venerdì, febbraio 24, 2006

"Institutions matter", terza puntata: la pazza idea di de Soto

Terza e ultima puntata della lezione che il sottoscritto ha tenuto lunedì 6 febbraio 2006 alla Scuola di Liberalismo di Roma, organizzata dalla Fondazione Einaudi. Argomento: i liberisti dinanzi alla globalizzazione e al problema della sua scarsa diffusione al di fuori dell'emisfero occidentale. La prima puntata è servita da introduzione, la seconda puntata è stata dedicata alle teorie dell'economista americano Douglass North, questa ha come protagonista l'economista peruviano Hernando de Soto e la sua "pazza idea". Stavolta la lettura è assai più breve delle precedenti. Il tono è il solito: discorsivo e divulgativo. Almeno spero.

Il secondo liberoscambista di cui parliamo oggi, l’economista peruviano Hernando de Soto, al momento non ha vinto alcun Nobel, ma ha il merito di partire dalle posizioni di North per passare “dalla protesta alla proposta”. Anche per lui, come per North, “institutions matter”. La cultura, però, per de Soto non c’entra nulla.
«La disparità di ricchezza tra l’Occidente e il resto del mondo è di gran lunga troppo grande perché si possa spiegare con la sola cultura. (…) Le città del terzo mondo e i Paesi ex comunisti formicolano di imprenditori. Non si può passeggiare in un mercato del Medio Oriente, visitare un villaggio dell’America Latina, salire su un taxi a Mosca senza che qualcuno ti offra di partecipare a un affare. Gli abitanti di questi Paesi possiedono talento, entusiasmo e una stupefacente abilità nell’estrarre profitto praticamente dal nulla».
Nel suo libro “Il mistero del capitale” de Soto sostiene che il motivo per cui il capitalismo è in crisi al di fuori dell’Occidente non è assolutamente il fallimento della globalizzazione, ma il fatto che nei Paesi poveri manchi il capitale da globalizzare. Sembra una ovvietà, ma non lo è. Perché i beni necessari per partecipare al gioco del mercato i poveri li possiedono. I poveri, dice de Soto, non sono il problema. «Sono la soluzione». Perché ciò che hanno rappresenta complessivamente una ricchezza potenziale enorme.
«Persino nei Paesi più poveri, i poveri risparmiano. Il valore del risparmio tra i poveri è, di fatto, immenso: quaranta volte tutto l’aiuto internazionale ricevuto a livello mondiale a partire dal 1945».
Il punto è che non riescono a trasformare questi beni in capitale, cioè in un mezzo di investimento. Perché mancano loro i “titoli di proprietà”. “Institutions matter”. Secondo de Soto, i poveri
«detengono queste (loro) risorse in una forma imperfetta: case edificate su terreni i cui diritti di proprietà non sono adeguatamente documentati, imprese non registrate con responsabilità mal definite, industrie localizzate dove finanziarie e investitori non possono vederle».
Pensiamo solamente a cosa vorrebbe dire per noi non poter dimostrare di possedere la casa nella quale viviamo. Implicherebbe, ad esempio, che non potremmo accendere alcuna ipoteca sulla nostra casa per procurarci il capitale necessario qualora volessimo creare un’impresa. Negli Stati Uniti la più importante fonte di fondi per la creazione di nuove imprese è l’ipoteca sulla casa dell’imprenditore, che riesce a trasformare i mattoni in capitale di rischio.
Secondo i calcoli di de Soto
«il valore totale dei beni immobili detenuti, ma non posseduti legalmente, dai poveri del terzo mondo e dei Paesi ex comunisti è almeno pari a 9,3 trilioni di dollari, (…) una somma quasi pari al valore totale di tutte le imprese quotate nelle principali Borse dei venti Paesi più sviluppati».
La differenza, quindi, la fanno le istituzioni, ovvero il sistema formale dei diritti di proprietà sugli immobili e sugli altri valori: in Occidente un simile sistema c’è, e questi titoli di proprietà consentono a chi vuole di convertire i mattoni in capitali. Nel terzo mondo no. E questo spiega come mai l’America Latina sinora, ogni volta che ha provato ad entrare nel circo della globalizzazione, ha fallito. Il problema non è il mercato, non è la cultura degli individui, non è la loro propensione al profitto, non è il loro essere protestanti o islamici. Il problema sono le istituzioni.
La buona notizia è che il Paesi del terzo mondo oggi si trovano nella stessa situazione in cui stavano gli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo:
«lo stesso acro di terra poteva appartenere a una persona che lo aveva ricevuto come parte di una grande concessione della Corona, a un’altra persona che pretendeva di averlo acquistato da una tribù indiana e a una terza persona che lo aveva accettato in luogo dello stipendio da un’amministrazione statale».
E il criterio migliore da usare per sancire formalmente i diritti di proprietà è, proprio come fatto negli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, quello di “sanare” lo status quo, trasferendo nell’economia legale quei capitali nelle mani dei poveri che oggi stanno nella zona nera o grigia dell’economia, trasformando in titoli formali di proprietà quello che oggi è un semplice possesso, non documentato, dell’immobile e degli altri beni.

"Institutions matter": i liberisti e la globalizzazione (prima puntata)
"Institutions matter", seconda puntata: Douglass North

Post Scriptum. Il prossimo aggiornamento di questo blog è previsto non prima di lunedì sera. Sino ad allora, moderazione commenti attivata. Buon fine settimana a tutti.

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