mercoledì, gennaio 31, 2007

Telecom, altri due in gabbia

Andrea Pompili, manager Telecom coordinatore di quel club di gentiluomini noto come Tiger Team, da questa mattina è in carcere. Nella cassaforte del suo ufficio furono trovati quattro cd-rom contenenti intercettazioni illegali, uno dei quali zeppo di files prelevati illegalmente dal computer del sottoscritto. Assieme a lui, è finito in carcere il giovane hackerAlfredo Melloni (qui e qui qualche dettagliuccio sul suo curriculum, tanto per capire quale documentazione allegare alla domanda di lavoro quando si cerca un impiego da quelle parti). L'accusa per i due è di associazione a delinquere finalizzata all'accesso abusivo informatico. Questi ultimi sviluppi sono raccontati qui e qui dalle agenzie di giornata. La parte della storia che mi riguarda l'ho invece raccontata qui.

Da queste parti certo non si gioisce per gli arresti, perché in questo letamaio non c'è nulla di cui rallegrarsi. Però si registra con ovvio interesse quello che accade. Soprattutto, ci si prepara al rush finale.

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Un governo equo e solidale

Da pagina 2 del Manifesto (quotidiano comunista) di martedì 30 gennaio 2007, rubrica delle lettere:
Dalle tasche dei pensionati
Desidererei sapere come si fa a sostenere un governo che per risolvere i problemi di finanza pubblica aumenta le tasse ai pensionati. Questo mese ho avuto una riduzione di 50 euro mensili netti, cioè 600 euro in un anno! State certi che non lo dimenticherò. Spazi di manovra contro gli evasori fiscali ce ne erano a iosa, bastava organizzarsi ma, per fare ciò, occorreva pestare qualche piede e allora si fa la cosa più facile: prendere a chi non può reagire. Bel coraggio! Se fossi più giovane mi industrierei per avere un lavoro più remunerativo, ma da pensionato... (...)

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martedì, gennaio 30, 2007

Gli spioni di Telecom: no, non l'ho presa bene

di Fausto Carioti

Di tutte le sensazioni che può provare un individuo, poche sono più fastidiose dello scoprire che qualcuno molto grosso e molto potente usa i soldi che gli versi ogni bimestre nella bolletta telefonica, con l’aggiunta di qualche milione di euro, per frugare tra i tuoi documenti e nella tua corrispondenza, allo scopo di impedirti di fare il tuo lavoro e trovare materiale utile per ricattarti. Il sottoscritto il dubbio lo aveva da tempo, e quando è saltato fuori che gli sgherri di Telecom Italia avevano allestito una struttura degna della Spectre per monitorare la vita e le attività di Davide Giacalone, il dubbio era diventato quasi certezza. La conferma definitiva che ha tolto quel «quasi» è arrivata domenica mattina, leggendo l’articolo del bravo Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera. Dall’ottobre 2003 al marzo 2004, come risulta da una relazione della polizia postale, il computer di chi scrive è stato frugato con attenzione, giorno per giorno, dagli hacker al soldo di Telecom. I quali hanno copiato sui loro hard disk tutta la posta elettronica che entrava e usciva dalla mia casella personale, esplorato il contenuto dei miei documenti e memorizzato alcune schermate del mio monitor.

Provo a spiegarmi meglio. Durante quei sei mesi, i signori in questione sono entrati in possesso di ogni dettaglio della mia vita professionale e personale. Sapevano a quali articoli stessi lavorando e cosa scrivevo, con chi mi scambiavo le mail, quali erano i movimenti del mio conto in banca e quale fosse la password per accedervi via Web. Erano al corrente degli acquisti fatti con la mia carta di credito (l’estratto conto mi arriva via mail, come a milioni di italiani). Per arrivare a occuparsi del sottoscritto, devono avere probabilmente seguito i miei spostamenti, sicuramente intercettato le mie telefonate (cosa per loro mille volte più semplice del rovistare nel mio computer). Avessi acquistato su Internet un completo in pelle genere sadomaso, modello Pulp Fiction, lo avrebbero saputo, avrebbero preso l’appunto e aggiunto così un dettaglio interessante al dossier intestato al sottoscritto, per far vedere a chi pagava il loro lavoro che certi incarichi li prendono sul serio. Avessi acquistato on line farmaci dagli Stati Uniti, come fanno molti italiani, se ne sarebbero accorti, e forse avrebbero chiesto a qualche medico una diagnosi su misura per il sottoscritto, tanto per capire se soffrissi o meno di una malattia grave. Avessi avuto un’amante, lo avrebbero saputo, e magari avrebbero trovato il modo di farmi sapere che loro sapevano: fai il bravo, smettila di mettere il naso in faccende che non ti riguardano, e resta tutto tra di noi. Se l’amante fosse stato un uomo, meglio ancora. Può far sorridere, ma è proprio immondizia del genere quella cui erano interessati i solerti spioni pagati con i soldi delle nostre telefonate.

Perché tanto interesse negli affari privati del sottoscritto? Semplicemente perché mi era venuta voglia di vedere chiaro in quel gran casino che Telecom Italia aveva sollevato in Sud America. Il fondo d’investimento Opportunity, socio di maggioranza di Brasil Telecom, sosteneva che il prezzo (800 milioni di dollari) pagato nel luglio del 2000 dalla società per l’acquisizione della Crt, Companhia Riograndense Telecomunicacoes, era stato spinto all’insù, per ragioni tutte da chiarire, da Telecom Italia, all’epoca sotto la gestione di Roberto Colaninno, che di Brasil Telecom era il socio di minoranza. La merchant bank Interamericana, che nell’operazione aveva svolto il ruolo di advisor per conto di Brasil Telecom, in un documento aveva definito una «grande montatura» l’intera trattativa sul prezzo dell’operazione, indicando il giusto valore della Crt, che era stata ceduta dagli spagnoli di Telefónica, in una cifra che «difficilmente avrebbe superato i 450 milioni di dollari».

Come chiunque può intuire, è molto strano che un azionista insista perché una società nella quale ha investito i suoi soldi paghi 350 milioni più del dovuto. Una mossa simile si sarebbe potuta spiegare solo con la volontà di dar vita a un giro di soldi dai contorni poco chiari. Per un giornalista, quindi, cercare di capire cosa stesse succedendo, e scoprire se le accuse di Opportunity fossero fondate, era di fatto un obbligo.

Seguivo la vicenda da qualche anno, e proprio verso la metà del settembre 2003 sembrava si dovesse essere a un punto di svolta. Brasil Telecom, sotto la spinta del suo socio di maggioranza, denunciava apertamente l’operato degli italiani. I parlamentari della coalizione guidata dal presidente Luiz Inacio Lula chiedevano in aula l’apertura di inchieste per mettere sotto la lente gli acquisti fatti negli anni precedenti da Telecom Italia e portare a galla «responsabilità di persone, imprenditori e autorità di governo, così come dei gruppi industriali coinvolti, degli altri enti e degli organismi pubblici». Non bastasse tutto questo, Brasil Telecom e Telecom Italia erano entrate in conflitto anche per la concessione delle licenze di telefonia mobile. Curiosamente (si fa per dire), gli unici in Italia ad essere al corrente di tutto ciò erano i lettori di Libero.

Agli inizi di ottobre, un incontro riservato con Luis Octavio da Motta Veiga, presidente del consiglio d’amministrazione di Brasil Telecom ed ex numero uno della Consob brasiliana, mi confermava la difficilissima situazione che Telecom Italia stava incontrando in Brasile. Fu proprio durante quella riunione in un albergo romano, alla quale partecipò anche Giacalone, che la sensazione di essere spiato diventò fortissima.

Guarda caso, proprio in quei giorni, secondo quando scoperto dagli uomini della polizia postale, entrano in azione gli hacker del Tiger Team. Anche se il nome è da supereroi giapponesi sfigati, si tratta di gente di primissimo livello. I magistrati milanesi che indagano sulla vicenda scrivono che della squadra fanno parte «persone con profili professionali elevatissimi», sebbene - particolare che certo non tranquillizza - in qualche caso «gravate da qualche denuncia o precedente penale». Rocco Lucia, il leader della squadra dei ficcanaso, «doveva rispondere del proprio operato ad Andrea Pompili», coordinatore del team. «Questi dipendeva da Fabio Ghioni», capo della Information Security di Telecom, «il quale a sua volta aveva come referente Giuliano Tavaroli», capo della sicurezza. Gente della Telecom, che lavorava in una sede romana di Telecom usando il meglio della tecnologia Telecom. Ghioni e Lucia sono stati arrestati il 18 gennaio per l’intrusione del 4 novembre 2004 nei computer del Corriere della sera, mentre a Tavaroli è stata notificata in carcere l’ennesima ordinanza di arresto. Aprendo la cassaforte dell’ufficio di Pompili, sono saltati fuori quattro cd-rom, uno dei quali contenente le mail, i documenti e le schermate copiate illegalmente dal computer del sottoscritto.

Per dirla con un vecchio slogan: niente resterà impunito. Pagherete caro, pagherete tutto. L’appuntamento, con gli spioni informatici e i loro mandanti, è in tribunale.

© Libero. Pubblicato il 30 gennaio 2007.

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lunedì, gennaio 29, 2007

"Undercover Mosque", viaggio clandestino nelle moschee inglesi

Mandare un giornalista a confessarsi in Chiesa e riportare il testo delle confessioni non è cosa difficile. Più complesso, ma molto più interessante, è inviare un giornalista "sotto copertura" in moschea, ad ascoltare i sermoni degli imam. E' quanto ha fatto l'emittente Channel 4 nel Regno Unito. Ne è uscita un'inchiesta, "Undercover Mosque", andata in onda il 15 gennaio.

Un reporter inglese ha potuto così registrare le prediche degli imam che fanno capo alle principali associazioni islamiche cosiddette moderate. L'esito è agghiacciante. Il cronista ha assistito a sermoni nei quali predicatori di scuola saudita (e quindi wahabita) proclamavano la supremazia dell'islam, annunciavano l'avvento di una nuova jihad contro gli infedeli (cioè contro tutti noi) e diffondevano l'odio per i non musulmani e per i musulmani che non seguono i precetti dell'islam più intollerante.

«Un esercito di islamici si solleverà», ha annunciato un predicatore in moschea. Un altro ha detto che compito degli islamici inglesi deve essere «smantellare» la democrazia britannica: devono «vivere come uno Stato all'interno dello Stato» fin quando non saranno «forti abbastanza da prendere il potere». L'inchiesta ha svelato anche che le università dell'Arabia Saudita stanno attirando numerosi giovani islamici occidentali per allevarli secondo i dettami dell'islam più antimoderno e antioccidentale, e quindi inviarli in giro per il mondo come predicatori.

Nei centri di cultura islamica inglesi sono disponibili dvd e libri che riportano i sermoni di questi predicatori di scuola saudita, le cui prediche sono rintracciabili anche sul Web. Contengono "insegnamenti" sulle donne («Allah ha creato la donna deficiente, il suo intelletto è incompleto»), sulle ragazze («se arrivata all'età di 10 anni non indossa il hijab, noi la picchiamo») e sugli omosessuali. Qualcosa di molto simile a quanto raccontato ieri da Magdi Allam sul Corriere, nel suo articolo sul predicatore d'odio islamico di Verona.

Ovviamente, nessun corrispondente da Londra della Rai ha sentito la necessità di riprendere la vicenda in un servizio da trenta secondi.

Addendum 1. "Undercover Mosque" è reperibile (fino a quando?) su YouTube in sei parti:
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6

Addendum 2. Da leggere il commento di Bruce Bawer (hat tip per l'intera storia, dovessimo aspettare che una notizia simile ce la dia il Tg1 di Gianni Riotta staremmo freschi) sul suo blog (no permalink, sorry; il post è quello datato 26 gennaio 2007).

Addendum 3. Qui altro materiale recentissimo sui dvd in vendita nella moschea centrale di Londra (stavolta l'argomento sono gli ebrei), oltre ad alcune immagini agghiaccianti della manifestazione dei musulmani davanti alla stessa moschea nei giorni delle polemiche per la pubblicazione delle vignette sull'islam sul quotidiano danese Jyllands-Posten. Occhio alle scritte sui cartelli.

Addendum 4. Qui il video del recente confronto, a Londra, tra Daniel Pipes (che ne ha scritto qui) e il sindaco rosso Ken Livingstone. Argomento, ovviamente, l'islam.

Addendum 5. Materiale da questo stesso blog sugli islamici in Gran Bretagna:
In ospedale con le mani sporche: è Allah che lo vuole
Storie di gay e di imam
La cittadinanza serve all'integrazione? Il caso degli islamici inglesi

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domenica, gennaio 28, 2007

Grazie, dottor Tronchetti

Dal Corriere della Sera di oggi: «Si è combattuta anche in Italia, spiando la posta elettronica di giornalisti (come Fausto Carioti di Libero) e avvocati (come lo studio legale Giorgianni), la guerra per il controllo di Telecom Brasil tra Telecom Italia (azionista robusta ma di minoranza) e i brasiliani soci-rivali (azionisti di maggioranza di Brasil Telecom tramite il fondo pensionistico Opportunity del finanziere Daniel Dantas): lo testimoniano quattro cd-rom trovati in una cassaforte nella perquisizione dell'ufficio Telecom di Andrea Pompili, il coordinatore di quel Tiger Team informatico di cui 11 giorni fa, per l'intrusione del 4 novembre 2004 al Corriere della sera, sono stati arrestati il capo (Fabio Ghioni) e il miglior tecnico (Rocco Lucia)».

Il resto della storia qui, sul sito del Corriere.

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sabato, gennaio 27, 2007

Mastella finge di non vedere l'odio di sinistra

di Fausto Carioti

Scusi, compagno ministro Mastella, ma una cosa della sua legge proprio non si è capita. Perché l’odio contro gli omosessuali è vietato e l’odio contro i borghesi no? Perché l’odio antisemita dei nazisti è punito col carcere e l’odio di classe del comunista Edoardo Sanguineti, che fa schifo uguale, non è nemmeno preso in considerazione, e così i vari Pietro Folena continueranno a vendercelo come «intelligente provocazione» di un’acuta mente di sinistra? Come mai se uno dice, chessò, che bisogna «restaurare l’odio religioso, perché gli islamici odiano i cattolici e l’odio deve essere ricambiato», la futura legge Mastella lo sbatte in cella fino a tre anni, mentre se uno dice che occorre «restaurare l’odio di classe, perché i potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato», come ha fatto testualmente il vate della sinistra ligure, la stessa norma se ne frega? Più uno sfoglia il disegno di legge che porta il nome del ministro della Giustizia, più si addentra nelle nuove fattispecie di reato e nelle sanzioni previste, più capisce che non solo è una norma liberticida, ma che è anche pericolosamente strabica, poiché soffre di quel particolare strabismo “a la page” che sta colpendo i legislatori di mezza Europa: mettere il bavaglio a tutto ciò che appare politicamente scorretto, sorvolando invece su tutte le forme d’odio proprie della sinistra, ritenute - manco a dirlo - innocue, se non addirittura socialmente utili.

Non ci fossero di mezzo le nostre libertà, il guazzabuglio che ne esce sarebbe da operetta. Chi chiama nemico uno col colore della pelle diverso dal suo è un razzista da mandare a processo, ma chi il nemico, in base alle ottocentesche categorie marxiste, lo indica al pubblico come colui che possiede l’impresa e gli altri mezzi di produzione (i quali peraltro spesso si ereditano, proprio come il colore della pelle), può continuare a svolgere il suo importante ruolo di “antagonista dialettico” all’interno dell’odiata società neoliberista. L’idiota criminale che inneggia ai forni crematori di Heinrich Himmler viene punito, ma il criminale idiota che inneggia a «Dieci-cento-mille Nassiriya», come hanno fatto più volte in piazza gli elettori della sinistra estrema e quindi di Romano Prodi, non ha nulla da temere. Insulti i commercianti perché li ritieni ladri e stai certo che qualche deputato di sinistra che ti applaude lo trovi, ma se dici che quei commercianti, oltre che ladri sono ebrei, trovi solo le manette ai polsi. La semplice diffusione di idee basate sulla superiorità razziale sarà punita: se Silvio Berlusconi dovesse ripetere la famosa frase (palesemente vera e proprio per questo subito ritrattata) della superiorità della civiltà occidentale su tutte le altre, niente di più facile che da qualche procura salti fuori un pubblico ministero di Magistratura democratica ansioso di processarlo.

Insomma, dal cilindro del ministro più insospettabile di tutti è uscito un randello sagomato su misura per le esigenze della sinistra di Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto. Quando la legge sarà approvata, chiunque si dirà d’accordo con la famosa frase di Samuel Huntington, per cui «i confini dell’Islam grondano sangue, perché sanguinario è chi vive al loro interno», rischierà di trovarsi la fedina penale macchiata. Tutti quelli che scriveranno le stesse verità scomode di un Alain Finkielkraut o di un’Oriana Fallaci saranno nelle mani dei magistrati: se la toga vorrà, basterà un brandello di frase per condurli a processo. Intanto Lidia Ravera potrà continuare indisturbata a esercitare il suo razzismo antropologico sugli elettori del centrodestra, che ama definire «gente facile da incendiare, torvamente dedita ai propri interessi. Gente che non si è mai fatta educare neppure alla socialdemocrazia, che si sente garantita da chi sta peggio, poiché consente loro la minima soddisfazione di non sentirsi gli ultimi». Non essendo particolarmente scuri di pelle (né più né meno di quelli di sinistra, almeno) o particolarmente omosessuali (idem), quelli che votano Berlusconi possono, anzi debbono essere insultati impunemente in pubblico.

Chissà se Mastella, ministro che si trova molto più a suo agio a parlare di poltrone con la forchetta in mano che a discutere di filosofia del diritto con studiosi di Hans Kelsen, voleva fare davvero una schifezza simile, o se semplicemente non ha capito molto di ciò che altri gli hanno scritto e fatto trovare sul tavolo.

© Libero. Pubblicato il 27 gennaio 2007.

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venerdì, gennaio 26, 2007

La Margherita alla canna del gas

Peccato mortale che online non sia possibile leggerlo. E' la barzelletta del giorno. Era così sicura la Margherita di Francesco Rutelli che avrebbe vinto il braccio di ferro con Pierluigi Bersani e con i compagni di Rifondazione Comunista sulla liberalizzazione del gas, ovvero - per la precisione - sulla separazione tra Eni e Snam Rete Gas, che l'hanno scritto sul loro quotidiano, evidentemente chiuso prima che terminasse il consiglio dei ministri.

A pagina 3 del giornale della Margherita (si presume dopo aver avuto via ampie rassicurazioni da Rutelli, come di solito accade nei quotidiani di partito) è stato pubblicato così un lungo articolo intitolato "Anche il gas sarà più libero. Energia, via alla separazione fra Eni e Snam". Riporto la parte più divertente:
«Il fatto che la separazione proprietaria fra rete e gestore sia stata affrontata e varata dal consiglio dei ministri di ieri non ha solo un significato “economico”, ma anche "politico". E’ una piccola vittoria per i riformisti nei confronti di Rifondazione, partito che più di tutti ha cercato di ostacolarla».
Come noto, alla fine nulla di ciò è stato fatto dal consiglio dei ministri. Sarà divertente leggere su Europa di domani chi, alla fine, ha vinto davvero, e quale sarà il profondo significato "politico" della mancata decisione.

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giovedì, gennaio 25, 2007

Presidente Bertinotti, grazie della censura

di Fausto Carioti

Che la rassegna stampa della Camera, specie ora che a Montecitorio comanda Fausto Bertinotti, sia allergica agli articoli di Libero, è un dato di fatto. A noi giornalisti, esibizionisti come siamo, dispiace un po’, ma quelli dell’amministrazione dicono che va bene così: tutte copie in più vendute ai deputati, che per leggerci sono costretti ad andare in edicola e cacciare di tasca un euro. Ieri, ad esempio, il cassiere di Libero era più contento del solito: l’eccesso di zelo dei compilatori della rassegna stampa della Camera aveva toccato un nuovo record. Dei 155 articoli inseriti nel fascicolo quotidiano di Montecitorio, solo uno - quello a firma del direttore Vittorio Feltri - proveniva dalle pagine di Libero. Il minimo indispensabile per ricordare ai deputati che esistiamo anche noi.

È chiaro che la presenza dei quotidiani nella rassegna di Bertinotti non ha nulla a che vedere con la loro diffusione nelle edicole e nelle case degli italiani. Per capirsi: Europa, il quotidiano della Margherita, ieri era presente con sette articoli, l’Indipendente con quattro, il Roma (quotidiano di Napoli) con uno, proprio come Libero, quotidiano nazionale che ieri aveva tirato 229.205 copie.

In base a quali criteri è fatta la scelta? Una delle regole riguarda gli articoli firmati dai deputati. Tutto ciò che scrivono gli onorevoli deve finire in rassegna. Stessa cosa va fatta con ogni articolo che li riguarda molto da vicino. Bene. Anzi no, male. Perché ieri Libero ha pubblicato un articolo firmato da un deputato. Si tratta di Roberto Poletti, parlamentare dei Verdi. Scritto nel 1997 per la Padania, quando l’autore militava nel Carroccio, l’articolo illustra benissimo quale fosse all’epoca il Poletti-pensiero, e fa capire meglio di mille discorsi il suo originale percorso politico. Per chi non l’avesse letto, iniziava così: «Razzista. Sì sono razzista. Razzista, razzista e ancora razzista». Insomma, la notizia c’era, e il presumibile interesse da parte del Parlamento anche. Eppure nella rassegna stampa della Camera, dove trovava spazio la recensione del romanzo “The Castle in the Forest” (storia di un ufficiale delle SS posseduto dal demonio, roba di strettissima attualità parlamentare), dell’articolo di Poletti non vi era traccia.

Dunque, grazie ai responsabili della rassegna stampa per le sinergie che mantengono con il nostro ufficio distribuzione. Solo una preghiera: evitino di strafare. Guardando il loro lavoro di ieri (e non solo), qualcuno potrebbe pensare che si stiano adoperando in modo sistematico per censurare gli articoli più scomodi, ignorando intenzionalmente uno dei principali quotidiani nazionali. Il che, diciamolo, non sarebbe carino né per noi né per loro. Un aiutino alle nostre vendite sì, ci fa piacere. Ma senza esagerare, sennò diventa imbarazzante.

© Libero. Pubblicato il 25 gennaio 2007.

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mercoledì, gennaio 24, 2007

La sinistra vittima dei suoi mostri

di Fausto Carioti

Compagni di governo, sveglia. Su quei mostri lì, quelli che stanno a Vicenza con la bava alla bocca, quelli convinti che i soldati italiani in Afghanistan siano criminali di guerra, quelli che adesso osservate con gli occhi sbarrati e non sapete come ammansire, c’è la vostra firma. Stanno facendo né più né meno quello per cui li avete applauditi e premiati sino a poche ore fa. Se sono convinti di essere migliori di voi e si sentono il nuovo che avanza e nessuno potrà fermare, è solo perché glielo avete fatto credere in tutti i modi. Voi e i vostri giornali vi siete inventati la mitologia dei movimenti, nome politicamente corretto da dare ai teppisti dei centri sociali. Voi, adesso, ne pagate le conseguenze. Purtroppo, non sarete i soli.

Certo, prenderne atto non dev’essere facile. Romano Prodi, Fausto Bertinotti e Massimo D’Alema sembra stiano scoprendo solo oggi, con stupore, l’esistenza di una vasta parte d’Italia che ritiene la sopraffazione e la violenza normali metodi di confronto politico, non si sente in debito con i partiti della sinistra e non prova alcun rispetto nei loro confronti, ma - al contrario - pretende di dettare la linea al governo e alla maggioranza, nella convinzione di essere l’unica parte sana della sinistra, e quindi del Paese. È con tutti costoro, che ad aprile hanno votato per i candidati di Prodi e già ora minacciano di non farlo più, che un’Unione sotto shock dovrà fare i conti prima delle elezioni amministrative.

Ma la sinistra non deve meravigliarsi. Sta semplicemente raccogliendo quello che ha seminato. Ogni volta che i delinquenti col volto coperto - no global, disobbedienti, antagonisti, anarchici: cambia l’etichetta, ma le pigne nel cervello sono le stesse - hanno avuto uno scontro con le forze dell’ordine, i partiti dell’Unione hanno mandato in onda la solita scenetta. Una parte, quella cosiddetta moderata, prendeva le distanze, ma sempre stando bene attenta a non calcare troppo i toni. Una parte più consistente e convinta, intanto, copriva i violenti: minimizzando il bilancio dei loro vandalismi, facendo proprie le loro ragioni e sforzandosi di dimostrare che, alla fine, i delinquenti erano stati i carabinieri e i poliziotti.

È stata l’Unione a incitarli. Dopo aver ripetuto in ogni occasione che il vero Stato canaglia sono gli Stati Uniti e che l’unico criminale di guerra è George W. Bush, come hanno fatto in questi anni Oliviero Diliberto e compagni per accattarsi i voti della parte peggiore della sinistra, il minimo che puoi attenderti è che chi ti ha dato retta giudichi al pari di una strage di massa l’ampliamento della base Nato a Vicenza e la partecipazione italiana alla missione in Afghanistan. Se vai in giro a dire che le multinazionali strangolano il Sud del mondo e che la legge Biagi è una forma di schiavitù, non puoi stupirti se il giorno dopo qualcuno sfascia le vetrine di un McDonald’s o tira una molotov contro una sede di Adecco: sta semplicemente reagendo alle ingiustizie che tu gli hai additato.

La sinistra li ha finanziati. Le giunte uliviste non solo non hanno mosso un dito per far cessare le “okkupazioni” illegali, ma in molti casi hanno usato i soldi dei contribuenti per foraggiare i centri sociali. Come a Venezia, dove le cooperative dei movimenti antagonisti sono diventate, di fatto, un ramo distaccato dell’amministrazione comunale.

La sinistra ha anche la responsabilità di averli fatti entrare nella stanza dei bottoni. Grazie al loro curriculum e a nient’altro, leader no global come Francesco Caruso e Daniele Farina sono stati candidati ed eletti alla Camera nelle liste di Rifondazione comunista. A Carlo Giuliani, ucciso mentre si avventava contro una camionetta dei carabinieri col volto coperto e un estintore in mano, il partito di Bertinotti ha voluto dedicare un’aula del Senato. Si è compiuto così l’ultimo passo: la carriera di antagonista di strada, inclusi i suoi molteplici risvolti penali, è diventata parte ufficiale del cursus honorum per accedere ai massimi livelli della politica, al pari di quella di avvocato, magistrato, professore universitario e generale dei carabinieri. Non male, come esempio per le nuove generazioni. E tutto grazie agli alleati di Prodi e allo stesso leader dell’Unione, che nulla ha avuto da obiettare dinanzi a simili candidature, necessarie per coprirsi il più possibile a sinistra.

E adesso, dopo averli accarezzati, accreditati, incoraggiati, difesi, finanziati, portati sul palco, candidati e fatti eleggere in Parlamento, i partiti dell’Unione hanno anche la faccia di stupirsi se questi si prendono sul serio.

© Libero. Pubblicato il 24 gennaio 2007.

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martedì, gennaio 23, 2007

Caso Sanguineti, ecco come la sinistra ci prende in giro

Ora si fingono indignati dalle parole di Edoardo Sanguineti. Giurano di cadere dalle nuvole. Ostentano imbarazzo per le parole del poeta candidato della sinistra estrema (ma tutt'altro che marginale) come sindaco di Genova. Mentono.

Questo è l'articolo apparso oggi sul Corriere della Sera. Racconta come Rifondazione e Comunisti italiani prendano la distanze da Sanguineti e dalla sua frase, pronunciata domenica negli studi di La7, sui ragazzi di Tien An Men ridotti a macchiette: «Poveretti sedotti da mitologie occidentali, un po' come quelli che esultarono quando cadde il muro; insomma, ragazzi che volevano la Coca Cola». L'europarlamentare Marco Rizzo ora dice che i toni di Sanguineti sono «esagerati, impolitici. Così spaventiamo le persone». Il segretario provinciale di Rifondazione scrive una lettera di reprimenda a Sanguineti. Ma stanno fingendo.

Sanguineti quella frase non l'ha pronunciata per la prima volta domenica scorsa. Non c'è niente di nuovo nelle sue parole. A Pavia, parlando in pubblico, al festival dei Saperi, il 10 settembre 2006, il poeta genovese disse testualmente: «Quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile». La cosa già allora finì sui giornali: qui l'articolo della Stampa, datato 14 settembre 2006, che riprende l'accaduto e, giustamente, si schifa (notare: l'articolo è stato ripreso dalla rassegna stampa della Camera di Montecitorio, segno che ai deputati la cosa non può essere sfuggita in alcun modo).

All'epoca Sanguineti non era ancora il candidato sindaco dei compagni. Nell'Espresso del 5 ottobre, uscito quindi alla fine di settembre, dopo la balorda esternazione del poeta a Pavia, si legge che «tra i possibili candidati alle primarie dell'Associazione per l'Unione a sinistra» ci sono «il poeta Edoardo Sanguineti e l'ex sindaco Sansa».

Dunque Sanguineti queste cose le aveva già dette, tali e quali, in pubblico e davanti a migliaia di persone, e la cosa era nota a tutti. Nonostante questo, i comunisti all'epoca non si scandalizzarono, e decisero di candidarlo senza battere ciglio. Benissimo. Ma per quale motivo i compagni si fingono scandalizzati oggi, che Sanguineti non ha fatto altro che ripetere quegli stessi concetti? La risposta possibile è una sola: pura ipocrisia, spiegabile solo con la volontà di non imbarazzare troppo Romano Prodi e i Ds nel momento in cui gli stanno chiedendo di non toccare le pensioni, di togliere i soldati italiani dall'Afghanistan e di non concedere l'ampliamento della base Nato a Vicenza.

Post scriptum. Sullo stesso argomento, su questo blog: Sanguineti, ovvero l'elogio dell'odio di classe.

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lunedì, gennaio 22, 2007

Dal celodurismo al tafazzismo

Dev'essere una di quelle alchimie così complesse, uno di quei disegni così sottili che noi poveri osservatori della politica non possiamo nemmeno arrivare a comprendere. Perché c'è di sicuro una ragione strategica profonda dietro la decisione di Umberto Bossi di votare la fiducia al governo, nel caso Romano Prodi decidesse di porla sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan. Se non ci fosse, questo piano raffinatissimo che solo pochi possono capire e di cui solo pochissimi sono al corrente, vorrebbe dire che la sopraffina intelligenza di Bossi è ormai un ricordo: ipotesi che preferiremmo non prendere in considerazione

Guardiamo i fatti. Il governo Prodi sta nella situazione che tutti conosciamo: potrebbe cadere da un momento all'altro, ma non cade perché ancora non ci sono un nome e un disegno politico alternativi, e non ci sono perché tra Ds e Margherita nessuno ha deciso che è giunto il momento di fare un passo avanti. La coalizione che tiene in piedi il governo Prodi rischia ogni settimana di sfasciarsi in politica economica, sulla riforma della legge elettorale e sulle questioni bioetiche, ma è sulla politica estera che al momento se la vede peggio. Ed è così perché di odio antiamericano, antiisraeliano e antioccidentale si è cresciuta e pasciuta la vasta platea composta dagli elettori di Rifondazione, Verdi, Pdci e da almeno un quarto degli elettori diessini, e questi elettori sono pronti a perdonare tutto ai loro rappresentanti, compreso un aumento delle tasse come quello che è appena stato varato dal governo, ma non una politica allineata con quella americana e israeliana. (Ovviamente, stessimo lingua in bocca con i fratelli Castro e i talebani, per loro non ci sarebbero problemi). A tutti costoro, Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto e Alfonso Pecoraro Scanio, azionisti del patto di sindacato che controlla il governo Prodi, debbono dare una qualche risposta.

Ora, è ovvio che tutto finirà a tarallucci e vino, perché i partiti della sinistra estrema stanno cercando solo un paio di collanine di perline con i colori dell'arcobaleno da mostrare agli elettori. Però è altrettanto ovvio che una simile votazione è destinata a lasciare il segno, e forse un paio di defezioni alla fine ci saranno, anche se compensate dai vari Sergio De Gregorio e Marco Follini. Ed è giusto, essendo questa la situazione, che Prodi esca dalla votazione di fiducia (se tale votazione ci sarà, ma non credo) peggio di come ci sarà arrivato.

Ecco, in tutto questo l'uscita di Bossi piomba come un bicchiere di Tavernello su un piatto di ostriche. Assisteremmo al paradosso per cui, proprio in materia di politica estera e dei nostri rapporti con gli alleati americani, su cui il governo è più debole, in realtà Prodi sarebbe più forte, potendo contare sulla fiducia espressa da una maggioranza addirittura più vasta di quella su cui può contare abitualmente. Il presidente del Consiglio avrebbe buoni motivi per vantarsene e uscire da palazzo Madama a testa alta.

Nessun dubbio che la Cdl debba votare a favore della missione, ma solo se questa non comporterà la fiducia al governo, che è un atto politico ben diverso da una normale votazione. C'è arrivato persino Pier Ferdinando Casini, il quale ha detto che è pronto a votare la missione, ma solo se Prodi non metterà la questione di fiducia. Alla fine, con ogni probabilità ci penserà proprio il presidente del Consiglio a cavare tutti (se stesso per primo) d'impaccio, evitando il ricorso alla fiducia e raccattando così quanti più voti possibile. Ma i dubbi su cosa stia passando per la testa di Bossi restano.

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Big match su Fidel Castro: Montaner contro la caricatura di Gianni Minà

Quello che dovrebbe fare un serio periodico di politica estera: un match tra pesi massimi, o presunti tali. Da un lato Carlos Alberto Montaner, leader intellettuale della dissidenza cubana in esilio e vicepresidente dell'Internazionale Liberale. Dall'altro il giornalista spagnolo Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique (quello che in Italia esce abbinato al Manifesto), uno cui calza a pennello la famosa frase di Raymond Aron ne "L'oppio degli intellettuali": «Privi di pietà per le debolezze delle democrazie, sono disposti a giustificare i più turpi delitti, purché commessi in nome di una giusta dottrina». L'incontro è stato organizzato dalla rivista Foreign Policy, che ne ha appena pubblicato il testo.

Il copione è più o meno il seguente. Sulla Cuba di Castro Montaner tira fuori dati pesanti come macigni, i cosiddetti "hard facts": la mancanza di libere elezioni, la repressione violenta di ogni voce di dissidenza, le ripetute violazioni dei più elementari diritti umani (qui e qui per farsi un'idea), il totale fallimento del progetto economico collettivista, la trasformazione dell'isola in un avamposto del narcotraffico e molta altra roba ancora. Ramonet sostiene che la colpa di tutto - indovinate - è degli Stati Uniti, che il metro del gradimento di Castro è dato dal fatto che a Cuba non si registrano contestazioni degne di nota al suo regime (il fatto che decina di migliaia di dissidenti siano stati uccisi o sbattuti in carcere, come gli fa notare Montaner, non gli sembra ragione sufficiente) e che Castro è una sorta di Padre Pio laico perché manda medici cubani in giro per il Terzo Mondo.

Lettura utile, insomma, anche per togliersi ogni illusione sui sedicenti intellettuali di riferimento della sinistra europea. La povertà di argomentazioni di Ramonet, il suo luogocomunismo sono gli stessi che possiamo attenderci da qualunque segretario di sezione dei Comunisti italiani. Più che il direttore di Le Monde Diplomatique, Ramonet sembra la caricatura di Gianni Minà. Del resto, a Minà Ramonet contende il titolo di biografo di corte di Fidel, e col dittatore cubano il direttore di Le Monde Diplomatique ha pubblicato di recente un libro-intervista in cui molte risposte erano un copia-incolla dei comunicati ufficiali del regime.

Comunque, quali che siano le opinioni del sottoscritto, come sempre la cosa migliore è leggere il testo originale e farsi un'opinione di persona. Qui il testo in inglese, qui il testo in spagnolo.

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sabato, gennaio 20, 2007

Al cabaret dell'Unione

di Fausto Carioti

I nostalgici di Aldo, Giovanni e Giacomo, dei fratelli Guzzanti e degli altri protagonisti della nouvelle vague comica italiana sono finalmente accontentati. Basta rimpianti: è arrivato chi sa fare di più e di meglio. Il nuovo tempio della risata si chiama “Question Time” e va in onda tutti i mercoledì su Rai Tre, alle ore 15, rigorosamente in diretta dall’aula di Montecitorio. In origine doveva essere una cosa noiosissima: i parlamentari, specie quelli dell’opposizione, tramite cavillose interrogazioni chiedono conto ai ministri del loro operato, e i ministri spiegano, si giustificano, talvolta annaspano. Il tutto ripreso dalle telecamere e mostrato senza filtri agli elettori. Ma era troppo barboso, troppo impegnativo. Così, approfittando del perdurante sonno del centrodestra, ministri e parlamentari dell’Unione hanno pensato bene di dare un’aggiustatina al format. Adesso loro si fanno le domande e loro stessi si danno le risposte. Dove per “loro” non s’intende i compagni di coalizione, ma uomini dello stesso partito, amici fraterni. Senza quella tensione che caratterizza i rapporti tra maggioranza e opposizione e che rischia di rovinare la splendida immagine che l’esecutivo Prodi si è costruito in questi mesi. Domandine facili facili, su argomenti comodi comodi, poste in modo ossequioso. «Signor ministro, cosa sta facendo lei per migliorare il nostro Paese?». «Grazie della domanda, onorevole deputato. Stiamo realizzando cose molto importanti, che adesso le elenco». «Signor ministro, le sue argomentazioni mi hanno davvero convinto: gli italiani dovrebbero essere orgogliosi di lei». Il risultato televisivo è eccezionale: governo e maggioranza si regalano uno spot di un’ora e un quarto, e con simili performance esilaranti mettono in difficoltà l’odiata Mediaset, la cui scuderia di comici, per nutrita e strapagata che sia, al confronto pare composta da debuttanti.

L’ultima puntata di “Question Time” è destinata a diventare un cult. Il governo ha risposto a tredici interrogazioni, la maggior parte delle quali, ovviamente, rivolte dagli uomini della maggioranza. A scaldare il pubblico ci ha pensato il ministro per la Famiglia Rosy Bindi, alla quale i suoi colleghi di partito si sono rivolti così: «Ministro, le rivolgiamo una domanda che tante famiglie italiane vorrebbero rivolgerle. Come intende dare attuazione concreta agli interventi stabiliti in Finanziaria?». Forse, a guardare i sondaggi, le cose che vorrebbero dire le famiglie italiane al ministro sono altre. Fatto sta che la Bindi ringrazia per la domanda (e ci mancherebbe), recita il suo spot e la parola torna agli interroganti. La scenetta si conclude in tripudio, con il deputato Giovanni Burtone, collega di partito di vecchia data della Bindi, il quale si dice nientemeno che «pienamente soddisfatto non soltanto della risposta, ma soprattutto dell’azione concreta messa in campo dal ministro a sostegno della famiglia italiana». La Bindi fa una piega alla bocca che gli osservatori parlamentari più esperti interpretano come un sorriso: il carosello pubblicitario è andato bene.

Il pezzo forte della puntata, però, aveva per protagonista Alfonso Pecoraro Scanio, uno di quei Verdi che se per un giorno non appare in televisione va in depressione come un panda in cattività. A fargli da spalla, Roberto Poletti, deputato del suo stesso partito. Il quale, casomai qualche telespettatore rischiasse di fraintendere, ha fatto capire subito che si trattava di uno scherzo tra amici e non di un vero atto parlamentare: «Debbo premettere che non devo certamente sensibilizzare lei, ministro Pecoraro Scanio, sul tema dei cambiamenti climatici, che rappresenta l’argomento della mia interrogazione. Infatti, i Verdi, dei quali lei è presidente nazionale, e gli ambientalisti denunciano da troppi anni quanto sta accadendo, ma sono sempre stati tacciati di catastrofismo, di opportunismo politico e anche di essere dei “menagrami”!». Poletti la tira per le lunghe, sin quando Giulio Tremonti, che presiede l’aula, orologio in mano gli intima di arrivare al dunque. «Chiedo, in buona sostanza, in quali termini concreti - e sottolineo concreti - l’emergenza ambientale sia al centro delle azioni di questo governo». Lo immaginate Sandro Bondi che prova a domandare a Silvio Berlusconi, con aria di sfida, cosa ne pensa delle tasse italiane? Stessa cosa, però recitata meglio.

Pecoraro Scanio ringrazia e promette di usare i soldi dei contribuenti per frenare quanto più possibile il già lento sviluppo industriale italiano, così come previsto dal programma dei Verdi. Entusiasta, l’onorevole Poletti loda ulteriormente il suo ministro e, da quell’animale televisivo che è, mostra un piccolo vaso di fiori: «Sono uno di quelli che si illude di non vedere le primule fiorire con due mesi di anticipo». Applausi dai banchi dei Verdi. Strameritati: a parte qualche errore nel copione (si dice “menagramo”, anche al plurale) i due sono stati bravissimi. Per quante volte possano averla provata insieme, non era facile ripetere l’intera scenetta davanti alle telecamere senza scoppiare a ridere.

Il racconto, infatti, acquisisce ulteriore comicità alla luce del forte rapporto che lega i due. Il ministro non solo è il leader del partito in cui milita Poletti, non solo è il suo ultimo pigmalione, ma è anche legato al giovane deputato (classe 1971) da una speciale amicizia che lo ha portato a spaccare la federazione milanese del suo partito pur di candidarlo. Poletti, personaggio conosciuto soprattutto al Nord, viene dalle schiere dei verdi, ma quelli padani, e prima di stare col Sole che ride è stato col Sole delle Alpi, il periodico della Lega che ha diretto alla fine degli anni Novanta, quando era anche direttore dei programmi di Radio Padania. Poi è passato alle tv locali lombarde, ottenendo sempre un discreto successo grazie a un certo modo assai poco politicamente corretto di affrontare gli argomenti.

Del resto, è stato proprio militando con la Lega che Poletti ha imparato a fare le sue prime domande al governo. Come in quell’articolo, apparso sulla Padania nell’agosto del ’97, per il quale i suoi attuali alleati di Rifondazione Comunista lo volevano far rimuovere dall’albo dei giornalisti. Poletti si rivolgeva all’allora governo Prodi: «Quando ci libererete dai negri, dalle puttane, dai criminali, dai ladri extracomunitari, dagli stupratori color nocciola e dagli zingari che infestano le nostre spiagge, le nostre vite, le nostre menti?». Cambiare, è cambiato parecchio. I motivi si possono solo immaginare.

© Libero. Pubblicato il 20 gennaio 2007.

Post scriptum. Per gli interessati, qui si può leggere il resoconto stenografico della seduta di mercoledì 17 gennaio.

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venerdì, gennaio 19, 2007

Non illudiamoci

L’importante è non illudersi, non credere davvero che il governo peggiore che l’Italia ricordi possa cadere sul rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan. Il decreto dovrà essere approvato dal governo entro il 2 febbraio, dopo inizierà l’iter in Parlamento, e l’appuntamento cruciale, ovviamente, sarà la votazione al Senato. Ma queste settimane serviranno per trovare un’intesa con la sinistra cosiddetta estrema, la quale, se non si fosse capito, non chiede altro che un pretesto per votare la missione senza perdere troppo la faccia davanti ai propri elettori. In primavera ci sono le amministrative e la partita vera, anche all’interno della maggioranza, adesso è quella: chi ne esce meglio, o meno peggio, avrà più peso politico nelle trattative per la definizione del partito democratico (partito che dovranno almeno provare a fare, anche se sarà una jattura, perché non provarci a questo punto sarebbe una jattura peggiore) e della “cosa rossa” che inevitabilmente apparirà alla sua sinistra.

La sinistra estrema, si diceva, in fondo chiede poco: una exit strategy da Kabul, cioè una promessa anche a lunga scadenza, magari anticipata da un’operazione di facciata come la sostituzione di parte del personale militare italiano in Afghanistan con personale civile. Qualcosa di pacifista e molto cheap da spacciare agli elettori mediante adeguata televendita. Figuriamoci se Romano Prodi non può concedere qualcosa di simile.

Una volta che il decreto sarà arrivato a palazzo Madama, poi, come sempre delle due l’una. O il governo metterà la fiducia sul provvedimento, e in questo caso finirà per ottenere la solita risicatissima approvazione, anche perché stavolta potrà contare sul voto certo di Sergio De Gregorio. O non metterà la fiducia, e in questo caso prenderà il voto favorevole del centrodestra (che se il governo non porrà la fiducia non potrà votare contro la missione, leviamocelo dalla testa, e questo vale anche per Alleanza Nazionale), ringrazierà i leader della Cdl per l’alto senso di responsabilità dimostrato e quindi tirerà dritto, più barcollante di prima ma facendo finta di niente. Oggi gli unici che possono staccare davvero la spina a Prodi sono i Ds. Che la tentazione di farlo ce l’hanno, ma non prenderanno alcuna decisione fin quando non avranno visto l’esito delle amministrative.

La buona notizia è che ogni giorno che passa si logorano sempre di più, e che dal precipizio nel quale sono entrati non si vede alcuna via d’uscita possibile.

Post scriptum. Quanto alla questione della base Nato a Vicenza, è già chiusa. Hanno già deciso di ricompattarsi dando la "colpa" a Berlusconi, secondo solito copione, e al sindaco cattivo. Non ci credono nemmeno loro, ma ormai sono diventati bravissimi a fingere.

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giovedì, gennaio 18, 2007

Più figli in Francia: miracolo dello stato laico o dello stato islamico?

In questi giorni in cui poco o niente si muove, una delle poche notizie vere sembra essere arrivata da Oltralpe. Le francesi hanno ricominciato a fare figli. Il loro tasso di fertilità è salito a 2 bambini per donna, a un soffio da quel 2,1 che garantisce la stabilità della popolazione. Divertenti le letture diverse date della notizia. Repubblica la interpreta come la vittoria dello stato laico e assistenzialista: sempre più figli nascono fuori dal matrimonio, il merito è dei sostegni di Stato alle famiglie e così via. Avvenire, più spiritualmente, parla di «guarigione» delle francesi da quello che presume essere un mal d'anima, e pone l'accento anche sulla «solidarietà familiare».

Manca, purtroppo, il dato più importante: chi sta facendo figli? Ovvero: stiamo assistendo a un'ulteriore tappa dell'islamizzazione della Francia e dell'Europa, oppure c'è davvero un risveglio ormonale e/o spirituale delle Marianne, delle "native" francesi? La domanda è importante, perché serve a farci capire come sarà la patria di Voltaire tra trent'anni: avrà una politica più filoislamica e diffidente dagli Stati Uniti di quella attuale? Le donne potranno ancora prendere il sole in topless sulla spiaggia di Saint Tropez, senza rischiare una fatwa? Parigi sarà disponibile a intervenire, quantomeno politicamente, per impedire l'aggressione di uno stato islamico ai danni di Israele? Si potrà dire una barzelletta sulle mogli di Maometto senza finire in carcere? Che spazio e quali condizioni di vita ci saranno per gli ebrei francesi?

Attenzione: perché tutto questo cambi in peggio non è necessario che un partito integralista islamico si presenti alle elezioni e ottenga la maggioranza dei voti. Basta, ad esempio, che il trenta per cento della popolazione (in realtà molto meno), magari di età media assai inferiore a quella degli altri abitanti del Paese, sia sufficientemente motivato da battere i pugni sul tavolo e pretendere dallo Stato un trattamento che tengo conto della loro - chiamiamola così - diversa sensibilità religiosa. La storia passata e la cronaca recente insegnano che, per amore di quieto vivere, noi europei tendiamo facilmente a concedere. In fondo, che sarà mai una piccola libertà in meno, se la sua scomparsa ci evita una serie di rotture di coglioni? Se poi in cima alle nostre priorità ci saranno l'adesivo per la dentiera e la tenuta del pannolone, probabilmente faremo l'ennesima concessione senza nemmeno accorgercene.

Dunque. Chi sta facendo figli in Francia? Le autorità francesi su questo sono piuttosto vaghe, anche perché - evidentemente - non dispongono di dati così dettagliati. Classificare le mamme in base all'etnia o alla religione è politicamente scorretto, oltre che difficilmente realizzabile da un punto di vista statistico. Il responsabile dell'istituto francese di statistica ha detto che il tasso di fertilità tra le donne immigrate è «leggermente più elevato» della media. Il che, ovviamente, vuol dire poco o niente. Perché gran parte della popolazione islamica risulta ormai francese a tutti gli effetti, e solo gli ultimi arrivati appaiono come immigrati.

I dati certi dicono che la popolazione francese oggi conta una percentuale di islamici tra il 5 e il 10 per cento (secondo il Cia World Factbook, mentre il Calendario Atlante De Agostini 2007 li calcola al 5,6%). A fronte di questi numeri, le stime indicano tra il 20 e il 30 per cento la quota di figli di islamici tra i nuovi nati negli ultimi anni in Francia. Non ci vuole molto per capire chi è che sta spingendo in alto il trend della natalità. Così non stupiscono i dati sulle nuove generazioni riportati da Mark Steyn in America Alone: «Tra coloro che vivono in Francia e hanno un'età di venti anni o inferiore, circa il 30 per cento sono ritenuti musulmani, e nei maggiori centri urbani questa quota sale al 45 per cento».

Quanto questi giovani islamici si sentano francesi, lo si può desumere dai fischi, dagli insulti e dagli oggetti che volarono in campo nello stadio di Parigi nell'ottobre 2001 (poche settimane dopo l'attentato di Al Qaeda negli Stati Uniti...), all'inizio della partita di calcio amichevole tra la Francia e l'Algeria, quando dagli altoparlanti uscirono le prime note della Marsigliese, e dall'invasione di campo che segnò la fine anticipata della partita quando la Francia segnò la quarta rete.

Fanno riflettere, infine, le due tabelle pubblicate dal solito Steyn proprio commentando l'uscita dei dati sul recupero della fertilità francese. Tabelle che chi ha letto America Alone, peraltro, già conosce bene.

Tabella 1: la Francia e i Paesi vicini elencati secondo il tasso di fertilità delle donne che li abitano, ovvero secondo il numero medio di figli che mettono al mondo. Primo, il Paese con il tasso di fertilità più alto; ultimo, il Paese con il tasso di fertilità più basso.

1) Francia
2) Olanda
3) Belgio
4) Svizzera
5) Austria
6) Germania
7) Italia
8) Spagna

Tabella 2: la Francia e i Paesi vicini elencati secondo la percentuale di islamici che vivono all'interno dei loro confini. Primo, il Paese con la più alta percentuale di islamici; ultimo, il Paese con la percentuale di islamici più bassa.

1) Francia
2) Olanda
3) Belgio
4) Svizzera
5) Austria
6) Germania
7) Italia
8) Spagna

Se non vedete alcuna differenza, è perché non c'è alcuna differenza.

Se le rilevazioni diffuse in questi giorni indicassero davvero un'inversione del trend tra i francesi non islamici, saremmo di certo davanti a una buona notizia. Ma il dubbio è troppo forte.

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mercoledì, gennaio 17, 2007

Senza gli yankees di Vicenza il welfare italiano non esisterebbe

di Fausto Carioti

Altro che «Yankee go home». Fossero coerenti, Oliviero Diliberto, Fausto Bertinotti, Guglielmo Epifani e gli altri azionisti di controllo del governo Prodi, invece di dirsi «delusi e dispiaciuti» per l'allargamento della base Nato avallato ieri dal premier, ora sarebbero a Vicenza per chiedere diecimila, ventimila, cinquantamila paracadutisti americani in più. Il sistema pensionistico che loro stessi, in queste ore, stanno difendendo con le unghie e con i denti, è stato infatti reso possibile proprio dalle migliaia di ragazzotti del Texas e dell’Oklahoma cui la Casa Bianca, dal dopoguerra, ha affidato il compito di difendere l’Italia e l’Europa. Accollandosi quasi tutte le spese della nostra difesa militare, il governo di Washington ha lasciato agli Stati europei le risorse necessarie per creare e far crescere imponenti sistemi assistenziali, ben più sviluppati dello stesso welfare degli Stati Uniti. Il fatto che quei partiti che pretendono il ritiro dei soldati americani dall’Italia e dall’Europa siano gli stessi che si oppongono ai tagli alla spesa sociale e accusano il regime sanitario e pensionistico americano di essere il tripudio dell’ineguaglianza, conferma invece che coerenza e gratitudine sono merce rara.

Ogni cento dollari di ricchezza creata negli Stati Uniti, 4 dollari e 6 centesimi sono investiti in uomini e mezzi che hanno il compito non solo di garantire la sicurezza ai contribuenti americani, ma anche di togliere (gratis) grandissima parte di questa fatica agli italiani, ai francesi e agli altri europei. Alla Casa Bianca si sono alternati presidenti repubblicani e democratici, ma dal dopoguerra gli Stati Uniti non hanno mai destinato alle spese militari una quota del prodotto interno lordo inferiore al tre per cento, e spesso superiore al cinque. Una parte sempre più importante di questo budget è destinata allo sviluppo di nuove tecnologie. In Italia, per ogni cento euro di Pil, alla Difesa finiscono appena un euro e 80 centesimi. Una quota in discesa costante da molti anni, e in gran parte destinata agli stipendi del personale. Stesso andazzo nel resto d’Europa: la Francia dedica alla proprie spese militari il 2,6% del Pil, la Germania l’1,5, la Spagna l’1,2, l’Austria lo 0,9.

Le differenze si vedono. La proposta lanciata da Tony Blair nel 1998 di creare un esercito europeo comune, autonomo da quello americano, è finita in barzelletta: nessuno era disposto a tagliare le altre spese per aumentare il budget militare. L’Europa che si rifiuta di pensare a cose volgari come l’esercito e gli armamenti non è stata così in grado di porre fine al mattatoio della ex Jugoslavia, a due passi dai suoi confini, e si è trovata costretta a chiamare in soccorso i rozzi yankee.

Sessant’anni passati sapendo che c’era qualcuno pagato da altri per toglierci il lavoro sporco ha dato a noi europei la libertà di andare in pensione a cinquant’anni, di pensare a lavorare non più di trentacinque ore a settimana e di dotarci di un welfare state che ci prende per mano quando nasciamo per mollarci solo quando passiamo a miglior vita. Oggi per la protezione sociale l’Italia spende il 26% del proprio Pil, la Francia il 31 e l’Europa, in media, il 28%. Gli Stati Uniti appena il 15%.

Il primato italiano consiste nell’avere il carico per la previdenza di gran lunga più pesante: le pensioni assorbono il 62% delle spese per il welfare, contro una media continentale del 45%. La situazione è destinata a peggiorare. Oggi l’età media degli italiani è di 42 anni e gli over 65 sono il 19% della popolazione. Nel 2050 l’età media sarà di 51 anni e gli anziani saranno il 34% di una popolazione che rispetto ad oggi si sarà ridotta di due milioni e mezzo di individui. Su scala minore, lo stesso processo avverrà nel resto d’Europa. Quell’anno, l’americano medio avrà appena 36 anni e la popolazione statunitense avrà già superato da almeno un decennio quella europea. Chi si rifiuta di ridurre la spesa sociale dovrebbe andare in giro vestito a stelle e strisce, come lo zio Sam dei manifesti. Arruolatevi, ragazzi: girerete il mondo, ci guarderete le spalle e continuerete a pagare le nostre pensioni.

© Libero. Pubblicato il 17 gennaio 2007.

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Sillogismi dalemiani

Nella migliore delle tradizioni della casa, Massimo D'Alema ha già iniziato il processo di demonizzazione degli ex. Il presidente diessino, nonché ministro degli Esteri, sostiene che dipingere il governo Prodi come paralizzato dallo scontro tra riformisti e massimalisti è «una campagna politica che punta a determinare una crisi di questo governo per aprire un altro scenario politico, di tipo neocentrista. E’ un’operazione politica, propaganda».

Ora, si dà il caso che un simile quadro sia proprio quello dipinto dal riformista Nicola Rossi, che - comprensibilmente schifato per l'andazzo - se ne è appena andato via dai Ds. E' stato lui a dire che «sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie». Che «Le difficoltà in cui si dibatte, giorno dopo giorno, l'odierna azione di governo sono il frutto malato di cinque anni di opposizione in cui (...) non un solo giorno è stato speso per costruire la cultura e le condizioni che sarebbero servite a governare e non è lecito, oggi, usare quelle difficoltà come un'attenuante. (...) Si è seminato male e quindi si raccoglie poco. E si è seminato male perché non si credeva fino in fondo in quel che si diceva di voler fare».

Si dà anche il caso che Nicola Rossi sia stato consigliere economico di palazzo Chigi, nominato da D'Alema, quando Baffino era presidente del Consiglio. In altri termini, almeno sino a poco tempo fa è stato l'economista di cui D'Alema si fidava di più.

Domanda: anche Nicola Rossi fa propaganda per conto del complotto neocentrista mastelliancasiniano, e quindi il presidente dei Ds si è allevato (sino a candidarlo alla Camera facendolo diventare deputato) una serpe in seno, oppure è D'Alema che si sta impegnando con argomentazioni ridicole in una difesa del governo Prodi nella quale nemmeno lui crede?

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venerdì, gennaio 12, 2007

See U later, alligator

Ci si rivede agli inizi della nuova settimana, probabilmente martedì. Buon week end a tutti.

giovedì, gennaio 11, 2007

La triste parabola di Marco Follini

di Fausto Carioti

Sognava di essere Aldo Moro. È finito a fare la ruota di scorta di Clemente Mastella. L’annuncio del leader dell’Udeur suona come il requiem della carriera politica di Marco Follini: «Con lui esiste già un accordo per le europee del 2009 e, dove possibile, questo accordo sarà realizzato anche per le elezioni amministrative». La domanda è: quanto potrà il senatore Follini, alleato del ministro della Giustizia, continuare a non votare la fiducia al governo Prodi? Anche se abbiamo a che fare con cervelli democristiani, convinti che il tratto migliore per unire due punti due punti sia l’arabesco, la risposta più plausibile resta la più semplice: poco, molto poco. E così il governo più sgangherato del dopoguerra, se non si ammazza da solo nelle prossime settimane, rischia di trovare sul piatto d’argento un voto in più a palazzo Madama. Ovviamente, dietro l’angolo non c’è il trasferimento armi e bagagli di Follini nelle fila prodiane. Sarebbe pur sempre troppo lineare, non è da lui. Diciamo, piuttosto, che, almeno inizialmente, l’Italia di Mezzo (cioè il partito di Follini, cioè Follini e qualche suo strettissimo congiunto), potrà garantire il suo appoggio al governo su certi temi. Per dire: sulla riforma delle pensioni il neonato partito si è già dichiarato «disponibile a collaborare».

È un animale politico d’altri tempi, un sopravvissuto. Come quelli della sua specie, non ha capito che tutto è cambiato ed è convinto che gli alieni siano gli altri, quelli tipo Silvio Berlusconi, quelli che scendono in piazza, quelli che credono nel bipolarismo. Li considera una parentesi anomala nella storia politica italiana, e aspetta fiducioso che la parentesi si chiuda. È dal 1994 che attende, e intanto sono trascorsi tredici anni e quattro legislature. Anche se al grande pubblico è noto da una decina d’anni, cioè da quando ha iniziato a rompere le scatole a Berlusconi, è una vita che mastica politica. Viene da una famiglia dell’alta borghesia romana, status certificato da casa ai Parioli e vacanze a Cortina. Niente a che vedere con il modello di ricco più diffuso nella capitale, quello del “generone”. I Follini, racconta chi li ha frequentati, erano «una famiglia di veri signori, zeppa di gente che non ha mai avuto bisogno di lavorare. Terrorizzati all’idea di ostentare, hanno sempre adottato uno stile di vita sobrio. Tutta gente generosissima. Marco? Non che fosse antipatico, ma di sicuro era il meno simpatico della famiglia».

L’educazione ricevuta è stata rigorosa: anche nel mondo della politica, dove battutacce e doppi sensi si sprecano, sta sempre bene attento a rimanere controllato, ottenendo molto spesso l’effetto di apparire noioso. È in questi anni, dentro le mura di casa e nelle frequentazioni di famiglia, che nasce la siderale distanza antropologica che lo separa oggi non solo da Silvio Berlusconi, ma anche da Pier Ferdinando Casini, il suo alter ego dionisiaco all’interno della Dc («Ho due figli. Uno è bello, l’altro è intelligente», diceva di loro il dc Tony Bisaglia, e quello bello non era certo Follini).Marco, classe 1954, è figlio unico di Silvia, ebrea non praticante, e di Vittorio, scomparso nel 2003. Durante la guerra, Vittorio, appena sedicenne, fu partigiano in una brigata di Giustizia e Libertà. Poi gestì per anni un’agenzia pubblicitaria, la Sirs, che realizzava numerosi “caroselli”. Uno dei più noti era quello del Veramont, farmaco contro le emicranie. Ma fare un simile lavoro a Roma non era facile, e alla fine dovette passare la mano. Giornalista Rai, Vittorio faceva parte della corrente di Base della Dc, quella di Ciriaco De Mita, della quale diresse anche l’agenzia di stampa, “Progetto”.

Come molti altri figli della “Roma bene”, il piccolo Marco frequenta la American Overseas School, scuola bilingue sulla via Cassia. Francesco Cossiga l’ha ribattezzato l’Harry Potter della politica italiana. Sarà anche vero che assomiglia a un ragazzino, ma soprattutto era vero il contrario. E cioè che quando era ragazzino parlava e pensava come un ultracinquantenne. «Già ai tempi delle medie», ricorda chi lo frequentava all’epoca, «era interessato alla politica. Non alla politica come partecipazione, come qualcosa che nasce dal basso. Ma alla politica come vita di partito, quella che si fa nei palazzi, con progetti da realizzare a lunga scadenza. Strano in un bambino di quell’età». Attraverso il padre, Marco conosce il personaggio che più lo influenzerà politicamente: Aldo Moro. L’amicizia tra le due famiglie è forte, e Marco fa presto a trasformare Moro nel suo mito. Comprensibile che a uno così le cose con l’altro sesso non vadano nel modo migliore. Quello delle donne, raccontano, «è un capitolo difficile della vita di Marco, e chi gli vuole bene sta attento a starne alla larga».

Entra nel movimento giovanile democristiano. «Giovani strani, vestiti da vecchi, completi pesanti, cravatte malscelte, lenti bifocali e montature terribili», infierisce il giornalista Marco Damilano nel suo libro “Democristiani immaginari”. «Andavano pazzi per un gioco incomprensibile ai coetanei: dividersi in correnti, come i loro riferimenti adulti». Marco è un doroteo. Sponsorizzato da Moro, l’amico di papà, diventa delegato nel 1977. «La candidatura di Follini è politicamente debole», scriveva Casini a Bisaglia e Flaminio Piccoli nel tentativo di bloccarne l’ascesa. Poi, siccome erano democristiani, si misero d’accordo: Follini capo, Casini vice.

Nel 1980 entra nella direzione nazionale della Dc, dove resta fino al 1986, quando viene spedito a svezzarsi nei posti di sottogoverno: sino al ’93 fa il consigliere d’amministrazione della Rai. Nel 1994 è uno dei fondatori del Ccd. È eletto deputato nel 1996 e nel 2001, anno in cui diventa presidente del partito. Nel 2002 la fusione con la Cdu dà vita all’Udc, e Follini ne è il segretario nazionale. Il suo scopo è delegittimare Berlusconi, e lo persegue tra gli applausi increduli dell’Ulivo. Follini, che considera l’aspetto numerico della democrazia un fastidioso freno alle sue ambizioni, si mette in competizione diretta con il leader di Forza Italia, sorvolando sull’abisso di consensi che li separa. Chiede «nuova rotta, nuova squadra, nuovo programma». Spinge per emarginare la Lega. Invoca ogni giorno la «discontinuità», che poi vuol dire mandare a casa Berlusconi per restituire il pallino ai professionisti della politica come lui. Nel dicembre del 2004 entra nel governo come vicepremier. Berlusconi spera che in questo modo lo stillicidio finisca, ma quello a smettere non ci pensa proprio. Così, quattro mesi dopo, quando il Cavaliere rimette mano al governo, per Follini non c’è più posto.

In campagna elettorale dà per scontata la sconfitta della Cdl e, democristianamente, si prepara a raccogliere ciò che di meglio se ne potrà ricavare. «Almeno», spiega a chi gli è vicino, «potremo ricominciare a ragionare senza Berlusconi». Non si fa problemi nel dare a tutti l’impressione di remare contro. Come quando a palazzo Chigi, alla presenza di un Cavaliere illividito dalla rabbia, dice rivolto alle telecamere: «Non penso sia Berlusconi il miglior candidato per la Cdl». Ma alla fine il vero trombato è proprio Follini. Prima deve dimettersi da segretario dell’Udc, poi incassa lo schiaffo delle urne: la vittoria, sfuggita per un soffio, sarebbe stata raggiunta se tutti i leader della coalizione ci avessero creduto. Ora Berlusconi è lì, che fa sentire il suo fiato sul collo di Prodi, mentre Follini, uscito dall’Udc, è costretto a offrirsi ai partiti di centrosinistra per non scomparire.

Chi adesso tiene i fili della sua vicenda politica, raccontano, è la moglie, Elisabetta Spitz, con la quale ha cresciuto una figlia che ora ha 14 anni. Lei lo costringe ad arrampicate mondane per le quali lui, tipo rigoroso dalle passioni fredde, proprio non è tagliato. Come fargli comprare casa ad Ansedonia, introducendosi così nel buen retiro di oligarchi di sinistra quali Giuliano Amato, Sabino Cassese e Augusto Fantozzi. Cresciuta alla scuola di Gianni Prandini, bresciano, ex potentissimo ministro dc dei Lavori Pubblici, la Spitz è stata nominata direttore dell’agenzia del Demanio dal secondo governo D’Alema, confermata nel suo incarico dal governo Berlusconi e quindi riconfermata poche settimane fa da Prodi. Il che, visto il ruolo delicatissimo che sta giocando in questo momento il marito, proprio non stupisce.

© Libero. Pubblicato l'11 gennaio 2007.

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martedì, gennaio 09, 2007

L'Europa è al suicidio demografico. E questi parlano di sovrappopolazione

di Fausto Carioti

Gli articoli di Alberto Ronchey vengono regolarmente tradotti e commentati nei quotidiani arabi? Il Corriere della Sera è venduto nelle strade afgane, yemenite, somale e pakistane? Se, come risulta, la risposta giusta a queste domande è «no», non si capisce il senso dell’editoriale apparso ieri sul quotidiano di via Solferino, che è solo l’ultimo di una lunga serie di sermoni che con cadenza ormai quotidiana ci inseguono da decenni, dalle colonne dei giornali più o meno autorevoli di un certo establishment europeo, per ripeterci i soliti due concetti: che su questo pianeta siamo troppi e che le risorse sono poche, e che quindi dobbiamo limitare il numero di esseri umani sul pianeta.

«Da una parte, la pressione dei consumi o iperconsumi e dell’invasiva demografia. D’altra parte, la scarsità di risorse naturali non rinnovabili e la precarietà delle condizioni ambientali. Senza decisi passi verso un minimo sistema d’equilibrio globale, appare arduo anche solo concepire un’ipotesi di “ecologia umana” vivibile per le prossime generazioni», scrive Ronchey, ricalcando quanto detto da qualche altro migliaio di commentatori prima di lui. Il problema è che tutti costoro hanno sbagliato indirizzo. I loro articoli non devono inviarli a via Solferino, a largo Fochetti o ad avenue Stephen-Pichon, Paris, sede di Le Monde Diplomatique. In Europa il loro messaggio è già passato, e già ha prodotto più danni di quanti era possibile prevedere. L’Italia e gli altri Paesi europei, archiviata la fase del contenimento della popolazione, marciano ormai spediti lungo la strada del suicidio demografico. È il resto del mondo, specie quello islamico, dove il concetto occidentale e politicamente corretto di ecocompatibilità è ben lontano dall’essere tradotto, che si riproduce allegramente, nella convinzione - fondata - che di questo passo, tempo qualche generazione, tre quarti del pianeta, iniziando proprio dall’Europa, apparterrà ai loro discendenti. Mentre le risorse naturali, ovviamente, non accennano ad esaurirsi. Per fare l’esempio più banale: le riserve accertate di petrolio oggi ammontano a 1.200 miliardi di barili, il 17% in più di venti anni fa. Gli “scienziati” del Club di Roma, nel loro rapporto del 1972 sui limiti della crescita, ne avevano previsto l’esaurimento per il 1992. Ovviamente, allora come oggi, politici e intellettuali avevano preso sul serio la previsione degli ecocatastrofisti.

Decenni passati a pubblicare sui giornali simili allarmi, durante i quali le teorie più allarmistiche sulla sovrappopolazione - malgrado le continue figuracce rimediate - hanno usurpato l’aurea di scientificità, non sono trascorsi invano. I più noti e importanti tra i profeti di sventura sono stati i coniugi Paul e Anne Ehrlich: furono loro, con il volume “The population bomb”, a far decollare il “dibattito demografico”, nel 1968. I loro libri (con tanto di logo del Wwf in copertina) sono stati adottati come testo di studio nelle università italiane, e gli insegnamenti che vi si potevano leggere erano questi: «L’ideale sarebbe che ogni coppia avesse soltanto un figlio o, al massimo, due»; «Se avete amici o parenti più vecchi che cercano di convincere i loro figli a generare eserciti di nipotini, potete prenderli in giro»; «Noi non facciamo regali ai bambini per nessun figlio oltre i primi due»; «I bambini ricchi sono una minaccia per il nostro futuro molto più dei bambini poveri». Le autorità scolastiche erano invitate a «introdurre i temi demografici sin dai primi anni (...). Si può discutere l’importanza delle famiglie poco numerose e, nei film proiettati in classe, le famiglie felici non dovrebbero mai essere mostrate con più di due figli». Sono stati presi in parola. Non tutti conoscono i coniugi Ehrlich e i loro libri, ed è ovvio che la gente sceglie di non fare figli per una lunga serie di motivi. Ma è innegabile che il loro messaggio sia stato accettato e rilanciato da quasi tutti coloro che hanno avuto un ruolo di responsabilità nel mondo dei media e della cultura, diventando ben presto uno dei dogmi della fede laicista.

I risultati sono quelli che tutti possiamo toccare con mano. La popolazione del mondo avanzato è sempre di meno, è sempre più anziana, e gli abitanti “indigeni” dell’Europa, tempo poche generazioni, si ritroveranno minoranza nei loro stessi Paesi. Qualche numero, tanto per capire. Un tasso di fertilità di 2,1 figli per donna è necessario a mantenere stabile la popolazione. Al di sopra di questo tasso la popolazione aumenta, al di sotto diminuisce. Gli Stati Uniti hanno un tasso di fertilità pari a 2,1: sono in perfetto equilibrio. Tutto il resto della popolazione occidentale si riproduce a un tasso inferiore, e quindi si sta riducendo. Il Canada ha un tasso di fertilità pari a 1,61. Quello dell’Unione europea è pari a 1,47 figli per donna. Le donne italiane sono tra le meno prolifiche al mondo: ognuna di loro fa 1,28 figli. Vuol dire che, tempo che una generazione si sostituisca all’altra, al posto di venti individui adulti (dieci donne con i relativi partner) ne resteranno sì e no tredici. Di questo passo, i “nativi” italiani faranno presto a dimezzarsi, per non parlare del problema che avranno le nuove generazioni a farsi carico del welfare di quelle più anziane. Le previsioni dicono che nel 2050 il sessanta per cento degli italiani non avrà né fratelli, né cugini, né zii. Si potrebbe, seguendo i consigli di Ronchey e dei tanti che la pensano come lui, fare più di questo per salvare il pianeta dalla minaccia umana? Forse sì, ma a parte il suicidio immediato dell’intera popolazione occidentale, altre soluzioni non vengono in mente.

Il resto del mondo, intanto, dei coniugi Ehrlich e dei loro epigoni se ne frega. Soprattutto nei Paesi musulmani, dove anche la poligamia, riducendo le probabilità che una donna rimanga senza partner e quindi senza figli, contribuisce a tenere alto il tasso di fertilità. L’islam è la grande religione che cresce al ritmo più elevato. Ma questo avviene solo grazie al processo demografico: sul terreno delle conversioni, infatti, i cristiani sono più attivi degli islamici, e per ogni 100 convertiti all’islam se ne contano 170 che abbracciano il cristianesimo. La differenza la fa il talamo: nei Paesi musulmani il ritmo “naturale” di crescita della popolazione è doppio rispetto a quello dei Paesi cristiani. Conseguenza del fatto che il tasso di fertilità è di 6,7 figli per le donne afghane e somale, di 6,6 per le loro correligionarie yemenite, di 4 per le pakistane, e in generale assai più alto di 2,1 in gran parte dell’islam. Il risultato è che, mettendo nel conto anche le conversioni, la parte musulmana della popolazione mondiale cresce a un tasso annuale del 2,13%, mentre quella cristiana aumenta dell’1,36%. Ma i cristiani, appunto, sono aiutati dalle conversioni e dal trend demografico dei Paesi cristiani meno sviluppati. Se si raffronta invece la crescita del mondo islamico con la crescita del mondo occidentale, la differenza è impressionante: nel 1970 il mondo islamico pesava per il 15% della popolazione mondiale, la metà di quanto valeva il mondo occidentale, che contava il 30% degli abitanti del pianeta. Nel 2000 questa differenza è stata annullata: il mondo avanzato rappresentava poco più del 20% della popolazione mondiale (10 punti percentuali in meno in trent’anni), tanto quanto i Paesi islamici (che nel frattempo hanno aumentato il loro peso demografico di 5 punti).

Per rubare l’immagine usata da Mark Steyn, intellettuale conservatore canadese, autore di uno quei libri (“America Alone”) che non saranno mai tradotti in Italia: avesse quattro zampe e passasse le sue giornate sugli alberi di qualche foresta pluviale, l’uomo occidentale sarebbe nella lista delle specie in via d’estinzione. Invece l’uomo occidentale vive nelle grandi metropoli e viaggia in automobile, e il Wwf e gli opinionisti dei quotidiani più importanti lo incoraggiano a consegnare la propria specie ai libri di paleontologia.

© Libero. Pubblicato il 9 gennaio 2007.

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domenica, gennaio 07, 2007

Pensioni, intervista a Giuliano Cazzola sul bluff di Prodi

di Fausto Carioti

Romano Prodi farebbe meglio a chiedere scusa: ha stravolto il sistema fiscale per portare un beneficio irrisorio nelle tasche dei pensionati. Pochi spiccioli che, per tragica ironia, finiranno interamente divorati dagli aumenti delle imposte locali e dei servizi sociali. Giuliano Cazzola, uno dei maggiori esperti italiani di previdenza, senior advisor del Centro studi Marco Biagi, boccia così, senza appello, l’ultimo annuncio del presidente del Consiglio.

Prodi ha assicurato che ci saranno più soldi per i pensionati italiani. La Finanziaria ha stanziato a questo scopo 1,3 miliardi di euro sotto forma di sgravi fiscali, e a beneficiarne, ha detto il premier, saranno 9,5 milioni di pensionati. Su tredici mensilità, fanno in media 10,5 euro in più per assegno.
«Quando sono in gioco grandi numeri come quelli della popolazione dei pensionati è normale che impegni finanziari importanti si risolvano in risultati modesti per i singoli individui. Prodi queste cose le sa».

Ha sbagliato?
«Avrebbe fatto meglio a non sbandierare le “magnifiche sorti e progressive” di milioni di pensionati che, grazie alla manovra fiscale del suo governo, riceveranno miglioramenti di qualche euro. Se è questa la redistribuzione attuata nel quadro della Finanziaria, i ceti meno abbienti hanno poco da stare allegri. Non valeva proprio la pena di mettere a soqquadro il sistema fiscale per ottenere simili risultati. In casi come questo sarebbe più corretto chiedere scusa».

Gli interventi del governo Berlusconi per aumentare le pensioni ammontarono a oltre duemila miliardi di vecchie lire.
«Quegli interventi però furono concentrati sui pensionati al minimo e sugli invalidi civili, anziani e con redditi insufficienti: il famoso milione per 13 mensilità erogato a circa 1,6-1,8 milioni di anziani. Inoltre, prima di ridurre la pressione fiscale sui redditi medi e alti, il precedente governo aveva migliorato la “no tax area”, con particolare riguardo per i pensionati, favorendo una platea analoga a quella investita dai provvedimenti dell’attuale governo. Infine, ricordo che l’ulteriore miglioramento delle pensioni più basse era uno dei punti principali del programma elettorale della Casa delle libertà».

Quando Berlusconi varò questi interventi l’intera sinistra parlò di bluff mediatico.
«Si scomodarono fior di editorialisti, di “padri fondatori”, con una tiritera di cattivo gusto su quanti cappuccini e cornetti in più avrebbero potuto acquistare gli italiani. Oggi li vedremo certamente tessere le lodi del “grande senso d’equità” che ispira l’azione del governo».

Quanto è concreto il rischio che il micro-aumento di dieci euro sia assorbito dagli aumenti delle imposte locali e dei servizi, conseguenza dei tagli agli enti locali contenuti nella manovra?
«Più un rischio direi che è una certezza. I pensionati, se non se ne sono già resi conto, se ne accorgeranno presto».

L’ala riformista dell’Unione preme per una riforma delle pensioni. Gli organismi internazionali, ultimo l’Ocse, chiedono al governo italiano un intervento incisivo. Prodi, che teme la rottura con i partiti della sinistra estrema, sostiene che la riforma non è urgente.
«Se lo chiedessero a me risponderei che la riforma è già stata fatta nel 2004, che è stata apprezzata in sede internazionale, che realizza risparmi importanti e che aggiusta la curva della spesa proprio quando essa arriva al picco, intorno al 2030».

Resta il problema dello “scalone”: in una sola notte, quella del 31 dicembre 2007, l’età minima di anzianità passerà da 57 a 60 anni.
«Eppure questa misura corregge il punto critico ereditato dalle riforme degli anni Novanta. Grazie a norme lasche, attentamente vigilate dai sindacati, dal 1996 a oggi sono andati in quiescenza ben 2,5 milioni di arzilli cinquantenni, i quali intaseranno il sistema per almeno un quarto di secolo».

L’ipotesi che circola prevede di sostituire lo scalone con un sistema di incentivi e disincentivi.
«Ma per compensare i mancati risparmi dell’abolizione dello scalone, pari a regime a 9 miliardi l’anno, non sarebbe sufficiente un sistema di incentivi e disincentivi. Questo non solo si rivelerebbe inefficace, ma finirebbe per produrre esiti assai poco equi, come è accaduto col superbonus operante fino a tutto il 2007».

Ci spieghi perché.
«Quanti andranno in pensione nei prossimi anni si avvarranno, almeno fino al 2015, del metodo retributivo. Un dipendente privato che andrà in pensione di anzianità a 58 anni l’anno prossimo avrà coperto col proprio montante contributivo soltanto 15,4 anni, rispetto ad una vita residua all’atto del pensionamento (e di riscossione dell’assegno pensionistico) di 25,3 anni. Restano quindi 10 anni di pensione non coperti dai versamenti. Nel caso di un lavoratore autonomo della stessa età, questa differenza è quasi di 20 anni. Nel 2015 lo scostamento sarà rispettivamente di 8,1 e di 13,8 anni. Non sembra corretto, allora, compensare con un incentivo questi lavoratori per convincerli a rinviare la pensione di qualche anno. Non avrebbe senso premiare ulteriormente chi è già premiato dal sistema».

Grazie alle maggiori entrate realizzate nel 2006, Prodi ha chiuso l’anno trovandosi in cassa 12,5 miliardi in più di quanto avesse previsto. Buona parte delle nuove entrate sono strutturali. Come dovrebbe usare il governo questi soldi?
«In cima alla lista delle cose da fare ci sarebbe il potenziamento delle infrastrutture e delle opere pubbliche, verso cui dovrebbero andare flussi finanziari ben più seri di quelli garantiti dal pasticciaccio della nazionalizzazione del tfr dei lavoratori delle aziende con più di 50 dipendenti non destinato alla previdenza integrativa. Ma penso di sapere come Prodi userà questi soldi».

Come?
«Spendendoli a favore della sua base elettorale. Foraggiando il pubblico impiego. Rinunciando alle riforme, ad esempio a quella della sanità. Drogando l’occupazione con incentivi e ammortizzatori sociali. Ampliando i confini di uno statalismo diffuso. A proposito, sa a quanto ammonta il maggior gettito contributivo che colpisce tutti i settori del lavoro? Si tratta di ben 5,5 miliardi di euro».

Esiste un’ipoteca della Cgil sul governo?
«Esiste, e pesa come l’obelisco dell’Eur o la Piramide Cestia. Quelle che stiamo facendo, infatti, sono tutte chiacchiere inutili: nella conferenza stampa di fine anno Prodi ha già concluso il negoziato con una resa senza condizioni del suo governo nei confronti delle posizioni più radicali dei sindacati e dei partiti. Lo si vede anche con la legge Biagi: nonostante siano evidenti i suoi effetti positivi nella creazione di nuovi posti di lavoro, parlano ancora di “cattiva occupazione” e di precariato. Come se fossero dei primitivi impegnati in una danza della pioggia».

© Libero. Pubblicato il 7 gennaio 2007.

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sabato, gennaio 06, 2007

Sanguineti, ovvero l'elogio dell'odio di classe

di Fausto Carioti

Con quella faccia un po’ così che hanno i poeti comunisti che sono nati a Genova, Edoardo Sanguineti, candidato a sindaco del capoluogo ligure, ha messo in prosa il suo programma di governo per la città: «Restaurare l’odio di classe, perché i potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato». Manca la rima, ma il concetto è chiaro: più odio per tutti. A portare avanti la sua candidatura, ovviamente, quelli che sventolano la bandiera della pace: Rifondazione, i Comunisti italiani, i fuoriusciti dal correntone diessino riuniti sotto la sigla “Unione a sinistra” e le solite associazioni ambientaliste, terzomondiste e pacifiste.

Una licenza da poeta, come magari cercheranno di farci credere oggi Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto e gli altri campioni di kamasutra dialettico, allenati da decenni nel cercare di convincerci che comunismo e democrazia possono convivere? No. È proprio Sanguineti che è fatto così: dice queste cose infami e violente perché le pensa. Sanguineti, classe 1930, è la smentita vivente a uno dei cliché più diffusi, quello che i poeti, specie quelli di sinistra, arrivati a una certa età siano tutti come Tonino Guerra: malinconici eppure sorridenti, preoccupati per la pace nel mondo e impegnati a declamare versi sul profumo della vita. Il nonno dolce che tutti avremmo voluto avere. Manco per idea: Sanguineti è un vecchio perfido. Quando parla, anche se sorride, i canini della sua dentiera scintillano: vogliono sangue.

Poche settimane fa, in pubblico a Pavia, ci aveva fatto sapere cosa ne pensa della strage di piazza Tien An Men (Pechino, giugno 1989, 1.300 morti): «Quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile». Cioè: se ti ammazza Pinochet sei un eroe del popolo, se finisci sotto un carro armato con la stella rossa sei un idiota servo degli americani. Uno così, quelli che hanno dedicato un’aula del Senato a Carlo Giuliani non potevano che candidarlo sindaco.

Nessuna “provocazione” nelle sue parole. Sanguineti ieri non parlava dal palco di un teatro. Il candidato della sinistra pacifista era alla conferenza stampa di presentazione del programma di “Unione a sinistra”, in vista delle primarie genovesi del 4 febbraio. Ha argomentato il suo appello all’odio: «Oggi la merce uomo, il suo lavoro, è la più svenduta e chi dovrebbe averne coscienza, ossia la classe proletaria, non la ha, inibita da una cultura dominata dalla tv. Oggi i proletari sono anche gli ingegneri, i laureati, i precari, i pensionati». Politica allo stato puro, anche se tradotta in concetti e parole che in un Paese normale ormai si sentono solo su History Channel. Sanguineti stesso ha sempre detto che della poesia non gli importa nulla, l’unica cosa che gli interessa è la politica. In una recente intervista ha voluto cancellare ogni possibile equivoco sulla sua candidatura: «Non sono una piccola star, individuata per fare da acchiappavoti. Sono Edoardo Sanguineti, materialista storico».

Prima di scandalizzarci, apprezziamolo, almeno per un momento. Se non altro, Sanguineti ha la coerenza di non provare a smerciarci la versione edulcorata del marxismo, non ci viene a raccontare che il comunismo è una cosa simpatica, pacifica e democratica. Vende odio, Sanguineti, ma ce lo presenta come tale. È sincero. C’è di peggio, di molto peggio.

© Libero. Pubblicato il 6 gennaio 2007.

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venerdì, gennaio 05, 2007

"Breakdown Britain": ecco cosa succede in una società senza matrimoni

Si può dire, senza che nessuno si offenda, che il modello di famiglia tradizionale, quello con un padre, una madre e un figlio (o magari due o tre figli, tanto per non condannare la razza umana all'estinzione), con i due genitori regolarmente sposati (il dove, se in chiesa, comune, sinagoga o altro sono affari loro) è un modello assai più sano, e cioè meno pericoloso, per chi ne fa parte e per il resto della società, dei cosiddetti modelli "alternativi"? Si può dire che i piani di welfare con cui tante socialdemocrazie europee finanziano queste unioni alternative, privilegiandole rispetto al modello tradizionale di famiglia, assieme ai progetti di affirmative action che nelle diverse graduatorie pubbliche premiano i genitori single, finiscono per incoraggiare la disgregazione familiare, e che i primi pagarne il prezzo sono proprio i figli di queste unioni alternative? E' quello che emerge da un recente, monumentale studio statistico sulla popolazione inglese commissionato ad autori indipendenti dai Tories, il partito conservatore.

Dall'indagine, intitolata "Breakdown Britain" (qui il testo integrale, qui il sunto, qui il capitolo sulla famiglia), saltano fuori tante verità che il buon senso comune non fatica a comprendere, pur andando in direzione opposta al credo propagandato da grandissima parte dei media e dai modelli offerti dalla cultura pop occidentale, e cioè che le famiglie "diverse" non solo sono belle, ma sono anche migliori e di sicuro più "trendy" di quelle fondate sul matrimonio.

I dati del rapporto, allarmanti da qualunque punto di vista li si voglia guardare, dicono che:

I matrimoni garantiscono un ambiente di gran lunga più stabile sia per i genitori sia per i figli; la maggiore resistenza dei matrimoni rispetto alle convivenze è evidente soprattutto nei momenti di crisi o di stress, come quelli legati ai primi anni di vita dei figli.

La separazione delle coppie non sposate è la principale ragione della formazione di famiglie monoparentali nel Regno Unito. A parità di fascia di reddito, prima del terzo compleanno del figlio risulta essersi separato già il 32% delle coppie non sposate; alla stessa scadenza, tra le coppie legate da matrimonio, solo 6 famiglie su cento si sono separate.

Il basso indice di separazione delle coppie regolarmente sposate si spiega con una molteplicità di fattori, tra cui il maggiore impegno dei padri nell'educazione dei figli e una migliore comunicazione all'interno della famiglia.

Oggi in Inghilterra il 15% dei bambini nascono e crescono senza avere accanto uno dei due genitori, solitamente il padre. Il loro numero è in costante aumento.

I livelli di comportamento antisociale e di delinquenza sono più alti nei figli di famiglie separate che in quelli di famiglie non separate.

Il 70 per cento dei giovani identificati come responsabili di atti di violenza provengono da famiglie con un solo genitore.

Tra i diciassettenni che vivono senza un genitore è più altro il rischio di bere alcolici con cadenza almeno settimanale (di 1,3 volte) e di drogarsi (1,5 volte).

Su un campione di 2.447 adulti, quelli cresciuti con un solo genitore hanno avuto più fallimenti scolastici, più problemi di tossicodipendenza e di alcolismo, seri problemi di indebitamento e/o di disoccupazione e di dipendenza dall'assistenza pubblica.

I contribuenti britannici pagano ogni anno oltre 20 miliardi di sterline, pari a 30 miliardi di euro, per coprire i costi economici causati dalla disgregazione familiare.

Le politiche fiscali sono corresponsabili della situazione: genitori appartenenti a categorie a basso reddito rischiano di essere fortemente penalizzati se risultano uniti da un legame ufficiale. In altre parole, volendo agevolare le famiglie composte da un solo genitore, il fisco inglese ha finito per rendere economicamente sconveniente il matrimonio, incoraggiando così la creazione di legami alternativi. Ma il crollo dei matrimoni, come visto, nel medio periodo ha causato alti costi, sociali ed economici.

Sarebbe interessante vedere i risultati di uno studio analogo condotto sulla popolazione italiana. Se solo in questo Paese ci fosse un partito conservatore.

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giovedì, gennaio 04, 2007

La ballerina inglese che sfida la censura del politicamente corretto

di Fausto Carioti

L’Europa è razzista, e il paradigma razzista dominante porta le insegne del politicamente corretto. Nelle moschee del continente tanti imam sono liberi di invocare la distruzione di Israele e l’avvento della sharia, la legge del Corano, sull’Eurabia prossima ventura. Chi professa simpatie comuniste e pratica l’antiamericanismo militante è vezzeggiato dalle elites politiche e intellettuali, molto spesso ne fa parte e non di rado vede questo suo impegno premiato con riconoscimenti pubblici. Ma appena qualche personaggio abbraccia idee difformi dal pensiero unico multiculturalista - magari chiamando i problemi per nome e cognome, invece di voltare lo sguardo dall’altra parte - subito trova una gogna che lo attende. È successo con Pym Fortuyn, con Theo van Gogh, con Oriana Fallaci.«Personaggi controversi», vengono definiti di solito. Eppure nessuno ritiene «controversi» quei ministri che corrono a stringere le mani dei dittatori di sinistra sparsi per il mondo, o che in nome dell’appeasement sono pronti a svendere le libertà dei loro cittadini al primo imam che alza la voce. L’ultimo personaggio finito sulla gogna si chiama Simone Clarke, ha 36 anni ed è la prima ballerina dell’English National Ballet.

La sua colpa è essersi iscritta al British National Party (Bnp), ritenuto razzista e xenofobo. «Penso che la Clarke debba essere licenziata», ha sentenziato il direttore dell’Ufficio Uguaglianza del comune di Londra quando la notizia è uscita. «Dobbiamo porci la domanda su come sia possibile che qualcuno in una simile posizione possa abusarne per pubblicizzare il Bnp», ha attaccato un esponente del Consiglio islamico inglese. Ma la Clarke non è né razzista né xenofoba. Il suo fidanzato, ballerino anch’egli, è un cubano con sangue cinese. «Il punto non è mandare via gli stranieri. Il punto è controllare i nostri confini», spiega la Clarke, che mostra di avere idee chiare e di non essere affatto quel mostro nazista che la sinistra sta cercando di dipingere. È stato proprio il suo fidanzato a spingerla a iscriversi al Bnp. «Mi ha ha detto: “Se sei davvero preoccupata smettila di piagnucolare e fai qualcosa”. Ho guardato su Internet, ho trovato il manifesto del Bnp, ho pagato la quota e ho avuto la tessera».

E, piaccia o meno, il manifesto del Bnp contiene più di una verità scomoda: «In base agli attuali trend demografici, noi nativi inglesi saremo una minoranza etnica nel nostro stesso Paese entro 60 anni». Inconfutabile. È giusto non parlarne? Serve a qualcosa negarlo? Per invertire il processo, il Bnp propone di «fermare subito l’ulteriore immigrazione, deportare immediatamente tutti gli immigrati illegali e colpevoli di crimini e dare agli immigrati legali l’opportunità di tornare nella loro patria d’origine, incentivati da generosi finanziamenti». È una ricetta che si può condividere o meno, ma che ha il merito di chiamare i problemi con il loro nome. Di certo, non è un progetto “fascista”, né può giustificare un licenziamento. Ed è difficile non dare ragione al Bnp quando nel manifesto sostiene che sui temi più importanti, come la politica sull’immigrazione, ai cittadini inglesi è stato tolto il diritto di parola, poiché tutte le decisioni vengono prese da un esercito di euroburocrati privi di legittimazione democratica. Simone Clarke tira dritto. Dice: «Non ho mai avuto chiaro come adesso che sto facendo la cosa giusta al momento giusto».

© Libero. Pubblicato il 3 gennaio 2007.

Post scriptum. Non stupisce che il sindaco di Londra Ken Livingstone, dai cui uffici è partita la richiesta di licenziare Simone Clarke, stia preparando una grande festa per il 2009, allo scopo di celebrare i 50 anni di dittatura di Fidel Castro.

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