei suoi confronti». Le chiacchiere, però, contano zero. Il presidente della Camera ha un modo molto semplice per dare un senso concreto alle sue parole e prendere le distanze dagli squadristi rossi: "risarcire" Segni e gli altri delle duecento firme che la feccia del suo elettorato ha sottratto ai referendari. Per ogni firma di adesione al referendum rubata dai giovani comunisti, la firma di un esponente di Rifondazione. Iniziando da quella dell'onorevole Bertinotti.

© Libero. Pubblicato il 3 maggio 2007.

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mercoledì, maggio 02, 2007

Do the right thing (ovvero: la regola dei comunisti)

In certi casi vale la "regola dei nanetti" codificata da Giovanni Sartori. Con una piccola modifica. Scriveva Sartori: «Io mi affido alla "regola dei nanetti": una riforma elettorale che piace a loro è sicuramente cattiva per il Paese». Dove i "nanetti", ovviamente, sono «partitini, partitucci e cespugliotti» di destra, centro e sinistra. Ecco, mutatis mutandis, in casi come questo forse è meglio affidarsi alla "regola dei comunisti": se Fausto Bertinotti lo ritiene «una minaccia per la democrazia», se la feccia dei suoi elettori, comprensibilmente gasata dall'aver visto un'aula del Senato intestata a uno di loro, assalta i banchetti dei referendari in piazza San Giovanni e fa scomparire i moduli con le firme già compilati, convinta (a buona ragione) di restare impunita, ci sono altissime probabilità che questo referendum sia una cosa buona e giusta, e che valga la pena di metterci una firma. Cosa che da queste parti è stata fatta il primo giorno, accanto a Gianfranco Fini, ad Arturo Parisi e a un fottio di gente comune che vota nel modo più diverso. Brava gente, di quella che non andrebbe mai ad assalire il prossimo per il semplice fatto che la pensa diversamente.

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