sabato, marzo 31, 2007

Via dall'Italia l'imam di Torino

di Fausto Carioti

Esame di maturità politica per Giuliano Amato. Il quale, giunto all’età di 69 anni, sarebbe ora che ci facesse capire di che pasta è fatto. È succube dei suoi alleati Comunisti italiani, legati a doppio filo con l’islam antioccidentale, o sta facendo sul serio il ministro dell’Interno? Ha una visione politica forte dell’integrazione degli immigrati in Italia, come certe volte sembra trasparire dalle sue parole, o anche lui, a conti fatti, non è capace di schiodarsi dalle frasi fatte sulle gioie del multiculturalismo, come fosse una Rosy Bindi qualunque? È preoccupato solo della «islamizzazione» dei vescovi italiani, come ci ha fatto sapere di recente commentando le reazioni della Chiesa sul riconoscimento delle unioni omosessuali, o si pone anche il problema dell’islamizzazione estremista degli immigrati? Lo sapremo presto. L’occasione al ministro e all’intero governo Prodi la offrono il signor Khohalia, imam marocchino della piccola moschea degli orrori di via del Cottolengo, a Torino, e il suo collega della vicina moschea di via Saluzzo. Se Amato applicherà la legge e li sbatterà fuori dall’Italia subito, in queste ore, nessuno potrà dire che stavolta non ha fatto il suo dovere. Se per amore di quieto vivere il ministro fingerà invece di non aver visto quello che le telecamere di Anno Zero hanno mostrato, come piacerebbe a tanti suoi alleati per i quali gli unici stranieri che debbono essere espulsi dall’Italia sono i soldati americani della base di Vicenza, gli italiani sapranno chi ringraziare.

Le immagini registrate clandestinamente dalla giornalista Maria Grazia Mazzola nelle due moschee e mandate in onda da Michele Santoro mostrano che l’islam, almeno quello salafita (il cui obiettivo è tornare alla “salafiyya”, la religione dura e pura dei tempi di Maometto), che comanda nei due luoghi di culto torinesi, in Italia è già abbastanza forte e sicuro di sé da incitare all’uccisione degli “infedeli” e alla sottomissione delle donne. L’imam di via del Cottolengo è stato ripreso dalle telecamere mentre predica ai suoi musulmani: «Non vi integrate con gli occidentali», state lontani dagli «infedeli» ebrei e cristiani. Da bravo islamico integralista, Khohalia ne ha anche per la donna: «tenetela sottomessa» è il suo consiglio. Del resto, l’attuale imam era uno stretto collaboratore del suo predecessore, Bouiriqi Bouchta, che fu espulso nel settembre del 2005 dal ministro Beppe Pisanu per «grave turbamento dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza dello Stato». Bouchta, ovviamente, sostenne di essere vittima di «un’espulsione politica», e Romano Prodi s’indignò al punto da chiedere al governo Berlusconi di «chiarire i motivi dell’espulsione dell’imam di Torino».

Nella moschea, però, non è cambiato nulla. Adesso si invita allo sgozzamento del nemico: «Con gli atei nessun compromesso, si uccidono e basta», si legge su “Il pulpito del jihad”, uno dei giornali di Al Qaeda distribuito da Khohalia e filmato di nascosto da Anno Zero. Le pubblicazioni inquadrate dalla telecamera abbondano di lezioni di strategia militare e di elogi per il tagliatore di teste Al Zarqawi, indicato come modello di virtù islamiche. In quei locali di via del Cottolengo, la subordinazione delle donne rispetto agli uomini è materia di normale discussione. Gli stessi deliri di misoginia islamica e gli stessi appelli al jihad, la guerra santa, sono stati filmati nella moschea di via Saluzzo. Del resto, che nelle moschee torinesi la situazione fosse diventata pesante proprio a causa delle infiltrazioni dei salafiti, arrivati nella provincia dotati di mezzi economici tanto robusti quanto misteriosa è la loro origine, era cosa nota da tempo, anche grazie agli allarmi lanciati da alcuni coraggiosi esponenti della comunità marocchina in Italia.

Quello mostrato giovedì sera da Santoro è un genere giornalistico che sta prendendo piede, anche perché - purtroppo - si tratta di un lavoro d’inchiesta che paga sempre. Due mesi fa Controcorrente, la trasmissione realizzata da Corrado Formigli per Sky, aveva mostrato scene inquietanti dalle moschee di Milano e di Varese. L’imam di viale Jenner, l’egiziano Abu Imad, era stato filmato impegnato con tre cellulari a parlare di notevoli somme di denaro - migliaia di euro - sulla cui provenienza forse qualcuno avrebbe potuto indagare, e aveva spiegato chiaramente che le democrazia italiana, per lui, è il mezzo per arrivare a imporre la sharia, la legge islamica, nel nostro Paese. Poche settimane prima, in Gran Bretagna, il canale pubblico Channel 4 aveva fatto vedere ai telespettatori, sempre grazie a riprese effettuate “sotto copertura”, che tanti imam sino ad allora considerati moderati usavano i sermoni per invitare i fedeli al jihad. Uno di questi imam aveva detto che gli islamici devono «vivere come uno Stato all’interno dello Stato» fin quando non saranno «forti abbastanza da prendere il potere». L’Italia ha molti meno immigrati musulmani rispetto all’Inghilterra, ma a giudicare anche dall’inchiesta di Anno Zero la situazione non sembra essere meno grave.

Davanti a questa situazione, il ministro Amato ha tutti i mezzi per agire. Sin dai tempi della legge Turco-Napolitano, voluta dal governo dell’Ulivo nel 1998 proprio per regolamentare l’immigrazione ed evitare che avvengano cose come quelle filmate nelle due moschee torinesi, è previsto che «per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, il ministro dell’Interno può disporre l’espulsione dello straniero anche non residente nel territorio dello Stato». Ora, una norma che punisce la libertà d’opinione può piacere o meno, e molti liberali (categoria cui appartiene chi scrive) possono non condividere del tutto le ragioni di una simile norma. Fatto sta che quella legge esiste, è stata introdotta da due pezzi da novanta della sinistra italiana (uno dei quali nel frattempo è diventato presidente della Repubblica) e, se non la si usa in casi come questo, non si capisce quando dovrebbe servire.

I primi segnali autorizzano a temere il peggio. Ieri, all’indomani della trasmissione, tutto ciò che Amato ha saputo fare è stato dirci che «il problema è assai complesso e occorre pensare ad un accreditamento degli imam da parte di interlocutori islamici». Una reazione all’altezza della sua fama. Era lecito attendersi un’ispezione nei locali delle due moschee salafite, ma nulla di simile risulta essere avvenuto. In compenso si è mossa la Digos di Torino, facendosi consegnare la registrazione integrale del materiale filmato dalla troupe di Santoro, che ovviamente sarà studiato con attenzione. Fatto sta che chi doveva nascondere materiale compromettente ha avuto tutto il tempo per farlo.

La scelta del ministro è solo politica. Se Amato ritiene che non vi siano «motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato» nemmeno davanti a due imam nelle cui moschee gli islamici sono invitati a ucciderci e a umiliare le loro stesse donne, abbia il coraggio di dire che quella norma introdotta dalla legge Turco-Napolitano è una porcheria fascista e che ognuno, in Italia, è libero di invitare allo sgozzamento di chiunque gli stia sulle scatole. Altrimenti, se non la pensa così, agisca subito. Ma eviti di fare quello che, secondo i suoi ex compagni socialisti, gli riesce meglio sin da quando era nella squadra di Bettino Craxi: mettere la testa sotto la sabbia aspettando che la situazione si calmi. Stavolta non funzionerà.

© Libero. Pubblicato il 31 marzo 2007.

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venerdì, marzo 30, 2007

Cellulari, il governo sapeva che le tariffe sarebbero aumentate

Come era ovvio, le tariffe praticate dai gestori della telefonia mobile stanno rincarando, e l'effetto di questi aumenti, se non lo azzererà, di certo compenserà parecchio il risparmio prodotto dall'abolizione dei costi di ricarica dei cellulari, che poi era anche l'unica medaglia che potesse appuntarsi sul petto il governo Prodi, del quale sino a oggi gli elettori hanno apprezzato soprattutto l'aumento delle tasse. "Colpa" dei gestori birichini, per carità, che comunque non sposta di una virgola il dato politico della vicenda: l'unica manovra popolare varata dal governo Prodi, se non è un bluff completo, poco ci manca.

A sinistra, il coro degli indignati nei confronti delle compagnie telefoniche è già partito. Il governo, però, non ha alcun motivo per sorprendersi davanti a questi rincari. Basta infatti avere la pazienza di scovare gli stessi documenti firmati dagli uomini dell'esecutivo e le loro stesse dichiarazioni rese in Parlamento (lontano dalle telecamere, comunque), per scoprire che ministri e sottosegretari, mentre pubblicamente assicuravano che le famiglie avrebbero realizzato risparmi consistenti, nei loro atti politici davano per scontato che esse, in realtà, non avrebbero risparmiato nemmeno un centesimo, e che l'aumento delle tariffe in seguito all'abolizione dei costi di ricarica era dato per scontato.

La prima ammissione si trova già nella relazione tecnica che accompagna il disegno di legge di conversione del decreto Bersani, il provvedimento con cui il governo ha azzerato i costi di ricarica. Infatti, se il taglio dei costi di ricarica comportasse una diminuzione delle spese per le famiglie, ne deriverebbe una diminuzione delle entrate per lo stato: il prezzo della ricarica è gravato dall'Iva, e ogni cinque euro spesi per la ricarica, uno se ne va nelle casse dello Stato. Ma il governo sostiene che non ci sarà alcun calo del gettito Iva, e commentando l'articolo che abolisce i costi di ricarica spiega:
L'articolo, ponendosi nella scia di una scelta netta a favore dei consumatori e della liberalizzazione di importanti servizi allo scopo di approntare una maggiore tutela, non comporta alcun effetto diretto sulla finanza pubblica in quanto le agevolazioni previste non comportano oneri a carico della finanza pubblica, ma si sostanziano in uno strumento normativo a tutela dei diritti dei cittadini.
Un po' fumoso, ma quello che conta è la sostanza: non ci saranno minori entrate per le casse dello Stato perché non ci sarà alcun risparmio da parte dei consumatori.

Assai più esplicito quanto detto dal sottosegretario Mario Lettieri nelle stanze della Commissione Bilancio di Montecitorio lo scorso 20 febbraio:
Il sottosegretario Mario Lettieri, in risposta alle richieste di chiarimento avanzate nella seduta di ieri, precisa che l'articolo 1 non comporta un minor gettito per la finanza pubblica in quanto l'abolizione dei costi di ricarica non determinerà diminuzione del fatturato del settore per il concomitante effetto da un lato della ristrutturazione delle tariffe, e dall'altro, dell'aumento degli acquisti.
Le parole magiche, ovviamente, sono «ristrutturazione delle tariffe». Eufemismo usato per non pronunciare la parola «rincari», pur stando a indicare esattamente la stessa identica cosa.

Il risparmio, dunque, bene che vada, per stessa ammissione del governo non sarà in soldi (nessuna «riduzione del fatturato» per le compagnie telefoniche vuol dire nessun euro risparmiato dalle famiglie), ma si tradurrà in qualche telefonata in più (l'«aumento degli acquisti» di ricariche telefoniche di cui parla Lettieri). Telefonate che comunque pagheremo a un prezzo maggiorato.

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giovedì, marzo 29, 2007

La "svolta" c'è stata, ma non è quella che pensa Prodi

di Fausto Carioti

Romano Prodi ha ragione quando dice che il voto di martedì al Senato sulla missione militare in Afghanistan «rappresenta una svolta politica». Dimostra di non avere capito nulla di questa svolta, però, quando aggiunge che, grazie ad essa, «la maggioranza si rafforza sempre di più». È vero esattamente il contrario. La svolta politica cui si è assistito l’altra sera a palazzo Madama è la rinascita ufficiosa del grande centro. Prodi può brindare per una sera - il fatto di essere ancora al governo dopo il voto sull’Afghanistan giustifica il prezzo della bottiglia - ma la sua coalizione adesso è più debole, perché alla sua destra si è consolidato un nuovo soggetto politico, dai contorni sempre più chiari, i cui progetti sono opposti non solo a quelli di Berlusconi, ma anche a quelli dello stesso Prodi. Pier Ferdinando Casini, Clemente Mastella e Marco Follini nelle occasioni importanti agiscono sempre più spesso come un unico partito, sotto lo sguardo interessato di Francesco Rutelli e dell’ala cattolica della Margherita. Sguardo che potrebbe trasformarsi in abbraccio se il partito democratico, destinato sulla carta a unire Ds e Margherita, non dovesse nascere, o se nascesse appoggiato su basi troppo vicine al partito socialista europeo.

Il collante che oggi lega la pattuglia neocentrista non solo è più forte di quel poco di convenienza reciproca che ancora unisce l’Udc agli altri partiti del centrodestra, ma è anche più saldo del legame che tiene attaccati i centristi dell’Unione a Prodi e al suo sconquassato governo. Non a caso, Prodi e Berlusconi sono considerati da tutti costoro allo stesso modo: due leader da rottamare. Stavolta hanno messo in minoranza il leader dell’opposizione, ma da domani sono pronti a fare lo stesso con il presidente del consiglio. Ad esempio se dovesse avere il coraggio di tirare fuori dal cassetto il provvedimento sui Dico, il riconoscimento giuridico delle coppie etero ed omosessuali. Provare per credere.

Così, se davvero martedì sera sperava di avere allargato la sua maggioranza, Prodi ha sbagliato di brutto. Simili illusioni dovrebbe avergliele tolte già ieri lo stesso Casini, quando una delegazione dell’Udc è andata al Quirinale per chiedere a Giorgio Napolitano di mandare a casa il professore bolognese e dare vita a un «governo di salute pubblica». Non proprio il regalo che ti aspetteresti dall’ultimo arrivato nel giro dei tuoi amici. Certo, la richiesta dell’Udc è strumentale. Serve innanzitutto a evitare la fuga degli elettori cattolici di centrodestra, ostili a Prodi, verso Forza Italia e An. Molti di loro, adesso si staranno pentendo di aver votato un partito i cui esponenti, per due volte di fila (la prima poche settimane fa , grazie al salto della quaglia di Follini), hanno salvato il governo più a sinistra che l’Italia ricordi. Ma è anche vero che Casini non ha alcun interesse a portare acqua gratis al mulino di palazzo Chigi, perché sarebbe per lui un suicidio elettorale.

Il segretario dell’Udc, invece, ha interesse a prendere tempo. Innanzitutto per logorare Berlusconi il più a lungo possibile. Casini - a torto o a ragione - è convinto che, se questa legislatura finirà intorno alla sua scadenza naturale, Berlusconi non potrà fare il candidato leader alle prossime elezioni. E poi il tempo gli serve per tessere la tela che lo lega, sempre più salda, agli altri centristi, con i quali si unirebbe in matrimonio una volta cambiata la legge elettorale, magari reintroducendo quel sistema proporzionale che garantirebbe a un partitone di centro di governare ininterrottamente da una legislatura all’altra, semplicemente cambiando partner di danza: oggi la sinistra, domani la destra.

Quando, un mese fa, illustrò il nuovo programma del suo governo, rappresentato sostanzialmente da un unico punto, la riforma della legge elettorale, Prodi disse che intendeva lavorare a una norma «che garantisca ai cittadini di poter scegliere non solo un partito, ma anche un programma, una coalizione, una proposta di governo, un primo ministro». Insomma, Prodi difende con le unghie quel bipolarismo che lo ha generato e che ha permesso a lui, candidato senza partito, di diventare due volte premier. È la stessa cosa che sta a cuore a Berlusconi, per motivi simili. Ma il progetto dei neocentristi è opposto. Lo ha riassunto benissimo il più schietto di loro, Mastella, quando, pochi giorni fa, gli è stato chiesto se non stesse lavorando al ritorno del grande centro «che di volta in volta sceglie di governare con la destra o la sinistra». E lui ha risposto: «Che male ci sarebbe?».

Stesso principio che muove i ragionamenti di Casini, il quale sogna un partito di centro capace di attrarre il 10-15 per cento degli elettori. Un progetto che andrebbe in porto il giorno in cui fosse introdotto un sistema elettorale proporzionale con clausola di sbarramento, sul modello tedesco, come desiderano il leader dell’Udc e la gran parte dei centristi. Per Prodi sarebbe la fine, e per questo, con un colpo di mano, ha avocato al suo governo il compito di disegnare la riforma elettorale, dopo che Massimo D’Alema aveva aperto alle richieste degli ex dc.

Fatto sta che prima, ogni volta che potevano, i centristi di destra e sinistra marciavano divisi per colpire assieme. Adesso, approfittando della debolezza estrema di Prodi e dell’esilio cui è relegato Berlusconi, si prendono il lusso di marciare ostentatamente compatti. Hanno iniziato a flirtare già in avvio di legislatura, con l’elezione di Napolitano alla presidenza della Repubblica. Allora, l’Udc non votò il candidato scelto da Berlusconi, Gianni Letta, e fece pressing (invano) per far convergere tutti i voti della Cdl su Napolitano. Poi, nel momento del bisogno, quando Prodi sembrava sul punto di cadere, Follini ha lasciato l’Udc per puntellare il governo, pronosticando che presto Casini lo avrebbe seguito. Casini non lo ha fatto, ma ha votato assieme a Prodi e in disaccordo con Berlusconi il rifinanziamento della missione in Afghanistan, senza ottenere in cambio la garanzia di migliori armamenti per i soldati italiani. Intanto, nei giorni scorsi, tornando sull’aereo di Stato di Mastella dal vertice del partito popolare europeo che si è tenuto a Berlino, i due ex leader del Ccd hanno discusso come ritrovarsi nella stessa lista con gli altri dc alle elezioni europee del 2009, che saranno il vero spartiacque di questa legislatura (ammesso che duri tanto). Per allora, l’Italia di Mezzo, il sedicente partito di Follini, sarà stato fagocitato da Mastella, con cui si presenterà alleato alle prossime Amministrative. La porta, ovviamente, può considerarsi aperta sin d’ora a tutti gli esponenti della Margherita presi dai crampi all’idea di allearsi nel partito democratico con gli ex comunisti.

Molto si capirà già nei prossimi giorni. La città chiave, spiegano i bene informati, è Verona. La deriva di Casini si arresterà, almeno per un po’, se Berlusconi, come appare probabile, accetterà di candidare a sindaco per la Cdl Alfredo Meocci, indicato dall’Udc, scontentando la Lega, che punta sull’assessore regionale Flavio Tosi. Ma se Berlusconi, dopo lo schiaffo ricevuto al Senato, dovesse dichiarare guerra all’Udc e puntare sull’uomo del Carroccio, Casini potrebbe decidere di fare un nuovo, definitivo salto in avanti. Cioè al centro.

© Libero. Pubblicato il 29 marzo 2007.

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mercoledì, marzo 28, 2007

Al Senato hanno perso i nostri soldati

Tra un governo che ormai, sistematicamente, non riesce più ad avere la maggioranza dei suoi senatori e un centrodestra che dal punto di vista tattico si è giocato la partita della votazione sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan come peggio non poteva (colpa della volontà di Pier Ferdinando Casini di smascarsi a tutti i costi da Silvio Berlusconi e di ritardare il più possibile la fine della legislatura, ma non solo), chi perde davvero alla fine sono i nostri duemila soldati in Afghanistan.

I quali, nello stesso giorno, perdono l'appoggio formale di gran parte del centrodestra e, per volontà del centrosinistra, non ottengono le certezze necessarie dal punto di vista degli armamenti e delle regole d'ingaggio. L'ordine del giorno di Roberto Calderoli, che «impegna il Governo a promuovere tutte le iniziative finalizzate a garantire la sicurezza del nostro personale militare e civile presente sul territorio afgano», anche se approvato, ha una formulazione talmente vaga da influire poco o niente sull'assetto dei nostri soldati, e questo spiega perché è stato votato anche dai senatori dell'estrema sinistra (311 voti favorevoli, 3 contrari).

Anche se un ordine del giorno non ha forza di legge, ben diversamente sarebbero andate le cose se fosse stato approvato quello proposto dal capogruppo forzista Renato Schifani, che avrebbe impegnato il governo «a dotare, in tempi brevi, i nostri militari di armi di difesa attiva, come ad esempio veicoli di massima blindatura, elicotteri, postazioni predisposte per il tiro, armamenti e apparecchiature per attivare la reazione immediata in caso di attacco, procedure di intervento e contrasto in caso di violazione delle zone perimetrali, al fine di garantire adeguati strumenti che consentano di fronteggiare eventuali scontri, eliminando così quanto più possibile il rischio della vita dei soldati». Ma esso, anche se votato dall'Udc, è stato respinto con 160 voti contrari, 155 favorevoli e un astenuto: non avrebbe mai avuto i voti favorevoli della sinistra estrema, e tra Giovanni Russo Spena e i soldati italiani Massimo D'Alema non ha avuto dubbi su chi scegliere.

Assieme ai nostri soldati, ovviamente, perdono i loro alleati, che non possono contare sull'appoggio totale dei militari italiani, i quali, oltre che dal vincolo dei mezzi, continueranno a essere limitati dai caveat che gli americani vorrebbero levare, e che per motivi politici il governo Prodi insiste nel mantenere. Il conto alla rovescia per l'arrivo della controffensiva dei talebani, intanto, è iniziato da un pezzo.

Addendum. Qui il resoconto stenografico della seduta tenuta nell'aula del Senato martedì 27 marzo, con allegati i documenti votati.

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martedì, marzo 27, 2007

Europa e islam: integrazione vs multiculturalismo

Quarta puntata dello splendido viaggio di Samir Khalil Samir nei rapporti tra Europa e islam. Argomento, stavolta, l'integrazione mancata, ma necessaria, degli immigrati islamici. Per capirsi:
Il compito dei politici dovrebbe essere quello di aiutare l’integrazione, trovare lavoro per loro, garantire abitazioni dignitose e prezzi a buon mercato, e tutto ciò a condizione che essi vogliano adottare il modo di vivere italiano. E infatti, se un giovane si sente inutile, sfiduciato, non valorizzato, senza lavoro, allora la fuga verso la religione diviene inevitabile e comincia una lettura politica della religione in opposizione a ciò che gli procura dolore, ossia la situazione sociale in cui si trova. Accettare che l’identità tua è la cultura del paese dove stai (e non la religione), necessita un’educazione e anche pensare come farla. D’ora in poi, perciò la parola giusta non è multiculturalismo, ma integrazione.

È quanto hanno scoperto in Danimarca Karen Jespersen e Ralf Pittelkow, autori di un libro, divenuto subito un best seller. I due autori sono stati membri eminenti del partito Social-democratico : la Jespersen era ministro degli Interni e Pittelkow consigliere del Primo ministro, prima della caduta della sinistra nel 2001.

I due erano entrambi sostenitori del multiculturalismo, del rispetto delle culture, dell’accoglienza. Dopo l’affare delle vignette su Maometto, hanno riveduto la loro posizione e hanno scritto un libro che si chiama “Islamister og Naivister” (in danese) che si può tradurre “Islamismo e ingenuismo”.

Gli autori mettono in luce una minaccia: i fondamentalisti stanno guadagnando sempre più terreno fra i giovani del continente europeo. Essi cercano di interferire nella vita della gente, anche quelli integrati, per indicare una serie di comportamenti: come vestire, cosa mangiare, come far fronte a certi problemi, ecc. in modo da distinguersi dagli altri. Essi minacciano che se non si fa così, si rischia di scomparire come sale nell’acqua.

Per questa crescita dell’Islam radicale gli autori accusano l’occidente di aver esaltato questa posizione di “ghetto culturale”, con la scusa o l’idea del multiculturalismo. “Sia la Danimarca sia il resto dell’Europa devono mirare ad integrare i musulmani già presenti nelle loro comunità”, dice Pittelkow. “L’islamismo è una ideologia totalitaria, mortalmente pericolosa... Se una donna non indossa il velo islamico, gli islamisti sono pronti a esercitare forti pressioni e usare la minaccia della violenza pur di fare in modo che lo indossi. Questo atteggiamento, volto ad applicare i principi islamici ad ogni costo, è autoritario quanto il Comunismo”.

Il libro ha avuto un’immediata influenza sui danesi. Un candidato alle elezioni, Fogh Rasmussen, ha fatto ad esempio questa proposta ai musulmani: “Siete benvenuti se venite e vi integrate e date il vostro contributo alla nostra società. Ma non siete i benvenuti se venite solo per sfruttare la situazione e ricevere gli aiuti di assistenza”. Se gli emigrati partecipano alla società e allo sviluppo del Paese, allora saranno trattati come cittadini con gli stessi diritti dei danesi. Altrimenti… La proposta è stata applaudita da tutti. Ormai il discorso che si fa è: non possiamo accettare persone che vengono qui solo perché la vita è garantita, ci sono gli aiuti alla disoccupazione, alla sanità, ecc. Dobbiamo mettere delle condizioni per l’integrazione.

Il libro è tutto un atto di accusa (come dice il sottotitolo) ed è utile per comprendere i meccanismi dell’integrazione da Paesi che hanno esperienze da maggior tempo. E sarebbe bene che l’Italia, alla seconda generazione di immigrati islamici, ne ricavasse un aiuto. Il deputato Naser Khader, di origine siriana, capogruppo dei musulmani democratici, dice che il libro ha il merito di porre le domande giuste. “La minaccia islamista esiste e sarebbe ridicolo minimizzarla”.

Il resto del suo articolo si può leggere qui.

Le altre puntate dell'inchiesta pubblicata da padre Samir su Asia News sono state dedicate ai rapporti tra islam e donne, islam e omosessuali e islam e costituzioni europee.

Su questo stesso blog, tra i tanti post raccolti nel dossier islam, segnalo come più attinenti al tema:

La cittadinanza serve all'integrazione? Il caso degli islamici inglesi

La cittadinanza agli immigrati e l'esempio americano

Integrazione islamica modello svedese

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lunedì, marzo 26, 2007

Caro Pizzetti, non c'è solo Sircana. Botta e risposta con il garante della Privacy

di Fausto Carioti

Egregio professor Francesco Pizzetti, presidente dell’Authority per la difesa della Privacy, le scrivo perché intendo approfittare del suo attuale momento di iperattivismo. Vorrei capire se, dopo essersi tanto agitato per difendere la privacy dei potenti dai giornalisti, intenda fare qualcosina anche per tutelare la privacy dei giornalisti dai potenti.

Come forse saprà, il sottoscritto è stato oggetto di una lunga e accurata rettoscopia informatica ad opera dei signori del Tiger Team, il gruppo di spioni messi a busta paga da Telecom Italia. Per sei mesi, dall’ottobre 2003 al marzo 2004, gli hacker remunerati con i soldi delle nostre bollette, interessati a capire cosa stessi scrivendo, hanno spiato i documenti che erano nel mio computer e controllato ogni attività svolta dal sottoscritto su Internet, compresi gli acquisti online e la mia normale corrispondenza di posta elettronica. Nel loro lavoro sono venuti a sapere numerosissimi particolari della mia vita privata: quali sono le mie amicizie e cosa ci scriviamo via mail, quali libri compro su Amazon, il numero della mia carta di credito e così via. Un cd rom contenente tutto il materiale copiato illegalmente dal mio computer è stato trovato le scorse settimane nella cassaforte dell’ufficio Telecom di Andrea Pompili, coordinatore del Tiger Team. Attenzioni similmente morbose sono state riservate dagli stessi individui anche a Davide Giacalone, collaboratore di Libero, e a Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera. Il racconto delle nostre vicende è stato pubblicato su tutti i principali giornali, ed è scontato che lei fosse al corrente di tutto.

Ovviamente, dei risvolti penali della vicenda se ne stanno occupando avvocati e magistrati. Però la violazione della nostra privacy per mano di personaggi al soldo della maggiore azienda di telecomunicazioni del Paese è materia sua, caro professore. Dopo la pubblicazione delle notizie sulle intrusioni informatiche ai nostri danni, la sua authority, forte dell’autonomia che le è stata data, avrebbe dovuto intraprendere un’azione in difesa della privacy dei giornalisti coinvolti e della categoria che rappresentano. Ad esempio, interpellando Telecom o facendo un’ispezione negli uffici del gruppo (cosa che è nei suoi poteri) per capire se quello che era apparso sui giornali era vero, e magari anche per controllare se, oltre ai nomi noti, erano state spiate altre persone, giornalisti o meno. Non le è venuta la curiosità di sapere se negli uffici Telecom ci fossero altri cd rom su cui è stata masterizzata la vita privata di qualche ignaro sventurato? A me sì. Se in queste sue indagini fosse incappato in qualche “notizia criminis”, sarebbe stato suo compito informarne i magistrati. Ma, al momento, non risulta che lei abbia adottato alcuna iniziativa nei confronti dell’azienda i cui uomini erano abituati a ficcanasare nella vita altrui. Il sito della sua authority non segnala l’apertura di alcun fascicolo recante l’intestazione “Tiger team”. Né lei ha chiesto a Telecom e agli altri gestori della telefonia di dare un giro di vite per garantire maggiore sicurezza a tutti. Non si ricorda nemmeno che abbia espresso dichiarazioni di semplice preoccupazione per le violazioni della privacy emerse grazie all’indagine dei magistrati milanesi.

Eppure, quando si è trattato di difendere la vita privata di Silvio Sircana, appena designato portavoce unico del governo Prodi, lei non ha perso un minuto. Prima ha esternato indignato: «Trovo inaccettabile che si metta a rischio l’immagine e la dignità stessa delle persone accostandole a fatti e vicende che dimostrano soltanto l’intenzione di perpetrare a loro danno ricatti e comportamenti criminosi». Cribbio, che partecipazione emotiva sa sfoderare in certe occasioni. Quindi, in tempi rapidissimi, ha varato un provvedimento per bloccare la diffusione sui giornali di «condotte private che non hanno interesse pubblico», prevedendo da tre mesi a due anni di carcere per chi trasgredisce. Lo ha fatto per impedire la pubblicazione delle fotografie che ritraevano Sircana intento a discutere con un viado. Anche se poi il risultato è stato inversamente proporzionale all’impegno. Gli stessi giornali vicini al governo l’hanno criticata. Il quotidiano La Stampa, piemontese come lei, l’ha definita «un garante da buttare». Alla fine Sircana, pur di levarsi di dosso una simile norma, spudoratamente ad personam, ha invitato gli organi d’informazione a fregarsene del suo provvedimento e pubblicare quelle foto che lei voleva tenere nascoste (lo abbiamo accontentato subito).

Insomma, professor Pizzetti, vorremmo capire se lei, oltre a scattare sull’attenti quando si tratta di difendere gli amici di Prodi dalle conseguenze delle loro piccole bischerate, è interessato a tutelare anche la privacy di noi comuni mortali, colpevoli solo di aver provato a fare il nostro mestiere. Ce lo fa sapere? Grazie.

© Libero. Pubblicato il 24 marzo 2007.

Gli interessati possono trovare qui la risposta di Pizzetti e la mia controreplica (la freccettina verde in basso sulla pagina che vi si aprirà serve a passare alla pagina successiva. Lo scrivo perché l'interfaccia della rassegna stampa della Camera è tutt'altro che intuitivo).

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sabato, marzo 24, 2007

L'Italietta prodiana vista dal New York Sun

Nella pagina degli editoriali del New York Sun l'Italia governata da Romano Prodi appare per quello che è. Un alleato da operetta, come tale pericoloso per chi le combatte accanto.
L'Italia è criticata per il rilascio di cinque combattenti talebani in cambio di un giornalista italiano che era stato catturato, ma il governo che ha materialmente rilasciato i guerriglieri è quello afghano. (...)

Se il governo afghano continua su questa strada, quella di rilasciare i nemici catturati in modo che possano uccidere altri americani, sarà difficile trovare qualche americano favorevole a spedire i nostri soldati là per aiutare il governo afghano.

Sarà anche difficile trovare qualche europeo favorevole a farlo. I ministeri degli Esteri olandese e quello inglese hanno criticato il rilascio dei combattenti talebani. Da come stanno andando le cose, il governo di Kabul rischia di poter contare solo sull'Italia, il che sarebbe una cosa pericolosa, visto che oggi gli italiani sono gli obiettivi più ricercati dai rapitori di tutto il mondo a causa della reputazione che Roma ha per la generosità con cui tratta i sequestratori.

Uno sarebbe tentato di dire che italiani e afghani si meritano l'un l'altro e lasciare che le cose restino così, se non fosse che il compito della missione Nato in Afghanistan non è solo appoggiare il governo di Kabul. E' anche portare avanti i combattimenti per distruggere ciò che resta degli attentatori dell'11 settembre 2001. Questa è una missione troppo importante per la sicurezza americana da permettere agli afghani o agli italiani, per buone che possano essere le loro intenzioni, di comprometterla.

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venerdì, marzo 23, 2007

I comunisti e i trattati di Roma: una giravolta lunga 50 anni

In questi giorni sono tutti lì, in prima fila, a battere le mani all'Europa unita e a celebrare con parole vibranti i trattati di Roma, dei quali ricorre il cinquantenario. Come se la costruzione europea fosse un'invenzione loro, dei comunisti. Qui, ad esempio, si può leggere il discorso ufficiale del presidente della Camera, Fausto Bertinotti, il quale evoca commosso «lo spirito della fondazione dell’Europa che oggi celebriamo e che dobbiamo recuperare».

Solo che i comunisti quello spirito lo contrastarono in tutti i modi. E votarono contro l'approvazione dei trattati di Roma, accusati di creare «gravi danni» al Paese e di mille altre nefandezze. In quei giorni i comunisti ostentavano la loro opposizione «verso la politica che ispira questo trattato, verso la politica delle forze che lo hanno suggerito» con lo stesso fervore con cui oggi sostengono le cose diametralmente opposte. Su tutto questo, magari sarebbe stato doveroso che Bertinotti avesse speso mezza parola, se non di autocritica (figuriamoci) almeno di riflessione. Niente, zero assoluto.

Così, chi si vuole divertire può leggere il lungo intervento in cui Gian Carlo Pajetta, il 25 luglio del 1957, spiegava all'aula di Montecitorio tutti motivi per cui il partito comunista italiano si apprestava a votare contro i trattati di Roma. Ne pubblico qualche stralcio.
Signor Presidente, onorevoli colleghi. Di fronte alla strana unanimità che è sembrata distinguere gli oratori di tutte le parti, al di fuori della nostra, nel dichiarare - salve le critiche, che sono state tante - che i trattati sottopostici rappresentano un elemento positivo, compete alla nostra parte di giustificare una opposizione che non verte soltanto su singoli, gravi danni che questo trattato può portare alla politica del nostro paese, su pericoli che sono stati già avvertiti, su questioni importanti ma non essenziali; ma di giustificare una opposizione verso la politica che ispira questo trattato, verso la politica delle forze che lo hanno suggerito, che lo vogliono rendere una realtà, che vogliono così determinare il destino del nostro paese e di una parte dell’Europa negli anni a venire. (...)

Si tratta quindi di una politica che non può essere considerata come accettabile dalle forze rivoluzionarie, dalle forze che rappresentano i lavoratori del nostro paese. Non possiamo, di fronte a questi propositi, di fronte al fatto che sono le forze reazionarie che lo hanno preparato e che vogliono guidarlo, pensare soltanto che la forza delle cose può trasformare questo strumento o può fare che uno strumento preparato da questa gente divenga un’arma che possa essere impugnata dal movimento democratico. Il mercato comune è voluto dalle forze retrive e dai gruppi privilegiati. Nessuno può contestarlo! (...)

Noi pensiamo che vi sia un’altra politica, quella che coincide con gli interessi generali del paese. Imboccare oggi la strada del mercato comune, la strada che porta al consolidamento della piccola Europa, all’irrigidimento delle divisioni esistenti, non significa soltanto fare delle scelte economiche o giocare alla scommessa della speranza, ma significa rifiutare di imboccare un’altra strada.
Il testo integrale del discorso di Pajetta si può leggere qui, sul sito della Camera. Come dicono a sinistra: per non dimenticare.

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L'islam e le costituzioni europee: altro fallimento del multiculturalismo

«Si comincia a riflettere sul possibile contrasto che esiste tra le costituzioni dei Paesi europei e alcune leggi del Corano». Terza puntata del viaggio del teologo egiziano Samir Khalil Samir nei rapporti tra islam e libertà occidentali. Si parla dell'immigrazione musulmana dinanzi alle leggi fondamentali di Olanda, Danimarca e soprattutto Gran Bretagna. Dove, «dopo decenni di multiculturalismo, le comunità islamiche, invece di integrarsi e di convivere, si stanno sempre più rinchiudendo in un ghetto, e stanno emergendo atteggiamenti fondamentalisti, pericolosi per tutta la società».

Lettura fortemente consigliata. Le puntate precedenti sono dedicate ai rapporti tra islam e donne e islam e omosessuali.

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giovedì, marzo 22, 2007

Mastrogiacomo: due o tre talebani liberi in più non fa differenza

Si attendono smentite, e confidiamo che arrivino. La versione online del Times di Londra, dove non è abitudine pubblicare la prima cosa che passa, riporta la dichiarazione che un'agenzia tedesca attribuisce a Daniele Mastrogiacomo. Frase chiave: «I talebani sono cinquemila. Rilasciarne due o tre non fa alcuna differenza». Alla faccia dei nostri soldati che rischiano la vita per mettere fuori combattimento i terroristi islamici.
From The Times
March 22, 2007

Reporter defends Taleban deal

Richard Owen
The Italian journalist who spent two weeks as a Taleban hostage defended the prisoner exchange that led to his release, despite a storm of international controversy.
Daniel Mastrogiacomo, 52, was seized in Helmand province on March 3 and was forced to watch his Afghan driver being beheaded.
The Repubblica correspondent told a German news agency: “The Taleban control three quarters of southern Afghanistan. There’s 5,000 of them. Releasing two or three prisoners wouldn’t make any difference. I think it is right to negotiate if it means showing that we are different from the Taleban, that we know how to forgive, and that we respect human life above anything else”.
British and US officials fear that the deal for the release of Mr Mastrogiacomo sets a dangerous precedent.

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C'è qualcuno che vuole guardare in faccia quel morto?

Per carità, finché non ci troviamo nel momento della grande prova siamo tutti bravi a parlare. Però, a freddo, scrivo che mi sarei vergognato ad esultare per un solo istante, dopo aver causato - pur senza volerlo - la morte - una morte così orrenda - di un altro essere umano. Sayed Agha, l'autista del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, è stato decapitato venerdì dai macellai islamici gratificati nei giorni successivi dallo sbrago totale del governo Prodi e del quotidiano di largo Fochetti. E' morto per aver aiutato un giornalista italiano a fare il suo mestiere. E' un morto di guerra, è morto per quella libertà d'informazione con cui tutti ci riempiamo la bocca, e andrebbe considerato a tutti gli effetti un morto italiano. Ma il suo è un cadavere imbarazzante, e tutti fanno a gara per non vederlo.

Imbarazza perché ricorda a tutti che, ad essere uomini, non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare. Di sicuro non così, non in pubblico. Imbarazza perché la moglie, incinta, appresa la notizia ha perso il figlio. Un dolore più grande di ogni cosa, che non può non far sentire in colpa chi in questi giorni festeggia.

Bravo quindi Massimo Gramellini ad aver portato il nome di Sayed Agha in prima pagina sulla Stampa. Anche se della sua carezza - di cui non verrà mai a sapere - la moglie di Sayed Agha se ne fa ben poco. Sarebbe giusto e sensato, invece, se la sinistra equa e solidale e la buona stampa liberal (tipo, chessò, l'editore di Repubblica, Carlo De Benedetti) mettessero mano al portafoglio. Meglio ancora se il governo Prodi, dopo aver fatto liberare cinque tagliagole, amici di quelli che le hanno sgozzato il marito, offrisse alla moglie del poveretto e a ciò che resta della sua famiglia la possibilità di venire in Italia e ottenere una sorta di vitalizio. O pretendere che la politica sia attenta a certi dettagli "umani" è chiedere troppo?

Guardare in faccia quella morte e il dolore che ha provocato sarebbe anche un gesto di coraggio politico. Il primo passo per metabolizzare quello che è accaduto nei giorni scorsi, il dicibile e l'indicibile, è farci i conti a testa alta. Invece, come sempre, finirà che metteranno tutto sotto il tappeto.

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mercoledì, marzo 21, 2007

La domandina

Adesso la domanda è: cosa racconterà il governo Prodi quando i talebani, che intanto festeggiano i risultati del ricatto all'Italia, inizieranno a sparare sul serio sui nostri soldati in Afghanistan? Come spiegherà a quelli che finiranno nel mirino dei jihadisti, e alle loro famiglie, che tra quelli che sparano ci sono Ustad Muhammad Yasir, che già promette di «riprendere il Jihad per cacciare gli invasori e combattere gli apostati», e gli altri quattro tagliagole fatti ufficialmente liberare dal governo afghano su richiesta insistente di Romano Prodi e Massimo D'Alema? Come giustificherà che alcune vite sono state ritenute meno preziose di altre? Il povero ministro Arturo Parisi, che già sprofonda nell'imbarazzo, cosa si inventerà quel giorno?

Quanto al ministro degli Esteri italiano, che dice «non credo che le truppe italiane siano in una buona situazione. Stiamo andando ad affrontare momenti difficili», non c'è motivo di dubitare della sua sincerità - anche perché non fa che riconoscere ciò che tutti sanno da settimane. Ma rende ancora più imbarazzante il fatto che D'Alema non abbia il coraggio politico di prenderne atto ufficialmente e presentare in Parlamento una proposta di rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan che doti i nostri militari (al momento, per precisa scelta politica, gli unici della coalizione senza artiglieria pesante e velivoli da combattimento) delle armi e delle regole d'ingaggio adeguate a questi «momenti difficili». Dire che il peggio è in arrivo e non fare nulla per fermarlo, se non sperare che chi ti deve sparare addosso si commuova dinanzi alla tua richiesta di farlo sedere a una conferenza internazionale di pace, significa usare le vite dei nostri soldati per puntellare il traballante governo Prodi, soggetto al ricatto filo-talebano dei tanti pacifisti e anti-americani dell'Unione.

Post scriptum. A proposito. Qui Gino Strada ci spiega da par suo che il problema dell'Afghanistan non sono i talebani che rapiscono gli occidentali e sgozzano i poveracci, ma il governo di Hamid Karzai. Quello che ha lasciato le donne afghane libere di tornare a scuola e di avere il diritto di voto. Quando si dice il progressismo.

Post scriptum 2. Di tutto questo e di molto altro si parla su L'Occidentale, il nuovissimo quotidiano online della Fondazione Magna Carta, diretto dal bravissimo Giancarlo Loquenzi. Da mettere tra i link permanenti.

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martedì, marzo 20, 2007

Quando Repubblica titolava: "Non si tratta con i terroristi"

Oggi, 20 marzo 2007. Il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, ringrazia Romano Prodi e Massimo D'Alema «per aver voluto e saputo premere su Karzai, il presidente dell'Afghanistan, perché nella sua autonomia rispondesse alle richieste che a lui rivolgevano i rapitori taliban».

Ventinove anni fa. L'Italia è spaccata in due fazioni. Repubblica è capofila del partito della fermezza: nessun accordo con i terroristi che tengono prigioniero Aldo Moro. Costi quel che costi. Perché «non c'è terza via: c'è la via della trattativa pura e semplice tra il governo e i terroristi. La pretesa terza via è una menzogna con la quale si cerca di nascondere il negoziato». La linea la illustrava questo editoriale - tranchant sin dal titolo - apparso sul quotidiano di Eugenio Scalfari mercoledì 3 maggio 1978. Editoriale non firmato, e come tale attribuibile al fondatore-direttore di Repubblica.
NON SI TRATTA CON I TERRORISTI

Qualcuno, con una rozzezza morale e politica sulla quale non c'è bisogno di spender parole, cerca di riversare su coloro che difendono una linea di fermezza di fronte ai terroristi, la responsabilità dei loro assassinii. Sarebbe come dire che è colpa degli aggrediti il delitto perpetrato dagli aggressori. Vale la pena di polemizzare con chi stravolge la realtà fino a questo punto?

L'ultima serie di lettere di Aldo Moro, arrivate tutte insieme nel pomeriggio di sabato scorso ad un unico recapito, ha fatto comunque giustizia di quella sbandierata "terza via" che il segretario del Psi Bettino Craxi, va da qualche giorno perseguendo.

Come avevamo capito fin dall'inizio e come Moro stesso conferma, non c'è terza via: c'è la via della trattativa pura e semplice tra il governo e i terroristi. La pretesa terza via è una menzogna con la quale si cerca di nascondere il negoziato. Infatti, le iniziative unilaterali proposte da Craxi non sono altro che la grazia o la libertà provvisoria per alcuni detenuti e una riforma del regime carcerario, tutte cose che le Br hanno chiesto direttamente o attraverso le lettere di Moro o per gli interposti uffici del loro “avvocato”.

Resta il problema angoscioso d'un uomo che grida disperatamente dal pozzo della sua prigione. Quelle grida - comunque finisca questa vicenda - nessuno di noi potrà scordarle mai più.

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lunedì, marzo 19, 2007

Con gli omosessuali e con l'islam: gli ossimori del multiculturalismo

Il teologo Samir Khalil Samir si pone il problema che il pensiero debole progressista preferisce ignorare: è possibile avere una società ad alto tasso di immigrati islamici, perfettamente inseriti, cioè in grado anche di far valere le loro istanze religiose sul piano politico, nella quale i diritti degli omosessuali siano rispettati? Da queste parti se ne era iniziato a parlare qui.

Padre Samir affronta il tema dal punto di vista storico e dottrinario.
In Italia, proprio i fautori della tolleranza culturale ad oltranza stanno proponendo una legge sulle coppie di fatto, che prevede diritti anche per le coppie omosessuali. Sono stati preceduti da altri Paesi europei dove si può fare la stessa osservazione.

Curiosamente, su questo problema, le comunità musulmane – tanto difese dai progressisti liberal – non si sono pronunciate. L’Ucoii, ad esempio, – un’associazione di musulmani italiani che pretende di rappresentare la maggioranza dei musulmani perché controlla (spesso per motivi finanziari) gran parte delle moschee – parla solo quando gli conviene politicamente, quando si intravede la possibilità di ottenere un diritto, un privilegio, di avere una sala di preghiera, una moschea, una riduzione del tempo di lavoro durante il Ramadan, una vacanza per il pellegrinaggio alla Mecca, ecc.

Ma i membri dell’Ucoii non si impegnano nelle cause che si dibattono in Italia. Il problema del valore della famiglia o delle coppie omosessuali sembra non interessarli. Ciò è segno che essi non portano avanti un progetto di integrazione, ma di rivendicazione.

Diciamo subito che la questione delle coppie di fatto non è mai stata prospettata, né nel passato (come è ovvio), né oggigiorno. Più ancora che nel cristianesimo, l’islam mette l’accento nel matrimonio sulla procreazione, e in secondo luogo sul piacere sessuale, compreso esclusivamente nel quadro del legalità, sia quella del matrimonio, sia quella del concubinato. Fuori del matrimonio legale e del concubinato riconosciuto, qualunque atto sessuale è un peccato grave, e ciò in tutte le scuole giuridiche dell’islam, sunnita e sciita.

Vediamo dunque qual è la posizione ufficiale dell’islam (nelle sue più importante scuole giuridiche) riguardo all’omosessualità, poi qual è la realtà del mondo musulmano (ieri e oggi) sulla questione dell’omosessualità, e infine qual è la legislazione odierna dei vari Paesi musulmani.
Il resto qui, su Asia News. Lettura istruttiva.

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sabato, marzo 17, 2007

La caricatura della caricatura di Corrado Guzzanti

di Fausto Carioti

Andamento lento. Lentissimo. Praticamente immobile. Il Romano Prodi di oggi è la caricatura della caricatura che gli faceva Corrado Guzzanti in televisione una decina d’anni fa: «Sono come un semaforo. Fermo. Non mi muovo di un metro. Sto sul culo a tutti, ma l’importante è restare al governo». Il presidente del consiglio ha capito che è meglio perdere tempo che perdere la poltrona. Così ha stracciato il programma del suo esecutivo e l’ha sostituito con uno nuovo, alquanto stringato. Una sola riga: cambiare la legge elettorale scrivendone una bipartisan, del quale lui stesso si fa garante. Il tutto con la massima calma. Perché ogni giorno buttato via senza concludere nulla è un giorno guadagnato per il governo. Davanti all’unico che avrebbe davvero qualcosa da obiettare sulla dilatazione dei tempi, Silvio Berlusconi, Prodi agita il bastone e la carota. Il bastone è la legge Gentiloni, con cui il governo vorrebbe riscrivere le regole dell’emittenza in modo da penalizzare le tv di Berlusconi. Ma è un’arma spuntata, perché non si vede come un provvedimento simile possa uscire indenne dalla palude del Senato. Più efficace potrebbe rivelarsi la carota, ovvero il possibile passaggio di Telecom Italia nell’orbita Mediaset, impraticabile senza l’avallo del governo. La dice lunga il fatto che Fedele Confalonieri ne parli apertamente e che da sinistra nessuno lanci l’allarme per l’ennesimo attentato berlusconiano al pluralismo, e anzi qualcuno - tipo il ministro ds Pierluigi Bersani - quasi lasci intendere di gradire la soluzione.

Lo scomparso Pinuccio Tatarella, che di politica ne sapeva qualcosa, in simili casi si divertiva a parafrasare Virgilio: «Timeo ulivaos et dona ferentes», temo gli ulivisti anche quando portano doni. L’intento di Prodi è chiaro: uscire il meno malconcio possibile dalla votazione sul rifinanziamento della missione in Afghanistan che si terrà a fine mese. È scontato che il governo avrà bisogno del voto decisivo dei senatori a vita e del centrodestra. A questo punto, se l’opposizione si presentasse compatta al Quirinale per chiedere le sue dimissioni avrebbe in serio pericolo. Il primo obiettivo è dunque ammorbidire i rivali almeno sino ad allora, o quantomeno dividerli a colpi di promesse: con Berlusconi si impegna a difendere il bipolarismo mentre gli fa annusare l’affare Telecom, tenta la Lega e l’Udc ventilando l’ipotesi di far saltare il referendum, e intanto il suo ultimo scudiero, Arturo Parisi, resta nel comitato referendario assieme agli emissari di Berlusconi e di Gianfranco Fini. Impegni inconciliabili: Prodi promette tutto e il contrario di tutto, ma se ne frega perché servono solo a fargli guadagnare tempo.

Basta leggere l’agenda dei suoi appuntamenti. Martedì il premier ha avviato le consultazioni per la riforma della legge elettorale incontrando la Lega. Pur di scongiurare il rischio-referendum, che lo ridurrebbe a un partito marginale, il Carroccio si è detto disposto a riscrivere la Costituzione, operazione che può portare via due anni. Fregandosi le mani, Prodi si è preso un giorno di riposo. Giovedì ha incontrato l’Udc, che vuole una legge elettorale proporziona e con soglia di sbarramento, sul modello tedesco. Lui ha risposto che se ne può discutere. Ieri c’era il consiglio dei ministri, ora c’è il fine settimana. Se ne riparla martedì con gli uomini di Alleanza nazionale. Poi sarà il turno di Forza Italia e dei partiti della maggioranza. Dopo, ovviamente, ci vorrà almeno un secondo giro di incontri. Bisognerà stendere una bozza di riforma elettorale, sottoporla ai partiti, correggerla. Senza fretta: più tardi diventa evidente che è impossibile trovare un accordo - persino all’interno dello stesso centrosinistra - meglio è per lui.

Il tentativo di Prodi è sfacciato. Uno degli analisti più attenti del centrodestra, il senatore di Forza Italia Gaetano Quagliariello, denuncia: «Il fatto che la crisi di governo si sia aperta sulla politica estera e si sia chiusa sulla legge elettorale è già di per sé un assurdo. Adesso Prodi usa la legge elettorale come un ostaggio, per cercare di durare il più possibile. Ma è tutto da dimostrare che la legge elettorale sia un’emergenza, e anche se lo fosse deve essere affrontata in maniera chiara e veloce. Per organizzare incontri con i partiti su questo tema non occorrono sei mesi, come sta facendo Prodi, ma bastano cinque giorni».

Proprio oggi, da Cernobbio, Berlusconi avviserà il rivale che Forza Italia non è disposta ad accettare trattative infinite sulla legge elettorale. Giorgio Stracquadanio, senatore vicinissimo al Cavaliere, fa capire che la tregua armata vacilla e che un ultimatum potrebbe essere vicino: «Il governo è politicamente morto, perché ha mancato di rispettare la prima delle promesse elettorali di Prodi. Aveva assicurato che stavolta, a differenza del ’96, c’era una coalizione coesa e coerente, unita da un programma e da una leadership. Dopo soli otto mesi si è dimostrato che quella promessa era falsa. Sulla politica internazionale, e non solo, il programma non c’è più. E non c’è più nemmeno la leadership, tanto che Prodi, nei dodici punti, è stato costretto a mettere nero su bianco che quello che decide è lui».

Eppure, se riuscirà a restare in sella sino a giugno, Romano il temporeggiatore potrà quasi dire di averla spuntata. Varato il documento di programmazione economico finanziaria (tutt’altro che impegnativo), abbandonato al suo destino il disegno di legge sui Dico e lasciando il Senato il più disoccupato possibile, il governo dovrebbe riuscire ad arrivare vivo alla fine dell’anno. Quando, grazie alla crescita dell’economia e delle entrate tributarie avviata col precedente governo, ci saranno un po’ di mance da distribuire agli elettori con la Finanziaria. A quel punto la “nuttata” sarà passata. Certo, basta poco per mandare tutto quanto a monte, specie in Afghanistan, dove un incidente tra i soldati italiani e le milizie talebane manderebbe a picco la maggioranza. Ma Prodi, al momento, alternative non ne ha. Può solo fare melina e sperare che la sua fortuna, quel fattore “c” che tante volte l’ha aiutato in passato, non lo abbia abbandonato per sempre.

© Libero. Pubblicato il 17 marzo 2007.

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giovedì, marzo 15, 2007

Negazionismo ambientalista

C'è un nuovo reato. Si chiama negazionismo ambientalista. Ne sono colpevoli gli scienziati che osano mettere in discussione i fondamenti "scientifici" (sulla cui scientificità si potrebbe discutere a lungo) del protocollo di Kyoto. Nel migliore dei casi ti levano i fondi per la ricerca, che per uno scienziato sono l'equivalente dell'ossigeno. Nel peggiore, rischi di trovare un imbecille sotto casa che ti ammazza.

La storia la racconta nei dettagli il Daily Telegraph (hat tip: la mia amica Giulia e Cox & Forkum).
Timothy Ball, un ex professore di climatologia all'università di Winnipeg in Canada, ha ricevuto cinque minacce di morte via email da quando ha reso note le sue perplessità sul grado in cui l'uomo starebbe contribuendo al cambiamento climatico. Una delle email lo avvertiva che, se avesse continuato a parlare, non avrebbe vissuto abbastanza da assistere al continuo surriscaldamento del pianeta.

«I governi occidentali hanno pompato miliardi di dollari in carriere e centri di ricerca e questi si sentono minacciati», ha detto il professore. «Posso tollerare di essere chiamato scettico, perché tutti gli scienziati dovrebbero essere scettici, ma adesso hanno iniziato a chiamarci negazionisti, come se stessimo parlando dell'Olocausto». (...)

La scorsa settimana, il professor Ball era apparso in "The Great Global Warming Swindle", un documentario di Channel 4 nel quale numerosi scienziati sostenevano che la teoria del riscaldamento globale causata dall'uomo è ormai diventata una "religione", al punto da costringere le spiegazioni alternative ad essere obbligatoriamente ignorate.

Richard Lindzen, professore di Scienza Atmosferica al Massachusetts Institute of Technology - apparso anche lui nel documentario - ha dichiarato di recente: «Gli scienziati che dissentono dalla linea allarmista hanno visto i loro fondi sparire, i loro lavori derisi e loro stessi etichettati come tirapiedi delle industrie. «Il risultato è che le bugie sul cambiamento climatico guadagnano credibilità anche quando sono uno schiaffo alla scienza».
Post scriptum. Per gli interessati all'aspetto epistemologico del problema: il confronto in atto nel mondo scientifico sulla verosimiglianza della teoria dell'origine antropica del riscaldamento globale (e scusate i paroloni), cioè della teoria che imputa all'uomo il riscaldamento del pianeta, è anche, oltre che una lotta per i finanziamenti governativi, l'ennesimo atto dello scontro tra falsificazionisti e verificazionisti. Cioè tra chi pensa che le teorie vadano messe alla prova cercando di falsificarle (e gli assunti teorici alla base del protocollo di Kyoto fanno acqua da tutte le parti) e chi invece si danna l'anima per difenderle dalle confutazioni, anche dalle più evidenti. I veri scienziati, come ci ha spiegato Karl Raimund Popper, in questo e negli altri dibattiti sono i falsificazionisti.

Post scriptum 2. Se poi vi piace credere che quei cuori teneri degli ambientalisti non avrebbero mai il coraggio di ammazzare chicchessia, chiedete a Pim Fortuyn cosa ne pensa.

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La grande bugia afghana

di Fausto Carioti

Poi dicono che gli italiani perdono interesse per la politica. Sarebbe strano il contrario. Il balletto che governo e Parlamento stanno facendo da giorni attorno ai duemila militari italiani in Afghanistan non solo è moralmente indecente - di mezzo ci sono le vite dei nostri soldati - ma anche incomprensibile agli occhi di una persona normale. È bastato che le agenzie di stampa spagnole mettessero nero su bianco l’indicibile, e cioè che i soldati italiani, assieme a quelli inviati da Madrid e alle truppe regolari afghane, stanno combattendo da lunedì «la più imponente offensiva contro il movimento talebano dall’inizio dell’anno», per sollevare il velo di ipocrisia e mandare nel panico tutte le marionette del teatrino.

Tutti sanno che laggiù i nostri soldati sparano e partecipano alle operazioni militari della Nato. Lo sanno il governo e la maggioranza, ma non lo possono ammettere in pubblico per non mettere in imbarazzo l’ala sinistra dell’Unione. Lo sanno Rifondazione e Comunisti italiani, ma debbono fingere di ignorarlo per non perdere definitivamente la faccia davanti ai loro elettori. Lo sa l’opposizione, dove però di questi tempi si preferisce limitarsi a timbrare il cartellino e si fa di tutto per evitare di sottoporre Romano Prodi a shock eccessivi: cagionevole com’è, se poi cade per davvero quelli della Cdl rischiano di ritrovarsi impastoiati in un governo tecnico benedetto da Giorgio Napolitano, e allora addio risate alle spalle della sgangherata combriccola di ministri. Finché non ci sarà la certezza di andare alle urne (cosa sulla quale il centrodestra è tutt’altro che d’accordo) Berlusconi eviterà di tentare il colpo di grazia a Prodi.

Così ieri in tanti avrebbero volentieri fatto finta di non vedere le notizie in arrivo dalla Spagna. Che però avevano il grave difetto di essere dettagliate e concordi. Due delle principali agenzie di Madrid, citando fonti del ministero della Difesa spagnolo, svelavano che i soldati italiani e quelli spagnoli già da lunedì sono impegnati in una massiccia missione militare per «impermeabilizzare» la frontiera sudoccidentale dell’Afghanistan, bloccando le infiltrazioni dei talebani. Al comando dell’intera operazione, destinata a durare sino al 10 aprile, gli spagnoli indicano «el general italiano Antonio Satta». Insomma, ci siamo dentro sino al collo. Come se non bastasse, la Nato ha annunciato l’avvio, in tempi rapidi, di una nuova operazione militare e civile in Afghanistan.

Quando il governo è stato chiamato dall’opposizione a rendere conto delle notizie provenienti da Madrid, si è assistito a scene di rara comicità. Ugo Intini, viceministro degli Esteri, ha balbettato: «Non abbiamo ancora elementi sufficienti per riferire davanti alle commissioni». Lorenzo Forcieri, ds, sottosegretario alla Difesa, ha recuperato dagli annali della prima repubblica perifrasi ambigue degne dei migliori democristiani: le truppe italiane in Afghanistan «stanno svolgendo quello che sono lì per fare»; «non credo sia possibile che le nostre truppe possano partecipare alle operazioni di attacco nei confronti dei talebani, dei terroristi o dei ribelli». Come fa un viceministro agli Esteri a non avere «elementi sufficienti» per dire se stiamo partecipando a una simile operazione militare? Con che faccia un sottosegretario alla Difesa si limita a «non credere possibile» il coinvolgimento armato del nostro contingente, quando la responsabilità di ciò che i nostri soldati possono fare a Kabul e dintorni è tutta politica?

Mancano due settimane alla votazione in Senato sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, e il governo già rischia di tornare in fibrillazione per colpa di una notizia che tutti sanno essere vera, ma nessuno vuole che divenga ufficiale. Anche l’amico spagnolo di Prodi, il premier José Luis Zapatero, dal cui governo era partita la scomoda verità, non è riuscito a dare a palazzo Chigi un aiuto decente. Gli uffici del ministerio de Defensa si sono limitati a «non confermare» ufficialmente la presenza dei militari italiani, che nel gergo politico e giornalistico è cosa assai diversa da quella smentita che avrebbe voluto Prodi, e che Madrid non ha potuto dargli.

Siccome il coraggio, anche quello politico, uno non se lo può dare, nessuno si illude che di punto in bianco Prodi e Arturo Parisi ammettano che i soldati italiani sparano, e che sarebbe giusto dotarli di mezzi blindati e regole d’ingaggio adeguati allo scontro con i talebani. Il rischio, però, è che questa operazione-verità, se non la fanno loro, la faccia - Dio non voglia - qualche soldato italiano spedito da Kabul a Ciampino dentro un sacco nero. Sarebbe peggio per tutti: per il governo, per la maggioranza e per l’opposizione. E soprattutto, ovviamente, sarebbe peggio per il povero ragazzo chiuso in quel sacco.

© Libero. Pubblicato il 15 marzo 2007.

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mercoledì, marzo 14, 2007

Mondiali 2006: doppiezza e ipocrisia del governo Prodi

di Fausto Carioti

L’ipocrisia con cui il neonato governo Prodi prima cavalcò l’ondata moralista di Calciopoli e poi si gettò a pesce sulla vittoria azzurra ai mondiali era evidente a occhio nudo. L’immagine di Giovanna Melandri sul pullman degli azzurri vincitori, nella notte romana del 10 luglio, è una delle più eloquenti tra le tante figure peregrine che ci ha regalato l’esecutivo dell’Unione. Ma ora si scopre che ipocrisia e doppiezza andavano assai più in profondità di quanto si potesse intuire: fosse stato infatti per Romano Prodi e la Melandri, Marcello Lippi non avrebbe guidato l’avventura italiana in Germania e - si può dire con qualche ragione - il quarto titolo mondiale non sarebbe arrivato sulle maglie azzurre. I due, svela un libro appena uscito, esercitarono fortissime pressioni sul commissario della Federcalcio Guido Rossi, alla vigilia del mondiale, affinché esonerasse Lippi, colpevole di avere il figlio coinvolto nello scandalo Gea. Un teorema, quello per cui le colpe (peraltro ancora da dimostrare) dei figli debbono ricadere sui padri, barbaro e insensato, tanto che Rossi, che pure non è un agnellino, vi si oppose, confermando Lippi contro la volontà del governo.

È tutto raccontato in “Calciopoli. Collasso e restaurazione di un sistema corrotto”, di Bruno Bartolozzi e Marco Mensurati (il primo, oggi al Corriere dello Sport, è stato capo della comunicazione dell’Inter, mentre Mensurati è un giovane cronista di Repubblica). Libro-inchiesta “partigiano”, nel senso che prende dichiaratamente le parti di Rossi (non è difficile intuire una certa vicinanza tra lui e i due autori). Tra i protagonisti del volume spiccano proprio il presidente del consiglio e la sua ministra per lo Sport. A loro è dedicato un capitolo, inequivocabile già nel titolo: “Il governo Prodi contro Lippi”. E chi ne esce peggio è proprio l’esponente diessina. In una pagina ambientata nelle convulse giornate di metà maggio si legge: «Il ministro Melandri (...) è certa che la priorità di Rossi debba essere il licenziamento dell’allenatore della Nazionale. (...) Però Rossi non è intenzionato a far saltare l’allenatore. Il commissario sta procedendo con le sue verifiche e, a meno di impedimenti oggettivi, la conferma del ct in carica è pressoché scontata. Spiazzata, la Melandri prende tempo, si innervosisce e si agita durante tutto il weekend, fa pressione sui commissari, preoccupata di non poter cavalcare l’ondata di indignazione popolare. Ne parla con chi può, deputati, senatori, forse è lei a ottenere che anche il capo del governo si faccia carico del problema. Il governo prova a chiedere a Rossi di liberarsi di quello che ormai è diventato un peso. Ma, come detto, Guido Rossi non ci pensa minimamente. Così la Melandri alla fine si rassegna, e il 22 maggio, da attrice consumata, si prepara a recitare il nuovo copione: calza le infradito e, sotto la pioggia battente, si dirige a Coverciano e si mette in posa per la stampa con il tecnico di Viareggio».

Con le sue smanie di protagonismo, anche quando buon senso e rispetto delle istituzioni avrebbero dovuto suggerirle di non mettere nella vicenda né bocca né dito, la Melandri diventa l’archetipo del vuoto della politica: «In più occasioni», si legge nel libro, «mostra un comportamento che la porta a incarnare il paradigma del politico italiano medio, simbolo dei poteri deboli. Attentissima all’immagine, registra, talvolta in modo eccitato (in questo simile a Matarrese), i sentimenti immediati della gente, ai quali si adegua, quando non li anticipa».

Il resto ce lo raccontano le cronache. Iniziano i campionati del mondo e ben presto si capisce che Fabio Cannavaro e gli altri “impresentabili” fanno sul serio. Fiutata l’aria, Prodi e la ministra iniziano a sbausciare Lippi e la sua truppa. Dopo Italia-Ucraina (3-0 per gli azzurri), ostentando competenze sino ad allora insospettabili, la Melandri regalava agli italiani il suo giudizio tecnico: «Mi ha impressionato Lippi per come ha schierato la squadra». Dopo la semifinale vittoriosa sulla Germania, presidente del consiglio e ministra corrono negli spogliatoi, ad uso delle telecamere, per farsi vedere accanto al ct che poche settimane prima avevano fatto di tutto per cacciare via . «Dico a lei tre volte “bravo”. Ho visto due gol bellissimi. Lei è una persona che ha una passione enorme», gongola il premier, ormai convertito da aspirante epuratore a tifoso numero uno dell’allenatore viareggino.

Con la vittoria dell’Italia nella finale contro la Francia il presidente del consiglio e la sua ministra completano la metamorfosi. Una mossa politicamente obbligata. I sondaggi attestano che il governo Prodi già sta disgustando gli italiani: è il primo esecutivo a non aver avuto nemmeno un giorno di “luna di miele” con gli elettori, e rubare alla nazionale un po’ di luce riflessa è diventato penosamente necessario. Così gli italiani assistono sbigottiti all’esibizione della ministra che canta «po-poppo-popo-poppooppo» sul pullman dei vincitori, mentre Prodi invita a palazzo Chigi la squadra, alza la coppa insieme a Cannavaro e intona il peana per il commissario tecnico e i suoi uomini: «Avete ridato al calcio nazionale, attraversato da una tempesta senza pari, la dignità che merita». La riconferma di Lippi? «Sono pronto ad aprire una trattativa», gigioneggia il premier accanto all’allenatore. «Ridono, quasi due amici», si leggerà su Repubblica.

Intanto, nelle foto che fanno il giro del pianeta, la Melandri, coppa del mondo in mano, è in mezzo a Prodi e Cannavaro e fa la simpatica con il ct vincitore (che di lì a poco si sarebbe dimesso). Scene che, specialmente ora che è venuta a galla l’intera storia, possono ispirare tristezza o disgusto. Ma la verità è che hanno ragione Bartolozzi e Mensurati: «In un Paese che dimentica in fretta e che fa presto a cambiare idea, che ama le iperboli, che annuncia sempre grandi riforme per poi dar vita a leggi modeste e pasticciate, la prerogativa della Melandri di smentirsi di continuo non è un limite, bensì una dote».

© Libero. Pubblicato il 14 marzo 2007.

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Si spara, ma non si dice (sennò Prodi cade)

Citando fonti del ministero della Difesa di Madrid, le maggiori agenzie di stampa spagnole stamattina hanno annunciato che truppe italiane e spagnole già da lunedì stanno combattendo in una vasta operazione militare al confine sudoccidentale dell'Afghanistan, per «impermeabilizzare la frontiera». Si tratta della maggiore offensiva contro i talebani dall'inizio dell'anno.

L'agenzia Europapress è la più dettagliata, e fa anche il nome del comandante che ha ordinato l'intera operazione: «El general italiano Antonio Satta». Trattandosi di spagnolo, si spera che la traduzione non serva.

MADRID, 14 Mar. (EUROPA PRESS) - Tropas españolas e italianas participan en la zona oeste de Afganistán --su zona de responsabilidad-- en una operación en colaboración con el Ejército Nacional Afgano y la Policía en apoyo de la denominada 'operación Aquiles', la mayor ofensiva contra el movimiento talibán de todas las desplegadas este año e iniciada el pasado 5 de marzo con unos 4.500 efectivos de la ISAF y 1.000 soldados afganos en la zona norte de la provincia de Helmand, fronteriza con la provincia occidental de Farah, según informaron a Europa Press fuentes militares.

Estas mismas fuentes indicaron que los efectivos españoles, pertenecientes a la Brigada de Cazadores de Montaña y encuadrados como Fuerza de Reacción Rápida (QRF) de la Base de Herat, llevan varios días desplegados en este operativo, que ha sido ordenado por el comandante del Mando Regional Oeste de ISAF (RCW), el general italiano Antonio Satta. (...)

El citado portavoz gubernamental señaló que el dispositivo se inició ayer y se prolongará hasta el próximo 10 de abril y que tiene como meta "reducir las posibilidades" de que elementos insurgentes "intenten escapar a otras regiones del país, entre ellas la zona oeste".

Altre fonti spagnole, citando la agenzia Efe, confermano tutto e indicano il nome del comandante delle operazioni sul campo: «El teniente general italiano Mauro del Vecchio, quien comanda el Mando Oeste de la ISAF en Afganistán».

Imbarazzo enorme al ministero della Difesa italiano, che ha cercato di metterci una pezza facendo uscire sulle agenzie questo lancio:
(ANSA) - KABUL, 14 MAR - Le truppe italiane non sono impegnate in appoggio all'operazione della Nato 'Achille' nel Sud dell'Afghanistan. Lo riferiscono all'ANSA fonti della difesa italiane. Secondo l'agenzia spagnola Efe, che ha citato il ministero della difesa spagnolo, truppe italiane e spagnole sono impegnate da lunedi' in un'operazione che ha lo scopo di 'impermeabilizzare' la frontiera al Sud e nell'Ovest dell'Afghanistan, in collaborazione con esercito e polizia afghani.
Si attendono smentite serie e credibili anche da parte del governo spagnolo. Altrimenti la smentita del governo italiano non sarà né seria né credibile.

Update. Ecco cosa succede quando l'indirizzo di questo blog è nei bookmark di un senatore, e questo senatore ha il computer portatile acceso nell'aula del Senato. Dal resoconto sommario del dibattito in aula di questa mattina:

STRACQUADANIO (DC-PRI-IND-MPA). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

STRACQUADANIO (DC-PRI-IND-MPA). Agenzie di stampa spagnole - le principali sono la EFE e la Europress - riferiscono che sin da lunedì scorso truppe italiane e spagnole stanno conducendo un'offensiva militare contro i talibani, la più rilevante dall'inizio di quest'anno. Questa offensiva è sotto il comando del generale italiano, Antonio Satta, ma la cosa più grave per cui ho chiesto la parola è che il Ministero della difesa italiano smentisce mentre il Ministero della difesa spagnolo conferma. Ci troviamo in una situazione di estrema gravità, anche alla vigilia del voto che il Senato deve dare sul rifinanziamento alla missione ed è estremamente grave che il Ministro della difesa, in modo molto imbarazzato - posso leggere testualmente quanto riportato dall'agenzia - dica che le truppe italiane non sono impegnate, quando proprio gli spagnoli ci comunicano che il comando è sotto la direzione del generale italiano Satta. Signor Presidente, sarebbe urgentissimo in questa situazione che il Governo venisse a riferire al Senato e che dica la verità, soprattutto quando un alleato come il Governo spagnolo non lo segue nella smentita; anzi; e le agenzie di stampa spagnole non sono state smentite da alcuno. Credo, anche se si può fare interprete presso il presidente Marini e la Conferenza dei Capigruppo, che nel pomeriggio di oggi, al più presto, il Ministro della difesa venga a riferire su questo fatto. (Applausi del senatore Ferrara).

PRESIDENTE. Informeremo il Presidente di questo. Vi sono le strade del sindacato ispettivo ovviamente e la presenza della Conferenza dei Capigruppo proprio per sollecitare questo.

Oggi pomeriggio il governo riferirà in commissione Difesa al Senato.

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Perché Berlusconi fa il tifo per Prodi

In questa fase il migliore alleato su cui può contare Romano Prodi è, suo malgrado, Silvio Berlusconi. In altre parole, scordiamoci che dal leader di Forza Italia e della Cdl possa arrivare a breve il colpo di grazia al governo. Mentre gli elettori del centrodestra incrociano le dita e sperano nel trappolone destinato a mandare in crisi irreversibile lo sgangherato governo Prodi e la sua sgangheratissima maggioranza, Berlusconi e lo stato maggiore del suo partito (e lo stesso avviene in casa di Gianfranco Fini) si pongono un altro problema: una volta caduto Prodi, che facciamo? E siccome ogni alternativa appare o impraticabile o peggiore della situazione attuale, il risultato paradossale è che i leader della Cdl, mentre dicono in pubblico che Prodi deve andare a casa se non raggiunge i 158 voti di maggioranza politica (cioè al netto dei senatori a vita) nella votazione che ci sarà a fine mese per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, in privato sperano che Prodi resti comunque al suo posto, perché quello che potrebbe venire dopo li spaventa assai di più di questo governo, grazie al quale il centrodestra vanta un solido margine di una decina di punti nei sondaggi.

Il discorso, così come viene raccontato dalle teste pensanti della Cdl, è il seguente. Immaginiamo che domani Prodi caschi. L'ideale (almeno per quelli di Forza Italia) sarebbe andare alle elezioni subito. Ma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha già detto che prima si inventerà di tutto per far cambiare la legge elettorale. In realtà è opinione diffusa, almeno tra i grandi partiti, che questa legge vada più o meno bene, e tutti sanno che la situazione di stallo attuale è semplicemente dovuta al fatto che le elezioni sono finite in sostanziale pareggio (l'Unione ha addirittura preso meno voti della Cdl al Senato...). Fatto sta che, scomparso di scena Prodi, Napolitano insisterà per mettere su un governo di larghe intese che abbia al primo punto della sua agenda proprio la riforma della legge elettorale e, se necessario, di quelle parti della Costituzione legate all'introduzione del nuovo sistema di voto.

A questo punto, per Berlusconi ci sarà il dilemma: che fare? Accettare l'offerta del Quirinale ed entrare nella maggioranza che sorregge un governicchio Dini o Marini, oppure rifiutare? Fosse per il Cavaliere, non ci sarebbero dubbi: fare a braccio di ferro con Napolitano, respingere l'offerta e tirare la corda quanto basta per romperla e non lasciare al Colle altra strada che sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Ma Berlusconi ha un incubo: Pier Ferdinando Casini. Se Casini, tentato da una riforma delle legge elettorale in senso proporzionale sul modello tedesco, accetta l'offerta di dialogo della sinistra, e magari la Lega fa altrettanto, lui si ritrova messo all'angolo, unico all'opposizione, assieme a Fini, di un governo che si è insediato per riscrivere le regole. E certe cose si sa come iniziano, ma non come finiscono: si parte con la riforma elettorale e forse si termina con la legge sul conflitto d'interessi e la Gentiloni... No, l'errore che fece nel '95, quando si mise all'opposizione del governo Dini, Berlusconi stavolta non lo può ripetere.

Ma non può nemmeno accettare di far parte di un governo di larghe intese. «Se lo facciamo», argomentano gli strateghi di Forza Italia, «in una settimana perdiamo almeno 5 dei 10 i punti di vantaggio che abbiamo oggi sull'Unione». E più durerebbe questo governo tecnico, più i consensi delle due coalizioni si avvicinerebbero. Non solo: il centrosinistra, nel frattempo, avrebbe il tempo per mettere in pista una nuova candidatura, con ogni probabilità quella di Valter Veltroni. Che equivarrebbe a lasciare il Nord nelle mani della Cdl, ma di sicuro darebbe al centrodestra più problemi di Prodi.

Così a Berlusconi non resta che tifare per Prodi. Finché al governo ci sono lui e Vincenzo Visco, gli italiani continueranno a provare disgusto per l'esecutivo, e le ambizioni degli altri leader del centrosinistra resteranno represse. Non solo: Prodi garantisce Berlusconi da quello che né Franco Marini né Lamberto Dini possono promettergli (anzi...), ovvero il veto a ogni manovra neocentrista tesa a cambiare la legge elettorale e chiudere l'era del bipolarismo.

Ovviamente si tratta di una strategia di corto respiro e rischiosa. Di corto respiro, perché è evidente che Prodi non può andare avanti così per quattro anni, e occorre avere qualche carta da giocare, un'alternativa più o meno pronta da proporre quando il governo, magari per un banale incidente al Senato, cadrà. Rischiosa, perché Prodi, consapevole della sua debolezza, farà di tutto per imbarcare qualche senatore dalla Cdl. Basta il passaggio di un paio di peones nella stessa direzione seguita da Marco Follini per rendere il governo un po' meno traballante. Se poi la ripresa economica darà una mano, e Prodi (usando l'extragettito fiscale garantito dal governo Berlusconi) varerà qualche provvedimento paraculo copiato dal centrodestra, tipo il taglio dell'Ici, per recuperare consensi nel ceto medio, allora l'orizzonte dell'esecutivo si allungherebbe sul serio, e Berlusconi rimpiangerebbe di non aver provato a dare il colpo di grazia al suo avversario quando avrebbe potuto farlo.

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domenica, marzo 11, 2007

Disertori a ore

Ci vorrebbe uno come Leonardo Sciascia. Perché le parole sono gratis e ogni tanto qualcuno se ne approfitta. Gianpaolo Silvestri, senatore dei Verdi, l’altro giorno in Senato: «Ci tenevo moltissimo ad intervenire per portare, da quest’Aula, la piena solidarietà a tutti i disertori di tutte le guerre». «Io penso che la diserzione sia un atto di diritto, che il non obbedire ad ordini di morte, di carneficina sia un dovere». «Il grandissimo Bertolt Brecht ci ricordava che “al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico”».

Niente da ridire. Se non fosse che gli unici che hanno provato ad esercitare questo «diritto» e «dovere» a disertare, i senatori Fernando Rossi e Franco Turigliatto, sono stati insultati ed esiliati dalla sinistra. Rossi, scazzottato da un dirigente dei Comunisti italiani, ha capito che era meglio cambiare aria. Turigliatto è stato cacciato dal Prc. Il verdetto di espulsione lo accusa di non aver partecipato al voto sulla relazione di Massimo D’Alema «nonostante gli organismi dirigenti di Rifondazione e il gruppo senatoriale avessero deciso di approvare la relazione». Colpevole di avere disobbedito agli ordini, dunque.

Niente da ridire, se non fosse che Silvestri, quando la voce del comandante chiama, batte i tacchi come tutti gli altri e vota per mandare i soldati a fare la guerra in Afghanistan. Per poi venire in Senato a recitare l’elogio di «tutti i disertori di tutte le guerre». Ci vorrebbe uno come Sciascia, con quelle sue categorie sempre attuali: uomini, mezz’uomini, ominicchi o quaquaraquà?
(f.c.)
© Libero. Pubblicato l'11 marzo 2007.

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sabato, marzo 10, 2007

Il protocollo di Kyoto fa bene a chi non lo firma

di Fausto Carioti

La litania la conosciamo tutti. Dice che la temperatura terrestre sta cambiando a un ritmo che non ha precedenti, che i ghiacciai si sciolgono, che dalle nostre parti fa troppo caldo o troppo freddo (dipende dall’anno) o comunque che non ci sono più le mezze stagioni (questo vale sempre). E soprattutto sostiene che la colpa di tutto questo è dell’uomo, cioè dell’industrializzazione, del progresso, della modernità. Che quindi vanno resi “eco-compatibili”, cioè - detta come va detta - rallentati. Ce lo ripetono ogni giorno gli organismi internazionali, le associazioni non governative, i rapporti del Wwf e di Greenpeace, Alfonso Pecoraro Scanio e i telegiornali Rai e Mediaset. La soluzione, ci avvertono tutti, è il trattato di Kyoto, che impone agli Stati che vi aderiscono di tagliare le emissioni dei “gas serra” del 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012. Chi non sottoscrive l’accordo, come il presidente americano George W. Bush, è un nemico dell’ambiente, cioè un colpevole di crimini contro l'umanità. Pochi, però, conoscono il prezzo da pagare per sottoporsi al diktat di Kyoto, che per l’Italia sarà più alto di quello di altri Paesi. Ancora meno sono quelli che sanno che la teoria alla base del trattato di Kyoto fa acqua da tutte le parti. Ma le élites del vecchio continente, la cui matrice politica oscilla tra il socialismo e la socialdemocrazia, hanno già deciso per tutti: il mantra ambientalista e politicamente corretto non può essere messo in discussione.

L’ultima conferma è arrivata ieri da Bruxelles, dove i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi dell’Unione hanno stabilito di elevare al 20% la quota di energia che, da qui al 2020, dovrà essere prodotta mediante fonti rinnovabili (idrica, geotermica, biomasse, eolica e solare). Oggi questa percentuale in Italia è pari al 16%, e il trend è in discesa: nel 1994 le rinnovabili garantivano il 21% della produzione elettrica italiana. Come ha ammesso Prodi, adesso «occorre riorganizzare tutto il sistema energetico italiano». L’ipocrisia verrebbe fuori per intero se, invece dell’energia “prodotta”, si considerasse quella “consumata” nel nostro Paese, cioè se si mettesse nel conto anche l’energia che compriamo dall’estero, quasi tutta importata da centrali nucleari situate a pochi chilometri dai nostri confini.

Il prezzo da pagare per esserci fatti legare le mani da Kyoto è alto per tutti i Paesi che hanno aderito al trattato, ma per l’Italia è ancora più pesante, non volendo il nostro Paese ricorrere all’energia nucleare, che consentirebbe di abbattere le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera senza penalizzare la produzione di energia e la crescita economica. Confindustria ha stimato il costo che ricadrà sulle sole imprese italiane: 500 milioni di euro l’anno per il periodo 2008-2012. Un prezzo che fatalmente le aziende scaricheranno sui consumatori e che avvantaggerà ancora di più i concorrenti di quei Paesi - come Stati Uniti, Cina e India - che si sono guardati bene dal siglare il trattato.

L’istituto Bruno Leoni ha pubblicato un rapporto dell’americano Global Insight, uno dei più prestigiosi centri di studi macroeconomici, che stima l’impatto sull’intera economia italiana, sempre nel quinquennio 2008-2012, in 2,1 punti di prodotto interno lordo, pari a 27 miliardi di euro l’anno: l’entità di una vera e propria stangata fiscale. L’aumento del prezzo dell’energia ridurrà infatti consumi e investimenti. Nello stesso periodo, ogni anno andranno perduti 221.000 posti di lavoro. L’effetto negativo proseguirà negli anni seguenti. Discorso analogo per il resto del mondo: lo studioso danese Bjørn Lomborg, ex membro di Greenpeace, ha calcolato che il costo dell’implementazione del trattato di Kyoto solo per gli Stati Uniti sarebbe più alto di quello necessario a garantire acqua potabile e fognature a tutti gli abitanti del mondo.

Il prezzo, dunque, è alto. Ma - si può obiettare - vale comunque la pena di essere pagato perché in ballo c’è il futuro del pianeta. E invece sono moltissime le prove che falsificano l’assunto alla base del trattato di Kyoto, e cioè che al centro delle variazioni climatiche ci sia l’intervento dell’uomo. Seimila anni fa la temperatura globale era in media due gradi più elevata di adesso. Da allora ha iniziato lentamente a scendere, anche se non in modo lineare. Nel primo secolo dopo Cristo in Britannia la temperatura era abbastanza alta da consentire ai romani di coltivare uva da vino, e quei vigneti erano ancora presenti nell’undicesimo secolo, quando i normanni conquistarono il Paese. Oggi simili coltivazioni sarebbero impossibili. Tra l’800 e il 1300 dopo Cristo la Terra conobbe la cosiddetta “estate medioevale”. Fu in questo periodo che la Groenlandia potè essere colonizzata. Secondo i climatologi della Harvard University, che ritengono il riscaldamento globale «un fenomeno ciclico», allora l’aumento della temperatura «fu di almeno un grado, più di oggi». Quindi seguì la «piccola era glaciale» che andò avanti fino al 1850, con temperature di 2,5-3 gradi più basse di quelle attuali.

Industrie e veicoli fuoristrada, dunque, non c’entrano: il riscaldamento e il raffreddamento del pianeta nell’arco di questi millenni debbono essere spiegati da altri fattori, e il principale indiziato è l’attività solare, che nulla ha a che vedere con l’attività dell’uomo. Del resto, le ultime immagini del telescopio Hubble mostrano che Marte sta attraversando un periodo caratterizzato da innalzamento della temperatura di superficie e violenti uragani. E il pianeta rosso, al momento, non ospita multinazionali inquinatrici.

Da tempo si dà per scontato che gli obiettivi di Kyoto non saranno raggiunti. Gli unici Paesi industrializzati che stanno riducendo davvero l’emissione dei gas serra sono la Germania e l’Inghilterra. Ma nel caso della Germania è dovuto al fatto che l’obiettivo da raggiungere, legato alle emissioni del 1990, era influenzato dalle imprese della Germania Est, a memoria d’uomo tra le più inquinanti (tecnologia comunista, primitiva per definizione), ovviamente rottamate dopo la riunificazione. E nell’Inghilterra il merito va attribuito alla signora Thatcher, che avviò la conversione del sistema energetico dal carbone, la cui estrazione era controllata dai sindacati, al gas naturale. L’Italia, che nel 2012 dovrebbe aver ridotto le emissioni di gas serra del 6,5% rispetto al 1990, sinora le ha aumentate del 13%. E altrove non va meglio. La verità è che le emissioni di anidride carbonica in Europa diminuiscono quando l’inverno è mite e aumentano quando le temperature scendono sotto la media. Possiamo dare sin d’ora per certo che nel 2006 l’Europa, pur senza fare nulla, ha ridotto l’emissione di gas serra.

I costosissimi sforzi dei Paesi industrializzati, che oggi sono responsabili di circa il 50% dell’anidride carbonica gettata nell’atmosfera, saranno più che compensati dall’aumento delle emissioni dei Paesi in via di sviluppo, i quali, anche se hanno siglato il trattato, non sono tenuti a rispettarlo. India e Cina, esentate dal protocollo in quanto non ancora industrializzate a sufficienza, non hanno alcuna voglia di tagliare le emissioni nel futuro prevedibile. E la Cina è la seconda “fabbrica” di gas serra del pianeta. Anche gli Stati Uniti non intendono ratificare il trattato di Kyoto, e in questo George W. Bush non fa che seguire l’esempio del suo predecessore, il democratico Bill Clinton. Come disse il premier inglese Tony Blair, «la verità brutale è che nessun Paese vorrà sacrificare la sua crescita economica per raggiungere simili obiettivi».

© Libero. Pubblicato il 10 marzo 2007.

Nota chiarificatrice. Un assiduo lettore di questo blog (grazie Alex) via mail mi fa notare che il post contiene due frasi in apparente contraddizione tra loro. Prima ho scritto infatti che Cina e India, assieme agli Stati Uniti, «si sono guardati bene dal siglare il trattato». Quindi riparlo di Cina e India inserendole tra quei Paesi in via di sviluppo che, «anche se hanno siglato il trattato, non sono tenuti a rispettarlo», essendo «esentate dal protocollo in quanto non ancora industrializzate a sufficienza». Dunque: lo hanno firmato oppore no? Il punto è che Cina e India si sono rifiutate di sottoporsi ai vincoli del trattato, ratificandolo nel 2002 solo a condizione che la parte fondamentale di esso, quella che impone la riduzione dei gas serra entro il 2012, non avesse per loro alcun effetto. Come scrive Wikipedia, «India and China, which have ratified the protocol, are not required to reduce carbon emissions under the present agreement despite their relatively large populations. (...) China, India, and other developing countries were exempt from the requirements of the Kyoto Protocol because they were not the main contributors to the greenhouse gas emissions during the industrialization period that is believed to be causing today's climate change». Insomma, lo hanno firmato, a patto che siano libere di fregarsene. Per questo, la stragrande maggioranza degli osservatori considera i due Paesi a tutti gli effetti fuori dal trattato di Kyoto. Tra questi, lo stesso ministro dell'Ambiente, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, che in questa recentissima intervista all'Unità, rispondendo a precisa domanda del giornalista, inserisce Cina e India tra i Paesi che non hanno sottoscritto il trattato.

Letture a costo zero (a differenza del protocollo di Kyoto) consigliate per saperne di più:

"Book discussion on 'Unstoppable global warming: every 1500 years'", Hudson Institute.

"Il protocollo di Kyoto e oltre. I costi economici per l'Italia", ovvero il rapporto pubblicato dall'Istituto Bruno Leoni.

"L’economia e la politica del cambiamento climatico. Un appello alla ragione" di Nigel Lawson.

"Economia, cambiamenti del clima e salvezza del mondo", di David Henderson.

"Clima. Vogliamo far gli amerikani" di Carlo Stagnaro e Mario Sechi.

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venerdì, marzo 09, 2007

Come difendere i soldati italiani e affondare Prodi

di Fausto Carioti

Come spesso accade, l’idea migliore è venuta alla Lega. Mettere il governo Prodi e la sua scassata maggioranza dinanzi alla scelta più difficile: uscire dalle ambiguità e rifinanziare la missione militare in Afghanistan, ma riconoscendo che siamo in guerra e dotando i nostri soldati delle armi e delle regole d’ingaggio necessarie; oppure continuare a fare finta di niente e sperare che basti promettere più oppio per tutti per tenere i compagni talebani lontani dai nostri militari. Nel primo caso, il governo voterebbe assieme al centrodestra, lacerando irrimediabilmente la propria maggioranza. Nel secondo la Cdl potrebbe scegliere la strada dell’astensione, che al Senato vale come voto negativo, e il governo, anche se dovesse spuntarla, si assumerebbe da solo tutte le responsabilità di quanto accadrà nelle prossime settimane, quando le pallottole fischieranno molto vicino agli elmetti dei nostri soldati. Come altrettanto spesso succede, però, il resto della Cdl non ha capito o ha finto di non capire quanto il piano del Carroccio fosse pericoloso per Prodi, e a Montecitorio, invece di sottoscrivere la proposta salva-soldati e spacca-sinistra che i leghisti avevano inserito in due ordini del giorno poi respinti dall’aula, ha preferito votare insieme all’Unione. Ma quello che avviene alla Camera, dove Prodi può contare sul surplus di deputati garantito dal premio di maggioranza, conta poco o niente: è al Senato, dove il centrosinistra ormai non ha più alcun margine di sicurezza, che si giocano tutte le partite di questa legislatura. Ed è proprio a palazzo Madama che l’opposizione medita il difficile colpaccio: rifinanziare la missione, mettere il nostro contingente nelle migliori condizioni per difendersi e fare leva sulle divisioni dell’Unione, cercando di romperla una volta per tutte. Per questo, l’idea di rilanciare l’aut-aut leghista, inserendolo in un ordine del giorno o in una mozione da far votare in aula per inchiodare il governo, sta tentando più di un senatore forzista.

Le teste pensanti della Casa delle Libertà sono da giorni al lavoro per trovare il modo di mettere assieme il diavolo (ovvero la voglia di usare la politica estera per dare il colpo di grazia al governo) e l’acquasanta (l’obbligo morale e politico di sostenere una missione al fianco degli alleati americani, iniziata col governo Berlusconi). Ora l’occasione, purtroppo, è a portata di mano. In Afghanistan ci si attendeva l’offensiva degli statunitensi e dei loro alleati, e quelli dell’Unione erano intenzionati a tenere i nostri soldati ben lontani dagli scontri, facendo i finti sordi davanti alle richieste del premier inglese Tony Blair, che chiede agli italiani - come è giusto che sia - di fare la loro parte contro i guerrieri di Allah. Ma i guai stanno per raggiungere comunque gli ottocento uomini del reggimento Sassari schierati a Herat, nell’area nordoccidentale del Paese. Le nostre truppe devono prepararsi a fronteggiare un attacco durissimo da parte dei talebani, e i più avveduti nel governo e nel centrosinistra ammettono che il rischio di riportare vittime va messo in seria considerazione.

Quale sia la situazione lo ha spiegato benissimo il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri, diessino, uno dei pochi che nell’attuale governo “mastica” davvero la materia che gli è stata affidata: non illudiamoci, ha ammonito, l’offensiva dei talebani arriverà molto presto e sarà molto dura, per loro siamo nemici. «Anche se non cerchiamo guai, i guai cercheranno noi». Le armi di cui dispongono ora i nostri soldati e le regole d’ingaggio con cui sono stati spediti a Kabul li mettono sì e no in grado di fronteggiare una situazione di guerriglia a bassa intensità, non certo una vera e propria controffensiva delle milizie talebane, come quella attesa nelle prossime settimane. A differenza di quelli americano e inglese, infatti, il contingente italiano è in Afghanistan in versione “leggera”: senza artiglieria, cingolati o altri mezzi pesanti, privo di velivoli da combattimento. Ora che la situazione è cambiata, alla politica non resterebbe che prenderne atto e cambiare anche le regole e i mezzi per affrontarla. Gli stessi militari italiani, che hanno il polso della situazione meglio dei nostri politici, chiedono di essere messi al più presto in condizione di difendersi. Gli spari che ieri a Kabul sono stati indirizzati a una nostra pattuglia non hanno fatto feriti, ma confermano che la tensione si sta alzando.

Romano Prodi, Massimo D’Alema, Arturo Parisi e Piero Fassino con ogni probabilità proveranno a mantenere la testa sotto la sabbia, incrociare le dita, continuare a dire che la nostra era e resta una missione di pace e sperare che non ci scappi il morto. Sta alla Cdl stanarli e inchiodarli alle loro responsabilità: siete pronti ad ammettere che i militari italiani in Afghanistan sono in guerra contro i talebani? Quanti tra i senatori di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti italiani, già riluttanti all’idea di votare il semplice rifinanziamento della missione, sono disposti a sfidare la scomunica dei loro elettori no global, pacifisti e antiamericani per proteggere i nostri soldati, dando loro più armi e più libertà di sparare?

Se Prodi dovesse dire sì a un testo che imponesse al governo di mettere i nostri soldati in assetto di guerra, spaccherebbe la sua maggioranza. Se, come è assai probabile, dovesse invece dichiararsi contrario, metterebbe in gioco, per la sua sopravvivenza politica, le vite dei soldati italiani all’estero e si esporrebbe al rischio di vedere la proposta del centrodestra approvata con i voti di qualche senatore a vita e magari di qualche centrista dell’Unione. In questo caso, al presidente del Consiglio non resterebbero che le dimissioni.

La votazione in Senato sulla missione militare in Afghanistan metterà dinanzi alle proprie responsabilità anche l’opposizione. Dove, tanto per essere chiari, al di là delle dichiarazioni ufficiali non tutti hanno voglia di mandare a casa Prodi e magari tornare alle urne il prima possibile, con la legge attuale o con un’altra scritta in fretta e furia. La tentazione di regolare prima i conti all’interno del centrodestra è forte. Da come si comporteranno i gruppi di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udc al Senato si capirà molto di quello che passa davvero per la testa di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini.

© Libero. Pubblicato il 9 marzo 2007.

Post scriptum. Stessa richiesta al centrodestra, guarda un po', arriva oggi dalle colonne del Foglio. L'editoriale s'intitola "La destra e l'onore nazionale. La Cdl in Senato può e deve imporre la fine del balletto disfattista".

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