lunedì, febbraio 13, 2006

Welfare Jihad

«La moschea era grande, pulita e calda. A parte i nerboruti alla porta, che mandavano sguardi truci e mettevano in mostra le loro cicatrici afghane, tutti gli altri erano amichevoli e accoglienti. Così scoprii come i miei fratelli passavano le giornate. Molti di loro vivevano a spese dell'assistenza pubbica o di elemosina, così potevano passare tutto il giorno a discutere della Jihad. Quando non pregavamo, ci portavano a guardare la televisione. C'erano video interminabili sull'attività dei mujaheddin in tutto il mondo. In sottofondo si ascoltavano le canzoni dei guerriglieri della Jihad, con le loro armonie in stile medioevale e i loro testi, profondamente coinvolgenti, su come i bravi mujaheddin stanno soffrendo per Allah e morendo per difendere le terre dei musulmani. Talvolta queste canzoni raggiungevano il culmine con una domanda: "Hai intenzione di restare inerte a guardare i civili musulmani che vengono uccisi?" L'atmosfera era intensa. Ogni minimo dissenso era represso così velocemente ed aggressivamente che io capii che la cosa migliore da fare era annuire e dire "inshallah" con il resto dei miei fratelli».
E' la testimonianza (riportata dal Times) di Rachid Salama, un giovane algerino che, trovatosi senza casa a Londra, è stato accolto nella tristemente nota moschea di Finsbury Park. L'idea degli aspiranti martiri di Allah che studiano come uccidere i contribuenti che li mantengono con le loro tasse fa tornare in mente la vecchia profezia di Lenin: «Faremo in modo che i capitalisti ci vendano la corda con cui impiccarli». Con la differenza che stavolta l'operazione, per le vittime designate, è in perdita anche dal punto di vista economico: la corda è fornita gratuitamente, gentile omaggio del welfare state.

Lettura consigliata a quelli che «se vogliono ammazzarci la colpa è nostra»: "A cosa serve il petrolio, a cosa non servono i petrodollari".

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