martedì, ottobre 31, 2006

"Obsession", film shock sull'islam, è online

Alcuni, come il sottoscritto, lo hanno potuto vedere alla Summer School organizzata dalla Fondazione Magna Carta. Molti ne hanno solo letto. Vincitore del Liberty Festival, ignorato dai distributori che non vogliono fare la fine di Theo Van Gogh, "Obsession - Radical Islam's War Against the West", documentario sull'estremismo islamico diretto da Wayne Kopping e montato con il ritmo dei migliori film, comprensibilissimo anche per chi dell'inglese possiede solo i rudimenti basilari, può essere visto ora online nella sua versione da 12 minuti. Basta fare click qui.

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lunedì, ottobre 30, 2006

Storie di gay e di imam

Mentre il muftì della moschea di Sydney spiegava agli australiani che «le donne senza velo provocano gli stupratori», dall'altra parte del mondo, a Manchester, l'imam della principale moschea della città, Arshad Misbahi, illustrava a uno psicoterapeuta, John Casson, il suo modello di società multiculturale.
Casson said: "I asked him if the execution of gay Muslims in Iran and Iraq was an acceptable punishment in Sharia law, or the result of culture, not religion. He told me that in a true Islamic state, such punishments were part of Islam: If the person had had a trial, at which four witnesses testified that they had seen the actual homosexual acts."

"I asked him what would be the British Muslim view? He repeated that in an Islamic state these punishments were justified. They might result in the deaths of thousands but if this deterred millions from having sex, and spreading disease, then it was worthwhile to protect the wider community."

"I checked again that this was not a matter of tradition, culture or local prejudice. 'No,' he said, 'It is part of the central tenets of Islam: that sex outside marriage is forbidden; this is stated in the Koran and the prophet (peace and blessings be upon him) had stated that these punishments were due to such behaviours.'"
In parole povere, l'imam di Manchester ritiene perfettamente giustificabile la condanna a morte degli omossesuali, in quanto prevista dai precetti dell'islam (chi è interessato all'argomento può leggere questa fatwa su IslamOnline, dove si spiega che il modo islamicamente corretto di risolvere la questione è la lapidazione). Del resto, il libro di Bruce Bawer riporta numerosissimi casi di gay-bashing, avvenuti di recente in nord Europa, ad opera di gang di giovani musulmani.

Questa notizia, però, a differenza delle dichiarazioni del muftì di Sidney, non ha fatto il giro del mondo. Al contrario, è stata tenuta ben nascosta, anche in Inghilterra. Io l'ho trovata sul blog di Bawer (semplicemente il miglior osservatorio sull'islam in nord Europa), il quale, a sua volta, l'ha pescata su Gay Community News. E' stata quindi ripresa da Robert Spencer su Jihad Watch e da Little Green Footballs. Per il resto, silenzio. Il circuito dei mainstream media se ne è fregato. Laddove è chiaro che se la stessa frase fosse uscita dalla bocca di un vescovo di Santa Romana Chiesa sarebbe stata in cima ai notiziari di tutte le emittenti del mondo.

Come mai? La spiegazione di Bawer (purtroppo credibilissima) è che chi poteva e doveva diffonderla ha ritenuto di non farlo: è politicamente scorretto dire che uno dei principali imam inglesi vuole vedere morti tutti gli omosessuali e, ci si creda o no, nel mondo dei media simili autocensure sono mostruosamente efficaci.

Tragedia nella tragedia, a questa congiura del silenzio hanno partecipato i giornalisti omosessuali inglesi. Bawer (a sua volta omosessuale dichiarato, ma orgogliosamente immune dal virus del politicamente corretto) porta alla luce, infatti, anche quest'altra notizia: in un summit segreto che ha coinvolto i massimi dirigenti della BBC, la televisione pubblica inglese, gli stessi "executives" hanno ammesso che la loro televisione ha un forte pregiudizio negativo nei confronti della Chiesa cristiana e un altrettanto forte pregiudizio positivo verso l'islam. E' emerso anche che buona parte dei posti chiave sono stati assegnati a omosessuali, mentre le minoranze etniche risultano di gran lunga sovrarappresentate.
The Daily Mail reported Sunday on the secret London meeting of key executives, called by BBC chairman Michael Grade and hosted by veteran broadcaster Sue Lawley. The report revealed that many senior executives are deeply frustrated with the corporation’s commitment to “political correctness” and liberal policies at the expense of journalistic integrity and objectivity.

BBC executives admitted the corporation is dominated by homosexuals. They acknowledged that ethnic minorities held a disproportionate number of positions and said the BBC deliberately encourages multiculturalism and is more careful to avoid offending the Muslim community than Christians.

Tossing the Bible into a garbage can on a comedy show would be acceptable, they said, but not the Koran, and if possible they would broadcast an interview with Osama Bin Laden, giving him the opportunity to explain his views.

The BBC is not impartial or neutral,” said Andrew Marr,senior political commentator with the corporation. “It’s a publicly funded, urban organization with a abnormally large number of young people,ethnic minorities and gay people. It has a liberal bias not so much a party-political bias. It is better expressed as a cultural liberal bias.”
Proprio la BBC, nei cui organi direttivi gli omosessuali ricoprono un peso così elevato, si è guardata bene dal dare un qualche rilievo alle dichiarazioni dell'imam di Manchester. Di quelle frasi naziste (chiamiamo le cose con il loro nome) ha dato conto con ben due giorni di ritardo, per di più "tagliando" la notizia in maniera da fare uscire l'imam nel modo migliore possibile: insinuando nel lettore il dubbio che lo psicoterapeuta stesse mentendo, dando voce a un difensore dei diritti degli islamici senza far parlare alcun difensore dei diritti degli omosessuali, guardandosi bene dal registrare il parere di un esperto di questioni islamiche, il quale avrebbe dovuto confermare che la pena prevista dai musulmani ortodossi per gli omosessuali è la morte.

Commento di Bawer: «Se davvero la BBC è controllata dagli omosessuali, io, in quanto omosessuale, provo vergogna e disgusto per ognuno di loro». Applausi.

(A proposito. In Italia sarebbe il caso che il coro delle vestali pronte a indignarsi ogni volta che papa Ratzinger apre bocca spendesse due o tre parole per attaccare con pari vigore chi predica l'eliminazione fisica degli omosessuali, magari risparmiandosi certi imbarazzanti sofismi che dovrebbero dimostrare l'equivalenza morale tra la posizione del Vaticano e quella di Ahmadinejad).

Post scriptum. C'è voluto un anno, ma alla fine l'Associated Press ha iniziato ad ammettere, tra le righe e sempre attribuendo certe parole così scomode ai poliziotti interpellati, che sì, gli scontri di Parigi sono opera di giovanotti che gridano "Allah Akbar" mentre lanciano pietre sulle auto della polizia, e che forse chiamarla "Intifada permanente" non è poi così sbagliato. Certi problemi a maneggiare la questione islam non li hanno solo alla BBC.

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sabato, ottobre 28, 2006

A proposito dell'avvocato Zaccone

di Fausto Carioti

L’avvocato Cesare Zaccone avrà sempre dalla sua parte il beneficio del dubbio: nessuno saprà mai dove sarebbe adesso la Juventus se, invece che da lui, fosse stata difesa da un altro. Ma non ci sono dubbi sul fatto che, nelle due occasioni più importanti in cui è stato chiamato a parlare, qualunque altra scelta sarebbe stata migliore delle sue parole. Compreso il silenzio. Lo sventurato rispose una prima volta il 5 luglio, a domanda diretta del giudice Cesare Ruperto. «Una pena accettabile, per noi, sarebbe la serie B con punti di penalizzazione», balbettò Zaccone, colto di sorpresa come uno studente che all’esame di maturità viene interpellato su un argomento che nemmeno sapeva facesse parte del programma. Da quel giorno, il presidente juventino Giovanni Cobolli Gigli è costretto, tra mille imbarazzi, a rettificare quanto detto dal suo avvocato, e cioè che la Juventus, in realtà, avrebbe meritato «la serie A con una congrua penalizzazione». Sempre da quel giorno, ogni volta che al bar un tifoso juventino si lamenta per il trattamento ricevuto dalla giustizia sportiva, spunta fuori il milanista o il romanista di turno che gli sbatte in faccia quella maledetta frase: «La serie B l’avete chiesta voi, di cosa vi lamentate?». Il malcapitato, a questo punto, invia l’ennesimo pensiero di ringraziamento a Zaccone e rimpiange i bei tempi di Luciano Moggi, quando era primo in classifica e al bar litigava per il rigore dato alla Juventus all’89° minuto, e prima di salutare tirava fuori dal taschino la classifica della serie A per mostrarla agli invidiosi.

Zaccone si è ripetuto giovedì. Davanti agli incavolati tifosi-azionisti, nostalgici della passata gestione, ha detto che la situazione della società bianconera, al processo, era in realtà «da serie C». Occhio ai tempi: in quelle stesse ore, la Juventus stava trattando col Coni per farsi azzerare, o almeno decurtare, i 17 punti di penalizzazione con i quali è stata condannata alla serie B, e di certo una simile ammissione non ha giovato alla credibilità del tentativo. Parafrasando l’Avvocato, quello con la maiuscola: «Serie B humanum, serie C diabolicum». Contro la Juventus, si è giustificato Zaccone, c’erano «settemila pagine di verbali». Ma se i processi dovessero essere decisi dal numero di pagine stampate dall’accusa, Giulio Andreotti avrebbe potuto presentarsi direttamente all’Ucciardone con la divisa a righe, invece che al tribunale di Palermo. Soprattutto perché, alla fine, da quelle settemila pagine è uscito materiale per una condanna in base alla violazione dell’articolo 1 del codice di giustizia sportiva (principio di lealtà), e non dell’articolo 6 (illecito sportivo), ben più importante. Moggi e Giraudo sono stati condannati per un solo episodio di illecito, che negli appelli potrà anche trasformarsi in qualcosa di più lieve. Insomma, c’erano mille ragioni per non alzare bandiera bianca.

La verità, anche se dolorosa per i bianconeri, è che la Juventus avrebbe dovuto prendere esempio dall’Inter. Negando con ostinazione ogni coinvolgimento diretto, la società di Massimo Moratti è uscita indenne dal processo sportivo per il falso passaporto comunitario di Alvaro Recoba, nonostante sia stata accertata la responsabilità del direttore tecnico nerazzurro Gabriele Oriali (il quale, assieme a Recoba, ha fatto anche un patteggiamento in sede penale), e malgrado dalle casse interiste, per chiudere l’operazione, fosse uscito un bonifico da 80mila dollari. Se a gennaio Cobolli Gigli riuscirà a farsi dare da Moratti i legali dell’Inter, girandogli in cambio Zaccone, avrà realizzato la migliore operazione di calciomercato degli ultimi anni.

© Libero. Pubblicato il 28 ottobre 2006.

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venerdì, ottobre 27, 2006

Uno sguardo all'Islam moderato (e alle idiozie di Erica Jong)

IslamOnLine è un portale dedicato ai temi della religione islamica, nato nel 1997 con l'obiettivo principale di spiegare ai musulmani, in termini chiari e semplici, quali sono i loro doveri di bravi fedeli. Come si può leggere nella pagina che gli dedica Wikipedia, è uno dei due siti più visitati del mondo tra quelli che si occupano di un simile argomento (qui per saperne di più su numero di pagine viste, contatti etc). Si presenta come un sito che ha per missione l'incontro tra islam e modernità («This site aims to present a unified and lively Islam that keeps up with modern times in all areas. Our motto is: credibility and distinction») preoccupato di difendere e promuovere la libertà, la democrazia e i diritti individuali («To work for the good of humanity, as Islam teaches us. To work to uplift the Islamic nation specifically and humanity in general. To support the principles of freedom, justice, democracy, and human rights»).

Il sito appartiene al suo fondatore, il religioso islamico Yusuf al-Qaradawi, molto noto nel mondo arabo, anche perché titolare di un programma su Al Jazeera. Gli studiosi che illustrano i precetti dell'islam ai frequentatori del sito sono suoi allievi. Come scrive Wikipedia, «among Muslims, al-Qaradawi is considered a moderate conservative offering balanced opinions and religious edicts "fatwah" for them». E' anche uno dei sapienti islamici meno ostili nei confronti di Israele: «The enmity that is between us and the Jews is for the sake of land only, not for the sake of the religion...», ha dichiarato al-Qaradawi. Proprio per questo suo "moderatismo", racconta sempre l'enciclopedia on-line, al-Qaradawi ha avuto le sue belle rogne con gli islamici più integralisti: «There is a contigent of Sunni scholars who do not agree with Qaradawi's approach to Sharia. They see it as compromising the tradition in favor of being lax. This opinion comes from scholars who are taught in traditional settings and advocate strict adherance to traditional methods of learning and understanding».

IslamOnline, pur avendo la sede in Qatar, appare sul web interamente in inglese e si rivolge soprattutto a un pubblico di islamici immigrati in occidente, mediamente istruiti e "globalizzati", come conferma anche lo Stato di provenienza (Canada, Europa) di molti di coloro che inviano le loro domande ai sapienti.

Insomma, IslamOnline non è una vetrina dell'Islam più reazionario e intransigente, e il suo mentore non è un talebano. La parte più interessante del sito è probabilmente la Fatwa Bank, il database delle domande rivolte dai fedeli agli esperti di al-Qaradawi, e delle relative risposte (si impara più sull'islam usando per mezz'ora il motore di ricerca della Fatwa Bank che da tante trasmissioni televisive).

A questo punto, c'è la curiosità di capire come la pensano al-Qaradawi e i suoi collaboratori sui temi più controversi della dottrina islamica. Vediamone alcuni.

Apostasia
«The prescribed punishment for a murtadd: If a sane person who has reached puberty voluntarily apostatizes from Islam, he deserves to be punished.‏ In such a case, it is obligatory for the caliph (or his representative) to ask him to repent and return to Islam. If he does, it is accepted from him, but if he refuses, he is immediately killed.‏ No one besides the caliph or his representative may kill the apostate. If someone else kills him, the killer is disciplined (for arrogating the caliph's prerogative and encroaching upon his rights, as this is one of his duties). There is no blood money for killing an apostate (or any expiation)».
Dove il "murtadd" è l'apostata, e "blood money" è la somma in denaro che l'omicida deve dare alla famiglia dell'ucciso a compensazione del crimine. Nel caso dell'uccisione di un apostata da parte di chi non ne ha diritto (cioè il califfo o uno dei suoi rappresentanti), questa compensazione non deve essere versata, né l'omicida deve espiare in alcun modo.

Omosessualità
«In the first place, we would like to make it clear that sexual perversion—homosexuality and lesbianism—finds a great resort and refuge in the Western countries where it is accepted and legalized by the laws of these countries that put man in a position even worse than animals under the pretext of protecting human rights. In such countries that credit civilization and progress to itself, those people are free to establish their own unions, clubs and forums where they can gather together to discuss their problems and work for further forms of perversion and deviation. To accept such ignominies as a substitute for the natural human relation between males and females is no more than a big leap towards chaos and following animal instincts. The outcome of accepting such manias will be no less than more destruction, disgrace and degradation brought to the face of mankind».

«The scholars of Islam, such as Malik, Ash-Shafi`i, Ahmad and Ishaaq said that (the person guilty of this crime) should be stoned, whether he is married or unmarried».

«The Kuwaiti Encyclopedia of Islamic Jurisprudence states: (...) "Muslim Jurists agree that a witness should be morally sound. A pervert cannot be taken as a witness. Since lesbianism is an act of perversion, a lesbian cannot be a witness. Even with the jurists not declaring this openly, it can still be understood from their words and conditions"».

Sesso tra marito e moglie
«As for oral sex between the husband and wife, most Muslim scholars see that it is a detestable act that doesn’t reach the category of that which is prohibited. However, some of them state that if it is scientifically proven that practicing oral sex causes mouth cancer then it becomes totally prohibited».

Post scriptum. In queste ore fa notizia il muftì della moschea Lakemba di Sydney, Taj el Din al Hilaly, il quale ha dichiarato, sostenendo di voler proteggere le donne, che «le donne senza velo provocano gli stupratori. Se metti un pezzo di carne per strada senza coprirla e arriva un gatto che se la mangia, di chi è la colpa? Del gatto o della carne? E' la carne scoperta il problema». E' stato sospeso per tre mesi, il che vuol dire che presto ricomincerà a usare i suoi sermoni per insultare di nuovo quei diritti che le donne occidentali hanno conquistato con grande fatica. Chi pensa che gli stupri ai danni delle donne senza velo siano roba lontana da noi, si vada a leggere quello che ha scritto sulla Francia il sociologo Guy Millière qui e qui.

Quella del muftì di Sidney è anche la migliore risposta alla liberal e femminista sessantottina Erica Jong, la quale sostiene che l'uso del velo islamico tra le immigrate «è pura ribellione adolescenziale, volta ad affermare la propria identità e individualità, simile a quella che spinse la mia generazione a farsi crescere i capelli e indossare chincaglieria indiana». Il pensiero che le sessantottine come lei erano libere di fare del loro corpo ciò che volevano ed ora sono parte dell'elite intellettuale occidentale, mentre le ragazze islamiche non sono libere né di scegliere se indossare il velo oppure no, né di scegliersi il marito, figuriamoci di crearsi un proprio percorso professionale e culturale, non sembra attraversarla. L'idea che le vere ribelli (niente di paragonabile alle sessantottine) siano le ragazze come la povera Hina, che sfidano la rabbia dei familiari mettendo a rischio la loro vita per provare a vivere come noi, non la sfiora nemmeno. Senza vergogna.

Lettura obbligata su quest'ultimo tema: "Bottane", dell'amico Mario.

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mercoledì, ottobre 25, 2006

Sondaggio tra gli elettori della Cdl: Fini insidia il primato di Berlusconi

di Fausto Carioti

Primo Silvio Berlusconi. Monarca, ma non più assoluto: ed è già una notizia. In grande rimonta Gianfranco Fini: tra i tre leader della Casa delle libertà, lui è quello che, dopo aver letto questo articolo e le pagine che seguono, avrà più motivi per rallegrarsi. Arrancante Pier Ferdinando Casini: la sua strategia di smarcarsi a tutti i costi e su ogni tema del dibattito politico dal resto dell’opposizione lascia perplessi gli elettori della Cdl. Dunque, c’è vita nel centrodestra italiano: il sondaggio esclusivo pubblicato oggi da Libero, realizzato dall’Istituto Piepoli tra chi dichiara di votare per l’attuale opposizione, fotografa una situazione in movimento, dalla quale esce premiato soprattutto il leader di Alleanza nazionale. Segno che gli elettori preferiscono chi si impegna contro il governo Prodi a chi ogni giorno ne inventa una nuova per rendere la vita difficile a Berlusconi.

Si facessero davvero le primarie del centrodestra, Berlusconi oggi dovrebbe accontentarsi di vincerle con una maggioranza relativa: il 41 per cento degli elettori della Cdl, fa sapere il sondaggio, lo indica come candidato unico della coalizione. La leadership di Berlusconi, dunque, si conferma, ma non è più incontestata. Di certo risente dell’addio, almeno formale, dell’Udc alla Casa delle Libertà (Casini la considera un’esperienza conclusa e parla apertamente di «due opposizioni»). L’ex premier paga anche la lontananza dal potere, che come noto logora chi non ce l’ha. E la sua figura in questo momento è poco esposta dal punto di vista mediatico: un po’ perché in Rai non comandano più i suoi, un po’ perché lui stesso preferisce non apparire, nella convinzione che appena rialza la testa il primo effetto che ottiene è ricompattare il centrosinistra. Si tratta di una scelta azzeccata: come Berlusconi è scomparso dal centro della scena politica, i partiti dell’Unione hanno ricominciato a scannarsi in pubblico e il gradimento nei confronti del governo Prodi e delle componenti che lo sostengono è crollato ai minimi storici. Però l’astinenza dai media è una scelta che Berlusconi, il quale è un fenomeno mediatico prima ancora che politico, paga di persona. I supporter del centrodestra continuano comunque ad apprezzare tutte le sue doti storiche, quelle che anche gli avversari sono costretti a riconoscergli: il 90 per cento degli interpellati ritiene che aggettivi come «determinato», «vincente» ed «energico» gli calzino a pennello.

Fatto sta che per motivi politici, ma si presume anche anagrafici, sempre più elettori della Cdl stanno iniziando a pensare a Fini come possibile nuovo leader della coalizione: sono il 33 per cento quelli che, per le prossime elezioni, lo vogliono candidato unico del centrodestra. Una manciata di punti, quindi, lo separa da Berlusconi. I prossimi mesi diranno se questi numeri segnano l’inizio della possibile scalata di Fini alla guida della Cdl, magari diventata nel frattempo partito più o meno unico. Le premesse sembrano esserci. E che Fini voglia ritagliarsi un ruolo da oppositore in prima persona del governo Prodi - non più, cioè, mediato dall’ingombrante figura del Cavaliere - lo conferma la sua scelta, annunciata ieri, di svolgere manifestazioni di Alleanza Nazionale contro la Finanziaria in cento città italiane il 24 e il 25 novembre, ovvero il week end precedente alla grande manifestazione nazionale del centrodestra organizzata da Berlusconi. Un modo (anche) per mostrare i muscoli agli alleati e far vedere che An è dotata di una forte presenza organizzativa sul territorio, cosa che di certo non ha Forza Italia, partito d’opinione che pure raccoglie il doppio dei voti di An. Il sondaggio evidenzia la forte stima dei supporter della Cdl per Fini, ritenuto «determinato», «pratico», «energico», «scrupoloso», «affidabile», «vincente», «vicino alla gente» e «al servizio del Paese» da percentuali vicine al 90 per cento degli elettori, e comunque superiori all’85 per cento. Alcune qualità gli sono riconosciute in misura superiore che a Berlusconi. Fini, ad esempio, è ritenuto il più «onesto» dei tre possibili leader del centrodestra, riuscendo a convincere della sua probità l’82 per cento degli interpellati, contro il 74 del Cavaliere e il 66 di Casini.

Proprio il leader dell’Udc è quello che più esce ridimensionato dalla rilevazione dell’Istituto Piepoli. Si nota una certa discrepanza tra la sua ambizione di scalzare Silvio dal trono di leader del centrodestra e quello che gli elettori dell’opposizione pensano di lui. Il 19 per cento lo vogliono candidato unico della coalizione, e la percentuale scende al 15 se si chiede di indicare, una volta vinte le elezioni, chi dei tre dovrebbe fare il presidente del consiglio. Soprattutto, non vi è una sola qualità - su sedici oggetto di altrettante domande - che chi vota per il centrodestra riconosca in misura maggiore a Casini piuttosto che a Berlusconi o Fini.

Post scriptum. Conoscendolo, il Cavaliere, al termine della lettura del sondaggio dell’Istituto Piepoli, avrà un po’ di amaro in bocca per il mancato plebiscito. Berlusconi è fatto così, è il suo bello: non riesce a spiegarsi perché tutto il mondo non pensa di lui quello che pensano mamma Rosa e Sandro Bondi. Però ha di che consolarsi. Il portale statunitense “AskMen” ha appena realizzato un sondaggio online, votato da un milione di persone, chiedendo di indicare i 49 uomini “top” del pianeta: per fascino, carisma e potere. I più “fighi”, insomma, come conferma il primo posto assegnato all’attore George Clooney. C’è un solo nome italiano in quella classifica, e - manco a dirlo - è quello di Berlusconi, per di più in una posizione di tutto rispetto: la ventiseiesima. Il resto dei politici italiani certi risultati se li sogna. Non parliamo del povero Prodi, che sta al fascino e al carisma come la sua Iri stava al libero mercato. Quanto al potere, ne riparliamo al termine del passaggio della Finanziaria in Parlamento.

© Libero. Pubblicato il 25 ottobre 2006.

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Secondo tonfo dell'Unione al Senato

Secondo botto dell'Unione al Senato. Lascerà il segno. Il primo era stato la trombatura della senatrice rifondarola Lidia Brisca Menapace alla presidenza della Commissione Difesa. Anche il tonfo di oggi, si noti, avviene ai danni dell'ala sinistra dell'Unione, in questi giorni in subbuglio per la riforma delle pensioni annunciata da Prodi nell'intento di dare un contentino a riformisti e Confindustria, e della quale ovviamente alla fine non se ne farà nulla. La Cdl, per una volta con un numero di assenti ben inferiore a quello dell'Unione, ha proposto e approvato (151 "sì" contro 147 "no") la pregiudiziale di costituzionalità sul decreto del governo che avrebbe dovuto consentire un'ennesima proroga degli sfratti, aumentare gli oneri a carico dei proprietari di case e non solo (qui la relazione tecnica del decreto scritta dal governo, qui il commento di Confedilizia). Un provvedimento al quale tenevano moltissimo soprattutto i senatori di Rifondazione, del Pdci e Verdi.

Non avendo superato la pregiudiziale di costituzionalità, il decreto è affossato definitivamente. Come stabilisce l'articolo 78 del regolamento del Senato, comma 4, «se l'Assemblea si pronunzia per la non sussistenza dei presupposti richiesti dall'articolo 77, secondo comma, della Costituzione o dei requisiti stabiliti dalla legislazione vigente, il disegno di legge di conversione si intende respinto».

Qui il dibattito in aula prima e dopo la votazione, come sempre istruttivo per chi ha cinque minuti da perdere. Si prega di apprezzare gli sforzi del povero senatore ulivista Antonio Boccia, che si affanna a spiegare come da questa votazione non debbano derivare conseguenze politiche. Lo vada a dire ai senatori che siedono alla sua sinistra. Va da sé che si tratta dell'antipasto in vista del passaggio della Finanziaria e degli altri provvedimenti fiscali a palazzo Madama. A questo punto, la richiesta della fiducia da parte del governo sulla manovra, almeno al Senato, è quasi scontata. Con tutto quello che ne potrà derivare.

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La Finanziaria fa piangere anche Cipputi

Ricevo dall'ufficio stampa della Uilm (il sindacato metalmeccanici della Uil, non proprio un think tank reaganiano), copio e incollo. E' la lettera, apparsa su Italia Oggi, firmata da Luca Colonna, segretario nazionale della Uilm. Il quale fa due-conti-due sugli effetti che la Finanziaria equa e solidale di Romano Prodi produce sulle tasche delle tute blu e dei lavoratori dipendenti che percepiscono redditi analoghi. Da leggere tenendo bene a mente questo. Il testo è integrale, l'unica variazione apportata dal sottoscritto è l'evidenziazione in bold di alcuni passaggi.

Il disegno di legge finanziaria per il 2007 attualmente in discussione in Parlamento ha dato origine a molte critiche e proteste, ma in questo contesto è parsa flebile la protesta del mondo del lavoro dipendente e in particolare del lavoro industriale.
Eppure anche per gli interessi del lavoro industriale la finanziaria 2007 non sembra priva di aspetti negativi. Probabilmente ciò dipende dal fatto che per verificare gli effetti della “manovra” su questa importante parte del mondo economico e produttivo del nostro Paese risulta necessario un lavoro di comprensione delle norme proposte insieme a una complessiva valutazione dei relativi effetti economici.
Da una prima analisi degli effetti della manovra appare però chiaro che l’incremento dei contributi sociali dello 0,30% riduce, come ha anche affermato il Governatore della Banca d’Italia, gli effetti positivi, spesso assai modesti, delle riduzioni dell’Irpef: per i lavoratori privi di carichi di famiglia tale effetto infatti è nullo già intorno ai 25 mila euro di retribuzione annua lorda.
Questi 25 mila euro, nonostante corrispondano quasi 48,5 milioni di lire, non sono una retribuzione elevatissima: corrispondono a un netto mensile di circa 1.350 euro, si tratta di una buona retribuzione ma bisogna considerare che un operaio specializzato, con un po’ di anzianità, lavorando a turni e alcuni straordinari può guadagnarli nell’industria metalmeccanica.

Ma anche per retribuzioni inferiori (parliamo sempre di lordo annuo e non di netto), per esempio, 17 mila euro (che sono praticamente il minimo che un lavoratore a tempo pieno e con contratto a tempo indeterminato guadagna nell’industria metalmeccanica) in assenza di carichi familiari, il beneficio della manovra è di circa 75 euro all’anno, cioè di 6 euro al mese.
Vorrei in proposito far riflettere sul fatto che quando parliamo di persone senza carichi di famiglia mi sto riferendo anche a giovani coppie che stanno progettando di avere dei figli o anche a famiglie in cui lavorano i due genitori e i cui figli “lavoricchiano” con un contratto a termine. Bastano, dal punto di vista fiscale, meno di 3 mila euro di reddito all’anno per non essere più considerati a carico.
Anche per i lavoratori con carichi familiari, (che pure sono i beneficiari “netti” del ridisegno dell’Irpef e dell’incremento degli assegni per il nucleo familiare), la sostituzione delle deduzioni per carichi familiari con le detrazioni allo stesso titolo previste, comporterà comunque un inasprimento della fiscalità connessa alle addizionali regionali e comunali derivante da un aumento del reddito imponibile, a parità, beninteso, delle stesse addizionali, ma siamo tutti consapevoli che tali addizionali mediamente aumenteranno.
Un altro aspetto negativo riguarda il TFR, ma non mi riferisco alla questione ormai definita con l’accordo del 23 ottobre. Già nella scorsa legislatura con l’introduzione della “no tax area” e la contestuale abolizione dell’aliquota al 10%, vi fu un aggravio del prelievo fiscale sul TFR a cui si applicava fin dal primo euro l’aliquota del 23%. Vi furono parlamentari, perlopiù appartenenti a quella che allora era l’opposizione, che correttamente ma senza successo, presero a cuore questo tema e presentarono dei progetti di legge per ovviare a tale effetto.
Il paradosso è che con la finanziaria ora in discussione anziché porvi rimedio, si aggrava la tassazione sul TFR, limitando l’aliquota del 23% ai primi 15 mila euro (contro i precedenti 26 mila) e aumentando le aliquote successive.
Come si vede si tratta di questioni rilevanti per il reddito di lavoratori dipendenti come quelli metalmeccanici, che contribuiscono alla tenuta dell’economia italiana e che non si sentono, né possono essere considerati, “ricchi da far piangere”. Si tratta di persone a cui, per ragioni di equità ma anche per un rilancio dei consumi e dello sviluppo economico, va aumentato il reddito disponibile riducendo la pressione fiscale.


Luca Colonna
Segretario Nazionale Uilm

Lettura complementare consigliata: "Di truffe e truffatori", dell'ottimo Phastidio.

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martedì, ottobre 24, 2006

Il lato oscuro di Rifondazione Comunista

di Fausto Carioti

Se tenessimo nel portafogli la tessera di Rifondazione comunista, se fossimo pacifisti, avremmo buoni motivi per sentirci preoccupati. Potendo scegliere tra il violento col volto coperto che aggredisce i carabinieri e il volontario col volto pulito che finisce ammazzato mentre cerca di dare una mano al prossimo, i senatori del partito di Fausto Bertinotti hanno scelto di identificarsi nel primo, dedicando a lui la loro aula di Palazzo Madama. Nel migliore dei casi la scelta è incomprensibile. Nel peggiore dei casi è molto inquietante.

Se lo scopo dei senatori rifondaroli - il cui capogruppo è Giovanni Russo Spena, che qualcuno ricorderà negli anni Ottanta come segretario di Democrazia proletaria, partito il cui obiettivo era esportare in Italia il brillante modello nicaraguense - fosse davvero quello di dedicare la loro sala a un giovane vicino alle idee comuniste, morto in questi anni per certi ideali, non dovrebbero andare molto lontano per trovare il nome giusto. Il povero Angelo Frammartino, ucciso da un palestinese il 10 agosto scorso, era “uno dei loro”. Ventiquattro anni, studente universitario a due esami dalla laurea, iscritto a Rifondazione (ci sono foto che lo ritraggono con Bertinotti), è stato ucciso da un palestinese a Gerusalemme, dove si trovava per un progetto di volontariato organizzato dalla Cgil e dall’Arci. A quanto risulta, Frammartino non ha mai fatto male a una mosca. Delle sue idee si può pensare ciò che si vuole, ma per chi, a sinistra, in quelle idee crede, il giovane Frammartino potrebbe essere un bel modello da seguire.

Giuliani è stato ucciso in piazza Alimonda a Genova durante il G8 del luglio 2001, mentre, col volto coperto, stava per scagliare un estintore contro alcuni carabinieri, chiusi in una camionetta e attaccati da altri violenti come lui. Aveva 23 anni e precedenti per porto d’armi, resistenza e oltraggio. Nel suo sangue l’autopsia ha rintracciato tracce di metadone. Comprensibile provare pena per lui, ma questa pena sarebbe meglio tenerla ben separata dall’ammirazione e dalle targhe in ottone in Parlamento. Soprattutto se - come è sperabile - si vogliono evitare emulazioni.

E allora, perché Giuliani e non Frammartino? Forse perché, come raccontano al Senato, così era stato promesso alla neosenatrice rifondarola Heidi Giuliani, madre di Carlo? Perché è diventato politicamente scorretto persino ricordare che un ragazzo di sinistra è stato ammazzato da un palestinese? Oppure Rifondazione, con questo gesto, quasi vergognandosi di essere arrivata al governo, vuole rifarsi una verginità “barricadera” e accarezzare il pelo alla parte peggiore del suo elettorato, quella che ritiene la violenza uno strumento giustificabile per la lotta di classe e la guerra alla globalizzazione? Non si tratta di una gara tra due ragazzi uccisi. Si tratta di capire qual è, tra due modelli così diversi, quello in cui il Prc si rispecchia, quello che vuole indicare come esempio ai suoi giovani tesserati, cioè ai suoi dirigenti di domani. La risposta che arriva dal partito di Bertinotti mette i brividi.

© Libero. Pubblicato il 24 ottobre 2006.

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Relativismo giudiziario 3: cattolici giustiziati, assassini islamici in libertà

Forse qualcuno ricorda. E' successo poche settimane fa, in Indonesia. Il 21 settembre, dopo un processo farsa nel quale i giudici si sono rifiutati di ascoltare i testimoni della difesa, sono stati giustiziati tre cattolici indonesiani (su questo blog se ne è parlato qui e qui).

Oggi, la notizia che conferma come funziona la giustizia in Indonesia: per festeggiare la fine del Ramadan è stato varato un maxi indulto, e tra i nomi dei beneficiati rientrano anche quelli di due terroristi islamici condannati per il massacro di Bali del 2002, che costò 202 morti. Ad altri dieci attentatori musulmani è stata ridotta la pena.

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domenica, ottobre 22, 2006

Prodi, la Cdl e il futuro del governo: ecco cosa sta succedendo

Tanto per capire un po' meglio come stanno andando davvero le cose, al di là delle dichiarazioni roboanti che si sentono in queste ore da una parte e dall'altra. Il governo Prodi è ormai in stato comatoso. Però rischia di sopravvivere alla Finanziaria. E andrà così anche perché la Cdl, ammesso che possa davvero farlo, non ha un grande interesse a staccargli la spina. Non adesso, almeno. Andiamo per punti.

Primo punto: lo stato comatoso del governo Prodi. E' nei fatti. Stiamo arrivando al redde rationem. Per far passare la Finanziaria senza stravoglimenti ed evitare che Tommaso Padoa Schioppa (unico ministro di questo governo che abbia una forte credibilità internazionale) mandi tutti a quel Paese, si compri un volpino e passi le sue giornate ai giardinetti, Prodi intende blindare la manovra con la fiducia. Ma, se lo fa, il suo governo rischia di morire al Senato. El senador Luigi Pallaro ha già fatto sapere che la Finanziaria, così com'è, lui non la vota. 'O senatore Sergio De Gregorio idem. Francesco Cossiga non sta mandando messaggi tranquillizzanti all'Unione. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l'ha presa molto male. I parlamentari dei Ds e della Margherita masticano amaro: solo pochi tra loro, quelli che fanno parte delle commissioni Bilancio di Senato e Camera, potranno provare a emendare la manovra, col rischio concreto di vedere poi i loro emendamenti cancellati dal governo, che probabilmente metterà la fiducia su un maxi-emendamento che ridisegnerà la manovra secondo gli intenti dell'esecutivo, peraltro già cambiati rispetto alla stesura originaria varata dal consiglio dei ministri. Il malumore della maggioranza nei confronti di Prodi è fortissimo, e i capigruppo di Camera e Senato fanno fatica a tenere buone le truppe. Certo non contribuiscono a migliorare la situazione i sondaggi disastrosi, il deteriorarsi dei rapporti col Quirinale, il declassamento del rating e la bocciatura della manovra da parte di due agenzie internazionali su tre, il malumore crescente nei confronti della Finanziaria e le forti perplessità di parte della maggioranza sull'impatto che le nuove aliquote Irpef avranno sulle tasche e sull'umore degli elettori.

I Ds la gravità della situazione l'hanno molto ben presente. Non a caso il povero Piero Fassino, interpretando per una volta le preoccupazioni dell'intero stato maggiore del suo partito, ha messo le mani avanti, impegnandosi davanti ai contribuenti imbufaliti a restituire il maltolto a partire dal 2008. Nella relazione (tutta da leggere) presentata sabato 21 ottobre alla direzione nazionale dei Ds, Fassino ha messo nero su bianco le perplessità del suo partito. Impressionante, soprattutto, l'avvertimento, diretto a Prodi, che i Ds non possono «guardare con sufficienza al malessere e ai dissensi manifestati in particolare da settori di ceto medio – dipendente e autonomo – e nel nord del Paese»: una chiara ammissione che nei riguardi di queste aree dell'elettorato, in questi pochi mesi di governo, è stato sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare. Al governo, Fassino e i Ds chiedono formalmente, tra le altre cose, «una verifica degli effetti della rimodulazione fiscale, tenendo maggiormente conto dei nuclei monoparentali e degli effetti prodotti su tutti i redditi dalle addizionali locali» e «un regime dell’imposta di successione che effettivamente sia coerente con l’impegno assunto in campagna elettorale di concentrare il prelievo su patrimoni e ricchezze di grande entità». Il che, tradotto, vuol dire: meno tasse sulle famiglie del ceto medio, sia perché avevamo promesso di non infierire su costoro, sia perché sennò andiamo a schiantarci contro un muro.

Secondo punto: i primi scenari alternativi. Come ha detto a Roberto Calderoli, scherzando ma non troppo, la senatrice di Rifondazione Rina Gagliardi, «presto saremo all'opposizione con voi». Timori che la stessa Gagliardi ha messo per iscritto in un articolo per Liberazione: «L'idea di liberarsi di Romano Prodi inizia a farsi strada, ovvero è una "tentazione" che si affaccia all'interno delle componenti moderate dlla maggioranza. Non è ancora un "piano" organizzato, non è un complotto, non è un disegno chiaro e definito nei suoi tempi, modi e alleanze, ma la suggestione c'è, e come. Così come c'è la persuasione, sotterraneamente crescente, che il presidente del Consiglio e la sua squadra "non ce la fanno"». Il politologo Gianfranco Pasquino è ancora più chiaro: a tramare contro Prodi, oltre al solito coacervo di poteri più o meno forti, sono «una parte della Margherita, che non ha mai difeso Romano a spada tratta. Per esempio Rutelli, che ha un potere fortissimo nel suo partito», e «alcuni settori» dei Ds, manco a dirlo «la parte più vicina a D'Alema, che ritiene il ministro degli Esteri politicamente più abile, e l'area di quel partito contraria all'accelerazione verso il Pd».

Specie al Senato, dove i boatos non si sono mai lesinati, in questi giorni ci si sbizzarrisce nelle prime ipotesi di fanta-politica sul dopo Prodi. Posto che solo se ci saranno episodi clamorosi la legislatura potrà chiudersi prima del giro di boa, cioè prima che si siano superati i due anni e sei mesi, tempo minimo necessario a far maturare ai parlamentari il diritto ai contributi all'ambita pensione per un'intera legislatura, tanti ormai, anche a sinistra, danno per scontato che ci vorrà un governo tecnico, o di grandi intese, o come lo vogliamo chiamare (nel dizionario politico italiano le perifrasi non mancano) per arrivare a tale termine. Si sono già fatti i primi nomi per il dopo Prodi. I più ricorrenti sono due. Il primo è quello di Lamberto Dini: ineccepibile curriculum da banchiere, uomo moderato, è stato ministro sia di Berlusconi (che non gli ha perdonato il governo del ribaltone) sia di Prodi, decotto quanto basta per non pretendere di svolgere un ruolo di primo piano alle prossime elezioni politiche, quindi innocuo anche per la sinistra, dove non farà certo ombra al prossimo candidato premier, che tutti indicano in Walter Veltroni. Il secondo è quello di Franco Marini, seconda carica dello Stato, e come tale istituzionalmente perfetto per il grande inciucio che dovrebbe partire da Forza Italia per andare sino ai Ds. Anche lui può svolgere bene il ruolo di traghettatore, ma non è certo un potenziale leader di coalizione.

A sinistra tanti - non solo Pasquino - indicano nell'area dalemiana l'epicentro della congiura. L'operazione dovrebbe servire a tre scopi. Intanto a far scomparire Prodi - per sempre - dallo scenario politico, restituendo centralità ai partiti dell'Unione. Quindi ad ammazzare sul nascere il partito democratico, al quale ormai non crede davvero più nessuno, figuriamoci la gran parte dei diessini, dove il più tenero ha tre metri di pelo sulla pancia e ride solo al pensiero di regalare a Prodi qualche milione di elettori, rinunciando per di più a un patrimonio storico senza paragoni. Infine, l'operazione dovà servire alla sinistra a non arrivare al prossimo appuntamento elettorale - che tutti, come detto, fissano all'avvio della seconda metà della legislatura - logorata, sfibrata e con un presidente del consiglio, nonché leader della coalizione, sfiduciato dalla grande maggioranza degli elettori. Certo, una mossa simile sfascerebbe l'Unione. Ma - nel caso non si fosse capito - a sinistra, oggi, nessuno - escluso forse il solo Prodi - spera più di raggiungere l'ottimo paretiano, e ci si concentra invece sulla strategia migliore per limitare i danni.

Terzo punto: le scelte della Cdl. Nella Cdl, negli ultimi giorni, si è fatto consistente il partito di chi non vuole provare (provare sul serio, intendo) a mandare a casa Prodi e preferisce aspettare ancora per un anno prima di tentare l'affondo finale. Una posizione paradossale solo in apparenza, essendo perfettamente speculare alle preoccupazioni dello stato maggiore diessino. Il logoramento evidentissimo cui è sottoposto il governo Prodi, misurato da tutti i sondaggi con il crollo della fiducia nei confronti degli uomini del governo e con il sorpasso della Cdl nelle intenzioni di voto, fa venire voglia agli esponenti del centrodestra di lasciarlo rosolare a fuoco lento ancora per un pezzo. C'è di più. La Cdl ha un forte interesse politico a far sì che la manovra venga approvata senza grandi modifiche, almeno sul fronte fiscale, in modo che gli italiani possano apprendere in cosa consiste davvero la "cura Visco" direttamente dalle loro buste paga alleggerite dalle aliquote Irpef. Sempre nella convinzione che per andare alle urne si debba aspettare ancora un paio d'anni, a centrodestra si inizia a pensare che è meglio lasciare Prodi al comando il più possibile, e non dare tempo alla sinistra di riorganizzarsi. Il governicchio di larghe intese, insomma, può attendere, prima è meglio radere al suolo ogni speranza di recupero da parte della sinistra. La minaccia di vedere varata la legge Gentiloni sul nuovo assetto televisivo non sembra avere scosso Silvio Berlusconi più di tanto: nessuno nella Cdl, manco lui, crede che il testo del governo uscirà indenne da palazzo Madama. Ammesso che ci arrivi.

Si tratta, come è chiaro, di un atteggiamento basato su un'analisi un po' troppo ottimista, che espone la Cdl a un rischio enorme: perdere adesso l'occasione per provare ad affossare Prodi vuol dire dargli quel tempo di cui lui ha un disperato bisogno per tentare di risalire la china. E, come si dice in certi casi, "è meglio vivere di rimorsi che di rimpianti".

Quarto punto: il paradosso Prodi. Il presidente del Consiglio, comprensibilmente, ha deciso di giocarsi il tutto per tutto. Sa che il momento è difficilissimo, che lui è debole perché esposto in prima linea senza un partito che lo difenda dai nemici interni alla coalizione e che questa, se va male, è la fine della sua avventura politica. La sua strategia è l'unica razionalmente adottabile da uno che si trovi nella sua posizione: tirare dritto, sgranare il rosario ogni volta che al Senato si vota una mozione di fiducia, sperare che nel medio-lungo periodo la ripresa economica gli dia una mano e provare a recuperare punti nei sondaggi. Si è arrivati così sull'orlo di una situazione in cui i migliori alleati di Prodi sono i suoi avversari della Cdl che vogliono lasciarlo al potere per logorare lui e la sinistra, e i suoi nemici sono quei settori dell'Unione, evocati dalla Gagliardi e chiamati per nome e cognome da Pasquino, i quali stanno pensando di affondare Prodi per provare a salvare il centro-sinistra.

Quinto punto: si campa alla giornata. Tutto ciò che è stato appena scritto fa parte di quello che Karl Popper chiamava "mondo due", il mondo dei pensieri e delle speranze. Il "mondo uno", quello dei fatti, è tutt'altra cosa, e tende a fregarsene del "mondo due". Nella politica italiana, poi, dove si campa alla giornata, questo è vero due volte. Insomma, basta poco per produrre quella che in gergo tecnico si chiama "accelerazione del quadro politico", cioè il presentarsi di un bivio che sino a pochi giorni prima sembrava lontano mesi, se non anni. Basta un voto di fiducia di troppo al Senato, basta che il senatore "giusto" abbia quelle due linee di febbre che gli impediscono di uscire di casa, basta che l'aereo su cui sono in volo due senatori eletti all'estero tardi di tre ore, e la storia cambia.

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sabato, ottobre 21, 2006

Primi ragionamenti sul dopo-Prodi: Lamberto Dini ci crede

di Fausto Carioti

Un ragazzino di 75 anni. «Un puttino», come si dice nella sua Firenze. Lamberto Dini, classe 1931, ha capito che può tornare ad avere un ruolo da protagonista, e si sente alla sua terza giovinezza. La prima risale a 60 anni fa, e a quanto si racconta non è stata delle più spensierate: più libri che divertimenti per l’ambizioso figliolo del fruttivendolo fiorentino, che a 25 anni riuscì a vincere la borsa di studio della Banca d’Italia con cui potè perfezionare gli studi in America. Venti anni dopo, a Washington, Dini diventerà uno dei direttori esecutivi del Fondo monetario internazionale, prima di tornare in Italia come direttore generale della banca centrale. La seconda giovinezza, inaspettata, arrivò nel 1995 assieme alla poltrona di presidente del Consiglio. “Lambertow”, come ormai veniva chiamato, vistosi sbarrare le porte del governatorato di via Nazionale, era diventato ministro del Tesoro del governo Berlusconi. Finito questo, accettò la profferta di Oscar Luigi Scalfaro: guidare il governo tecnico dello scellerato “ribaltone”, facendo diventare maggioranza quei partiti che gli elettori avevano pensato bene di spedire all’opposizione. «Il mio governo durerà il tempo necessario per condurre a termine un programma fatto di quattro punti: manovra economica, riforma delle pensioni, par condicio e riforma elettorale regionale», spiegò Dini alle Camere. Invece si incollò alla poltrona, e se ne tornò a casa solo perché Fausto Bertinotti decise di dargli il benservito. E comunque, prima di lasciare palazzo Chigi, raggiunse con Prodi l’alleanza che, di lì a poco, lo avrebbe fatto diventare ministro degli Esteri nel governo dell’Ulivo. Adesso - e saremmo al miracolo - per il gerovitalizzato Lamberto sembra profilarsi una nuova occasione.

Più si fa forte l’odore di decomposizione che si leva dall’esecutivo, più nel centrosinistra si infittiscono i ragionamenti su come evitare di farsi trascinare a fondo assieme a Prodi. Su Liberazione, ieri, la senatrice rifondarola Rina Gagliardi ha scritto che «l’idea di liberarsi di Romano Prodi è una “tentazione” che si affaccia all’interno delle componenti moderate della maggioranza». Cioè nella Margherita e nei Ds, con l’esclusione del correntone. Ma quella della Gagliardi è la versione edulcorata. La verità è che a sinistra si parla già di dopo-Prodi, e i nomi che circolano sono due. Il primo è quello di Franco Marini, attuale presidente del Senato, che potrebbe essere chiamato col pretesto di creare un governo che si impegni a far cambiare la legge elettorale prima di tornare alle urne. Ne resterebbero fuori di sicuro Rifondazione e la Lega, e probabilmente anche Comunisti italiani, Verdi e Alleanza nazionale. Il secondo nome che circola con insistenza, per la felicità del diretto interessato, è proprio quello di Dini. Il cui incarico verrebbe giustificato dinanzi agli elettori con la necessità di raddrizzare i conti pubblici e varare provvedimenti capaci di restituire un po’ di competitività alle imprese.

In questi giorni Lamberto ostenta la solita aria impassibile, appresa in tanti anni di Banca d’Italia e affinata osservando il suo mentore Giulio Andreotti. Fa il presidente della commissione Esteri, incarico che il centrosinistra gli ha assegnato un po’ come riconoscimento di fine carriera, un po’ perché il suo è uno dei pochi volti dell’Unione che non spaventa gli alleati americani (al cui parere, per chi non lo sapesse, i ds tengono moltissimo). Ma il lavoro è poco e di basso profilo, perché a palazzo Madama si tira avanti a scartamento ridotto. Vista la sostanziale parità tra i due schieramenti, Prodi e Marini hanno tutto l’interesse a lasciare disoccupata la camera alta, in modo da evitare ulteriori rogne al governo e alla maggioranza, i quali hanno già il loro bel daffare con una Finanziaria indigeribile per il ceto medio, le lamentele del Quirinale, sondaggi sempre più drammatici e il declassamento del rating italiano da parte delle agenzie internazionali. Di certo, lì dove lo hanno messo, Dini si annoia.

Il marito di Donatella Zingone - la quale tra il Nicaragua e la provincia bergamasca gestisce con alterne fortune il patrimonio da capogiro ereditato dal suo precedente consorte - si è reso così protagonista di un lavoro infaticabile dietro le quinte. Un impegno che negli ultimi giorni, vista l’accelerazione del disfacimento del governo Prodi, è diventato frenetico. A Dini il centrosinistra sta stretto, perché ha capito che non ha più nulla da ricavarci. E il governo Prodi gli sta tremendamente sulle scatole. Per una lunga serie di motivi. Primo: lui non ne fa parte, e scusate se è poco. Secondo: la poltrona più importante, quella di superministro dell’Economia, è stata affidata a Tommaso Padoa Schioppa, suo rivale storico sin dai tempi di Bankitalia. Terzo: viceministro per l’Economia è il diessino Vincenzo Visco, un altro nella lista nera di Dini. I due si detestano da quando Visco era un semplice deputato della commissione Finanze che si occupava delle vicende di via Nazionale. Quarto motivo: il padre spirituale di questo governo è Carlo Azeglio Ciampi, che per anni si è rifiutato di lasciare a Dini la poltrona di governatore della Banca d’Italia, come sarebbe stato nell’ordine naturale delle cose, giudicando tale successione un rischio letale per l’istituto di emissione. Per di più, lo ha fatto senza avere il buon gusto di tenere per sé questo giudizio. Alla fine, il laico Ciampi preferì lasciare il suo ufficio al cattolico Antonio Fazio, piuttosto che a lui. Nel caso qualcuno se lo stia chiedendo, Lamberto non ha gradito.

Essendo uomo previdente, Dini ha iniziato a ricucire i suoi rapporti con Berlusconi e la Cdl già prima delle elezioni. Con il Cavaliere si è incontrato anche negli ultimi giorni, e non ci vuole molto a mettere in relazione questo rendez-vous con il momentaccio che sta attraversando Prodi. Se Dini vuole tornare sotto i riflettori, l’appoggio del leader di Forza Italia gli è indispensabile. Berlusconi nicchia. Non si fida, e non è il solo. A palazzo Grazioli non hanno scordato quello che successe nel ’95. Scalfaro chiese a Berlusconi di indicare chi, secondo lui, avrebbe dovuto essere il presidente del consiglio incaricato. Il Cavaliere provò a fare il nome di Gianni Letta, ma Scalfaro lo stoppò subito: troppo vicino a Berlusconi. Titubante, il leader del Polo convocò Dini e, prima di portare il suo nome al Quirinale, gli chiese tre promesse: la nomina di Letta a sottosegretario alla presidenza del Consiglio, la presenza di alcuni ministri di Forza Italia, la garanzia che il nuovo esecutivo sarebbe stato «in assoluta continuità» con il governo Berlusconi. «Sono io la tua garanzia», gli rispose Dini, mostrando un’abilità da piazzista non inferiore a quella del suo interlocutore. Quando Berlusconi vide la lista preliminare dei ministri, e si accorse che il nome di Letta non era presente nemmeno tra i sottosegretari di palazzo Chigi, da dove lo aveva fatto togliere il solito Scalfaro, capì che come garanzia la parola di Dini non valeva molto. Il resto è storia.

Certo, sono passati dieci anni. E stavolta un’eventuale “operazione Dini” verrebbe realizzata passando sul cadavere politico di Prodi. Insomma, ci si può pensare, anche se nella Cdl sono tanti a spingere sul Cavaliere affinché lasci Prodi logorarsi al governo il più a lungo possibile. Nel dubbio, Lamberto ci spera. E ci prova. Tanto, non ha nulla da perdere. Pur essendo fiorentino e di letture raffinate, condivide l’insegnamento di Franco Califano, schietto filosofo contemporaneo della capitale: «Nella palude si salva solo il coccodrillo».

© Libero. Pubblicato il 21 ottobre 2006.

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giovedì, ottobre 19, 2006

L'Onu di tutti i giorni

L'Onu non va chiusa solo per il modo criminale con cui ha reso possibili l'aggressione araba a Israele (1967), il genocidio dei tutsi in Ruanda (1994), il massacro di Srebreniza (1995), per l'incapacità che sta mostrando dinanzi alla macelleria del Darfur, per gli scandali sessuali dei caschi blu in Congo e per il modo vigliacco in cui si è comportata in tantissime altre emergenze. L'Onu va chiusa anche perché è moralmente impresentabile persino nella gestione della ordinaria amministrazione.

Qui c'è il webcast (per vederlo serve Real Player, non chiedetemi perché: è l'Onu) di una conferenza organizzata dalle Nazioni Unite, svolta il 16 ottobre e affidata all'anglo-indiano Shashi Tharoor, vice segretario Onu con delega per l'informazione, fino a pochi giorni fa candidato alla guida delle Nazioni Unite e vezzeggiatissimo, manco a dirlo, dal Guardian. Titolo dell'incontro: "Cartooning for Peace: The Responsibility of Political Cartoonists?". E già questo fa capire che l'Onu si trova su un altro pianeta, molto distante dalla Terra e con problemi del tutto diversi. Da queste parti, infatti, il campo minato è quello dei rapporti tra disegnatori e libertà, e non certo tra i disegnatori e la pace. Più che concentrarsi sulle responsabilità dei vignettisti, dunque, avrebbe avuto senso occuparsi dei loro diritti minacciati, visto quanto accaduto in Danimarca e nel resto d'Europa a chi ha disegnato e pubblicato le vignette ritenute infamanti da tanti islamici (qui un post interminabile su queste e altre violazioni della libertà d'espressione nel continente). Ovviamente, pretendere che l'Onu organizzi un convegno sul tema "Cartooning for Freedom. The Rights of Political Cartoonists?" è semplice utopia. Il coraggio uno non se lo può dare.

A parte il titolo da dibattito dell'Arci, poteva comunque essere l'occasione per affrontare finalmente nel palazzo di vetro il tema della libertà d'espressione, complice la veste informale dell'incontro. Poteva anche essere l'occasione per spezzare una lancia in favore dei vignettisti condannati a morte, e far mettere per iscritto dall'Onu, una volta per tutte, che ognuno ha il diritto di scrivere quello che cavolo gli pare, e se qualcuno si sente offeso e reagisce con la violenza sappia che sta violando qualche dozzina di carte dei presunti diritti dell'uomo con cui l'Onu si riempie sempre la bocca ogni giorno.

L'esatto contrario. Dopo due ore e tredici minuti di confronto tra i vignettisti, durante i quali l'omicidio di Theo Van Gogh viene dichiarato "off topic" dagli organizzatori della conferenza, la questione Islam non viene nemmeno sfiorata, le vignette danesi figuriamoci, e un paio di vignettisti americani colgono l'occasione per prendere coraggiosamente le distanze dal deprecabile aumento del patriottismo americano dopo l'11 settembre (finché un loro collega non americano, gentilmente, fa notare che i vignettisti statunitensi sono liberissimi di prendere per il culo il presidente americano, mentre in gran parte del resto del mondo se i loro colleghi fanno qualcosa di simile finiscono in gabbia o con le mani tagliate, e forse proprio di un dettaglio non si tratta), dopo due ore e tredici minuti del genere, si diceva, prende la parola il vice segretario delle Nazioni Unite.

Tharoor chiede ai vignettisti, senza troppi giri di parole, di autocensurarsi per evitare di turbare la sensibilità di chi può sentirsi offeso dalla loro libertà di espressione. «Poiché la tecnologia attuale», dice, «può trasmettere le vignette da un contesto culturale all'altro, dove esse possono essere considerate offensive, la responsabilità dei disegnatori è forse più grande di quanto sia mai stata. (...) Le persone di buona volontà e buone intenzioni si sforzano di capire le conseguenze delle loro azioni e cercano di fare del loro meglio per comportarsi in modo da lasciare il mondo non peggiore di come l'hanno trovato. (...) Nessuno di noi può permettersi di scordare le nostre responsabilità nei confronti dei nostri vicini, del mondo che condividiamo, a causa dell'impatto che le nostre azioni possono avere. Quello tra libertà e responsabilità è sicuramente un equilibrio delicato».

Chiaro il concetto? Cari vignettisti, non chiedetevi cosa possono fare i fondamentalisti per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per i fondamentalisti. Per dirla con Bruce Bawer, cui si deve la segnalazione dell'evento e un post eccellente sull'argomento, il principio per cui dobbiamo autocensurarci nel timore che qualcuno possa dichiararsi offeso «è un biglietto di sola andata per il pianeta dei talebani e per l'applicazione della sharia a livello mondiale».

Post scriptum. Sullo stesso argomento da leggere anche Cox & Forkum: "Draw me".

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mercoledì, ottobre 18, 2006

Prodi a picco

martedì, ottobre 17, 2006

Pannella senatore e gli errori della Cdl

«Con Pannella senatore/Mortadella ha poche ore». La battuta, che gira sulle labbra e negli sms dei senatori della Cdl, pecca sicuramente di ingenuità, e di certo è irrispettosa nei confronti del leader radicale, il quale, per quanto discutibili, le sue scelte le ha fatte nel momento in cui si è alleato con l'Unione, e non è tipo da pugnalate alle spalle né da vocazioni suicide. Insomma, la Cdl non deve attendersi da lui alcun regalo. Ciò non toglie che la Cdl avrebbe tutto l'interesse a fare il possibile, e magari qualcosa in più, per portare quanto prima il leader radicale a palazzo Madama.

Come noto, Marco Pannella e altri tre membri della Rosa nel Pugno bussano per entrare in Senato al posto di altrettanti esponenti dell'Ulivo. La vexata quaestio riguarda l'interpretazione della nuova legge elettorale. E' convinzione diffusa tra i senatori di tutti gli schieramenti che l'interpretazione più corretta della norma sia quella che dà ragione al leader radicale.

La Cdl, motivi etici a parte (nessuno qui si illude che contino più di tanto), farebbe bene ad appoggiare la battaglia di Pannella. Primo motivo (e più ovvio): vista la situazione al Senato, per il centrodestra è molto meglio che nelle fila prodiane, al posto di un disciplinatissimo peone, ci sia un cavallo pazzo (e di razza) come Pannella. Il quale sarà senza dubbio fedele al programma dell'Unione, ma su ogni altro argomento si sentirà - a buon diritto - le mani slegate da ogni vincolo di appartenenza che non sia con la propria coscienza e con la storia dei radicali. Secondo motivo: Pannella, con tutti i suoi (grandi) difetti, è pur sempre un liberale, per quanto sui generis, anzi è uno dei pochi libertari italiani, e in politica estera è su posizioni assai più filo-atlantiche e filo-israeliane di moltissimi esponenti del centrodestra (non parliamo quindi rispetto agli esponenti dell'Unione). Con lui senatore, a palazzo Madama sarebbero più facilmente realizzabili maggioranze alternative a quella dell'Unione su alcuni dei temi tradizionali della Cdl. Terzo motivo: se da Pannella non c'è da attendersi grande gratitudine verso chi l'ha aiutato (del resto quella della gratitudine non è categoria presente in politica), di certo è tipo che non scorda facilmente chi gli ha impedito di vedere realizzato quello che ritiene (e probabilmente è) un suo sacrosanto diritto.

Tutto, ormai, sembra dipendere dai tempi che vorrà adottare la giunta delle elezioni del Senato, cui è stato affidato il compito di risolvere la vicenda. Insomma, il nodo non è giuridico, ma politico. I senatori dell'Unione tergiversano e, salvo eccezioni, mostrano di non gradire troppo l'arrivo, nei loro banchi, di un personaggio carismatico e difficilmente gestibile come Pannella. La Cdl, anche in questo caso, sta facendo l'esatto contrario di quello che dovrebbe fare. Invece di incalzare l'Unione, invece di battagliare in giunta per far arrivare Pannella e gli altri tre rosapugnanti al Senato il prima possibile, sta assecondando l'atteggiamento dilatorio della maggioranza (o quello che è).

Perché? Perché anche nella Cdl c'è un caso analogo a quello di Pannella. Riguarda molto da vicino un senatore di Forza Italia, Cosimo Izzo, il quale - per gli stessi motivi che porterebbero Pannella in Senato - dovrebbe lasciare il posto a Carmelo Conte, del Nuovo Psi, il partito dei socialisti di De Michelis. Ma Izzo (quando si dice il caso) è componente della giunta per le elezioni, dove, visti gli equilibri, può avere un ruolo decisivo sugli sviluppi della vicenda. E nella Cdl sta prevalendo la logica dell'arroccamento attorno al proprio senatore. Una difesa del collega a rischio probabilmente ispirata da nobilissime ragioni, che però, di fatto, finisce per aiutare Prodi, lasciando in Senato quattro suoi fedelissimi al posto di altrettanti radicali e socialisti, di certo assai più scomodi da gestire.

Non è l'unica prova di masochismo che la Cdl sta dando al Senato. Si sono già verificate numerose assenze in caso di votazioni importanti, alle quali non ha ancora fatto seguito alcuna seria reprimenda da parte dei capigruppo della Cdl. Sembrano non aver capito, i senatori del centrodestra, che l'unico ostacolo che può separare Prodi da un governo di legislatura sono loro.

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lunedì, ottobre 16, 2006

Tre euro spesi bene

«Dunque, i sindaci rossi sono certamente un bluff. Dunque, come dimostrano le verifiche sul campo fatte dagli autori di questo libro, il mito dei sindaci rossi fa acqua da tutte le parti: il loro presunto buongoverno, sbandierato per anni da media compiacenti, in realtà è un malgoverno clientelare sistematico e patologico della spesa pubblica locale.
Dunque, assoluzione per il centrodestra? Nemmeno per sogno. Anzi, diciamolo chiaro: il centrodestra ha problemi ancora più seri. Ed è ancora più colpevole. Ciò spiega perché, a dispetto dei loro bluff, i sindaci rossi vincono e continuano a vincere le elezioni amministrative con ampi margini di consenso. E questo, piaccia o meno, contribuisce a consolidare nel Paese l’egemonia della sinistra comunista, postcomunista, cattolico dossettiana, mastelliana, clientelare.
Se non affronta di petto questo nodo, il centrodestra non riuscirà mai a governare il Paese anche se torna a Palazzo Chigi. La riforma del Titolo V della Costituzione (quella del centrosinistra, del 2001, varata con tre voti di scarto), per quanto insufficiente sotto il profilo federalista, sposta comunque grandi quote di potere (spesa pubblica, competenze, decisioni...) verso gli enti locali. Senza la collaborazione dei Comuni, delle Province e delle Regioni, molte decisioni del governo centrale restano sulla carta o vengono vanificate. Sempre. E la mitica stanza dei bottoni di Palazzo Chigi scopre di avere i fili tagliati».

(Dalla quarta di copertina di "I sindaci in rosso. Come mal amministrare e avere tanto successo", a cura di Vittorio Feltri e Renato Brunetta, in edicola da martedì 17 ottobre al prezzo di 3 euro).

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sabato, ottobre 14, 2006

L'ira dei primitivi di sinistra contro chi prova a civilizzarli

Ecco cosa succede a chi prova, con coraggio, a rimediare ad alcune lacune cerebrali e culturali della parte peggiore (ma non piccola) della sinistra italiana. Come qualcuno forse ricorda, Diario, il settimanale di Enrico Deaglio, un paio di settimane fa ha dedicato una copertina e numerose pagine al tentativo improbo di smontare le tesi cospirativiste sull'11 settembre. Improbo a causa del target di sinistra cui si rivolge la rivista, non certo per l'efficacia delle argomentazioni da smontare.

E' andata come si poteva immaginare. Dalla copertina dell'ultimo numero della rivista: «"Venduti, vergogna". Largo ai complotti. Diario subissato da email di protesta e insulti per l'inchiesta sull'11 settembre». A pagina 29, un piccolo articolo intriso di delusione, dal titolo eloquente: "Niente da fare: cappotto dei complottisti". Riporto testualmente: «Valanga di email a Diario dopo il numero "Complotto dell'11/9? Una boiata pazzesca". Centinaia ci hanno scritto, moltissimi con grande rancore: venduti, pagati (dalla Cia, dai neocon, da Goldman Sachs), servi, agenti, cattivi senz'anima... Spesso sono messaggi brevi. Altri hanno scritto la loro delusione per il "cattivo giornalismo" che abbiamo fatto nel presentare l'inchiesta di "Popular Mechanics" (accusata di essere un'emanazione della Cia). Numerose minacciate disdette di abbonamento».

A seguire, ampio spazio alle reazioni tribali degli indignati. Che accusano Diario di avere «formulato un vero e proprio insulto all'intelligenza umana». Sedicenti ingegneri i quali sostengono che «solo un ingegnere deficiente potrebbe pensare che quelle torri sono crollate per l'impatto degli aerei». Lettori scandalizzati che invitano la redazione di Diario a vergognarsi. E tante altre reazioni primitive, sul modello di quelle descritte nell'articolo.

Lo so: pare incredibile che ci sia gente convinta che Diario sia una rivista finanziata dai neocon, ma se uno crede che le Twin Towers non le abbiano abbattute gli aerei pilotati dai dirottatori, è pronto a credere anche che Enrico Deaglio sia uno degli pseudonimi di Robert Kagan.

Questo, dunque, accade a chi, a sinistra, prova a destare dai loro sogni bagnati tanti elettori di Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto e Pecoraro Scanio, per non parlare dei disobbedienti con l'anello al naso che si "informano" su Internet. Se qualcuno aveva dubbi su cosa passi per la testa di larga parte della mejo gioventù, ora è servito. Se ancora non l'ha capito, si compri l'ultimo numero di Diario e si legga bene le loro lettere.

Post scriptum. Due letture consigliate sull'argomento.
La prima affronta l'argomento da un punto di vista giornalistico: "The great blood libel of Sept. 11", su Haaretz.
La seconda lo affronta invece da un punto di vista epistemologico: chi non ha letto questo, perda almeno un minuto per leggere questo.

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venerdì, ottobre 13, 2006

Duemila euro al mese, una moglie e tre figli a carico: i "ricchi" di Visco

Lasciamo perdere i super-ricchi, tipo quelli che guadagnano 3.500 euro al mese e che, coerentemente con il credo della maggioranza che la esprime, la Finanziaria di classe del governo Prodi provvede a massacrare. E lasciamo perdere anche le tabelle e i calcoli pubblicati dai giornali di area liberal-conservatrice. Sono tutte fatte (o comunque controllate) da fior di commercialisti, ma spunta sempre qualcuno con il cervello all'ammasso che si rifiuta di prenderle in considerazione semplicemente perché appaiono su organi di opposizione (basterebbe prendere in mano una calcolatrice e rifare i conti, ma non tutti sono in grado di calcolare una percentuale. Ennesima conferma del fallimento del sistema scolastico italiano).

Usiamo, invece, il calcolatore di Repubblica.it, controllato e approvato dal ministero delle Finanze, come faceva sapere nei giorni scorsi il quotidiano on line di largo Fochetti. Prendiamo in considerazione un individuo con il reddito lordo di 40.000 euro l'anno, che nel caso di un dipendente fanno circa 2.000 euro netti al mese. Mettiamogli a carico una moglie e tre figli minorenni, uno dei quali al di sotto dei tre anni (che, per inciso, costa nettamente più degli altri). Chiediamoci se una famiglia del genere, specie in una grande città, possa permettersi di condurre una vita di tenore alto, medio o basso. Fatto? Ora facciamo click e guardiamo il risultato, ovvero la differenza tra l'aumento delle aliquote Irpef e le nuove (si può dire ridicole?) detrazioni. Il lavoratore dipendente e la sua famiglia pagheranno in più di tasse, rispetto all'anno precedente, 386,27 euro.
Se chi precepisce lo stesso reddito è un lavoratore autonomo, pagherà in più 1.147,48 euro. Se è un pensionato, la differenza, sempre a scapito del contribuente, sarà di 1.006,73 euro. Ovviamente, ci si può sbizzarrire a cambiare reddito, tipologia e numero dei familiari, ma l'andazzo questo è.

Non ho commenti da fare perché mi pare tutto molto chiaro.

Stesso tema, su Phastidio: "Vi sentite più ricchi o più coglioni?".

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mercoledì, ottobre 11, 2006

Succede in Europa

«Rushdie, Hirsi Ali, il Papa. Chi sarà il prossimo?» si chiedeva Der Spiegel poche settimane fa. Non si è dovuto attendere molto per conoscere la risposta. Il "prossimo", si è scoperto, si chiama Robert Redeker. E' insegnante di liceo a Tolosa e il crimine per il quale è stato condannato a morte dai jihadisti che vivono in Francia e in altri Paesi d'Europa grazie al generoso welfare pagato da quelli che ritengono esseri inferiori è stato aver scritto questo articolo di commento alle reazioni musulmane al discorso di papa Benedetto XVI a Ratisbona. Ha messo nero su bianco ciò che pensa del corano, e cioè che «est un livre d’inouïe violence» e su Maometto: «Exaltation de la violence: chef de guerre impitoyable, pillard, massacreur de juifs et polygame, tel se révèle Mahomet à travers le Coran», e per averlo fatto gli estremisti islamici lo hanno condannato a morte - confermando così la fondatezza della sua accusa. Come scrive Magdi Allam, l'offerta oggi è questa: «Non ti taglio la gola a condizione che ti tagli la lingua». A noi la scelta.

Redeker non è certo è il primo. Il primo, almeno il primo a finire nelle cronache, fu Salman Rushdie, scrittore inglese di origini indiane, nel 1989. Condannato a morte dalla fatwa dell'ayatollah iraniano Khomeini per la pubblicazione dei suoi "Versetti satanici" e costretto a vivere gli anni seguenti in Gran Bretagna e Stati Uniti nascosto come un topo. Anche nella "sua" Inghilterra, dove oggi vivono 1,6 milioni di islamici, il 15% dei quali dichiara , senza problemi, di ritenere "giustificabili" gli attentati kamikaze compiuti dai loro correligionari; il 73% ritiene che la colpa degli scontri seguiti alla pubblicazione delle vignette danesi sia della "mancanza di rispetto" degli occidentali; l'81% si ritiene prima di tutto un islamico, e solo in subordine un cittadino inglese - mentre tra i cittadini inglesi che si definiscono "cristiani" la percentuale di chi mette prima l'appartenenza religiosa rispetto alla nazionalità è del 24%. (Per tutti questi dati vedere sondaggio 1 e sondaggio 2). Tutti segni evidenti che nel Regno Unito hanno qualche problemino d'integrazione con i musulmani.

L'ipotesi dello sgozzamente di Rushdie, ovviamente, era tutt'altro che remota: il traduttore in giapponese dei libri di Rushdie, Hitoshi Igarashi, fu ucciso a Tokio nel 1991 da un fanatico islamico. Nello stesso anno fu accoltellato - in Italia - Ettore Capriolo, traduttore dei libri di Rushdie in italiano, il quale riuscì però a salvarsi. L'autore dell'aggressione, avvenuta nell'appartamento di Capriolo, a Milano, era uno sconosciuto che gli aveva detto di essere iraniano. L'anno precedente Capriolo era stato minacciato dagli integralisti arabi, e fino a poco tempo prima dell'aggressione era stato protetto dalla scorta. Nel 1993 fu ferito in un attentato William Nygaard, editore norvegese di Rushdie. La pista delle indagini portò subito in Iran, causando il blocco dei rapporti diplomatici di tra Oslo e Teheran. E in quella Turchia che sta per entrare nell'Unione europea morirono in 37 nel Madimak Hotel, l'albergo incendiato da una folla di estremisti che protestavano contro il traduttore locale di Rushdie, il liberale di sinistra Aziz Nesin.

Ayaan Hirsi Ali è dovuta fuggire dall'Olanda negli Stati Uniti. Nata in Somalia, fuggita in Olanda per sottrarsi alla misoginia dell'islam, è stata lei, assieme a Theo Van Gogh, a rompere la censura che la società olandese, politicamente corretta oltre i limiti della vigliaccheria, aveva steso sulla violenze ai danni delle donne e i pestaggi degli omosessuali compiuti dalla peggiore gioventù islamica olandese. E' lei l'autrice dei testi di Submission, il film di Theo Van Gogh sull'oppressione delle donne nell'islam. Film che le è valso una lunga serie di nemici tra gli islamici. Un gruppo rap di immigrati marocchini, chiamato Dhc, le dedicò pubblicamente una canzone che faceva: "Ti ridurrò in piccoli pezzi e ti getterò in uno dei sette mari". Il 2 novembre del 2004, sul corpo di Theo Van Gogh, affisso con il coltello che aveva sgozzato il regista, l'assassino islamico aveva lasciato un messaggio anche per lei: "So con certezza, Hirsi Ali, che tu sarai distrutta". Dal 2003 al 2006 la giovane somala è stata membro del parlamento olandese, dove si è battuta per i diritti delle donne immigrate calpestati dall'islam. Le continue minacce di morte e la vita da segregata che era costretta a condurre l'hanno convinta a varcare l'oceano per trasferirsi dall'altra parte dell'Atlantico, decisamente più sicura. Ora lavora per il think tank conservatore American Enterprise Institute, da dove, lei che lo ha visto dal di dentro, racconta così l'islam europeo e le povere donne condannate a farne parte:

The biggest obstacle that hinders Muslim women from leading dignified, free lives is violence--physical, mental, and sexual--committed by their close families. Here is only a sample of some of the violence perpetrated on girls and women from Islamic cultures:
- Four-year-old girls have their genitals mutilated: some of them so badly that they die of infections; others are traumatised for life from the experience and will later suffer recurrent infections of their reproductive and urinary systems.
- Teenage girls are removed from school by force and kept inside the house to stop their schooling, stifle their thinking and suffocate their will.
- Victims of incest and sexual abuse are beaten, deported or killed to prevent them from filing complaints.
- Some pregnant victims of incest or abuse are forced by their fathers, older brothers, or uncles to have abortions in order to keep the family honour from being stained. In this era of DNA testing, the girls could demonstrate that they have been abused. Yet instead of punishing the abusers, the family treats the daughter as if she had dishonoured the family.
- Girls and women who protest their maltreatment are beaten by their parents in order to kill their spirits and reduce them to a lifelong servitude that amounts to slavery.
Many girls and women who can't bear to suffer any more take their own lives or develop numerous kinds of psychological ailments, including nervous breakdown and psychosis. They are literally driven mad.
- A Muslim girl in Europe runs more risk than girls of other faiths of being forced into marriage by her parents with a stranger. In such a marriage -- which, since it is forced, by definition starts with rape -- she conceives child after child. She is an enslaved womb. Many of her children will grow up in a household with parents who are neither bound by love nor interested in the wellbeing of their children. The daughters will go through life as subjugated as their mothers and the sons become -- in Europe -- dropouts from school, attracted to pastimes that can vary from loitering in the streets to drug abuse to radical Islamic fundamentalism.


La lucidità e la spietatezza della sua denuncia spiegano perché Hirsi Ali sia, oggi, la nuova Rushdie: difficilissimo, in Europa, trovare qualcuno che sia disposto a tradurre i suoi libri.

Condanna a morte è stata anche emessa per Flemming Rose, il responsabile della sezione cultura del Jyllands-Posten, il quotidiano danese che il 30 settembre del 2005 ha pubblicato le vignette satiriche su Maometto, il quale in seguito alle proteste (iniziate mesi dopo la pubblicazione dei disegni) si è dovuto ritirare dal lavoro, mettendosi in ferie per un tempo indefinito. Condanna a morte hanno dovuto subire anche i disegnatori delle vignette. Rose ha spiegato così le sue ragioni: «Ho notato troppi casi di autocensura (in Europa, ndr): Kare Bluitgen, autore di un libro per bambini sulla vita di Maometto, non trovava illustratori; a Londra, la Tate Gallery ha scelto di non mostrare God is Great , un’opera di John Latham sui punti di contatto tra le religioni; il comico danese Frank Hvam ha detto che nei suoi sketch poteva forse dileggiare la Bibbia ma aveva paura di prendersela con il Corano; in tutta Europa non si trovavano traduttori di un libro di Ayan Hirsi Ali e chi lo faceva preferiva restare anonimo, ad esempio in Finlandia, per non fare la fine di Theo Van Gogh». Migliaia di islamici (quelli che non si sono mai visti in piazza per protestare contro il terrorismo) sono scesi nelle strade per protestare contro la pubblicazione delle vignette. Il partito pachistano Jamaaat-e-Islami ha offerto 500 corone danesi a chiunque avesse ucciso almeno uno dei disegnatori responsabili dell'offesa al profeta. E il Jyllands-Posten, in seguito alle numerose minacce di morte ricevute, ha dovuto assumere guardie private per proteggere i suoi dipendenti.

Poi c'è la Francia, dove Jacques Lefranc, direttore del quotidiano France Soir, è stato licenziato in tronco dal suo editore, l’uomo d’affari franco-egiziano Raymond Lakah, per aver pubblicato le vignette già apparse sul Jyllands-Posten. Quella Francia dalla quale gli ebrei hanno iniziato, in silenzio, ad andarsene. La stessa Francia dove il sociologo Guy Millière, traduttore di Friedrich August von Hayek, è stato minacciato di morte per aver denunciato ciò che accade nel suo Paese in articoli come questo:

Economically speaking, France is decaying, full speed. (...) Her population is growing old, and no money is available to take care of the large number of senior citizens in the years to come. The greater part of young people are Muslim, not integrated with French society, and almost illiterate.

In fact, the only things that are growing in France right now are crime and Islamism. Some readers have been amazed by the fact that teenaged girls and young women in many city districts have to wear the Islamic veil if they do not want to be harassed, but it gets worse. A few weeks ago, a young Arab burnt a teenaged girl alive in the suburbs of Paris. He was convicted of murder, but he became a hero and an example for other young Arabs living in the same kind of areas. Two month ago, ten Arab men who raped another teenaged girl in another district were convicted and condemned to spend five years in jail. Yes, just five years. Their families left the court of justice shouting to the journalists it was unfair and they would look out for revenge. Eight days later, the court was burnt down during the night. The teenaged girl and her family have had to leave Paris, and hide in another part of the country.

I have written columns in the French press concerning what’s happening. The response has been death threats, with color pictures of slit throats, anti-Semitic insults. There were Muslims in France thirty years ago, but they were not like the Muslims of today. They were moderate, they did not feel they could wield decisive political power in France, they did not think they were at war against western civilization. Now it’s clear that they think they are at war. (...)

Within twenty years, Muslims will be a majority in France. And if nothing changes, they will be radical Muslims.


O come questo:

Almost every week, some Jews get mugged, simply for being Jews. Almost nobody pays attention to it. When an anti-Semitic act is so disgusting it is impossible to hide it, journalists will speak of "confrontation between communities." When confronted with the reality that these "confrontations" are always Muslims attacking Jews, the editorial response: "Just because there has yet to be a single documented case of a Jew attacking a Muslim yet doesn't mean it will never happen. . . ."

And Jews are not the only victims of France's new identification with radical Islam. In many French cities with a growing radical Islamist population, no teenage girl can go out in the evening, at least not without a full burqa. If she does, it will mean that "she is for everybody": in short, a whore. In the same cities, every teenage girl - regardless of religion - has to wear the Muslim veil if she does not want to be harassed or killed. Almost every month, a young woman is mugged and raped in a suburb of a big city. Gang rape has become so frequent that a new word, used by the rapists themselves to define their hideous actions, is used by everybody: tournantes (revolving). To the rapists, the woman is nothing, a mere object to be thrown away after use. The people who speak about "revolving" seem to forget a human being is involved as the victim. Policemen do nothing. Every decent person knows the problem is Islam, but no one dares to say it. It could be dangerous. (...)

If you want to understand why all this is happening, you have to understand one thing: thirty years ago, French governments started to have a new foreign policy. They called this new policy, "Arabian Policy." France became closer to Arab countries - all of them disgusting dictatorships. France "benefited" by doing business easily in these countries. In exchange, France had to push Europe to unknot its ties with Israël and the United States. In exchange too, "professors" came from the Arabian dictatorships to teach the Arabic language to the young Arabs living in France. The only book they used to teach the Arabic language was THE book, Al Kuran.

Now comes the time to pay the check: six million Muslims live in France, at least ten per cent of them are radical Islamists poised on the edge of violence. And these radical Muslims have allies on both the extreme Left and the extreme Right. France is not a Western country anymore, it is now the leader of the Arab/Muslim world.

Millière scrive che «almeno il dieci per cento» degli islamici francesi sono fondamentalisti islamici pronti all'uso della violenza. I sondaggi dicono che il 16% degli islamici francesi dichiara di condividere "spesso o talvolta" gli attentati terroristici dei kamikaze contro i civili. Anche i problemi d'integrazione denunciati da Millière trovano conferma nei sondaggi: meno della metà degli islamici francesi (il 48%) crede che gli attentati dell'11 settembre 2001 siano stati compiuti da dirottatori arabi, e, su 100 di loro, 46 si definiscono prima "islamici" che "francesi", mentre 42 danno la risposta inversa (tra i cristiani francesi, 24 su 100 mettono prima la loro appartenenza religiosa, mentre 56 si definiscono innanzitutto come cittadini francesi). La sensazione che l'estremismo islamico all'interno dei confini nazionali sia un problema "molto preoccupante" è condivisa oggi dal 30% dei francesi (sondaggio 1 e sondaggio 2).

Nei sobborghi francesi, dopo i disordini parigini dello scorso anno, sono iniziate le prime prove di intifada europea. Spesso l'odio lo si coltiva già piccoli e lo si mette in pratica da adolescenti, come conferma la recentissima notizia della ragazza di 14 anni aggredita e presa a sassate dai suoi compagni di scuola a Lione, in Francia, perché accusata di aver mangiato un sandwich, violando così i precetti del ramadan.

Nel 2003, a Parigi, Louis Chagnon, insegnante in una scuola media, era stato oggetto di minacce di morte, oltre che di una denuncia per odio razziale, per aver detto in classe che Maometto era responsabile dello sterminio della tribù dei Qurayza, nel 627. Punito da una sanzione disciplinare, che lo ha ritenuto colpevole di «insegnare la storia con giudizi di valori in termini indegni della responsabilità a lui affidata», si è dimesso dall'insegnamento e ha controdenunciato, nonostante le querele nei suoi confronti fossero state tolte in seguito al provvedimento disciplinare.

Così non c'è da stupirsi se proprio in Francia è scoppiato il caso di Robert Redeker. Il quale, intanto, minacciato anche lui di morte, ha perso casa e lavoro. Bernard Henry Levy tira le somme nell'unico modo concepibile da un punto di vista liberale: «Occorre essere consapevoli del fatto che, in un tale scontro, la minima debolezza, il minimo indugio verbale o addirittura mentale quanto all'imprescrittibile e universale diritto di pensare e pubblicare ciò che si vuole sulle religioni come su tutto il resto; la minima ammissione di "disagio", il minimo "richiamo" ministeriale o affini, il minimo riferimento a presunti «limiti» da non oltrepassare nell' esercizio del libero pensiero i quali, nella fattispecie, sarebbero stati superati, rappresenterebbe un tragico regalo all' avversario nel corso di una grande battaglia: come per la vicenda delle vignette; come l' universale levata di scudi in seguito al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, di cui poi si è dovuto in qualche modo scusare; come l' annullamento, la scorsa settimana, a Berlino, di un'opera di Mozart critica verso tutte le religioni ma ritenuta, non si sa perché, particolarmente offensiva nei confronti dei musulmani...».

Chi vuole sottoscrivere pubblicamente una dichiarazione di solidarietà a Redeker - non per condividere quello che ha scritto, ma in difesa del suo sacrosanto diritto a scriverlo - può farlo qui.

Per citare ancora Der Spiegel: «Cosa ci attende adesso? Forse l'accusa che Allah si sente insultato dalle tante donne europee che in estate indossano il bikini in spiaggia. Può essere davvero qualunque cosa - i militanti islamisti troveranno sempre un motivo. Ma la risposta deve essere ferma».

Salman Rushdie, William Nygaard, Aziz Nesin, Ettore Capriolo, Ayaan Hirsi Ali, Theo Van Gogh, Flemming Rose, Louis Chagnon, Guy Millière, Robert Redeker... L'elenco è lungo. Braccati, insultati, condannati a morte. Qualcuno ha perso la vita, molti hanno perso il lavoro e sono stati costretti a lasciare la loro casa, a nascondersi come criminali insieme alle loro famiglie. Solo per aver esercitato quel diritto alla libertà di espressione che tutti diamo per scontato, anche se non lo è, e con il quale tutti ci riempiamo la bocca. Mentre l'establishment europeo, imbelle, è indeciso se scrivere l'ennesimo, inutile appello al dialogo assieme a chi ha allestito la gogna o invitarlo all'ennesima, inutile conferenza. Succede in Europa, a casa nostra. Nella patria di Voltaire e Alexis de Tocqueville. Succede oggi.

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martedì, ottobre 10, 2006

Italiani sì, ma a queste condizioni

La petizione di Forza Italia per chiedere al Parlamento italiano

1) il ritiro del disegno di legge Amato;

2) l’emanazione di nuove norme che subordinino il conseguimento della cittadinanza italiana:

- alla volontà da parte degli aspiranti cittadini di acquisire una conoscenza approfondita della lingua italiana e della storia del nostro Paese, anche attraverso la frequenza a corsi obbligatori istituiti appositamente;

- all’adesione piena ed esplicita ai valori della democrazia liberale e ai principi fondamentali inscritti nella nostra Costituzione e nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, con particolare riguardo al principio della parità di diritti tra donne e uomini e al diritto di ogni cittadino di aderire alla religione di propria scelta


si firma qui.

Perché cinque anni sono pochi. Perché pretendere da chi vuole entrare in casa nostra per restarci la conoscenza della nostra lingua e della nostra storia (ovvero di ciò che siamo) e la promessa di rispettare la dignità nostra e degli altri non è chiedere troppo.

Il preambolo della petizione e ulteriori materiali sono consultabili qui.

Qui la petizione in formato Pdf.

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